sabato 21 gennaio 2017

Dieci incipit per dieci racconti


La spada, il cuore, lo zaffiro contiene dieci dei miei racconti fantastici.

Ecco quali sono e come cominciano.

La locanda dell'ippogrifo
Sulle colline intorno a Glavis c’è sempre un gran via vai di gente in cerca di fortuna. Le vecchie miniere naniche sono state abbandonate, ma questo non fa che renderle più appetibili per i cacciatori di tesori. C’è chi dice che ci siano sacchi di gemme dimenticate e chi racconta di tunnel profondi che comunicano con tombe antichissime e rigurgitanti di ori e di gioielli. Nei boschi ci sono strani monoliti grigi, a coppia o a circoli, e le leggende vogliono che siano porte per dimensioni lontane, regni di fate e folletti, da cui si può tornare folli o ricchi. Sulle cime più alte, poi, un tempo vivevano i giganti e tra le rovine dei lori ciclopici palazzi nessuno sa cosa esattamente si può trovare.
Anche se nessuno l’ha mai visto da decenni, si dice poi che sulle colline intorno a Glavis viva un drago. Dove c’è un drago, si sussurra, c’è una tana e c’è un tesoro.

Anche se ti uccide

La montagna. La neve. La roccia. La vetta. Sono tutti nomi femminili.
Menzogne.
Create per giustificare il mito maschile della conquista.
Non c’è nulla di più sterile e implacabile della neve, della roccia e delle vette.
Arrivare in cima non è una vittoria, è una concessione, la tolleranza verso l’intrusione di una creatura aliena. La si può percorrere, una montagna, non la si può colonizzare o addomesticare. Rimane arida e altera, patria di dèi, allucinazioni, leggende.
Non si può vivere sulle vette, si può sopravvivere, solo per il tempo in cui si è tollerati, fino al prossimo cambiamento d’umore del vento.
Non si può conquistare una montagna.
La si può assecondare, con l’ossequio rispettoso di chi è ospite.
Perché la montagna è bellissima, anche quando ti uccide.

Notte stellata
Ci sono case che sembrano fatte apposta per essere infestate. Costruite su un qualche cimitero abbandonato, circondate da un grande parco. Hanno stanze dai soffitti alti e sono sempre provviste di solaio, cantina e ripostigli. In quegli spazi ampi si sono consumati torbidi delitti e per questo vengono poi vendute sottocosto a famiglie numerose, con bambini che invadono le scale con i loro giochi rumorosi e adolescenti silenziosi che leggono poesie guardando gli alberi fuori dalla finestra.

Ulisse e la tartaruga
In una terra dominata dalle scommesse essere sempre vincenti non è un vantaggio, è una maledizione.
Il pubblico anela la tua sconfitta, la attende con ansia spasmodica e, dato che fortune e destini dipendono da questo, fa di tutto per renderla inevitabile.
La tartaruga, tuttavia, non riusciva a perdere.

Caccia all'orso
Il sole della mattina estiva brilla già caldo sulla piazza gremita, sul palco, il ceppo pronto e il castello retrostante.
Nel cielo terso la brezza tiepida fa sventolare l’unicorno dello stemma reale e non la bandiera del podestà. È la giustizia del re quella che si esercita nella piazza.

L'albatros vola più lontano
Quand’ero bambino, appena possibile, correvo alla scogliera. Senza esserci dati appuntamento ci trovavamo tutti lì, alti sul mare ruggente a immaginarci grandi al confronto delle nubi.
Il nostro gioco preferito era prendere una pietra e cercare di colpire uno degli uccelli marini. I più comuni e facili da prendere erano i gabbiani. A volte, le donne, credendolo di buon auspicio, buttavano loro qualche avanzo di cibo e così c’era sempre qualche gabbiano speranzoso che si avvicinava troppo. Le sule, le alche e le rondini di mare erano più rapide e timorose e dunque erano un nemico di pregio. Chi le colpiva si sentiva già degno di impugnare la lancia e raccontava la propria impresa come fosse appena sceso dalla nave Argo, ricco di vittorie in terra lontana.

La recluta muta
Ketti sbuffò mentre le sue nuove reclute si avvicinavano.
Anche questa volta erano venticinque uomini tra i sedici e trent’anni, tutti variamente goffi e ottusi.
Mentre si disponevano in fila, Ketti estrasse la spada.
“Sì, ho le tette” esordì, intercettando gli sguardi perplessi della sua truppa. “E, sì, vuol dire che sono una donna. Di questo dovete dimenticarvi. Guardatemi.”

Come tela di ragno
Il leylord era tornato nel Sal.
  Quando più di due anni prima era uscito da quello stesso castello dai muri ricoperti di lastre di marmo era solo un ragazzo che per la prima volta seguiva il padre in viaggio. Quel giorno vi aveva fatto ritorno da legittimo sovrano, passando per le vie della capitale sotto una pioggia di petali di fiori. In mezzo vi erano state morte e guerra, ma aveva vinto ed era tornato a casa.
  Per la prima volta da quando era riuscito a radunare una parvenza di esercito, aveva potuto camminare sentendo l’erba sotto i piedi, senza guardie solerti a fiatargli sul collo. C’erano, certo, ma controllavano il perimetro del parco, dandogli almeno la sensazione di essere un animale in semi libertà. Aveva lasciato che la rapida sera d’autunno lo avvolgesse come un mantello di velluto pregiato, in grado di nasconderlo alle brutture del mondo e, per la prima volta da due anni, aveva avuto la sensazione, fittizia e preziosa, di essere solo. Aveva stretto tra le mani quel privilegio di solitudine, aveva trovato la pietra grigia sotto l’acero, la sua preferita quand’era bambino, e l’aveva usata per fare una cosa che ai leylord è proibita. 
  Piangeva.

Quello che gli uomini sognano

Tutti gli uomini, almeno una volta, sognano di essere personaggi influenti, potenti sovrani di grandi nazioni.

Nessun sovrano si sarebbe fermato in un rifugio tanto misero come quella locanda al limitare del bosco. Era un basso edificio umido, con muri di legno macchiati di muffa e un tetto di paglia con urgente bisogno di manutenzione; da un camino che aveva tutta l’aria di tirare poco usciva fumo che puzzava di torba.
Era quasi notte, stava per piovere, e il suo cavallo era stanco. Lo straniero soppesò la strada che si inoltrava di nuovo sotto gli alberi e la stalla malmessa della locanda. Scese di sella. Forse i suoi inseguitori non l’avrebbero cercato in un posto simile.

Nulla che non sia già mio
A molti sovrani piaceva avere un animale domestico. L’Imperatore di Mar-Tial aveva un leopardo che dormiva ai piedi del suo letto. Il signore delle Isole Suanil si diceva portasse sempre un serpente avvolto intorno al braccio, sotto la manica della veste. Era noto che il re del Reymal amasse più il proprio cavallo della moglie o dei figli. Il Leylord del Leynlared, invece, si era portato a corte due cuccioli di allevatore di pecore e cercava di addomesticarli come meglio poteva.


Questi sono i racconti che compongono l'antologia, raccolti tra quelli premiati al Trofeo Rill e altri premi letterari. I primi sei sono totalmente indipendenti da loro, mentre gli ultimi quattro appartengono a uno stesso corpus narrativo, la saga del Leynlared, di cui i lettori più attenti del blog ricorderanno qualcosa.
Se volete saperne di più, cliccando sulla copertina dell'antologia, a lato del post, accedete alla pagina Amazon del libro, dove potrete trovare anche alcune (belle!) recensioni. Il libro è in vendita anche sul sito di Rill (www.rill.it).
Oppure potete venirmi a trovare

Giovedì 26 gennaio alle ore 21 presso la Biblioteca di Briga Novarese.

10 commenti:

  1. Lo sai che è un'ottima idea? Io talvolta utilizzo il mio blog per parlare dei miei ebook, però parto sempre dall'idea scontata (forse troppo scontata) che si può avere un assaggio del libro su amazon, la piattaforma che uso. In effetti invece proporre direttamente gli incipit di tutti i racconti è un ottimo modo per stimolare subito la curiosità di chi potrebbe essere interessato a leggerli.

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    1. Più che altro io mi sento un po' in colpa nei confronto di questa pubblicazione che sto seguendo meno di quanto mi piacerebbe, quindi cerco di rimediare come posso.

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  2. Bella cosa un'antologia tutta tua, e belli anche i tuoi incipit. Mi sono messa a leggerli con l'intento specifico di imparare qualcosa, perché ho sempre l'impressione di avere poche opzioni disponibili quando si tratta di iniziare le mie storie. Adesso li analizzo per bene. :)

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    1. Non so, io alla fine inizio e basta. Però spesso capisco di essere pronta a scrivere un racconto quando ho ben in mente le prime frasi. A volta è proprio da quello che parte tutto. Di sicuro non mi faccio troppi patemi d'animo, tanto penso ci sia sempre tempo dopo per sistemare l'incipit (cosa che poi spesso si rivela falsa).

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  3. Alla fine ho dovuto iniziarla nonostante il periodaccio, troppo curiosa. Quanto ho letto fin'ora mi è piaciuto davvero tanto

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  4. Notte stellata e quello che gli uomini sognano: i miei preferiti. :)

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    1. Sono due incipit dello stesso tipo, si parte da un assunto che poi verrà confutato nel corso del racconto. I racconti sono diversissimi, uno in prima persona ambientato nella Milano di oggi, l'altro in terza in un luogo immaginario, ma la tipologia di incipit è la stessa.

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  5. Ieri ho letto Ulisse e la Tartaruga. Bello e originale, come tutti quelli che lo precedono. E per la prima volta, ripensando al paradosso , mi sono accorta di avere raggiunto i mezzi matematici per confutarlo!!

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    1. Quindi dopo tutto il moto esiste? Immagino di doverne essere rassicurata.

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