lunedì 11 febbraio 2019

Portare gli alunni all'Inferno


Ogni volta che mi capita di avere una seconda media finisco per perdere di vista la mole enorme del programma di letteratura per "impantanarmi" nella Divina Commedia.
Ok, quest'anno mi sono fatta un po' prendere la mano. Complice un'insegnante di sostegno e una classe oggettivamente più creativa e volenterosa della media abbiamo letteralmente trasformato una parte dell'aula nell'inferno. Non so neppure io come ci siamo trovati con questo enorme cartellone che mostra i gironi illustrati, con tanto di Virgilio e Dante staccabili da spostare su e giù al momento della spiegazione (peccato che poi non ci hanno dato la scala per raggiungere la parte alta dell'Inferno).
Non ho ancora, come prof, tutta questa lunghissima esperienza da poter dire che quanto sto per raccontare accada sempre, ma per come ho vissuto io la cosa, ciò che succede è più o meno questo:
"Ragazzi, adesso iniziato la Divina Commedia!"
"No, prof, pietà, cosa abbiamo fatto di male?!"
Mesi dopo.
"Ok, adesso abbiamo finito la Divina Commedia!"
"Ma come, prof, di già? Non facciamo altri pezzi?"
E io, ogni volta, ringrazio il cielo per l'immensa fortuna di essere nata nel paese di Dante che ci ha regalato un'opera dalle infinite chiavi di lettura, capacissima di incantare a qualsiasi età la si legga.

Se devo essere sincera, però, non posso dare torto ai ragazzi che vivono nel terrore della Divina Commedia. Sembra che ci sia tutto un movimento interno alla scuola, con la complicità dei libri di testo, che alimenta il loro terrore.
La Divina Commedia è difficile.
Basta aprire un medio libro di testo per aver paura di Dante. C'è sempre, in qualsiasi libro di letteratura, un tot di testo tra il nome dell'autore e il primo brano presentato. Che lo si voglia o no, diventa una sorta di barriera che ci separa dal testo. Più è lungo e più abbiamo l'impressione che il testo che andremo a leggere sia complicato. Più la spiegazione è lunga in relazione al testo e più abbiamo l'idea che il testo che andremo a leggere sia difficilissimo.
Ora, la Divina Commedia è oggettivamente difficile e un'introduzione è necessaria, ma vedere venti pagine al posto dell'abituale mezza è terrorizzante. Dà l'impressione di accostarsi a qualcosa che non è alla nostra portata. E in effetti sembra che i libri di testo la pensino così. Spiegoni su spiegoni per brani di canti sempre più brevi da edizione a edizione.
Siamo tutti d'accordo che in seconda media non si possa leggere tutto l'Inferno, magari neppure un canto completo, ma vogliamo andarci in questa Selva Oscura? Vogliamo conoscerlo Caronte? E Paolo e Francesca? La selva dei suicidi? Ulisse? Libri di testo che sulla guida del docente dichiarano di non aver inserito Paolo e Francesca perché "troppo difficile" mi sembrano insultare l'intelligenza dei nostri alunni.


Perché, davvero, è così difficile? I pre requisiti dovrebbero averli. Sapere cos'è un poema, quindi cos'è un canto, cos'è un endecasillabo, riconoscere uno schema metrico. Il medioevo dovrebbe essere stato studiato e acquisito. La parte davvero complicata è far capire i fondamentali teologici indispensabili a chi viene da una religione diversa, ma questo può aprire la porta a interessanti confronti.
Trovo molto triste l'idea che qualcuno studi la Divina Commedia senza leggerla, senza assaggiarne neppure un pezzettino.
Io odio, odio con tutta me stessa, i libri di testo che presentano la Divina Commedia con la parafrasi a lato. Primo perché spesso questa parafrasi è sbagliata (quest'anno continuo a imbattermi in parafrasi sbagliate, in quasi tutte le nuove edizioni scolastiche e non solo, mi è pure venuto il dubbio che a sbagliare fossimo io e tutti i miei prof precedenti, ma no, porca paletta, sono proprio sbagliate), secondo perché in questo caso nove studenti su dieci non leggeranno mai il testo originale.
E invece dobbiamo andarci in questa Selva Oscura, a guardare le fiere negli occhi, per perderci insieme a Dante.
La prima lezione è il terrore assoluto. Che lingua parla questo?
La seconda lezione è terrore parziale. Questa cosa necessita attenzione, che fatica!
La terza lezione è cauto ottimismo. Posso provare a fare la parafrasi, prof?
La quarta lezione (e siamo a Caronte) è: va beh, prof, ma si capisce!

Caronte è il punto di svolta. Il momento in cui ormai si è fatta amicizia con il testo. Non fa più paura. Non è vero che c'è così tanto da studiare, una volta che si è capito come funziona e di cosa stiamo parlando.
Il momento in cui si legge e si può iniziare a ragionare su Dante e con Dante.
Perché la Divina Commedia è una magnifica palestra di educazione emozionale.
Quello di Paolo e Francesca è il delitto passionale più famoso della storia, terribilmente simile a millemila fatti di cronaca. Si presta a mille ragionamenti, dalla riflessione sulla violenza a quello sulla lapidaria attribuzione delle colpe di Dante (galeotto fu il libro e chi lo scrisse). Ogni verso può aprire finestre di discussione. Paolo e Francesca, come qualsiasi altro brano della Divina Commedia, a partire da quelli più famosi

Mi fa tristezza pensare che per molti, in primis per chi scrive certi libri di testo, la Divina Commedia sia troppo difficile per i ragazzi. Se proprio si deve, meglio fornirne una versione ridotta e addomesticata. Meglio ancora ridurre ancora a qualche pagina nozionistica da mandare a memoria.

Meglio non far scoprire che tutto sommato leggere Dante non è così impossibile. Sia mai che acquisiscano un pizzico di autostima e perdano il sacro terrore per la disciplina!
Che poi il risultato è che fanno amicizia persino con i demoni traghettatori!
Compito di realtà: scegliere una terzina e illustrarla tenendo conto della
descrizione di Dante
Quindi, fino a che non arriverà un ispettore ministeriale a impedirmelo con la forza (cosa che inizio a pensare non così improbabile) io continuerò a portare i miei alunni all'Inferno.

Voi cosa ne pensate? Colleghi prof, vi inoltrate in Dante? Da ragazzi siete stati portati all'Inferno? È stato un trauma?

PS: alla fine di ogni lezione, c'è un mio alunno che alza la mano: "prof... Ma non è successo davvero? Non è andato davvero nell'Aldilà? Cioè, sembra davvero che si stato, ma io mica ci credo"

lunedì 4 febbraio 2019

Cose che si imparano scrivendo fumetti


È finito il quadrimestre, siamo stati travolti da un'influenza stile valanga, di quelle che non risparmiano nessuno, è scesa la neve, ho quasi finito, e non mi sembra sia possibile, il mio primo esperimento di sceneggiatura per fumetti.

Ho quasi finito la prima stesura, quindi il primo step di un lavoro molto più lungo e pertanto tutte le mie considerazione sono parziali.

Tuttavia, obbligandomi a cambiare totalmente approccio alla narrativa, ho dovuto ragionare di nuovo su alcune cose, mettere in dubbio le cose che davo per acquisite e, in fin dei conti, ricominciare da capo.
Insomma, sono dovuta ripartire dalle basi, gestione punto di vista, personaggi, dialoghi, da ciò che credevo di saper fare e ho scoperto che, tutto sommato, ci sono aspetti che non avevo considerato e sarà bene tener conto anche quando tornerò alla narrativa.

TUTTI I MODI IN CUI UN PERSONAGGIO PUÒ PARLARE
Come si fa a far parlare un personaggio? Ma col dialogo, è ovvio.
I fumetti, poi, sono pieni di dialogo.
Sì, però...
Intanto quanto puoi far durare un dialogo in un fumetto, quattro tavole? Immaginando che ogni personaggio abbia una battuta a vignetta e immaginando sei vignetta per tavola (in realtà sono molto meno) abbiamo un massimo di 24 battute. Ogni battuta deve stare sotto le due righe come media.
Sembra tanto, ma è pochissimo, anche perché di dialoghi così lunghi in un albo ne puoi mettere pochi. La maggior parte sono scambi molto più rapidi.
Sì, però, obietterà qualcuno, le psicologie del fumetto sono di carta velina.
Non sempre. E comunque non abbastanza.
Nel caso specifico ognuno dei personaggi principali ha un grosso segreto, c'è un uomo che in realtà è una donna, uno schiavo fuggiasco e un uomo che non è proprio un essere umano. Ci sono sette segrete e tutto un mondo di cui scoprire il funzionamento. Ma le parole per raccontare tutto ciò sono pochissime!
Allora le parole si pesano, una a una, si girano le frasi per essere le più corte e le più dense possibili. Io di mio amo i dialoghi secchi, ma qui ho dovuto potare siepi già rachitiche per arriva a definire interi personaggi con una battuta o due.
Ma i personaggi non parlano solo con le parole. Parlano con la posa del corpo, con i gesti, con gli abiti, con gli sguardi. Nell'immaginare una storia disegnata ho dovuto prestare la massima attenzione alla gestualità dei personaggi, molto di più di quanto non faccia di solito. Quanto cambia, per esempio, a quanto cambi il senso di una battuta, pronunciata guardando il cielo, con una lacrima che spunta dall'occhio, piuttosto che fissando con fare deciso l'interlocutore.

VISIONE INTERNA/VISIONE ESTERNA
In un fumetto lo spazio per l'introspezione è minimo. Non assente, ma minimo. Si può ricorrere al dialogo interiore, ma per poche vignette e per pochi personaggi. Anche qui la personalità deve uscire dai gesti, dal mostrato e dal non narrato.
Per questo esperimento sono partita da personaggi nati in altri contesti e riadattati a nuove condizioni. Però alcuni tratti caratteriali rimanevano quelli, chi è ostinato, chi è aggressivo, chi è un pesce fuor d'acqua all'esterno del proprio ambiente, chi ha una scarsa autostima... Per i primi tre nessun problema, ma per il quarto personaggio, soprannominato dalle mie complici "mezzasega", il coro è stato unanime: "questo non è più mezzasega!". Il problema è stato che è sempre stato un personaggio in gamba in quello che faceva, ma con una forte emotività e un sacco di dubbi. Solo che nella versione a fumetto c'era pochissimo spazio per i suoi dubbi, in parte perché il suo ruolo è essere "l'uomo del mistero" in parte perché è visto esclusivamente o quasi da fuori. E da fuori si percepisce un personaggio deciso con delle priorità ben chiare.
Questo mi ha dato molto da pensare sulla gestione dei personaggi e di quanto la percezione del lettore possa essere diversa da quella dell'autore e tra la discrepanza tra le sue azioni e la sua percezione di sé. Di fatto mi sono resa conto di non essere mai stata contenta di ciò che veniva percepito di questo personaggio. Nei racconti chi li ha letti ha dato troppo peso a quello che lui pensava di se stesso e poco ai risultati ottenuti, nella sceneggiatura quelle stesse persone hanno potuto vedere solo i risultati e di fatto non lo hanno riconosciuto.
La riflessione che ho fatto è che forse ho sbagliato in entrambi i casi e nel narrare qualcuno bisogna trovare un grande equilibrio nel raccontare ciò che sente di essere e ciò che è, sopratutto nel caso vi sia una grossa discrepanza. Se non avessi tentato questo esperimento non mi sarei resa conto che a volte l'ottica nella mia narrazione è troppo focalizzata su ciò che il personaggio pensa di essere.

RACCONTARE ATTRAVERSO L'AMBIENTE
Lo sappiamo tutti che l'ambiente non è solo un palcoscenico neutro su cui si muovono i personaggi, ma deve diventare lui stesso personaggio. Con così poche parole, tutto deve essere funzionale alla storia. Ogni oggetto inquadrato, ogni arredo, ogni particolare paesaggistico. Non c'è spazio per luoghi neutro. Eppure quando scrivo narrativa a volte ho pensato un po' sbuffando a una mezza pagina di descrizione d'ambiente, quelle parti che non mi piace scrivere, che pure devono esserci... Ecco, forse adesso ne colgo appieno le potenzialità.

Insomma, al di là degli esiti dell'esperimento in sé, questo provare un nuovo approccio alla narrativa mi ha dato davvero molti spunti, che volevo condividere con voi.

martedì 29 gennaio 2019

Due romanzi sul rinascimento – letture

Sia agli atti: non auguro a nessuno l'influenza di quest'anno. Sopratutto non auguro a nessuno di ammalarsi in tandem con il pargolo, mentre il marito è rapito dal lavoro, con il contagio che si sparge in un attimo anche ai nonni. Inguaita con il virus, ho lottato con i nuovi, meravigliosi, maledetti termometri digitali, che li provi in un orecchio e risulti che sei bollito nella tua stessa febbre, li provi nell'altro e sei freddo come un cadavere di tre giorni prima. Li dai in mano al nonno e ti sparano temperature nelle più svariate scale, forse calcolano la pressione atmosferica e la probabilità di neve, ma al telefono con la pediatra non sei assolutamente in grado di dire quanta febbre abbia tua figlia...
In tutto questo non ho scritto, non ho letto se non libri illustrati per l'infanzia (sempre gli stessi che abbiamo in casa, visto che eravamo murate vive), ho guardato qualche cartone animato e ho fatto lunghe discussioni filosofiche con i peluche di casa (e col gatto, che è assimilabile per vitalità ai peluche).

Più o meno riemersa dal malanno, aspetto il mio turno scrutinio, per parlarvi di due libri letti a cavallo delle vacanze natalizie.

IL SEGRETARIO DI MONTAIGNE

Ho già avuto modo di scrivere qui che Montaigne è uno dei personaggi del rinascimento che più mi affascina. Pensatore libero, assai meno pigro e inetto di quanto amasse descriversi, depresso cronico, grafomane, osservatore attento del suo presente, è un personaggio sfaccettato che ci ha lasciato, con i suoi "Saggi", un'opera dall'impianto tanto moderno da essere stato definito "il primo blogger della storia".
Tempo fa mi ero anche imbattuta in un articolo molto ben documentato che ipotizzava, in occasione del viaggio di Montaigne in Italia un ruolo da diplomatico occulto o addirittura di agente segreto al fine di trovare una soluzione pacifica alle guerre di religione in Francia. All'epoca avevo pensato che sarebbe stato bellissimo creare un romanzo a partire da quello spunto, magari con come io narrante proprio un segretario.
Quando mi sono imbattuta in questo romanzo di Luca Romano, quindi, sono corsa ad acquistarlo, fremendo un po' per l'attesa un po' per la rabbia da "ah, qualcuno ha sviluppato prima di me l'idea".

Il segretario di Montaigne si è rivelato una lettura allo stesso tempo piacevole e deludente.
Piacevole perché la prosa è scorrevole, immerge in un'epoca affascinante senza appesantire il lettore con eccessive descrizioni o pedantezze lessicali. Il protagonista, il segretario, appunto, è un soldato ugonotto che, per salvarsi la vita si finge cattolico (complice un Montaigne molto aperto sul piano religioso) e ben si adatta a posare la spada per impugnare la penna del segretario. Ci offre una visione "dal basso" del rinascimento, guardato dalla gente comune, che si innamora della sarta, viene sfruttato dal potere e, in fin dei conti, abbandonato senza troppi pensieri quando non è più utile. Il protagonista vorrebbe essere trattato da pari da Montaigne, capisce di poterne seguire i pensieri meglio di molti nobili blasonati, ma è comunque un servo e, per quanto il suo padrone sia aperto e premuroso, il suo destino è comunque quello di un servo.
Per quanto sia interessante, quindi, lo sguardo Jean-Marie Cousteau l'ho trovato comunque un poco limitante. Per ovvie ragioni questo giovane soldato reinventatosi segretario non ha gli strumenti per seguire davvero il pensiero di Montaigne in tutte le sue implicazioni. La figura del pensatore francese diventa quindi un po' una cartolina. Vengono esposti i alcuni passi dei Saggi, ma in modo piuttosto decontestualizzato. Montaigne stesso appare un pacioso signore un po' malinconico, a volte un po' perso nei propri pensieri, più macchietta che personaggio. Il viaggio in Italia è uno sfondo buono come qualsiasi altro per raccontarci un po' di vita del rinascimento (sempre interessante e ben narrata), e una trama che si sviluppa in pratica negli ultimissimi capitoli e esclude totalmente Montaigne.

Il romanzo rimane quindi una piacevole lettura per gli amanti della storia, che sa anche un poco di occasione mancata e rischia di scontentare sia chi cerca un po' d'azione, sia chi vorrebbe un maggior approfondimento sul personaggio di Montaigne.

LA MISURA DELL'UOMO
Più o meno stessa epoca, ma tutt'altro stile è il giallo storico di Marco Malvandi.
Malvaldi sceglie di raccontare il rinascimento con lo sguardo dell'oggi, con uno sguardo divertito, che spiega le stranezze dell'epoca. Ci porta, con un giallo, nella Milano di Ludovico il Moro, quando Leonardo lavorava alle sue dipendenze. 
C'è, dietro a questo romanzo, un enorme sforzo di documentazione e semplificazione. Malvaldi prova a raccontarci un rinascimento non "normalizzato", portandoci nei meandri dei giochi di potere e di passione della corte milanese, pur mantenendo uno stile semplice e frizzante. Non sempre il gioco riesce. Ci si perde nella miriade di personaggi secondari e nei retroscena politici, tra fazioni religiose e doppi e tripli giochi. Proprio il tentativo di mantenere la prosa agile rende in realtà facile perdersi e il continuare a ricorrere alle appendici per ricordare "chi è chi" rischia di rompere il piacere della lettura. Stesso problema hanno le caratterizzazioni dei personaggi. Malvaldi vuole darcene un'immagine vivida, ma allo stesso tempo far correre la trama e quindi la complessità dei pensieri scivola via, tra la macchietta e il non approfondito. Così se ho molto apprezzato un Leonardo non troppo angiografato, con la sua predilezione per i giovani apprendisti, i vestiti vistosi e il pettegolezzo, a perdersi è la profondità di pensiero e lo sguardo sul mondo.
Ne risulta comunque una lettura piacevole. Personalmente mi è sembrato un esperimento per raccontare il rinascimento in modo non ingessato, ma comunque abbastanza aderente alle fonti. Un esperimento non del tutto riuscito, ma interessante. Del resto, rendere vivi e credibili personaggi come Leonardo è tutt'altro che facile. Spero che Malvardi ci ritenti, magari lasciando la prosa più ariosa, senza quest'ansia che sembra aleggiare tra le pagine: "non è che poi il lettore si annoia?"

sabato 19 gennaio 2019

Provando a scrivere per il fumetto



Come accennavo nel post precedente, in questi giorni mi sono imbarcata nella follia di provare a venire a capo di una sceneggiatura per fumetti.

Perché? 
La domanda dovrebbe magari essere: perché no? Dopo tutto sono stata svezzata a fumetti Disney e Bonelli, leggo fumetti tanto quanto leggo narrativa, ben più di quanto non legga saggistica, sono anche molto più "sul pezzo" sulle novità e le tendenze del fumetto rispetto a quanto non lo sia per la narrativa. La nostra piccola "comune del fumetto" che fa girare gli acquisti mi ha permesso di leggere quasi tutte le opere premiate negli ultimi anni in Italia, Francia e Stati Uniti. Anni fa ho persino seguito un mini corso di sceneggiatura per fumetti.

E tuttavia perché farlo? A disegnare sono una capra, quindi avrei bisogno o un disegnatore indipendente che decida di dedicarmi un anno del suo tempo o poco meno o un editore interessato alla sola sceneggiatura. Questo tralasciando il fatto che sono una dilettante allo sbaraglio.

In fatto è che mi sono imbattuta, o sono stata fatta sbattere (ciao, care), in una storia che è prettamente visiva. È bella mostrata, disegnata. Raccontata perderebbe tre quarti del suo senso di esistere.

E così, da brava dilettante allo sbaraglio, ho riesumato vecchi appunti, comprato un manuale, cercato materiale in rete e mi sono messa a scrivere.
Quindi non ho assolutamente le basi per scrivere un post su come si sceneggi per fumetto, ma ho qualche riflessione su cosa significa provarci per la prima volta con una storia lunga venendo dalla narrativa.

Provare a ragionare per tavole e vignette
Mi sto muovendo immaginando per la mia storia un formato europeo, un doppio albo francese o un albo di formato bonelliano.
Quindi la mia unità narrativa è la tavola. Che non corrisponde a una pagina. Un testo può stare in mezza pagina, una, due, dieci. I capoversi e le pagine non hanno nulla a che vedere con la pagina. C'è un ritmo, certo, che è dato dall'uso della grammatica e dalla sintassi della lingua.
Nel fumetto c'è la tavola, che il lettore vede nella sua interezza in un unico colpo d'occhio e poi legge.  Il girare pagina è una frattura visiva molto più marcata del girare pagina in narrativa. Quindi una tavola è una mini unità che deve avere una sua coerenza e una sua tensione interna. A sua volta la tavola è frazionata in vignette, che non possono essere mille. Di base sono sei, che poi possono essere variamente assemblate.
Quindi devo frazionare la storia in un numero finito di tavole, ognuna con un suo senso, che a sua volta va frazionata in un massimo di 6 o 7 istantanee.
Non sto scrivendo narrativa, neppure filmando una scena. È cose se dovessi fotografare la storia. Devo scegliere quali e quante fotografie accostare perché il susseguirsi degli eventi si capisca. Troppe immagini diventa noioso e poi il mio spazio è definito, non mi sta dentro la storia. Troppo poche e non si capisce.
Al momento questa è la parte più difficile e più divertente.
Difficile perché non so se sto usando la grammatica del fumetto in modo corretto. Né so, al momento, se starò nel numero di tavole previsto. Che non è "più o meno" è quello e basta, nessun margine di tolleranza nel fumetto.
Più divertente perché ogni scena si può assembrare e riassembrare in mille modi. Mi compongo la tavola davanti agli occhi, mimando la posizione delle vignette con le mani. Sembro più pazza del solito. Ma è come scrivere e allo stesso tempo comporre un puzzle. Doppio divertimento.

Raccontare per immagini
Le parole dentro una tavola di fumetto sono dannatamente poche. Mezza riga fa una didascalia didascalia. Due righe per una battuta sono già quasi d'avanzo. Ma non è detto che il fumetto debba per forza raccontare cose semplici. Io ho un amore per lo sceneggiatore Gianfranco Manfredi, che scrive spesso fumetti storici e racconta cose complicatissime, con un numero comunque limitato di parole. Perché le immagini non sono puri sfondi, ma portatori di significato.
Giusto per complicarmi la vita, la mia storia è un fantasy steampunk, quindi ambientata in una sorta di fino XIX secolo alternativo con tutta una serie di mutamenti sociali in atto solo in parte mutuati dal nostro XIX secolo. Non ho parole per raccontarli. Nel senso che proprio non ho parole in numero sufficiente. Deve essere l'ambientazione a parlare per me. E allora è divertente immaginare luoghi di culto riconvertiti in società operaie. Con vecchie vetrate a raccontare un immaginario, manifesti appesi alle pareti a narrarne un altro contrapposto. Anche le psicologie dei personaggi devono uscire più da ciò che fanno che da ciò che dicono.
Ci riesco? Non ci riesco? Non lo so, ma è divertente.

Scrivere per essere capiti
Nella più rosea e fantascientifica delle ipotesi un domandi tutto ciò deve arrivare nelle mani di un disegnatore che ha solo le mie parole per dare vita al mio mondo.
In narrativa le parole devono essere precise, ma anche creare suggestioni che si mescolano con l'immaginario del lettore. Chi sono, quante sono e come sono vestite le persone presenti a un ballo di corte in un romanzo? Difficilmente ci verrà detto di tutte quante. Quante sono, chi sono e come sono vestite le persone a un ballo di corte in una tavola di fumetto? Eh, forse il disegnatore, che può non essere un esperto di balli di corte, deve saperlo.
Cambia proprio il modo di scrivere, quindi, che non deve essere "bello", quale che sia l'accezione che noi diamo a questo termine, ma chiaro. E non è affatto facile.

Ciò di cui puoi farcire un fumetto
Io sto provando a scrivere una sceneggiatura di un fumetto in cui comunque prevale l'azione. Non è certo Persepolis o Maus (due storie a fumetti che raccontano rispettivamente le vicissitudini autobiografiche di una ragazza iraniana e l'olocausto). Questo non vuol dire che non ci possano essere dei passaggi che mi stanno a cuore.
In questo preciso momento mi sto arrovellando sulle riflessioni della protagonista in un momento cruciale. Per vari motivi ha passato gran parte della sua vita a essere trattata come se fosse un uomo, anche se chi la circondava sapeva benissimo che non lo era, con un ruolo di comando e relazioni con gli uomini basate sulla parità. Si trova ora a essere interrogata come testimone di un delitto da poliziotti che la vedono solo come una donna e sono interessati esclusivamente al rapporto sessuale che aveva con la vittima. Ci è andata a letto di recente? Aveva avuto una relazione? Lo ha ucciso lei insieme all'attuale compagno per togliere di mezzo un ex scomodo? Senza alcun interesse alla dimensione di profonda stima personale e fiducia che invece caratterizzava il suo rapporto con il poveretto. In quanto donna viene trattata come puro corpo e nessuno è interessato a sentire le sue considerazione e le sue ipotesi. Vorrei che queste cose saltassero fuori in un fumetto in cui comunque prevale l'azione, senza appesantirlo troppo. Ci riuscirò, non ci riuscirò? La sfida è aperta.

Questo al momento è il mio "gioco" letterario. Qual è il vostro?

lunedì 14 gennaio 2019

Sfide scrittoree per il 2019


Non voglio fare un elenco degli obiettivi scrittorei del 2019.
Il più bel regalo scrittoreo che mi abbia fatto il 2018 è il ritrovare il gusto di scrivere per me stessa, o al massimo per un gruppo di amici. Il ritrovare del piacere della sfida tecnica del "non ho mai scritto una storia del genere, arriverò in fondo?". 

Negli ultimi anni la domanda si era spostata molto sul "riuscirò a pubblicare questa storia?" o, peggio "come la devo scrivere perché sia pubblicabile?".
C'erano alcuni tipi di storie che avevo imparato a scrivere, in primi il racconto giallo ed ero arrivata al punto di sapere se avevo fatto un racconto vendibile. Il risultato era che a volte ciò che piaceva a me non era quello che piaceva a chi doveva scegliere (con la notevole eccezione dei racconti sherlockiani, che sono sempre stati gioia pura).
Mi sono ritrovata, quindi, da una parte con una certa frustrazione di fondo. La sensazione che, se volevo pubblicare a determinate condizioni non dovevo raccontare ciò che mi stava più a cuore.

Il 2018 mi ha insegnato a fregarmene, a cercare di ritrovare il gusto per la sperimentazione e il muoversi in strade nuove. La sfida di iniziare una storia e non sapere se sarei riuscita a portarla a termine, non per problemi di pura forza di volontà, tempo, concentrazione e fiducia nella storia stessa, ma per motivazioni tecniche.
Mi sono trovata a scrivere, in forma "privata" una storia ambientata alle olimpiadi invernali del 2018, quindi con una griglia strettissima di eventi, eventi, spostamenti e logistica di cui tenere conto. Perché il personaggio tale doveva trovarsi al tal giorno alla tal ora in quel tal posto e l'altro era da tutt'altra parte. È stata una cosa difficilissima, uno dei pochi racconti che ricordo di aver finito davvero con sollievo. Un "grazie al Cielo sono arrivata in fondo".
Ho finito quella storia, però, anche con un grande senso di divertimento, dovuto allo scrivere quello che non avevo mai scritto prima e del "chissenefrega del mercato editoriale".

Quindi il mio obiettivo per il 2019 in scrittura è sfidare me stessa, divertirmi e pubblicare solo se è il caso, solo alle mie condizioni.

Ho un paio di opere "da concorso" che voglio o far competere in concorsi importanti e che sono, entrambe eccentriche rispetto al genere a cui vorrebbero appartenere. Voglio capire se lo sono abbastanza per essere notate, se hanno la forza di imporsi. Se è così bene, in caso contrario me ne farò una ragione.

Ho riesumato il mio vecchissimo account in EFP per pubblicare quello che voglio, sopratutto le cose nate per gioco. Sono da sempre un po' perplessa nei confronti dell'autopubblicazione. Nel senso che non ho soldi da investire per ottenere un lavoro professionale e non trovo etico far pagare per qualcosa che non è, appunto, professionale. Allora è meglio rendere pubblico un racconto su un sito apposito e gratuito, anche se, proprio per la mancanza di filtro, circolano molte storie francamente imbarazzanti. Quello che scrivo io è diverso dalla media di ciò che si trova lì e da quello, quindi, che i lettori vi vanno a cercare. "Padrone del tuo destino", pubblicato anche su EFP, però non è andato malissimo. Il sito permette di seguire le letture capitolo per capitolo ed è rassicurante vedere che se molti aprono il primo capitolo per caso, chi legge il secondo arriva poi fino alla fine. Potrei continuare l'esperimento. Io non ho nulla da perdere, i lettori neppure.

Voglio scrivere cose che siano una sfida per me, sia da un punto di vista tecnico che contenutistico.
In questo momento i miei progetti sono essenzialmente due, di cui uno nato per purissimo caso.

La riscrittura del mio romanzo fantasy, che, passando da due a cinque punti di vista è una bella sfida tecnica per me che non sono abituata a questa frammentazione degli sguardi. Lo è anche da un punto di vista del contenuto, dato che, se dovessi dargli una definizione, lo chiamerei "fantasy sociale", dato che la domanda "in che società vorremmo vivere?" diventa cruciale per le scelte dei personaggi. C'è anche una nota spiccatamente femminista nella storia, già presente fin dall'inizio, ma le mie riflessioni degli ultimi tempi mi hanno spinto a portarla più alla luce.

La nota spiccatamente femminista sta emergendo anche nel secondo progetto, nato dalla quiete delle vacanze e da una singola immagine giratami da un'amica ed è una sceneggiatura per un eventuale fumetto di ambientazione steampunk fantasy.
Avevo bisogno, credo, di fare qualcosa che non avevo mai tentato prima. Quindi ho riesumato gli appunti presi a un vecchissimo corso, ho comprato un manuale di sceneggiatura e mi sono messa all'opera. Non so assolutamente se sono in grado di arrivare in fondo, né se sto producendo una cosa sensata dal punto di vista tecnico. Il "vendibile" al momento è una mera chimera.
So che mi sto divertendo moltissimo a cambiare il mondo di pensare. Visualizzare la storia per istantanee. Sforzarmi di scrivere non "bene" ma in modo chiaro, per imprimere su carta ciò che ho in mente. Rimanere dentro una gabbia che ha vincoli strettissimi (bisogna sapere in anticipo quasi esattamente a quale pagina va inserito il colpo di scena, per dire).
Mi sto anche innamorando di una storia nata come gioco ozioso, ma che pian piano sta portando in luce cose che volevo raccontare da tempo. 
Mi piacciono quelli che sono diventati mio malgrado i due protagonisti, allo stesso tempo molto tosti e molto dolci. In particolare ho una lei che vorrei riuscire a definire in modo diverso dalle molte donne in abiti maschili della storia del fumetto e della letteratura. 
È una sfida. E come tale mi intriga moltissimo.

Tra questi due progetti credo sarò impegnata almeno fino alla tarda primavera. Poi si vedrà.

Queste sono le mie sfide scrittoree per il 2019, le vostre?

sabato 12 gennaio 2019

Padrone del tuo destino, racconto a puntate – Epilogo

Dopo 15 settimane, eccoci alla fine di questo racconto.
Come prevedevo, la frammentazione non gli ha giovato, ma un manipolo di lettori coraggiosi ha seguito tutti gli sviluppi e a voi va il mio più sentito ringraziamento.

Questo è un racconto strano, come dicevo all'inizio. Parte come una storia disneyana di riscatto attraverso lo sport, ma è qualcosa di diverso e di più amaro. Per un V che diventa un grande atleta, un G, che avrà la sua onesta carriera sempre un passo indietro, ci sono tanti K e tante E che non ce l'hanno fatta. Spero che abbiano trovato comunque la loro strada nella vita.
E poi ci sono gli adulti, che spesso fanno del loro meglio, eppure non è detto che questo sia sufficiente.


EPILOGO

    Sofia – Gennaio 2004   
    Non voleva dire niente. Potevano andare storte una marea di cose. Nessuno meglio di lui lo sapeva. Era la terza volta in cinque anni che si trovava in quella situazione e due volte le promesse non si erano realizzate. Beh, si concesse, non era proprio la stessa cosa. Questa volta sul podio del mondiale juniores due gradini su tre erano occupati dai suoi atleti, V. primo e G. terzo. Tra tutti e due gli avevano fatto perdere dieci anni di vita. G., con una mezza crisi di panico prima della gara e V. con quella sua maledetta mania di fare di testa propria, anche a costo di sbagliare e di finire quinto dopo il programma breve. Lo avrebbero fatto morire giovane quei due. Guardò il maledetto cagnolino di peluche che V. gli aveva affidato. Beh, almeno quella era l’ultima volta, il ragazzo aveva promesso  che una volta approdato alla massima categoria avrebbe smesso di portarselo dietro.
    Sospirò, più stanco che se avesse gareggiato lui. Due volte. Almeno adesso, mentre i suoi atleti andavano a cambiarsi e a fare il giro delle foto e delle interviste, avrebbe avuto il tempo per un panino.
    – Y! – lo chiamò D. – Guarda chi è venuto a salutarci.
    Dietro il suo collega c’era una giovane coppia. Lui era sui vent’anni, alto, bruno e con un accenno di pizzetto. Y. lo fissò interdetto, poi ne riconobbe gli occhi grigi.
    – I! – esclamò.
    L’adolescente spigoloso che ricordava era diventato un giovane uomo proporzionato, in grado, sopratutto, di mostrare quel piglio sicuro che una volta mostrava solo in gara.
    – Cosa ci fai in Bulgaria? – chiese, stingendogli la mano con calore.
    – Sono qui per lavoro, la mia ditta sta aprendo qui un nuovo stabilimento e io devo controllare che i macchinari siano montati a dovere. La mia ragazza è venuta a trovarmi per il fine settimana e non potevo perdere l’occasione di presentartela.
    Così dicendo invitò la biondina a fare un passo avanti.
    – A. – disse I. – Questo è Y., che una volta è riuscito a farmi diventare campione del mondo e poi ha raccolto i cocci quando sono andato in pezzi.
    L’allenatore le diede un buon voto, anche se era un po’ troppo bassa e rotondetta per i suoi gusti, ma aveva uno sguardo buono, e I. si meritava tutta la bontà del mondo.
    – Venite, andiamo a prenderci qualcosa da bere, prima che debba recuperare i due scapestrati – li invitò.

    In pochi sorsi di caffè I. aggiornò i suoi vecchi allenatori sulla propria vita, il ginocchio che faceva male solo se lo forzava, i viaggi di lavoro e i propositi a lungo termine di A., che studiava lingue all’università. Non era la vita che Y. aveva immaginato per lui, ma era, ammise, comunque una vita.
    – Hai fatto carriera – constatò.
    I. si strinse nelle spalle.
    – So cosa vuol dire la fatica, parlo bene inglese, sono abituato a viaggiare e non mi spaventa alzarmi presto – disse. – Sono tutte cose che davo per scontate, perché le fa anche quello che oggi è arrivato ultimo, ma a quanto pare nel vasto mondo esterno non è poi così comune per i ragazzi della mia età.
    A., intanto, stava guardando il peluche appoggiato al tavolino del bar, ma non osava chiedere.
    – È di quel pazzo che ha vinto – si giustificò Y. – È in grado di rimontare cinque posizioni con tre salti, ma se gli perdo il pupazzo è capace di fare una crisi isterica.
    La ragazza sorrise.
    – Lei è davvero come I. l’ha descritto.
    Y. fece una smorfia.
    – È il capitano di una nave in continua tempesta – citò A., mentre I. arrossiva per l’imbarazzo. – Non è il padrone del destino, ma se tutto dovesse andare storto, ci ha comunque insegnato anche a nuotare.

SULLE LAME DELLA STORIA.
Siamo arrivati alla fine. Qualcuno è partito, qualcuno è tornato a casa, qualcuno è diventato campione del mondo. Tutti loro hanno lasciato l'infanzia e gran parte della loro innocenza.
Grazie di cuore a chi è arrivato fin qua.
 

lunedì 7 gennaio 2019

Ritrovato e perduto – letture



Trovare in libreria, senza essermelo aspettato, un corposo volume di racconti della mia autrice preferita, Ursula K. Le Guin, è stato uno dei più bei regali di questo Natale.

Ritrovato e perduto è una strana antologia. Le precedenti antologie che avevo letto (I dodici punti cardinali, La rosa dei venti e Su altri piani) erano tutte state curate dall'autrice stessa e ogni racconto era introdotto e contestualizzato. La mia prima impressione, qui, invece, è di essere di fronte di una raccolta fatta un po' a casaccio, dove storie fantascientifiche si intersecano a racconti realisti, mini saghe, fa poi irruzione il fantasy e si torna infine alla fantascienza.
Molti racconti sono legati a saghe più ampie, ben 7 sono legati al Ciclo dell'Ecumene, che raccoglie la maggior parte della produzione fantascientifica dell'autrice, tre invece sono legati alla saga fantasy di Terramare e hanno tutt'altro impianto stilistico.
Tutti i racconti, però, sono conclusi in loro stessi e in effetti, proprio la natura meticcia di quest'antologia può dare un'idea dello spessore stilistico e contenutistico dell'autrice.

Questioni di stile
Proprio sullo stile vorrei spendere qualche parola prima di analizzare i racconti che più mi hanno colpito.
Ursula K. Le Guin è qualcosa di unico. È nata nel 1929 in California, ma la sua formazione è impregnata da una parte di antropologia culturale (il padre era un famoso antropologo, studioso delle culture dei nativi americani) e dall'altro di letteratura europea (si è laureata in letteratura rinascimentale italiana e francese, leggeva e scriveva anche in queste due lingue). Ne risulta uno stile molto poco "americano", che al senso dell'essenzialità unisce l'eleganza stilistica di una prosa morbida in cui c'è un costante ricerca della parola giusta, dell'unico aggettivo perfetto. La sua è una prosa allo stesso tempo semplice e ricercata. Il lettore deve arrivare esattamente là dove l'autrice vuole che arrivi, attraverso una serie di suggestioni mai banali.
Purtroppo io la leggo in traduzione, ma leggo anche in traduzioni le due autrici che secondo me hanno uno stile in qualche modo affine al suo: Marguerite Yuorcenar e Alice Muroe.
Ci tengo molto a questo punto. Si parla sempre dei temi della Le Guin e sicuramente lei si definiva una scrittrice anarchica e femminista, dando quindi maggiore importanza al cosa scriveva. Sta di fatto che a me sembra al livello di gente molto premiata anche per il come scrive.

Una scrittrice anarchica e femminista
Se c'è una parola che può unire questi racconti così diversi è proprio "femminismo".
A volte il femminismo della Le Guin non sembra tale. Ci sono romanzi interi che hanno protagonisti uomini in mondi di uomini e di sicuro e di sicuro il femminismo della Le Guin non è del tipo che va a bruciare i reggiseni in piazza.
Le sue donne, e questi racconti ne sono pieni, sono fatte di granito. Possono essere scheggiate, abrase, levigate, ma resistono, vanno avanti con una capacità di resilienza che fa quasi paura. Non lottano contro gli uomini, vanno avanti nonostante gli uomini, sperando di trovarne qualcuno da guardare da pari. Sono donne che portano avanti la vita, la famiglia, i loro sogni in mezzo situazioni che, per lo più, sono complicate dagli uomini, dove sono gli uomini che dettano le regole e tuttavia, come acqua che filtra, loro trovano sempre una strada. Sono eroine silenziose. Lavoratrici, schiave che mandano avanti nonostante tutto le tenute, vecchie contadine. La vera differenza è che sono o diventano consapevoli del loro valore, dell'importanza che hanno nella società. E con ferma gentilezza rivendicano ciò che è giusto.
L'anarchia è meno immediatamente percepibile. Come diceva la Le Guin, non è l'anarchia di chi piazza bombe che le interessa, quella è solo delinquenza. È l'utopia di un mondo che non ha bisogno di regole esterne, perché ciascuno ha già una propria rettitudine interiore. È un'utopia che lei stessa sa essere illusoria (uno dei suoi romanzi più premiati ci racconta l'orrore dietro l'apparente messa in pratica di un'utopia simile). Eppure tendere a un ideale ci migliora. Tutti i suoi protagonisti, in qualche modo, sovvertono in modo spesso silenzioso e sempre non violento le regole in cui sono immersi. Cercano una strada loro, più giusta, anche se destinata al fallimento.

Uno sguardo disincantato e dolce
La Le Guin racconta con dolcezza cose terribili. Non c'è nulla di ingenuo o favolistico nel suo sguardo. Le giuste rivolte portano sempre a violenza indiscriminata, gli ideali si fanno dittatura e non c'è limite al dolore che gli uomini possono infliggersi. Non c'è nessun dio salvifico, forse una speranza nel trascendente, che tuttavia non è mai certezza e comunque poco influenza questa vita. Tuttavia c'è sempre dolcezza. La pace è qualcosa di interiore, da costruire dentro di sé, con l'altro (poco importa se l'altro è un coniuge, un compagno, figli, amici, l'idea di "famiglia" è estremamente fluida) ed è possibile. Anche se effimera, fragile, in equilibrio sull'abisso, tuttavia esiste.

Racconti memorabili

Herne
Del tutto inaspettato in quella che si presenta come un'antologia di fantastico, è saga famigliare.
Racconta quattro generazioni di donne, che per vari motivi si trovano sole, in Oregon, dalla fine dell'800 agli anni '70 del novecento.
Ognuna a modo suo, queste donne sono delle pioniere, apritrici di piste. La prima è una pioniera nel senso letterale del termine, vedova, si sposta a ovest con i figli, fonda un nuovo paese. La seconda non accetta il tradimento del marito, preferendo vivere la donna divorziata. La terza accetta di portare avanti una gravidanza frutto di uno stupro e la quarta non rinuncia alle proprie ambizioni in nome delle convenzioni sociali. I quattro punti di vista si intersecano e si mescolano, dando a intendere quanto poco i mutamenti storici cambino le difficoltà delle donne sole, che sempre battaglie da combattere, quasi sempre in silenzio, senza neppure che i vicini si accorgano della lotta.
Mi ha dato molto da pensare questo racconto, non fosse altro per il fatto che non avevo mai letto una storia ambientata in quegli anni nell'America rurale raccontata da un'ottica esclusivamente femminile. E già questo mi ha fatto pensare.

Una storia alternativa o un pescatore del mare interno
Questo è un racconto il cui fascino sta ai bordi. A ben vedere è una banale storia di paradosso temporale e una storia d'amore piuttosto prevedibile. Ci porta però in un mondo dallo strano fascino, con convenzioni sociali spiazzanti, raccontate con la normalità di chi le vive abitualmente. E commuovente, ai bordi, accennata e non approfondita, è la storia della madre del protagonista. È un'aliena (una terreste), proveniente da un luogo lontanissimo, giunta in qualità di ambasciatrice. La Le Guin ingloba nei suoi racconti fantascientifici la teoria della relatività senza aggirarla, se non con l'ansibile (uno strumento che permette la comunicazione istantanea). Quindi questa donna è ancora giovane su un mondo alieno quando la sua famiglia, sulla terra, è morta da secoli. Suo figlio vorrebbe fare la medesima scelta. Nella domanda inespressa sul prezzo pagato dalla madre sta il fascino del racconto.

Il giorno del perdono; un uomo del popolo; Liberazione di una donna; Musica antica e le schiave
Questi quattro racconti compongono una mini saga all'interno dell'antologia. Ci portano tutti a Werel, un mondo schiavista in cui l'arrivo di gente di altri mondi, porta inevitabilmente alla ribellione degli schiavi. Si alternano, nei racconti, cinque punti di vista, tre di ambasciatori di altri mondi, uno di un esponente della vecchia aristocrazia schiavista e quello di una schiava che riesce a liberarsi.
Il racconto più forte è senza dubbio Liberazione di una donna, il memoriale della ex schiava, Rakam. La liberazione di Rakam, a livello burocratico, avviene quasi per caso, per il benintenzionato ma avventato gesto del figlio del padrone. Da un giorno all'altro gente non istruita, che non è mai stata altro che schiava si trova alla mercé di tutti. Le esperienze peggiori Rakam le vive infatti subito dopo questa avventata liberazione, da cameriera privilegiata viene presa, stuprata, costretta a prostituirsi. Diventa tuttavia consapevole della sua esistenza come individuo. Rakam lotta per una vita diversa, che passa per due punti essenziali, l'istruzione, osteggiata in primo luogo dai suoi ex-compagni schiavi (che cosa te ne fai di una conoscenza che non ha fini pratici? Le chiedono quando si appassiona alla storia) e il riprendere possesso del proprio corpo. Rakam è una persona mite, non ha certo il carattere di una rivoluzionaria, ma è tenace. Persegue con ostinazione la propria strada verso la libertà, costellata di dolore e di perdite, di tradimenti e la sua strada, inevitabilmente, diventa un modello per altri.
Dopo il finale dolce della storia di Rakam, arriva come una doccia fredda l'ultimo racconto, a ribaltare la prospettiva. Musica Antica è il nome di un inviato dell'Ecumene, la federazione di pianeti, che fin dall'inizio da aiutato la rivolta degli schiavi. Ora lui stesso si trova nel mezzo dei combattimenti. Vede la violenza che gli stessi "liberatori" infliggono a quegli schiavi che erano rimasti tali per semplice mancanza di alternative. La brutalità dei vecchi signori e dei nuovi liberatori si equivale. Il racconto si conclude con una bambino da seppellire, tanti interrogativi su una violenza nata come giusta ma poi diventata solo violenza, e poche risposte.

Il trovatore
Il trovatore ci porta verso il fantasy classico. Anche questa è una storia di ricerca di libertà attraverso la conoscenza e di ideali che possono trasformarsi in qualcos'altro. 
È di fatto una mini saga condensata. Un altro autore ci avrebbe fatto dieci romanzi, la Le Guin lo condensa in un racconto. Ha uno dei passi più strazianti di tutte le sue storie, la morte di una schiava portata per la magia che usa fino alle sue ultime energie per permettere al protagonista di sopravvivere. Come molti dei racconti della saga di Terramare, a chi appartiene, anche se è perfettamente indipendente, è pensato come la trascrizione di un racconto orale. Provate a leggerlo ad alta voce a qualcuno e vi assicuro che rimarrà incantato.

Nell'alta palude
Nella sua semplicità, questo racconto, che già conoscevo, è uno dei miei preferiti.
C'è un mago impazzito in fuga. Si ferma, quasi per caso, in un villaggio, accolto da una donna sola, dove inizia a curare il bestiame.
È un racconto molto più semplice di altri presentati qui, eppure mi commuove sempre. Mi commuove l'intesa tra il mago e la donna, che non ha nulla dell'attrazione sessuale, è un accettarsi nella diversità, accettando anche di non potersi capire. Mi commuove la condizione del mago, la cui mente non è libera, può fare grandi cose, può compiere grandi danni. L'istinto della saggezza direbbe di ucciderlo o rinchiuderlo per la sicurezza di tutti. Insomma, è un pazzo che può asservire le anime della gente! Vince invece la fiducia e anche, se vogliamo, l'idea del lavoro come cura e riabilitazione. Il mago scopre di poter guarire gli animali, ha un lavoro da fare, una sua utilità e pertanto, in barba alla saggezza, chi dovrebbe rinchiuderlo decide di non farlo.
Sarà banale, ma mi scappa sempre la lacrimuccia sul finale.

Paradisi perduti
Chiude la raccolta un romanzo breve, che come tale era stato già pubblicato da Delos.
Ne avevo già parlato e quindi vi rimando alla vecchia recensione, qui

Sono stata lunghissima e me scuso.
Per tutta la vita, questa autrice, più o meno coetanea di mia nonna, mi ha mostrato la strada. Ho preso in prestito per la rete il nome di un suo personaggio che era, tra le altre cose, ben prima che lo diventassi io, una madre adottiva. Senza le sue opere non sarei la persona che sono, la mia mente non si sarebbe formata allo stesso modo. 
Anche adesso che non c'è più, continua a mostrarmi la strada.
Per una volta ho davvero un debito di riconoscenza verso Mondadori che ha deciso di tradurre un'opera che probabilmente pochissimi leggeranno, qui in Italia, ma che è davvero cibo per la mente.