giovedì 22 aprile 2021

La società dei gatti filosofi – Racconto giallo – Parte Prima

 

Non stiamo a ripeterci la fatica che questo periodo comporta.

Per stemperare, vi regalo un racconto ritrovato sul fondo dei miei cassetti.


LA SOCIETÀ DEI GATTI FILOSOFI


– Potrebbe anche essere omicidio.

– L’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere – disse Parmenide. – O è o non è omicidio.

– Tuttavia non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume, la verità di oggi non è la verità di ieri – dissentì Eraclito.

– Per gli uomini è vero ciò che a loro pare vero – commentò Protagora.

– Io so solo di non sapere – si lamentò Socrate.

– Se moto e spazio non sono che illusioni, l’omicidio stesso non è che l’ennesima menzogna dei sensi – sbuffò Zenone.

– Non siamo che degli sciocchi che guardano ombre riflesse su una parete – concordò Platone.

– Che prove hai che sia omicidio, Democrito? – domandò Aristotele.

Non aveva alcuna simpatia per Democrito, ma era pur sempre uno spirito pratico. A lasciar parlare gli altri ben presto si sarebbero trovati a disquisire sull’esistenza e la forma degli dei, invece che della morte dell’unica persona che per loro avesse davvero importanza.


Un osservatore distratto, a dire il vero anche uno attento, non avrebbe mai potuto immaginare il genere di discussione che si stava svolgendo nel vicolo. Occhi umani avrebbero visto soltanto alcuni membri di quella che era conosciuta tra i due zampe come La colonia felina di via del Cimitero, gatti dall’ottimo aspetto per essere dei randagi, ben pasciuti e col pelo lucido. Ciascuno di loro aveva persino un collare con il proprio nome ricamato a mano e decorato con brillantini. Tanta prosperità era data dall’incessante opera della professoressa Alberica Zirconi, docente di filosofia antica in pensione, che da da oltre dieci anni nutriva e vezzeggiava la colonia. A ciascun gatto aveva dato il nome di uno dei suoi filosofi prediletti, con qualche problema con le gattine, giacché le filosofe antiche erano in schiacciante minoranza e aveva dovuto per le femmine sconfinare in altre arti. Ogni giorno passava ore in via del Cimitero, parlando a ciascun animale dell’origine del proprio nome. La signora, tuttavia, nonostante avesse osservato con piacere l’aspetto tronfio e massiccio di Platone o l’indole votata al piacere di Epicuro, per non parlare del pessimo carattere di Dionige, non aveva mai compreso in pieno l’effetto del proprio agire e quanta della personalità dei filosofi fosse filtrata in quella dei gatti. Né mai avrebbe potuto farlo. Era stata trovato morta, distesa sul divano di casa propria, con un’espressione tranquilla in volto che aveva fatto asserire al medico legale che se ne era andata come non si usava più “per vecchiaia”. Benché la dipartita della professoressa non minacciasse direttamente la sopravvivenza della colonia – la donna si era assicurata da tempo di costituire un’associazione, Gli amici della colonia di via del Cimitero – l’evento era tale da turbare non poco i quadrupedi. Anche perché almeno uno di loro non era affatto certo che fosse la vecchiaia l’unica colpevole.


– Ipazia ha fatto un sopralluogo e vi dirà cos’ha notato – disse Democrito.

Era un micione nero con grandi occhi color topazio e aveva capito da tempo che tra gli umani trovava più benevolenza la leziosa Ipazia, bianca e con sangue d’angora neppure troppo diluito. Con due moine e un paio di fusa Ipazia riusciva ad arrivare ovunque volesse, ricevendo coccole dove a Democrito sarebbero arrivati oggetti contundenti. Lei era riuscita a entrare nella casa della professoressa tra le gambe della polizia scientifica e a curiosare in giro, ricevendo anche un buffetto dal pacioso, ma non troppo acuto, medico legale.

Platone, però, sbuffò.

– Ipazia, è un fatto che vedi omicidi ovunque, sopratutto se le vittime sono femmine – sbuffò.

– Non è colpa mia se gli individui dalla mente libera, sopratutto se sono femmine, sono più spesso vittime della violenza – replicò lei.

La irritava il fatto di affascinare più facilmente gli umani dei felini.

– Veniamo al dunque, Ipazia – la spronò Democrito.

Non era molto popolare tra i gatti, anche se andava un pochino meglio che con gli uomini, ma tutti ammettevano che quasi sempre aveva ragione, sia pure in modo approssimativo e involuto. Quindi, anche se lo criticavano, i gatti erano disposti a dargli la loro attenzione.

– Il decesso è stato stimato nel tardo pomeriggio di ieri – riprese la gatta. – La professoressa è stata trovata accoccolata sul divano, apparentemente addormentata, con espressione serena. Però ho visto che a fianco del lavello c’erano a scolare due tazze da the, del servizio buono.

Tutti i gatti agitarono nervosi la coda.

– Come hanno spiegato questo gli uomini? – chiese Aristotele.

– Non ci hanno fatto caso – rispose mestamente Democrito. – Solo uno ha commentato che si era probabilmente fatta un the e che l’altra tazza era lì dal mattino.

Aristotele scosse il capo.

– Se due erano le tazze, per di più del servizio bello, due erano le persone. Sillogismo elementare.

– E un cassetto della camera era socchiuso – riferì ancora Ipazia. – E per terra, sempre in camera, ho trovato un sacchettino di lavanda.

– Qualcuno ha frugato nelle stanza, si è sforzato di mettere a posto, ma ha lasciato qualche particolare fuori posto – arguì Aristotele.

Democrito abbassò le orecchie in segno di approvazione per le parole del gatto siamese. Lui e Aristotele si trovano spesso su fronti opposti. Anche come gatto, il siamese godeva di maggior fortuna, esattamente come il filosofo ne aveva avuta per le proprie teorie. Tuttavia Democrito era abbastanza onesto a apprezzare i suoi sforzi logici.

– Gli umani non si sono accorti neanche di questo? – domandò Anassimandro.

– I sensi li ingannano, vedono solo ombre – commentò mesto Platone.

– Cerchiamo noi l’uomo! – propose Diogene, uscendo dalla piccola botte che era la sua tana.

Di tutti, era l’unico ad avere l’aspetto di un randagio, col pelo stazzonato e non poche cicatrici.

– E come mai lo troveremo, ammesso che esista, giacché tutto è mutevole e dipendente dal come viene osservato? – domandò Gorgia.

– Con la logica! – lo rimbeccò Aristotele, che mal lo sopportava.

– Con la maieutica – disse Socrate. – Estrarremo la verità da questa storia come un umano estrae i bocconcini dalla lattina.

– E come cominciamo? Tutto scorre e il prima e il dopo si confondono – piagnucolò Eraclito.

– Dall’osservazione dei fatti – soffiò Democrito, che iniziava ad innervosirsi.

Gli altri abbassarono le orecchie. Che a loro piacesse o no, il gatto nero aveva la stessa acutezza di pensiero del filosofo da cui prendeva il nome, che se ne era uscito a suo tempo con quell’improbabile teoria degli atomi, uguali per composizione e diversi per dimensione, che combinandosi in modo diverso davano origine a qualsiasi materiale. All’epoca nessuno ci avrebbe scommesso un’aringa marcita, peccato che poi era risultato che ci aveva azzeccato.

– Alberica ha servito il the nel servizio bello – iniziò Democrito. – Quindi ha avuto un ospite che conosceva e ha fatto entrare volontariamente. Non deve essere stato difficile per l’ospite versare qualcosa nella tazza di Alberica. Poi lei si sente stanca, lui o lei la aiuta a sistemarsi sul divano, dove passerà dal sonno alla morte. Intanto l’assassino cerca per tutta la casa ciò che era venuto a prendere e poi si allontana come se niente fosse.

– E nessuno dei vicini ha visto qualcuno entrare e uscire dalla casa di Alberica? – chiese Socrate?

Platone, un enorme persiano color crema, scosse il testone.

– I sensi mentono.

Democrito odiava trovarsi d’accordo con lui.

– Sì – disse di malavoglia. – Sopratutto se la via è abitata per lo più da gente frettolosa come i peggiori tra gli umani. Alberica abita al piano terra di un palazzo senza portineria. Nessuno dei vicini ricorda qualcuno in particolare. La polizia li ha interrogati senza troppa cura e loro senza troppa cura hanno risposto. Oltre tutto sappiamo che il cuore di Alberica si è fermato a metà pomeriggio, ma l’assassino potrebbe essere uscito dalla casa anche molto dopo, addirittura a notte.

Aristotele tossì con disgusto un piccolo grumo di pelo.

– Ci vorrebbe un cane, per seguire le tracce – disse, senza distogliere lo sguardo da ciò che aveva vomitato.

– I cani sono tutti dei cinici – scosse il capo Parmenide, sconsolato.

– Infatti il nostro Diogene ha dei contatti con dei randagi – fece notare Ipazia. – Sono sicura che si scambiano le pulci, ogni tanto.

Tutta la colonia guardò con disapprovazione in gatto spelacchiato. Non immaginavano arrivasse a tale depravazione. 

– Io me ne frego delle convenzioni – soffiò l’interessato. – E loro sono molto più bravi di noi a rovesciare i cassonetti.

– Non ci importano le motivazioni che stanno alla base delle tue frequentazioni – tagliò corto Democrito. – Ne conosci uno che abbia un buon fiuto?

– Quelli pensano tutti con il naso e non con la testa – rispose Diogene.

– Sì, ma nell’appartamento è passata parecchia gente, si tratta di seguire una traccia vecchia e confusa.

Diogene agitò la coda con tono pensoso.

– Potrei avere quello che fa per voi. Un mezzo bracco. Quello ti sa dire dall’odore anche che numero di scarpe indossa un umano, purché sia un maschio.

– E come fa? – chiese qualcuno.

– Più un piede è grosso e più puzza – tagliò corto il cinico.

6 commenti:

  1. Magnifico! Dacci il seguito al piùpresto ❤️😃

    RispondiElimina
  2. Ma che idea carinissima! Non vedo l'ora di leggere il seguito!

    RispondiElimina
  3. Questi gatti filosofi mi hanno già conquistato, fantastici mi sembra di vederli, bellissimo racconto, aspetto il seguito 😀

    RispondiElimina