mercoledì 20 giugno 2018

Quale storia insegnare ai nostri ragazzi?


In questi giorni sono immersa nel lavoro di programmazione per il prossimo anno scolastico.
Dato che la pupattola va al nido praticamente dietro la scuola e io, siano ringraziati gli dei tutti, non ho esami, posso immergermi nella biblioteca scolastica per cercare di rispondere alla domanda filosofica/esistenziale "che far fare ai miei ragazzi l'anno prossimo?"

Croce e delizia, più di tutto, è storia.
Perché è la mia materia preferita, da brava archeologa in disarmo quale sono.
Perché di solito è la loro materia meno amata.
E le due cose tendono a cozzare.

E poi il programma di seconda media idealmente va dal rinascimento all'unità d'Italia.
Vuol dire percorrere a passo di battaglione secoli cruciali incontrando morte e distruzione, rivoluzioni, drastici cambiamenti di vita e di pensiero.

Rischia concretamente di diventare una tortura comune, per me e per loro, da cui si esce con molta frustrazione reciproca e pochissimi apprendimenti.

E da qui la mia domanda:
Quale storia insegnare ai nostri ragazzi?

Quella delle date e delle guerre?
Quella dei cambiamenti della società?
Un po' una e un po' l'altra e sperare in bene?

E sopratutto perché insegnare storia, a prescindere dal fatto che sono pagata per farlo.

La mia idea, dopo quasi due settimane di meditazione, è quella di usare come idea base il:
"cosa ci rimane di questo evento?"
Nel piccolo e nel grande.
Dalle croci ancora incise su certi portoni della zona, memoria della peste del '600, ai grandi effetti globali di alcuni eventi.
Un tentativo forse destinato al fallimento di ancorare il passato al presente di una generazione abituata a vivere l'attimo e il virtuale, per cui la notizia di ieri è già vecchia e dimenticata.

Non sono comunque se sia un'idea sensata.
Secondo voi quale storia dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi?

venerdì 15 giugno 2018

Mettere in scena i propri personaggi


Dopo la parentesi seria del post precedente, torniamo alle sciocchezze scrittoree.
La scrittura privata prosegue.
In foto vedete la stampa dei primi due volumi, quello sopra è mio, quello sotto di un tandem di amiche.
Ho detto con molta serietà i primi due volumi, perché la produzione è ancora in corso.
Per me significa addentrarmi in storie inesplorate, senza la rigida struttura del giallo o i forti eventi esterni del fantastico (per quanto nei miei fantasy di solito capitino poche cose, qualcosa capita comunque). Quella che sto scrivendo in questo momento è una storia esclusivamente psicologica, l'unica di questa lunghezza in cui mi sia mai buttata. Esca come esca, è comunque un'esperienza formativa.

La cosa buffa è che siamo in tre a scrivere usando gli stessi personaggi di partenza, con una quarta amica molto informata dei fatti e mio marito che sopporta (e legge, santo uomo). 
E i nostri personaggi hanno iniziato a parlare tra loro. 
Non all'interno di una storia.
Tra storie diverse.

Immaginiamo che ciascuna di noi stia raccontando un universo parallelo, simile ma non uguale a quello delle altre, in cui ci sono gli stessi personaggi, ma con delle variazioni. E ci sono delle finestre per cui i personaggi qualcosa sanno di cosa accade nell'altro universo.
E commentano.

Quindi, ad esempio, io leggo un pezzo non mio e ho un'opinione su quello che vi accade. Ma anche i miei personaggi hanno un'opinione. Spesso non concorde tra loro. Che comunicano.

Ora questa cosa è una follia, ma è anche estremamente divertente e narrativamente interessante.
Perché mi porta a conoscere aspetti dei miei personaggi che non hanno a che fare strettamente con gli eventi narrati, ma li arricchisce.

In nessuno dei corsi di scrittura che mi è capitato di fare o nei manuali che ho letto si propone un esercizio del genere, eppure credo che sia interessante da fare.
Cercate qualcuno che scrive e che stimate. Inventate insieme uno o più personaggi o prendetene di già esistenti. Datevi qualche giorno per studiarli in autonomia e poi fateli parlare, fate raccontare loro delle loro scelte e delle loro vite, di come e del perché divergano pur essendo partiti da una base comune.
Vi assicuro che possono uscire cose davvero interessanti.

Certo, quando ti trovi a scrivere un messaggio per conto di un tuo personaggio che ha qualcosa da dire alla sua controparte di un'altra storia, senti di essere ancora più matta di quanto già sapessi di essere. Ma, insomma, uno proprio sano sano di mente non si mette a fare lo scrittore.

Se provate l'esercizio proposto ditemi poi com'è andata.
Ah, dimenticavo, effetti collaterali. Trovarsi a scrivere 300 pagine in meno di due mesi.

martedì 12 giugno 2018

Parole di cui abbiamo bisogno

Di nuovo una pausa non voluta, dovuta alla concomitanza scrutini-relazioni-malanni (certo, anche alcuni personaggi logorroici che si sono imposti alla mia attenzione non hanno aiutato).
Non posso dire di essere stata particolarmente attenta al mondo esterno in questi giorni e tuttavia come mamma, insegnante e in fin dei conti cittadina italiana, mi sento in dovere di segnalare una cosa che mi ha colpito.

Ho seguito da spettatrice distante la crisi politica e la nascita del nuovo governo, godendo, devo dire, più per gli spunti satirici in alcuni casi ben colti che questi fatti hanno dato che stando davvero attenta alla sostanza. Ci sono parole, però, che mi hanno colpito. Spesso in negativo. Parole molto forti, spesso ritrattate subito dopo, sia pronunciate da politici che da privati cittadini.

Ci sono state, però, anche delle parole chiare, che ho sentito per caso, in auto, dalla radio e ho pensato che davvero erano le parole di cui abbiamo bisogno.
Mi sarebbe piaciuto che una voce così limpida e netta, che chiama le cose col loro nome, fosse uscita da un giovane, invece affidarci al buon senso di un'anziana. E forse va bene così.
Mi riferisco alla parole della senatrice a vita Liliana Segre, di cui vi lascio il link. Sette minuti che vale la pena di ascoltare.


Non è per me una questione di politica o, peggio, di parte politica. 
Mi spaventa quello che sento nell'aria, il voler mettere differenze tra persone e persone. Addirittura di voler considerare qualcuno meno persona di un'altra. Bene ha fatto, dal mio punto di vista, la senatrice Segre a ricordare dove può portare questa strada. E bene ha fatto a parlare esplicitamente di rom e sinti.
Non credo che in questo momento, in Italia, ci sia una minoranza fatta oggetto di più pregiudizi e più emarginata, spesso considerata meno che umana. 
Credo di aver già raccontato sul blog quanto mi era accaduto qualche anno fa in una classe. Un alunno aveva usato la parola "zingaro" come insulto. Dopo che era stato richiamato, una compagna ha alzato la mano dicendo di essere sinti. Ricordo fin troppo bene il gelo che è caduto in classe, perché quella ragazzina, perfettamente inserita, bravissima in musica e nelle lingue non poteva appartenere a quel gruppo di persone che, secondo alcuni adulti (come riportato da un altro, imbarazzatissimo alunno) "andrebbero bruciati tutti". 

E, in generale, sarebbe bene ricordare, oggi più che mai, che i diritti umani spettano a tutti. In quanto esseri umani. Senza far distinzioni tra chi ci piace e chi no.
Come ricorda una mia cara amica, non c'è nulla di più pericoloso che "il diverso pulito". Cioè lottare per i diritti di chi ci piace, magari ci fa tenerezza e dimenticarsi degli altri. Quel processo mentale che ha portato alcuni senatori ad applaudire quando si è parlato dello sterminio degli ebrei e a non farlo quando si è ricordato che anche i rom hanno fatto la stessa fine.
Questo è solo un esempio di una propensione a tracciare linee divisorie tra chi dovrebbe avere più diritti e chi meno.

Il che, sia chiaro, non implica il chiudere un occhio al rispetto della legge. Come un sacco di gente, quando ero all'università, ho subito un furto in casa "firmato" da una banda rom (che mi hanno rubato i vocabolari, mannaggia a loro, immagino per mancanza di qualsiasi altra cosa). I ladri sono ladri, chisseneimporta da dove vengono, e andrebbero trattati come tali. 
"Andrebbero bruciati tutti", però è un'altra cosa. 

Dal momento che queste frasi le sento, le sento sempre più spesso, nei più disparati contesti. 
E mi sembrava doveroso lasciare una traccia pubblica, sia pure solo su un inutile blog, del fatto che io non sono d'accordo.

venerdì 1 giugno 2018

Guardando verso l'estate



Con la pioggia che arriva puntuale quasi ogni giorno, l'estete la guardiamo, ma ancora non la sentiamo, se non a tratti e a spizzichi, forse per questo ancora più graditi.
Del resto siamo all'ultima settimana di lezione, periodo dell'anno strano, in cui i docenti sognano vacanze che, in realtà, non sono così imminenti.

Periodo dell'anno strano.
In cui si scrive un sacco, ma per lo più relazioni.
In cui si guardano gli studenti, magari quelli che per tutto l'anno hanno scatenato, diciamo, sentimenti non così positivi e di colpo li vedi piccoli, ma cresciutissimi rispetto al primo giorno. Di colpo non pensi più a tutte le volte che avresti voluto ammazzarli, ma a tutti i piccoli progressi che hanno fatto.
In cui si inizia a percepire una sensazione di fine, che in realtà non è così imminente (sfatiamo il mito, in realtà radicato anche nel subconscio dell'insegnante, che si vada in vacanza insieme agli alunni). Questa è diversa, per me, questa volta. Questo è il mio primo anno da prof stabilizzata, se prima mi prendeva l'ansia da "chissà dove sarò l'anno prossimo, che ne sarà di me?", quest'anno è più "e i colleghi ancora precari? Torneranno?"

Fine dell'anno scolastico, periodo strano, di un anno strano.
In cui mi sono costruita i miei spazi in una scuola in cui per la prima volta non mi sento precaria. Per "costruita i miei spazi" intendo le mie piccole routine salvavita. Trovare il panettiere dove comprare il pane, il bar dove bere il caffè vicino alla scuola e quello più defilato. La passeggiata corta da "sono arrivata dieci minuti prima" e quella lunga da "non mi conviene tornare a casa per un'ora". Perché comunque, come ho fatto dire a un mio personaggio nel corso della scrittura privata, sono e rimango una creatura solitaria, non molto trattabile. Ho bisogno di spazi e silenzi. Ho scoperto che in cinque minuti netti dalla scuola sono comunque in riva al lago (esattamente nel punto dove ho scattato la foto alla pupattola) e che in inverno in riva al lago non ci va nessuno. Già lo sapevo, perché si trova in un paese dove ho bazzicato a lungo in diversi vesti professionali, che la scuola si trova in un posto che posso amare. Sembra una sciocchezza ma io ho bisogno di questo contatto fisico con il paesaggio, amare l'aria che respiro, guardare fuori dalla finestra e vedere qualcosa a cui sento di voler bene. Per certi versi questo rapporto con la terra che abito conta più di quello con le persone. Posso ignorare una persona, ma non un paesaggio.

Grazie al cielo non ho avuto bisogno di ignorare nessuno. Sono oppressa, in questi giorni, da una inevitabile voglia di far niente. Stare ferma e fissare il vuoto, ascoltando pigramente storie che i miei personaggi mi sussurrano all'orecchio, senza per altro neppure promettere loro che le scriverò. Ma non ho quella stanchezza disperata di certe fini anno scolastico o quel senso di "che finisca tutto prima che faccia una strage". Sono stata bene, con gli alunni e con i colleghi. Ho ancora idea di star dimenticando o di aver dimenticato qualcosa di importante, ma se c'è una cosa di cui sono grata a tutti è stata l'enorme pazienza dimostrata verso di me nei giorni in cui non sapevo da che parte ero girata.

Un anno strano. Il mio primo da mamma lavoratrice. Con equilibri ancora tutti da scoprire.
Una mamma lavoratrice fortunata che ha trovato per puro caso un posto in un asilo nido aziendale a due passi dalla scuola. Ora non so cosa farà questo nuovo governo (se farà, se durerà) per le famiglie. Però, ecco, l'asilo nido e un buon asilo nido cambia tutto.
Con un buon asilo nido la pupattola entra di corsa e saluta mamma sorridendo, anche alle 7.30 del mattino, se necessario. Così mamma va al lavoro tranquilla, sapendo che la pupattola è seguita, senza sensi di colpa, senza sovraccaricare i nonni.
E la pupattola cresce sveglia, pronta e chiacchierina (a volte persino troppo sveglia e pronta), con già due amichette del cuore a neppure due anni.
Certo, la pupattola si ammala anche. Per fortuna meno di altri pupattoli. Ma quanto ho odiato la tosse durante quest'anno scolastico. La tosse, ho scoperto, è una maledizione infantile da cui non c'è rimedio. Avere un marito farmacista uccide ogni speranza. Pare che un bimbo possa avere fino a 8 episodi di tosse, da considerarsi in realtà non preoccupante e per certi versi fisiologica, che durano fino a due settimane l'una. Fate un po' voi. Nessuno degli svariati preparati in commercio, dalla bava di lumaca all'estratto di non so più cosa, si è mostrato più efficace del placebo nelle ricerche scientifiche. Funziona un po' meglio il miele, poi però le senti dai dentisti. E quindi tosse. E con la tosse non si dorme (nessuno) e dopo un po' con la tosse si vomita. Sopratutto di notte o quando mamma è andata a farsi la doccia. E quindi il giorno dopo si è uno zombi. Che poi fosse solo il giorno dopo. 8 episodi ciascuno da due settimane. Ecco, diciamo che siamo stati in media.
Credo di aver trascorso in uno stato di coma tutto gennaio e febbraio. Faccio proprio fatica a ricordarli, se non con un senso di stanchezza infinita che poi si trasformava in irritabilità molesta.
Il marito non mi ha lasciato, i colleghi non mi hanno denunciato e gli alunni paiono comunque sopportarmi bene. Direi che è un grande risultato, viste le premesse.

Però adesso ho proprio bisogno di estate.

martedì 29 maggio 2018

Macerie Prime – Letture


Lo scrivo ogni volta che parlo delle opere di Zercalcare, ma questa volta vale di più.
L'unico artista da cui mi sento rappresentata in quanto appartenente alla mia generazione è un tizio che parla con un armadillo immaginario e che ha idee politiche che a confronto io sono una suora democristiana.
Vale sempre, ma questa volta di più.

Macerie Prime è una narrazione a fumetti che si articola in due volumi e racconta il naufragio della mia/nostra generazione.
Zero, rispetto ai suoi amici, è quello che ce l'ha fatta. Ha avuto successo, non sa neppure bene lui come e perché. I suoi amici no. Sono trentenni come tutti noi trentenni, precari e irrisolti, sovvenzionati dai genitori, sempre più disperati ad annaspare in potenzialità che da inespresse diventano inesorabilmente perdute. Questa è la storia degli amici di Zerocalcare e quindi della mia generazione.

Fa impressione. Non c'è uno dei personaggi di questo libro a cui io non possa dare un nome preciso, pensando ai miei amici. Non ho un Secco, con i suoi guai con la giustizia dovuti a risse e vandalismo, ok, ma abbiamo altro. Per il resto non ci manca nessuno. La coppia che continua a vivere in un'eterna adolescenza. Chi vorrebbe un figlio e per vari motivi non può. Chi non riesce a trovare un lavoro all'altezza dei propri studi. Chi è dentro un impiego prigione. 
Ne parlavo col marito e ci dicevano "forse ci manca l'amico cinghiale" e poco dopo, uscendo incontriamo un amico e... È proprio come l'amico cinghiale di Zero!

Noi trentenni siamo o conosciamo di sicuro qualcuno che nuota in questa precarietà, affettiva, emotiva, economica o lavorativa. La palude delle potenzialità inespresse che alla lunga inaridisce il cuore e diventa un alibi per non raggiungere neppure gli obiettivi prendibili.

Personalmente mi ha impressionato anche la riflessione sui ragazzi di oggi.
Noi ci sentiamo una generazione tradita. Noi abbiamo avuto tutte le possibilità da ragazzini, noi, la generazione Erasmus, che doveva essere cittadina del mondo, costretti magari a lavorare in un call center pur con due lauree, imprigionati in un precariato senza fine. Noi pensavamo, sbagliando, di avere diritto a un futuro radioso. Che bastasse dedizione e impegno perché tutto andasse bene. Siamo figli di genitori che, spesso, hanno visto migliorare la propria condizione grazie all'impegno e al lavoro. Quindi per noi era matematico: mi impegno e quindi ottengo. Non ottengo, mi sento tradito da un sistema che mi doveva qualcosa. E in questa rabbia perdiamo di vista, spesso, i valori più veri.
I ragazzi che io ho a scuola sono stati cullati nella disillusione dei genitori. Spesso a dodici anni hanno già visto la famiglia sfasciarsi, i genitori perdere il lavoro, i fratelli maggiori naufragare in un mondo del lavoro ingrato. Non vogliono impegnarsi perché non credono che l'impegno possa pagare. Si aspettano dalla vita solo sprangata. E quindi perché impegnarsi? Meglio non pensare, ubriacarsi di social, di giochini scemi, di qualsiasi cosa, pur di non pensare all'inutilità della loro vita.
Peccato che questa condizione d'animo sia per lo più colpa nostra. Sono i figli della nostra rabbia e della nostra disillusione. 
Ah, poi ci lamentiamo se una generazione nutrita a rabbia e disillusione non viene su tanto bene... 

Quindi che dire?
Se avete tra i trenta e quarant'anni e volete riconoscervi, leggete Macerie Prime
Se non appartenete a questa generazione ma volete capirla, leggete Macerie Prime
Se volete uno spaccato vero dell'Italia di oggi, leggete Macerie Prime

Sì, il narratore è un tizio che parla con un armadillo immaginario. È il migliore che abbiamo. Teniamocelo stretto.

venerdì 25 maggio 2018

Tenar e la privacy

Oggi entra in vigore la nuova normativa europea sulla privacy.
Questo blog lede fortemente la privacy... Di chi la gestisce.

Leggendo si scopre cosa leggo, cosa scrivo, cosa guardo in tv. C'è il mio nome, la mia professione, persino qualche mia foto. Leggendo con attenzione risulta chiaro persino cosa io pensi su alcune tematiche.

Se non siete me, questo blog lede pochissimo la vostra privacy e soprattutto io non ho alcun controllo su di essa.
Non sono proprietaria di dominio, ma utilizzo uno spazio concesso gratuitamente da blogspot, cioè da Google.
Quando lasciate un commento potete farlo in forma anonima, oppure con un account Google. In tal caso regalate i vostri dati sensibili non a me ma a Google. Cosa se ne faccia non lo so, in parte lo immagino. Considerando le pubblicità del tutto assurde che continuo a visualizzare sui social (grazie di pensare che io sia un direttore d'orchestra interessato a una rivista specializzata) penso che i dati che io ho gentilmente concesso siano utilizzati veramente male. Comunque fate voi, nessuno vi obbliga.
È possibile scegliere, in tutta coscienza, di farsi avvisare via mail degli aggiornamenti. Non è una cosa automatica. Siete voi che inserite la vostra mail, che, anche in questo caso, non arriva a me ma al signor Google.

Mi piacerebbe riuscire a esercitare una qualche forma di persuasione occulta che vi obblighi a comprare i miei libri. Purtroppo non è così. Questo blog non vende niente. Potete, in tutta libertà, cliccare sugli appositi link, arrivare a un sito di vendita e acquistare lì.

Pubblicità non ce ne sono.
Quindi, per quello che ne capisco io, vi ho detto tutto ciò che c'è da dire.
Il signor Google dovrebbe avervi già avvisato di tutto ciò, ma sia mai che non lo faccia anch'io.

Quello che davvero vorrei è incuriosire chi passa di qui. Portarlo magari a leggere dei libri e trarne delle riflessioni. Portarlo a ragionare sulla scrittura, se è qualcuno che scrive. Magari a condividere con me e gli altri utenti le proprie riflessioni. Solo in ultima istanza incuriosirlo a tal punto da voler leggere quello che ho scritto io.
Ma questo ha a che fare con il vostro privato, non con la vostra privacy

martedì 22 maggio 2018

Il racconto dell'ancella – Letture


Il racconto dell'ancella, romanzo distropico di Margaret Atwood adesso molto in voga anche per una serie tv che io comunque non ho visto, è stata per me un'esperienza di lettura assai particolare.
Non ricordo un altro romanzo che mi sia piaciuto così tanto che ci abbia messo così tanto a leggere.
I motivi sono molteplici, anche aver scritto quelle 130 pagine per puro diletto con annessa documentazione ha influito. Ma è innegabile che sia un romanzo da cui ho dovuto più volte staccarmi perché emotivamente insostenibile. Certo, sono un po' ipersensibile di questi tempi, ma questo la dice lunga sull'intensità di questo libro.

Siamo in una distropia, un'America alternativa in cui è salita al potere una dittatura di stampo religioso che segrega le donne, negando loro qualsiasi identità e dividendole per finalità sociali. Le mogli, compagne di vita degli uomini di alto rango, le zie, insegnanti e controllori di altre donne, le marte, donne adibite ai lavori domestici e le ancelle, donne fertili che devono procreare per conto delle mogli sterili.

È proprio un'ancella l'io narrante della vicenda che racconta, in qualche modo registra, la propria vita momento per momento e la quotidianità del sopruso e dell'alienazione.

Sono moltissimi i motivi che rendono questo libro così intenso e duro.

La prima cosa che mi ha colpito è la voce della protagonista. Una donna come potremmo essere molte di noi, istruita, figlia di una femminista, moglie di un divorziato che si trova in un regime disumanizzante che le nega persino il diritto al proprio nome.
Le ancelle, tra tutte le donne, sono forse le più sole. È vietato loro quasi ogni contatto umano, nella casa a cui sono state assegnate sono malviste dalla moglie legittima e guardate con sospetto dalle marte. Su di loro aleggia la possibilità di qualcosa di terribile e non esplicitato. Cosa accadrà se non riusciranno ad adempiere al loro ruolo di donne fertili?
Questa protagonista si mostra fin dalle prime pagine forte di una silenziosa relisienza. Non lotta, non si ribella, non progetta la fuga, almeno non subito. Sopravvive e ricorda. Ricorda l'uomo che ha amato, la figlia che le è stata tolta. Si adatta al silenzio, alle imposizioni assurde, si insinua nelle piccole possibilità che la vita le offre. La sua è a tutti gli effetti una resistenza attiva, un mantenere la mente libera che nulla ha a che fare con l'arrendevolezza del corpo e delle azioni. Lei ricorda il mondo di prima, i propri valori e rimane libera nella mente pur mostrando una totale passività di facciata.
Colpisce la violenza silenziosa a cui è soggetta che non è fatta di maltrattamenti plateali, ma di mille cose negate, di silenzio, di solitudine. Il tempo che non scorre, il tornare della mente sempre sugli stessi pensieri. 
È, narrativamente parlando, un'immersione sublime. Una lettura che quasi schiaccia. Quanti esseri umani e quante donne in particolare, ho pensato, si trovano oggi in situazioni simili, di totale sottomissione, senza altra fuga che quella del pensiero? Quanta sofferenza l'umanità riesce a infliggere ad altra umanità nella granitica certezza di essere nel giusto? Perché il dramma è questo. Come tutte le dittature, anche quella di Gaalad nasce dalla certezza di essere una miglioria. Che sia la strada per la felicità. Del resto, chi è costretto al mutismo non può esprimere un dissenso.
Poi, per me, c'è anche il non sottovalutabile aspetto che la protagonista sia una donna destinata ad essere madre di un figlio che non potrà crescere e già madre di una figlia che le è stata sottratta. Ecco per me questo a tratti è stato troppo. Ho chiuso il libro e ho fatto altro. L'ho letto per non più di un quarto d'ora di fila. 

Un pugno nello stomaco è il modo in cui il regime si è insinuato ed è andato al potere. Oltre all'aspetto della sterilità di massa, che porta questo aberrante sistema delle ancelle, colpiscono i ricordi spezzati della protagonista su come il regime abbia preso il potere.
Lei, come molte di noi nelle stesse condizioni, non pensava che sarebbe stato possibile. E anch'io, leggendo, ho pensato: non potrebbe accadere in una democrazia occidentale. Peccato che sia stato esattamente lo stesso ragionamento che hanno fatto molti ebrei davanti al nazismo, immagino anche molti iraniani prima della rivoluzione (che tra l'altro precede di pochi anni la pubblicazione di questo romanzo, non so l'autrice pensasse all'Iran, ma, almeno in modo inconscio è probabile). 
E quindi sì, la dittatura è sempre un rischio possibile. E insinua piano le proprie idee tra la gente, partendo da problematiche reali e innegabili. Partendo dalle paure, alimentate ad arte. Partendo, a ben vedere, dalla nostra realtà, dalle nostre paure, dai nostri problemi.
Tra noi e la dittatura di Gaalad c'è veramente poco. La libertà di pensiero e di espressione non è né un diritto acquisito né uno stato di natura. È fragile e lo diventa tanto più quanto più la diamo per scontata.
Infine, questo è considerato un romanzo femminista. Lo sguardo è quello di una donna, quelle a cui viene negato persino il nome sono donne. Ma gli uomini non sono più liberi. Divisi per categorie loro pure, con la possibilità o meno di avere una moglie o una donna fertile deciso da altri, inviati in guerra... Togliere libertà a una categoria è sempre togliere libertà a tutti.

Un pugno allo stomaco per me è stato anche il finale.
SPOILER ALLERT
Non sappiamo che ne è stato della protagonista, ma le sue registrazioni sopravvivono, sopravvivono alla fine di Gaalad e arrivano a un convegno di storici.
Annoiati, ironici, interessati ad altro. Del tutto poco empatici rispetto alle sue sofferenze. Che danno per scontato le libertà in cui vivono.
Se da un lato è rassicurante sapere che Gaalad è finito, dall'altro fa male questo pressapochismo nei confronti di chi ne ha sofferto. E questa mancanza di empatia è proprio l'humus ideale per un nuovo autoritarismo...


Se volete, un'altra bellissima riflessione su questo libro la trovate qua

Qualcun altro ha letto questo romanzo?
Io non ho visto la serie tv che ne è stata tratta, se qualcuno l'ha fatto sono curiosissima di conoscere i vostri pareri.