giovedì 9 luglio 2020

Dall'altra parte della barricata



Tre anni fa, a inizio estate, mi muovevo verso Cattolica come finalista del Gran Giallo Città di Cattolica, il premio letterario che tutti vorrebbero vincere (non l'ho vinto, ma già andare in finale è una gran cosa).
I motivi? 
Tanto per dirne uno ne ho conosciuto l'esistenza ben prima di iniziare a scrivere gialli perché sull'antologia scolastica di uno dei miei primi anni di insegnamento c'era un racconto che aveva vinto questo concorso. La giuria di qualità, poi, è di quelle che fanno gelare il sangue solo a leggerne i nomi. Almeno un mio racconto, almeno una volta nella vita, è stato letto da Franco Forte, Valerio Massimo Manfredi, Carlo Lucarelli, Andrea Pinketts. È già, nel suo piccolo, una cosa da raccontare ai nipoti.
Quest'anno il Myfest mi ha regalato un'altra esperienza di quelle da mettere nel cassetto speciale della memoria, anche se non so se ai nipoti interesserà mai, dato che ho fatto parte della pre giuria.

venerdì 3 luglio 2020

Letture per l'estate – Le cronache delle Ley




Sono del tutto incapace di promuovere i miei scritti, questo è un fatto.

Non mi capacito del fatto di inciampare così spesso da persone che lo fanno per me, con le parole che vorrei usare io e che, invece, io non so usare.
Questa volta il mio grazie va a Andrea Guido Silvi che ha dedicato ai miei racconti il pezzo che tutti gli autori sognano. Lo trovate qui

giovedì 25 giugno 2020

Letture dimenticate



Riemersa dalla lettura degli oltre 130 racconti del concorso giallo, sono stata colta da improvviso analfabetismo. Non ricordo un periodo della mia vita in cui la lettura mi attirasse meno. Se proprio a sera ho un momento libero boccheggio davanti alla tv, incappando in serie Netflix che alcuni miei alunni saprebbero girare meglio, ma che mi attraggono come fa la luce con la falena. In effetti al momento devo avere più o meno la vivacità intellettuale di una falena non troppo sveglia. Eppure, perfino dal mio stato di falena, ci sono libri di cui parlare.

venerdì 19 giugno 2020

La notte dopo gli esami (on line)



Riemergo, dopo oltre un mese di assenza social.

Tra l'altro blogger nel frattempo si è aggiornato, adesso ha un'interfaccia bellissima, ma non trovo niente!

Rieccomi, comunque, più o meno viva. In questo mese si sono sommate più cose, ma due hanno condizionato la mia vita, l'approssimarsi degli esami di terza media e la mia partecipazione come pre giuria al premio Gran Giallo Città di Cattolica, con i suoi oltre 130 racconti da leggere. Entrambe sono state esperienze interessanti, a loro modo totalizzanti. Di certo, però, l'esperienza degli esami on-line spero di non rifarla mai nella vita.

domenica 10 maggio 2020

Fino alla morte e oltre disponibile in ebook


Disponibile dal 12 maggio a 1,99€
In formato Kindle su Amazon
In tutti gli altri formati sul Delos Store

“Fino alla morte e oltre” è il giuramento tradizionale del Leynlared, quello che presto dovrà pronunciare chi si è unito all’esercito del principe Amrod.

Ven, il giovane pastore, Adman, il figlio della locandiera, Vilaya, la strega coyranà e Doneld il falconiere, sono sopravvissuti insieme al principe alla guerra invernale e hanno ottenuto la prima, inaspettata vittoria. Ma è adesso, quando il peggio sembra essere passato, che il dubbio inizia a farsi strada. Qual è esattamente il prezzo dal pagare per inseguire un sogno? Che ne è stato delle loro famiglie? E di chi ci si può davvero fidare?

Per tutti è venuto il tempo di scoprire cosa significa votarsi a una causa “fino alla morte e oltre”.

Con questo racconto termina la prima parte delle Cronache delle Ley, iniziate con La spada di Emarana e proseguite con i racconti La luna delle foglie cadenti e Il posto della spada, tutti editi da Delos Digital nella collana Fantasy Tales. Gli stessi personaggi tornano nei racconti presenti nell’antologia La spada, il cuore e lo zaffiro, edita Wild Beard con la supervisione di Rill.

Siamo arrivati al quarto, ultimo appuntamento con Delos Digital con Le cronache delle Ley.
Ci arriviamo con il racconto in assoluto più mio, il racconto più sofferto.
Lo vedete già dalla copertina, che è scura e con la spada impugnata. Le decisioni sono state prese e ora bisogna accettare il prezzo da pagare. Per i principi come per i pastori nulla è facile nelle Ley e ogni azione ha la sua conseguenza.
Credo sia doveroso avvisare che queste storie non potevano portare a un lieto fine tradizionale. Fin dall'inizio questi cinque racconti hanno avuto dei temi interni ricorrenti. 

Gli amori impossibili.
Cosa sei disposto a dare per cambiare il mondo?

Questo è principalmente un racconto sulle conseguenze e sul prezzo da pagare. Sul constatare che a volte l'unica cosa che si possa fare è del proprio meglio, anche se non è abbastanza.
Ci ho messo anni a scriverlo, nel senso che il cosa succede nel Leynlared è perfettamente chiaro nella mia testa da tantissimo tempo, ma raccontarlo, quello è un altro paio di maniche. 
L'ho scritto poi di getto, dopo aver ricevuto una brutta notizia. Quando l'ho finito ho scritto a una mia cara amica che mi legge sempre in anteprima: "adesso però avrei voglia di ubriacarmi". Quando anche lei lo ha letto ha risposto "in effetti alla fine ci si vuole ubriacare".
Questo per prepararvi. C'è un punto preciso, nel racconto, in cui è chiaro che no, non finirà tutto bene, ma si può solo andare avanti, con gli occhi aperti, verso  il destino.

Spero di non avervi troppo spaventato. Questa è una storia di giovani che riescono a cambiare il loro mondo, ma ne pagano il prezzo.

È la fine della storia, dunque? Non proprio.
È la fine di un ciclo, alcuni personaggi escono con questo racconto dalla narrazione. Altri però entrano, le vicende del Leynlared e di Amrod in particolare non sono certo concluse. Continuano nell'antologia La spada, il cuore e lo zaffiro. Ne trovate la copertina qui a fianco. Ormai lo riconoscete, Amrod, riconoscete la sua spada. Il primo racconto dedicato al Leynlared presente nell'antologia si connette direttamente a questo.
Infine, quello delle Ley per me è un progetto in continua evoluzione. Subito prima che il Coronavirus calasse su di noi stavo per iniziare a scrivere un racconto di questo ciclo, ambientato quasi 40 anni dopo questo.
Il mio enorme ringraziamento va ad Alberto Panicucci e ad Andrea Franco, che hanno permesso a questi racconti di uscire dal cassetto. Spero davvero che altre parti di questa saga vedano la luce. Nel frattempo il mio ringraziamento è enorme.
E grazie a voi che leggete, rendendo davvero vivi i miei personaggi.

Vi lascio con un disegno di Viola, relativo a quest'ultimo racconto.



mercoledì 6 maggio 2020

Racconti nel tempo del Coronavirus/10


E finalmente si tornò ad uscir di casa.
In attesa di poter tornare dagli amici a due gambe ci si consola con quelli a quattro zampe. Questa foto è stata scattata questa mattina, a circa un quarto d'ora di cammino da casa. Sono venuti i vitellini, le galline e i cavalli a salutarci. Un vitellino si è dilungato a chiacchierare con mia figlia in mucchese stretto, mentre la cavalla bianca ha accettato molto signorilmente la nostra mela. Ieri siamo andati a trovare i "congiunti onorari" ovvero i quattro asinelli dello zio. Al rientro la piccola ha fatto il lavoretto dell'asilo: mettere in un barattolo qualcosa che rappresentasse l'emozione del momento e il barattolo è stato tutto riempito di un bel giallo gioia.

Certo, non è proprio tutto gioioso in questa "fase 2". Qui, nel Piemonte non ancora al riparo dai contagi, tutti mi sembrano muoversi con grande cautela, tra restrizioni e problemi pratici. Con il rientro al lavoro la gestione dei figli è ancora più difficoltosa, in pratica le uniche opzioni sono: trascurare la sicurezza e mandare i bambini dai nonni, lasciarli a casa da soli se sono più grandicelli, rimanere a casa rinunciando allo stipendio. Chi come me cerca di barcamenarsi tra telelavoro e prole inizia a pensare alla casalinghitudine come un sogno. Va bene tutto e ci si adatta. Ma immagino che molte giovani coppie in questo momento stiano decidendo di non avere figli o di non farne un secondo, semplicemente perché se l'unica opzione possibile in caso di emergenza è rinunciare a uno stipendio la cosa diventa impraticabile.
Lo so che torno spesso su questo tema, ma sono piuttosto arrabbiata.
Ieri parecchie nonne sono passate con nipotini davanti al cancello di casa e (a distanza) mi hanno detto che sono disposte ad ammalarsi pur di permettere ai figli di lavorare. Non mi sembra davvero che possa essere questa una via praticabile. So perfettamente che ora le scuole non possono aprire in sicurezza, ma ci devono essere delle alternative praticabili (congedi simil maternità, par time alternati, servizi di baby sitteraggio a prezzo calmierato magari per occupare gli studenti universitari, insomma, qualcosa).

Io mi barcameno come posso, inizio a desiderare in modo morboso la fine della didattica a distanza, che pure, una volta capiti i fondamentali, funziona e dà anche soddisfazioni insperate. Sono solo stanca, di una stanchezza che ormai si accumula su altra stanchezza che sta su altra stanchezza. Ora sto facendo pausa dopo un pomeriggio di riunione. Nel mentre ho placato un pianto disperato, steso la pasta per la pizza per la cena e ritirato le lenzuola. E tutto questo è stato possibile solo perché il mio super marito ha preso appositamente ferie. Se no, come è successo ieri, avrei fatto lezione con la bimba in braccio, parlando per altro di un argomento notoriamente adatto alla prima infanzia: gli effetti della bomba atomica (ovviamente non ho potuto far partire il filmato che avevo preparato e che conteneva parecchie immagini crude). Non riesco neanche a immaginare quanto siano stanchi i genitori in situazioni più complicate della mia, con spazi ristretti o bambini che necessitano di attenzioni speciali.

Inutile dire che scrivere non è neanche un'opzione considerabile.
Per fortuna ho scritto in passato. Ho inviato un racconto a un concorso e magari proverò a far partecipare un romanzo a una selezione. Intanto proseguono anche le pubblicazioni con Delos Digital.
Settimana prossima esce l'ultimo racconto della mia mini saga fantasy Fino alla morte e oltre
Ecco qua la copertina.
Ne sono molto contenta. Sono contenta di aver trovato questa fotografia, che credo esprima appieno il cuore del racconto. In ogni copertina precedente c'era una spada. Infilzata nel terreno, gettata tra le foglie, in mezzo alla tormenta. Ora la spada è impugnata, le decisioni sono prese. Tuttavia la fotografia è molto cupa.
Ecco, questo credo sia necessario dirlo. Non aspettatevi un lieto fine. Questa è una storia di amori impossibili e di scelte che hanno prezzi di pagare. Lo è fino alla fine. 
A volte, l'unica cosa che si può fare è del proprio meglio. Anche se non è sufficiente.

Settimana prossima, per il lancio ufficiale, vi potrò dire qualcosa di più!

martedì 28 aprile 2020

Racconti nel tempo del Coronavirus/9


Eccoci qua, ancora dentro alla bolla che, lo ammetto, inizia a andarmi un po' stretta.

Sia chiaro, continuo a essere una privilegiata e il prato che si intravede nella foto ne è un esempio lampante. Il prato ora è un bene di lusso.

La stanchezza dopo un po' si accumula, però. Mi sono sorpresa a invidiare al marito una cosa piuttosto assurda da invidiare. Quando è in telelavoro e in videoconferenza o al telefono con i colleghi ogni tanto sbotta, o si lamenta. Ecco, facendo la prof/mamma/maestra d'asilo non si può mai sbottare. Alla figlia e agli alunni bisogna comunicare serenità, ottimismo e entusiasmo, praticamente h24. I bambini sono ovviamente sensibilissimi e in questa situazione captano con radar di rara efficienza qualsiasi turbolenza in arrivo. Quindi bisogna sorridere quando ti comunicano al telefono brutte novità, quando i tuoi sono preoccupati e lo diventi anche tu di riflesso, quando le notizie non sono quelle che vorresti sentire. Non puoi avere mal di testa, essere stanco o peggio senza scatenare il panico nella prole. Gli alunni non sono poi così diversi. Sono stanchi, preoccupati, a volte esauriti loro pure e la prof deve essere una figura granitica che dia loro certezze. Persino i compiti sono delle certezze che, se vengono a mancare, disorientato ("prof, ma come? Non ci carica niente il 1 maggio?" giuro). 

Inaspettatamente, quindi, perché nei fatti cambia poco o niente per me, attendo la fase due. Per uscire con la figlia nei boschi. Andare a trovare gli asinelli dello zio. Andare a vedere, da lontano, all'aperto, con la mascherina, i miei, che non vedo credo dal 15 febbraio. 

La fase due, intanto sta mandando in panico le famiglie. Ora forse noi ce la caveremo sempre con i nostri orari assurdi, perché, forse, l'azienda di mio marito, dopo aver già messo in quarantena un intero turno, pare mantenere un regime di cautela. Ma come se la caverà chi non avrà la stessa fortuna?
Il baby sitter a due metri di distanza con la mascherina? Davvero? 
Ora, mi rendo conto che non ci sono soluzioni semplici, ma qui vedo un rapido ritorno agli anni '50 (per non dire '20), con le donne che per causa di forza maggiore, una volta confrontati gli stipendi, decidono di rinunciare al loro in quanto inferiore. E ciao ciao anni di conquiste sociali. 
Le soluzioni sono difficili, l'unica che mi viene in mente è il part time a orari alternati per entrambi i genitori (se si ha la fortuna di averne due, di lavori e di genitori). Non so se sia fattibile, ma mi piacerebbe che si battesse almeno un po' la strada della sicurezza e delle pari opportunità.
D'altro canto anche la riapertura delle fabbriche qui da noi, con i contagi ancora belli vivi e tante piccole aziende, con pochi spazi e (diciamolo) una propensione a seguire le regole molto italiana mi preoccupa assai.

Vorrei dire che mi consolo leggendo. In realtà leggo molto poco e mi scuso per altro con le blog amiche di cui desidero davvero leggere le opere. Al momento sono ancora lì, in attesa, ma il loro momento arriverà.
Sono comunque riuscita a terminare tre romanzi, assai diversi tra loro, che, in modo altrettanto diverso mi sono (chi più e chi meno) piaciuti e il cui ricordo rimarrà per sempre legato alla pandemia.

Conclave
Ogni tanto torno a Robert Harris, che è sempre una garanzia. Questa volta l'autore di Fatherland immagina il prossimo conclave. Sì, proprio il prossimo, perché il defunto papa di cui non viene fatto il nome è inevitabilmente Bergoglio. Un Bergoglio di fantasia, certo, ma mi chiedo quanto lontano dal vero. Un papa intransigente con i suoi principi (per altro sacrosanti), che ha mosso guerra alla curia, rimanendo isolato, deluso e quasi paranoico. 
La sua morte e il relativo conclave sono raccontati proprio dal punto di vista di un uomo della curia, il decano dei cardinali. Un uomo che, inaspettatamente, viste le premesse, è dotato di una squisita sensibilità e di una fede, per quanto minata dal dubbio, cristallina. Un uomo, insomma, che è bello pensare esista davvero. È lui che, in quel covo di intrighi che è la curia, disfa un nodo dopo l'altro per far sì che il nuovo papa non si l'espressione di una sporca guerra di potere. E il nuovo papa... Beh, il libro finisce con un colpo di scena che di per sé è abbastanza improponibile, ma che non sono riuscita a non apprezzare.
Una lettura agile. Molto più leggera di quanto il titolo lasci presagire, che riesce quasi, sul finale, a prendere in giro le autorità della Chiesa senza mancare davvero di rispetto.

1793
Tra le mie letture forse il romanzo con più potenzialità e quindi quello che mi ha più deluso.
Il romanzo svedese, scritto da un autore che ha un cognome che sembra una maledizione nella lingua di Mordor, forse non si presentava come un buon libro da pandemia, ma mi ha subito preso.
Nella Stoccolma del 1793, l'anno che in Francia è quello del Terrore, viene ritrovato un cadavere con tutti e quattro gli arti amputati. A occuparsene un giovane giudice integerrimo che sta morendo di tubercolosi e un reduce di guerra disilluso che ha perso un braccio in battaglia. L'atmosfera è quindi cupissima, da "qualsiasi cosa accada andrà malissimo" eppure è la cosa che più mi è piaciuta. I due protagonisti funzionano molto bene insieme, secondo la regola degli opposti che si compensano. Il giovane illuminista che si aggrappa alla ragione anche alla fine della vita e l'uomo disilluso, semplice a cui la vita ha però dato una seconda possibilità.
Quello che non funziona è la parte gialla. Ma proprio le basi. Capisco che con uno dei detective malato terminale in un mondo senza tecnologia era un problema, ma il memoriale che spiattella tutti i retroscena oggi non si può leggere. Così come l'assassino psicopatico che si consegna senza colpo ferire (perché se muoveva un dito ammazzava i nostri volenterosi protagonisti senza neanche una goccia di sudore). Insomma, l'atmosfera e i personaggi fanno tanto, ma non tutto.

Il vangelo secondo Biff
Devo questo libro alla mia amica e consigliera letteraria di fiducia Elena. 
Ogni giorno Elena mi manda una recensione di un libro che le è piaciuto e appena ho visto il nome dell'autore di questo ho avuto un'esperienza proustriana.
Perché Moore io l'avevo letto credo alle medie, con un altro romanzo (che ho ora recuperato) e mi era piaciuto alla follia. Ne ricordavo uno stile molto simile a quello di un certo Gaiman.
Pur con queste premesse avevo delle perplessità. Si può scrivere un libro comico su Gesù senza essere (troppo) blasfemi? Perché, pur essendo io tendenzialmente agnostica, la blasfemia mi disturba.
Si può.
Perché se gli angeli sono assolutamente dei decelebrati (pare che sia stato questo a spingere Dio a creare gli uomini), Gesù si può solo amare.
Ma andiamo con ordine. Biff è un bambino di Nazaret. Un bimbo del tutto normale, anche un po' sbruffone, ma il suo migliore amico si chiama Gesù. Gesù è un bimbo strano, che la fissa della giustizia, finirebbe facilmente per essere il più bullizzato di Nazaret, ma Biff ne diventa l'angelo custode. La forza di Biff, come personaggio e come narrazione, è tutta qui. Biff è un bambino e poi un uomo comune, vuole avere soldi e successo con le donne (almeno successo con le donne) ma sente che Gesù è qualcosa di diverso e di prezioso e va protetto. Attraverso i suoi occhi non si possono non provare gli stessi sentimenti per una creatura che è umanissima, ma dotata di un candore e di un senso di giustizia divino. La parte sull'infanzia è godibilissima. Gesù si esercita con miracoli più o meno riusciti (le resurrezioni danno sempre problemi), sia lui che Biff si innamorano senza speranza della bella Maddalena, detta Maddi, e si cacciano nei guai nel tentativo di circoncidere una statua romana. Segue una parte che ho trovato un po' meno riuscita sui viaggi in oriente alla ricerca dei tre re magi e  della loro saggezza. Poi c'è il ritorno, dove il romanzo si riprende alla grande e dove la risata si fa amara. Perché Biff non ha nessuna intenzione di arrendersi alla più volte predetta morte di Gesù. Oltre tutto il Gesù dei vangeli appare in questa parte di narrazione ancora più umano, concreto e amabile (delizioso il momento in cui scaccia i demoni, mandandoli a infestare dei maiali, scordando che i maiali appartengono a dei non ebrei che non apprezzano vedere indemoniati i loro futuri salami). E quindi Biff fa di tutto per salvarlo, inventa ogni sorta di piano per scongiurare la crocefissione e, quando l'ineluttabile accade, non regge. Anche se la cornice offre un lieto fine, quello del "vangelo secondo Biff" è amarissimo e, proprio per questo, perfetto.

venerdì 24 aprile 2020

Il perché del 25 Aprile raccontato dai miei alunni.

Oggi sfrutto i miei alunni.
Avendo due terze medie da far lavorare a distanza li ho sguinzagliati per gli archivi on-line e le loro soffitte per cercare una risposta a una semplice domanda: ha senso festeggiare il 25 aprile? Che cosa è esattamente finito quel giorno del 1945?
Il compito quindi era capire cosa fosse successo nel nostro territorio, da Novara, nostro capoluogo di provincia, ai laghi dal 1943 al 1945.
Ogni gruppetto in autonomia ha scelto un taglio da dare al lavoro. C'è chi ha scelto di lavorare su un luogo in particolare, chi sulle brigate partigiane, perché magari aveva un bisnonno partigiano. Tra tutti i lavori ne ho scelto uno che non è il più bello esteticamente, non è il più personale (alcuni affondano davvero nella storia famigliare) ma è il più completo rispetto al tema che il gruppo si è dato: sono stati uccisi degli ebrei sul nostro territorio?













Se pensiamo che parliamo di un territorio estremamente ridotto, tra il Lago Maggiore e il Lago d'Orta, non urbano, credo che questi numeri facciano davvero impressione.
Ho chiesto poi di evidenziare su una cartina con tutte le uccisioni censite, siano state le vittime ebrei o partigiani catturati (esecuzioni, non azioni di guerra)


Nella nostra zona, quella dei laghi, non c'è praticamente paese in cui i nazifascisti non abbiano ucciso qualcuno.
Il 25 aprile ha messo fine a tutto questo.
Non credo serva aggiungere altro.

domenica 19 aprile 2020

Racconti nel tempo del Coronavirus/8


Le cose che desidero e le cose che so (di non sapere)
In quest'ultima settimana in cui tutti parlano di fase 2 i miei desideri confliggono anche pesantemente con quello che so di ciò che mi sta accadendo intorno.

Odio cordialmente la Didattica a Distanza. Non dico che non funzioni, che non regali dei bei momenti, solo che non è il mio modo di intendere la scuola. Funzionicchia, nel mio caso, perché ho due terze medie composte da ragazzi autonomi e volenterosi, li conosco, quindi anche se non vedo i loro visi come vorrei, se a volte sento solo scariche elettrostatiche al posto della loro voce, sono in grado, in un certo modo, di colmare i vuoti e di interpretare gli spazi vuoti. L'idea di prendere due prima l'anno prossimo con questa modalità mi deprime fortemente. Ma mai quanto l'ipotesi, tutt'altro che remota, di dovermi mettere in aspettativa non retribuita nel caso mia figlia non possa tornare all'asilo, non possa avvalermi dell'aiuto dei nonni, per ovvi motivi sanitari e non trovi un baby sitter adeguatamente formato che non mi costi un medio organo interno ogni mese.
Quindi i miei desideri come prof e come mamma sono abbastanza chiari. Vorrei una normalizzazione almeno parziale, almeno per mia figlia, che in fatto di autonomia (socializzazione non so perché non può socializzare) perde pezzi ogni giorno.

Purtroppo non solo ho una spolverata di cultura scientifica, ma anche un marito infiltrato in Big Pharma. Lavora in un'industria chimico farmaceutica che ha contatti con i ministeri della salute di mezzo mondo.
Ovviamente loro non sono chiusi, perché fanno ad esempio antitumorali e nessuno vuole che cure salvavita si interrompano adesso per mancanza di farmaci, ma hanno anche i mezzi per prendere sul serio l'emergenza. Il marito, per fortuna, lavora spesso da casa, ma sappiamo cosa accade là.
Venerdì un dipendente è risultato positivo al tampone. Tutto il turno è stato messo in quarantena, la produzione bloccata per sanificazione. Verranno chiuse le aree caffé e qualsiasi altro posto dove si debba stare senza mascherina (ad esempio la mensa).
Ora, sono sicura che mettere in quarantena un intero turno, quindi rinunciare per 15 giorni a un bel numero di lavoratori e bloccare tutti per sanificare sia un bel danno economico. Eppure visto che è un'azienda di farmacisti in contatto con i ministeri, lo hanno fatto.

Questo per spiegare perché la fase due mi spaventi, al di là dei miei desideri.
Per quanto ne capisco io, se tutti fossero super diligenti (in Italia utopia), con mascherine adeguate (che non abbiamo nelle giuste quantità) e guanti, stare all'aperto e a distanza si potrebbe anche fare. Ma al chiuso è un disastro. Al chiuso gli ambienti sono piccoli, l'aria ristagna e non si può bere, prendere un caffé o mangiare con una mascherina. 
Quante aziende vorranno comportarsi come quella di mio marito? Quanto ci vorrà perché i luoghi di lavoro si trasformino in luoghi di contagio?
E le scuole?
Alle mie domande costanti le risposte di mio marito sono un continuo "non si sa". Se non lo sa lui temo non lo sappia nessuno.
Non si sa per quanto tempo, una volta superata la malattia si sia immuni. Forse tanto, forse poco. Chissà. Questo è un enorme problema anche per il vaccino. Ne basterà uno? O poi il virus muterà? Non si sa.
E i bambini? Ormai si sa che si ammalano poco. Ma perché? Mistero. Non sappiamo se siano asintomatici e quindi possibili untori (probabile) o abbiano a tutti gli effetti una carica virale bassa.
Non si sa perché siamo in una fase di emergenza, non riusciamo a fare tamponi a tutti in tempi non biblici, figuriamoci indagini a tappeto. Il massimo che ho visto sono stati dei questionari su base volontaria, cioè una fase assolutamente preliminare di studio epidemiologico serio.
Quanto ci vorrà per avere risposte? Mesi. 
Quindi per quanto vorrei una parvenza di normalità almeno per i bambini, l'idea di rimandarli a scuola senza sapere cosa questo possa comportare è da abbandonare. 
Al momento la mia migliore speranza risiede in una sorta di cappellino/caschetto per isolare la testa del bambino e evitare che si possano tocchicciare il viso. Tre mesi fa mi sarebbe sembrata follia, ora è una speranza. Potrebbero quanto meno andare al parchetto e rendersi conto che esistono ancora altri bambini al mondo.

Quindi per quanto io possa desiderare un "riapriamo le scuole ora!". In Italia, con le nostre strutture scolastiche, la nostra attitudine al rispetto delle regole, dei focolai ancora attivi e lo stato attuale delle conoscenze, non mi sembra una buona idea.
E lo dico con rammarico, eh...

Certo, un minimo di considerazione in più per i bambini che vada oltre al "se hanno problemi è colpa dei genitori" non mi farebbe schifo, eh.
Nella mia regione le tinte per capelli sono bene di prima necessità (due ciuffetti dei miei capelli sono tornati rosa), i vestiti per bimbi no. Mia figlia ha sfondato le scarpine. Con la sua velocità di crescita comprare scarpe in anticipo è impensabile. Ho controllato i negozi che fanno spedizioni sul mio territorio. Posso ordinare pasti stellati (fatto per il mio compleanno, lo ammetto), articoli per il giardino, per gli animali, modellistica varia, ma vestiti per i bimbi no. Vestiti firmati per adulti invece sì. Potrei persino ordinare una tutina per il gatto con consegna in due ore. Mi sono affidata a Amazon. Consegna 5 giugno. A una mamma che si è lamentata di questo è stato risposto che tanto i bimbi devono stare in casa, mica hanno bisogno di scarpe. Se hanno un giardino devono stare in casa lo stesso per rispetto di chi non ha un giardino (ma allora questo non dovrebbe valere anche per gli adulti a cui vengono venduti gli attrezzi per il giardinaggio con consegna in giornata)?
Ovviamente lo stesso problema delle scarpe si ripete per tutto il guardaroba, ma suppongo che possano girare nudi, visto che sta vendendo il caldo (sia chiaro, non voglio capi firmati prodotti ora, un qualsiasi fondo di magazzino della giusta dimensione mi andrebbe bene).
E allo stesso modo non sopporto che si cerchi di farmi credere che la colpa dei contagi che continuano in Piemonte sia di bambini come la vicina di casa che percorre con la sua biciclettina i duecento metri previsti in maniera ossessiva (alla faccia di un'altra idiozia che gira e che recita "non è il movimento che manca ai bimbi") e non delle aziende riaperte in deroga, delle segnalazioni dei medici di base perse, dei tamponi non fatti e dei malati mandati nelle strutture per anziani.

Oggi va un po' così, con i desideri che confliggono con quello che so,
Vorrei che tutti avessero un po' di pazienza con il prossimo.
Sono ancora una privilegiata, ho un lavoro sicuro, se il caso potrò perfino smettere di lavorare per un periodo e poi riprendere, una casa con giardino. Non vedo i miei genitori da metà febbraio, ma so che stanno bene.
 È normale e comprensibile che chi sta in un monolocale, ha perso il lavoro e/o ha dei cari malati abbia i nervi pronti a saltare.
Quello che non voglio è che ora si creano due tifoserie opposte, "state a casa, deficienti" contro "riapriamo tutto ora".
Non è tempo di creare tifoserie e giocare all'insulto più forte. 
Ci stanno le lamentele e gli sfoghi. Non per tutti aspettare ancora in questa situazione è facile. 
Il fatto di desiderare fortemente una cosa, però, non la rende automaticamente fattibile.
Oggi più che mai dobbiamo accettare che i nostri desideri, anche quando sono più che legittimi, come riprendere a lavorare, fare due passi, bere un caffè al bar, debbano aspettare.

In tutto questo credo di voler spendere due parole di ringraziamento all'amministrazione comunale del mio minuscolo borgo.
Intanto per la gentilezza delle comunicazioni. Invece di "se andate a fare la scampagnata sulla collina domestica vi mettiamo in galera" e cose del genere è arrivata "visto che non potete andare a fare l'abituale passeggiata sulla collina domestica vi mandiamo noi le foto" (per chi non lo sapesse, il nostro borgo ha una collina molto amata ed è abitudine locale salirci in cima spesso, per qualcuno era anche una passeggiata giornaliera).
Si è attivato un servizio a domicilio gratuito per i negozi di alimentari del borgo gestito da volontari che è comodo ed efficiente e si continuano a pensare strategie per fare comunità.
L'ultima iniziativa a me non sarebbe mai venuta in mente. Un volontario ha risistemato il cimitero, mandando la foto della tomba di famiglia a chi ne facesse richiesta. Io non ci avrei mai pensato, ma credo che per molti non andare a prendersi cura dei propri cari defunti sia una sofferenza e sapere che la tomba è ben tenuta e poterla vedere sia un sollievo.
Ecco, questo è un modo di vivere questo periodo che mi piace, con poche urla e un tentativo di venire incontro alle esigenze dei cittadini.

lunedì 13 aprile 2020

Prima che venga il gelo disponibile in ebook



Disponibile dal 14 aprile a 1,99 €
In formato Kindle su Amazon
In tutti gli altri formati sul Delos Store

Ven Sender è un pastore, non ha mai desiderato scoprire cosa si nasconde dietro l’orizzonte. Vive nei pascoli alti con le sue pecore, come hanno fatto suo padre e suo nonno prima di lui. La guerra civile, però, bussa alla sua porta con una forma inaspettata, quella della giovane Vilaya, strega coyranà, scomoda testimone del tentativo di omicidio del principe Amord del Leynlared. Ven è solo un pastore, non ha mai desiderato essere altro, ma ora farebbe qualsiasi cosa perché Vilaya lo guardasse con occhi diversi, anche nascondere un principe ferito che in troppi vogliono morti.
Adman Kalay è cresciuto nella locanda di sua madre. È soddisfatto della propria vita e non ha alcuna simpatia per il principe pervertito che non si rassegna a farsi uccidere, scatenando la guerra civile nelle già martoriate terre del nord. Ma quando gli viene messa in mano la spada di quel padre di cui non ha mai conosciuto il nome, Adman capisce che non può più continuare a vivere in locanda. Che gli piaccia o no, deve scegliere quale ruolo giocare nella guerra.
Ven e Adman sono due ragazzi qualunque di neppure vent’anni, non certo eroi, grandi guerrieri o maghi, eppure si troveranno in mano le sorti della guerra.
Continuano con i racconti Prima che venga il gelo e Il posto della spada, contenuti in questo ebook, le Cronache delle Ley, i cui primi capitoli sono narrati ne La spada di Emarana e La luna delle foglie cadenti.

Eccoci al terzo appuntamento con le Cronache delle Ley. L'ebook disponibile dal 14 Aprile racchiude due racconti, che presentano ciascuno un nuovo personaggio. Forse sono loro i miei personaggi preferiti, Ven e Adman, due ragazzi qualunque, di paese, che guardano gli eventi "dal basso" e hanno scarsa simpatia per i nobili e i privilegiati. Eppure saranno loro a dover scegliere le sorti del Leylared. 
Ven solo perché la sua capanna di pastore si trova vicino al luogo dello scontro tra Amrod e il leyler. Adman perché si trova a voler essere usato da una delle parti in guerra. Entrambi dovranno scegliere e pagare il prezzo della loro scelta.
Continua anche in questi racconti il filo conduttore di queste storie, gli amori impossibili. Non si salva nessuno, neppure il cane di Ven, il cui amore impossibile per una femmina di segugio di razza ha messo nei guai il padrone! Ven, invece si innamora di una giovane maga coyranà, una nomade, appartenente a un popolo diverso dal suo. È un amore impossibile, probabilmente quello che ha generato Adman e la sua quasi storia d'amore con una delle cameriere al lavoro nella locanda di sua madre viene spazzato via dalla guerra. Che siano principi o pastori i ragazzi delle Ley si trovano a lottare per un mondo diverso in cui i loro amori proibiti possano magari un giorno diventare possibili.
Ricordo che le Cronache delle Ley si compongono di quattro ebook, di cui questo è il terzo. I primi due sono La spada di Emarana e La luna delle foglie cadenti, già disponibili su Amazon e sul Delos Store. E continuano poi nei racconti conclusivi dell'antologia La spada, il cuore e lo zaffiro a cura di Associazione Rill.
Questi racconti devono tantissimo a Alberto Panicucci e Andrea Franco, due padrini d'eccezione.
Devono moltissimo anche a tantissimi amici che negli anni hanno chiesto notizie di Amrod e di tutta la sua corte. Un grazie speciale va a Viola che mi ha regalato alcune splendide illustrazioni:
Da "La luna delle foglie cadenti"

Da "La spada di Emarana"
Non c'è davvero nulla di più bello che scoprire che questi personaggi non abitano più solo la mia testa, ma sono entrati anche nelle vite altrui. Hanno preso forma, colore e consistenza concreta.
Spero davvero che possiate continuare ad accompagnarmi in questo viaggio nel Leynlared!

martedì 7 aprile 2020

Racconti nel tempo del Coronavirus /7


L'EPOPEA DELLA DIDATTICA A DISTANZA

La prima cosa da imparare per entrare nel fantastico mondo della Didattica a Distanza sono due parole, da ripetere ossessivamente come "metti la cera, togli la cera". Sicrona e Asincrona.
Proviamo insieme.
Sincrona e Asincrona.
Sincrona e Asincrona
Sincrona e Asincrona.
...
Arrivati a cento proseguite la lettura.
La didattica sincrona è quella in videoconferenza ed è la mia croce. Lo è per due motivi. La prima sono i salti mortali per gestire due lavori con figlia. Quindi nei giorni in cui mio marito non è in ditta lui si alza all'alba per iniziare a fare il papà alle 16, ora in cui partono le mie lezioni live sulla piattaforma, per altro ottima, Meet di GSuite. La seconda sono le connessioni dei ragazzi.
I miei alunni abitano in paesini e in frazioni di paesini. Chi è stato sul Lago d'Orta sa che c'è un'enorme rupe di granito a strapiombo sopra cui c'è un santuario. Chi è passato in auto sopra o sotto la rupe sa che è uno di quei luoghi d'Italia, pare non l'unico, dove le frequenze radio si annodano su loro stesse. In pratica qualsiasi cosa tu stia ascoltando si trasforma in Radio Maria. Un gruppo cospicuo di miei alunni abita in prossimità della rupe e per tutti loro la connessione è in mano a Eolo, inteso come dio greco dei venti e del caos, non come fornitore di servizi.
Le ragazze sono tutte apparizioni mistiche. Figure confuse dalla lunga chioma e circonfuse di luce. I ragazzi non hanno neppure l'aura angelica, sono sbiaditi fantasmi.
Va un po' meglio a chi abita nel paese principale, in centro, salvo a un'alunna che si affida al wi del comune, ma per farlo deve stare praticamente a cavalcioni della balaustra del balcone.
Le spiegazioni funzionano tramite i ripetitori. Alunni di centro paese che riassumono e ripetono poi per gli altri. Ho anche pensato a registrare le spiegazioni live, ma sarebbe uno straziante sequenza di Mi senti?... Bzzz...? Chi mi sente scriva in chat... Tanto vale registrare spiegazioni di notte, come del resto già faccio.
Per interrogare mi hanno consigliato il piccolo gruppo. Oggi ho interrogato. L'ultimo gruppo sembrava una barzelletta di quelle vecchie sui carabinieri. Uno mi sentiva ma non aveva il microfono. L'altro non mi sentiva ma io sentivo lui. La terza andava a scatti e la quarta non aveva studiato e cercava disperatamente di carpire delle informazioni dagli altri tre. 
Nel gruppo dei cittadini, invece, è saltata la connessione a me. Una delle mie alunne migliori ha parlato per cinque minuti buoni al nulla, mentre io tiravo giù santi nel tentativo di far ripartire tutto.
Infine ci sono le due sorelle che usano una stessa connessione senza telecamera e io non riconosco mai dalla voce con quale delle due sto parlando.
Ci sono anche degli altri effetti collaterali delle interrogazioni Live a cui non avevo pensato. Il Solito Noto non aveva studiato. Sono partita con cazziatone prima di rendermi conto che era sintonizzato dalla cucina. Dalle sue spalle è partito il cazziatone di sua madre e lui è stato preso tipo farcitura del panino. Più tardi ho pensato che deve esistere anche una privacy del cazziatone scolastico e dell'esposizione della propria ignoranza.
La cosa abbastanza straordinaria è che tra un bzzz... e l'altro è che i miei alunni, salvo il Solito Noto e pochi altri avevano studiato. Del resto nulla di ciò che sto facendo avrebbe senso e scopo se loro non fossero così maturi e diligenti e un sacco di problemi che leggo in giro, dagli assenteisti ai disturbatori di chat per ora non li ho visti neppure col binocolo.

Me la cavo decisamente meglio con la didattica Asincrona. 
Lì è una questione di organizzazione e perdita dei freni inibitori.
Perdita della paura di farsi inquadrare e registrare da una telecamera sapendo che poi il video sarà buttato nella rete e tornerà chissà dove e chissà quando. Diciamocelo, non siamo proprio dei fiori di bellezza. Io ho i capelli un po' rosa e un po' con la ricrescita, per dire.
Perdita della paura dell'imperfezione. Se dovessi rifare un video ogni volta che si sente un rumore di fondo, dal cognato trombettista al piano di sotto, alle grida della figliola, non ne uscirei più. Quindi si sentono messaggini che squillano (con una madre disabile no, il cellulare in questi giorni non lo metto in silenzioso mai), mi impapino, ma vado avanti. Se non lo facessi a ore improbabili sarebbe anche divertente. Come parlare per sette minuti di una delle poesie più brevi della nostra letteratura:

Mi rimane, lo ammetto, il sospetto che i famigliari contruibuiscano non poco alla produzione dei lavori dei ragazzi, ma alla fine, perché no? Se tutta una famiglia studia Ungaretti o il futurismo, che male c'è?
A proposito, ecco il futurismo in chiave quarantena:
Infine, se c'è una lancia da spezzare in favore della Didattica a Distanza è la possibilità di di personalizzare davvero la didattica, proponendo percorsi diversi per ciascun alunno e seguendoli passo a passo.
Però ora è mezzanotte e devo ancora cercare dei materiali per le lezioni asincrone di domani (e no, domani mattina non potrò dormire...)

Ricordatevi però che martedì prossimo uscirà in ebook il mio doppio racconto, Prima che venga il gelo.
Per allora avrò quarant'anni, compiuti il giorno di Pasqua.
Pare che il mio regalo si nasconda già in casa: un abito adatto all'occasione, quindi un pigiama.
Però, spulciando l'elenco degli esercizi che fanno consegna a domicilio per i miei genitori è saltato fuori anche quello di un ristorante che un po' un monumento della gastronomia della zona. Quindi un uccellino mi ha detto di non affannarmi con il pranzo di Pasqua. Alla fine questi quarant'anni in quarantena magari non saranno neppure così deprimenti.

martedì 31 marzo 2020

Racconti nel tempo del Coronavirus/6


Ammettiamolo. Siamo arrivati alla fase dell'accettazione sullo stare a casa.
Anzi, ci sono persino degli aspetti positivi.

Riformulo, se non ci fossero il coronavirus là fuori, se non ci fossero i problemi di gestione del telelavoro con una bimba, se mio marito alcuni giorni non dovesse andare in azienda forse gli aspetti positivi prevarrebbero.

Forse è il fatto che io e il marito siamo due nerd. Pare che una ricerca abbia rivelato che il nerd è tra le tipologie umane che meglio si adatta all'autoreclusione tecnologica. Forse perché parliamo una lingua tutta nostra e continuiamo a farlo anche adesso. Nel caso specifico è un misto di Alto Elfico e Klingon.
In effetti sostituire la corsa con un allenamento alla cyclette all'inizio mi sembrava l'apoteosi del deprimente, ma poi ho iniziato a rispolverare le vecchie serie di Star Trek mentre pedalavo. Sono all'inizio della quinta stagione di Nex Generation, quindi, se Netflix non mi abbandona, posso andare avanti ancora a lungo!


Ci sono cose, poi, che si possono fare solo in questa situazione. 
Non mi sono mai curata troppo del mio aspetto, ma in questi giorni, con qualche accorgimento per le viedeolezioni, mi sono tolta qualche sfizio. La mia divisa attuale è felpona con scritta nerd (appunto), calze a forma di gatto e capelli rosa. Sì, capelli rosa.
Quando avevo diciannove anni, andando a un'open day dell'università ho visto una ragazza con dei bellissimi capelli verdi e da allora ho pensato che sarebbe divertente almeno una volta nella vita avere dei capelli di colore improbabile. Però non ho mai osato. Alla fine ho deciso che era ora o mai più. Ho preso un colore temporaneo, di quelli che si schiariscono doccia dopo doccia e via. Il rosa non è stata proprio una scelta consapevole, diciamo che molti devono aver avuto la mia idea ed era rimasto quello o il blu elettrico. Niente verde, purtroppo.
L'unico rammarico è che sui capelli scuri non si vede. Quindi niente figlia rosa e, sopratutto, niente gatto colorato di rosa.

Poi ci sono le cose che stanno facendo più o meno tutti, come cucinare a più non posso. Mia figlia è una cuoca provetta, ormai, impasta, spiana col matterello, stende salse, decora. Per altro, per quello che facciamo e la sua età, la cucina ne esce molto meglio di quanto si potrebbe pensare. Apre le uova, mescola e prepara la pizza senza sporcare, al punto che ormai le posso affidare dei compiti mentre io faccio altro. Oggi per il tiramisù lei inzuppava i biscotti mentre io montavo a neve gli albumi, per la pizza le affido la salsa mentre taglio la mozzarella. Purtroppo anch'io, come mezzo mondo, ho finito il lievito, o, meglio, ho solo quello vanigliato per dolci. Spero nello spirito della prossima spesa o dovremo rinunciare alla pizza del sabato sera!

Questo, ovviamente, non vuol dire che tutto sia perfetto. La lista dei lavori creativi da fare con i bambini sta rapidamente finendo. Stiamo usando i preziosissimi colori (che forse sono tornati in vendita) in ogni modo possibile. Oggi abbiamo fatto dei pulcini usando la forchetta al posto del pennello. Ieri abbiamo soffiato gli acquarelli sul foglio con delle cannucce. Domani forse faremo degli stampini casalinghi. Se, però, esiste un limite alla creatività temo che lo raggiungeremo in fretta.

Fuori di casa, poi, il mondo è decisamente più ostile.
Ci sono le situazioni dolorose, quelle vere, quelle dei malati, degli operatori sanitari e di tutti coloro che comunque lavoro a contatto col pubblico, quelle di chi il mancato lavoro inizia davvero a sentirlo nel portafoglio.
Per questo, suppongo, i leoni da tastiera mi danno ancora più fastidio.
Tre categorie in particolare mi scatenano reazioni che, vista la situazione, è bene che io reprima.

– Chi non ha un lavoro che imponga di uscire e grida: "C'è troppa gente in giro! State a casa, cani!"
A parte che l'educazione non dovrebbe essere un optional, se non hai motivo per uscire come fai a dire che c'è troppa gente in giro? Io non ho idea di quanta gente ci sia in giro, dato che sto a casa. Mi viene da pensare che in barba a tutti i divieti si appostino in giro per osservare. Insomma, io esco una volta ogni dieci giorni per fare spesa come faccio a stabilire se la gente è troppa? Per altro l'ultima volta non ho fatto neppure un minuto di coda. Chi vedo col carrello semi vuoto magari ha fatto un mega ordine on-line, non esce da venti giorni, ma nel pacco così difficilmente prenotato mancavano proprio quelle due cose essenziali. Non ho gli strumenti per giudicare. Infine ho un marito che lavora nel farmaceutico, alcuni giorni deve andare in ditta. Ho già abbastanza preoccupazioni senza dover temere anche che venga insultato nel tragitto (da chi poi, però, le medicine le vuole e le vuole subito).
Quindi, per favore, se non avete un lavoro che vi ponga in una posizione da poter giudicare davvero, astenetevi. Se proprio dovete, ricordate almeno l'educazione.

– Chi se la prende a prescindere con i podisti.
C'è chi è assolutamente convinto che la colpa dell'attuale situazione sia dei podisti. Non dei podisti positivi che sono andati bellamente a correre in mezzo alla gente, si badi bene. I podisti, in generale, anche quelli che non corrono da chissà quanto. Girano post con un grado di livore tale che hai il terrore che esca da qualche parte una tua foto vecchia di vent'anni, di quando facevi atletica, più compromettente, di questi tempi, di una che ti ritragga nuda!

– Chi minimizza i disagi dei bambini.
Ecco, su questo non si scherza. I bambini possono essere intrattenuti, coccolati, possono essere sviati, si fa apprendimento a distanza, tutto bene, ma ne stanno risentendo. Sopratutto i figli unici, credo. Sopratutto quelli che vivono in appartamento.
Dopo un inizio abbastanza traumatico mia figlia si è più o meno adattata, ma va in panico ogni volta che un genitore esce di casa. I nonni, l'asilo e gli amichetti sono di fatto spariti. Nessuna spiegazione razionale può convincerla che il genitore tornerà. E quando poi questo avviene il non poterlo riabbracciare prima della decontaminazione è spiazzante e angosciante per lei. Sa che non si esce per via di un virus minuscolo che salta da una persona all'altra. Se vede il vicino di casa da lontano si spaventa. E, sia chiaro, noi ce la passiamo bene. Mia figlia è di carattere allegro, ha genitori creativi che si inventano mille giochi, una casa grande e un giardino ancora più grande. Muoversi per lei è un bisogno, non un optional e per chi non ha spazio è dura.
Quindi chi dice che a lamentarsi sono genitori che non li sanno gestire direi che quanto meno non ha figli.
Chi dice che i bambini in guerra se la passano peggio ha sicuramente ragione. Allora se vi tagliate non mettete un cerotto, chi ha un braccio amputato sta peggio. 
Chi dice che è l'unica privazione che abbiano mai provato farebbe bene a tacere. Non conosce assolutamente la realtà dei bambini italiani. Un terzo dei miei alunni ha già vissuto un lutto importante in famiglia o la malattia di uno dei genitori, tanto per dire. Per non parlare dei bambini adottati, che nel migliore dei casi (e sottolineo il migliore) è stato abbandonato. E mi fermo alla realtà che conosco.
Non metto assolutamente in discussione le norme che sono a tutela della salute di tutti. Ma non capisco chi reagisce insultando i genitori che pongono un problema reale.

Dopo questa parentesi seria, chiudo con una nota positiva.
Il 14 aprile esce Prima che venga il gelo, terzo ebook delle Cronache del Leynlared.
Contiene non uno, ma due racconti, ognuno introduce due nuovi personaggi che porteranno punti di vista del tutto nuovi alla vicenda. Entrambi questi nuovi personaggi sono tra i miei preferiti e non vedo l'ora di farveli conoscere!


giovedì 26 marzo 2020

Racconti nel tempo del Coronavirus/5


Si fa tanto parlare del Decamerone, in questi giorni.
Si rievocano le pagine dedicate alla grande peste del 1348 a Firenze. 
Si tende a dimenticare la cosa essenziale dell'opera di Boccaccio. A salvare quei ragazzi sono state le storie.

Adesso possiamo capirlo, vero?
Lo capiamo come si sta, chiusi anche in una casa confortevole, magari anche con le persone che ami, ma chiusi, con il morbo che attende là fuori. La capiamo la paura che si insinua nelle fessure delle pietre, la sentiamo anche noi.

Adesso lo capiamo meglio il racconto La maschera della morte rossa di Poe.
Il principe e la sua corte sono al sicuro nel castello, la morte, il morbo, è la fuori. Fanno festa per ingannare il tempo, ma il tempo non si fa ingannare dalla festa. Le porte si aprono o vengono aperte e la Morte Rossa penetra anche nel castello.

I ragazzi del Decamerone di Boccaccio non ingannano il tempo, non si può ingannare il tempo. Lo addomesticano, lo fanno amico, con le storie.
Le narrazioni amplificano il tempo, aprono finestre, varchi, si entra in un altro tempo narrativo, si lascia fuori il nostro, si lasci che scorra mentre noi, di fatto, siamo altrove.
Lo so che forse è una banalità, ma oggi la capiamo come non mai.

Le storie ci salvano la vita.

Alla fine, ne sono sempre più convinta, quello che offro ai miei ragazzi è narrazione, più che istruzione. Un modo per addomesticare un tempo che per loro è diventato nemico all'improvviso. Il lunedì trovano la lettura di un racconto (non ve le propongo qui, perché sono una lettrice pessima, ma questo passa il convento), il mercoledì dei lavori/gioco sulla poesia del novecento, hanno fatto il ritratto della Signorina Felicita di Guido Gozzano e ora devono raccontare una loro giornata in stile futurista (possono fare anche un disegno o un video, addirittura una coreografia di danza). Il martedì e il giovedì c'è la narrazione della storia, quella vera, della seconda guerra mondiale, che per loro è comunque narrazione. Non so quanto impareranno, non ho neppure capito davvero quanto mi interessi. So che voglio che addomestichino il tempo attraverso le narrazioni, che viaggino, anche con corpi costretti all'immobilità.

La vita di mia figlia è salvata dalla disney. La bella e la bestia è stato visto già non so quante volte, la storia viene poi amplificata all'infinito. Il gatto diventa la bestia, le piante del giardino la foresta intorno al castello. I mobili di casa possono prendere vita, proprio come quelli del palazzo incantato. Spero che un domani possa ricordare questo come un tempo magico, in cui ha vissuta come Belle, imprigionata, ma in un castello fatato.

Io ho del tutto abbandonato la scrittura, perché vi assicuro che i prof da casa lavorano il triplo e con la bimba non è sempre facilissimo fare tutto. Leggo a spizzichi e a bocconi. Qualche sera, però ci si ritrova con gli amici su Skype e si condivide una storia. Il solito gioco di ruolo è stato sostituito da uno più narrativo, una sorta di cluedo fantasy, ispirato a un romanzo che per altro non ho ancora recensito qui Le sette morti di Evelyn Hardcastle. Siccome io conduco il gioco non so dire esattamente se funzioni o se piaccia. Di certo aiuta me ad addomesticare il tempo, a fuggire in mondo altro, almeno qualche ora alla settimana. Il fatto, poi, che sia una fuga condivisa la rende ancora più preziosa.

Queste sono le mie storie per addomesticare il tempo, le vostre quali sono?

venerdì 20 marzo 2020

Racconti nel tempo del Coronavirus/4


Questa sarà la primavera più bella.
La primavera in cui tutte le uova nei nidi si schiuderanno indisturbate. Nessun papà o mamma uccello, o quasi, verrà risucchiato dalle turbine di un aereo.
I coniglietti dovranno preoccuparsi solo delle volpi. Tutti i cerbiatti potranno attraversare le strade indisturbati. I pesci e i delfini, magari perfino le foche, risaliranno fino ai porti. Le spiagge torneranno ai granchi e ai gabbiani. Sui monti gli orsi non dovranno più preoccuparsi di essere braccati se spaventano un incauto escursionista. Torneranno a flotte le farfalle, persino nei parchi cittadini dove, tra l'erba incolta qualche rana si troverà a saltare. Le api lavoreranno indisturbate tra i fiori che sbocceranno ovunque, nelle aiuole non più sfalciate, tra le crepe dell'asfalto non diserbate. Si udiranno di nuovo canti di uccelli dimenticati. Richiami di una fauna che finalmente potrà occuparsi solo dell'amore.

Ma non sarà per noi.
Non vedremo la maggior parte di quei fiori.
Non solcheremo i cieli di un azzurro immacolato.
Non ascolteremo i richiami degli uccelli, né vedremo gli animali coraggiosi riappropriarsi degli spazi che avevamo loro rubato.

Ci ricorderemo, forse, che non è per noi che i fiori sbocciano o che gli uccelli cantano.


I giorni si allungano uno sull'altro e a volte pesano. Anche se sono fortunata perché vivo in una casa grande con un giardino. Sono preoccupata, come tutti. Mi preoccupa sopratutto l'aumentare dell'aggressività generale, segno che questa reclusione forzata, pur necessaria, non fa bene alle nostre menti. Allora questo pensiero mi consola. Il cielo non è mai stato così azzurro. Persino in campagna si sente l'aria con un profumo diverso, dovuto al minor inquinamento. Questa pausa forzata speriamo ci salvi dall'epidemia, ma di sicuro fa bene alla nostra terra, a tutto ciò che ci circonda.

Ho deciso che cercherò di adottare una comunicazione positiva.
Sono una prof e una mamma. Non mi è facile, anche caratterialmente, non trasmettere ansia. Ma mi impegnerò a non farlo. Non sono un medico, non salvo vite. Ma mi rapporto tutti i giorni con dei ragazzi, con le loro famiglie e i colleghi. Il mio contribuito può essere quello di cercare di portare avanti una comunicazione serena.

Quindi oggi qui parlo di libri. I libri che ho letto a ridosso e durante queste giornata.
Purtroppo riesco a leggere molto poco, tra figlia e Didattica a Distanza (sempre maiuscola e incombente), ma qualcosa leggo. Anche le mie recensioni saranno mini, perché il tempo è tiranno, ma il mio mantra di questi giorni è "poco è meglio di niente".

CINQUE STORIE FERRARESI

Per puro caso anni fa mi sono trovata a Ferrara durante il festiva ebraico e ho fatto una visita guidata nella Ferrara ebraica. Un'esperienza indimenticabile. Eppure, anche in quell'occasione non ho letto Bassani. Lo confondevo con altri autori, colpa suppongo di un corso monografico all'università incentrato sull'epica rinascimentale, che mi ha fatto fare un po' un minestrone degli autori italiani del dopoguerra (quando devi sopravvivere e studiare tanto in poco tempo trascuri inevitabilmente ciò che il prof chiede meno). Male, molto male.
Questo libro mi ha fatto innamorare di Bassani, della sua Ferrara nebbiosa, delle mura su cui i giovani si intrattengono (e le ragazze rimangono incinte), delle storie che si intrecciano. Mi ha folgorato il ritratto di questa Ferrara fascistissima e ebrea che appena passata la guerra vuole dimenticare tutto, sia i fascisti che gli ebrei, seppellire le coscienze insieme ai morti. Mi ha folgorato lo sguardo lucidissimo di Bassani eppure, mi è parso, assai poco giudicante. Le sue sono storie di persone. Senza eroi. Senza innocenti. Tristi, ma di un tristezza a tratti quasi dolce, che non si può non amare.

MELUSINA
Il libro giusto nell'occasione sbagliata.
Questo è, per certi versi, il libro di Aislinn, autrice che stimo e blog amica oltre che quasi conterranea, che aspettavo.
Un libro duro, che non fa sconti, oscuro non per la parte fantastica, ma per quella reale, la provincia che opprime, il senso di impotenza di fronte alla malattia, il facile richiamo della droga.
Lui, dopo la morte di un amico, è caduto nel baratro della dipendenza. Lei è una malata terminale. Non è una storia d'amore. Ed è giusto così.
Mi sono resa conto leggendo che è in pratica il mio primo romanzo in cui la droga abbia una certa importanza. Fatta eccezione per Sherlock Holmes e il suo piccolo problema con la cocaina, in generale la dipendenza non mi affascina né incuriosisce in modo particolare. Forse per questo ho trovato davvero interessante e ben narrata la trama di Dario, un bravo ragazzo, un buono sotto ogni aspetto, che dopo aver assistito impotente alla morte dell'amico che aveva sempre aiutato si trova, neppure lui sa bene come, dipendente da un mix di droghe.
Ho iniziato a leggere questo libro il primo giorno di chiusura delle scuole, perché era tanto che aspettava e mi sembrava un buon momento. Col senno di poi non lo è stato. Nel senso che è un romanzo che prende molto ed è a tratti ansiogeno e inevitabilmente triste. La protagonista femminile è una malata terminale, ben consapevole del proprio destino. Ecco, in questi giorni così angoscianti mi sono resa conto che terminavo la lettura con più ansia di quando l'avevo cominciata. In tempi oscuri ho bisogno di libri più luminosi. Eppure è un bel romanzo, che consiglio. Magari quando la quarantena sarà finita.

L'ULTIMA NEVE
Questo racconto, invece, della blog amica Sandra, è invece il libro giusto al momento giusto.
È una storia d'amore garbata in una Milano di Marzo ancora imbiancata dalla neve. Ecco, è stato particolarmente bello leggere di un altro marzo, in una città viva, scompigliato dalla neve, in cui possono nascere amori e si possono sognare fughe al mare. Mi è piaciuta particolarmente la protagonista, una donna concreta, che non sogna il principe azzurro, ma una casa azzurra, indipendente e focalizzata su un obiettivo che non ha nulla a che vedere con un uomo. L'uomo arriva, come un dono inatteso, ma è bella l'idea che se la sarebbe cavata comunque.