lunedì 21 novembre 2022

Proviamoci ancora: scrivere fantascienza


 Ecco qui.
Quella che si vede in fotografia è la schermata dell'ultima pagina del romanzo che venerdì ho inviato al Premio Urania, il principale concorso italiano per romanzi inediti di fantascienza.

Mentre preparavo la busta mi ha colto una sensazione di malessere inusuale. La sensazione che questo sia il mio ultimo tentativo a disposizione. Perché la vita mi incalza sempre più e c'è un limite alle energie che si possono incanalare in qualcosa che, il più delle volte mi da come risposta: "brava, ci sei quasi". Probabilmente la sensazione è dovuta per lo più alla stanchezza che sto provando in questo momento, che nulla a che fare con la scrittura. Forse c'è anche un po' del retrogusto dell'attesa del responso dell'ultimo concorso a cui avevo partecipato (vedasi due post fa) che ancora una volta mi ha detto che il traguardo era lì, abbastanza vicino a poterlo toccare, quasi.

Tutto ciò è ingiusto nei confronti del romanzo che stavo inviando, che è il mio primo tentativo di romanzo di fantascienza e che quindi non deve vedersela con nessun pregresso. Anzi, dovrei amarlo per quello che è: un esperimento che può funzionare oppure no.

La cosa che onestamente dovrei dire che la fantascienza è il genere più faticoso che abbia mai sperimentato.
Il giallo richiede rigore, il fantasy attenzione ai dettagli e inventiva, la fantascienza richiede dedizione. Più dedizione di qualsiasi altra cosa.
Quello che invio è il testo su cui ho lavorato di più in assoluto, conta quattro revisioni complete e due parziali e probabilmente ne necessiterebbe una terza.
Ho già scritto di fantascienza, qualche mese fa su Urania è uscito un mio racconto, ma un romanzo pone delle difficoltà tutte diverse e, almeno di questo caso, di un ordine del tutto differente.

La fantascienza, è lapalissiano dirlo, unisce il fantastico alla scienza. Ha cioè una base di plausibilità che non può essere trascurata. È un genere che lavora sul perché delle cose. 
In un fantasy fatto bene bisogna ragionare sul ruolo di ogni elemento: qual è la nicchia ecologica dei draghi? Come mangiano, quanto mangiano? Cosa comporta a livello ecologico, storico ed economico il fatto che un drago debba mangiare così tanto? Però tendenzialmente si può evitare di soffermarsi sul fatto che a livello meccanico un drago in realtà non possa volare. Una bestia di quelle dimensioni risulta troppo pensante per alzarsi da terra. In un fantasy i draghi possono valere. Anche senza ali.
Ecco, nella fantascienza questo non può capitare. Bisogna sapere perché i draghi volano. Come possiamo risparmiare peso, quanto grandi devono essere le ali? E se sputano fuoco perché lo fatto? Quali sono i processi chimici che portano alla produzione di fiamme. Non importa se il drago appare tanto o poco. Nel fantasy bisogna preoccuparsi delle conseguenze del drago, nella fantascienza il drago va spiegato. Ma, ovviamente, non bisogna appesantire la narrazione con la suddetta spiegazione.

La fantascienza, ho scoperto, è un genere che vive di dettagli e che richiede dedizione totale. 
Per questo romanzo ho fatto una revisione per le basi scientifiche generali su cui si basa la storia. Ho fatto una revisione per la plausibilità dei costrutti sociali. Ho fatto una revisione per l'aspetto biologico. Venerdì sera, giorno dell'invio, ero ancora lì che mi interrogavo sull'infiammabilità di alcuni gas. Ci sarà magari un modo per cui degli organismi viventi possano produrre elio?

Da questa esperienza di scrittura la mia stima per i grandi della fantascienza è cresciuta in modo esponenziale. Perché capisco il lavoro di introspezione psicologica, la ricerca stilistica dei grandi della letteratura, ma forse non si ha davvero idea del mazzo che deve farsi l'autore di fantascienza per costruire i suoi futuri lontani. Non ho mai scritto niente che richiedesse questa mole di documentazione. E, attenzione, uno dei miei romanzi editi è ambientato nel 1881/1882, fatto con in mano le carte geografiche dell'epoca e incentrato sulle innovazioni tecnologiche di quegli anni. Per questo ho letto alcuni saggi di fisica quantistica, ho cercato di approfondire alcuni aspetti della teoria della relatività e mi sono guardata tutta una serie di documentari sulle plausibili forme di vita extraterrestri.
Quando di questo è approdato sulle pagine? Molto poco in realtà.

Mi intrigano alcune sperimentazioni degli ultimi anni (come La quinta stagione) dove l'aspetto fantascientifico "classico" non è, almeno a una prima lettura, preponderante. Dove la storia, le dinamiche sociali e tra i personaggi prendono decisamente il sopravvento. Un mondo narrativo dove la fantascienza sociale incontra il romanzo d'avventura e i personaggi contano più del "e se" della fantascienza classica.

Quindi alla fine quello che ho scritto è un romanzo di fantascienza che termina con una citazione dalla Divina Commedia, che sembra molto poco fantascienza, senza astronavi o super computer.

Non so ovviamente come andrà, essendo un esperimento è plausibile che possa non essere riuscito e anche il mio piccolo gruppo di lettura mi ha dato giudizi contrastanti ("è strano", "non si capisce bene che sia un romanzo di fantascienza").
Però ci provo. Ancora una volta. Magari per l'ultima volta. Però ci provo ancora.

Alla fine tutti sogniamo di tornare a riveder le stelle.

domenica 6 novembre 2022

Il peso delle medaglie


 

Di solito cerco di tenermi lontana dalle ultime polemiche, riservando il blog allo scopo per cui è nato, parlare di di libri ed i scrittura. Tuttavia, da ex atleta, educatrice e appassionata di sport, mi sento di dire la mia su quanto sta succedendo (non solo) nella ginnastica ritmica.

I fatti sono noti a tutti, credo. Non una, ma una serie di atlete, facenti parti della nazionale della ginnastica ritmica, in alcuni casi con importanti palmares alle spalle, hanno accusato gli allenatori di essere state vessate e derise e oggetto di pesantissime pressioni psicologiche. Al centro spesso il peso, eccessivo di pochi etti, motivo che giustificava pubbliche derisioni. A pioggia stanno uscendo tante altre segnalazioni, spesso relative a centri tecnici assai meno blasonati, con oggetto anche delle bambine. Personalmente non credo neppure che la situazione sia circoscritta alla sola ginnastica ritmica.

Per approfondire il discorso, è necessario fare alcune necessarie premesse. Lo sport agonistico è un affare crudele. Non lo si fa per divertirsi (o non solo) né per rimanere in salute, l'obiettivo è portare risultati. Il proprio corpo è il proprio strumento di lavoro e pertanto bisogna averne una cura maniacale. A volte, tuttavia, nonostante tutta la passione, l'impegno e i sacrifici non si è conformi alle aspettative. Io insegno alle medie e la fascia d'età 11-14 anni coincide per molte discipline al momento in cui si inizia a fare sul serio. Nonostante mi sembra che l'atteggiamento degli allenatori sia in generale incoraggiante e sempre più società accolgono volentieri i ragazzi e le ragazze che vogliono continuare a praticare pur senza far parte del gruppo d'élite, ogni anno qualcuno vive il piccolo dramma di non essere più titolare, non venire più convocato, non essere più all'altezza. L'agonismo purtroppo non fa sconti e andare avanti significa mettere la pratica prima delle amicizie, il divertimento e in molti casi anche lo studio. Significa sottoporsi a diete e conoscere la realtà dell'infortunio. Lo so, ci sono passata, dai 15 ani 20 anni tutte le mie giornate erano focalizzate sugli allenamenti e le gare e tutto il resto si incastrava dove si riusciva, se si riusciva. Per chi fa questa vita, gli allenatori sono dei. Il loro compito specifico è portare l'atleta oltre quelli che riteneva i propri limiti e alcuni per farlo ritengono che ogni mezzo sia lecito. Per fortuna il confine tra rigore e prevaricazione ai più è chiaro.

La seconda premessa è che il peso è un fattore non secondario in molte discipline non solo nella ginnastica ritmica. Il mio amato pattinaggio di figura è spesso scossa da scandali simili (alcune pattinatrici hanno rilasciato interviste agghiaccianti). Essere leggeri è un vantaggio in moltissime discipline, se ci pensate di sicuro non avete mai visto un maratoneta che non fosse magrissimo, così come un saltatore d'asta. 

La terza premessa è che, secondo me, in qualsiasi gruppo umano un 10% di cretini è endemico. In qualsiasi sport almeno il 10% degli allenatori, quindi, è un cretino e si permette comportamenti inappropriati, tanto più pericolosi perché rivolti per lo più a giovani o a giovanissimi. In generale lo sport è, da questo punto di vista, assai meno controllato dell'educazione. Un allenatore può permettersi frasi e comportamenti che porterebbero enormi guai a qualsiasi insegnante o educatore. 

Detto questo, le interviste delle ragazze che ho letto hanno delle specificità, che ritrovo in interviste analoghe di pattinatrici artistiche (sopratutto estere) e di ginnaste (per lo più estere). Ci sono delle condizioni, a mio avviso, che rendono alcuni ambienti più a rischio di altri e, in realtà poco hanno a che fare con le caratteristiche della disciplina.

Innanzi tutto le vittime sono sempre ragazzine molto giovani. Sempre femmine. Eppure il peso è importante in un sacco di sport. Ma ecco, ora immaginate la scena. Campo di atletica, un saltatore d'asta barbuto sui vent'anni o più, a cui venga detto di togliersi i pantaloni e correre in modo che tutti possano vedere il suo "grasso sedere da maialone". Come prosegue la scena nella vostra mente? Probabilmente con l'asta usata per malmenare l'allenatore o gli sguardi perplessi, tutt'altro che complici degli altri atleti presenti. Al saltatore verrà probabilmente spiegato perché deve perdere peso e gli verrà fatto conoscere un nutrizionista. Sempre che la perdita di peso sia la questione. Perché la questione a me sembra sia il potere, e la sudditanza psicologica in cui queste giovani donne devono stare. A 15, 16, 17 anni una ragazza è un soggetto debole che si controlla con più rapidità e più efficacia tramite la paura e l'umiliazione. Il peso è solo un pretesto facile e a portata di mano. Pesare un'atleta 4 volte al giorno è del tutto inutile a qualsiasi fine pratico, serve solo a tormentarla. Le ragazze, poi, ahimé, reagiscono "meglio" a questi trattamenti. Sono più resilienti, più inclini a sentirsi in colpa, meno pronte a denunciare dei coetanei maschi, che è più facile che se ne vadano sbattendo la porta (magari da tecnici più sensati).

La seconda cosa che mi salta all'occhio è che in questi casi le ragazze in questioni vengono sempre trattate come se fossero intercambiabili. L'importante non sono loro, è la squadra. Le vittorie sono della squadra, dello staff, non loro. C'è un ricambio veloce al vertice e le ragazze sono messe le une contro le altre per primeggiare anche a scapito delle più elementari norme di autoconservazione. Attenzione, se si ha davvero trovato "un metodo" questo è un sistema estremamente efficace. Le ragazze vendono spremute per non più di un paio d'anni fino al totale logoramento psicofisico e poi si passa ad altre. Gli allenatori stroncano sul nascere delle personalità dominanti, le star sono loro, i tecnici, non le atlete, la cui autostima deve anche per questo essere tenuta bassa. Le atlete non devono mai pensare di essere uniche e speciali, in caso contrario detterebbero legge, esprimerebbero personalità e i rapporti di forza verrebbero rovesciati. Questo sistema non prevede stelle che brillino per più di un paio d'anni, atlete simili non sono né cercate né desiderate. Per questo l'infortunio non è un momento spiacevole ma fisiologico della vita dell'atleta, ma un errore imperdonabile dell'allieva da scartare. Non c'è il tempo materiale per attendere il fisiologico recupero. La scuola, lo staff non aspettano, un'altra medaglia, vinta da un'altra atleta deve essere appesa alla bacheca. 

In conclusione, no, queste accuse non vanno prese alla leggera. Ma hanno poco a che fare con la disciplina in sé, quando con il disturbo narcisistico di persone messe in condizioni di potere. Le ragazze sono "vittime perfette", giovani, con una scarsa propensione alla denuncia, una bassa autostima e un disperato desiderio di compiacere gli allenatori. Proprio per questo non credo che siano casi circoscritti allo sport di vertice.

Due consigli, quindi, per i genitori che si trovino a instradare i pargoli allo sport. La ginnastica ritmica, il pattinaggio e qualsiasi altro sport ritenuto "a rischio" sono discipline bellissime e non c'è nessun motivo razionale per starci lontani. Però, in qualsiasi disciplina, ci si può porre alcune domande. Come sono trattati gli atleti non di vertice? C'è spazio per loro, hanno la possibilità di continuare per puro divertimento? Com'è il clima all'interno della squadra? Come vengono trattati gli atleti infortunati? C'è attenzione, ci sono medici e fisioterapisti convenzionati o sono considerati una colpa dell'atleta? È possibile assistere agli allenamenti?

E per chi pensa che tutto sommato un allenatore sia giustificato ad andare un po' oltre per amore di risultato, lascio le parole di un'allenatrice di uno stato notoriamente cattivissimo, la Russia, Tamara Moskvina, che a più di ottant'anni è ancora in grado di guidare i propri pattinatori verso le medaglie olimpiche: "Ritengo di avere una proprietà di linguaggio tale da riuscire a spiegare cosa non vada nell'esercizio di un allievo senza scadere mai nell'insulto".

mercoledì 2 novembre 2022

A Lucca Comics and Games con Scrittori si Diventa (anche questa volta ci sono andata vicina)



Nell'ultimo mese ho trascurato il blog in modo indegno.
In parte perché ottobre è, almeno nella mia scuola, il mese più faticoso dell'anno, persino peggio di maggio. Ci sono i progetti da presentare, con tutta la parte economica da controllare, confrontare con il budget a disposizione e far approvare, ci sono le programmazioni, quale che sia il nome con cui sono note adesso, i piani personalizzati, c'è sempre almeno un corso di aggiornamento, più i normali consigli di classe e collegi docenti. Questo ottobre, poi è stato un po' più complicato del solito per tutta una serie di vicissitudini famigliari con le quali non vi tedierò. Ma ero anche in attesa di una risposta scrittorea, vincolata al silenzio, con le dita incrociate.
Non è andata, ma anche questa volta ci sono andata vicino, abbastanza per sognare.
Il mio primo tentativo di romanzo per ragazzi è arrivato in finale al concorso indetto da Salani "Scrittori si diventa".
Non è la primissima volta che un mio scritto arriva in finale a un premio importante, ma questa volta c'era il fatto che i finalisti fossero solo cinque e quindi, lo ammetto, qualche film in testa me lo sono fatta, un po' più del solito. Non è andata e sono sicura che sia giusto così. Il premio è stato vinto da Ilaria Prada con il romanzo "La boutique dei ricordi", che non vedo l'ora di leggere!

La cosa più particolare di questa esperienza è stata l'essere tenuti al segreto più assoluto, dal momento che le opere finalista sarebbero state lette in forma anonima.
Avevo partecipato al concorso senza particolare convinzione, dal momento che mi sembrava che una certa sfortuna si fosse abbattuta sul progetto. Avevo contattato un'editor specializzata che aveva già lavorato nella narrativa per ragazzi per la revisione, ma poi lei aveva dovuto rinunciare alla collaborazione per motivi di salute. Dopo di lei un'altra serie di editor specializzati mi ha dato buca/non mi ha risposto e quindi mi sono trovata a navigare a vista in un mondo che so avere regole di scrittura sue proprie e in cui non è così facile inventarsi. Una casa editrice di cui mi fido mi aveva promesso una risposta in un tempo talmente lungo da demoralizzarmi un po' e, infine, ho mancato per pura ignoranza il premio letterario dedicato da quello stesso editore. Insomma, ho inviato al concorso Salani senza una reale convinzione, nella speranza di rientrare nella lista dei 20 semifinalisti. Mi ero completamente persa il fatto che la lista dei 20 semifinalisti non sarebbe stata resa pubblica e quindi ho dato per scontato di non esserci rientrata. E, invece, ai primi di settembre ho trovato in aula insegnanti a scuola il comunicato stampa di Salani con le cinque opere finaliste e tra i titoli ho riconosciuto il mio. Solo a sera ho letto la mail ufficiale che mi raccomandava il silenzio, cosa a cui mi ero comunque attenuta per mera incredulità.

Non ho vinto, ma, passato il momento della distruzione dei film mentali non posso che essere comunque felice. Intanto sono arrivata lì con la mia prima produzione lunga post pandemia. Il che dimostra almeno due cose. Anche in questa nuova fase della mia vita riesco a scrivere decentemente. Questo romanzo così particolare con cui mi sono messa alla prova in un territorio nuovo non solo non fa schifo, ma è stato (in parte è ancora, dato che c'è un'opzione di acquisto ancora in essere) degno di attenzione da parte di un editore big.

E comunque ho vinto. Ho vinto una scusa per andare a Lucca con tutta la famiglia e la partecipazione all'evento di gala con premiazione della serata di sabato al Teatro del Giglio, dove ho visto e ascoltato una quantità impressionante di mostri sacri, da Milo Manara al direttore degli Uffizi (sì, insieme, sullo stesso palco a discutere di tavole di fumetti e Botticelli senza soluzione di continuità).



 Lucca è, sempre, per me un posto magico, il cui livello di magia aumenta in corrispondenza della fiera. Quest'anno, nell'edizione dedicata alla speranza, nessuna delle mie aspettative è andata delusa. Nonostante la folla e la comprensibile stanchezza di chi ci lavorava abbiamo trovato sempre gentilezza, disponibilità e, cosa non secondaria se ci si muove con una bimba di sei anni, bagni puliti e senza attese. Abbiamo vissuto una Lucca a misura di bambino, trascurando la parte più propriamente editoriale, ma mi sono divertita come non mai.
Vi regalo tre momenti top.

1 - Vale la pena di andare a Lucca con un bambino anche solo per assistere alle lezioni dell'accademia Jedi
I bambini vengono vestiti, armati di spada laser e poi portati in un suggestivo chiostro medioevale dove dei Jedi in costume provvedono al loro addestramento. E devono essere pronti perché i Sith possono attaccare da un momento all'altro! Tra location, costumi e musica sembrava davvero di essere in un film.

2 - Il mio eroe, nonostante il mio animo antimilitarista, è stato un soldato. I bambini avevano infatti la possibilità di provare alcuni mezzi speciali militari. Venivano forniti di visore 3D per simulare la guida. Il soldato controllava su un monitor quello che i bambini stavano vedendo e, quando arrivavano su un terreno sconnesso, faceva ondeggiare il mezzo per simularne il procedere. A mano. Per ogni bambino. Dalle 9 del mattino fino alla sera. Santo subito.

3 - Come raccontavo sopra ho partecipato come spettatrice alla sera di gala e premiazioni al Teatro del Giglio. Sul palco si mescolavano con strani intrecci autori, direttori di musei e creatori di giochi. Ecco. Strani intrecci davvero. Gli autori, sopratutto quelli giapponesi, erano tutti elegantissimi, ci hanno ricordato che quel teatro ha visto l'esordio di Puccini e mostrato quanta cultura alta ci sia nel fumetto, occidentale o orientale che sia. I creatori di giochi... Si sono presentati per lo più nella classica tenuta nerd: maglietta, barba e capelli incolti, tatuaggi, fisici non troppo statuari. Sono saliti sul palco con la grazia di un equipaggio vichingo che si appresti a depredare una cittadina, con i modi pacati da festa della birra... E sono andati a stringere la mano al direttore del Museo Egizio di Torino iniziando a dissertare di geroglifici e di gioco nell'antichità. 
Perché Lucca è, più di qualsiasi altro posto al mondo, il luogo dove non si deve mai giudicare qualcuno dall'apparenza. Se sei lì è perché hai almeno una passione in comune con qualsiasi altro presente. Come ci è stato ricordato durante la serata, Lucca è speciale perché le persone quando ci vanno sono felici. Felici di incontrasi e condividere le proprie passioni. Europarlamentari, direttori di musei o creatori di giochi che siano.



sabato 1 ottobre 2022

Lettera per l'Italia che vorrei

 


Cara Giorgia,

non scrivo mai di politica, e neppure adesso intendo farlo. Questa, in fondo, è un'inutile chiacchierata, un soliloquio inconcludente che vorrei fosse invece un dialogo, da donna a donna.

Non ti ho votato, sono sempre stata molto lontana dalle idee del tuo partito, ma troppo rispetto per la democrazia per dispiacermi prima di averti visto all'opera. In fondo non mi dispiace l'idea di una donna premier e i tempi difficili sono il vero banco di prova per le persone di valore. Non ti ho scelta, non penso che tu sia il meglio per l'Italia, ma sarò felice di ricredermi.

Dal momento che si è parlato molto di te ho scoperto che abbiamo molto in comune. Le nostre figlie hanno una manciata di giorni di differenza. Da ragazze abbiamo amato gli stessi libri, sei cresciuta a pane e Tolkien, come me. Quindi, penso che alla fine i nostri desideri non possano essere tanto diversi: un'Italia giusta e sicura per le nostre figlie. E l'Italia oggi, non è il paese sicuro che vorrei. Non sto parlando di criminalità. La mia conoscenza in merito si ferma alla letteratura gialla, vivo in un paese, di quelli in cui tutti conoscono tutti e la vita per i delinquenti è complicata. Parlo del fatto che ad ogni pioggia qui frana qualcosa. Crollano i ponti, vengono già massi dalle scarpate. Voglio bene all'Italia e sono sicura che ne vuoi anche tu e a ciò che si vuole bene si dedica cura. Quindi, per il bene delle nostre figlie, mi piacerebbe davvero vedere una vera politica ambientale e di cura del territorio. Una lotta seria all'abusivismo. Non parlo di massimi sistemi. Lo so che il cambiamento climatico da sola l'Italia non lo può fermare. Possiamo partire da ciò che ci è vicino, dalla pulizia dei torrenti, dalla messa in sicurezza delle strade, dal controllo degli edifici pubblici. Il rischio di finire sotto una frana, su un ponte che crolla, in una scuola in cui cede il soffitto anche in assenza di una scossa sismica è, purtroppo, concreto tanto quanto quello di trovarsi a tu per tu con un rapinatore.

Mia figlia sta bene, spero anche la tua. Ma lo sai come sono le bambine di sei anni, corrono, giocano, saltano dall'altalena. Il rischio che si facciano male esiste, purtroppo. E allora io voglio contare su un sistema sanitario pubblico capillare e funzionante. Voglio ambulanze che arrivino in fretta, cure mediche all'avanguardia e gratuite. Davanti alla prospettiva di un intervento chirurgico ci sono già molte preoccupazioni: non mettiamoci anche quella economica! E poi, il medico che si occupa di mia figlia, io lo vorrei al meglio delle proprie potenzialità. Non reduce da turni massacranti, ad esempio. Ma neppure a disagio. Se ho bisogno di un medico lo voglio capace, non mi importa il suo credo religioso, il suo sesso, il colore della sua pelle o il suo orientamento sessuale. E perché dia il meglio (a mia figlia, ma anche alla tua) deve essersi formato al meglio, a proprio agio, in un ambiente accogliente. Perché io tutta la questione dei diritti la vedo in modo molto egoista: domani potrei aver bisogno del talento di non si sa bene chi. Magari di un trangender nero buddista. Quindi è mio interesse che chiunque (compreso l'ipotetico transenger nero buddista) viva a proprio agio, sentendosi tutelato, in modo da poter sviluppare al massimo il proprio potenziale. Questo vuol dire non essere bollati per il proprio aspetto o la propria appartenenza a un gruppo, poter seguire il proprio credo, poter amare chi si voglia con tutte le tutele anche legali del caso. E per tutele legali intendo anche quelle legate alla cittadinanza. Sai, io sono insegnante. Per come va il mondo forse non mi capiterà mai più di proporre una gita di terza media all'estero. Ma l'ho fatto in passato. Ed è stato il momento in cui X, Y e Z alunni o alunne proprio come gli altri, nati in Italia, magari con ottimi voti, hanno dovuto rinunciare alla gita o sottoporsi a una piccola odissea burocratica, svelandosi come stranieri, nonostante la lingua e le abitudini. Il momento, ti assicuro bruttissimo, della presa di coscienza della propria intrinseca diversità. Di contro non capisco l'ossessione per l'inizio e il fine vita. Nessuno vorrebbe mai vedere una persona cara alle prese con una gravidanza indesiderata o peggio con una malattia terminale e dolorosa. Però succede. A volte anche alle persone a cui vogliamo bene. E proprio per il bene che voglio loro le vorrei libere di scegliere ciò che ritengono meglio per tutelare la propria salute, la propria psiche o la propria dignità. Anche se quella scelta a me non piace e per me non la farei mai.

Ecco qua. Ci sono molte altre cose che vorrei per l'Italia di mia figlia. Tutte però sintetizzabili in una parola "cura". Come te sono una donna e sono una mamma. Non ritengo che questo mi renda intrinsecamente diversa da un uomo. Ritengo solo che l'esperienza della genitorialità mi abbia fatto apprezzare appieno il concetto di cura. Prendersi cura di qualcosa significa trattarla con gentilezza e rispetto. Saper fare un passo indietro, quando necessario, imparare a lasciar andare. Vorrei un governo, non mi importa di quale colore, partito o orientamento che si prenda cura dell'Italia. Del suo territorio e della sua gente. Con una politica improntata alla gentilezza, che non divide le persone per categorie, ma le fa sentire tutte a proprio agio.

E se anche questa non è davvero una lettera, perché non la leggerai mai, io intanto l'ho scritta. L'Italia che voglio è abitata da persone che si prendono cura l'una dell'altra e del proprio territorio. Io, da parte mia, cercherò di essere cittadina del paese che voglio.

mercoledì 14 settembre 2022

Ripartenza con dita incrociate



Settembre è arrivato, con il suo carico di impegni, ansie e nuovi progetti. Una valanga di informazioni, appuntamenti, volti e incastri di tempi e persone che rischia di travolgermi e di trascinarmi in una non ben indefinita oscura valle. Come sempre è tutto vagamente surreale. Tra un gatto da far vaccinare, un corso sportivo a cui portare la figlia e una visita da prenotare per i genitori devo andare ad esplorare delle antiche cave di granito e organizzare una visita a un'antica dimora dove vi sono (tra le altre) opere d'arte composte solo di numeri. Devo verificare la possibilità di far volare il drone della scuola sopra il lago e ho scasato di poco l'esperienza "bombardamento su Roma" con il visore 3D.  Evito discussioni sulla serra scolastica e cerco di capire come funzioni la stazione meteorologica. Sì, la nostra scuola ha vinto un bando. Sono arrivate le nuove apparecchiature scientifiche e non abbiamo paura (fino a un certo punto) di usarle.

E la scrittura?

In questi ultimi anni ho pensato spesso che no, il tempo della scrittura era passato. Almeno di quella volta alla pubblicazione, almeno di quella lunga. Ho una vita piena, che non va semplificandosi, anzi. La scrittura può rimanere un gradevole hobby, con qualche racconto pubblicato bene e qualcosa di scritto per gli amici, giusto? Non solo è perfettamente lecito, ma è anche l'unica via percorribile, date le circostante, no?
Eppure ho continuato a scrivere.
Ho provato cose nuove, generi nuovi. Da una parte dicendomi che era un hobby, dall'altro cercando di creare qualcosa di buono.
Ho spedito in giro poco. Nel senso che ho spedito poche cose tra quelle che scritto e quelle poche le sto mandando via pochissimo. Una delle cose che ritengo migliori, ad esempio, l'ho mandata a un singolo bando (che non ha superato) e poi a una singola casa editrice. Perché comunque non penso che abbia senso pubblicare con una casa editrice che poi non ha la forza per mettere in campo una promozione ad hoc. Perché alla fine sono così, un'ariete testarda che si incaponisce ad avere le cose alle proprie condizioni. Oppure niente. Probabilmente quello che otterrò sarà niente. 
Tuttavia, nonostante questo, nonostante in miei invii asfittici, sto aspettando una risposta. Che quasi sicuramente sarà un altro "ritenta, sarai più fortunata". Intanto una promessa di risposta con una data stabilita per riceverla è già qualcosa. Abbastanza se non altro per continuare con ostinazione per la mia strada. Che a novembre mi porta al bando del Premio Urania. Prima o poi, forse, una porta si aprirà. Chissà. Per ora aspetto.

Per leggere un capitoletto senza impegno, invece, guardate qui.
 

martedì 30 agosto 2022

Volta la carta


 

Il post scorso l'ho dedicato a Sandman. In questo morire dell'estate sto leggendo le ultime storie a fumetti dedicate al personaggio, che ancora mi mancavano. In una delle introduzioni l'autore tenta una sinossi in due frasi: "Il signore dei Sogni si rende conto che o si cambia o si muore. Compie la sua scelta"

Suppongo che sia vero per tutti, non solo per il signore dei sogni e qui è tempo di cambiamenti.

Quando sono diventata mamma ascoltavo con una certa diffidenza le frasi tipo "goditela ora, poi cresce in un baleno", "ti giri un attimo ed è già diventata grande". Ecco. E ora sono puntualmente qui con la lacrimuccia agli occhi a preparare la festa per i suoi sei anni, lo zaino per la scuola, i grembiulini neri che mi fanno tanto tristezza. Mi chiedo dove siano finiti tutti questi anni. Però in realtà lo so, perché, come Tolkien insegna, i periodi che passano in fretta e sono solo poche righe nei racconti sono i tempi felici.

Negli ultimi cinque anni siamo andati avanti e indietro dal Nido Scuola Giacomini.

Ci siamo arrivati, come capita nelle storie migliori, per caso, perché era un nido che aveva posti disponibili, era vicino alla scuola dove insegno e aveva anche orari compatibili con i miei. E le maestre all'open day ci parlavano del metodo educativo, della particolarità degli ambienti, ma io guardavo solo la tabella oraria, quindi tutta la spiegazione sulla matrice montessoriana del "Reggio Children" me lo sono persa. Mi ero resa conto che a disposizione dei bambini c'erano tubi di varie dimensioni, una ruota di bicicletta, delle cose semifuse credo in plastica, ma alla fine era una struttura aziendale e l'azienda faceva, fa ancora, valvole e tubature. Ovvio che con valvole e tubature facessero giocare i bambini.

Il primo giorno di inserimento ho incontrato la flemma granitica della maestra Anna. Ci ha fatto fare un giro, mostrandoci gli armadietti che i bambini avrebbero imparato a usare in autonomia. "Ma le antine sono pesanti, non si schiacciano le manine?" ha chiesto una mamma. "Sì, ma una volta sola" ha risposto la maestra. Da quel momento nella mia testa lei è diventata una sorta di divinità preistorica cretese incarnata, signora di bambini e serpenti, capace di placare entrambi con lo sguardo, di trasportarne tre alla volta e di rendere possibile l'impensabile. Una volta a un incontro con i genitori ha proiettato le foto dei lavori che stava facendo con i bambini con l'acqua e la luce. I bambini (del nido) osservavano l'acqua contenuta in un grosso vaso di vetro che veniva via via colorata da luci diverse. I bimbi nel filmato toccavano, indicavano, maneggiavano il vaso in svariati modi. "Ma è di vetro!" ha osservato una mamma. "Certo, glielo ho detto e per questo sono stati attenti" ha risposto la maestra. Quando quest'anno, all'ultimo anno di asilo, ogni bambino ha portato a scuola un vaso di vetro "di forma strana", ormai l'unica preoccupazione dei genitori è stata che la forma fosse abbastanza strana.

Questi cinque anni sono trascorsi così. Tra le restituzioni difficili di nostra figlia: "Abbiamo fatto un albero che non era un albero con tante cose che poi facevano ombra e poi abbiamo colorato le ombre con le conchiglie" (era una meridiana prodotta da loro, con le strisce a terra tracciate dai bambini con delle conchiglie allineate). Richieste complicate: "Devo portare a scuola una cosa che assomiglia a un'altra perché devo costruire una città di grattacieli". Racconti avventurosi: "È entrato un pipistrello a scuola e la maestra è riuscita a fotografarlo, poi l'ha fatto uscire prima che arrivasse su noi bimbi e poi abbiamo visto dei video sui pipistrelli.

L'albero meridiana, molto difficile da raccontare!

In mezzo a tutto questo c'è stata una pandemia mondiale, c'è stato la chiusura, ci sono state le zone rosse, arancioni, gialle, arcobaleno. Il sistema asilo ha retto con insperata facilità. Norme molto severe sui genitori. Guai a fermarsi! Guai a toccare! Vietato anche un passo dentro la struttura! Norme sensate per i bambini, che in pratica venivano disinfettanti all'ingresso, lasciavano scarpe e giacca e si buttavano nella "bolla" dove la vita proseguiva come sempre. Al termine della giornata tutte le cose usate (cioè tubi, vasi di vetro, strani paletti, oggetti vari di forma indefinita) venivano disinfettate. Sarà stato il caso, la buona sorte o chissà cos'altro, ma non abbiamo avuto neppure una quarantena da scontare.

Fosse stato per me avrei lasciato alla maestra Anna (e alla maestra Cristina e alla maestra Michela e a tutte le altre) mia figlia fino all'università. Ma il cambiamento fa parte della vita, è l'unica alternativa alla distruzione e è giunto il tempo per andare.

Ci sono tante cose che non ho imparato come mamma in questi cinque anni. Non ho imparato a gestire i capricci per non andare a scuola. Se arrivavano mal di pancia improvvisi ho sempre e solo sentito la pediatra paventando virus intestinali. Non ho imparato a discutere con le maestre, solo a chiedere consiglio. Non ho imparato a gestirmi in una chat genitori, dove al massimo arrivano messaggi del tipo "il vaso di vetro che è tornato a casa non è il nostro". Non ho imparato a gestire dinamiche in cui bambini venivano esclusi o presi in giro. Non ho imparato a gestire la competitività. Non ho imparato a temere i colloqui con le maestre.

Vorrei continuare a non imparare queste cose. La scuola elementare che alla fine abbiamo scelto non ha un particolare metodo educativo, è una banale scuola elementare statale. Però ha un dolce azzurro pastello alle pareti. La possiamo raggiungere anche in bicicletta. Dentro è un tripudio di cartelloni e la maestra ha un sorriso gentile.

Spero che il cambiamento, seppur inevitabile, possa essere dolce.

Spero di continuare a ricevere richieste improbabili.

Spero di sentire ancora un sacco di informazioni sui pipistrelli, apprese perché uno di loro era entrato in aula.

Spero di continuare a sentire domande e curiosità negli occhi.

Spero di continuare a vedere bambini che giocano con gentilezza reciproca.

Voliamo verso nuovi orizzonti, andiamo incontro al cambiamento

Mi mancherà questa vista ogni mattina

Se qualcuno volesse leggere un nuovo capitolo della mia storia, lo trova qui

venerdì 12 agosto 2022

Di Sandman, del potere del Sogno, di strane polemiche su Morte


 Per noi che cerchiamo nelle storie un riflesso di noi stessi e che pensiamo da sempre che nulla possa realizzarsi nel mondo reale senza prima essere stato sognato, Sandman è un mito da sempre. Un fumetto di nicchia, che appena si legge si fa amare. Lo sanno bene gli editori che lo propongono in pratici volumetti al costo di un medio organo interno l'uno. Ma la lettura di Sandman è, per noi, semplicemente imprescindibile. Ora, con l'adattamento di Netflix, Sandman si appresta a diventare di tutti, senza neppure snaturarsi del tutto.


Sandman – l'adattamento

Chiunque abbia letto il fumetto, anche solo di sfuggita, ha pensato che non fosse possibile adattarlo per lo schermo, grande o piccolo che fosse. Il problema non era (solo) visivo. Il problema è una struttura atipica, con un personaggio principale, Morfeo o Sogno degli Eterni, il signore dei sogni, non solo a tratti respingente, ma anche spesso assente. Molte storie o digressioni, infatti relegano la presenza di Sogno a mero osservatore o deus ex machina finale o semplice comprimario. Le storie in Sandman si intrecciano, si sfiorano e si sfilacciano senza molto rispetto per le aspettative dei lettori. Cambiano continuamente di tono. Un attimo prima si sorride, poi si scivola nel grottesco e poi di colpo tutto si fa lirico. Questo senza perdere mai di vista il fatto che il tutto è una meditazione, a tratti profonda, sul potere dell'immaginario e gli effetti che il sogno ha sulla vita reale. Infine, per quanto assurdo possa sembrare, Sandman era una creatura di Vertigo, una costola di DC Comics. Cioè Sandman si muoveva nello stesso universo di Superman e Batman e con le sue più varie diramazioni, interagendoci direttamente.
Al netto di quest'ultima parte (per meri motivi di diritto d'autore), l'adattamento Netfix riesce a rendere tutto questo.
Il merito va senza dubbio alla supervisione di Neil Gaiman, il papà di Sandman, ma anche a un approccio insolitamente rispettoso verso il materiale di partenza.
Certo, non tutto funziona a dovere, a un certo punto il Signore dei Sogni sfida Lucifero a un duello magico che fa terribilmente Merlino vs Maga Magò (distruggendo con un solo pensiero l'intensità del momento), ma l'essenziale è rimasto.

Sogno degli Eterni è rimasto Sogno. Una creatura inumana, a tratti infantile e capricciosa, crudele, con inaspettati lampi di dolcezza. Mai avrei pensato che un attore avrebbe davvero potuto dare vita a Sogno, ma tutto, dalle sue movenze ai suoi sguardi rimanda al fumetto. L'attore ha fatto uno straordinario lavoro col proprio corpo cosicché basta un movimento ed ecco entrare in scena il Signore dei Sogni. In generale, l'impressione è che nessun attore sia fuori parte e questo, da solo, è un enorme risultato.

Sandman è rimasto Sandman. Semplificato, addolcito, ma non snaturato. Le storie hanno le stesse caratteristiche di quelle del fumetto (di cui rispettano per altro la sequenza e i titoli dei singoli episodi). Sono è un protagonista spesso assente, il tono varia di momento in momento. Si sorride di Caino e Abele, si scivola nel grottesco alla ritrovo per Serial Killer, si hanno momenti genuinamente horror (da cui il giustificato divieto ai minori di anni 18) per poi sciogliersi nella dolcezza o aprirsi a riflessioni non banali. Dopo un certo disorientamento iniziale in tutto risulta ipnotico. Sandman rimane un'esperienza intellettuale che non permette una fruizione passiva.

Non so dire se piacerà al grande pubblico. Le trame sono state semplificate al punto che possono essere seguite senza perdercisi e l'impianto visivo è tale da catturare. Rimane una narrazione atipica. So che vale comunque sempre la pena di inoltrarsi delle terre del Sogno.

Improbabili polemiche

Sogno appartiene alla "simpatica" famiglia degli Eterni di cui fa parte anche sua sorella Morte. Morte è, senza se e senza ma, il personaggio più amato della serie. Una ragazzetta dall'abbigliamento gotico, ma dal carattere solare, che compie con dolcezza il suo dovere: offrire un sorriso che faciliti il momento del trapasso. Tra tutti gli Eterni, Morte è quella che maggiormente ha in simpatia l'umanità, di cui conosce grandezze e meschinità. E tutti noi lettori vorremmo trovare lei al termine del nostro cammino. Ora, per la serie è stata scelta un'attrice di colore e questo ha scatenato un putiferio.
È politica di Netflix quella di aumentare i personaggi di colore all'interno delle storie (anche i personaggi GLBT, ma già di base questi non mancavano in Sandman). Fatto in maniera acritica ha portato dei risultati quanto meno discutibili. Da poco è disponibile sulla piattaforma anche un adattamento di Persuasione di Jane Austen dove alcuni elementi sono "stati resi più moderni" quindi abbiamo prima del 1820 capitani che salvano balene in difficoltà e una ricca fetta della nobiltà terriera di colore. L'effetto, purtroppo, è quello della parodia involontaria. Non funziona perché forzato e posticcio. Qui abbiamo la personificazione della Morte che, con la benedizione del suo creatore, viene affidata a un'attrice di colore. A una brava attrice di colore, che riesce a restituire tutto il calore della sua pallida controparte cartacea. Quindi trovo assurdo che un sacco di gente si sia sentita tradita dalla scelta. "Non è questione di razzismo, ma di immaginario" dicono, ma no, non mi convince.
Innanzi tutto è importante offrire una varietà di etnie, orientamenti sessuali, credi religiosi e condizioni fisiche e psichiche. Come dice Sandman l'immaginario plasma la realtà. Un immaginario in cui personaggi "fighi" siano di diverse appartenenze, vivano diverse peculiarità plasma l'idea che il tuo vicino di banco di colore/buddista/gay/disabile possa non essere solo "quello di colore/buddista/gay/disabile" ma una persona interessante a prescindere. È importante per chiunque sia minoranza vedere la rappresentazione in veste positiva di chi è simile a lui. Ci sono casi in cui questa sovraesposizione delle minoranze non è opportuna (vedasi contesti storici) oppure in cui un cambio di etnia/orientamento sessuale sarebbe un palese tradimento dell'idea originale dell'autore. Per dire Galadriel nera e lesbica no, perché il buon Tolkien non ha la possibilità di dire la sua su un personaggi che ha creato, immaginato in un determinato modo e molto amato. Ma se l'autore stesso approva, l'attrice scelta è brava, che problema c'è?
Sono rimasta molto sorpresa da queste polemiche, espresse anche da persone di cui ho stima e l'unico pensiero che ho avuto in merito è che per molti il colore della pelle è ancora importante. Se si sono innamorati di un personaggi bianco non lo possono amare allo stesso modo nero. E questo mi ha messo molta tristezza.
Voi che ne pensate?

Se invece volete qualcosa di mio, ecco qui un nuovo capitolo