mercoledì 18 settembre 2019

Di scritture in corso


Sono sopravvissuta al rientro a scuola, cosa tutt'altro che scontata, dato che già al primo fine settimana ero raffreddatissima.
Ci mancano ancora un collega di matematica e due di sostegno e siamo ormai alla soglia della disperazione. La nostra così bella scuola a due passi dal lago è geograficamente una scuola di frontiera, dato che è quella più a nord della provincia e dunque la più lontana dall'Ufficio Scolastico competente. Inoltre le università più vicino non hanno facoltà che formino laureati per alcune classi di concorso e quindi siamo alla disperazione. Il nuovo collega di italiano è arrivato da Palermo dopo tre giorni che aveva inviato una messa a disposizione. La prima domanda che gli abbiamo fatto è se abbia un amico che possa/voglia insegnare matematica o sostegno e disposto, come lui, a trasferirsi qui per l'anno scolastico. Il passo successivo, credo, sia all'annuncio sul giornale...

In tutto questo sto riprendendo contatto con la me stessa scribacchina.
Ammetto che trovarsi in edicola con Giallo Mondadori sia un bel balsamo per l'autostima.
L'altro giorno raccontava a un collega che un racconto non fa certo di me un'autrice con la A maiuscola e è intervenuta un'altra che ha detto "Ma come, io il Giallo l'ho preso alla Coop, certo che sei un'Autrice". E, va beh, l'ego ne ha beneficiato, mi sono sentita un gatto a cui viene fatto un grattino.
Ancora più balsamo per l'autostima è la notizia che anche un altro racconto si sta involando. Di questo vi darò notizie a breve. La cosa importante è che, a differenza di quello uscito con Giallo Mondadori Sherlock, questo è un racconto scritto quest'estate. E quindi la proposta di pubblicazione è stata una sorta di conferma che sì, sono ancora capace.
Agli alunni ogni anno dedico una canzone per augurare loro buon inizio. Quest'anno ho scelto "Una chiave" di Caparezza, perché alcuni di loro avevano bisogno di sentirsi dire "non è vero che non sei capace, che non c'è una chiave". Probabilmente ne ho bisogno anch'io.

E ho bisogno di ripetermelo per la storia che sto scrivendo, di cui ormai ho perso il controllo.
Era nata come un YA, ma l'intento YA, intesa come storia non troppo impegnata per adolescenti è andato a farsi benedire abbastanza in fretta.

Il titolo di lavoro al momento è "Crisalide" e va inteso come "il dolore che si prova quando ti stanno spuntando le ali che ti permetteranno di volare".
È, più di quasi tutto ciò che ho scritto, una storia di dolore.

È una storia di adolescenti, certo, quello è rimasto. Con anche la storia d'amore caruccina (o magari è caruccina solo ai miei occhi), senza neppure il solito tritissimo triangolo adolescenziale. C'è il riscatto attraverso l'arte e lo sport (almeno in parte), ma c'è anche davvero un sacco di dolore.

Siccome la protagonista suona il piano, l'altro giorno ho cercato di catturare la collega di musica, che insegna anche pianoforte al conservatorio di Novara, come consulente. Nel tentativo di spiegarle cosa stavo scrivendo mi sono accorta che ognuno dei personaggi è fortemente ispirato a una persona reale che ho frequentato, per lo più in adolescenza. La cosa è così poco voluta che in un caso è rimasto uguale persino il nome.

Per la prima volta mi trovo con una materia che controllo davvero poco e anche se ho superato i tre quarti della prima stesura non lo so se sono capace di arrivare in fondo a questa storia con un minimo di dignità scrittorea.
È anche una continua sfida a sperimentare, a dominare la materia, a trovare nuove forme per farlo.
Per la prima volta scrivo alla prima persona presente, immergendomi nella testa di una sedicenne. La storia che non è divisa a capitoli, ma con scansioni temporali mensili, quasi fosse una presa diretta. Ogni mese, però, è anche una sorta di racconto a se stante, con una parola chiave più o meno esibita.

Considerato come sono messa, suppongo che dedicherò altri post a questo progetto. Così, per farmi coraggio, vi regalo l'inizio e la fine di Ottobre, la cui parola, abbastanza ovvia, è felicità.

OTTOBRE

La prof di religione ha fatto un pippotto incredibile sul fatto che stiamo vivendo gli anni migliori della nostra vita. Che dobbiamo rendercene conto. Come se, per il solo fatto di essere giovani, avessimo una sorta di dovere alla felicità. Andrebbe arrestata per istigazione al suicidio, credo.
Perché se devo pensare che non c’è niente di meglio di questo adesso, è la volta che mi taglio le vene all’istante. L’anno scorso avrei alzato la mano e lo avrei fatto notare. Mi sarei fatta notare anch’io, e quindi adesso anche no. Invece la mano l’ha alzata Giada.
– Non posso sopportare l’idea di essere felice solo perché non mi manca niente e non mi è arrivata chissà quale disgrazia – ha detto. – Chi è felice non ha sogni da realizzare.
La prof ha ribadito le solite cose, che non ci rendiamo conto della nostra fortuna. So dove vuole arrivare, che se sentiamo qualcosa che ci manca dentro e ci divora le viscere è la Fede che ci manca. L’anno prossimo col cavolo che faccio religione. Però quell’uscita di Giada non me l’aspettavo. Lei è davvero il prototipo della ragazza felice. La più bella e ricca della classe. Corteggiata da uno di quarta che è innegabilmente bello. Però all’intervallo sta con Federica e con me e già questo, in effetti, è strano.

***
Alla fine la festa è scivolata via in modo quasi innocuo. Abbiamo scherzato un po’ con quei tipi, abbiamo fatto altri selfi scemi, sono stata schizzata. Ho chiamato Maria quando mi è sembrato ovvio che Giada fosse pronta ad approfondire la conoscenza con la lingua non del palestrato, ma del suo amico più intellettuale, carino comunque. Potrei far vedere questi scatti all’Ardenzi, come prova che le ho dato ascolto. Questi sono i nostri anni migliori. E siamo bravissimi a fingere la felicità.

domenica 8 settembre 2019

Piccola favola vera sulla cultura inutile


Non so quale sia il nome esatto di questi fiori. Io li ho sentiti chiamare gigli di sabbia o gigli di mare. Per me, sono il simbolo perfetto della resilienza. Sembrano fragili, ma fioriscono in agosto, sulle spiagge della Sardegna. Splendono di bellezza tra la calura e i turisti.
Quest'anno, fotografando questi fiori dolci e ostinati, ho pensato che è questo quello che serve, fare ciò che si sente di fare, nonostante tutto. Ho pensato al blog, che negli ultimi tempi ho un po' trascurato. Non so quanta regolarità potrò regalargli, ma so che potrò usarlo per scrivere anche cose in cui credo. Forse saranno inutili, forse verranno calpestate. Ma in questa Italia che mi spaventa sempre più, credo sia necessario far fiorire ragionamento e gentilezza, senza preoccuparsi troppo dei risultati. Non tentarci neppure sarebbe peggio.
Così, dato che lunedì ricominciano le lezioni (nel solito caos generale, nella mia scuola siamo una cosa come otto insegnanti per otto classi e riusciamo a malapena a garantire l'apertura su orario ridotto...), iniziamo con una piccola favola vera sulla cultura inutile.


PICCOLA FAVOLA VERA SULLA CULTURA INUTILE

Che una parte della cultura sia "inutile" non è una cosa che si dica da oggi. Prendiamo le lingue classiche, per esempio. Il latino ormai chi lo parla più? E il greco antico? Voglio dire, non è inutile da oggi, è inutile, all'atto pratico, già da un mille anni.
Dovevano pensarla così anche i superiori di mio nonno. Strano tipo, mio nonno. Erudito fino, appunto, all'inutilità, due lauree, una in lettere classiche, con una goffaggine congenita che ha trasmesso a figlia e nipote. Quando scoppia la seconda guerra mondiale ha appena preso la seconda laurea (lettere, appunto, dopo la prima, giurisprudenza, per far contento papà), non ha trent'anni, che fai lo mandi come soldato semplice? Al corso di allievi ufficiali mio nonno riesce a rompersi una gamba e a dare prova, parole sue di "scarsa attitudine al comando". Immagino lo sconforto dei superiori. Dove lo mandiamo questo? È inetto, pieno solo di cultura inutile. Mandiamolo dove fa meno danni possibile, dove non tornerà, probabilmente, che tanto, per le capacità militari che presenta sai che perdita... Mandiamolo in Russia!

Quindi mio nonno parte per la Russia, con il grado più basso che potevano dare a uno con due lauree, un attendente, una divina commedia, qualche libro di greco e latino, che non si sa mai. Arrivano là, lo guardano e lo piazzano a gestire un magazzino viveri. E lui fa quello che sa fare. Gestisce i (pochi) viveri e insegno greco e latino a chi vuole. Chi vuole sono anche soldati degli allora alleati tedeschi, perché mio nonno non sa il tedesco, ma il francese. A quanto pare, nel magazzino viveri, si imbastisce un'improbabile scuola di greco antico in francese per italiani e tedeschi...

Ora, come sia andata in Russia per gli italiani nella seconda guerra mondiale lo sappiamo tutti. Sappiamo tutti della sacca in cui gli italiani si sono ritrovati, della ritirata a piedi nella neve...  Quando le cose si sono messe male, il battaglione di mio nonno ha capito subito che non era cosa, che l'artiglieria pesante che bisognava a tutti i costi recuperare poteva anche rimanere lì e era il caso di scappare. A piedi. Nella neve della Russia. A un certo punto, non so quando, passa un gruppo di tedeschi su un mezzo motorizzato. Riconoscono mio nonno. Il professore. Sono carichi, non stanno andando dove si stanno dirigendo gli altri italiani del battaglione. Ma nella neve c'è il professore di greco antico. Si stringono, lo caricano su. Mio nonno esige che venga recuperato anche l'attendente. Il greco antico porta due uomini fuori dalla sacca da cui non è tornato quasi nessuno.

Non è proprio finita lì. Perché è comunque una rotta. Dove sono finiti gli altri non si sa. I tedeschi hanno altri ordini da seguire e una guerra da perdere per conto loro. Mio nonno e l'attendente vengono lasciati non proprio in mezzo al nulla ma quasi con tanti auguri.
Su come mio nonno sia tornato in Italia ho avuto solo racconti frammentari. Ci è arrivato dopo essere stato dato per morto. Ci è arrivato quando l'Italia era già nel caos.  Dopo aver attraversato l'Europa ancora in guerra con mezzi di fortuna. Ci è arrivato comunicando in greco antico e latino con le persone istruite incontrate qua e là, sopratutto preti. Ci è arrivato insieme all'attendente e quel poco che so di questa storia, la so perché ad ogni Natale, finché è vissuto, l'ex attendente ha regalato a mio nonno una bottiglia di vino pregiato. Dal momento che mio nonno non beveva, alla sua morte abbiamo ereditato una cosa come quaranta bottiglie da collezione (immolate, quelle ancora bevibili, da mio padre, che invece apprezza il vino e non il collezionismo in un numero ragguardevole di feste comandate).

Credo di aver fatto in tempo a conoscerlo anch'io l'ex attendente, ho un ricordo vago di un signore anziano, venuto in visita con una bottiglia il giorno di Santo Stefano, che mi ha raccomandato di studiare come mio nonno. Perché lui era stato salvato dal greco antico e dal latino. 

BUON ANNO SCOLASTICO A TUTTI QUELLI CHE LO STANNO PER INIZIARE, ALUNNI E PROF
BUONA CULTURA INUTILE A TUTTI
(Che sia davvero inutile, magari aspettiamo a stabilirlo quando abbiamo l'età per raccontare la nostra vita ai nipoti...)

lunedì 2 settembre 2019

Il mio racconto "Il mangiaocchi" su Giallo Mondadori Sherlock di Settembre


Questo mese in edicola trovate il nuovo numero di Giallo Mondadori Sherlock, Sherlock Holmes attentato al club Diogene e, in coda al romanzo, il mio racconto Il Mangiacchi
Vi si racconta di un misterioso individuo rapisce i vagabondi di Londra e ne restituisce i corpi privi di occhi.
Non posso andare più in dettaglio sulla trama, ovviamente. Quello che vi posso dire è che lo spunto per il racconto me lo ha dato un articolo apparso su Le Scienze, che mi ha regalato grande curiosità e un mese di appassionanti letture scientifiche su una cosa che avevo sempre considerato solo una leggenda metropolitana, e invece...
I miei racconti dedicati a Sherlock Holmes nascono spesso così, da approfondimenti su curiosità scientifiche, scoperte dimenticate, personaggi storici che meriterebbero di essere conosciuti meglio. Sono in primo luogo per me delle occasioni per dei viaggi nel tempo e ci tengo sempre a compiere il lavoro di documentazione nel miglior modo possibile. Purtroppo la macchina del tempo per la Londra Vittoriana non me l'hanno ancora regalata e quindi la perfezione assoluta non è possibile, ma per questo racconto in particolare (come tutti quelli che nascono da simili presupposti) garantisco per tutte le citazioni scientifiche, per quanto improbabili esse possano essere.

Non mi resta che augurarvi buona lettura...
Anzi, no. 
Questo racconto non approderebbe in edicola senza lo staff di Giallo Mondadori e senza l'insostituibile Luigi Pachì, il curatore della collana. Un grazie di cuore a tutti loro.

sabato 31 agosto 2019

La vita com'è


Tre anni fa di questi giorni mi aggiravo per le spiagge del lago con zero energie e nessuna idea di cosa ne sarebbe stato di me.
Era stata l'estate del grande concorso per l'immissione in ruolo, con gli scritti-roulette russa, l'orale a ridosso di ferragosto e le nebulossime regole della "scelta dei presidi".
Sapevo di essere passata e pure bene, ma la graduatoria latitava, l'inizio scuola incombeva e non avevo idea di cosa sarebbe successo. Mi spiaggiavo a guardare le papere e poi andavo a correre con una collega in attesa quanto me di notizie sul futuro.
Intanto, di questi giorni, nasceva una bambina e io non lo sapevo.
Poco più tardi, in un qualche ufficio, per chissà quale miracolo, un giudice prendeva un fascicolo da una pila e io non lo sapevo.
Venivano fatte valutazioni, telefonate, e io non lo sapevo.
Di questi giorni, poco più avanti, ricevevo una telefonata da un'assistente sociale che non un tono vago mi chiedeva di aggiornare il fascicolo. E io, che tendenzialmente sapevo che non esiste aggiornamento fascicolo, abboccavo come una carpa di quelle tonte, continuando a non sapere.
Di lì a qualche giorno avrei saputo. E continuato a non sapere.
Vivere è non sapere.
Non sapere che ci si sarebbe trovati, di lì a tre anni scarsi a incrociare le dita per avere il sole alla festa di compleanno e a cercare di insegnare la corretta postura (io, che ho fatto mini basket e ho capito che per gli sport con le palle sono negata) per i fondamentali di pallavolo.
Non sapere che, in fin dei conti, alcune cose non sarebbero cambiate. Solo che adesso nelle mattine di fine agosto, quando il marito già lavora, a guardare le papere siamo in due.

Io non c'ero, quando sei nata, eppure è stato il giorno più importante della mia vita.
Perché vivere è non sapere.
Arriva il giorno più importante e non lo sai.
Te ne accorgi dopo.

BUON COMPLEANNO LAURA


lunedì 29 luglio 2019

Morali alternative per fiabe classiche


Mentre l'estate avanza, le vacanze, finalmente, si avvicinano, il cucciolo d'uomo cresce e si inoltra nell'età della fiaba.
In auto ascoltiamo l'audioracconto de La bella addormentata, mentre a casa va forte il libro di Biancaneve, insieme a Cappuccetto Rosso, la prima che ha amato, e Il gatto con gli stivali, che ho scoperto di non aver mai conosciuto davvero prima.

Racconto dopo racconto, è sempre più difficile bloccare l'intervento non richiesto del marito, che si diverte a escogitare morali alternative per le fiabe, politicamente scorrette e irriverenti.
Eccovene una selezione.

La bella addormentata
Morale 1° – ricordati sempre di invitare alle feste anche chi ti sta antipatico.
Morale 2° – tieniti lontana dal lavoro, sempre. Se avesse oziato, invece che provare fuso e arcolaio, Aurora non si sarebbe fatta nulla.

Cappuccetto rosso
Mastica sempre bene ciò che mangi, la nonna tutta intera e viva nello stomaco non è stato un affare.

Biancaneve e i sette nani
Morale 1° – Se vuoi ammazzare qualcuno serviti di un professionista e non di un cacciatore al risparmio.
Morale 2° – Avvelena sempre bene le tue mele

I tre porcellini
Tutto quel parlare di paglia e di legna è un invito alla porchetta.

Hansel e Gretel
Con tutto quell'investimento in mazapane ci stava anche un paio di occhiali e i marmocchi non te la facevano con un osso di pollo...


lunedì 22 luglio 2019

Storie dell'altra me


Ho pensato un po' a se scrivere questo post oppure no.
Se parlare del mio turpe segreto di scribacchina.
Se fosse interessante condividere qualche ragionamento su questo oppure no.

Allora, il mio turpe segreto.
Negli ultimi ho scritto e pubblicato un sacco di fanfiction.
Perché?
Perché volevo. Perché dovevo, suppongo. Per giocare, provare, sperimentare.

Perché volevo
Perché si scrive una fanfiction? Beh, per creare un seguito a qualcosa che non ce l'ha. 
Credo che sia un desiderio piuttosto comune, prendere una storia che ci piace e immaginarne una continuazione. Io, devo dire, l'ho fatto sempre molto poco. L'ho fatto, in un certo senso, con Sherlock Holmes, andando a riempire quelli che percepivo come dei vuoti narrativi. Di solito, però, se una storia mi piace davvero aspetto un seguito ufficiale, o mi accontento di quello che è dato. Se non mi piace del tutto, mi fa arrabbiare, penso a come la scriverei io, ma da zero, rifacendo da capo i personaggi. 
Con Sherlock Holmes era successa una cosa strana. C'è un vuoto, tra il primo romanzo, Uno studio in rosso e il resto della storia, da Il segno dei quattro in poi. Un vuoto che la mia mente ha riempito alla sua maniera. E poi c'era un gioco codificato di scrittura e riscrittura. Anni fa, quando era uscita la serie Sherlock della BBC, avevo scritto un paio di fanfiction, in parte per giocare e in parte per riempire i vuoti. Una di queste è il primo giallo vero che io abbia mai scritto, con tutto uno studio sull'arma del delitto e le dinamiche. Riletta adesso è imbarazzante, ma, insomma, le cose che nascono dalle fanfiction...
Ormai un anno e passa fa, mi sono imbattuta in questa serie animata, su cui vi avevo tediato. Che mi era piaciuta tanto, che per certi aspetti non mi era piaciuta, e di cui sono abbastanza certa faranno un prequel, ma mai il promesso seguito. Per assurdo non lo faranno mai per colpa del successo della serie stessa. Perché si è compenetrata a tal punto con lo sport che racconta da avere, secondo me, una serie di imprevisti effetti collaterali. Primo non si può reggere due serie animate con solo personaggi che sono tutti delle bravissime persone, ma dato che tutti i personaggi sono ispirati a persone reali (o sono stati nel mentre fatti propri da degli atleti) si finirebbe inevitabilmente per offendere qualcuno. E poi c'è quel bruttissimo affare del fatto i protagonisti sono due lui e alla fine della serie si fidanzano tra gli applausi generali e uno dei due è russo. E alcune ragazze della nazionale russa vanno a fare le gare col peluche del personaggio (quando non è direttamente la federazione giapponese a regalarlo) e continuare quella storia finirebbe per creare degli imbarazzi internazionali, visto come vanno le cose. Insomma, un raro caso di una storia che non può andare avanti in modo dignitoso seguendo le proprie premesse perché troppo di successo  (invece col prequel malinconico pieno di omaggi si caveranno benissimo dall'impaccio). E quindi, nel modo più banale, da ragazzina di quattordici anni, volevo sapere come sarebbe andata avanti la storia. Come sarebbe andata avanti non nel mondo idealizzato del cartone, ma in quello reale. E quindi, in modo infantile, ho scritto il mio proseguo.

Perché dovevo
Perché io ho bisogno di scrivere, di buttare il mio cuore in parole. Perché ero stufa di inseguire gli editori in un momento in cui non avevo il tempo per farlo. Perché se una cosa va fatta, che sia fatta per gioco, nel senso migliore del termine.
Perché non avevo mai scritto una storia di relazioni, sulle relazioni (infatti si vede), con dei risvolti sentimentali e melò.
Perché non avevo mai scritto una storia di sport e questa, seguendo le premesse iniziali, mi serviva su un piatto d'argento le olimpiadi del 2018, quelle dello scandalo doping, con due protagonisti russi. E io, da ex atleta, volevo tantissimo scrivere una storia sportiva con rivalità, ripicche, cattiverie, rispetto, amicizia e tutti i cliché delle storie di sport.
Cavolo. Di amore e di sport non avevo mai scritto. E dovevo farlo.
Ho quasi sempre scritto, in un modo o nell'altro, seguendo strutture. Il giallo. Il fantasy. Regole imparate a scuola. Ma nella fanfiction vale tutto. Perché è una fanfiction, mica devi vincerci lo Strega. E proprio per questo sei libero. Ah, che meraviglia!

Per giocare, provare, sperimentare
Nessuna regola, nessun limite, nessun impegno. Nel senso, se scrivo per lasciare nel mio computer ok, ma se scrivo per far leggere e faccio pagare, anche 0,99 centesimi, mi faccio un sacco di problemi. Finisce che rimango nel mio territorio conosciuto, le strutture che bene o male padroneggio, le storie che so già scrivere.
E quindi mi sono trovata a progettare una serie di storie che, nel corpus principale, si dipanano dal 2015 al 2022, in cui si alternano sei punti di vista, anche se quattro sono quelli base. Personaggi di diversissima estrazione sociale, nazionalità, interessi e psicologia. Personaggi di fatto da fare da zero, perché non è che il materiale di partenza fosse il massimo dello spessore, ecco.
Ambientazioni bloccate, che sono quelle e stop. Da studiare a tavolino, con mappe, cartine, foto, reportage di amici che ci sono stati. Chi non ha mai sognato di ambientare una scena in parco naturale kazako o su una spiaggia coreana?
Storie sportive e quindi bene o male sempre legate a una gara, quindi con orari, tempi, climi il più possibile presi dalla realtà. Che durano il tempo di una gara, quindi tre settimane se sono le olimpiadi, tre giorni o poco più se è altro, ma che devono spesso tener conto che tra una storia e l'altra sono passati anni e quindi ci si inventa strani giochi di struttura.
Non tutto è venuto bene, qualcosa è decisamente venuto male. Di alcune cose sono contenta, altre molto meno. In tutte ho messo tutta me stessa.
Una di queste storie ve l'ho già proposta, ma era una deviazione, un percorso secondario. Era Padrone del tuo destino, che ho proposto quest'inverno, con i nomi tagliati.

Tutto questo mi ha regalato di nuovo una gran voglia di scrivere, di sperimentare, di uscire dai territori conosciuti e di confrontarmi. Insomma, il gusto del gioco per il gioco, che è più bello e più importante di qualsiasi riconoscimento esterno.

E se qualcuno avesse la malaugurata idea di voler leggere una saga sentimal-sportiva basata su personaggi rubati, la trovate qui 

venerdì 12 luglio 2019

Chernobyl, la serie di cui avevamo bisogno – visioni


Lunedì sera è andata in onda la quinta e ultima puntata di Chernobyl, la serie incentrata sul più grande disastro nucleare mai avvenuto ed è stata, per molti versi una visione necessaria.

Chiunque avesse l'età per fissare i ricordi, sa come visse quella primavera del 1986. Io avevo sei anni e una mamma biologa che seguiva le notizie quasi minuto per minuto, discutendo di fatti e ipotesi, guardano male, come tutti, i tetrapack del latte e l'insalata. Quello e il seguente sono stati gli anni in cui mio padre, accanito cercatore di funghi, si è astenuto dalla raccolta. Sono stati i mesi in cui ovunque si discuteva del nucleare a anche a me, bimba di sei anni, sono state date delle informazioni base. Nella mia famiglia mia madre era comunque favorevole al mantenimento delle centrali in Italia e mio padre contrario.
Insomma, ognuno ha i suoi ricordi e per una serie televisiva giocare sulla memoria e il sensazionalismo di un evento così grosso sarebbe stato facile.

Sin dall'aspetto visivo, però, la serie cerca un'altra strada, meno facile e meno ovvia. Gioca al ribasso, creando le sue sequenze migliori a livello registico come in horror a basso budget, con cunicoli stretti e uomini che spalano detriti. La sequenza più angosciante di una serie che poteva giocarsi un'esplosione nucleare svariate volte superiore a quella di una volgare bomba è quella di un uomo che spala dei detriti oltre un bordo. Già questo è notevole. Per vedere il reattore esplodere lo spettatore deve arrivare alla fine della quinta puntata, in quello che potrebbe essere il peggiore degli spiegoni, una puntata che si regge su cartellini rossi e cartellini blu (!) e invece è un crescendo emotivo. 
Chernobyl ha una sua idea molto chiara su ciò che vuole raccontare e su come lo vuole raccontare ed è questa la cosa importante.

Chernobyl è una serie sulla scienza e sulla verità. 
Sulla scienza che è l'unica cosa a cui puoi aggrapparti quando tutto sembra perduto, per limitare i danni. Sulla verità che verrà fuori suo malgrado, perché una somma insostenibile di piccole bugie può creare un disastro epocale.
In un'epoca in cui l'opinione assurge a fatto, già questo mi sembra notevole. Ancora più notevole è la chiarezza espositiva con cui procede. La ricostruzione dei fatti, per quello che posso capirne, è estremamente accurata eppure non è mai pedante, anche quando per forza di cose deve addentrarsi nei tecnicimi. Tutti i comparti tecnici sanno cosa fare per muovere una grande storia senza sminuirla ma rendendola comprensibile.

La narrazione di Chernobyl non si basa sul disastro o sulla narrazione degli eventi, ma sulla narrazione delle scelte. Scelte che non si dividono solo in giuste o sbagliate, ma in fatte con cognizione di causa o meno.
Uno dei personaggi che viene seguito per quattro puntate e con cui non si può non empatizzare è la moglie di un vigile del fuoco che fa ogni scelta sbagliata e suicida possibile, ma non sa di farlo. A ogni inquadratura noi spettatori conosciamo il pericolo, ma lei no e in ogni momento ci chiediamo se avremmo fatto diversamente, se il suo sia coraggio, stupidità o solo ignoranza.
Allo stesso modo il coraggio non viene determinato da quanto un personaggio fa sul momento e sotto stress, ma dalla consapevolezza con cui opera. C'è chi non ha idea di fare cose che lo porteranno a morte certa, chi invece lo sa con precisione e fa lo stesso ciò che va fatto.

Come tutte le storie è anche la storia di persone. Ho apprezzato particolarmente la scelta di estremo rispetto per le varie parti coinvolte. Non viene raccontata solo la cabina di regia per la gestione dell'emergenza, ma i comuni pompieri, le loro mogli, i soldati novellini capitati lì per caso, i minatori arruolati a forza. Certo, questo sfilaccia un po' la narrazione, anche considerando le poche puntate a disposizione, ma permette uno sguardo d'insieme che non si limita ai potenti e a colore che sanno.

Inevitabilmente, a spiccare su tutti sono Legasov, capo della squadra scientifica che deve cercare di rimediare ai danni, e Shcherbina, l'uomo del partito che segue la vicenda. Due uomini grigi, non estranei a maneggi poco chiari, tutt'altro che integerrimi, ma che trovandosi a fronteggiare una possibile apocalisse smuovono l'impossibile per arginare i danni. Ora, questa parte è sicuramente romanzata, ma nei miei ricordi del 1986 c'è anche una domanda insistente "e se il nocciolo dovesse raggiungere la faglia acquifera?". Quello che ho sempre saputo di Chernobyl, quindi, è che è stato terribile, ma avrebbe potuto essere peggio. Che siano o no state queste due persone (probabilmente sono state loro) qualcuno comunque ha smosso l'impossibile per evitare l'apocalisse, sacrificando in primis la propria vita. E trovo giusto che sia dato a queste figure il giusto spazio e che sia chiaro che se Chernobyl può essere letto come un mostro costruito dalla scienza è senza dubbio la scienza che lo ha alla fine in qualche modo domato.

La considerazione estemporanea, invece, è che anche qui si vede come tanto sia così terribilmente casuale. Dopo l'ultimo episodio è stato trasmesso un documentario con un tot di interviste ai sopravvissuti. I sopravvissuti sono solo persone fortunate. Gente che a oltre 30 anni di distanza è ancora viva mentre i loro compagni sono morti tutti, senza che abbiano fatto nulla di più furbo o più prudente. Il caso più clamoroso è quello dei tre volontari che hanno chiuso a mano le pompe sciacquettando nell'acqua super radioattiva. Speranza di vita: 3 giorni. Due sono ancora vivi, uno nell'intervista mostrata sembrava anche in buono stato di salute.
L'altra considerazione estemporanea è perché mai i russi se la siano presa. Ci sono gli incompetenti che hanno portato al disastro, certo, c'è il regime che ha censurato informazioni vitali, ma ci sono tutti quelli che hanno dato la vita per scongiurare il peggio. Non so se il disastro avrebbe potuto accadere altrove, ma alla fine della visione è chiaro quanto peggio poteva essere e a chi dobbiamo essere grati. E questi ultimi sono tutti russi.

Al di là di queste considerazioni mie Chernobyl è una serie che va vista.
Da un punto meramente tecnico, perché c'è una totale unità d'intenti tra i comparti e questo porta a un risultato di estrema potenza.
Perché racconta in modo chiaro un evento relativamente vicino nel tempo, ma che sta iniziando a diventare fumoso nella memoria, con grande rispetto per le parti coinvolte.
Perché ribadisce che non possiamo fare a meno della verità e della scienza.