venerdì 20 ottobre 2017

Autunno sul lago

Quest'anno non insegno più alla scuola col pontile. Mi sono trasferita sull'altra sponda del lago e per raggiungerlo servono almeno cinque minuti. Oltre tutto tra incombenze burocratiche e impegni vari non ho trovato la luce migliore. Che dite, posso consolarmi?

L'autunno sul lago ha le stesse tonalità dei colori della mia anima.
E sono giornate come questa quelle in cui mi rendo conto di quale privilegio sia vivere e lavorare in un luogo che sento tanto mio.

mercoledì 18 ottobre 2017

Seguendo la cometa 28 – Età


Eccoci.
È passato un anno, la pupattola ormai sgambetta in autonomia, irriconoscibile dal fagottino minuscolo che abbiamo preso in braccio la prima volta.
Era inevitabile arrivare anche in fondo a questo lungo racconto.

Un GRAZIE ENORME a Viola, che ha reso possibile questo racconto, dando forma di volta in volta ai miei appunti.

E GRAZIE a chi ha seguito questo racconto.

domenica 15 ottobre 2017

E poi si arriva alla parola fine

Ci sono progetti scrittorei che sembrano eterni. Li si comincia, poi si cancella, si torna indietro. Ci si interrompe, si pensa di abbandonare. Li si riprende in mano, si cancella, si riparte. Ci si interrompe. 
A volte è la vita a imporre questi ritmi. Succede qualcosa, ci si interrompe, si riprende in mano, si cancella, si riparte.
Sono anche rassicuranti a modo loro. Significa avere una storia in cui tuffarsi. Quando si scrive in modo spezzettato per certi versi preferisco avere per le mani un progetto lungo piuttosto che uno corto. I racconti devo progettarli, scriverli e terminarli tutto d'un fiato. I romanzi sono escursioni lunghe nella terra delle storie, so che ci si starà mesi, se non anni. Mi predispongono a un ritmo diverso e mi dispensano dal concentrarmi su altro. Dopo tutto ho già la mia storia da scrivere.

Questa storia in particolare l'ho iniziata a luglio del 2016. A ben vedere non è neppure tantissimo tempo, un anno e qualche mese. Tanto, ma non tantissimo per una prima stesura. 
In questo periodo, però, sono successe tantissime cose e in tutte questa storia mi ha fatto compagnia. Pensava a questa storia, in auto, mentre andavo a estrarre la traccia per l'orale del concorso docenti, ci pensavo per distrarmi nei convulsi giorni che hanno preceduto l'incontro con la pupattola. Ci pensavo durante le sue prime nanne a casa, quando ero convinta che se avessi smesso di guardarla avrebbe potuto lei smettere di respirare. 
L'ho messa in pausa e l'ho ripresa, al punto da non ricordarmi i nomi di parecchi personaggi. L'ho dato per morta e poi l'ho resuscitata.
La mia sensazione irrazionale è che questa storia mi avrebbe fatto compagnia per sempre. 
E mi andava bene. 
Tra tutto quello che ho scritto è senza dubbio la storia più leggera, decisamente commedia, un mondo di personaggi in cui potersi tuffare senza troppe angosce esistenziali. Con tanti deliziosi quesiti tecnici con cui occupare la mente.
Adesso, poi, se riesco a dedicare alla scrittura due ore alla settimana è tanto. Quindi quando ho iniziato le lezioni a scuola ho pensato "ora non la finirò più".
Senza guardare a che capitolo ero. Senza ragionare sul punto della trama.
E poi, semplicemente, sono arrivata in fondo.
Senza rendermene conto mi sono travata a -2 capitoli dalla fine. Di fatto, tutto era già successo, bisognava solo trarre le ultime conclusioni. Quaranta e più capitoli scritti.

È una sensazione strana, spiazzante, un po' malinconica.
Non ho voglia, davvero, di scrivere l'ultimo capitolo.
Non ho voglia perché penso che la revisione di un'opera scritta in questo modo sarà un incubo.
Non ho voglia perché non so gestire il poi. Il mio unico invio del mio lavoro precedente a oggi non ha dato alcun frutto. Non ho il tempo e le energie per farmi self, non ho forza contrattuale per i big quindi non so, poi, che fare delle mie storie.

Non ho voglia principalmente perché non voglio abbandonare questa storia e il porto sicuro che ha rappresentato. Non voglio lasciar andare, neppure verso un bel finale, i miei personaggi bislacchi, che mi hanno fatto innamorare delle loro stranezze.

Non voglio lasciare questa storia come non voglio che finisca un periodo della mia vita, così sconvolgente e ricco di sorprese da non sembrare neppure vero.

Però adesso la pupattola dorme. Che mi piaccia o no è il momento di scrivere la parola fine.

PS: a voi è capitato di non voler finire una storia?

giovedì 12 ottobre 2017

Requiem felino


Non sei mai stato il mio gatto. I gatti, si sa, si scelgono i padroni e anche se formalmente eri mio, tu eri il gatto del Nik.
Non sei stato il gatto che ho più amato. Non eri e non potevi essere la micia bianca che mi ha accompagnato per ventun anni né la sua figlioletta nera e sfrontata che mi faceva feste quasi canine. Questo tuo amore per le vendette trasversali a base di pipì fuori posto, poi, mi ha fatto tirar giù, nel quasi decennio trascorso insieme, tutti i santi del calendario.
Non sei stato il gatto più gestibile. Persiani di certo non ne prederò mai più. Ore passate a districarti i nodi, a pettinarti, a raccogliere chili e chili di pelo. E vogliamo parlare della lacrimazione eccessiva, colorata e indelebile? Muri e vestiti macchiati. Quando si dice lasciare una traccia indelebile...

Parliamoci chiaro, non eri neppure del tutto un gatto. 
Agilità? Non pervenuta. Appena sei arrivato a casa sei caduto dal divano e dal tuo nome di battesimo, Silvestro, sei diventato Patato.
La prima volta che ti abbiamo fatto uscire dall'appartamento avevi paura che il cielo ti cadesse sulla testa e non osavi calpestare l'erba. Ci hai messo giorni ad avventurarti sul prato. Sei migliorato, però, sei arrivato al punto da andare anche nel giardino del vicino e da trascorrere ben due notti fuori casa (con grande angoscia della qui scrivente padrona), come un vero gatto.
A cacciare non hai mai imparato. Le unghie non hai mai capito come usarle. Prendevi le mosche con la zampa, le schiacciavi a terra e poi le lasciavi andare. Una mosca ci durava una settimana. Non le ammazzavamo apposta, per permetterti di esercitarti. Non ne hai mai uccisa usa. Le lucertole non le hai neppure classificate come prede.
E forse non dovrei accennare al fatto che sei stato quasi violentato da una coniglia. Una coniglia. Femmina.
Eri diversamente gatto, amante del broccolo e del caco, capace di perderti nell'appartamento e di rimanere ore chiuso dentro un armadio. 

Eri un personaggio.
Nessuno che sia passato da casa nostra ti ha dimenticato. Imbranato e coccoloso, con quello sguardo sempre tra il tenero e lo scocciato sapevi farti elargire coccole da chiunque. Per i servizi sociali, ricordiamolo, eri il vero padrone di casa con cui noi "convivevamo". Per altro sospetto avessero ragione.

E la casa la riempivi, col tuo pelo e la tua personalità.
Adesso che non ci sei più ti cerco ancora, mi aspetto di trovarti dietro una porta o chiuso in un armadio.
E con tutti i tuoi difetti e il tuo essere diversamente gatto seri riuscito a farmi commuovere, mentre ti ricordo.

Chissà se da qualche parte stai facendo le fusa agli angeli? E chissà quanto risalta il pelo scuro lasciato sulle bianche nuvolette del paradiso!

martedì 10 ottobre 2017

Con Chiara Solerio al festival LiberaMente di Belgioioso


Con una pupattola la fruizione di eventi culturali cambia parecchio.
Che il festival di Belgioioso fosse interessante era una certezza, perché a muovere la macchina organizzativa c'è Fabio Ivan Pigola, l'anima di Kultural, una di quelle persone speciali che nei propri progetti mette tutto se stesso, a costo di lasciarci (letteralmente) qualche pezzo.
In altri momenti mi sarei fermata agli incontri (infatti in altri momenti ho apprezzato alcuni degli autori e dei relatori presenti, come Raul Montanari) e avrei perso le ore a curiosare tra gli stand degli editori.
Però non sarei restata incantata a guardare le istallazioni artistiche, così affascinanti da ipnotizzare la pupattola, né avrei notato i particolari del castello che la cucciola, scorrazzandovi intorno mi ha fatto notare. Anche con molto più agio sarei rimasta colpita dagli stessi editori (La Lepre su tutti) e avrei acquistato le stesse cose. Mi sarei goduta, credo, meno il sole e i cortili.
Come blogger, poi, la cosa che più mi stava a cuore era incontrare per la prima volta Chiara Solerio. I contatti virtuali sono da sempre la cosa più bella che un blog porta con sé e quando poi diventano tangibili si ha la sensazione precisa della ricchezza di questo mezzo. 
La cosa bella è che ogni volta che incontro qualche blog amico è e non è come me lo sono sempre immaginato. C'è un momento di sfasamento dopo il quale emerge la personalità che avevo già imparato a conoscere oppure qualche caratteristica che pure già leggevo acquista la sua giusta dimensione (anche fisica, sia lei che Viola sono altissime!). Di Chiara mi ha colpito un sottofondo di timidezza dolce. Raccontando dell'evento a cui aveva partecipato il giorno prima era palese la sua emozione. Quando leggo i suoi post a volte la percepisco molto sicura, anche quando scrive il contrario e mi ha fatto tenerezza vederla vivere le mie stesse insicurezza. Questo incontro, poi, mi ha confermato qualcosa che già sapevo, ovviamente, e cioè che Chiara è nata per far vivere la cultura. In questo momento ho bisogno di un aiuto per mettere ordine nei miei progetti letterari e la mia convinzione che possa essere lei la persona giusta si è rafforzata.
L'unica cosa che spero è di non aver passato a lei o al suo compagno il virus "da asilo" che tutta la famiglia con ogni evidenza già covava e che ha reso movimentata la nostra domenica...

domenica 8 ottobre 2017

La morte e lo stilista – racconto breve completo

La Morte e lo stilista

 Giunse in silenzio, sontuosa nel broccato nero che la rivestiva, enigmatica dietro la pallida maschera veneziana.
 Lo stilista era chino alla scrivania, gli occhi stretti nel tentativo di mettere a fuoco l’ultimo bozzetto, davanti a lui sul tavolo. Prima di girarsi, aggiunse un’ultima sfumatura dorata al disegno. 
 – Sai chi sono? – chiese la figura in nero, con voce dolce, né maschile né femminile.
 Lo stilista si limitò a sorridere.
 – Sono la Morte. 
 – E io sono un vecchio, non vedo come la cosa debba stupirmi. Andiamo?
 – È dato alle creature mortali di guardarsi un istante indietro a considerare per cosa abbiano vissuto – disse la Morte, un poco contrariata.
 L’uomo gettò uno sguardo oltre la finestra, dove l’eleganza degli alberi spogli si stagliava contro l’arancio del crepuscolo.
 – Fatto. 
 – No, mortale, non così presto. Tu che hai avuto in dono il privilegio di creare, ma hai scelto l’effimero, l’immanente. Che sarà del tuo nome, quando i tuoi vestiti saranno solo ricordi vetusti di una stagione passata? 
 Il vecchio si strinse nelle spalle.
 – Ha senso il tempo, là dove mi conduci? 
 – No. 
 – E allora che importa, Morte, quanto durerà il ricordo del mio nome? Non c’è opera creata dall’uomo destinata a vincerti, giusto? E allora, di fronte all’eternità, che importa aver creato un abito o una cattedrale? 
 Non aveva espressione, la Morte, ma sembrava perplessa.
 – Non ti spaventa il giudizio dei posteri? Tu hai dedicato la vita all’inutile? 
 – Ma non è quello che ci distingue dagli animali, l’inutile? Guarda questo tramonto. Non ha altro significato che l’arrivo della sera. Per i passeri, là fuori, il cane da guardia, il gatto che dorme sulla poltrona è solo un altro giorno che finisce. Per me è bello e questo lo rende diverso dal tramonto che vedono loro. Eppure, rimanere a soppesarne la bellezza non ha alcuna utilità. Potrebbe distrarmi da un pericolo in arrivo, ma mi fermo e guardo e ammiro.
 – Non senti il peso, dunque, delle scoperte che non hai fatto, del denaro che è stato sprecato per un lusso inutile che hai imposto, delle vite rovinate di donne che hanno cercato di rendersi simili ai tuoi ideali? 
 Lo sguardo dell’uomo si fece triste, mentre la foschia lontana scuriva la tonalità perfetta del cielo.
 – Non ho, nella mia vita, fatto violenza a uomini o animali. Non ho rubato, ho limitato i miei vizi a quelli che potevano danneggiare solo me. È facile mettere agli uomini d’ingegno la colpa delle brutture del mondo. Ho disegnato abiti, non ho costretto alcuna alla fame per entrarvi, né costretto alcuno ad uccidere animali per realizzarli né imposto la schiavitù nelle fabbriche che li producevano. Sono scelte della cui colpa non intendo sentirmi macchiato. Non ho occhi per vigilare su tutto il mondo, non faccio le leggi, né posso farle rispettare. Se una casa brucia la colpa è di dipinge il fuoco o di chi lo appicca? Ho disegnato abiti, di questo sono responsabile, non di altro. 
 Sai a cosa serve un abito, Morte? Serve all’essere umano per rendersi più certo di quello che già è.
 Fin dalla più remota antichità comandanti di tribù di cacciatori hanno dovuto ricoprirsi ogni giorno il capo di penne d’aquila per dire a loro stessi che si, davvero, stava a loro il fardello della decisione.
 Una ragazza già bella compra un paio di scarpe o una borsetta nuova ed ecco, la sua bellezza le salta agli occhi, le si illumina il viso e con più sicurezza affronta il mondo.
 Un ragazzo timido con una cravatta o un maglione nuovo, riconosce il coraggio che già aveva per dichiarare il suo amore.
 In doppio petto uomini con troppo potere diventano consapevoli di stringere nelle mali i destini altrui.
 Questo faccio io, che sono uno stilista, dono l’opportunità alle persone di diventare consapevoli di ciò che già esse sono. Se questa consapevolezza porterà baci o guerre, io non ne tengo la colpa. 
 E tu, Morte, non ti sei fatta rivestire nei secoli dai pittori di informi camicione nere, dettagli in osso, cavalli scheletrici al posto di borsette, solo per farti riconoscere per ciò che sei? 

 L’uomo girò verso la figura scura il suo ultimo bozzetto. Rappresentava una figura alta, avvolta di un nero, sontuoso broccato. Portava un turbante, sempre nero, sulla testa e sul volto una pallida maschera veneziana con appena una sfumatura d’oro a sottolineare il contorno degli occhi vuoti, senza iridi né pupille.
 La Morte si portò una mano inguantata al viso, là dove una leggera spruzzata di vernice dorata evidenziava l’incavo degli occhi mancanti.
 – Perché ti sei vestita così, Morte? Qualcuno ti ha forse obbligato? 
 – Non capivo perché dovessi sempre e solo far paura e non potessi avere un aspetto più elegante e gentile. 
 – E allora sii gentile, Morte, poiché questo vuoi riconoscere oggi in te, e porgi la mano a un vecchio per aiutarlo ad andare là dove si conviene. 
La Morte allungò il braccio e aiutò lo stilita a mettersi in piedi. Poi insieme, sorreggendolo, si avviarono verso l’orizzonte ormai scuro.

mercoledì 4 ottobre 2017

Tutte le mie canzoni



Sono stata invitata al #30daysmusicchallenge, ma non riesco a promettere di avere per 30 giorni la testa per postare ogni giorno una canzone. L'idea, però, è simpatica. Mi rendo conto che sul blog ho sempre parlato poco di musica, perché è un ambito in cui mi ritengo solo fruitrice. Non so replicare una melodia neppure sotto minaccia di morte e in ambito musicale mi sento sempre in difetto per ignoranza. Questa è un'ottima occasione, per dedicare un post alla musica, o almeno alle canzoni. 

Quindi, partenza!

1 - la tua canzone preferita
Prof, sono impreparata, già alla prima domanda. Non ce l'ho una canzone preferita preferita in assoluto. Ultimamente mi piace tantissimo L'amore non esiste – Fabi, Silvestri e Gazzé
2 - una canzone invernale
Inverno – F. De André
3 - una canzone che ti rende allegro
Viaggi e miraggi – F. De Gregori. Autore tutt'altro che allegrissimo, ma questa canzone mi mette di buon umore
4 - una canzone che ti commuove
Verranno a chiederti del nostro amore – F. De André
Con tutte le tristezze di tutti gli amori finiti.
 5 - una canzone che ti ricorda qualcuno

The bonny swans – Loreena Mckennitt, legata all'amica del liceo che me l'ha fatta conoscere e al rimpianto per un'amicizia che è andata raffreddandosi.
6 - una canzone che ti ricorda un posto

Hotel California – Eagles. Ascoltata per caso su una spiaggia in Sardegna, mi riporta al profumo di ginepro e di acqua di mare.
7 - una canzone che ti ricorda un momento particolare
Torn – Natalie Imbruglia. Colonna sonora della gita a Parigi in quarta liceo. Otto ore di pullman in cui è andata in loop.
8 - una canzone di cui conosci tutte le parole
Vedi 13. Canto in tutti gli spostamenti in auto. Con voce stonatissima.
9 - una canzone che ti fa ballare
Purtroppo nulla è in grado di farmi ballare.
10 - una canzone che ti aiuta a dormire
La fiera dell'est – Branduardi. Aiuta a dormire la pupattola e, di riflesso, me
11 - una canzone della tua band preferita
Bohemian Rhapsody – Queen
12 - una canzone della band che odi
Non odio. Al massimo non ascolto
13 - una canzone che hai conosciuto da poco
Mi sto facendo una cultura a tema zecchino d'oro... Vorrei un gatto nero è l'hit del momento.
14 - una canzone che nessuno si aspetta possa piacerti
Ero contentissimo – Tiziano Ferro
15 - una canzone che ti descrive
Mi colgo impreparata. Mio padre però dice che la tipa di Quattro stracci mollata da Guccini doveva essere simile a me...
16 - una canzone che amavi e che ora odi
Non pervenuta.
17 - una canzone che vorresti dedicare a qualcuno
La cura – Battiato. Alla pupattola.
Ai miei alunni invece dedico Combattente – Fiorella Mannoia
18 - una canzone che vorresti ascoltare alla radio
Vincent – Don McLean. Quando ogni tanto la danno sono felice. Sempre.
19 - una canzone dal tuo album preferito

Un chimico da Non al denaro ne all'amore ne al cielo di F. De André
20 - una canzone che ascolti quando sei arrabbiato
L'avvelenata – F. Guccini. E che altro?
21 - una canzone che ascolti quando sei felice

Non direi felicità, quanto follia. Don't stop me now dei Queen si è indissolubilmente legata a questa sequenza e non posso ascoltarla senza un sorriso.
22 - una canzone che ascolti quando sei triste
Non l'ascolto quando già sono triste, perché per me è la tristezza fatta canzone e mi porterebbe al suicidio. Venezia – F. Guccini
23 - una canzone che vorresti al tuo matrimonio
Ho voluto il canto delle onde del lago.
24 - una canzone che vorresti al tuo funerale
Preferisco non pensarci. Immagino però che Preghiera di gennaio di De André sia appropriata.
25 - una canzone che è un piacere peccaminoso

Non ho un rapporto così peccaminoso con la musica, temo.
26 - una canzone estiva

Non mi è spiaciuta L'estate di John Wayne di qualche anno fa (o era solo l'anno scorso?), ma ho già dimenticato chi la cantava...
27 - una canzone che ti piacerebbe suonare
Essendo negata, qualsiasi
28 - una canzone che ti fa sentire colpevole
Colpevole? Una canzone?

29 - una canzone della tua infanzia
Le sigle di Cristina d'Avena
30 - la tua canzone preferita in questo periodo un anno fa
Pe una volta avevo scritto un post. Impressioni di settembre – PFM

Come si è visto, in materia di canzoni prediligo annegare nella malinconia. Per compensare, vi lascio con il video del mio momento di follia:


Ovviamente, chi non lo avesse già fatto, è invitato a partecipare al gioco!