mercoledì 14 settembre 2022

Ripartenza con dita incrociate



Settembre è arrivato, con il suo carico di impegni, ansie e nuovi progetti. Una valanga di informazioni, appuntamenti, volti e incastri di tempi e persone che rischia di travolgermi e di trascinarmi in una non ben indefinita oscura valle. Come sempre è tutto vagamente surreale. Tra un gatto da far vaccinare, un corso sportivo a cui portare la figlia e una visita da prenotare per i genitori devo andare ad esplorare delle antiche cave di granito e organizzare una visita a un'antica dimora dove vi sono (tra le altre) opere d'arte composte solo di numeri. Devo verificare la possibilità di far volare il drone della scuola sopra il lago e ho scasato di poco l'esperienza "bombardamento su Roma" con il visore 3D.  Evito discussioni sulla serra scolastica e cerco di capire come funzioni la stazione meteorologica. Sì, la nostra scuola ha vinto un bando. Sono arrivate le nuove apparecchiature scientifiche e non abbiamo paura (fino a un certo punto) di usarle.

E la scrittura?

In questi ultimi anni ho pensato spesso che no, il tempo della scrittura era passato. Almeno di quella volta alla pubblicazione, almeno di quella lunga. Ho una vita piena, che non va semplificandosi, anzi. La scrittura può rimanere un gradevole hobby, con qualche racconto pubblicato bene e qualcosa di scritto per gli amici, giusto? Non solo è perfettamente lecito, ma è anche l'unica via percorribile, date le circostante, no?
Eppure ho continuato a scrivere.
Ho provato cose nuove, generi nuovi. Da una parte dicendomi che era un hobby, dall'altro cercando di creare qualcosa di buono.
Ho spedito in giro poco. Nel senso che ho spedito poche cose tra quelle che scritto e quelle poche le sto mandando via pochissimo. Una delle cose che ritengo migliori, ad esempio, l'ho mandata a un singolo bando (che non ha superato) e poi a una singola casa editrice. Perché comunque non penso che abbia senso pubblicare con una casa editrice che poi non ha la forza per mettere in campo una promozione ad hoc. Perché alla fine sono così, un'ariete testarda che si incaponisce ad avere le cose alle proprie condizioni. Oppure niente. Probabilmente quello che otterrò sarà niente. 
Tuttavia, nonostante questo, nonostante in miei invii asfittici, sto aspettando una risposta. Che quasi sicuramente sarà un altro "ritenta, sarai più fortunata". Intanto una promessa di risposta con una data stabilita per riceverla è già qualcosa. Abbastanza se non altro per continuare con ostinazione per la mia strada. Che a novembre mi porta al bando del Premio Urania. Prima o poi, forse, una porta si aprirà. Chissà. Per ora aspetto.

Per leggere un capitoletto senza impegno, invece, guardate qui.
 

martedì 30 agosto 2022

Volta la carta


 

Il post scorso l'ho dedicato a Sandman. In questo morire dell'estate sto leggendo le ultime storie a fumetti dedicate al personaggio, che ancora mi mancavano. In una delle introduzioni l'autore tenta una sinossi in due frasi: "Il signore dei Sogni si rende conto che o si cambia o si muore. Compie la sua scelta"

Suppongo che sia vero per tutti, non solo per il signore dei sogni e qui è tempo di cambiamenti.

Quando sono diventata mamma ascoltavo con una certa diffidenza le frasi tipo "goditela ora, poi cresce in un baleno", "ti giri un attimo ed è già diventata grande". Ecco. E ora sono puntualmente qui con la lacrimuccia agli occhi a preparare la festa per i suoi sei anni, lo zaino per la scuola, i grembiulini neri che mi fanno tanto tristezza. Mi chiedo dove siano finiti tutti questi anni. Però in realtà lo so, perché, come Tolkien insegna, i periodi che passano in fretta e sono solo poche righe nei racconti sono i tempi felici.

Negli ultimi cinque anni siamo andati avanti e indietro dal Nido Scuola Giacomini.

Ci siamo arrivati, come capita nelle storie migliori, per caso, perché era un nido che aveva posti disponibili, era vicino alla scuola dove insegno e aveva anche orari compatibili con i miei. E le maestre all'open day ci parlavano del metodo educativo, della particolarità degli ambienti, ma io guardavo solo la tabella oraria, quindi tutta la spiegazione sulla matrice montessoriana del "Reggio Children" me lo sono persa. Mi ero resa conto che a disposizione dei bambini c'erano tubi di varie dimensioni, una ruota di bicicletta, delle cose semifuse credo in plastica, ma alla fine era una struttura aziendale e l'azienda faceva, fa ancora, valvole e tubature. Ovvio che con valvole e tubature facessero giocare i bambini.

Il primo giorno di inserimento ho incontrato la flemma granitica della maestra Anna. Ci ha fatto fare un giro, mostrandoci gli armadietti che i bambini avrebbero imparato a usare in autonomia. "Ma le antine sono pesanti, non si schiacciano le manine?" ha chiesto una mamma. "Sì, ma una volta sola" ha risposto la maestra. Da quel momento nella mia testa lei è diventata una sorta di divinità preistorica cretese incarnata, signora di bambini e serpenti, capace di placare entrambi con lo sguardo, di trasportarne tre alla volta e di rendere possibile l'impensabile. Una volta a un incontro con i genitori ha proiettato le foto dei lavori che stava facendo con i bambini con l'acqua e la luce. I bambini (del nido) osservavano l'acqua contenuta in un grosso vaso di vetro che veniva via via colorata da luci diverse. I bimbi nel filmato toccavano, indicavano, maneggiavano il vaso in svariati modi. "Ma è di vetro!" ha osservato una mamma. "Certo, glielo ho detto e per questo sono stati attenti" ha risposto la maestra. Quando quest'anno, all'ultimo anno di asilo, ogni bambino ha portato a scuola un vaso di vetro "di forma strana", ormai l'unica preoccupazione dei genitori è stata che la forma fosse abbastanza strana.

Questi cinque anni sono trascorsi così. Tra le restituzioni difficili di nostra figlia: "Abbiamo fatto un albero che non era un albero con tante cose che poi facevano ombra e poi abbiamo colorato le ombre con le conchiglie" (era una meridiana prodotta da loro, con le strisce a terra tracciate dai bambini con delle conchiglie allineate). Richieste complicate: "Devo portare a scuola una cosa che assomiglia a un'altra perché devo costruire una città di grattacieli". Racconti avventurosi: "È entrato un pipistrello a scuola e la maestra è riuscita a fotografarlo, poi l'ha fatto uscire prima che arrivasse su noi bimbi e poi abbiamo visto dei video sui pipistrelli.

L'albero meridiana, molto difficile da raccontare!

In mezzo a tutto questo c'è stata una pandemia mondiale, c'è stato la chiusura, ci sono state le zone rosse, arancioni, gialle, arcobaleno. Il sistema asilo ha retto con insperata facilità. Norme molto severe sui genitori. Guai a fermarsi! Guai a toccare! Vietato anche un passo dentro la struttura! Norme sensate per i bambini, che in pratica venivano disinfettanti all'ingresso, lasciavano scarpe e giacca e si buttavano nella "bolla" dove la vita proseguiva come sempre. Al termine della giornata tutte le cose usate (cioè tubi, vasi di vetro, strani paletti, oggetti vari di forma indefinita) venivano disinfettate. Sarà stato il caso, la buona sorte o chissà cos'altro, ma non abbiamo avuto neppure una quarantena da scontare.

Fosse stato per me avrei lasciato alla maestra Anna (e alla maestra Cristina e alla maestra Michela e a tutte le altre) mia figlia fino all'università. Ma il cambiamento fa parte della vita, è l'unica alternativa alla distruzione e è giunto il tempo per andare.

Ci sono tante cose che non ho imparato come mamma in questi cinque anni. Non ho imparato a gestire i capricci per non andare a scuola. Se arrivavano mal di pancia improvvisi ho sempre e solo sentito la pediatra paventando virus intestinali. Non ho imparato a discutere con le maestre, solo a chiedere consiglio. Non ho imparato a gestirmi in una chat genitori, dove al massimo arrivano messaggi del tipo "il vaso di vetro che è tornato a casa non è il nostro". Non ho imparato a gestire dinamiche in cui bambini venivano esclusi o presi in giro. Non ho imparato a gestire la competitività. Non ho imparato a temere i colloqui con le maestre.

Vorrei continuare a non imparare queste cose. La scuola elementare che alla fine abbiamo scelto non ha un particolare metodo educativo, è una banale scuola elementare statale. Però ha un dolce azzurro pastello alle pareti. La possiamo raggiungere anche in bicicletta. Dentro è un tripudio di cartelloni e la maestra ha un sorriso gentile.

Spero che il cambiamento, seppur inevitabile, possa essere dolce.

Spero di continuare a ricevere richieste improbabili.

Spero di sentire ancora un sacco di informazioni sui pipistrelli, apprese perché uno di loro era entrato in aula.

Spero di continuare a sentire domande e curiosità negli occhi.

Spero di continuare a vedere bambini che giocano con gentilezza reciproca.

Voliamo verso nuovi orizzonti, andiamo incontro al cambiamento

Mi mancherà questa vista ogni mattina

Se qualcuno volesse leggere un nuovo capitolo della mia storia, lo trova qui

venerdì 12 agosto 2022

Di Sandman, del potere del Sogno, di strane polemiche su Morte


 Per noi che cerchiamo nelle storie un riflesso di noi stessi e che pensiamo da sempre che nulla possa realizzarsi nel mondo reale senza prima essere stato sognato, Sandman è un mito da sempre. Un fumetto di nicchia, che appena si legge si fa amare. Lo sanno bene gli editori che lo propongono in pratici volumetti al costo di un medio organo interno l'uno. Ma la lettura di Sandman è, per noi, semplicemente imprescindibile. Ora, con l'adattamento di Netflix, Sandman si appresta a diventare di tutti, senza neppure snaturarsi del tutto.


Sandman – l'adattamento

Chiunque abbia letto il fumetto, anche solo di sfuggita, ha pensato che non fosse possibile adattarlo per lo schermo, grande o piccolo che fosse. Il problema non era (solo) visivo. Il problema è una struttura atipica, con un personaggio principale, Morfeo o Sogno degli Eterni, il signore dei sogni, non solo a tratti respingente, ma anche spesso assente. Molte storie o digressioni, infatti relegano la presenza di Sogno a mero osservatore o deus ex machina finale o semplice comprimario. Le storie in Sandman si intrecciano, si sfiorano e si sfilacciano senza molto rispetto per le aspettative dei lettori. Cambiano continuamente di tono. Un attimo prima si sorride, poi si scivola nel grottesco e poi di colpo tutto si fa lirico. Questo senza perdere mai di vista il fatto che il tutto è una meditazione, a tratti profonda, sul potere dell'immaginario e gli effetti che il sogno ha sulla vita reale. Infine, per quanto assurdo possa sembrare, Sandman era una creatura di Vertigo, una costola di DC Comics. Cioè Sandman si muoveva nello stesso universo di Superman e Batman e con le sue più varie diramazioni, interagendoci direttamente.
Al netto di quest'ultima parte (per meri motivi di diritto d'autore), l'adattamento Netfix riesce a rendere tutto questo.
Il merito va senza dubbio alla supervisione di Neil Gaiman, il papà di Sandman, ma anche a un approccio insolitamente rispettoso verso il materiale di partenza.
Certo, non tutto funziona a dovere, a un certo punto il Signore dei Sogni sfida Lucifero a un duello magico che fa terribilmente Merlino vs Maga Magò (distruggendo con un solo pensiero l'intensità del momento), ma l'essenziale è rimasto.

Sogno degli Eterni è rimasto Sogno. Una creatura inumana, a tratti infantile e capricciosa, crudele, con inaspettati lampi di dolcezza. Mai avrei pensato che un attore avrebbe davvero potuto dare vita a Sogno, ma tutto, dalle sue movenze ai suoi sguardi rimanda al fumetto. L'attore ha fatto uno straordinario lavoro col proprio corpo cosicché basta un movimento ed ecco entrare in scena il Signore dei Sogni. In generale, l'impressione è che nessun attore sia fuori parte e questo, da solo, è un enorme risultato.

Sandman è rimasto Sandman. Semplificato, addolcito, ma non snaturato. Le storie hanno le stesse caratteristiche di quelle del fumetto (di cui rispettano per altro la sequenza e i titoli dei singoli episodi). Sono è un protagonista spesso assente, il tono varia di momento in momento. Si sorride di Caino e Abele, si scivola nel grottesco alla ritrovo per Serial Killer, si hanno momenti genuinamente horror (da cui il giustificato divieto ai minori di anni 18) per poi sciogliersi nella dolcezza o aprirsi a riflessioni non banali. Dopo un certo disorientamento iniziale in tutto risulta ipnotico. Sandman rimane un'esperienza intellettuale che non permette una fruizione passiva.

Non so dire se piacerà al grande pubblico. Le trame sono state semplificate al punto che possono essere seguite senza perdercisi e l'impianto visivo è tale da catturare. Rimane una narrazione atipica. So che vale comunque sempre la pena di inoltrarsi delle terre del Sogno.

Improbabili polemiche

Sogno appartiene alla "simpatica" famiglia degli Eterni di cui fa parte anche sua sorella Morte. Morte è, senza se e senza ma, il personaggio più amato della serie. Una ragazzetta dall'abbigliamento gotico, ma dal carattere solare, che compie con dolcezza il suo dovere: offrire un sorriso che faciliti il momento del trapasso. Tra tutti gli Eterni, Morte è quella che maggiormente ha in simpatia l'umanità, di cui conosce grandezze e meschinità. E tutti noi lettori vorremmo trovare lei al termine del nostro cammino. Ora, per la serie è stata scelta un'attrice di colore e questo ha scatenato un putiferio.
È politica di Netflix quella di aumentare i personaggi di colore all'interno delle storie (anche i personaggi GLBT, ma già di base questi non mancavano in Sandman). Fatto in maniera acritica ha portato dei risultati quanto meno discutibili. Da poco è disponibile sulla piattaforma anche un adattamento di Persuasione di Jane Austen dove alcuni elementi sono "stati resi più moderni" quindi abbiamo prima del 1820 capitani che salvano balene in difficoltà e una ricca fetta della nobiltà terriera di colore. L'effetto, purtroppo, è quello della parodia involontaria. Non funziona perché forzato e posticcio. Qui abbiamo la personificazione della Morte che, con la benedizione del suo creatore, viene affidata a un'attrice di colore. A una brava attrice di colore, che riesce a restituire tutto il calore della sua pallida controparte cartacea. Quindi trovo assurdo che un sacco di gente si sia sentita tradita dalla scelta. "Non è questione di razzismo, ma di immaginario" dicono, ma no, non mi convince.
Innanzi tutto è importante offrire una varietà di etnie, orientamenti sessuali, credi religiosi e condizioni fisiche e psichiche. Come dice Sandman l'immaginario plasma la realtà. Un immaginario in cui personaggi "fighi" siano di diverse appartenenze, vivano diverse peculiarità plasma l'idea che il tuo vicino di banco di colore/buddista/gay/disabile possa non essere solo "quello di colore/buddista/gay/disabile" ma una persona interessante a prescindere. È importante per chiunque sia minoranza vedere la rappresentazione in veste positiva di chi è simile a lui. Ci sono casi in cui questa sovraesposizione delle minoranze non è opportuna (vedasi contesti storici) oppure in cui un cambio di etnia/orientamento sessuale sarebbe un palese tradimento dell'idea originale dell'autore. Per dire Galadriel nera e lesbica no, perché il buon Tolkien non ha la possibilità di dire la sua su un personaggi che ha creato, immaginato in un determinato modo e molto amato. Ma se l'autore stesso approva, l'attrice scelta è brava, che problema c'è?
Sono rimasta molto sorpresa da queste polemiche, espresse anche da persone di cui ho stima e l'unico pensiero che ho avuto in merito è che per molti il colore della pelle è ancora importante. Se si sono innamorati di un personaggi bianco non lo possono amare allo stesso modo nero. E questo mi ha messo molta tristezza.
Voi che ne pensate?

Se invece volete qualcosa di mio, ecco qui un nuovo capitolo

giovedì 28 luglio 2022

Le rose di Versailles vs Lady Oscar


 In questo torrido luglio ho iniziato e cancellato un certo numero di post. I motivi sono molteplici, ma uno è stato centrale. Un fatto che non potevo ignorare e per cui mi sono resa conto di non avere parole.
È mancata una mia alunna. Ex alunna a essere precisi, ma dopo tre anni a incontrarla tutti i giorni i due anni trascorsi dall'ultimo giorno di scuola media per me non contano. Come prof non avevo mai affrontato il lutto diretto e mi sono trovata impreparata, del tutto incapace di usare le parole con cui ogni giorno lavoro.
Non posso, semplicemente non posso, parlare di lei e dello strazio di vedere una vita spegnersi per malattia a sedici anni.
Posso tornare a usare le parole ora, per scrivere qualcosa che lei, sempre interessata durante le ore di storia e appassionata frequentatrice del mio laboratorio di fumetto, potrebbe apprezzare.
Per quel poco che può valere, Angelica, questo post è scritto pensando a te.

Le rose di Versailles

Giunta quasi al termine della monumentale opera di Riyoko Ikeda, La finestra di Orfeo, mi sono detta che era arrivato il momento di affrontare la lettura del suo manga più famoso, quel Le rose di Versailles del 1973 da cui è tratta la famosissima serie animata Lady Oscar.
Non lo avevo mai fatto per paura. Per me lady Oscar è stata un'opera fondamentale. Come credo tutta la mia generazione è stato il primo approccio con tutta una serie di tematiche "adulte". Non solo Lady Oscar ha contribuito al mio amore per la storia, è stata la prima narrazione da me incontrata che ragionasse sui ruoli di genere, che parlasse di pedofilia e violenza sessuale. Chi della mia generazione non è stato traumatizzato da André che strappa la maglietta a Oscar, dalla morte di Charlotte, data in sposa a undici anni, dalla stessa tragica fine dei protagonisti? 
Sapevo per altro che l'autrice del manga non era soddisfatta della resa della serie animata. Com'era possibile? Insomma, per me Lady Oscar non si poteva toccare e il manga non lo volevo leggere temendo chissà quali delusioni.

Invece nessuna delusione.
Il manga è datato. La ricostruzione storica è impeccabile negli eventi, ma approssimativa nei disegni (le divise con i pantaloni a zampa di elefante!). I personaggi sono spesso eccessivi nei loro drammi. Tutto vero. Però! È una lettura molto scorrevole che in poche vignette riesce a trascinarti nella narrazione, restituire la sensazione di un'epoca. L'immersione nello spirito del tempo, poi è molto più raffinata di quanto avvenga in molte altre narrazioni storiche. I personaggi ascoltano musica del loro tempo, leggono la letteratura del loro tempo, ci si immedesimano e, più o meno inconsciamente modellano il loro comportamento in base a quelle influenze culturali. Nonostante io non sia più la ragazzina che piangeva disperatamente per la morte di André e di Oscar ho dovuto tenere un pacchetto di fazzoletti a portata di mano. Personaggi eccessivi oppure no, i momenti lacrimuccia non sono affatto mancati!
Ma perché l'autrice è scontenta della trasposizione animata?

Le rose di Versailles vs Lady Oscar
La differenza macroscopica tra manga e serie animata è di impostazione ed è evidente già dai rispettivi titoli. Chi è la protagonista di Lady Oscar? Oscar, è evidente, la bambina su cui il padre "mise un fioretto e un fiocco blu", cresciuta come un maschio per diventare un membro delle guardie reali. Ne Le rose di Versailles le protagoniste sono, ovviamente, Le Rose. Non solo Oscar, quindi, ma anche Maria Antonietta, Rosalie e Jeanne. Tutti personaggi presenti anche nell'anime, ma che nel manga sono protagoniste alla pari, quattro figure femminili diversissime che in modo diversissimo reagiscono agli eventi che porteranno alla Rivoluzione. Ma non è questo, ovviamente, ad aver indispettito la mangaka. 
Le differenze, quelle serie, riguardano la resa dei personaggi, a partire da Oscar.
Oscar
La sorpresa più grande della lettura è stato scoprire che la Oscar del manga è un personaggio diverso.
Ricordate la donna che vive come un uomo, che vuole essere indipendente come un uomo, che reprime i propri sentimenti femminili perché femminili e che arriva ad allontanare il fido André perché "voglio dimostrare di valere quanto un uomo senza il tuo aiuto"? Non c'è.
Oscar nel manga cresce come un uomo, viene instradata alla carriera militare, ma è molto più consapevole di se stessa. Sa di non poter compete con gli uomini su un piano prettamente fisico e, pertanto, sa quanto André l'aiuti e non smette mai di ringraziarlo per questo. Sopratutto è consapevole di una femminilità che non rinnega mai, se non di sfuggita, solo di fronte all'amore di altre donne che non può ricambiare (ancora di più che nella serie, Oscar non ha alcun problema di identità di genere, non è confusa per l'educazione maschile ricevuta, è solo più colta delle sue coetanee). E l'amore? Quello è un affare assai più complicato, per motivi più sottili. Sposarsi vorrebbe dire rinunciare a una vita che a Oscar piace, al privilegio di agire con libertà e quindi si sottrae al gioco dei matrimoni e delle seduzioni che la renderebbero vulnerabile. Ha paura di lasciarsi andare, in parte per educazione, in parte per carattere. Ma, semplicemente, l'uomo di cui si innamora, Fersen, ama un'altra, la regina. Oscar non vivrebbe mai un compromesso. Oscar è un'illuminista fino al midollo, crede nella ragione in grado di dominare le passioni, la storia dimostra che questo è impossibile, ma Oscar vive con coerenza fino alla fine. Sopratutto, l'Oscar del manga è un personaggio profondamente intellettuale, che si avvicina agli ideali della rivoluzione e li persegue senza tentennamenti. Due passaggi in particolare dell'anime devono aver fatto infuriare l'autrice.
Nella serie animata Oscar lascia la guida della guardia della regina per prendere il comando della guardia francese per dimostrare a se stessa di valere come un uomo. Nel manga lo fa perché non vuole più essere "una bambola della nobiltà", vuole servire il popolo francese e non la famiglia reale insieme a soldati di estrazione popolare. Una bella differenza.
Nella serie animata il 13 luglio 1789, quando la guardia francese deciderà di schierarsi con il popolo, Oscar lascia la scelta ad André, finalmente ha acconsentito di amarlo e quindi lega il suo destino a lui. Tutto molto romantico, certo, ma insomma... Nel manga è evidente a tutti quanti la conoscono da che parte sta Oscar, che convince i suoi soldati a disertare con un discorso meraviglioso sulla necessità di schierarsi per la rivoluzione. L'aspetto sentimentale della vicenda è centrale anche nel manga, ma Oscar è un'eroina illuminista, non romantica. Persino il suo avvicinarsi ad André è dettato dal suo rendersi conto che la gentilezza vale più della prestanza (eh sì, è evidente nel manga che il povero André da un punto di vista prettamente fisico ad Oscar non piaccia un gran che...).
Anche la famosa scena della camicetta è diversa da quella che ha segnato la mia adolescente e, ragionando, probabilmente, scritta negli anni '70 in Giappone, per l'autrice era essenziale nel suo significato originale.
Nell'anime la scena è più o meno questa. André è da sempre innamorato di Oscar, che lo ignora. Lei dice che lascerà la scorta della regina per dimostrare di valere davvero come un uomo e di non volerlo più al suo fianco. Lui va fuori di testa, le forza un bacio, la trascina in camera, le strappa i vestiti e solo quando vede il terrore nei suoi occhi si ferma. Se ne va lasciandola in lacrime e mormorando "una rosa è sempre una rosa". È una scena molto violenta, uno stupro mancato, che chiunque abbia visto ricorda per sempre. La situazione è diversa nel manga, per certi versi molto meno forte. Oscar si è incontrata con Fersen, ma non è riuscita a districare il groviglio dei propri sentimenti. André ne approfitta per dichiararsi, la abbraccia e la bacia. Lei è troppo stupita per reagire e lui, convinto che le cose vadano come desidera, la porta in camera, inizia a svestirsi e quando Oscar dice no si ferma. La scena è tesa, André sta per perdere il controllo, Oscar è troppo frastornata per essere lucida, ma tutto si ferma al netto rifiuto di lei. Credo che questo fosse fondamentale per l'autrice, perché nella cultura popolare giapponese la donna che dice no e invece intende sì era (in parte lo è ancora) molto comune. Leggendo manga ci si imbatte abbastanza facilmente in baci estorti con quella che a occhi occidentali è una violenza inaccettabile e che sono considerati invece una prova d'amore. Insomma, una radicata cultura della prepotenza maschile, estremamente pericolosa. La Ikeda, femminista degli anni '70, mostra con André un personaggio diverso che sa che un no è un no e con Oscar una donna consapevole. Non importa quanto lui sia innamorato e carino, quanto avanti sia andata la cosa ("ma lei era consenziente, si era lasciata baciare" vi ricorda qualcosa?), una donna ha sempre il diritto dire no. Un messaggio importante (non solo in Giappone, non solo negli anni '70) che immagino l'autrice non abbia avuto piacere a vedere trasformata in quel modo, per quanto riuscita a livello narrativo risulti la scena in questione.
Altri personaggi travisati
Anche altri personaggi risultano diversi nel manga. Tra tutti il padre di Oscar. Nel manga risulta un personaggio estremamente sfaccettato e interessante. Nobile fino al midollo, si sente superiore a qualsiasi regola, vuole che la figlia sia trattata da maschio, anche solo per far valere il proprio capriccio. Ma Oscar crescendo diventa davvero quel figlio mancato, la persona con cui può avere un dialogo, uno scontro intellettuale. La vede avvicinarsi alle idee rivoluzionarie e, per rimanendo fino alla fine fedele alla corona, non può non ammirare la coerenza della figlia. È quasi commuovente il suo desiderio finale di trovarle marito, motivato proprio dal comprendere la strada che Oscar sta prendendo, un estremo tentativo di sottrarla alla propria sorte. Ovviamente non può permettere ad André di proporsi come marito, ma non fa molto per ostacolare un'eventuale relazione discreta tra i due. Anche in questo caso risulta meno iconico del padre padrone della serie animata, ma molto più interessante.
Una maggiore aderenza storica
La serie animata si prende parecchie libertà. Inserisce episodi romanzeschi e scene d'azione che, per loro dinamica, sono incompatibili con le regole dell'epoca. Attenzione, anche la serie animata rispetta tutte le date, tutte le svolte storiche, ma ci sono tentativi di rapimento di Maria Antonietta e duelli mai avvenuti, personaggi che trascendono il loro ruolo storico. Tutti peccatucci facilmente perdonabili (con l'unica eccezione, ai miei occhi, dei fondali delle ultime puntate in cui si vede una Parigi moderna, con monumenti che all'epoca ancora non c'erano). Il manga non transige sugli eventi, calca molto la mano sugli aspetti romantici, esaspera situazioni, ma non le inventa. La nuova edizione in cofanetto è ricca di note che spiegano come molti elementi della trama siano presi pari pari dalle cronache del tempo.
Insomma, come spesso accade l'opera originale e la sua trasposizione divergono in aspetti non secondari. Io sono cresciuta con la serie animata e non la posso certo rinnegare ora. Per altro in molte sue scelte acquisisce una forza nell'imprimersi nell'immaginario maggiore di quella del manga. Tuttavia comprendo ora perché l'autrice non sia stata soddisfatta e se devo scegliere tra le due Oscar, preferisco quella più intellettuale e consapevole del manga.

L'angolo della curiosità. Ma una Oscar poteva davvero esistere?
Oscar è un personaggio d'invenzione, ma già da ragazzina mi sono chiesta se un personaggio del genere in quell'epoca avrebbe potuto esistere. Ebbene, la risposta che mi sono data è sì.
Tecnicamente il padre di Oscar sfrutta una serie di vuoti legislativi. Innanzi tutto è un nobile di altissimo lignaggio, imparentato con la famiglia reale e quindi può fare un po' quel che vuole. Ma, attenzione, una norma specifica che vieta alle donne di arruolarsi fu promulgata in Francia proprio negli anni della rivoluzione. Quindi, a logica, prima nessuno lo vietava. Non solo, pochi anni dopo la morte di Oscar una donna combatté nelle guerre napoleoniche, ma contro la Francia! Si tratta di Nadezda Andreevna Durova, ufficiale dell'esercito russo. Autrice delle proprie memorie, credo sia stata la fonte d'ispirazione diretta di Oscar che si rivela così un personaggio molto meno inverosimile di quanto si possa pensare!

Le rose di Versailles vs La finestra di Orfeo
Sto completando in questi giorno la lettura dell'altra grande opera della Ikeda, La finestra di Orfeo che affronta, nella sua parte finale la rivoluzione russa. Si tratta di un'opera che richiede una lettura molto più attenta, corale, ricchissima di personaggi, minuziosa nella ricostruzione storica. Nonostante tra le due opere gli anni intercorsi non siano moltissimi alla lettura saltano subito agli occhi delle differenze notevoli che meriterebbero un post a sé. Qualcuno però vale la pena di sottolinearla. La Ikeda ha molta più pietà e comprensione per i nobili francesi che per quelli russi. Nella Francia di fine '700 i nobili erano vittime di un sistema e non avevano gli strumenti per rendersi conto di quanto sta accadendo, degli effetti dei loro comportamenti sulla popolazione. In Russia a inizio novecento non ci sono alibi. Per Maria Antonietta e Luigi simpatizziamo, per i Romanov non c'è alcuna pietà.
È molto più facile vivere da uomo nel '700 che nel 1900. La protagonista de La finestra di Orfeo è Julius, che la madre cresce come un maschio per ingannare il marito e fargli ereditare la di lui fortuna. Come Oscar, Julius non ha scelto questa strada, ma al contrario di Oscar la subisce e non ha vie di fuga. Non può rivelarsi come donna a nessuno(finirebbe in prigione come truffatrice), subisce un destino che la schiaccia. In generale la società borghese dei primi del '900 sembra quasi peggio di quella francese del novecento. L'unico valore è il denaro, tutti indossano una maschera e nessun personaggio si salva dall'ipocrisia. Sotto questo peso le personalità cedono e si sfaldano. Quasi nessuno ha l'integrità morale dei personaggi de Le rose di Versailles, ognuno deve venire a patti (o impazzire) con le proprie meschinità.
Insomma, non lasciatevi ingannare dal fatto che entrambe le opere raccontano una rivoluzione e hanno una protagonista bionda in abiti maschili. Sono molto diverse. Entrambi imprescindibili, ma non si può proprio dire che la Ikeda racconti sempre la stessa storia.

Infine, se volete leggere qualcosa di mio, cliccate qui

sabato 2 luglio 2022

Letture per l'estate


 Giugno è volto al termine, i capperi sono in fiore e la temperatura, beh, quella è da deserto pieno (qui tra colline e laghi, non oso immaginare in città). È decisamente tempo di pensare alle letture estive.
Negli ultimi tempi il mio metodo di lettura si può definire sono "casuale". Consiste nello sbattere contro libri inaspettati che non era mia intenzione comprare e finirli prima di quelli iniziati da settimane. Grazie alla mia metodica applicazione ho collezionato un certo numero di letture (e ascolti) che nella mia classifica a gattini valgono quattro o cinque gatti. 


Trevor Noah
Nato fuori legge
🐈🐈🐈🐈

Lettura/ascolto subito finita tra i consigliati per i miei alunni.
Trevor Noah oggi è un comico abbastanza noto negli USA (mi fido della quarta di copertina per questo), ma è nato in Sud Africa negli anni '80 da madre nera e padre bianco. E non avrebbe dovuto nascere, perché all'epoca frequentarsi tra "razze" diverse era reato. Il semplice fatto di essere nato lo poneva fuori legge. Non poteva avvicinare il padre il pubblico, né tanto meno chiamarlo "papà", ma anche la mamma spesso lo portava fuori fingendo di essere la domestica. Le cose migliorano con la fine dell'apartheid, ma Trevor rimane comunque un fuoricasta. Le divisioni sociali, infatti, non spariscono per magia, i vecchi modi di vivere, di pensare, i problemi sociali ed economici perdurano e in alcuni casi peggiorano. Trevor cresce nella cultura di sua madre, ma non viene percepito come un suo legittimo appartenente. Inoltre la donna pone termine alla relazione con il padre svizzero di Noah e sposa un uomo violento, i cui scoppi d'ira condizioneranno la vita di tutti i membri della famiglia. Raccontata così sembra una storia molto pesante, ma Trevor è un comico e racconta le vicende senza addolcirle, ma mettendo in risalto il lato divertente di alcune situazioni. Il suo sguardo è quello del bimbo e poi del ragazzino che vive in una normalità che per noi è folle, ma in cui lui ha imparato a vivere e di cui, spesso, sa scardinare le regole. Ci si indigna durante la lettura, ma si sorride, a volte si ride anche. Sopratutto si viene in contatto con una realtà davvero vicina nel tempo, un orrore tangibile di cui i miei coetanei hanno ancora viva memoria. Il tutto con una prosa leggera, accessibilissima dai dodici anni in poi.


Trung Le Nguyen
Magic Fish - Le storie del pesce magico
🐈🐈🐈🐈🐈

Altra lettura consigliata dai dodici anni (ma come la precedente consigliatissima a tutti).
Mi sono trovata un po' per caso alla presentazione di questa grapich novel e sono stata colpita subito dall'autore, che raccontava quanto autobiografica sia la sua opera. Lui è di origine vietnamita ed è nato in un campo profughi filippino. Solo quando aveva due anni la famiglia è riuscita a migrare negli USA con lo status di rifugiati. Ovviamente nessuno sapeva la lingua e i titoli di studio dei genitori erano inutili. Trung è quindi cresciuto con la consapevolezza che i suoi genitori facevano il triplo della fatica di quelli dei suoi compagni per permettergli di studiare. Per questo non voleva avere segreti per loro, neppure quello di essere gay.
Presentata così (come per il romanzo precedente) c'erano tutti gli elementi per il drammone pesantissimo. E invece no. Magic Fish è una storia di sensibilità che fa bene al cuore. Il protagonista prende la decisione di fare coming out con i suoi genitori quando ha tredici anni, ma non sa come fare. I genitori parlano poco del proprio passato e dei propri sentimenti e oltre tutto in quei giorni muore la nonna e la mamma, per la prima volta da più di dieci anni, torna in Vietnam. Per fortuna ci sono le storie che creano legami. La narrazione del protagonista, infatti, si interseca con tre fiabe, la prima narrata da lui alla famiglia, la seconda dalla zia alla mamma e la terza dalla mamma al ragazzo. In tutti e tre i casi le storie parlano più che altro di chi le racconta. La difficoltà di crescere e cambiare, le sofferenze da attraversare nella vita e la difficoltà di cambiare paese, simboleggiata dalla storia della sirenetta, che rappresenta la mamma. Come la sirenetta, anche la mamma del protagonista è andata in un altrove dove si è trovata senza voce, circondata da persone con cui non riusciva a parlare. Il bello delle fiabe, però, è che si possono modificare, cambiarle secondo le necessità, persino trovare un finale più giusto e più dolce per la sirenetta.
Ho detto che è un libro adatto ai ragazzini, ma è, ancor di più, un libro per genitori e educatori. L'intento dell'autore, infatti, era quello di dare un esempio positivo raccontando un coming out felice che racconti sì la paura di aprirsi, ma sopratutto la gioia per essere accettati come si è. 
Attenzione, qualche lacrimuccia alla fine scappa.



Giorgio Bastonini

Uno strano pubblico ministero

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Il giallo da ombrellone che stavo aspettando. Un'indagine in un'Italia brutta, ma piena di belle persone. L'Italia brutta è quella di Latina. Un posto dove le mafie si scontrano con l'emarginazione e il fanatismo religioso. In cui ad indagare, però, c'è un pubblico ministero che sembra un po' un eterno adolescente. Come ogni adolescente è imbranato con le donne, non è proprio un esempio di affidabilità, ma crede ancora nelle persone. E poi ci sono gli adolescenti veri, quelli che finiscono facilmente nei guai, possono essere usati, ricattati, manipolati, plagiati. Ma sono anche in grado di generosità spontanea, piccoli grandi gesti in grado di cambiare almeno un po' di mondo.



Tony Hillerman

Il canto del nemico

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Altro buon giallo da ombrellone. Questo romanzo dei primi anni '70 ci porta negli USA e più precisamente in una riserva Navajo. È un momento particolare, in cui i vecchi ancora ricordano in modo vivo la cultura tribale e i giovani vivono sospesi tra tradizione e modernità. Sopratutto, c'è chi cerca un proprio cammino da percorrere, che non rinneghi le proprie origini, ma non si chiuda al cambiamento. A indagare su un omicidio che apparentemente ha poco da raccontare ci sono un poliziotto navajo e un antropologo cicciottello. Due sono i pregi principali del romanzo. La descrizione dall'interno della riserva Navajo, fatta senza pietismi e luoghi comuni. I Navajo non sono né vittime né eroi. Semplicemente portatori di una civiltà diversa, con valori non coincidenti con quelli dominanti. Persone consapevoli di essere minoranza che hanno deciso di non guardare al passato con eccessiva nostalgia, ma che non rinnegano il proprio essere. Divertente è invece la scelta dell'autore di regalare il principale ruolo d'azione, quello dell'eroe alla Indiana Jones, all'antropologo ciccio, ipocondriaco e imbranato. Il romanzo parte piano, ma poi cattura e fa venir voglia di leggere ancora. Onore al merito ad HarperCollins per aver recuperato questi romanzi, ma leggerli prima di scrivere la quarta di copertina era forse una buona idea. La quarta, infatti, presenta come co protagonista non l'antropologo, ma un giovane navajo che sogna di diventare sciamano. Peccato che questo personaggio non compaia mai. È infatti il protagonista di alcuni romanzi successivi scritti dallo stesso autore...


Se invece volete leggere qualcosa di mio, ecco un capitoletto.

lunedì 20 giugno 2022

Mystfest 2022 - Al Gran Giallo Città di Cattolica


 
Anche quest'anno il Mystfest, il festival del giallo e del mistero della città di Cattolica è stato un turbine di incontri, stimoli, incontri, libri, sorrisi, fotografie e ancora libri, racconti, illustrazioni. Si vedono sogni che diventano realtà e non si può impedirsi di sognare. Ripaga delle ore in colonna per rientrare, dei mille problemi logistici e pratici che già c'erano e che la trasferta ha acuito, ripaga della fatica di aver letto in un mese e mezzo 181 racconti.

La mia veste, anche quest'anno, era infatti quella di membro della pre giuria del Gran Giallo Città di Cattolica, uno dei più importanti, se non il più importante concorso per racconti gialli. Insieme ai miei eroici compagni di avventura abbiamo letto in forma anonima tutti i racconti e stilato delle rapide schede. Incrociando i dati delle schede sono emersi i dieci finalisti, letti, in forma altrettanto anonima dalla super giuria di qualità composta da Franco Forte, Simonetta Salvetti, Barbara Baraldi, Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo, Maurizio de Giovanni, Carlo Lucarelli, Valerio Massimo Manfredi e Ilaria Tuti. Un meccanismo che tutela al massimo il concorrente e che permette davvero al talento di emergere. 
Anche l'esperienza di lettura immersiva di racconti anonimi è estremamente interessante, ad ogni file aperto potrebbe esserci il nuovo Camilleri oppure un ragazzino delle medie che scrive un racconto per la prima volta. Non è una battuta. Alcuni racconti mi avevano dato proprio l'impressione di essere stati scritti da ragazzini, non per la prosa, che era corretta e scorrevole, quanto per l'impaginazione che era uguale a quella di tanti lavori che ricevo in veste di prof. E infatti sul palco è stato assegnato un premio speciale alla più giovane concorrente: una ragazzina di quinta elementare, autrice per altro di un racconto pregevole. Forse sarà lei la nuova Camilleri, tra qualche anno.
Ogni edizione, poi, i racconti sono un piccolo specchio dell'Italia. Questo è il terzo anno che lavoro in pre giuria. L'anno scorso i racconti erano per lo più tristi. Pochi raccontavano direttamente il covid, ma quasi tutti parlavano di morte e di perdite. Un 10% o forse più del racconti aveva un protagonista alle prese con elaborazione del lutto per la morte del figlio. Quest'anno, con questo difficile tentare di uscire dall'emergenza solo per trovarci al cospetto con una guerra, c'è stato un ripiegamento verso temi più leggeri. Pochissime (magari pregevoli, ma pochissime in termini numerici sul totale) storie di criminalità organizzata, quasi tutte storie intime, storie di tradimenti. Un 10% dei racconti aveva all'incirca questa trama: lei tradisce lui, rimane incinta, l'amante lo viene a sapere, va in panico e la uccide. La cosa curiosa è che non ricordo un singolo racconto su oltre 200 dell'anno scorso con una trama simile. Ci devono essere correnti sotterranee, un sentire comune che in qualche modo emerge. Inconsciamente, forse, vorremmo una storia di corna come maggior problema da affrontare.
Su 181 racconti, poi, è un privilegio trovare quelli che ti rimangono dentro quelli che sei stato onorato di leggere. Non tutti destinati a vincere, a volte per delle concause di motivi, troppo eccentrici rispetto al genere, non abbastanza articolati, ma tutti in grado di regalare emozioni.
Vorrei quindi ringraziare tutti gli autori finalisti (più qualcun altro che però per me rimarrà sempre anonimo) per i racconti e le emozioni:

Per fortuna non toccava a me scegliere il vincitore. Quest'anno, esattamente come i precedenti, sarei stata in difficoltà. Se un racconto arriva in finale a un concorso così vuol dire che è piaciuto e anche tanto. Infatti la cosa più bella è andare a dire agli autori quanto mi sia piaciuto il racconto. L'unico problema è che io sono davvero poco fisionomista, se non ho mai incontrato quella persona, l'ho vista in alto sul palco e poi la incontro nella penombra della sera non è detto che la riconosca!

Il Mystfest non è solo questo, ovviamente.
Quest'anno c'era un sacco di fantascienza, genere che io amo molto e uno degli incontri più emozionanti è stato quello con Franco Brambilla, il copertinista di Urania. Che tu sia un mostro sacro o un esordiente, lui farà sempre la copertina centrata su quello che hai scritto, spesso, per i mostri sacri, più belle e più coerenti di quelle delle blasonate edizioni in lingua originale.
Mi ha grandemente affascinato il gruppo di autori della collana Segretissimo, una collana di romanzi di spionaggio che non ho mai letto e che non so se mai leggerò, che nasconde un gruppo di autori super appassionati in grado di disquisire di giubbotti antiproiettili, calibri di armi in dotazione alle forze speciali e inquietanti scenari geopolitici. E non immaginateveli tutti come ex agenti segreti appena tornati dal fronte, possono essere ragazze, giovani autori timidi, oppure scrittori ben scafati anche in un sacco di altri generi. Certo che contro di loro in una rissa non mi mettetevi mai, neanche contro chi ha un aspetto davvero inoffensivo. Sono tra i massimi esperti italiani di esplosivi!
Come sempre mi sono innamorata dell'inaspettato. Sono partita per comprare dei libri e ne ho acquistati (anche) degli altri. Ecco quindi una grapich novel. L'autore vietnamita, nato in un campo profughi tailandese, si è trasferito con la famiglia negli USA, con tutte le difficoltà del caso, ma non fa una triste storia su una difficile integrazione bensì racconta un comig out felice. Perché, dice, bisogna passare l'idea che quando riveli qualcosa di te alle persone che ami, quello deve essere un bel momento.


Succede poi che vai a una presentazione di due autori che conosci e stimi (Andrea Franco e Diego di Dio, ciao, siete nella lista di letture), ne incontri un terzo mai sentito. Pensi che il suo libro sia perfetto per un amico che fa il compleanno. Solo che poi nel rientro ti trovi in coda in autostrada, non stai guidando e quel libro di cui ignoravi l'esistenza è il più in alto nello zaino. E niente, arrivi a casa e lo hai finito e non vedi l'ora di leggerne il seguito.


Se invece qualcuno vuole leggere qualcosa di mio, ecco un nuovo capitolo.

venerdì 10 giugno 2022

Quello che ritroveremo tra dieci anni

 

Ogni anno scolastico è un'epopea a se stante.

Quello 2020/2021 è stato un poema eroico di stampo omerico, con sempre nuovi pericoli da superare, difficoltà imprevista, ostacoli all'apparenza insormontabili. Un anno fa siamo arrivati a giugno esausti, ma con una sorta di euforia interiore la sensazione di avercela fatta, di aver raggiunto una qualche Itaca interiore.

Il problema di tornare a Itaca è che si scopre, sempre, che nel frattempo Itaca è cambiata, le persone che la abitavano sono invecchiate, Argo si regge in piedi il tempo di salutarti prima di spirare e tu stesso non sei più quello che è partito.

Non siamo più, tutti quanti, quelli che sono partiti a inizio pandemia. Questo è stato l'anno scolastico in cui abbiamo dovuto fare i conti con noi stessi, con le voragini createsi negli animi, con la diffidenza verso il futuro. Un anno in cui i ragazzi si sono trovati troppo da vicino a fare i conti non solo con i lutti, ma con la loro stessa mortalità, in cui, nel momento in sembrava ci si potesse riaffacciare alla vita abbiamo dovuto invece affacciarci alla guerra. Una guerra che ha per noi la faccia dei profughi arrivati per alcuni giorni nella nostra scuola. Sguardi spersi, difficoltà a comunicare, nostalgie che non siamo in grado di consolare.

Quest'anno è stato, in gran parte, il viaggio eroico dei ragazzi attraverso la terra desolata del loro animo. Non ho messo neppure una nota sul registro, non ho alzato la voce, ma per la prima volta nella mia carriera da prof mi sono trovata a gestire degli attacchi di panico (trovandomi grandemente impreparata), dei pianti scoppiati senza apparente motivo. Ho dovuto fare i conti più con gli sguardi spenti che con la vivacità da arginare.

Per lasciare una traccia di tutto questo, probabilmente nella speranza di seppellirlo, l'ultimo giorno di scuola abbiamo interrato una capsula del tempo. Una scatola che sarà aperta tra dieci anni, nel 2032, piena di materiali che possano permettere ai ragazzi del futuro di capire questo nostro tempo.

I miei alunni hanno scritto ai ragazzi del futuro e io, grazie a quelle lettere, ho finalmente capito, almeno un po', la terra desolata in cui si stanno muovendo.

Nella nostra zona il covid ha colpito duro. Molti di loro hanno avuto l'esperienza di essere in casa con i genitori malati, che non riuscivano ad alzarsi dal letto. Spesso dovevano badare ai fratelli più piccoli. Alcuni di loro hanno perso i nonni, ma non mi ero reso conto che molti hanno temuto di perdere i genitori, che stavano male nella stanza accanto alla loro. Si sono trovati di colpo investiti della responsabilità degli adulti e sopratutto hanno toccato la fragilità degli adulti a cui ora, spesso, nascondono il proprio malessere per non aggravare il loro. Perché quando finalmente sono usciti dall'isolamento si sono accorti di essere passati senza accorgersene dall'infanzia all'adolescenza. I miei alunni sono entrati in lockdown a 10/11 anni, hanno frequentato la prima media a singhiozzo, in pratica hanno ripreso a vivere a quasi 13 anni. I loro corpi e le loro menti sono cambiati in questo tempo sospeso. Ora si sentono in parte derubati di un momento che non potrà più tornare, in parte inadatti al loro nuovo presente. Gli sport e le attività lasciate a 11 anni non si possono riprendere a 13 come se niente fosse. C'è chi non si sente più capace, chi tradito dal proprio corpo, chi non riconosce più se stesso e gli amici di prima. Percepiscono come iper giudicante il mondo virtuale in cui avevano trovato rifugio eppure faticano a muoversi in quello reale.

E noi, gli adulti, invece di accoglierli con un abbraccio, critichiamo la loro mancanza di entusiasmo, ci stupiamo per la loro apatia e intanto apparecchiamo per loro un mondo che si preannuncia sempre peggiore. Rimproveriamo loro la mancanza di ottimismo mentre risuonano le notizie di bombardamenti vicino alle centrali nucleari.

Se la caveranno. Lo so che se la caveranno. Una delle cose che nonostante tutto siamo riusciti a fare, l'anno scorso, è stato ascoltare in diretta l'ultima testimonianza di Liliana Segre. Lei ci ha ricordato che a tredici anni si è fortissimi, si può resistere quasi a tutto. Ma non è detto che sia facile.

Non so come sarà il mondo tra dieci anni, anch'io fatico a guardare il futuro con ottimismo. Spero di esserci quando la cassetta sarà dissotterrata. Spero di avere contatti con qualcuno di quei ragazzi che allora avrà 22/23 anni. Spero di riuscire a contattare almeno qualcuno per dire loro che abbiamo aperto quelle buste. E ci siamo ricordati di quanto loro siano stati coraggiosi nell'attraversare quella terra desolata in cui si era trasformata la loro Itaca.



Se qualcuno volesse inoltrarsi in un futuro alternativo (ma non per questo ottimista) ecco un nuovo capitolo de L'assedio degli Angeli