sabato 9 dicembre 2017

La mia esperienza di prof "capovolta"


Quest'anno ho deciso di modificare, almeno in parte il mio metodo di insegnamento e di sperimentare in modo un po' più scientifico per storia e un po' più a macchia di leopardo per italiano e geografia la metodologia della "classe capovolta".
Essendo all'inizio di un nuovo ciclo (quest'anno ho due prime medie) devo dire che l'esigenze era principalmente mia. In particolare volevo:

– programmare meglio le attività, in modo da arrivare in classe con uno schema pre impostato da seguire, prevedendo la possibilità di arrivare a scuola dopo notti in bianco senza sapere neppure se ho indosso abiti oppure ancora il pigiama.

– snellire le parti di lezione frontale, che spesso sono noiose sia per me che per i ragazzi

– avere delle griglie di valutazione il più possibile oggettive per evitare contestazioni nei voti, ma anche per snellire la parte di correzione

Devo dire di aver scelto la classe capovolta invece di altre metodologie perché ho avuto la possibilità, più casuale che cercata, di seguire un percorso di formazione e, effettivamente, dopo il primo impatto un po' straniante, l'impostazione mi è piaciuta.

Un po' di teoria

Nel mondo dell'insegnamento in questi anni, in realtà c'è parecchio fermento e si stanno provando diverse nuove metodologie. Il rischio è di saperne poco di tutte e di finire a confondere un po' tutto. Nel corpo docenti, la "classe capovolta" è conosciuta come "quella dei video", il che è vero solo in parte o, comunque, non è l'uso dei video l'essenza della classe capovolta.

L'idea base è quella di spostare a casa l'apprendimento teorico e di dedicare se non tutto, almeno in larga parte il tempo scuola ad attività pratiche/di approfondimento. Queste attività vengono sempre valutate secondo delle griglie di correzione che vengono a priori condivise con i ragazzi. La valutazione di queste attività punta molto sul processo di apprendimento e meno sulle conoscenze (si prendono punti non solo se si sanno le cose, ma anche se si è ragionato bene sul come impararle). A fine di unità di apprendimento c'è comunque la classica verifica sommativa/interrogazione per valutare le conoscenze apprese.
Non è necessario, in linea teorica, un supporto informatico o la presenza di video lezioni, ma a livello pratico è più comodo creare un sito/blog su cui i ragazzi possano trovare di volta in volta le informazioni e i video sono effettivamente più comodi. Permettono, infatti, di essere creati o scelti ad hoc e, sopratutto, possono essere guardati dai ragazzi più volte, anche dal cellulare, in momenti in cui non potrebbero studiare. In particolare i video aiutano quella fascia di ragazzi che per vari motivi hanno difficoltà nello studio, ma sono motivati a migliorare, perché permettono più visioni o di rivedere solo la parte più difficile da memorizzare/capire.



Un po' di miti da sfatare

La classe capovolta viene usata anche nella metodologia "senza zaino", ma di base non lo è. I libri di testo si usano eccome, sia per studiare a casa le parti teoriche, sia per le esercitazioni in classe.

La classe capovolta non è una metodologia a "zero compiti a casa", al contrario, ogni volta a casa i ragazzi devono studiare e rispondere a delle domande di comprensione del testo/del video.

Non è una metodologia "adatta solo alle elementari", anzi nasce in ambienti di scuola superiore. Se devo proprio trovare un difetto, necessita un'autonomia che i miei ragazzi in prima media spesso non hanno ancora

Non è una metodologia in cui si lavora solo in gruppo e "sono sempre i soliti a lavorare", innanzi tutto le esercitazioni sono le più diverse, si alternano esercitazioni in solitaria, a coppia e a piccoli gruppi (solitamente 3 o massimo 4 membri). Nel caso delle esercitazioni a gruppi nelle griglie di valutazioni ci sono sempre voci del tipo "tutti hanno contribuito al lavoro", "tutti hanno apportato idee costruttive". I ragazzi quindi sanno che per prendere un bel voto tutti devono lavorare e il prof, ovviamente, è lì per vigilare che la cosa avvenga davvero. Per questo è importante che i famigerati "lavori di gruppo" avvengano sempre e solo in classe, dato che il docente deve valutare non solo il prodotto finito, ma anche il processo.

La mia esperienza

È all'inizio, quindi mi riservo a fine anno di dare un giudizio più motivato, per il momento, però, ne sono molto contenta.

La difficoltà principale che trovo è che i manuali scolastici non sono ottimizzati per questa metodologia. In generale prevedono che il prof passi la maggior parte del suo tempo a spiegare quello che c'è scritto, il che è un controsenso, perché un testo scolastico dovrebbe essere comprensibile dai ragazzi, invece il lessico usato non è alla portata della maggior parte dei miei studenti. Quindi non posso dire loro solo di leggere quelle pagine, perché molti di loro le trovano troppo complicate. Inoltre i libri non forniscono molte idee per le esercitazioni, cosa di cui io sono sempre a caccia.

Per ovviare a queste problematiche ho deciso, avendo comunque molte ore per classe, di raggruppare le materie, in modo da avere sempre almeno due moduli orari nello stesso giorno da dedicare a quella disciplina (facciamo storia due ore consecutive, geografia una sola volta alla settimana ma due ore consecutive e così vie). In questo modo riesco a fornire quel surplus di spiegazione all'inizio o alla fine delle due ore e mi rimane comunque il tempo per le esercitazioni.

Non uso in modo esclusivo i video e, comunque, salvo rare eccezioni, non li creo io, sia per una questione di tempistica (ci vogliono parecchie ore per realizzare un buon video didattico da 5 minuti), sia perché la mia voce, registrata, risulta molto acuta (ancora più che all'ascolto dal vivo). Fortunatamente, almeno per storia, ci sono ottimi video, come quelli curati dalla Treccani o quelli di Rai Storia.
(PS: ho scoperto inoltre che, anche sulle ragazzine delle nuove generazioni il buon Alberto Angela ha il suo fascino)

Cerco di mettere molta attenzione nella creazione delle esercitazione, cercando di avere ben in mente cosa voglio che loro imparino, sia a livello di contenuti che di metodo di studio. Io lavoro alle medie, quindi ritengo che il mio dovere principale sia insegnare a studiare, non posso pretendere che sappiano già fare collegamenti e reperire informazioni in rete, devo essere io a guidarli.


Non voglio essere ipocrita, la mia scelta è stata all'80% egoistica e al 20% didattica.
A giugno, non avendo esami, ho preparato la maggior parte delle esercitazione e dei compiti di realtà, che è il grosso del lavoro del docente capovolto.  Quindi adesso vivo un po' di rendita e gestisco meglio le mie scarse energie.
Esperienze pregresse mi hanno fatto un po' temere le contestazioni dei voti da parte dei genitori. Il fatto che venga condivisa una griglia di correzione, nota ai ragazzi ben prima dell'esecuzione della prova è per me un sollievo tale che sto usando lo stesso metodo anche per altre prove. Bisogna stare ben attenti a calibrarla bene e sopratutto di attenercisi. Da un lato mi manca un po' quella parte di "valutare le condizioni del momento del ragazzo", dall'altro, avendo più valutazioni, anche una prova andata storta per una giornata no pesa meno.
Ho più prove da correggere, ma meno elaborati (spesso realizzati a gruppi o a coppie) e, con le griglie, sono più rapidi da correggere. Ritengo comunque che la mia sopravvivenza su questo piano (a settembre già mi vedevo svenire sui temi alle due di notte, cosa che per fortuna non sta accadendo) sia dovuta al fatto che ho classi poco numerose. Inoltre, essendo in una scuola a tempo prolungato, ho italiano solo in una classe.
C'è una parte di creatività, sia da parte mia nel progettare le esercitazioni/compiti di realtà, sia da parte dei ragazzi nel realizzarli, cosa che per me è importante.
I docenti che stanno usando questa metodologia sono molto attivi in rete, in un'ottica di condivisione dei materiali e delle idee. Io sento il bisogno sia di questo scambio di idee sia del loro entusiasmo.

Quindi, ecco, essere una prof capovolta senza dubbio aiuta me. Spero che aiuti un po' anche i miei studenti.

Maggiori informazioni, se ancora ne desiderate dopo questo post fiume, le trovate sul mio blog didattico

mercoledì 6 dicembre 2017

Soddisfazioni scolastiche

L'insegnamento è quel lavoro per cui, il più delle volte, torni a casa distrutta con una marea di cose da correggere e preparare e ti senti dire "beata te che lavori solo mezza giornata", in cui passi l'estate a preparare il piano per l'anno successivo mentre ti belano intorno "ah, due mesi di vacanza", in cui se qualcosa va bene è il ragazzo che è educato/brillante/seguito dalla famiglia, se invece qualcosa va male "ah, la scuola, ah, gli insegnanti".

L'insegnamento è anche quel lavoro in cui vai a scuola sconvolta, in un giorno in cui non hai sentito la sveglia, perché la pupattola ha passato la notte a tossire, salvo poi addormentarsi beata due minuti prima del risveglio programmato. Arrivi in classe che ti stai ancora chiedendo se hai finito di vestirti o se stai ancora indossando il pigiama con le pecorelle. Ti concentri strenuamente sull'idea del caffè nella speranza che la caffeina in qualche modo giunga dal mondo della mente a soccorso. Ed ecco che i ragazzi ti presentano con un sorriso il lavoro che hai sempre sognato di veder realizzato.

Quest'anno sto sperimentando in modo un po' più scientifico la metodologia della "classe capovolta", a cui in futuro dedicherò un post. In breve si tratta di far lavorare in modo più pratico i ragazzi in classe.

I miei alunni hanno dovuto inventare un personaggio medioevale e raccontare la sua vita quotidiana. In questo modo è nato Armando, contadino della Toscana medioevale.
Quattro ragazzi ci hanno lavorato esclusivamente in classe, senza aiuto da parte di adulti. Non tutto, quindi, è perfetto. Ma a me questi ragazzi hanno migliorato la giornata.

lunedì 4 dicembre 2017

Lo strano caso di Star Trek Discovery – visioni


La premessa necessaria a questo post è che sono stata cresciuta da mio padre a pane e Star Trek serie classica. Nelle estati della mia infanzia mio padre chiedeva una deroga alle draconiane restrizioni di mia madre sull'utilizzo della televisione per farmi vedere le avventure del capitano Kirk. Le serie successive le ho guardate a pezzi e bocconi, mentre ho visto più volte ciascuno dei film con il cast originale. Immagino che questo non basti a definirmi una trekker dura e pura, ma nell'eterna diatriba Star Wars vs Star Trek non ho dubbi su quale sia la mia squadra.

Mi trovo quindi immersa nello strano caso della serie Star Trek Discovery, serie Netflix di cui è disponibile la prima metà stagione. Strano caso perché in nove episodi la serie inanella una serie di caratteristiche che sembrano messe lì apposta per farla odiare, eppure, in realtà, ad ogni episodio coinvolge un pochino di più.
Sentendo gli amici appassionati e spulciando un po' in rete sembra che sia un'impressione condivisa. Si parte con un "ma che ca*** galattica!", si passa a un "però, diamogli una possibilità" a "vediamo dove vogliono andare a parare" fino a "quando escono i nuovi episodi?"

Ricapitoliamo tutto ciò che la farebbe cestinare immediatamente:

– La premessa su cui si basa il tutto è terrificante. L'universo intero avrebbe una sorta di micosi, o, meglio, una rete di micelio lo attraverserebbe. La nave spaziale Discovery ha un motore che funziona a spore (!) che le permette di teletrasportarsi ovunque voglia. 
NOTA: la serie è ambientata prima di quella classica, ma in seguito non abbiamo traccia di questa teoria né di una tale tecnologia

– Tutti i personaggi si distinguono per antipatia. Dopo un paio di episodi se ne ha la certezza, è una cosa studiata e voluta. Abbiamo la protagonista che a livello caratteriale unisce il peggio di umani e vulcaniani, il capitano "il fine giustifica il mezzo e i morti", lo scienziato per cui tutto va in secondo piano rispetto alla scienza, l'alieno con risentimento (per carità, giustificato) e la saputella imbranata. Dopo qualche altro episodio si inizia a notare che sono antipatici ma non monodimensionali. Il capitano Lorca, ad esempio, ha diverse sfumature di bastardaggine (solo io ho il sospetto che sapesse che la missione in cui era impegnata la sua ex era una trappola e che la cosa gli andasse assai bene?). Al momento l'unico metodo comprovato per migliorare il carattere è l'esperimento genetico clandestino .

– I klingon, specie aliena storica nell'universo di Star Trek, sembrano avere una grave malattia alla pelle. I klingon hanno in effetti più volte cambiato aspetto, ma così rettilei e glabri non erano mai stati. La cosa è troppo dissonante con le regole del gioco per non avere una spiegazione, ma è quanto meno disturbante.

– I primi episodi sembrano prendere a pugni lo spirito stesso di Star Trek, una serie che è sempre stata fondamentalmente ottimista, più speculativa che d'azione. Qui si parte con una cupa storia di guerra che lascia ben poco spazio alla speranza e dove viene ribadito che alcuni pregiudizi possono anche essere scomparsi, ma ci sarà sempre qualcuno considerato diverso e per tanto emarginato da un gruppo dominante.

L'impatto iniziale, quindi, è stato di guardare qualcosa di terribilmente fuori fuoco. Eppure, molte volte, guardando film, telefilm o leggendo libri ho avuto l'impressione di avere di fronte qualcosa che voleva a tutti costi funzionare, ma con evidenti errori di progettazione. Qui c'era qualcosa che evidentemente non voleva funzionare. E poi via, puntata dopo puntata, ecco tanti minuti aggiustamenti, spostamenti minimali di prospettiva che fanno sospettare che tutto sia voluto. Una sorta di grande scommessa con gli spettatori, dare loro quasi il contrario di quanto si aspettano per poi condurli lentamente nella storia.
Pian piano tanti tasselli tornano a posto. L'integrazione, è evidente, un tema della saga. Non ci viene presentato un futuro in cui è già in atto, ma uno in cui ciascun personaggio, per motivi che vanno dal risibile (russo e nessuno mi vuole come compagno di camera) al molto serio (ho causato accidentalmente una guerra) è un emarginato. I motivi "classici" per cui si viene emarginati oggi sono superati, ma non l'emarginazione in sé e tuttavia si lotta per superarla.
I personaggi sono antipatici, molto antipatici, volutamente antipatici, ma sono in evoluzione. Più che in altre serie. Per certi versi questi loro tratti di cinismo, disillusione, paura diventano le cose per cui li si percepisce vicini. Certo, dopo nove puntate non posso dire ancora di essermi affezionata a loro, ma inizio a trovarli interessanti.
Certo l'idea dell'universo percorso dal fungo gigante e quella del motore a spore continua a sembrarmi un'idiozia bella e buona e qualsiasi soluzione troveranno per giustificare la sua assenza nei tasselli narrativi successivi dubito che mi piacerà. Ma il tutto è, appunto, interessante, con la sensazione che qualcuno stia giocando volutamente con le aspettative del pubblico. È di più di quanto si possa dire per molti prodotti televisivi.

PICCOLA POSTILLA ULTRA NERD
I veri nerd ricorderanno che negli anni '90 girava un documento chiamato "Hai due mucche in..." in cui vi era tutta una casistica di avvenimenti che poteva capitare a qualcuno che avesse due mucche nei vari universi narrativi e ludici. Ricordo perfettamente quello che accadeva in Star Trek ... Hai due mucche, la Federazione le considera individui. Non puoi mungerle senza il loro consenso, non puoi macellarle se non ti attaccano per prime.
Ora, mi ha fatto sorridere e anche iniziare a rappacificarmi con la serie un episodio che sembra preso da questo vecchio ritrovato nerd. Hai un acaro gigante che ti serve per far funzionare la nave, ma il medico di bordo lo considera un individuo... Da qui una delle più importanti svolte di trama della serie...

Star Trek a parte, vi siete imbattuti in una storia che, pur partendo da pessime premesse ha saputo farvi ricredere? In che modo?

sabato 2 dicembre 2017

Festa Mobile – Piovono Libri


Se vi siete chiesti come mai il blog taccia da qualche giorno, beh è perché siamo saliti sulla giostra delle malattie infettive, con la nuova arrivata "piedi-mani-bocca", malanno, pare, più fastidioso che grave. Ha tuttavia il suo strascico di vai dalla pediatra-in farmacia-organizza i turni nonni-riprendi dai malesseri notturni che si è portato via e si porterà via gran parte delle mie energie mentali

Fortuna che c'è il gruppo di lettura, più attrezzato che mai, pronto ad accogliermi in diretta fb per partecipare alla seduta direttamente dai casa mia, con un occhio sulla bimba addormentata. 
Non so se dalle mie parole traspaia quanto sia grata agli amici lettori che in quest'ultimo anno hanno fatto di tutto per venire in contro alle nostre esigenze di neo famiglia, facendoci sentire più che mai parte del gruppo, e tenendo viva la mia curiosità intellettuale con libri che, da sola, non avrei mai aperto.
GRAZIE DI CUORE RAGAZZI!

Ma veniamo al libro.

FESTA MOBILE

Festa mobile è l'ultimo libro di Hemingway, rimasto incompiuto al suo suicidio. Si tratta di una sorta di autobiografia degli anni giovanili trascorsi a Parigi in un, ai nostri occhi incredibile, fervore culturale. Negli anni '20, infatti, nella capitale parigina c'era la crème delle arti figurative e della letteratura in lingua inglese. Gli scrittori di lingua inglese, in particolare, creavano un gruppo coeso che si incontrava spesso, scambiandosi spunti e idee, anche quando le produzioni e la ricerca stilistica  percorreva strade assai diverse (ignoravo, prima di leggere il libro che Hemingway apprezzasse Joyce e lo avesse frequentato a Parigi, dato che nella mia testa sono autori talmente diversi da percepirli come inconciliabili).

Al contrario della maggior parte degli altri lettori presenti in modo reale o virtuale alla seduta, questo libro mi è piaciuto moltissimo. Hemingway come personaggio continua a starmi neanche troppo cordialmente antipatico, ma quest'opera è riuscita se non altro a farmelo capire un po' di più.

Dubito che avrei avuto le stesse sensazioni durante la lettura se non avessi saputo che questo era il libro a cui Hemingway stava lavorando quando si è suicidato.
Vi sono numerosi passaggi nel romanzo in cui, com'è ovvio aspettarsi, si parla del lavoro dello scrittore e Hemingway insiste più volte su una parola, sincerità. Uno scrittore, dice, deve principalmente essere sincero. E queste frasi mi sono rimaste in mente quando in altri passaggi sottolinea come in quegli anni, quando era povero (per i suoi canoni, come si è detto al gruppo, in realtà a Parigi faceva la bella vita, altro che, un operaio lo avrebbe preso a schiaffoni per le sue affermazioni), era felice. Una felicità di cui non era consapevole e destinata a sgretolarsi quasi in contemporanea all'agognato arrivo del successo letterario.
Ecco, io non potevo non pensare a quest'autore ormai anziano e famosissimo, depresso, ossessionato dall'idea della morte, che ripensava a un tempo passato e a una generazione di artisti allora suoi amici, giovani e pieni di ideali che, al momento in cui lui scrive, hanno ormai fatto una pessima fine. L'Ezra Pound (per me sicuramente la figura più interessante del romanzo) idealista e generoso divenuto poi apologeta del fascismo e infine rinchiuso in manicomio o Fitzgerald, morto ormai da tempo, dopo dolorose traversie.
Sotto il ricordo gioioso di questi anni parigini vissuti con leggerezza, addirittura con incoscienza, tra feste, corse ai cavalli, idealismo e sogni letterari, ho visto una sorta di dolente canto funebre per una generazione ormai sì, irrimediabilmente, perduta, a cui Hemingway si sentiva sopravvissuto suo malgrado.

Il secondo grande motivo di fascino è stato, per me, proprio l'immersione in questa generazione perduta.
La definizione, che Hemingway proprio non amava, è di Geltrude Stein, ricca signora che, insieme alla propria compagna, aveva organizzato intorno a sé il più importante salotto culturale parigino. In ogni caso generazione perduta indica un gruppo di autori diventati adulti in una prima guerra mondiale a cui, quasi sempre, avevano voluto fortemente partecipare. Si erano trovati sopravvissuti loro malgrado in un'Europa che, per altro, capivano molto poco, con i gradi ideali che li avevano mossi,se non sfumati, almeno molto confusi. Leggendo il romanzo mi hanno dato l'idea di un gruppo di intellettuali con più talento che consapevolezza di ciò che accadeva davvero loro intorno, mossi dal disperato desiderio di lasciare una traccia in un mondo che, tendenzialmente, era mosso da forze assai più grandi di loro.
Non mi ha stupito che per la maggior parte abbiano fatto una pessima fine, ma forse, per la prima volta e come non mi era capitato con altri romanzi che in qualche modo trattano della stessa generazione, come La cripta dei cappuccini, ho capito il loro spaesamento. 
Figli di un'epoca precedente si sono trovati in un mondo in troppo rapido mutamento con l'illusione e l'ambizione di volerlo capire. 
Come minuscoli surfisti che ambiscano a cavalcare un'onda di tsunami. Nulla di sorprendente che ne siano stati travolti.

Infine, la cosa che ha colpito tutti i lettori è il fatto che, insomma, anche Hemingway è stato un giovane scrittore alle prime armi. Uno che andava a spiare Joyce da lontano e si sentiva euforico per averlo visto mangiare. Uno che festeggiava felice un racconto venduto, chiedendosi se sarebbe mai stato in grado di scrivere un buon romanzo. Lo vediamo pieno di ammirazione per il già famoso Pound e stupito nel constatare le fragilità di Fitzgerald. Certo, nella rievocazione si toglie un gran numero di sassolini dalle scarpe e sono davvero pochi i personaggi  a cui non riserva qualche cattiveria. In generale, però, ci riporta a un giovanotto pieno di sogni e ambizioni che, però, non ha alcuna certezza sulle proprie effettive possibilità di realizzazione.
Da questo punto di vista è in qualche modo imprescindibile per uno scribacchino che abbia una qualsiasi ambizione. Per quanto Hemingway vivesse alla giornata, sregolato, sempre impegnato a bere, pronto a giocarsi alle corse i guadagni, come autore era estremamente disciplinato. Percepiamo quanta fatica e dedizione vi sia nella sua ricerca stilistica.

In tutto questo, Hemingway mi stava cordialmente antipatico prima di questa lettura e continua a restarmi antipatico dopo. Si conferma privo di empatia, costantemente concentrato sul proprio ombelico. Sembra ricordarsi con esattezza ogni alcolico bevuto, il nome del suo gatto, ma non quello del figlio e anche la moglie sembra una figura pallida, della cui felicità il buon Ernest non sembra occuparsi molto, se non come riflesso della propria. Nonostante questo, Festa Mobile mi ha dato molto, immergendomi in un mondo di cui sapevo poco, presentandomi sotto una luce inedita autori di cui avevo sempre sentito parlare e fornendomi tutta una serie di spunti di riflessione. È, insomma, un esempio perfetto di ciò che richiedo a un libro che non abbia solo lo scopo (nobile) di intrattenermi.

Infine, sono crollata prima di poter condividere con il gruppo, perché secondo me, la rilettura di questo libro è stata scelta dai francesi come reazione simbolica agli attentati del 2015.
Ci riporta alla Parigi migliore, che accoglie gli stranieri e fornisce loro l'humus intellettuale necessario perché possano sviluppare al meglio il proprio potenziale. È sicuramente molto altezzoso e molto francese il volersi riconosce in questo. Ma mi è sembrato meraviglio che la reazione a un attentato sia la lettura, una lettura che ci riporti al meglio che una città può dare.

lunedì 27 novembre 2017

I dubbi della mamma socratica – i grandi interrogativi


Una mamma socratica come me vive di interrogativi. Alcuni molto seri, del tipo come sopravvivere alle mamme non socratiche? Cioè quelle prive di dubbi, quelle del "si fa così perché ho ragione io", che abbondano sopratutto in rete e non danno consigli, ma diktat.
Per fortuna la pupattola risponde in modo deciso (eh, ha un bel caratterino, ci dicono dall'asilo) a molti dei dubbi della mamma socratica.
Si troverà bene all'asilo? Ciao ciao, mamma. E si dirige verso i giochi senza un minimo cenno d'ansia da separazione.
Mangerà abbastanza? Ancora un po' e ci svuota la dispensa a ogni pasto (anche se è iniziata la guerra selettiva alle verdure)
Dormirà abbastanza? Lei sì, noi no.

Rimangono alcuni interrogativi, dubbi su cui bisognerebbe indagare in modo scientifico (ma anche no, non so se voglio sapere davvero)

Cosa contengono davvero alcune pappe pronte?
La pupattola è una buona forchetta. A parte certe verdure, che vengono accuratamente isolate dal resto del cibo, ripulite da ogni residuo di altri alimenti e gettate sotto il tavolo appena mamma si distrae, mangia quasi tutto. Ha sempre preferito il "cibo vero" all'omogeneizzato, tanto che tutte le mie scorte mai utilizzate sabato sono state devolute al Dona Cibo. Con un'unica eccezione. Una "pappa completa" di una nota marca, chiamata "la pappa gialla" per il suo colore, per altro non chiaramente correlato agli ingredienti.
Niente, non c'è giornata storta o situazione disagevole che prevalga sulla pappa gialla. Quando tutto fallisce, è una sicurezza. Basta fargliela vedere per scatenare urla di giubilo e trepidante attesa. 
Eppure la pappa è praticamente insapore, dalla consistenza acquosa è la cosa che d'istinto assoceremmo alla parola "sbobba". Nessuna delle altre numerose pappe pronte di quella o di altre marche ha lo stesso fascino. La pappa gialla, invece, è stata mangiata in ogni condizione, in un caso semi fredda in un parcheggio, allungata con qualsiasi altro alimento, scatenando sempre lo stesso entusiasmo.
Lo studio accurato dell'etichetta non è riuscito a svelare né l'origine del colore né questa predilezione. Riamane uno dei misteri insoluti dell'universo degli infanti.

Cosa nasconde davvero Peppa Pig?
I nostri tentativi di crescere una figlia lontana dalla tv sono naufragati dopo i primi cinque minuti di accidentale visione di questo famigerato cartone animato. All'epoca il vocabolario della pupattola avrà avuto si e no 20 parole, ma si è subito arricchito della parola "Peppa!",  corredata da grugniti di gioia.
Al momento Peppa Pig è il premio serale dopo la cena, cosa che permette a noi grandi di bonificare la cucina (andando a caccia di tutti i pezzi di verdura gettati in giro). Inevitabilmente ci siamo fatti anche noi una cultura in merito. Io e il marito abbiamo notato che si tratta di un cartone animato dotato di una forte coerenza interna. E qui sono partiti gli inquietanti interrogativi.
Molte delle famiglie presentate appartengono ad animali dalle cucciolate numerose. Eppure solo tra i conigli sono apparsi dei gemelli. Non dovrebbe avere molti gemellini Peppa e così pure George? Mio marito ha ipotizzato che la società di Peppa Pig si regga su un terribile segreto. Per ogni cucciolata, secondo lui, viene tenuto solo un cucciolo. E che fine fanno gli altri?
Inutile dire che appena questo dubbio si è insinuato nella mia mente ho iniziato a trovare estremamente inquietante il cartone animato.
La pupattola, per fortuna, è del tutto ignara dei nostri dubbi, continua a grugnire felice e a gridare "Peppa!" per tutta la sigla e va bene così.
Però il dubbio rimane...

sabato 25 novembre 2017

Le donne della storia a cui sto lavorando

Questi sono giorni in cui ci si mobilita contro la violenza sulle donne. Violenza che spesso non è solo fisica, è la pacca sul sedere, il commento per cui sei zoccola solo perché ti vesti in un determinato modo, è l'idea che non puoi, solo perché sei donna.
Per la prima volta, sto lavorando a una storia che è quasi al 100% femminile. Spero che siano personaggi femminili veri, con il loro carico di passione e sentimento. All'inizio le mie protagoniste sono delle perdenti ed è così che voglio presentarvele, con i loro dolori, fin troppo comuni, ancora ben vivi.

Veridiana
Anche se il giorno in cui lei aveva organizzato tutto per presentarlo a suo padre, Gualtiero si era trovato con trentanove di febbre e nessun anello col brillante sembrava voler apparire al suo dito, non c’era stato un momento in cui Veridiana aveva supposto che le intenzioni del giovane fossero meno che oneste. Abituata ad essere l’unica figlia dell’uomo più influente del paese, non era pronta a capire che c’erano al mondo partiti migliori di lei. Di Gualtiero non si era accorta del gentile, ma assiduo, salutare la figlia del professore ordinario, né poteva sapere dei fiori che le venivano inviati ogni domenica mattina. Veridiana era arrivata del tutto impreparata al giorno in cui Gualtiero Molinari pubblicava a proprio nome l’ultima parte della ricerca sul Mantegna scomparso e, contemporaneamente, annunciava il proprio fidanzamento con la figlia dell’ordinario. Il cuore di Veridiana si era frantumato all’istante, per poi ricompattarsi, non più di carne e sangue, ma del granito del Montorfano, una montagna poco distante da Roncaglio, il cui nome dava perfettamente l’idea dello stato d’animo della donna. 


Palmira
Dopo seicento anni non ci sarebbe più stata una Strigoni a Roncaglio. Nessuno più che sapesse estrarre il veleno da una vipera, far cicatrizzare una ferita con le giuste foglie o rimettere a posto una spalla lussata senza quasi fare urlare il proprietario. Nessuno più che sapesse quali fiori cogliere nel cimitero nelle notti di luna piena e su quali pietre versare un bicchier d’acqua per far cessare la siccità. Nessuno più che sapesse perché c’era un carpine vicino al masso erratico, nei boschi appena fuori dal paese e il modo in cui una donna appena sposata dovesse toccare pianta e sasso per essere sicura di rimanere incinta. L’ultima casa del paese, che non era più l’ultima, con tutto quel gran giardino, sarebbe stata comprata dall’immobiliare che da due anni faceva loro il filo, l’avrebbe abbattuta per fare spazio a una palazzina.


Marieme 
...Era una donna sola, arrivata in Italia incinta, pensando che il medico italiano responsabile di quella sua condizione l’avrebbe sposata. Aveva scoperto che l’affascinante volontario che le aveva giurato amore eterno di moglie ne aveva già una e anche di figlia. L’aveva messa a tacere aiutandola con il permesso di soggiorno e istradandola verso un centro di aiuto per ragazze madri, perché non finisse in mezzo alla strada. Solo quando si era impratichita con la lingua e la legislazione, Marieme si era resa conto che il buon medico avrebbe avuto il dovere di riconoscere la piccola e provvedere a lei, ma, come molte donne in quella situazione, a quel punto era troppo impegnata a sopravvivere per gettare energie in una battaglia legale e poi aveva ancora l’orgoglio di riuscire a farcela da sola.

Albina
Era cresciuto considerando la madre una figura incolore contro cui il marito riversava tutte le sue frustrazioni. Una creatura apparentemente senza personalità propria, senza desideri o aspirazioni il cui unico scopo era nutrire i famigliari e produrre lamentele prolungate che non prendevano mai una forma propositiva. 

Inutile dire che le mie quattro donne riusciranno alla grande a riprendersi in mano la propria vita, purtroppo questo è un romanzo e che nel mondo reale non sempre accada.

mercoledì 22 novembre 2017

Di ruolo, ma non troppo


C'è una rubrica che appare ciclicamente su questo blog mio malgrado. 
Quella delle mie vicissitudini da prof. Innanzi tutto vorrei che non esistesse per un motivo preciso: non avere vicissitudini, limitarmi a alunni bravi, meno bravi, genitori collaborativi, meno collaborativi, riunioni interessanti, meno interessanti, colleghi, insomma il mio desiderio di vita non noiosa sarebbe già appagata così.
Poi, però, c'è tutto questo mondo folle di burocrazia scolastica che genera racconti surreali che a inventarli non verrebbero neppure sotto LSD.

Pensavate che ora che sono di ruolo non avessi più di che scrivere?

Il fatto è che non sono ancora del tutto di ruolo.
Avendo passato lo scorso anno scolastico in maternità, adesso sono in pieno "anno di prova".

Come il solito in un mondo ideale il tutto avrebbe senso. Io dovrei essere una giovanissima neolaureata che dopo un percorso abilitativo e un concorso per la prima volta quest'anno metto piede in una scuola. Affiancata da una docente esperta imparo per la prima volta il mestiere, rifletto sul tipo di prof che voglio essere, seguo dei corsi e produco una tesi.
Come se i miei quasi dieci anni di precariato non fossero mai esistito.

Quindi oggi sono di nuovo migrata verso la cittadina, alla solita oretta d'auto dalle mie lande, per migliorare l'unica competenza davvero accresciuta con tutto questo percorso: guidare di notte nel traffico.
Anche questa volta non sono mancati i momenti surreali regalatici da un formatore più consapevole di quanto visto precedentemente della sua utenza effettiva:
"Mi avevano proposto di farvi un laboratorio sull'alternanza scuola-lavoro, ma un buon terzo di voi lavora alla scuola dell'infanzia, che dite, li mandiamo a lavorare subito?"
"Obblighi importanti: non uccidete gli alunni, non uccidete il preside, almeno per quest'anno"
"Va beh, nel documento finale ricordatevi di dire che avete imparato qualcosa. Che so, numerate le vostre competenze e fate in modo che ce ne sia almeno una in più rispetto al documento di partenza".

Cose positive di questo primo incontro? Finalmente ho avuto il tempo per pensare bene a un racconto. In questi casi, quando sale lo stress da cose da fare, torno sempre a rifugiarmi nel salotto di Baker Street.

Spero di non avere nuove puntate per questa rubrica, ma tra documenti da compilare, corso da seguire e piattaforma on-line non dubito che qualcos'altro salterà fuori.