venerdì 20 ottobre 2017

Autunno sul lago

Quest'anno non insegno più alla scuola col pontile. Mi sono trasferita sull'altra sponda del lago e per raggiungerlo servono almeno cinque minuti. Oltre tutto tra incombenze burocratiche e impegni vari non ho trovato la luce migliore. Che dite, posso consolarmi?

L'autunno sul lago ha le stesse tonalità dei colori della mia anima.
E sono giornate come questa quelle in cui mi rendo conto di quale privilegio sia vivere e lavorare in un luogo che sento tanto mio.

mercoledì 18 ottobre 2017

Seguendo la cometa 28 – Età


Eccoci.
È passato un anno, la pupattola ormai sgambetta in autonomia, irriconoscibile dal fagottino minuscolo che abbiamo preso in braccio la prima volta.
Era inevitabile arrivare anche in fondo a questo lungo racconto.

Un GRAZIE ENORME a Viola, che ha reso possibile questo racconto, dando forma di volta in volta ai miei appunti.

E GRAZIE a chi ha seguito questo racconto.

domenica 15 ottobre 2017

E poi si arriva alla parola fine

Ci sono progetti scrittorei che sembrano eterni. Li si comincia, poi si cancella, si torna indietro. Ci si interrompe, si pensa di abbandonare. Li si riprende in mano, si cancella, si riparte. Ci si interrompe. 
A volte è la vita a imporre questi ritmi. Succede qualcosa, ci si interrompe, si riprende in mano, si cancella, si riparte.
Sono anche rassicuranti a modo loro. Significa avere una storia in cui tuffarsi. Quando si scrive in modo spezzettato per certi versi preferisco avere per le mani un progetto lungo piuttosto che uno corto. I racconti devo progettarli, scriverli e terminarli tutto d'un fiato. I romanzi sono escursioni lunghe nella terra delle storie, so che ci si starà mesi, se non anni. Mi predispongono a un ritmo diverso e mi dispensano dal concentrarmi su altro. Dopo tutto ho già la mia storia da scrivere.

Questa storia in particolare l'ho iniziata a luglio del 2016. A ben vedere non è neppure tantissimo tempo, un anno e qualche mese. Tanto, ma non tantissimo per una prima stesura. 
In questo periodo, però, sono successe tantissime cose e in tutte questa storia mi ha fatto compagnia. Pensava a questa storia, in auto, mentre andavo a estrarre la traccia per l'orale del concorso docenti, ci pensavo per distrarmi nei convulsi giorni che hanno preceduto l'incontro con la pupattola. Ci pensavo durante le sue prime nanne a casa, quando ero convinta che se avessi smesso di guardarla avrebbe potuto lei smettere di respirare. 
L'ho messa in pausa e l'ho ripresa, al punto da non ricordarmi i nomi di parecchi personaggi. L'ho dato per morta e poi l'ho resuscitata.
La mia sensazione irrazionale è che questa storia mi avrebbe fatto compagnia per sempre. 
E mi andava bene. 
Tra tutto quello che ho scritto è senza dubbio la storia più leggera, decisamente commedia, un mondo di personaggi in cui potersi tuffare senza troppe angosce esistenziali. Con tanti deliziosi quesiti tecnici con cui occupare la mente.
Adesso, poi, se riesco a dedicare alla scrittura due ore alla settimana è tanto. Quindi quando ho iniziato le lezioni a scuola ho pensato "ora non la finirò più".
Senza guardare a che capitolo ero. Senza ragionare sul punto della trama.
E poi, semplicemente, sono arrivata in fondo.
Senza rendermene conto mi sono travata a -2 capitoli dalla fine. Di fatto, tutto era già successo, bisognava solo trarre le ultime conclusioni. Quaranta e più capitoli scritti.

È una sensazione strana, spiazzante, un po' malinconica.
Non ho voglia, davvero, di scrivere l'ultimo capitolo.
Non ho voglia perché penso che la revisione di un'opera scritta in questo modo sarà un incubo.
Non ho voglia perché non so gestire il poi. Il mio unico invio del mio lavoro precedente a oggi non ha dato alcun frutto. Non ho il tempo e le energie per farmi self, non ho forza contrattuale per i big quindi non so, poi, che fare delle mie storie.

Non ho voglia principalmente perché non voglio abbandonare questa storia e il porto sicuro che ha rappresentato. Non voglio lasciar andare, neppure verso un bel finale, i miei personaggi bislacchi, che mi hanno fatto innamorare delle loro stranezze.

Non voglio lasciare questa storia come non voglio che finisca un periodo della mia vita, così sconvolgente e ricco di sorprese da non sembrare neppure vero.

Però adesso la pupattola dorme. Che mi piaccia o no è il momento di scrivere la parola fine.

PS: a voi è capitato di non voler finire una storia?

giovedì 12 ottobre 2017

Requiem felino


Non sei mai stato il mio gatto. I gatti, si sa, si scelgono i padroni e anche se formalmente eri mio, tu eri il gatto del Nik.
Non sei stato il gatto che ho più amato. Non eri e non potevi essere la micia bianca che mi ha accompagnato per ventun anni né la sua figlioletta nera e sfrontata che mi faceva feste quasi canine. Questo tuo amore per le vendette trasversali a base di pipì fuori posto, poi, mi ha fatto tirar giù, nel quasi decennio trascorso insieme, tutti i santi del calendario.
Non sei stato il gatto più gestibile. Persiani di certo non ne prederò mai più. Ore passate a districarti i nodi, a pettinarti, a raccogliere chili e chili di pelo. E vogliamo parlare della lacrimazione eccessiva, colorata e indelebile? Muri e vestiti macchiati. Quando si dice lasciare una traccia indelebile...

Parliamoci chiaro, non eri neppure del tutto un gatto. 
Agilità? Non pervenuta. Appena sei arrivato a casa sei caduto dal divano e dal tuo nome di battesimo, Silvestro, sei diventato Patato.
La prima volta che ti abbiamo fatto uscire dall'appartamento avevi paura che il cielo ti cadesse sulla testa e non osavi calpestare l'erba. Ci hai messo giorni ad avventurarti sul prato. Sei migliorato, però, sei arrivato al punto da andare anche nel giardino del vicino e da trascorrere ben due notti fuori casa (con grande angoscia della qui scrivente padrona), come un vero gatto.
A cacciare non hai mai imparato. Le unghie non hai mai capito come usarle. Prendevi le mosche con la zampa, le schiacciavi a terra e poi le lasciavi andare. Una mosca ci durava una settimana. Non le ammazzavamo apposta, per permetterti di esercitarti. Non ne hai mai uccisa usa. Le lucertole non le hai neppure classificate come prede.
E forse non dovrei accennare al fatto che sei stato quasi violentato da una coniglia. Una coniglia. Femmina.
Eri diversamente gatto, amante del broccolo e del caco, capace di perderti nell'appartamento e di rimanere ore chiuso dentro un armadio. 

Eri un personaggio.
Nessuno che sia passato da casa nostra ti ha dimenticato. Imbranato e coccoloso, con quello sguardo sempre tra il tenero e lo scocciato sapevi farti elargire coccole da chiunque. Per i servizi sociali, ricordiamolo, eri il vero padrone di casa con cui noi "convivevamo". Per altro sospetto avessero ragione.

E la casa la riempivi, col tuo pelo e la tua personalità.
Adesso che non ci sei più ti cerco ancora, mi aspetto di trovarti dietro una porta o chiuso in un armadio.
E con tutti i tuoi difetti e il tuo essere diversamente gatto seri riuscito a farmi commuovere, mentre ti ricordo.

Chissà se da qualche parte stai facendo le fusa agli angeli? E chissà quanto risalta il pelo scuro lasciato sulle bianche nuvolette del paradiso!

martedì 10 ottobre 2017

Con Chiara Solerio al festival LiberaMente di Belgioioso


Con una pupattola la fruizione di eventi culturali cambia parecchio.
Che il festival di Belgioioso fosse interessante era una certezza, perché a muovere la macchina organizzativa c'è Fabio Ivan Pigola, l'anima di Kultural, una di quelle persone speciali che nei propri progetti mette tutto se stesso, a costo di lasciarci (letteralmente) qualche pezzo.
In altri momenti mi sarei fermata agli incontri (infatti in altri momenti ho apprezzato alcuni degli autori e dei relatori presenti, come Raul Montanari) e avrei perso le ore a curiosare tra gli stand degli editori.
Però non sarei restata incantata a guardare le istallazioni artistiche, così affascinanti da ipnotizzare la pupattola, né avrei notato i particolari del castello che la cucciola, scorrazzandovi intorno mi ha fatto notare. Anche con molto più agio sarei rimasta colpita dagli stessi editori (La Lepre su tutti) e avrei acquistato le stesse cose. Mi sarei goduta, credo, meno il sole e i cortili.
Come blogger, poi, la cosa che più mi stava a cuore era incontrare per la prima volta Chiara Solerio. I contatti virtuali sono da sempre la cosa più bella che un blog porta con sé e quando poi diventano tangibili si ha la sensazione precisa della ricchezza di questo mezzo. 
La cosa bella è che ogni volta che incontro qualche blog amico è e non è come me lo sono sempre immaginato. C'è un momento di sfasamento dopo il quale emerge la personalità che avevo già imparato a conoscere oppure qualche caratteristica che pure già leggevo acquista la sua giusta dimensione (anche fisica, sia lei che Viola sono altissime!). Di Chiara mi ha colpito un sottofondo di timidezza dolce. Raccontando dell'evento a cui aveva partecipato il giorno prima era palese la sua emozione. Quando leggo i suoi post a volte la percepisco molto sicura, anche quando scrive il contrario e mi ha fatto tenerezza vederla vivere le mie stesse insicurezza. Questo incontro, poi, mi ha confermato qualcosa che già sapevo, ovviamente, e cioè che Chiara è nata per far vivere la cultura. In questo momento ho bisogno di un aiuto per mettere ordine nei miei progetti letterari e la mia convinzione che possa essere lei la persona giusta si è rafforzata.
L'unica cosa che spero è di non aver passato a lei o al suo compagno il virus "da asilo" che tutta la famiglia con ogni evidenza già covava e che ha reso movimentata la nostra domenica...

domenica 8 ottobre 2017

La morte e lo stilista – racconto breve completo

La Morte e lo stilista

 Giunse in silenzio, sontuosa nel broccato nero che la rivestiva, enigmatica dietro la pallida maschera veneziana.
 Lo stilista era chino alla scrivania, gli occhi stretti nel tentativo di mettere a fuoco l’ultimo bozzetto, davanti a lui sul tavolo. Prima di girarsi, aggiunse un’ultima sfumatura dorata al disegno. 
 – Sai chi sono? – chiese la figura in nero, con voce dolce, né maschile né femminile.
 Lo stilista si limitò a sorridere.
 – Sono la Morte. 
 – E io sono un vecchio, non vedo come la cosa debba stupirmi. Andiamo?
 – È dato alle creature mortali di guardarsi un istante indietro a considerare per cosa abbiano vissuto – disse la Morte, un poco contrariata.
 L’uomo gettò uno sguardo oltre la finestra, dove l’eleganza degli alberi spogli si stagliava contro l’arancio del crepuscolo.
 – Fatto. 
 – No, mortale, non così presto. Tu che hai avuto in dono il privilegio di creare, ma hai scelto l’effimero, l’immanente. Che sarà del tuo nome, quando i tuoi vestiti saranno solo ricordi vetusti di una stagione passata? 
 Il vecchio si strinse nelle spalle.
 – Ha senso il tempo, là dove mi conduci? 
 – No. 
 – E allora che importa, Morte, quanto durerà il ricordo del mio nome? Non c’è opera creata dall’uomo destinata a vincerti, giusto? E allora, di fronte all’eternità, che importa aver creato un abito o una cattedrale? 
 Non aveva espressione, la Morte, ma sembrava perplessa.
 – Non ti spaventa il giudizio dei posteri? Tu hai dedicato la vita all’inutile? 
 – Ma non è quello che ci distingue dagli animali, l’inutile? Guarda questo tramonto. Non ha altro significato che l’arrivo della sera. Per i passeri, là fuori, il cane da guardia, il gatto che dorme sulla poltrona è solo un altro giorno che finisce. Per me è bello e questo lo rende diverso dal tramonto che vedono loro. Eppure, rimanere a soppesarne la bellezza non ha alcuna utilità. Potrebbe distrarmi da un pericolo in arrivo, ma mi fermo e guardo e ammiro.
 – Non senti il peso, dunque, delle scoperte che non hai fatto, del denaro che è stato sprecato per un lusso inutile che hai imposto, delle vite rovinate di donne che hanno cercato di rendersi simili ai tuoi ideali? 
 Lo sguardo dell’uomo si fece triste, mentre la foschia lontana scuriva la tonalità perfetta del cielo.
 – Non ho, nella mia vita, fatto violenza a uomini o animali. Non ho rubato, ho limitato i miei vizi a quelli che potevano danneggiare solo me. È facile mettere agli uomini d’ingegno la colpa delle brutture del mondo. Ho disegnato abiti, non ho costretto alcuna alla fame per entrarvi, né costretto alcuno ad uccidere animali per realizzarli né imposto la schiavitù nelle fabbriche che li producevano. Sono scelte della cui colpa non intendo sentirmi macchiato. Non ho occhi per vigilare su tutto il mondo, non faccio le leggi, né posso farle rispettare. Se una casa brucia la colpa è di dipinge il fuoco o di chi lo appicca? Ho disegnato abiti, di questo sono responsabile, non di altro. 
 Sai a cosa serve un abito, Morte? Serve all’essere umano per rendersi più certo di quello che già è.
 Fin dalla più remota antichità comandanti di tribù di cacciatori hanno dovuto ricoprirsi ogni giorno il capo di penne d’aquila per dire a loro stessi che si, davvero, stava a loro il fardello della decisione.
 Una ragazza già bella compra un paio di scarpe o una borsetta nuova ed ecco, la sua bellezza le salta agli occhi, le si illumina il viso e con più sicurezza affronta il mondo.
 Un ragazzo timido con una cravatta o un maglione nuovo, riconosce il coraggio che già aveva per dichiarare il suo amore.
 In doppio petto uomini con troppo potere diventano consapevoli di stringere nelle mali i destini altrui.
 Questo faccio io, che sono uno stilista, dono l’opportunità alle persone di diventare consapevoli di ciò che già esse sono. Se questa consapevolezza porterà baci o guerre, io non ne tengo la colpa. 
 E tu, Morte, non ti sei fatta rivestire nei secoli dai pittori di informi camicione nere, dettagli in osso, cavalli scheletrici al posto di borsette, solo per farti riconoscere per ciò che sei? 

 L’uomo girò verso la figura scura il suo ultimo bozzetto. Rappresentava una figura alta, avvolta di un nero, sontuoso broccato. Portava un turbante, sempre nero, sulla testa e sul volto una pallida maschera veneziana con appena una sfumatura d’oro a sottolineare il contorno degli occhi vuoti, senza iridi né pupille.
 La Morte si portò una mano inguantata al viso, là dove una leggera spruzzata di vernice dorata evidenziava l’incavo degli occhi mancanti.
 – Perché ti sei vestita così, Morte? Qualcuno ti ha forse obbligato? 
 – Non capivo perché dovessi sempre e solo far paura e non potessi avere un aspetto più elegante e gentile. 
 – E allora sii gentile, Morte, poiché questo vuoi riconoscere oggi in te, e porgi la mano a un vecchio per aiutarlo ad andare là dove si conviene. 
La Morte allungò il braccio e aiutò lo stilita a mettersi in piedi. Poi insieme, sorreggendolo, si avviarono verso l’orizzonte ormai scuro.

mercoledì 4 ottobre 2017

Tutte le mie canzoni



Sono stata invitata al #30daysmusicchallenge, ma non riesco a promettere di avere per 30 giorni la testa per postare ogni giorno una canzone. L'idea, però, è simpatica. Mi rendo conto che sul blog ho sempre parlato poco di musica, perché è un ambito in cui mi ritengo solo fruitrice. Non so replicare una melodia neppure sotto minaccia di morte e in ambito musicale mi sento sempre in difetto per ignoranza. Questa è un'ottima occasione, per dedicare un post alla musica, o almeno alle canzoni. 

Quindi, partenza!

1 - la tua canzone preferita
Prof, sono impreparata, già alla prima domanda. Non ce l'ho una canzone preferita preferita in assoluto. Ultimamente mi piace tantissimo L'amore non esiste – Fabi, Silvestri e Gazzé
2 - una canzone invernale
Inverno – F. De André
3 - una canzone che ti rende allegro
Viaggi e miraggi – F. De Gregori. Autore tutt'altro che allegrissimo, ma questa canzone mi mette di buon umore
4 - una canzone che ti commuove
Verranno a chiederti del nostro amore – F. De André
Con tutte le tristezze di tutti gli amori finiti.
 5 - una canzone che ti ricorda qualcuno

The bonny swans – Loreena Mckennitt, legata all'amica del liceo che me l'ha fatta conoscere e al rimpianto per un'amicizia che è andata raffreddandosi.
6 - una canzone che ti ricorda un posto

Hotel California – Eagles. Ascoltata per caso su una spiaggia in Sardegna, mi riporta al profumo di ginepro e di acqua di mare.
7 - una canzone che ti ricorda un momento particolare
Torn – Natalie Imbruglia. Colonna sonora della gita a Parigi in quarta liceo. Otto ore di pullman in cui è andata in loop.
8 - una canzone di cui conosci tutte le parole
Vedi 13. Canto in tutti gli spostamenti in auto. Con voce stonatissima.
9 - una canzone che ti fa ballare
Purtroppo nulla è in grado di farmi ballare.
10 - una canzone che ti aiuta a dormire
La fiera dell'est – Branduardi. Aiuta a dormire la pupattola e, di riflesso, me
11 - una canzone della tua band preferita
Bohemian Rhapsody – Queen
12 - una canzone della band che odi
Non odio. Al massimo non ascolto
13 - una canzone che hai conosciuto da poco
Mi sto facendo una cultura a tema zecchino d'oro... Vorrei un gatto nero è l'hit del momento.
14 - una canzone che nessuno si aspetta possa piacerti
Ero contentissimo – Tiziano Ferro
15 - una canzone che ti descrive
Mi colgo impreparata. Mio padre però dice che la tipa di Quattro stracci mollata da Guccini doveva essere simile a me...
16 - una canzone che amavi e che ora odi
Non pervenuta.
17 - una canzone che vorresti dedicare a qualcuno
La cura – Battiato. Alla pupattola.
Ai miei alunni invece dedico Combattente – Fiorella Mannoia
18 - una canzone che vorresti ascoltare alla radio
Vincent – Don McLean. Quando ogni tanto la danno sono felice. Sempre.
19 - una canzone dal tuo album preferito

Un chimico da Non al denaro ne all'amore ne al cielo di F. De André
20 - una canzone che ascolti quando sei arrabbiato
L'avvelenata – F. Guccini. E che altro?
21 - una canzone che ascolti quando sei felice

Non direi felicità, quanto follia. Don't stop me now dei Queen si è indissolubilmente legata a questa sequenza e non posso ascoltarla senza un sorriso.
22 - una canzone che ascolti quando sei triste
Non l'ascolto quando già sono triste, perché per me è la tristezza fatta canzone e mi porterebbe al suicidio. Venezia – F. Guccini
23 - una canzone che vorresti al tuo matrimonio
Ho voluto il canto delle onde del lago.
24 - una canzone che vorresti al tuo funerale
Preferisco non pensarci. Immagino però che Preghiera di gennaio di De André sia appropriata.
25 - una canzone che è un piacere peccaminoso

Non ho un rapporto così peccaminoso con la musica, temo.
26 - una canzone estiva

Non mi è spiaciuta L'estate di John Wayne di qualche anno fa (o era solo l'anno scorso?), ma ho già dimenticato chi la cantava...
27 - una canzone che ti piacerebbe suonare
Essendo negata, qualsiasi
28 - una canzone che ti fa sentire colpevole
Colpevole? Una canzone?

29 - una canzone della tua infanzia
Le sigle di Cristina d'Avena
30 - la tua canzone preferita in questo periodo un anno fa
Pe una volta avevo scritto un post. Impressioni di settembre – PFM

Come si è visto, in materia di canzoni prediligo annegare nella malinconia. Per compensare, vi lascio con il video del mio momento di follia:


Ovviamente, chi non lo avesse già fatto, è invitato a partecipare al gioco!



lunedì 2 ottobre 2017

Le otto montagne, lettura condivisa – prime impressioni


In questo periodo ho bisogno di essere spronata alla lettura. Perché non è esatto dire che non ho tempo. La pupattola si addormenta presto (poi magari si sveglia, ma questo è un altro discorso), solo che alla sera è più facile vegetare davanti alla tv o a fb. Quindi santo subito il gruppo di lettura, che impone delle scadenze e mi sprona a prendere un libro in mano e a tenere desti i miei recalcitranti neuroni. 
Per questo ho aderito volentieri alla proposta di Sandra e Marina per una lettura condivisa.

I gruppi di lettura, veri o virtuali che siano, poi, hanno anche il pregio di portarmi a leggere cose che in autonomia non prenderei in mano. La parte più spocchiosa di me rifugge dal "libro del momento". Non credo di aver mai letto un romanzo appena incoronato allo Strega, al Campiello o ad altro, per una sorta di ottuso snobbismo del tipo "vediamo se tra dieci anni mi ricordo ancora di lui".

Eccomi quindi alle prese con Le otto montagne. È davvero ancora troppo presto per dire se il libro mi piaccia. Per ora mi ha colpito con un diretto allo stomaco una questione personale.
Il padre del protagonista è mio padre.
È lui.
Veneto, alpinista, innamorato delle dolomiti, prigioniero in città, che poi scopre le montagne piemontesi e favoleggia di comprarsi una baita (cosa che poi mio padre non ha mai fatto).
Ad ogni riga mi venivano in mente ricordi e racconti a cui non pensavo da anni.
Mio padre è stato un alpinista semi professionista. In città si esercitava ai pernottamenti in parete dormendo appeso fuori dal balcone. Poi, mentre si preparava per aprire una nuova via, impresa che gli sarebbe probabilmente valsa la partecipazione a una spedizione sulle Ande, lo zaino gli si è rotto, sbilanciandolo e facendolo cadere. Tre vertebre lesionate, fine della carriera.
Tutto questo accadeva prima della mia nascita. 
Solo qualche anno dopo ha iniziato ad apprezzare davvero le montagne piemontesi, accontentandosi di escursioni meno estreme.

A differenza del padre del protagonista de Le otto montagne mio padre, per fortuna, non è mai stato carico di rabbia. Amava il suo lavoro, ma ho riconosciuto molto di lui. Pur senza quella rabbia, il sentirsi in gabbia in città c'era eccome. Come per il padre del protagonista, per il mio le Dolomiti sono un capitolo che sarebbe troppo doloroso riaprire. Quest'estate quando ero là mio padre continuava a consigliare questa o quell'escursione e a fatica gli spiegavo che anche il mitico rifugio Auronzo (quello in cui si sono sposati i genitori del protagonista) è troppo alto per una pupa di neppure un anno. Allora gli ho chiesto come mai non ci torna e lui mi ha risposto che sarebbe troppo doloroso guardarle dal basso. Preferisce il ricordo di tempi eroici e trascorsi.
Credo che come per il padre del protagonista le montagne piemontesi fossero una pagina bianca, slegate dagli antichi dolori e quindi un nuovo innamoramento era possibile.
I commenti sulla roccia, sull'altezza da raggiungere per non sentirsi soffocare li ho sentiti pari pari. Così come ho visto la trasformazione che avviene tutt'ora quando mio padre sale di quota e diventa ciarliero e sorridente. Sento la stessa passione nel condividere con me il suo amore per la montagna.

La baita, come dicevo, alla fine non l'abbiamo presa. Mio padre l'aveva già scelta, in un'alpe magnifica che oggi è parco (ora quella baita vale una fortuna, credo), il Devero. Però ci siamo trasferiti in collina, mio padre ha scoperto di amare anche i boschi ed è diventato un appassionato cercatore di funghi.

Ecco, leggendo ho pensato che sono più fortunata del protagonista, perché mio padre è fatto della stessa pasta del suo, ma con una vena di dolcezza che nel personaggio del libro non ho trovato. Una maggiore capacità di adattarsi e di godere del momento che ne hanno fatto senza dubbio un padre migliore.
Quando avrò finito il libro glielo presterò e sarà curioso sapere da lui quanto si sente simile a questo padre letterario.
Di certo mi dirà che sarebbe piaciuto anche a lui sposarsi in un rifugio. 

venerdì 29 settembre 2017

Aggiornamenti scrittorei

Scrivere è una parte di me.
Negarla sarebbe sciocco come tagliarsi un piede perché in quel momento non si ha la possibilità di correre o camminare.
Oggi con una collega parlavamo dei sogni negati. Continuare a rincorrere i propri sogni e le proprie passioni è spesso sfiancante a volte sembra anche inutile. Però fa vivere meglio. Più vado avanti nella strada della vita e più incontro persone oppresse dai rimpianti. Preferisco sembrare infantile piuttosto che finire sepolta dagli stessi macigni. Preferisco fare meno che non fare. Preferisco essere sconfitta dagli eventi che da me stessa.
Scrivere è una parte di me. Quindi scrivo. Meno. A scuola, durante le ore buche. Adesso, in attesa che i bambini escano dal nido. Sembrando viziata (forse lo sono), pago una persona per stirare e guadagnare per me almeno tre ore settimanali. 
Non ho la pretesa, in questo momento, di scrivere un capolavoro. Scrivo perché è una parte di me. Anche quando la scrittura è una sofferenza, è una sofferenza che mi fa stare bene.

Ovviamente sono di una lentezza disarmante. Forse per Natale vedrò la fine della storia lunga che mi fa compagnia dall'estate scorsa.
L'idea di terminarla un po' mi mette tristezza, sia perché per una santa volta il tono è leggero se non comico, sia perché mi ha fatto compagnia in momenti importati. Non ho idea di quante incongruenze ci siano dentro, con capitoli scritti a mesi di distanza l'uno dall'altro e la revisione sarà terribile. Però l'idea stessa di averla scritta senza rubare tempo agli affetti mi fa stare bene. Non ho idea del futuro editoriale che potrà avere, ma penserò sempre a questa storia con un sorriso, per i ricordi a cui è legata. Tra questi ci sono anche le blog amicizie. È nata da un esercizio di Michele e magari salterà fuori un'altra collaborazione per la revisione (ho decisamente bisogno di aiuto!).
Il titolo al momento è La congrega della Gazza Ladra, ma potrebbe anche essere Il Mantegna fantasma.

Ho anche un romanzo finito a cui tengo molto e che ritengo, al momento, la cosa migliore che io abbia scritto. Una casa editrice assai carina accetta manoscritti per il solo mese di settembre e giura di rispondere in 4 mesi. È stato il mio unico invio.
C'è troppo di me stessa in quel romanzo per provare alla cieca o per darlo in mano a chi non avrebbe poi i mezzi per distribuirlo e promuoverlo. Vedremo. Stando al sito dell'editore la selezione non è ancora cominciata, ma, dato il mio carattere, sento già le campane a lutto. Perché io sono così. Da un lato miro alto, dall'altro sono convinta di non avere i numeri per giocarmela.

Infine c'è qualche uscita in arrivo e dire neanche secondaria. In particolare un e-book sherlockiano a cui tengo molto, perché si tratta non di un racconto ma di un romanzo breve e di un gioco metaletterario che mi ha dato tantissimo da fare, ma anche tanta soddisfazione.

Quali sono, invece, i vostri aggiornamenti scrittorei?

lunedì 25 settembre 2017

I dubbi della mamma socratica – "era meglio una volta"

Fb ha finalmente scoperto che sono diventata mamma.
Dico finalmente, perché prima, basandosi sui miei interessi aveva stimato la mia età intorno ai 98 anni e mi proponeva, come "post sponsorizzati" metodi per tenere il cervello attivo nonostante l'età, rimedi ai malanni della vecchiaia, consigli su come non rompersi il femore, per non parlare delle pubblicità delle case di riposo (giuro).
Ora invece, dopo un momento in cui mi ha preso per una direttrice d'orchestra (!), pubblicizzandomi corsi d'aggiornamento e riviste specializzate, mi propone ogni sorta di articolo di pedagogia. Grata del cambiamento, li leggo avidamente, senza negarmi i commenti degli altri utenti.
Lì, come altro e non solo per quanto riguarda i pupi, vedo un grande ritorno del "era meglio una volta".

Era meglio una volta quando i bambini erano seguiti dalle mamme, che stavano a casa e avevano tempo da dedicare.
Era meglio una volta quando giocavano nei cortili.
Era meglio una volta quando si mangiavano cibi più sani.
Era meglio una volta quando i maestri si facevano rispettare.
Era meglio una volta quando tutte queste "malattie" (di solito si parla di disturbi specifici dell'apprendimento) non c'erano.
Come dicevo non riguarda solo l'educazione dei pupi. Il "era meglio una volta" sembra un mantra tornato di moda (o forse non era mai passato di moda, ma ora sono più sensibile).
Ma siamo sicuri che fosse davvero meglio una volta?

La premessa a questo discorso è che forse la mia ottica è sfalsata dal fatto che io vivo in campagna. Le mie amiche di città in effetti mi raccontano di bambini che non sanno più giocare all'aperto e non sanno come sia fatta una mucca. Io vivo in paese, i bambini giocano a calcio per le strade o nei cortili, rimaniamo bloccati dai greggi in transumanza e compriamo carne e formaggio dal pastore. Quindi mi assumo la responsabilità di parlare da una posizione che non vive (per scelta) alcune problematica.
Comunque...

Era meglio una volta?
Innanzi tutto una volta quando?

Negli anni '70/'80 quando le isole pedonali non esistevano, le auto erano più inquinanti, l'aria era peggio di adesso e le norme in fatto di additivi alimentati erano meno restrittive? Negli anni '70/'80 ci siamo mangiati le peggio cose, sguazzavamo nell'inquinamento assai più di adesso. Ne eravamo meno consapevoli, quello sì. Molte delle famiglie avevano già entrambi i genitori lavoratori e quindi le cure che questi potevano dare ai pargoli erano più o meno le stesse di oggi. Meno, perché gli elettrodomestici erano meno e meno efficienti, quindi la casa dava ancora più da fare alle madri. Da bimba degli anni '80 posso dire che si passava da un estremo all'altro, dalla riproposizione di modelli pedagogici obsoleti all'introduzione di nuovi modelli in modo un po' troppo ideologizzato (sono figlia di una femminista militante che mi ha cresciuto secondo le sue convinzioni, so di quello che parlo). È questo il periodo in cui "era meglio"?

Le famiglie degli anni '50 e '60 hanno creato il '68 e i ragazzi di quella generazione hanno espresso fin troppo bene il disagio per il modo in cui erano stati cresciuti...

O forse parliamo di un passato più sognato che vissuto, idealizzato, l'indefinita "epoca dei nostri nonni"?
Ecco, allora guardiamo con un occhio un poco più storico come sono cresciuti i nostri nonni.
Mi baso sulla mia storia famigliare, ma solo perché, complice una madre borghese fuggita con un operaio, così ho un campione assai diversificato.

I miei nonni paterni erano contadini poveri. I bambini crescevano senza padre, perché i padri andavano a lavorare lontano come manovali. In Svizzera o in Germania se andava bene, se no oltre oceano. Alla faccia dell'indispensabile della figura maschile di riferimento. I paesi erano popolati quasi solo da donne e da bambini (già allora le donne vivevano di più, quindi di nonni erano rarissimi), gli uomini tornavano a casa una/due volte l'anno e ripartivano.
Le donne dovevano farsi carico della casa, degli animali domestici e dei campi. I bambini, una volta svezzati, erano lasciati per lo più a loro stessi e alla cura di quelli più grandi. Più grandi e più responsabili assai relativamente, mia nonna è rimasta famosa per la sua affermazione "io il fratellino lo curo, ma poi quando lo mangiamo voglio la parte migliore". A quattro anni potevi badare alle oche, poi passavi alle capre e alle mucche. Chi viene da un'infanzia simile la ricorda bellissima. Salvo poi ricordare anche gli amichetti morti, di malattia o incidente.
Io la frase "meglio un figlio morto che la mucca morta" l'ho sentita raccontare da mio nonno, che si vantava (giustamente) di aver cresciuto tutti e cinque i figli. A nessuno delle generazioni precedenti era andata altrettanto bene. Inutile dire che l'istruzione era un fatto del tutto secondario, cosa che non permetteva a nessuno di cambiare vita. Non era cattiva volontà, tutt'altro, mio nonno si è stremato per far studiare almeno l'ultimo figlio, ma per quelli prima vigeva la regola (sacrosanta) che appena possibile bisognava contribuire alle necessità della famiglia. Mio padre, che pure legge moltissimo e si è dato un gran da fare per colmare le sue lacune, soffre tutt'ora per questa istruzione mancata che lo ha posto per tutta la vita in una posizione di inferiorità rispetto a chi poteva vantare un titolo di studio.

La famiglia di mia madre era, prima della guerra, altoborghese (poi la ditta è fallita e i sopravvissuti sono tornati tra i comuni mortali).
I padri si occupavano del lavoro, erano figure autoritarie e distanti. Di mamme amorevoli i ricordi di nonni e prozie ne rammentano pochissime. I figli dovevano. Dovevano essere all'altezza dei padri e portare avanti il buon nome della famiglia. I figli maschi andavano in collegio, le figlie femmine avevano un'istruzione minima, perché oltre non serviva (mia nonna materna e mio padre avevano rimpianti simili riguardo allo studio) e dovevano prepararsi alla loro vita da adulte. Se c'era più di un figlio e/o più di una figlia qualcuno doveva per forza diventare prete o suora. Mia nonna ricordava con tristezza la sorella morta di tetano, ma la sua morte era anche legata allo scampato pericolo del convento, mentre di suo fratello a volte commentava che era un peccato fosse l'unico maschio, perché se la sarebbe cavata meglio come prete. La scelta data ai figli sul loro destino era tra il minimo e il nullo. 
Quanto a mio nonno, i suoi ricordi del collegio rivaleggiano con le più angoscianti pagine di una certa letteratura per ragazzi. In uno ha rischiato la morte per polmonite a causa del freddo e della cattiva alimentazione che, a detta dei preti che gestivano il posto, dovevano temprare il suo fisico e il suo carattere. Essendo lui l'unico figlio di un industriale è stato recuperato dalla famiglia... Solo per essere spostato in un altro collegio (però al mare, dove il clima gli avrebbe giovato)!

È chiaro che generalizzare non fa bene, sicuramente ci sono state famiglie amorevoli e felici che hanno cresciuto ottimamente i loro figli. Di certo nella famiglia di mio padre, nonostante le carenze alimentari (la pellagra era assai diffusa) e i pericoli di una vita così brada i figli erano più felici e si sentivano più amati. 
Però, ecco, è questo il "Una volta" di cui stiamo parlando?

sabato 23 settembre 2017

Piovono libri – Ghiaccio Nove


I due libri che il gruppo di lettura ha letto quest'estate sono così diversi ed entrambi meritano (per opposti motivi) alcune considerazioni non frettolose che ho deciso di dedicare a ciascuno un post. Del primo, Rinascimento Privato, ho già parlato qui.

Il secondo libro era Ghiaccio Nove di Kurt Vonnegut.
Si è commentato, ieri sera, che è questo un libro un po' dimenticato, sarà la copertina che fa pensare più a un romanzo rosa, sarà il fatto che non è un romanzo facilmente inquadrabile. Si tratta di una sorta di fantascienza distropica intrisa di humor nero (o di humor nero e cinico vestito da fantascienza distropica). Si racconta di uno scrittore alla ricerca dei tre figli di uno dei padri della bomba atomica, in un mondo realistico e bislacco insieme. Scoprirà che essi conservano l'ultima invenzione del padre, una molecola di ghiaccio (il ghiaccio nove, appunto) in grado di far congelare istantaneamente tutti i liquidi della terra. Con i tre figli dell'uomo finirà in un'isola tropicale, molto più infernale che paradisiaca, dove la stupidità umana, più che la malizia darà inizio all'apocalisse.

Un poco fuorviante è il titolo italiano, che punta l'attenzione sulla scoperta dello scienziato. Quello originare suonerebbe come "il canestro del gatto" e fa riferimento a un gioco più volte nominato del libro, che diventa metafora della mancanza di senso del mondo. E, del resto, questo romanzo, tutto giocato sul dramma estremo raccontato come se fosse una barzelletta, non fa che ragionare sulla verità e la menzogna.

Il romanzo si apre con la frase "niente è vero, in questo libro" ed è percorso dalle frasi del santone Bokonon, fondatore del Bokononismo, religione segretamente diffusa nell'isola in cui la seconda parte del romanzo è ambientato. Bokonon sostanzialmente dice tutto e il contrario di tutto, per ribadire il concetto che non c'è alcuna verità assoluta a cui l'uomo può giungere:
Alla tigre tocca cacciare
All'uccello tocca volare
All'uomo tocca chiedersi: "Perché? Perché? Perché?".
Alla tigre tocca dormire
All'uccello tocca posarsi
E all'uomo raccontarsi
Che è ancora in grado di capire.

La cosa strana è che quasi tutti i presenti alla riunione (me compresa) hanno trovato un sacco di verità nelle parole di Bokonon e nel bokononismo. In particolare io ho trovato un sacco di verità in questo libro.
Questa descrizione dell'umanità cinica e comica, intrisa di un umorismo disperato, quello di chi non può far altro che ridere vedendo la tragedia che si prospetta all'orizzonte ineluttabile, ha vette li lirismo e squarci di lucidità inaspettate.
Io non sono una fan delle citazioni, di solito non sottolineo i libri che leggo per ricordarne le esatte parole, ma con Ghiaccio Nove ho avuto più volte l'istinto di farlo. Viene da qui la riflessione a cui ho dedicato un post qualche giorno fa:
Come muore un uomo quando viene privato della consolazione della letteratura?
In uno o due modi, per pietrificazione del cuore o per atrofia del sistema nervoso.

Ma è sempre il Ghiaccio Nove che ho trovato una delle più belle definizioni del mio rapporto col Nik:
Una duplass è un valido strumento per acquisire e sviluppare, nell'intimità di un'interminabile storia d'amore, dati di conoscenza che sono strani ma veri.
Ora, pensando all'amore che condivido con il Nik per le informazione bizzarre ma vere, mi è sembrato strano vedere descritto in termini così chiari e insieme così teneri, quella che è effettivamente una nostra caratteristica.

Potrei continuare, Ghiaccio Nove è uno strano libro che racconta il peggio dell'umanità attraverso il comico e il falso, per gettare ogni tanto lampi di spiazzante verità.

Non è solo questo, però, il fascino del romanzo, gli spunti di riflessione sono molti, la guerra, la stupidità, la solitudine, le cose che si fanno per l'illusione di un amore (alla fine tutti e tre i figli barattano la molecola per una storia d'amore illusoria). Mi ha colpito particolarmente il discorso sulla religione. 
Bokonon si inventa santone per distrarre una popolazione prostrata dalla povertà. Si inventa la leggenda, in realtà costruita a tavolino, del santo che vive nella giungla, ricercato dal dittatore che vuole la sua testa. Eppure la sua finzione diventata una vera religione, non priva di fascino persino per i lettori, come se, anche in questo caso, una verità trascendesse le menzogne. O se le menzogne credute verità acquisissero una forza non in virtù di un loro senso assoluto, ma per la percezione delle persone che le considerano vere.

Ancora una volta il gruppo di lettura mi ha fatto scoprire un autore e un libro a cui non mi sarei avvicinata, facendomi scoprire un libro solo apparentemente facile, per nulla immediato, che raggiunge lampi di verità attraverso la menzogna dichiarata.
Sicuramente da riscoprire.

A questo punto, però, mi è venuta anche la curiosità di chiedervi in quale libro avete trovato inaspettatamente una frase che sembrava parlare di voi.

giovedì 21 settembre 2017

Il mio nuovo blog didattico

Bene ho fatto ad anticipare la scrittura e la pubblicazione del post su Rinascimento Privato, perché poi il nido ha colpito, portando alla pupattola un simpatico virus del raffreddore potenziato. La mia bella organizzazione nido-scuola-casa è crollata come un castello di carta, sostituita da un incastro nonni/riunioni/rientri anticipati, una sorta di tetris casalingo dagli spigoli sensibili.
Adesso, però, la piccola dorme tranquilla (spero di non aver parlato troppo presto) e io raccolgo le ultime forze per qualche riga.

Ogni tanto torna la domanda, nella blog sfera, su a cosa serva davvero un blog. Non a vendere, non a farsi conoscere a un vasto pubblico, non a scrivere narrativa. Insomma, sembriamo dirci, è divertente, però...
Però si costruisce una professionalità. Si impara a conoscere uno strumento che magari può essere utile.
Avevo già sperimentato il blog didattico con la mia precedente classe, lo usavo sopratutto per pubblicare i lavori dei ragazzi.
Quest'anno mi trovo a iniziare un nuovo ciclo e ho pensato di fare qualcosa di un po' più strutturato che possa ospitare sia i lavori dei ragazzi sia materiale per le lezioni. Due settimane di scuola sono poche per capire se il mio esperimento sta funzionando da un punto di vista didattico. Di certo aiuta me. Il blog è uno strumento che uso da anni, ci metto davvero pochissimo a caricare i post, in parte preparati quest'estate. In classe posso proiettare tutto alla LIM e, magari alla prima ora, dopo una notte in bianco o quasi, avere già il riferimento alle pagine del libro e all'attività mi aiuta a non perdermi. 
L'aspetto al momento è ancora un po' troppo serioso, ma spero che presto i miei "primini" possano colorarlo con i loro lavori.
Se vi va, venite a dare un'occhiata:


La cosa su cui riflettevo caricando i materiali per le lezioni di oggi è che non ho mai pensato al blog come a qualcosa di utilitaristico. Ho aperto il primo quando pensavo che nessuno mai mi avrebbe pubblicato, senza pensare, quindi a un ritorno diretto per la mia, all'epoca solo sognata, attività di autrice. In realtà grazie il blog si è rivelato una miniera di occasioni, conoscenza, amicizie. Sono una classicista involuta in archeologa preistorica, la tecnologia della mia epoca è la pietra levigata. Il blog mi ha obbligata a usare ogni giorno il computer per qualcosa che non fosse un semplice programma di scrittura. Intendiamoci, basta un minimo intoppo perché io mi senta persa e sono convinta che dei minuscoli gnomi facciano funzionare gli ingranaggi del mio mc, ma, insomma, senza il blog sarei messa peggio.
Quindi la mia perla di banalità di questa sera è che a volte chiederci il a cosa serve qualcosa è molto meno importante che farla. Se non oggi, domani a qualcosa servirà.

martedì 19 settembre 2017

Piovono Libri – Rinascimento Privato

Questa è la storia di una sconfitta. La mia sconfitta di fronte a un libro che ho fortemente voluto leggere, votandolo con entusiasmo come lettura estiva al gruppo di lettura.
Solo quest'anno, in cui ho letto sensibilmente meno del solito per ovvi motivi, mi sono scofanata tre saggi e un romanzo non proprio formato XXS sul rinascimento (Il tormento e l'estasi). E allora perché, perché questo romanzo mi ha sconfitto?
Amo il rinascimento, amo i romanzi storici, specialmente se in prima persona e scritti da donne. Memorie di Adriano è tra i miei libri della vita.


Rinascimento privato, infatti, altro non è che la biografia romanzata di Isabella d'Este, signora di Mantova, scritto in prima persona, inframezzato dalle lettere da lei ricevuto da parte di un ammiratore (nonché prete) inglese.
Credo che il problema sia stato il cozzare dell'immagine di Isabella d'Este già presente nella mia testa e quella presentata in un romanzo che ne dovrebbe ripercorrere la vita.
Ricordo una piacevole vacanzina natalizia a Mantova e la visita alle stanze di Isabella
Una delle stanze private di Isabella
Ricordo in particolare, all'interno della sua collezione di antichità, una stata di Apollo, nudo e in tutta la sua bellezza greca. Avevo commentato con il Nik sul carattere di una donna rinascimentale che ammirasse spudoratamente una simile statua, ottima risposta ai ripetuti tradimenti del marito.
Isabella d'Este, vera signora di Mantova, estimatrice d'arte, fine politica, figlia del suo tempo mi si mostrava in quelle stanze in tutta la sua forza.
Studio di Leonardo da Vinci per un ritratto
di Isabella d'Este
Ecco, questa donna io nel romanzo non l'ho ritrovata. 
Forse non ho ritrovato l'Isabella della mia immaginazione.
In fin dei conti non posso dire che con assoluta certezza che Maria Bellonci si sia sbagliata, l'utilizzo delle fonti è impeccabile. Ma alla mia sensibilità di donna e di storica l'Isabella del romanzo non suona autentica. Mi sembra un normalizzazione ad uso delle donne borghesi a cui il romanzo si rivolge. 

Già il titolo avrebbe dovuto essere un campanello d'allarme. Rinascimento Privato. Se c'è stato un momento in cui di privato non c'è stato nulla, questo è stato il Rinascimento. E Isabella ha vissuto alla luce del sole tutto, il matrimonio combinato e palesemente infelice, la sua troppo spiccata abilità politica che la faceva apprezzare più dagli avversari che dai dai famigliari, l'amore spregiudicato per l'arte e la bellezza. Era a capo della migliore rete di spionaggio d'Europa e usava con abilità e precisione chirurgica la mole di informazioni che riceveva. Il suo rinascimento si può definire "privato" solo perché sapeva tutto del privato degli altri.
Tutto questo nel romanzo si riduce alla storia di una donna dalle troppe virtù. Consapevole, sì, di essere la più adatta a governare in un mondo in cui il governo è appannaggio dell'uomo, ma anche capace di tornare nei ranghi, sia pure con rammarico.
Ho trovato paradossale il fatto che fosse descritta come una moglie devota di un uomo che non aveva scelto, che è palesemente un cretino e che di fatto Isabella tiene il più possibile lontano da Mantova e dal governo. Nel romanzo però lei lo ama ed è solo controvoglia ed accidentalmente che lo lascia anni come ostaggio non riscattato. Mi è sembrato che l'autrice fosse impegnata a costruire il ritratto di una donna ideale e sarebbe stato brutto attribuirle nei confronti del marito un sentimento che non fosse amore. Quasi a dire che anche se non si ha scelto il marito, questo è un completo idiota e continua a tradire, una brava moglie deve comunque essere devota, leale e se possibile innamorata. Personalmente ho dei seri e storicamente sensati dubbi che Isabella desiderasse così tanto il ritorno del marito, quando questi era prigioniero...

L'amore per l'arte e l'uso spregiudicato che Isabella ne fa, usando l'arte come arma politica e gli artisti come informatori, passa assolutamente in secondo piano. Gli artisti che passano da Mantova vengono nominati di sfuggita, più come tocchi di colore ed elementi della scenografia, che non come tasselli fondamentali di quel mondo complesso che era il rinascimento. Addirittura Mantegna, che vive a corte fino al 1506, non ha una singola battuta. Mi è persino venuto il dubbio che l'autrice non avesse ben chiaro il ruolo politico che aveva allora l'arte, relegando questo aspetto centrare a una questione di buon gusto personale di Isabella.

Quello che davvero mi ha irritato, però, è una vicenda che attraversa tutto il romanzo. 
All'inizio della narrazione Isabella incontra un giovane prete inglese, tale Pole che è palesemente innamorato di lei. Per tutta la vita Pole continua a scrivere a Isabella lettere che la donna conserva, ma a cui non risponde mai.
Ora, qui sorgono diversi problemi che trasformano quelle che rimangono le pagine (a mio gusto) più ispirate del romanzo in un polpettone storicamente imbarazzante.
Innanzi tutto all'epoca un Pole, prete inglese, c'era davvero. Era  Reginald Pole, il capo degli spirituali, una corrente spirituale vicina alle chiese riformate di cui ha fatto parte anche Michelangelo. Reginald Pole è stata a un passo dal diventare papa, per poi morire in odore di eresia. È una figura importante e controversa, di cui tutto le opere sono finite distrutte, di certo era un teologo di prim'ordine. Ora se in un romanzo ambientato in quegli anni mi metti un Pole, prete inglese, io mi aspetto, quanto meno, che sia ispirato a questa figura e che quindi vengano tirate in ballo tutta una serie di tematiche inerenti alla fede e alla corruzione della chiesa. È una questione di aspettativa che tu, autore che ti presenti come colto, generi nel lettore che conosce un minimo ciò di cui stiamo parlando. Aspettativa del tutto disattesa. Il Pole del romanzo è un romantico inguaribile che si bea di un amore idealizzato e viene utilizzato dall'autrice più che altro per presentare fatti e personaggi che, tenendo l'esclusivo punto di vista di Isabella, sarebbero stati esclusi dalla narrazione. Al di là delle aspettative, ho trovato di pessimo gusto dare a questo slavato innamorato il nome di un combattente della fede, che è arrivato a un passo dal rogo per le sue idee (e lo ha evitato solo perché è morto prima).
La seconda cosa che non ho mandato giù di questa vicenda è che Isabella è terrorizzata dal fatto che queste lettere possano essere trovate. Lei non ha mai risposto, Pole l'ha visto una volta, e non c'è nulla di compromettente nelle parole dell'inglese. Nel contesto storico in cui vive Isabella la sua paura è ridicola (di sicuro Isabella conservava documenti assai più pericolosi, ricordiamo che aveva la migliore rete di spie d'Europa). Questa è un'epoca in cui l'amore platonico e idealizzato come quello di Pole per Isabella poteva benissimo essere dichiarato alla luce del sole. Senza scandalo alcuno Lorenzo de Medici, sotto gli occhi della moglie dedica un torneo a un'altra donna (sposata) e Bembo fa realizzare da Leonardo il ritratto della donna a cui è legato da amore platonico. Costei è sposatissima, ma il quadro non le genera nessun imbarazzo. L'amore platonico, dichiarato ma non consumato, era una sorta di gioco socialmente accettato nelle corti dell'epoca. Mi chiedo che livello di coinvolgimento emotivo comportasse e cosa ne pensassero davvero i legittimi consorti, ma che fosse accettato è un fatto. E anche gli amori tutt'altro che platonici erano sostanzialmente accettati. La cognata di Isabella d'Este era Lucrezia Borgia, sì, quella Lucrezia e l'amante di Lucrezia era il marito di Isabella. Il fatto che Lucrezia avesse come amante il signore di Mantova era di dominio pubblico e non le ha causato particolare danno (a parte la comprensibile antipatia di Isabella). Ora, in questo contesto, vergognarsi per delle castissime lettere mi sembra eccessivo, fino a diventare comico.

Tutto il romanzo mi è sembrato una versione addomesticata del Rinascimento e della stessa Isabella, ricoperta dall'autrice di troppe virtù per essere quella donna spregiudicata che altre fonti ci raccontano.
Mi è mancata la complessità dell'epoca, risolta come un riassunto di fatti e privata della profondità intellettuale e speculativa che l'ha caratterizzata.

Nella mia testa si è creato un inevitabile derby con Il tormento e l'estasi, vinto da quest'ultimo. Il romanzo di Irving Stone non è privo di errori storici e di ingenuità, alcune mi hanno fatto anche tenerezza, ma vi ho trovato lo sforzo di descrivere nella sua interezza un mondo complesso e di non normalizzare un personaggi spigoloso. Riniscimento Privato per certi versi è più accurato, ma omette, semplifica, smussa gli angoli. Mi è sembrato scritto apposta perché le prof di liceo benpensanti potessero darlo da leggere agli alunni, sicure che la protagonista non le avrebbe messe in imbarazzo o discusso i loro valori e questo sospetto me l'ha reso terribilmente antipatico.

PS: di solito posto il commento al libro dopo la riunione, ma, dato che il tempo va colto quando c'è e che comunque i libri a questo giro sono due, per una volta infrango la mia regola, anche se mi riservo di scrivere ancora qualcosa in merito se uscissero commenti illuminanti, magari in grado di farmi cambiare idea.

sabato 16 settembre 2017

Di Liebster Award e di difficili equilibristi

Questa è stata la mia prima settimana di lavoro a pieno regime. Il fatto che schiere di madri prima di me siano riuscite a portare avanti lavoro, famiglia e qualche attività extra è un chiaro indizio che si può fare. La pupattola mi aiuta andando all'asilo volentieri, dove viene stremata al punto giusto perché prima delle 21.00 sia cotta (salvo a volte credere di essere sul punto di morire di fame in piena notte). Anche così, però è un difficile gioco di equilibrismi del tipo: "se il giovedì pranzo nell'ora buca alle 11.30 e sono disposta a cambiarmi in auto riesco a guadagnare quaranta minuti per andare a correre" o "riesco a passare da casa e restarci esattamente mezzora. Posso stendere il bucato, fare le verdure al vapore e frullarle per il passato, nel mentre faccio partire la seconda lavatrice, sistemo le cose del gatto, bagno le piante e se sono molto brava riesco anche ad andare in bagno". Imparerò, suppongo, o impazzirò nel tentativo. Il tutto ha anche dei lati positivi. La pupattola (per ora) non piange quando la lascio al nido, ma la maggior parte dei suoi compagni sì e io esco da lì pensando "avevo sempre pensato che l'età delle medie fosse la più difficile da gestire, ma è sempre meglio che avere dieci pupattoli urlanti da gestire". Per quanto le incombenze scolastiche a volte siano pensati non possono essere peggio di una giornata passata a cambiare pannolini di un'intera classe di nido. Anche il prezioso tempo per il blog o la scrittura me lo godo di più, proprio perché diventa un premio conquistato con fatica. Certo, a volte la frustrazione vince. Questo post è stato iniziato tre volte e tre volte è stato bruscamente interrotto. Quattro se contiamo il fatto che ho appena salvato il gatto che era rimasto imprigionato in un armadio...
È ovvio che il blog ne risenta. Non sono gli argomenti a mancarmi, ho un sacco di post già scritti in testa, il problema è che fino a che rimangono lì è difficile che vengano letti!

Sono indietro quindi anche con questo.
Il super e doveroso ringraziamento a Tiziana per il Liebster Award

Io sono sempre pessima quando si tratta di rispettare i regolamenti. Rispondo però davvero volentieri alle domande di Tiziana:

1. Con quale personaggio letterario intraprendereste una storia d’amore?
Difficile questa, più di quanto sembri. Mi intrigano sempre personaggi che so che non sopporterei come compagni di una vita e purtroppo non sono tipo da focose avventure di una notte. Quindi se devo scegliere un personaggio che mi ispira simpatia e che forse potrebbe essere papabile per essere preso in considerazione da un punto di vista sentimentale, opto per Il colonnello Brandon di Ragione e Sentimento. Ha trentacinque anni, quindi nel libro passa per vegliardo, ma è più giovane di me, ha un passato avventuroso, buone letture e buon gusto musicale, quindi non sembra una noia abissale. Sembra poi un tipo affidabile che non impedisce alla ragazza che ama di compiere errori, ma è pronto a raccogliere i cocci.
2. Quale libro regalereste a una persona che non vi sta tanto simpatica?
Credo cercherei comunque un libro che le possa piacere, anche se in tutta sincerità eviterei un libro. Se cerco di mandare messaggi sarcastici per lo più non vengo capita, mentre a volte offendo le persone senza volerlo...
3. Qual è il libro che consigliereste a un bambino?
Ultimamente regalo spesso Gaiman, bravo è sempre bravo e ormai ci sono sue opere per ogni fascia d'età, dai sei ai novant'anni.
4. Reinventa il finale di un libro famoso. Di quale cambieresti le vicende?
Su questo avevo fatto un post. Il mio sogno è sempre cambiare il finale a "Notre Dame de Paris" con Frollo che alla fine non evolve in assassino, ma in eroe, salva Esmeralda, la lascia andare per la sua strada (avendo capito che è una testolina vuota), getta la tonaca alle ortiche e parte per l'Italia.
5. Ti spaventano i libri voluminosi?
Prima dell'arrivo della pupattola no. Adesso un pochino sì.
6. Qual è il tuo genere letterario preferito da leggere?
Il fantasy rimane la mia "confort zone", anche se trovarne di qualità è sempre difficile.
7. Un libro strappato o un libro non tornato dopo in prestito.

Quale situazione ti farebbe più male?

Non tratto i libri come reliquie, quindi molto peggio il non ritorno, sopratutto se si tratta di un libro fuori commercio (purtroppo mi è capitato).

8. Leggi ad alta voce o preferisci la lettura dentro di te?
Ad alta voce solo se obbligata e comunque di malavoglia.
9. Descrivi un luogo che ti è rimasto impresso in un romanzo. Anche non reale.
Tra le ultime letture mi rimarrà a lungo l'immagine di Matera data da Carlo Levi in "Cristo si è fermato ad Eboli", una sorta di favelas scavata nella roccia rigurgitante di povertà e malattie. 
10. Scriveresti un libro erotico?
No. Non è nelle mie corde, se i miei personaggi si spogliano io già vado in ansia per come rendere la scena.
11. L’ultimo libro letto che hai sul comodino.
Ghiaccio nove.

Non nomino nessuno, ma lascio volentieri undici domande a tema "libri e viaggi" per chi abbia voglia di rispondere, nei commenti o altrove.
1 – Puoi andare in vacanza nell'ambientazione di un libro che hai letto, quale scegli?
2 – Con quale personaggio andresti in vacanza? Che genere di vacanza sceglieresti?
3 – Quando viaggi preferisci leggere libri legati al luogo che visiti oppure no?
4 – Hai mai fatto un viaggio appositamente per vedere un luogo descritto in un libro?
5 – Hai mai fatto un viaggio per vedere un luogo legato a un autore che ami particolarmente?
6 – Leggi libri di viaggio?
7 – Leggi ancora guide turistiche o ormai bastano i siti internet?
8 – Potendo andare a cena in un luogo letterario dove andresti?
9 – Abbina un piatto a un romanzo che ami particolarmente.
10 – Ci sono libri che non leggeresti mai in vacanza? Perché?
11 – I libri che hai letto nelle tue ultime vacanze.