mercoledì 26 aprile 2017

Chiacchierando con i ragazzi sui personaggi de "La spada, il cuore e lo zaffiro"


Per il ponte del 25 aprile io, pupattola e marito siamo scappati per una mini vacanza, sempre il barba a chi dice "spostarsi con un pupo! Sarà il delirio!". La pupattola ha mangiato come se non ci fosse un domani, ha dormito come un ghiro e ha fatto scappare una leonessa del parco faunistico che si era incautamente avvicinata a un vetro. La pupattola l'ha vista e ha espresso il suo desiderio di accarezzare il gatto grosso con un grido gioioso in grado di trapanare i timpani di chiunque e la povera leonessa ha pensato che solo un predatore davvero davvero grosso poteva emettere quel verso.
Prima della vacanzina, però, mi sono presa io mezza giornata di libertà per andare a parlare agli alunni di un amico e collega dei miei scritti.

Purtroppo per l'antologia "La spada, il cuore e lo zaffiro" le presentazioni serali risultano problematiche perché tra cena e addormentamento ho ben poca libertà di movimento (in realtà alla sera concentro tutta la mia vita sociale, ma deve svolgersi a casa mia...). Non ho resistito, però, all'invito di un amico collega ed è stato bellissimo passare una mattinata a parlare di storie e di scrittura.
Bellissimo perché ho conosciuto tre terze medie educate e sensibili e perché ho un po' di nostalgia sia del lavoro a scuola che della scrittura e del parlare di scrittura.

L'idea su cui ho lavorato, pensando a un pubblico così giovane, è a cosa serve leggere e quindi cosa è necessario allo scrittore per essere tale. Non come tecnica, ma come spinta emotiva.

Sono convinta che leggere sia la miglior palestra per esercitare la propria intelligenza emotiva.
Leggere significa vivere altre vite, entrare nella testa di altri personaggi. Concepire e toccare con mano altri modi di ragionare (che magari ci faranno arrabbiare, vedasi la mia reazione a La cripta dei cappuccini). Questo ci rende un po' più capaci di capire gli altri e, sopratutto, di dare un nome e identificare un po' meglio i nostri sentimenti.
Leggendo quello che accade ad altri, siano anche personaggi inventati di vicende inesistenti, capiamo meglio quello che accade a noi e intorno a noi.
Non è una cosa da poco. 
La diseducazione emotiva è, secondo me, un dramma delle nuove generazioni e si affacciano all'età adulta impreparati ad affrontare i loro stessi sentimenti, inermi di fronte alla loro stessa rabbia, alla loro stessa delusione, alle sconfitte. La sensazione di essere i primi e soli ad affrontare questi sentimenti ha a volte esiti anche tragici. La lettura ci consente di renderci conto, invece, che i nostri drammi non sono poi così unici, che altri hanno provato quegli stessi sentimenti e in base ad essi hanno compiuto delle scelte in cui possiamo oppure no rispecchiarci.

Da qui io per prima mi sono chiesta qual è dunque la prima caratteristica che deve avere uno scrittore, che non sia di tecnica o di volontà.
La risposta che ho trovato è camminare nelle scarpe altrui.
Per scrivere bisogna saper immergersi nella mente dei personaggi, di tutti i personaggi, per renderli vivi e credibili, anche in quelli più lontani da noi o che ci stanno umanamente più antipatici. Per scrivere un giallo, ad esempio, bisogna essere sia il detective che l'assassino (ops...).

Curiosamente, è proprio con l'antologia La spada, il cuore e lo zaffiro che ho scritto alcuni dei personaggi più lontani da me. 
Il racconto, per la sua brevità, permette di convivere anche con protagonisti che non sopporteremmo per un romanzo o con cui non oseremmo confrontarci per un tempo più lungo. Quindi, tra tutte le cose che ho scritto, i miei virtuosismi di immedesimazione li ho compiuti per i racconti di questa antologia.

Il personaggio in assoluto più antipatico con cui mi sia confrontata è il politico io narrante del racconto Notte stellata. Un uomo corrotto, che si giostrava moglie e amante e nascondeva in casa i denari indebitamente acquisiti. Ormai fantasma, guarda alla sua vita senza un briciolo di pentimento, solo con il rammarico di non averla fatta franca. La cosa strana, avvenuta mentre scrivevo il racconto, è che via via che andavo avanti nella narrazione e più la mia antipatia per questo personaggio scemava e ne scoprivo l'umanità. Tutt'ora penso che questo racconto funzioni perché, nonostante tutto, io quest'uomo non lo riesco a odiare e neppure il lettore ci riesce fino in fondo. Nonostante tutto, nostro malgrado, facciamo il tifo per lui.

Sempre nella stessa antologia c'è anche il racconto Ulisse e la tartaruga in cui mi sono trovata a muovere Ulisse. L'Ulisse di Omero e in qualche modo anche di Dante, da rendere vivo tenendo presente e dimenticando Omero e Dante per cercare di rispondere in modo sincero a un'unica domanda: cosa teme il cuore di Ulisse.

Se sia riuscita nei miei intenti narrativi saranno i ragazzi, che leggeranno questi due racconti, a dirlo.
Io per il momento ringrazio loro e il loro prof, Ruggero, per questa chiacchierata, che è stata anche l'occasione per un viaggio introspettivo sulle motivazioni che mi spingono a scrivere.

Infatti, tornando indietro, in questo momento in cui ho dichiarato di essere in pausa dalla scrittura, mi è venuta l'idea per un racconto. Adesso il problema è il tempo per scriverlo!

venerdì 21 aprile 2017

Treccia d'amore – Parte quinta, racconto inedito

Parte quarta

Parte terza

Parte seconda

Parte prima

Riassunto (non troppo) breve

Eris ha ottenuto il permesso di partecipare, prima e unica donna, alla corsa dell'isola di Tiv perché suo padre spera possa attrarre le attenzioni del sovrano, Amrod, che parteciperà a sua volta. A tal fine Eris acconsente a far preparare un incantesimo, la Treccia d'Amore, che dovrebbe far innamorare di lei l'uomo. Perché l'incanto possa essere intessuto, servono però tre capelli della persona da ammaliare. 
Eris riesce ad attirarsi le simpatie del sovrano, del ciambellano di corte, lord Adman Kalay e del generale Tivan. Percepisce anche un sottofondo di tensione nei rapporti tra i tre uomini. 
Il giorno prima della gara, inaspettatamente, Amrod chiede ad Eris di desistere dal suo intento, ma la ragazza si mostra irremovibile e riesce anche a farsi dare alcuni dei capelli del sovrano. Capisce, tuttavia, che quella che sta per cominciare è qualcosa di più di una semplice competizione.
La gara inizia nonostante le pessime condizioni atmosferiche. Eris, Amrod e Tivan riescono comunque ad accumulare un certo vantaggio e decidono di allearsi fino al tratto finale della gara. Eris scopre la causa di parte della tensione del sovrano e il motivo per cui all'ultimo momento ha cercato di convincerla a non partecipare: è convinto che durante la corsa qualcuno attenterà alla sua vita e non vuole che la ragazza rimanga coinvolta. Per maggiore sicurezza, Eris viene convinta a passare la notte nel campo protetto dalle guardie del sovrano, dove ha modo di conoscere meglio lord Kalay, ciambellano e confidente del sovrano, per cui prova un'istintiva simpatia. Considerando le voci che girano a corte, Eris, però, non può non chiedersi se lord Kalay non sia in realtà l'amante di Amrod.
Durante l'ultimo giorno di gara, Amrod, Eris e Tivan incappano nei sicari. La ragazza ha modo di osservare la spietata efficienza con cui il sovrano si libera dei suoi assalitori, cosa che non può fare a meno di inquietarla. Tutto sembra risolto, quando Tivan si rivela parte della congiura. Riesce a ferire il sovrano e poi entrambi gli uomini, nella lotta, cadono in un fiume in piena. Eris si getta al loro inseguimento nella speranza di salvare il sovrano...

TRECCIA D'AMORE – PARTE QUINTA

Due rocce avevano fermato numerosi tronchi a un paio di metri dalla riva. Il corpo di Amrod giaceva lì, tra i rami, inerte. Eris fece entrare lo stallone in acqua, fino a che la corrente non arrivò a lambirle le ginocchia. Si allungò e afferrò il braccio di Amrod.
Lei era alta e forte ma si accorse subito che non lo era abbastanza. No, non assomigliava ad un uomo. Qualsiasi uomo sarebbe riuscito a spostare un corpo snello come quello del leylord, ma non lei.
Le lacrime le rigavano le guance.
– Scansatevi, lo prendo io.
Eris si girò.
Adman Kalay era in acqua fino alla vita. Il cavallo Buio era sull’argine, madido di sudore. Il resto degli uomini di Amrod ancora non si vedeva, ma lui era già lì e con le sue grosse mani pratiche afferrò Amrod e insieme lo portarono a riva.
Appena furono all’asciutto, senza cerimonie, Kalay strappò la casacca del Leylord, grugnì alla vista delle ferite e lo girò su un fianco. Dalla bocca di Amrod uscì un rivolo d’acqua e di fango. Eris vide Kalay impallidire di colpo, quando entrambi di resero conto che non respirava.
Il ciambellano mormorò qualcosa che poteva essere una preghiera o un’imprecazione, girò nuovamente il corpo sulla schiena e fissò Eris.
– Adesso voi gli aprirete la bocca e vi soffierete dentro quanta più aria potete. Io gli praticherò una pressione sul petto. Soffio e pressione, soffio e pressione, fino a che non riprenderà a respirare. Avete capito?
– Sì.
– Fatelo, allora, e pregate.
Eris guardò un istante il viso immobile, bianco di Amrod. Le sembrava quasi blasfemo quello che stava per fare. 
Le labbra di lui erano fredde, sapevano di fango e di sangue. Soffiò.
Kalay si era messo a cavalcioni del corpo, le grosse mani una sull’altra e alle preghiere preferiva qualcos’altro.
– Non ci provare, eh? Non avrai quiete nella terra. Tutti i demoni degli inferni Imsheti sono niente. Respira! Maledetto, respira!
Eris soffiò ancora e ancora. Sentiva le lacrime gelate che continuavano a scendere lungo la sua guancia e non riusciva a pensare a nulla.
Stava avvicinando le labbra per la quarta volta quando dalla gola di Amrod si sentì un ansito e poi un colpo di tosse.
Lord Kalay non si permise di esitare. Lo girò di nuovo su un fianco, per aiutarlo a espellere tutta l’acqua e poi prese a tamponargli la ferita sul fianco. Non era la sola. Eris vide che aveva un brutto taglio sopra un orecchio e escoriazioni e graffi un po’ ovunque.
– Dov’è il guaritore? – gridò l’uomo.
Alzando lo sguardo, Eris si accorse che un drappello di guardie del leylord li aveva raggiunti. Tra loro c’era un uomo anziano con la treccia verde dei sapienti al lato del viso.
– Eccomi, ben fatto, continuo io – disse.
Il ciambellano si scostò, sembrava anche lui sul punto di svenire.
Amrod, intanto aveva preso a gemere, poi, con fatica, riaprì gli occhi.
– Tivan…  – biascicò.
– Non lo so. Lo troveremo – rispose Kalay.
– Era lui il traditore – sussurrò Eris.
– Ah… A maggior ragione, lo troveremo.
Lentamente, Amrod sembrò riprendere il controllo di sé. Scompigliato e infangato, con un uomo che gli teneva premuto un tampone sulla ferita alla testa e al fianco, Eris non sapeva se gli desse più fastidio il dolore, il tradimento di Tivan o il fatto di essere visto in quello stato. 
Il guaritore terminò il suo esame.
– Avete tre costole rotte, mio signore, e devo medicarvi e cucirvi subito la ferita al fianco e quella alla testa. Non sono brutte come sembrano, ma state perdendo troppo sangue. 
Amrod fece per annuire, poi si limitò a muovere una mano.
– Solo un istante, finché sono lucido, Adman… 
– Cosa devo far sapere a corte?
– Perché Tivan? – chiese Eris.
Avrebbe avuto delle risposte in quel momento, o mai più.
Amrod fece una smorfia.
– Tivan era un eroe, un generale e un amante d’uomini. Pensavo che fosse perfetto per dimostrare che le tre cose non sono incompatibili… Ma lui stava per sposarsi con una ricca lady… Amava la sua rispettabilità più di ogni altra cosa, anche del suo onore… 
Riprese fiato prima di proseguire
– Lui mi era stato fedele quando tradirmi sembrava la cosa migliore… Non pensavo che lo avrebbe fatto ora.
– Non avreste dovuto cambiare pista – borbottò Kalay.
– No… Non pensavo… È stato quasi più astuto di me.
– Cosa faccio sapere a corte? – chiese di nuovo il ciambellano.
– …Stava per sposarsi e non credo che la sua famiglia sia coinvolta… La corsa è pericolosa… Sono caduto anch’io, del resto… Ah, povera la mia reputazione… – sospirò.
– Eris! – chiamò subito dopo, con più energia. – Voi dovete andare a vincere la gara. Con tutto il tempo che vi ho fatto perdere… Prima però avvicinatevi.
– Eccomi.
– No, così non va bene.
Con un movimento deciso, Amrod le afferrò la casacca e la obbligò a chinarsi. Poi la baciò.
Le sue labbra sapevano ancora di fango e di sangue, ma erano calde e il bacio era un vero bacio.
Eris aveva spesso fantasticato su cosa avrebbe provato durante il proprio primo vero bacio, datole da un uomo che le piacesse davvero. Stando ai racconti si sentiva caldo e una sensazione come di farfalle allo stomaco. Invece si accorse solo del silenzio che li avvolgeva.
Lui ricadde all’indietro, più che lasciarla.
– Avete un buon sapore – sussurrò. – Ora andate.
Eris si allontanò, stordita. Vide che Kalay era corrucciato e non riusciva a staccare gli occhi da lei. Una delle guardie aveva recuperato Laryel e la aiutò a montare in sella.

I pensieri concreti come stare in sella e ricordare il percorso aiutarono Eris a non indugiare su altri, molto più confusi. Immagini che si affastellavano le une sulle altre. Uomini che rantolavano nella loro bava. Mani affusolate capaci di uccidere, mani enormi capaci di salvare. Gli occhi di tutti mentre si allontanava, come se fosse una creatura leggendaria. Poi ringhiò. Vincere quella gara era stato il suo sogno fin da bambina. Neppure un bacio del leylord glielo avrebbe portato via.
Alcuni avversari, che avevano percorso altre piste, l’avevano superata. Lei spinse Laryel al limite delle sue capacità e li recuperò tutti, uno ad uno. L’ultimo provò a disarcionarla con una gomitata su una curva a mezzo miglio dal traguardo. Eris aveva visto degli uomini venire uccisi, quel giorno, aveva visto il leylord quasi morire e, infine, era stata baciata da un uomo che, si diceva, non aveva mai baciato nessuna donna. Incassò il colpo, guardò freddamente il suo avversario e proseguì.
Quando giunse al traguardo, sul piazzale della reggia, era troppo esausta per sentire le grida e le acclamazioni. 
Non riuscì neppure a scendere di sella che Aleiana venne ad abbracciarla.
– Oh, Eris, ero così preoccupata, non devi fare mai più, mai più, una cosa tanto pericolosa!
Eris non ebbe cuore di dirle quanto era stato pericoloso ciò che aveva fatto.

Continua e finisce  il prossimo fine settimana

Illustrazioni di Viola S.


mercoledì 19 aprile 2017

Storie di storia dell'arte


In questa primavera inseguo l'arte e l'arte insegue me. Non so perché ora che l'unico museo che visito è il "sentiero del mulino", piccola meraviglia botanica del borgo, che ogni settimana mi propone fioriture diverse, sento tanto la necessità di leggere di arte. Così forte che i libri arrivano da me senza che sia io a cercali. Ognuno poi porta ad altre storie e ad altri libri. Si intrecciano vicende e storie senza un nesso apparente, ma rimane la curiosa sensazione che non sia tanto diversa la spinta che porta qualcuno, negli anni '60 o già di lì a scolpire una lapide di margarina piuttosto che la pietà del Vaticano. Diversi gli esiti, si dirà, la durata nel tempo e l'effetto nella gente. Della prima ho letto che ha iniziato a imputridire ancora prima che fosse esposta al pubblico e immagino abbia suscitato risatine imbarazzate e un po' di disgusto, la seconda la ammiriamo da secoli. Però non mi sento di deridere la spinta, il desidero a creare e a plasmare la materia. Il risultato forse, ma l'uomo che ci prova? È una colpa non essere Michelangelo? Immagino che il discorso valga anche per la scrittura. Forse, il primo effetto di queste letture è rendermi un po' più simpatico l'aspirante scrittore, anche quando non ha arte né parte e i suoi risultati sono aborti imbarazzanti. Per le opere no, poca simpatia, temo, se puzzano come la lapide irrancidita. Ma lo slancio che sentono gli artisti o aspiranti tali, che sento un pochino anch'io, quando nonostante tutto mi rammarico di non avere tempo per scrivere davvero, come potrei deriderlo?

Il primo libro me l'ha regalato un'amica, come se sapesse che adesso era di quel libro che avevo voglia. Ma del resto questa amicizia è fatta così, di rimpalli di imput intellettuali, cose che ci piacciono che ci buttiamo addosso anche se sappiamo di avere interessi diversi ed è proprio per questo che questo rimpallo è così stimolante.

Storie di artisti e di bastardi

È un libro strano e piacevole, questo di Flavio Caroli.
Con la scusa di lettere a una nipote che vuole dedicarsi all'arte il critico racconta retroscena ed episodi dell'arte italiana e internazionale degli ultimi cinquant'anni. Io sull'arte italiana degli ultimi cinquant'anni sono assolutamente ignorante, tolti Fontana e Pistoletto praticamente non conoscevo un nome, ma mi sono trovata immersa nel racconto di un sottobosco artistico che neppure sapevo esistesse. E se non credo impazzirò per opere che consistono in un pappagallo su un trespolo o nel buttarsi di pancia contro una colonna, ma si respira in questo libro la passione per le idee e la voglia di creare. Una voglia di creare che a volte dà risultati più tragicomici che illustri e che tuttavia, nella sua essenza, non può che essere ammirata.

Il secondo libro invece me lo sono cercata io dandomi un po' dell'idiota per non averci pensato prima. Nelle mie scorribande artistiche mi sono fornita di una biografia di Michelangelo (Michelangelo, di Antonio Forcellino, Laterza) e leggendola mi chiedevo perché mai nessuno ne avesse tratto un romanzo, se non una serie tv. Perché il romanzo è stato scritto, ovviamente, e basta recuperarlo e leggerlo.

Il tormento e l'estasi
Mi sta piacendo un sacco questo romanzo un po' datato il cui unico difetto è, appunto, l'essere datato. Scritto prima dei grandi restauri agli affreschi di Michelangelo e a più approfonditi studi critici, rimane comunque un'opera talmente ben fatta da meritare una riscoperta.
È un romanzo storico scritto come il dio dei romanzi storici comanda, con un apparato critico finale da far invida alla biografia di Forcello (tenuto conto dei decenni trascorsi) e neppure una riga non sorretta da documentazione. Quello che fa di questo romanzo un buon romanzo, tuttavia, è la delicatezza con cui Irving Stone si approccia a un personaggio ostico, per non dire ostile, a tratti genuinamente antipatico e ce ne restituisce l'umanità. Non compie tanto un'opera di ingentilimento del carattere, la superbia, la taccagneria e gli attacchi d'ira quelle sono, ma ce lo rende tangibile, quasi fragile sotto il tormentoso desiderio d'arte. Questo poi è reso benissimo, qualcosa che a tratti supera l'ossessione per rasentare la patologia e che mi fa pensare, una volta di più, che certi talenti assoluti è meglio non averli, almeno se si vuole godersi un minimo la vita.
Quello che ho amato, poi, è l'attenzione al mondo mentale di Michelangelo e al presentarcelo a tutto tondo, dall'influenza famigliare alle letture, il clima filosofico e le dispute religiose. Su quest'ultimo punto, poi, parte la riflessione metanarrativa. Questo è un bel libro, ma non un capolavoro. Ci sono cose che l'autore riesce a rendere e altre che non riesce. L'aspetto religioso, ad esempio. Quasi tutti i personaggi risultano vivi e credibili, anche quelli talmente iconici da essere per loro natura difficili da trattare, come Lorenzo il Magnifico. Quelli più spiccatamente religioni no. Tutta la parte su Savonarola, ad esempio, è un compitino ben fatto. Ma Savonarola continua a sembrare un pazzo e proprio non si capisce la presa che ebbe su Firenze. Sono temi che l'autore sembra non sentire e non riesce a restituire, mentre invece è bravissimo nel raccontare, ad esempio, la fascinazione morbosa per le dissezioni. Mi sono chiesta se sarei riuscita io, nel cimentarmi con un'opera di questa portata, riuscirei a rendere vivi anche i personaggi che sento più distanti, le questioni in cui fatico ad immedesimarmi. La risposta che mi sono data è no. Al momento non ne sarei capace. C'è un lontano da me che ancora non credo riuscirei a narrare. E Savonarola mi verrebbe pure peggio.
In ogni caso un libro da riscoprire, piacevolissimo nonostante la sua mole.

Non so dove altro mi porteranno queste mie scorribande artistiche né so spiegare perché senta tanto il bisogno di immergermi in un mondo, quello delle arti figurative, che mi è comunque lontano e di cui sono mera fruitrice. Eppure sono libri che si sposano bene con questo mio strano tempo, per cui da una parte sono sempre di corsa e dall'altra sto ore di fianco a una bimba addormentata in passeggino, rigorosamente all'aperto e fuori casa. Ieri e oggi, col tempaccio che c'era, il vento e le temperature in picchiata la pupattola ha dormito due ore in passeggino tutta beata (rigorosamente all'aperto e fuori casa, mica che mamma possa fare qualcosa di utile nel mentre). Vorrei dire che queste storie di storia dell'arte mi abbiano riscaldato. Sarebbe eccessivo. Ma non averle sarebbe stato peggio.

venerdì 14 aprile 2017

Treccia d'amore – parte quarta, racconto inedito

Parte terza

Parte seconda

Parte prima

Riassunto breve

Eris ha ottenuto il permesso di partecipare, prima e unica donna, alla corsa dell'isola di Tiv perché suo padre spera possa attrarre le attenzioni del sovrano, Amrod, che parteciperà a sua volta. A tal fine Eris acconsente a far preparare un incantesimo, la Treccia d'Amore, che dovrebbe far innamorare di lei l'uomo. Perché l'incanto possa essere intessuto, servono però tre capelli della persona da ammaliare. 
Eris riesce ad attirarsi le simpatie del sovrano, del ciambellano di corte, lord Adman Kalay e del generale Tivan. Percepisce anche un sottofondo di tensione nei rapporti tra i tre uomini. 
Il giorno prima della gara, inaspettatamente, Amrod chiede ad Eris di desistere dal suo intento, ma la ragazza si mostra irremovibile e riesce anche a farsi dare alcuni dei capelli del sovrano. Capisce, tuttavia, che quella che sta per cominciare è qualcosa di più di una semplice competizione.
La gara inizia nonostante le pessime condizioni atmosferiche.  Eris, Amrod e Tivan riescono comunque ad accumulare un certo vantaggio e decidono di allearsi fino al tratto finale della gara. Eris scopre la causa di parte della tensione del sovrano e il motivo per cui all'ultimo momento ha cercato di convincerla a non partecipare: è convinto che durante la corsa qualcuno attenterà alla sua vita e non vuole che la ragazza rimanga coinvolta. Per maggiore sicurezza, Eris viene convinta a passare la notte nel campo protetto dalle guardie del sovrano, dove ha modo di conoscere meglio lord Kalay, ciambellano e confidente del sovrano, per cui prova un'istintiva simpatia. Considerando le voci che girano a corte, Eris, però, non può non chiedersi se lord Kalay non sia in realtà l'amante di Amrod.

TRECCIA D'AMORE – PARTE QUARTA

Il giorno dopo ripartirono prima dell’alba, appena le nubi scure lasciarono filtrare luce a sufficienza. Come previsto, i concorrenti giunti al campo nella notte non erano ancora pronti e questo avrebbe dovuto permette a Eris, Tivan ed Amrod di accumulare un buon vantaggio. Tra i due uomini, per quello che poteva vedere Eris, era tornata l’armonia e Amrod sembrava pieno di energia. La differenza nella gara, quindi, l’avrebbe fatta davvero il cavallo che si sarebbe rivelato più fresco alla fine della corsa. Eris si chiese se, giunti tutti e tre sulla linea del traguardo, Tivan avrebbe rallentato per cedere la vittoria al sovrano. La ragazza si augurava di cuore che entrambi gli uomini volessero uno scontro leale, perché lei non avrebbe ceduto di buon grado il passo neppure all’incarnazione vivente del dio dragone degli Imsheti. Per il momento, tuttavia, avevano altri problemi. Pioveva ancora e la pista si inerpicava per le colline. Il suolo, saturo d’acqua, era fangoso e cedevole. Lo stallone grigio di Amrod era marrone per metà, Laryel, se non altro, era già color terra.
Di colpo, mentre guadavano un piccolo torrente, Eris sentì il terreno mancare sotto una zampa di Laryel. L’animale caracollò e poi annaspò con malagrazia per mettersi al sicuro. Eris, senza neppure capire come, si trovò a terra, appena fuori dall’acqua.
Non fece neppure in tempo ad alzare lo sguardo che Tivan era già accanto a lei.
– State bene?
– Sì – rispose Eris, prendendo la mano che l’altro le tendeva.
Si chiese se, tutta concentrata su Amrod com’era, non avesse trascurato di osservare Tivan. Adesso notò che era un uomo elegante e il sorriso che le rivolgeva era franco e non privo di ammirazione. Com’era possibile, si chiese, che in anni trascorsi alla tenuta di suo padre non le fosse mai capitato di incontrare uomini interessanti e che adesso, tutto d’un tratto, il mondo ne fosse pieno?
– Non rabbuiatevi, poteva capitare a tutti – le disse Tivan.
– Lo so, ma mi sento un’idiota comunque – replicò Eris, non potendo dire che stava pensando a tutt’altro.
Amrod, intanto, aveva recuperato Laryel e la stava esaminando.
– Ha solo qualche graffio, nulla di preoccupante – sentenziò.
– Bene, si riparte – disse Tivan, sorridendo. – Siamo una bella squadra.
– Sì – convenne Amrod.
Ed Eris dovette ammette che se Tivan quando sorrideva era più che gradevole e Kalay decisamente bello, Amrod era devastante. E forse nessuno dei tre aveva pensato a come fosse lei, quando sorrideva. Com’era possibile che nessuno degli uomini che suo padre le aveva presentato come un possibile futuro marito, prima di concepire l’assurda idea di farle sedurre il leylord, le avesse mai sorriso così? La differenza, comprese Eris mentre riprendeva la cavalcata, era che tutti quegli uomini le avevano sorriso per dovere rispetto a suo padre e con l’atteggiamento di chi deve piacere e farsi piacere l’interlocutore anche suo malgrado. Tutti loro l’avevo giudicata un’eccentrica ragazzetta verso cui un padre troppo affettuoso aveva ecceduto in libertà. Pur con modi diversi, invece, il leylord, il ciambellano e il generale la trattavano da pari, per la tenacia e le doti da cavallerizza. Era uno strano paradosso, ragionò, che proprio in quel momento desiderasse essere apprezzata anche in quanto ragazza. Su questo punto non assomigliava affatto a un uomo. Come ogni donna, non era mai soddisfatta di ciò che aveva.

A mezzogiorno erano sulla cima della collina più alta e aveva smesso di piovere. Si vedeva il mare lontano, scuro all’ombra delle nubi, con qualche macchia chiara di vela. 
– Seguiamo il corso del torrente Tew, guadagneremo almeno un miglio – propose Tivan.
  – Preferirei proseguire sulla pista che mi ero prefissato – disse Amrod.
  – Fatelo. Io seguirò il torrente e vincerò la gara.
  – Se riuscirete a superarmi – si intromise Eris.
Amrod scosse il capo.
– Posso anche arrivare secondo – disse. – Ma non terzo. Andiamo.
La pista proposta da Tivan era davvero la più agevole. Il torrente, gonfio di pioggia, aveva abbondantemente superato gli argini abituali e lambiva i lati del sentiero, che però era largo e ben tenuto. Riuscirono ad aumentare l’andatura e la ragazza era certa che, ormai, la vittoria sarebbe toccata a uno dei loro tre. C’era anche qualche raggio di sole a dissipare la stanchezza.
Eris provò a rilassare un poco i muscoli irrigiditi guardandosi intorno. Sulla loro sinistra il torrente scendeva impetuoso, carico di acque grigie che trasportavano rami e piccoli tronchi. Sulla destra saliva il pendio della collina, costellato di giovani betulle. Un raggio di sole fece brillare qualcosa appena dietro il tronco di un’albero.
– Attenti! – gridò, senza sapere se ci fosse davvero un pericolo oppure no.
Tivan fermò il cavallo, guardandosi intorno perplesso.
Amrod, invece, fece fare un repentino scarto al suo animale e si piegò fin quasi ad appiattirsi sul collo della bestia.
Neppure un secondo dopo, un dardo passò appena sopra i suoi capelli biondi.
Tivan estrasse la spada e mosse il cavallo verso il punto in cui era partito l’attacco.
Amrod si portò tra Eris e gli alberi.
– Scendete e cercatevi un riparo, subito! – le gridò, mentre con una mano estraeva qualcosa dalla sua casacca.
Dal gruppetto di alberi si erano staccati tre cavalieri. Uno puntò verso Tivan, mentre gli altri due si diressero contro di loro.
Eris pensò che la cosa migliore sarebbe stata fuggire, ma c’era qualcosa nel tono di Amrod che la obbligò ad ubbidire. Scese di sella, cercando di vedere contemporaneamente un possibile riparo e cosa stesse succedendo.
Amrod aveva girato lo stallone verso gli aggressori e estratto la sua spada. Lasciò le redini e si portò la mano libera alla bocca. Da uno strumento che Eris non riuscì a vedere, uscì un fischio prolungato e acuto, fastidioso per l’orecchio umano. Tutti i cavalli, tranne lo stallone grigio, parvero impazzire. Laryel strappò le redini dalle mani di Eris, si impennò e poi fuggì risalendo la pista. Quando si girò, la ragazza constatò che neppure Tivan era riuscito a mantenersi in sella.
Con un’eleganza calma e spietata, Amrod si diresse verso il più vicino dei due nemici disarcionati e, con un gesto apparentemente così semplice, gli trafisse la gola. Con un movimento del polso liberò la lama e proseguì verso l’uomo che incombeva su Tivan. Il nobile era ancora a terra. Amrod non lo degnò di uno sguardo, evitò il fendente del suo avversario e lo colpì in pieno viso, per poi finirlo con un colpo più deciso al petto.
Eris era affascinata e piena di orrore.
Non aveva mai visto uccidere e non aveva pensato che quelle mani delicate potessero causare ferite che facevano cadere gli uomini in preda a gorgoglii brevi e disperati. Le sembrava assurdo che si potesse uccidere con tanta grazia.
Un rumore la fece voltare. Il terzo uomo doveva aver visto la furia di Amrod e aveva deciso per una tattica diversa. Era strisciato dietro i cespugli fino a lei e ora era a pochi metri di distanza, con in mano una daga. Eris aveva solo un coltello da donna lungo un palmo.
Gridò.
Amrod fece voltare il cavallo, estrasse un pugnale dallo stivale e lo lanciò.
L’arma colpì l’uomo solo di striscio, alla spalla, quando ormai era a meno di tre passi da Eris.
La ragazza lo vide portarsi una mano alla ferita, poi farsi improvvisamente pallido e cadere in preda a convulsioni. Si contorceva nella terra bagnata, con una bava biancastra che gli usciva dalla bocca e gli occhi rovesciati. Eris pensò che nessuno gli aveva mai fatto tanta pena.
– State bene?
Lei trasalì, sentendo la voce di Amrod. Lui scese di sella, calmo, come se davanti a lui ci fosse solo un mucchio di stracci.
– Sarà morto in pochi istanti. Andiamo – disse, con voce incolore.
– Sì – rispose lei. 
Non riusciva a staccare gli occhi dal sicario, che ora era attraversato solo lunghi tremiti intermittenti. Il movimento dei suo piedi aveva scavato un solco nel fango.
– Tenetemele un istante – disse Amrod, le mise in mano le redini del cavallo e corse verso il corpo riverso di Tivan.
– Tivan, mi sentite? – chiese il leylord, quando gli si fu avvicinato.
Non ci fu risposta e Amrod si piegò verso di lui.
Eris vide Tivan alzarsi di scatto con un luccichio metallico in mano. Amrod si scansò d’istinto, ma la lama del pugnale penetrò nel suo fianco.
Eris gridò di nuovo.
Amrod barcollò all’indietro, cercando di estrarre la spada. 
Tivan tentò di pugnalarlo ancora, in pieno petto, ma il leylord riuscì a evitarlo. La sua bella casacca azzurra, però, era già scura di sangue.
Eris si sentiva il sangue pulsare e il rumore del proprio cuore la assordava. Non sopportava di rimanere a guardare. Raccolse il sasso più grosso che vide, un bel ciottolo quarzoso, e corse in avanti.
Amrod aveva estratto la spada e teneva in qualche modo testa a Tivan, ma con energie che stavano scemando.
Eris lanciò la sua pietra.
Il sasso colpì Tivan più o meno dove il pugnale di Amrod aveva ferito il sicario, ma con effetti assai più modesti. Il nobile, tuttavia, esitò un istante per lanciarsi un’occhiata alle spalle. La spada di Amrod, trovato un varco, si infilò tra il collo e la spalla. Tivan lasciò il pugnale e si buttò a peso morto contro il leylord.
Rotolarono entrambi nel fango e, da lì, nelle acque grigie del torrente.
Eris urlò una terza volta.
Vide il capo biondo di Amrod emergere, cercare aria, poi la corrente lo trascinò via. Lo vide più a valle sbattere violentemente contro una roccia sporgente e poi sparire sotto il pelo dell’acqua.
 Gridò ancora, sperando che le ritornasse la capacità di pensare.
Lo stallone sordo era fermo a pochi passi da lei. Gli saltò in groppa e corse a inseguire la corrente.
Vide di nuovo il biondo dei capelli di Amrod, molto più a valle. Non aveva idea di dove fosse Tivan, se fosse vivo o morto. Incitò il cavallo con una carezza, come aveva visto fare ad Amrod e questi partì a un galoppo ancora più veloce.

Finalmente un po' d'azione!
Mi piace che, anche solo per poco, si veda Amrod in tutta la sua efficiente freddezza. Riuscirà a cavarsela? E che ne sarà di Eris?

Vi segnalo una bella recensione della mia antologia, La spada, il cuore e lo zaffiro, in cui, tra l'altro, potete ritrovare alcuni dei personaggi di questo racconto. Molto belle anche le recensioni che trovate su Amazon, dove potete acquistare l'antologia. Un grazie di cuore a chi ha dedicato il suo tempo a leggere le mie storie!

A questo punto non mi resta che augurarvi una serena Pasqua!

mercoledì 12 aprile 2017

Tempo di accumulare storie


La maternità in primavera, in paese, è tutta un'altra cosa.
I fiori ti invitano a scoprirne un altro dietro l'angolo e poi un altro ancora e poi solo un ultimo, ultimissimo e la passeggiata di dieci minuti è già diventata di mezz'ora. Il prato è morbido, non ci sono barriere e, accettato il fatto che qualche filo d'erba in bocca finirà, ci si può rotolare, provare a gattonare, sperimentare ogni sorta di movimento. Si accompagna il nipotino al parchetto e si può oziare o provare con la mamma l'altalena o qualche giostra. Si va dagli asinelli dello zio e si cavalca prima di aver imparato a gattonare. Gli asinelli danno un sacco di soddisfazione, si lasciano accarezzare, scalare, si può tocchicciarne il pelo senza che scappino con il gatto di casa o il cane. A proposito, attenzione agli animali domestici, nonostante tutte le attenzioni degli adulti si rischiano i morsi. Nel senso che la pupattola ha già morso il gatto e oggi il cane. Un vero predatore, noi tutti preoccupati che il cocker non le facesse male e lei in un istante ne afferra la coda e se la addenta tutta fiera.
Le amiche di città innorridiscono di fronte a questa promiscuità con la natura, ma la pupattola è il miglior sponsor del proprio stile di vita e ascoltiamo i racconti su ogni sorta di problema che al momento, per fortuna, non abbiamo.
Ed è subito sera.
Il resto è pappa, piscina,  bagnetto e quel minimo di incombenze domestiche che permettono di non morire di fame né di infezione.
Tentare di fare altro, nel caso specifico scrivere, mi rendo conto che sarebbe solo una fonte di frustrazione. Non so iniziare un racconto senza finirlo, né prendere in mano un progetto senza impormi scadenze. E alla fine non ho neanche voglia di sentirmi in colpa.
Oggi, ahimè, invecchio, trentasette anni che questa volta, tra braccia e schiena doloranti sento tutti (di nuovo ahimè, mi sono già trasformata in una vecchia bacchettona che raccomanda di fare i figli da giovani. Questi deliziosi frugoletti pesano, pesano ogni giorno di più, e intendo letteralmente). Però è facile fare due conti dall'anno scorso. Rispetto al mio trentaseiesimo compleanno ho un lavoro fisso, ottenuto tramite superamento di concorso, una figlia e pure un libro pubblicato in più.
Ho corso per trentasette anni e per l'ultimo mese e mezzo di maternità che mi resta non intendo farlo. Questa primavera non tornerà mai più. Non torneranno più i "ba ba" o le buffe cadute nel tentativo di muoversi e non ho certo intenzione di perdermi il suo primo passo perché sono al computer.
Mantengo il blog, anche se il suo spazio rischia di diventare un fortino assediato, perché, come si ragionava da Salvatore, non lo tengo per creare visibilità o generare contatti, ma perché mi piace. Mi permette un contatto quotidiano con la parola scritta e raccontare quello che mi passa per la mente. Il blog per me, almeno fino ad ora, non è mai stato un peso o un impegno, ma un piacere per cui il tempo da qualche parte si trova. La narrativa, ahimè, richiede una certa concentrazione che al momento manca.
Per certi versi è un modo per recuperare anche un rapporto più ludico con la scrittura. Mettere in pausa i progetti più impegnativi non vuol dire smettere di scrivere. Vuol dire farlo senza ansie da prestazione, giocando con le parole, seguendo le idee più bislacche che magari in altri momenti accantonerei. Buttare giù parole per il puro gusto di farlo, senza neppure pretendere che siano un racconto.
E di certo non smetto di pensare.
Questa primavera la vedo quasi come un periodo di accumulo. Le api si affannano a raccogliere più polline possibile approfittando delle fioriture strabordanti e io raccolgo storie. Ho praticamente finito la fase di pre scrittura mentale di un racconto sherlockiano, in cui, tra l'altro, c'è un metodo di omicidio talmente crudele da avermi fatto inorridire di me stessa (per la serie, a cosa pensano le madri che sorridono spingendo il passeggino?), ho risolto un grosso problema di trama per il progetto lungo e ho un abbozzo di racconto fantasy.
Il tempo del miele arriverà. Adesso ci sono i fiori e non goderseli sarebbe cosa da rimpiangere per tutta una vita, per tutto il resto il tempo verrà.


lunedì 10 aprile 2017

Piovono Libri – La cripta dei cappuccini (e la palude della non scelta)

Sia lode alla tecnologia che mi permette di seguire le riunioni del gruppo di lettura da remoto!
Ma andiamo subito al sodo

La cripta dei cappuccini, ovvero la palude della non scelta

Ogni libro parla in modo diverso a ciascun lettore. I buoni libri spesso comunicano sensazioni precise ai chi li legge che possono anche variare di molto da lettore a lettore.
A me La cripta dei cappuccini di Roth ha comunicato un profondo senso di depressione e di sfiducia nei confronti dell'umanità.
Una sensazione opprimente che, terminato il libro, si è insinuata nei miei sogni e nei giorni seguenti con uno strascico di malessere quasi fisico. Eppure, rispetto a tante altre opere, La cripta dei cappuccini non racconta nulla di così terribile e scioccante, non si sofferma sugli orrori della guerra, né sul disfacimento dovuto alla malattia, ma tant'è.

La cripta dei cappuccini è, o almeno certamente era nelle intenzioni dell'autore e così è stato percepito dagli altri lettori (quindi il problema sono io e non lui), una sorta di requiem per l'Impero Austroungarico. 
Si seguono le vicende di Francesco Trotta, giovane esponente della nobiltà decadente di Vienna, per cui tutto è un gioco o poco più. Figlio di un'infanzia facile e protetta, come molti della sua generazione parte per la guerra con la leggerezza con cui si va in campeggio, non prima di essersi sposato con una donna che già il giorno delle nozze si accorge di non amare. Come ovvio la guerra non è un campeggio e sopratutto al rientro la sua patria, fonte di tutte le sue sicurezze, non esiste più, come il suo patrimonio di famiglia. Ritrova una moglie che non lo ama e non fa nulla per nasconderlo, che pure Trotta si incaponisce per riavere, la madre orami anziana e una montagna di debiti. Incapace di fare qualsiasi cosa, Trotta rimane impotente a guardare l'Austria che scivola inesorabilmente tra le braccia del nazismo.

Come ben segnalato dai lettori, il romanzo descrive superbamente l'ambiante della gioventù bene di Vienna di inizio secolo, vacua e annoiata, talmente abituata a i propri privilegi da non poter immaginare che possano cessare di esistere. Proprio per questo indiscusso valore letterario, per il suo offrire un dettagliato ritratto del prima e del dopo la Grande Guerra e il trauma che ha prodotto anche chi, oggettivamente parlando, non se l'è passata poi così male, avrei voluto amare questo libro.
Mi sono scontrata con i personaggi come il Titanic contro l'iceberg. Un violento desiderio di spaccar loro la faccia ha quasi ucciso qualsiasi altra considerazione.

Mio nonno materno è morto quando io ero troppo giovane per apprezzare la sua immensa cultura e la sua profondità di pensiero. Apparteneva a quel genere di uomini per cui era normale sapere la Divina Commedia a memoria e altrettanto normale raccontarla alla nipotina. Io ero troppo piccola, allora, per capire perché mio nonno dicesse che era l'ignavia il peccato che Dante considerava peggiore. Mio nonno cercava di spiegarmi come un uomo che ha pagato così duramente le proprie scelte non potesse tollerare chi rifiutava sempre di schierarsi e di scegliere. Ma io avrò avuto al massimo dieci anni e non capivo.
Ora sì. Se c'è una categoria umana con cui non riesco ad empatizzare è quella di coloro che non scelgono, si fanno trascinare dagli eventi, oppure scelgono a casaccio, in preda alla passione del momento, per poi ritrattare un istante dopo, come se ogni decisione fosse revocabile. Questi, ovviamente, non fanno poi che lamentarsi di come il destino si sia accanito su di loro, le circostanze, i parenti malvagi. Ora io posso capire il buttare via la propria vita seguendo un sogno sbagliato, un'illusione o che altro. Ma buttare via una vita piena di potenzialità per non aver saputo fare delle scelte, o averle fatte come per gioco mi sembra più che una bestialità, un insulto verso tutti coloro che queste potenzialità non le hanno (ecco, qui esce quella parte di me che chiamo "la Beghina" che può essere un pochino drastica e un filo bacchettona su certe cose, un filo proprio...). Vivere intrappolati nella palude della non scelta è, ai miei occhi, una delle cose peggiori che si possa fare.
Ora, tutti i personaggi principali di questo romanzo vivono nella palude.
Il buon Trotta dopo la guerra non fa che lamentarsi della scomparsa dell'Impero, in cui si viveva tanto bene, senza neppure fare lo sforzo di capire che quello che sta rimpiangendo sono i suoi privilegi di nobile e il suo benessere economico. Non fa nulla per cambiare le cose, rimane lì a piangersi addosso, uggiolando splendide frasi sul fatto che sarebbe stato meglio morire in guerra. Per assurdo mi ha ricordato mio nonno, quello di prima. Anche lui figlio di privilegiati, tornato dalla guerra, ovviamente la seconda guerra mondiale, per altro a piedi dalla Russia, ha trovato la famiglia sul lastrico e la ditta del padre fallita. Si è rimboccato le maniche, ha preso la seconda laurea ed è andato avanti, a memoria anche dei miei nessuno lo ha mai sentito rimpiangere il fascismo, anche se lui all'epoca stava oggettivamente meglio (e considerati alcuni inquietanti souvenir trovati in solaio la famiglia era ben introdotta nel regime). Insomma, non credo che il povero Trotta non avesse altra scelta se non lamentarsi e appassire.
Il personaggio in assoluto più perso nella palude, però, è la moglie, Elisabeth. Sposa un uomo che, è evidente, non ama. La prima notte di nozze, un po' per caso un po' perché sono due idioti, non succede quel che deve succedere e Trotta parte per la guerra. Quando torna, quindi, il matrimonio non è stato consumato ed è un peso per entrambi e persino la Sacra Rota dell'epoca darebbe l'annullamento, neppure i rispettivi genitori premono per farlo continuare, anzi. Nulla sarebbe più facile che reciderlo, ma sarebbe una scelta. La buona Elisabeth sta con una donna (tra l'altro senza nasconderlo a nessuno, con una naturalezza rara oggi, figuriamoci negli anni '20). Trotta non è certo il tipo da riprendersela con la forza. È lei che va da lui, dicendo di averci ripensato, di voler "provare" e si tiene per un po' sia il marito che l'amante (per altro vivendo con l'amante e andando in alberghi ad ore col marito). Solo quando l'amante se ne va Elisabeth sente un'improvviso istinto materno e chiede espressamente di farsi mettere incinta, salvo poi abbandonare figlio e marito al ripresentarsi dell'amante. Nessuna delle scelte di Elisabeth è ragionata né obbligata e io non riesco a provare un briciolo di empatia per una donna che potrebbe avere tutta la libertà del mondo in un'epoca in cui poche donne avevano quel privilegio e sembra non sapere che farsene della propria libertà. Gioca con la propria vita e con quella degli altri procurando e procurandosi (suppongo) solo dolore.

Come mi è stato fatto notare, l'antipatia istintiva che proviamo per alcuni personaggi, non basta a giustificare il senso di sconforto che questa lettura mi ha causato.
Il problema, quello vero, è che non solo questi personaggi sono assolutamente credibili, ma che vedo tanti Trotta e tante Elisabeth anche intorno a me. Persone della mia generazione o più giovani, figli di un'infanzia agiata che si trovano nell'età adulta in un mondo cambiato. Senza alcun tentativo di analisi, rimpiangono un passato mitico che forse neppure mai c'è stato. Non fanno nulla per prendere in mano la propria vita, o compiono scelte spinti dall'istinto del momento, convinti che tutto sia ritrattabile e poi cercano sempre all'esterno la colpa per la propria infelicità. Ieri gli ebrei o i socialisti, oggi i migranti o i rom.
Questo libro, che sì, è un gran bel romanzo, in caso contrario non avrebbe stimolato una simile riflessione, mi ha fatto vedere le persone che mi circondano come Trotta e i suoi amici, persi nella palude della non scelta, complici per lo più inconsapevoli di un inesorabile scivolamento verso gli orrori della seconda guerra mondiale.
Spero di sbagliarmi e che non siano questi, davvero, i tempi che ci aspettano eppure non sono stata l'unica dei lettori ad essere stata spinta su pensieri simili, anche se nessuno ha accusato la mia stessa botta di depressione.