domenica 10 novembre 2019

A Casale Monferrato a parlare di Ursula K. Le Guin – Parte seconda, chi era Ursula K. Le Guin?


CHI ERA URSULA K. LE GUIN


Il disegno che ho scelto credo rappresenti bene chi era per me Ursula K. Le Guin.
È stata una sorta di "nonna virtuale" che attraverso i suoi scritti, dall'alta parte del mare, mi ha accompagnato dall'infanzia fino all'età adulta, facendomi capire che tipo di donna avrei voluto diventare. Dopo tutto, tra lei e la nonna che ho conosciuto c'erano solo tre anni di differenza e davvero, anagraficamente avrei potuto essere sua nipote.

Ursula, però, non è mai stata una signora normale, come me la immaginavo io da bambina, una donna che dopo una formazione più o meno come quella di tutti gli altri ha deciso di mettersi a scrivere.
È stata sicuramente estremamente fortunata a poter vivere in un ambiente stimolante all'ennesima potenza, in contatto (e parliamo degli anni '20 e '30 del novecento) con la diversità culturale nel senso più ampio del termine. A lei il merito, però di aver condensato e trasmesso questa ricchezza in idee tanto forti da attraversare il tempo e lo spazio e plasmare la mente di una ragazzina di provincia come me, cresciuta tanto dopo, ma priva (come il 99% dell'umanità) di quello straordinario humus culturale in cui è cresciuta lei.

Come scrivevo nel post precedente, lei si è sempre firmata Ursula K. Le Guin. K sta per il suo cognome paterno, Kroeber, un nome che chiunque mastichi un po' di antropologia conosce (a me comunque ci sono voluti decenni per collegare i puntini).
Quindi ora un po' di antropologia di base. Semplificando all'inverosimile, non mi accoltellino gli antropologi culturali veri, l'antropologia si forma nei primi decenni del novecento con lo studio di popolazioni dalla cultura ancora molto differente da quella occidentale. Hanno estrema importanza gli studi  effettuati tra le popolazioni siberiane e quelli sulle popolazioni native americane. Alfred Kroeber il papà di Ursula studia i nativi americani.
Ora, per quanto ho capito io, Kroeber separa gli aspetti culturali da quelli biologici organici. Secondo lui una cultura non dipende dalla biologia delle persone che vivono quella cultura e i modelli culturali non possono riprendere quelli biologici. Il suo saggio principale è del 1917, un periodo, per intenderci, in cui si parlava tranquillamente di "popoli primitivi", "razze umane" e altre amenità simili, scindere nel 1917 l'aspetto biologico da quello culturale non è scontato e spazza via un bel po' delle idee che allora andavano per la maggiore.
La mamma di Ursula, invece, era una scrittrice, Theodora, (nell'America degli anni '10 del novecento) che voleva scrivere la storia dell'ultimo esponente di una popolazione nativa. Inevitabilmente incontra nel lavoro di documentazione incontra Alfred. Lei è già vedova con due figli, non ho capito come (credo che in famiglia avessero i super poteri), si specializza anche in psicologia e nel mentre sposa Alfred.
Non dimentichiamoci in questa storia di Ishi, l'ultimo esponente della propria popolazione, che, messo in contatto da Theodora con Alfred, inizia a lavorare con lui. Non ho trovato molte notizie su Ishi in una lingua a me comprensibile, ma dalla foto presente su wikipedia direi che lo troviamo in parecchi romanzi della Le Guin, sia come figura archetipa (qualcuno di totalmente isolato dalla propria cultura di appartenenza e che studia per interagire alla pari con un universo culturale che comunque non sarà mai suo e non lo accetterà mai del tutto), sia a livello di tratti somatici.

La famiglia Kroeber passa gli inverni in università e le estati in mezzo al nulla, in un ranch da cui passavano nativi americani, gente dalle più varie provenienze e idee e fisici del calibro di Robert Oppenheimer.
Il che mi spiega probabilmente due cose. I romanzi di fantascienza della Le Guin tengono conto della teoria della relatività meglio della maggior parte degli altri e si addentrano più di altri nella fisica e nella matematica delle teorie proposte per la tecnologia del futuro. Nonostante questo, lei diceva spesso nelle interviste che la fisica moderna la affascinava, ma la capiva solo fino a un certo punto. Suppongo sia vero, se il tuo metro di paragone è il direttore del progetto Manhattan.
In ogni caso, pur affascinata dalla fisica, Ursula decide di studiare letteratura, perché la stimola, le viene meglio e vuole scrivere "storie affascinanti e strane di quella che chiamano fantascienza". Immagino che nel suo contesto famigliare fosse un sogno molto meno eccentrico di altre cose.

Ursula studia quindi letteratura rinascimentale francese e italiana e conosce uno storico francese, Charles Le Guin, che sposa. Decide di dare priorità alla carriera del marito e "come ripiego" insegna francese all'università, e inizia a pubblicare regolarmente dopo la nascita del secondo dei suoi tre figli.
Questa è una cosa che mi ha sempre colpito.
Nelle sue storie ci sono persone che compiono le più svariate scelte di vita, dal lasciare tutto e andare su un altro pianeta come ambasciatore, tagliando i ponti con tutto ciò che hai conosciuto al vivere soli e liberi. Ci sono tuttavia un tot di personaggi femminili che hanno spiccati interesse intellettuali e/o professionali. Alcune di queste donne non desiderano la maternità, altre sì, e questo non è quasi mai in conflitto con la loro crescita professionale e intellettuale. Non sempre la cosa è indolore, ma è sempre un equilibrio possibile. Ora, considerando la storia personale sua e di sua madre mi viene da presupporre che lei non proponesse tanto un obiettivo da raggiungere, ma qualcosa che già sapeva possibile. Dopo tutto sua madre, vedova, con due figli, diventa una psicologa di una certa fama. Lei si intestardisce con la scrittura quando ha già dei figli.
È ovvio che tutto ciò non sarebbe stato possibile se non venisse da un'ambiente agiato, ma parliamo comunque della fine degli anni '50 / inizi anni '60, quando le moglie non erano esattamente incoraggiate ad avere una propria carriera.
Infine, non so perché e non ho mai trovato una sua dichiarazione a riguardo, lei si firmerà sempre Ursula K. Le Guin, dando quindi precedenza al cognome del marito. Cosa curiosa per una scrittrice femminista. Non so se comunque il cognome Kroeber rimaneva piuttosto impegnativo e Le Guin suonava a tutti gli effetti molto bene. Considerando il caratterino della signora in questione (ci terrà a far sapere a tutti che una volta l'hanno costretta a firmarsi solo U.K. Le Guin per non far capire che era una lei, ci è rimasta malissimo e se l'è legato al dito per i successivi sessanta anni circa), credo però che l'essersi legata a Charles fosse una cosa che faceva parte della sua identità personale.

A questo punto dire "si interessa di filosofie orientali" fa molto New Age e non mi pare sia il caso. Meglio dire che studia a fondo il taoismo, le teorie anarchiche pacifiche (pur non riconoscendosi mai in tali idee e continua a interessarsi delle discipline in cui è cresciuta immersa, psicologia e antropologia.
Tutto ciò fluisce senza soluzione di continuità in tutti i suoi scritti, che siano storie "per bambini" o riflessioni sulla società.
Un occhio attento, conoscendo tutto ciò che l'ha influenzata, ne segue le tracce nei suoi scritti e che tuttavia, a ben vendere, sono riflessioni in forma narrativa di chi ha visto come testimone l'incontro di civiltà diverse con la consapevolezza che qualsiasi pretesa di superiorità è illusoria fino ad apparire ridicola.

Non c'era probabilmente altra forma che il fantastico in senso lato e il fantascientifico e il fantasy in senso più stretto per imbrigliare le riflessioni sulla società e sui singoli di questa donna.

Dire che ha voluto elevare la letteratura di genere verso una letteratura più alta mi sembra ridicolo.
La sua speculazione ha forma letteraria. E dato che al mercato letterario piace incasellare romanzi e racconti in generi, lei si è trovata a scrivere Fantasy e Fantascienza. Con buona pace, per altro, di chi li considerava generi contrapposti e inconciliabili.

Di certo la sua formazione così particolare, il contesto in cui è cresciuta, le ha dato una consapevolezza diversa. Mi chiedo come osservasse le ragazze della sua generazione, magari le sue compagne di studi, perfettamente immerse nel proprio contesto culturale, lei che già sapeva che il contesto culturale è tutto sommato un accidente che ci è capitato, pieno di convenzioni ridicole. La immagino aggirarsi per gli anni '50 come certe protagoniste di suoi racconti, aliene in un mondo straniero, che si sforzano di comportarsi come si conviene perché offendere gratuitamente gli altri è sempre brutto, e intanto annotano, ragionano, si sforzano di capire sempre pregiudizi.
È questo sguardo sul mondo, quello di chi a quel mondo non appartiene mai del tutto e che tuttavia non ha l'arroganza di definirsi superiore, che più di qualsiasi altra cosa mi è rimasto addosso.

Come tutte le nonne, alla fine mi ha insegnato un modo di pensare.


A Casale Monferrato a parlare di Ursula K. Le Guin – parte prima


Mentre durante l'aggiornamento scolastico non riesco a capire un'unità di apprendimento sulla letteratura di genere, la biblioteca di Casale Monferrato mi offre l'occasione di una vita. Parlare di Ursula Le Guin.

Spiegare chi era, cosa ha scritto, perché (secondo me) è essenziale conoscerla, scegliere un tot di brani che verranno letti da Ivo de Palma.

Cercate di capire il mio stato di panico. Dato che un brano necessita una voce femminile dovrò leggerlo io. Gli altri li legge Ivo de Palma.
"Voglio morire" credo che sia la frase che riassume meglio il mio stato d'animo.

Poi c'è la felicità pura.
Quella data dal fatto che un'istituzione culturale abbia deciso di dedicare tutto un incontro a Ursula Kober Le Guin e abbia deciso di chiamare me per parlarne.

Tra un attacco di panico e l'altro, cioè dopo che il progetto era partito, prima che mi dicessero che dovevo anche leggere. ho potuto ragionare molto su quello che voglio dire su Ursula Le Guin.
Abbiamo deciso che tra i mille temi possibili ci focalizzeremo su due, il femminismo e l'idea del viaggio. In questo contesto storico mi sembra doveroso raccontare un'autrice che secondo me è fondamentale e raccontarla partendo dalle emergenze dell'oggi.

Questo, però, mi ha dato l'opportunità di approfondire quanto già sapevo su di lei per creare una serie di post, che verranno messi on-line temo con la cadenza del passo del mammut, viste le molte cose da fare in questo momento.

Per il momento vi invito a Casale Monferrato.
Se conoscete questa autrice, per saperne qualcosa di più e sentire le sue meravigliose parole lette da un professionista e da una dilettante allo sbaraglio.
Se non la conoscete perché vi state perdendo qualcosa di grosso e importante.

Perché? 
Per molti motivi. Vi elenco i primi che mi vengono in mente, in ordine sparso.

Perché non ci sarebbe stato nessun Racconto dell'ancella senza Ursula K. Le Guin

Perché sulla "teoria dei generi" spesso si scagliano tifoserie opposte e lei ha cercato di analizzare il problema "come influisce il genere di appartenenza sulla nostra vita e sulla società?" in modo più neutro possibile.

Perché è considerata una tra i letterati che più hanno contribuito a far conoscere le correnti anarchiche pacifiste, anche se lei non era anarchia e non ne condivideva le idee (ho scoperto di recente che era sempre imbarazzata quando le comunità anarchiche la invitavano a parlare...).

Perché è stata un'autrice ambientalista in un tempo in cui "ambientalismo" neppure esisteva come parola.

Perché è stata un'autrice che ha promosso un pacifismo consapevole, tutt'altro che buonista o avulso dalla realtà.

Perché aveva una cultura talmente vasta e approfondita da far spavento da saper raccontare qualsiasi cosa con una semplicità disarmante.

Perché è stata una grande della letteratura, di quelli che intendono sempre la letteratura come qualcosa al servizio della società, eppure per molti, ancora "ha fatto robetta di genere".

Perché è una figura di donna eccezionale, figlia di una donna eccezionale, che ha saputo vivere in anni difficili con grande consapevolezza la sua femminilità senza soggiacere ai pregiudizi sociali e senza negare o svilire i suoi desideri profondi. È stata un'intellettuale, docente universitario, scrittrice,  convinta femminista, ma anche moglie e madre, "casalinga borghese", come a volte scherzava, senza che un aspetto negasse gli altri.
Ha sempre firmato i suoi scritti Ursula K. Le Guin. In K sta per il suo cognome, Kroeber, un gran cognome, che viene da un padre famoso da cui è difficile non farsi mettere in ombra, e Le Guin è quello del marito, perché, evidentemente, questo è quello che ha scelto liberamente di essere.

sabato 2 novembre 2019

Il mio racconto nell'antologia "Leucosya e altri racconti dal trofeo Rill e dintorni" – incipit

È stata ufficialmente presentata a Lucca Comics&Games l'antologia Leucosya e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni. Contiene i quattro migliori racconti partecipanti al trofeo RiLL (scelti su oltre 300 racconti pervenuti), quattro racconti vincitori di altrettanti concorsi per narrativa fantastica svoltisi all'estero e infine quattro racconti partecipanti a SFIDA, il concorso riservato agli ex finalisti di RiLL. Tra loro potete trovare il mio, Per sempre l'esilio.
Questi ultimi quattro racconti, lo ricordo, hanno in comune il tema conduttore "La storia Infinita".
L'antologia è ormai disponibile nei vari store on-line, oltre che sul sito ufficiale di Rill, qui.

Per quanto riguarda il mio racconto, vi lascio l'incipit.

PER SEMPRE L'ESILIO

1302
Le stelle, in questa notte d’esilio, ruotano mute. Paiono diverse, ma diversi sono gli occhi che le guardano, il luogo da cui vengono guardate. Così come sono le mie orecchie a essere sorde. L’armonia delle sfere è sempre là, ineffabile per l’udito umano, assordato dalle grida di questa terra.
La sentenza è stata emessa. Ogni parola si conficca nella carne, come i chiodi degli strumenti di tortura nei corpi degli eretici che devono confessare.
“Condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, lo si condanna a cinquemila fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo e, se lo si prende, al rogo, così che muoia.”
Fa freddo. Mi stringo nel mantello. Le stelle non possono scaldarmi e le mie orecchie non possono udirne la musica.

2303
Le stelle, in questa notte d’esilio, rilucono lontane, oltre il tempo e lo spazio. Tra le cose che la mente riesce a capire, ma il cuore non può afferrare, è come possa la mia mano essere illuminata da una luce ormai spenta, lontana millenni dall’esplosione di idrogeno ed elio che l’ha generata. Ma io non sono diverso. Mi chiedo cosa mai potrò illuminare, se sono già morto.

sabato 26 ottobre 2019

Il buio oltre la siepe – Piovono Libri



Chissà poi perché, non lo avevo mai letto, pur avendo visto e apprezzato la fortunata trasposizione cinematrografica (che pure si è rivelata assai diversa dal romanzo).

Per certi versi questo romanzo ha l'aspetto del "libro perfetto". È forse l'unico caso da che frequento il gruppo di lettura di libro promosso all'unanimità e senza distinguo, senza neppure un "mi è piaciuto però". Un romanzo che è molto di più del suo nucleo narrativo più forte.

Un po' tutti quelli che non l'avevano mai letto si aspettavano "un romanzo sul razzismo", perché così ci è stato raccontato, perché su quello si concentra la versione cinematografica. In realtà, come ben spiega una lettrice, è la storia di due anni di una bambina, dei valori che le vengono trasmessi e di come vengono messi alla prova.

Scout vive con il fratellino più grande, il padre vedovo e la governante di colore nell'Alabama della grande depressione. È una bambina fortunata, suo padre è un uomo stimato e, per quanto lo neghi più volte, ricco, inoltre a Scout è permessa una libertà maggiore di quanto sia consentita di solito alle bambine, veste da "maschio" è trattata alla pari dal fratello e neppure il padre differenza l'atteggiamento tra i due figli. Il suo orizzonte è circoscritto nella via dov'è cresciuta, un immaginario dominato dalla casa dove vive un uomo che non esce mai, e dove è conosciuta da tutti. La vicenda racconta principalmente l'allargarsi dell'orizzonte di Scout. L'arrivo di un bambino che passa le estati nella stessa cittadina, Dill, l'inizio della scuola, il tentativo di svelare il mistero dell'uomo che non esce mai e soltanto poi il processo in cui è coinvolto il padre, chiamato a difendere un uomo di colore accusato di stupro. Con un'intelligenza acuta, ma uno sguardo comunque bambino, Scout riferisce i fatti e le riflessioni che vanno a plasmare un mondo vasto e complicato in cui la ragazzina dovrà imparare a vivere.

Se il razzismo è un tema presente e centrale nel romanzo, non è certo l'unico. Lo sguardo di Scout è attento e indagatore, osserva tutto, nota tutto, si interroga su tutto. Insieme a lei il lettore è obbligato a porsi ogni sorta di domanda. Quello che esce è un ritratto della società dell'Alabama degli anni '30 tutt'altro che scontato, dove la divisione della società tra bianchi e neri è cosa talmente radicata che quasi non ci si fa caso e che tuttavia si mostra meno granitica e stereotipata del previsto. 

Sono moltissime le cose che mi hanno colpito e altre riflessioni si sono aggiunte grazie al confronto con il lettori. Ho provato un po' a raggrupparle come mi è riuscito.

Le donne del romanzo
Nel romanzo ci sono moltissime figure femminili diversissime tra loro.
Quella che spicca e di cui tuttavia la portata rivoluzionaria rischia di passare in secondo piano è Calpurnia, la governante nera, quasi una madre per i due bambini. Calpurnia nella famiglia Finch, è evidente, si è ritagliata un ruolo che va ben oltre quello di governante, di fatto è la figura femminile di riferimento per i bambini, cosa di cui il padre Atticus è ben consapevole. È una donna istruita, come e in che modo lo sia diventato ovviamente lo ignoriamo, ma sopratutto è una donna estremamente consapevole. È lei la vera sovversiva della vicenda, quella che porta i bambini nella chiesa "dei neri" li invita a casa sua, consapevole di spezzare le barriere della convenzione e di allevare una nuova generazione di cittadini che, forse, un domani, potrà cambiare le cose.
Non meno interessanti sono le altre donne del romanzo, la saggia vicina di casa che "sembra un uomo quando si occupa di giardinaggio e una signora quando esce con le altre donne" (cito a memoria, abbiate pietà), la zia Alexandra, che si presenta come una fiera donna del sud arroccata sui suoi privilegi, salvo poi osservare tra le righe che insegna al nipote a cucinare perché non deve dipendere da una donna e che partecipa con molto più cuore di quanto non sembri al processo in cui è impegnato Atticus. Per finire, particolarmente tragica è la figura dell'accusatrice, una ragazza cresciuta in estrema povertà, reclusa in casa e violentata dal padre. La descrizione della realtà di questa ragazza è per certi versi tra le parti che più mi sono piaciute, perché nulla viene negato e nulla viene ostentato. Lo squallore è esposto in modo chiaro in un libro che rimane perfettamente fruibile anche per dei ragazzini.

Atticus
Il padre di Scout è uno dei personaggi centrali del romanzo. Un personaggio amatissimo, al punto che con l'uscita del secondo romanzo dell'autrice (uscito approfittando della salute ormai precaria di lei?) in cui lo stesso uomo è presentato in una luce assai meno favorevole, si è scatenata quasi una rivolta dei lettori.
Atticus è un uomo dal senso di giustizia quasi soverchiate che è descritto con gli occhi innamorati di una bambina cresciuta senza madre. 
Anche senza il filtro adorante dello sguardo di Scout rimane senza alcun dubbio una figura che si staglia nell'immaginario dei lettori.
A me, da genitore, è parso un padre a tratti stanchissimo, che si barcamena come può con due figli piccoli, che sottovaluta in modo tragico i guai in cui i suoi ragazzi possono cacciarsi anche per colpa del processo. Il suoi tratti distintivi sono il senso della legge a cui è disposto a sacrificare tutto (anche la sua vita, se necessario), ma anche il tentativo di mettersi sempre dalla parte degli altri e di pensarne sempre il meglio. Mi ha colpito il fatto che è questo suo tratto, comunque quello di sperare nel meglio dell'umanità, a far rasentare la tragedia. Pur sapendo di aver a che fare nel processo con un uomo della peggior specie, Atticus non pensa mai che costui possa prendersela con i suoi figli invece che con lui. Atticus teme per se stesso, non per i suoi bambini. E quando, alla fine, scopre che non è così ha un attimo di shock totale e completa mancanza di lucidità. Mi ha dato molta tristezza il constatare che il peccato peggiore di Atticus sia il non aver voluto guardare fino in fondo il male presente nell'altro.

Alla riunione abbiamo discusso molto di Atticus, la cui figura è idealizzata dallo sguardo di Scout, ma che rimane fondamentalmente un uomo del suo tempo, che difende Tom perché è giusto farlo ma considera altrettanto giusta la divisione della società in bianchi e neri. Che è più duro con se stesso e i suoi figli di quanto non lo sia con gli altri.
Abbiamo discusso a lungo su quanta consapevolezza ci sia nell'educazione liberale che impartisce a Scout. Per alcuni è questione di sfinimento, è più facile per lui crescere Scout quasi come un maschio. Per me c'è della consapevolezza. Poiché comunque Atticus tratta sempre le donne da pari e sa imporsi anche con grande durezza quando ritiene che una cosa sia importante. Che Scout cresca o meno da "brava ragazza" è evidentemente non importante o comunque meno importante dei principi morali. Vediamo Scout prendersi una bella strigliata per aver trattato male un ospite, non per non voler mettere la gonna, cosa che viene richiesta a volte come piacere "per fare contenta la zia". Insomma, c'è una parte di scelta e consapevolezza in questa educazione anticonvenzionale impartita a una bambina degli anni '30 che, francamente, a volte manca alle bambine di oggi (che poi se a un padre viene data l'occasione di crescere una figlia femmina un po' come un maschietto e poterci giocare di più è anche più contento perché per lui è più facile, è vero ed è parte della mia esperienza personale).

Dill
Chi ha visto il film ricorderà l'amico Dill come un bimbetto insopportabile. Invece nel romanzo è un personaggio meraviglioso. Figlio non voluto e ignorato, tenuto buono con giocattoli costosi, fugge prima con la fantasia, inventandosi mille storie alternative, e poi passa all'azione, scappando di casa. Ha l'intelligenza di chi riesce a guardare le cose da diversi punti di vista. Lui si si prende a cuore moltissimo il processo. Per lui Tom non è un uomo di colore, è solo un innocente. Al contrario di Scout e Jem, Dill non sembra proprio cogliere la differenza razziale, si rapporta con chiunque allo stesso modo. È lui infatti a svelare uno dei personaggi più curiosi del romanzo, il finto ubriacone. Si tratta di un uomo ricco che si ostina a convivere con una donna di colore con cui ha dei figli che, giunti a una certa età "spariscono" in quanto vengono fatti studiare al nord. Si finge perennemente ubriaco per catalizzare su di sé la riprovazione sociale, salvando in questo modo la propria famiglia. Il momento dello svelamento, con un Dill in lacrime per la condanna di Tom e quest'uomo che finalmente vede la speranza per una società diversa, cosa per cui lui ha lottato e fallito, è tra i passi più commuoventi del romanzo.

Che altro dire? Ottobre per me è stato un mese allucinante di riunioni praticamente perenni, malanni che avrei gradito evitare e impegni più o meno imprevisti. Eppure il romanzo l'ho finito con netto anticipo sulla riunione. Merito del libro, non mio, che si è imposto alla mia attenzione senza se e senza ma.

lunedì 21 ottobre 2019

Tra asce e grifoni


La mia vita com'è...

Cosa fai nel fine settimana?
Vado a presentare sei reperti in pietra levigata a un convegno pieno di ricercatori universitari di cui temo sopra ogni cosa le domande.
Poi scappo, perché a mia figlia è venuta l'otite e vuole che solo la mamma le pulisca le orecchie.
Intanto le racconto delle pietre.

E la domenica?
Mentre la figlia fa la nanna cerco di preparare un intervento sulla Le Guin, intanto da fb mi si chiede cosa si pensa di mariti/fidanzati che escono con altre donne.
Mio marito è andato con compagnia solo femminile a un seminario sui bestiari medioevali...
È tornato con un grifone autoprodotto.
Quindi cosa devo pensare?
Sono fiera della fiera...

E intanto c'è da preparare il laboratorio scolastico sull'ecosostenibilità per il quale abbiamo saccheggiato tutti i cestini della spazzatura alla ricerca di materiale.
Poi c'è quello in cui creiamo il "Cluedo Scuola" e prendiamo la planimetria degli ambienti per capire dove sia meglio piazzare il morto.

Poi ci sarebbe il romanzo da portare avanti, ma vogliamo non andare a trovare i nuovi pony del maneggio dietro casa?

Tanto tempo fa, quand'ero bambina, vedevo gli adulti imprigionati in giornate sempre uguali e li sentivo sbuffare per la monotonia delle loro vite. Allora dichiaravo a tutti di desiderare una vita non noiosa. Qualcuno deve avermi preso proprio sul serio...
Ora vado, devo risolvere un problema di migrazione di unicorni volanti...


sabato 12 ottobre 2019

Per sempre l'esilio – il mio racconto in Mondi Incantati 2019



Ogni anno l'associazione Rill bandisce due concorsi per racconti fantastici. 
Il primo è Trofeo Rill, concorso aperto a tutti e che mi sento di consigliare senza se e senza ma, perché si distingue per professionalità, trasparenza, cura e vocazione alla diffusione delle opere premiate (basti sapere che il racconto vincitore viene tradotto e diffuso all'estero).
Il secondo è SFIDA, concorso riservato a chi sia finito almeno una volta in finale al trofeo e che si distingue dal primo anche per essere un concorso "a tema". Una sfida, insomma.

Al Trofeo RiLL non posso più partecipare, perché dopo un po' che "infesti" le prime posizioni, l'associazione può sceglierti per proporre un'antologia personale (che sarà editata, edita e diffusa con la stessa cura e dedizione che vengono riservati ai racconti vincitori). Io ho avuto questo enorme privilegio con la mia antologia, La Spada, il Cuore e lo Zaffiro.

Mi rimane quindi l'opportunità e il piacere di partecipare a SFIDA. Abitualmente quattro racconti vengono considerati "vincitori parimerito" e inseriti nell'antologia annuale. Vi è tuttavia un premio esterno, curato dall'organizzazione di Lucca Comics&Games che viene attribuito al migliore dei quattro racconti (adesso mi bullo un po' e dico che l'ho vinto due volte).
In ogni caso, partecipare a SFIDA, beh, è una sfida.
Mica è scontato entrare nei 4 racconti, eh. Negli ultimi due anni, nonostante due racconti che a me non dispiacevano, non ce l'ho fatta. Invece in quest'edizione l'ho spuntata!

Per sempre l'esilio – il mio racconto per SFIDA 2019
La sfida di quest'anno era "La storia Infinita" da intendersi sia in omaggio al romanzo di Ende, sia nel senso più lato del termine.

Il bello di SFIDA, per me, è che, avendo un tema dato, delle battute tutt'altro che infinite (circa 21000) e dei generi obbligatori (deve essere fantastico, fantascientifico, fantasy o horror) mi costringe  a sperimentare, sempre.

Quest'estate, per la prima volta, mi sono buttata sulla fantascienze. Sulla fantascienza dura e pura... Ehm... Sulla fantascienza letteraria. Esiste la fantascienza letteraria? Facciamo finta di sì. Se ci fosse, il mio racconto ne farebbe parte, perché si alternano due voci narranti (due?), una nel futuro e una nel medioevo. Ma forse raccontano la stessa storia. O forse la prosecuzione di una storia. O forse una storia che tutti pensiamo di conoscere, ma forse...

Per sempre l'esilio è stato un racconto particolarmente faticoso da scrivere. Faticoso perché oggettivamente la voce narrante non brilla per simpatia ed è giusto così. Perché è basato su una storia che tutti pensiamo di sapere e che invece mi ha fatto impazzire con la documentazione. Ho dovuto fare più di un ripasso di storia e sopratutto filosofia medioevale. La mia voce narrante ragiona per categorie medioevali colte e riuscire a non perdere le divagazioni sul nominalismo in una prosa vagamente scorrevole è stata, appunto una sfida.
Inoltre avevo, appunto, una voce narrante un pochino respingente (ma un pochino, eh...) eppure al di là di alcune riflessioni abbastanza ovvie da fantascienza classica sul chi siamo e chi è umano, mi permetteva anche di ragionare sul riflesso di un autore nelle sue opere. Quello insomma che riteniamo di conoscere di un autore basandoci su quello che abbiamo letto di lui. Il che spesso è poco e fuorviate. E, infine, su quanto le nostre letture ci plasmino, quanta identità traiamo da quello che leggiamo.

Infine, era davvero tanto tempo che un mio lavoro nuovo non veniva scelto per la pubblicazione. Il racconto uscito per Giallo Mondadori è stato scritto alcuni anni fa, ormai. Mi ha fatto enorme piacere che sia stato scelto a distanza di così tanto tempo. Davvero un piacere enorme. Però, siccome sono facile all'autosvalutazione, era un po' subentrata una fase "non sono più capace". Ora, questo non è un racconto facile, da nessun punto di vista. In fase di editing (ribadisco, Rill miglior editing di sempre) abbiamo cercato di renderlo più scorrevole salvaguardando il pessimo carattere in un pessimo momento della voce narrante, ma rimane un racconto anche volutamente ostico. Che una cosa così sperimentale (almeno per me) sia stata scelta per la pubblicazione è stato davvero il regalo giusto al momento giusto. Intanto che sono ancora capace di scrivere racconti. E che sperimentare ogni tanto paga.

Ovviamente starà poi ai lettori giudicare se questo racconto sia interessante o indigesto.
Intanto devo ringraziare davvero l'associazione RiLL per avermi spinta a mettere un piede nella fantascienza e per aver scommesso sulla mia interpretazione di fantascienza.
Anche perché, volendo, con un'altra voce narrante (prometto e giuro) qui ci sarebbe un'idea narrativa che potrebbe valere la pena di sviluppare in forma di romanzo.

Un grazie speciale ad Alberto Panicucci per la pazienza nell'editing. 
Qui la notizia ufficiale.

domenica 6 ottobre 2019

Le regole scrittoree che sto infrangendo


Per molto tempo ho scritto ben ancorata a dei generi codificati. Il giallo, il fantasy. Al limite, la fantascienza. Il genere mi dà sicurezza, mi sento protetta dalle regole, i luoghi comuni sono, appunto, luoghi conosciuti in cui si torna volentieri. Il giallista torna sempre sul luogo del delitto. Amo sottogeneri ancora più codificati, il giallo sherlockiano, che ha regole sue proprie ancora più stringenti (sbagliate di un anno o, in alcuni casi, di un mese e rischiate il linciaggio da parte degli appassionati).
Non so esattamente quando ho iniziato a sentirmi stretta nei confini dei generi.
A volte sono io che ancora li ricerco, come quando progetto racconti sherlockiani, ma sempre di più i paletti hanno iniziato a stancarmi. I miei detective hanno preso a fuggire un po' ovunque senza alcuna voglia di correre dietro ai criminali, i miei eroi(?) fantasy hanno lasciato arrugginire le spade.
Forse era tempo di provare altro.
Forse semplicemente questa storia è venuta a bussare adesso perché sapeva che la porta sarebbe stata aperta.
Non è stato un percorso semplice, né lineare, né indolore.
A oggi sono piuttosto preoccupata per quello che sto scrivendo perché io non so dargli una collocazione. Il fatto che la protagonista abbia sedici anni dubito che possa renderlo automaticamente uno YA.
Non solo non ha più senso, quindi, fare un post sulle regole della scrittura, ma ha senso farlo sull'infrangere le regole della scrittura.

LE REGOLE SCRITTOREE CHE STO INFRANGENDO.

1 – La struttura in tre atti
Di tutto questa è sicuramente la cosa più grave e, per me, più preoccupante. Perché la struttura in tre atti non è solo una regole di scrittura, ma è proprio il format narrativo più comprensibile dal nostro cervello. Puoi girarlo, rovesciarlo e manovrarlo come vuoi, ma rimane il fatto che è più facile collocare gli eventi dell'Odissea, sia secondo la fabula che secondo l'intreccio, di quelli Iliade, perché l'Odissea ha una struttura in tre atti più definita dell'altro (che comunque ce l'ha). Quindi maneggiare una storia che non stia dentro uno stampo narrativo millenario mi preoccupa.
La storia fa, la storia decide, però.
La protagonista ha sedici anni e va a scuola, quindi ci si aspetta una narrazione che segua il calendario scolastico, come fanno i libri di Harry Potter, da settembre a giugno. Però gli altri personaggi importanti girano tutti intorno a una squadra di sport invernale, il cui calendario agonistico fa da agosto a marzo. E se magari potrei anche spostare i mondiali della disciplina, ma di un mese, non di due, le olimpiadi, juniores o senior che siano, invernali a maggio/giugno non sarebbero credibili. Non lo sarebbero. 
Da questa cosa non ne esco. Poiché alcuni eventi della trama dipendono dal calendario agonistico e altri da quello scolastico e il Natale, le Olimpiadi e la Pasqua, ahimè, hanno una fluttuazione scarsa o nulla, non riesco a intortare la storia nella forma più congeniale.
Quindi il "momento di massima difficoltà", che dovrebbe stare a ridosso della fine, resta a febbraio, dando a tutto il romanzo un'andatura strana e anticonvenzionale che, in realtà, era voluta solo fino a un certo punto.

2 – Narratore e narratario
Nel caso in cui una narrazione sia in prima persona, la mia lo è, bisogna pensare a perché qualcuno racconta la storia e a chi la sta raccontando. Ho pensato a varie cose, qui, dal diario al blog, ma non erano credibili. Anche se alcuni miei alunni davvero tengono un diario, non penso che la mia protagonista potrebbe farlo. Quindi siamo nel campo del flusso di coscienza ingiustificato. Alcuni eventi avvengono in una sorta di presa diretta, altri invece sono pensato a posteriori. I capitoli sono sostituiti da una scansione temporale. Ogni parte è un mese, ogni capitoletto è una sequenza temporale. Così alcune giornate durano venti pagine e altre mezza.

3 – Le regole del YA
A livello editoriale so già che sarà questa la cosa che mi fregherà. Nel senso che se hai protagonisti adolescenti devi scrivere per adolescenti. Io non sono del tutto sicura che questa sia una storia pensata per adolescenti. Di sicuro parte seguendo le regole del YA, ma poi devia. L'inizio è quanto di più standard ci sia. Una ragazza si trasferisce in una nuova città e conosce nuova gente. Ma non c'è il bello e dannato e il bello/amichevole/rassicurante tra cui scegliere (nei romanzi vince sempre il bello e dannato). Anzi, in realtà la storia d'amore, che pure c'è, è la cosa che in assoluto fila più liscia. Non è quello proprio il cuor della storia. In compenso, visto che hanno sedici anni pensano molto a quello che possono fare da soli in una camera da letto, a quello che è già successo e a quello che magari succederà o non succederà. Questa è la prima storia che io abbia mai scritto, beve o lunga, in cui compaia la parola "preservativo".

4 – Le regole della storia sportiva
Volendo questa poteva almeno essere una storia sportiva. C'è qualcuno che ha del talento, ma bassa autostima, parte da una posizione svantaggiata, trova un allenatore su cui all'inizio nessuno scommetterebbe e... beh, Karate Kid lo abbiamo visto tutti.
Allora, c'è una ragazza con una bassa autostima, che però non fa sport e continua a non fare sport. Ci sono altri ragazzi che invece lo sport lo praticano. C'è un allenatore che ci prova davvero, ma è alle prime armi, ha anche problemi suoi, fa un sacco di errori... E non sono sicura che alla fine ci sia la catarsi vittoriosa. La mia visione dello sport è sempre ambigua e ambivalente. A me praticare sport agonistico ha fatto un sacco di bene, ad altri ha rovinato la vita. E quindi niente, ci siamo giocati anche le regole della storia sportiva.

5 – Usare e dosare con consapevolezza il proprio vissuto
Con consapevolezza, certo.
Quindi l'altro giorno mi sono ritrovata a dire a una persona che "forse" riconoscerà qualcosa dei tempi in cui io praticavo sport e lui era l'allenatore in seconda. Forse, eh. E in quel momento esatto mi sono resa conto che ho cambiato lo sport, il contesto, l'ambientazione, ma un personaggio si chiama esattamente come la  ragazza che entrambi abbiamo conosciuto. E in realtà non era quella la cosa di cui volevo parlargli e che forse avrebbe riconosciuto. Consapevolezza, questa sconosciuta.


Intanto, però, la storia prosegue e prosegue anche la vita. 
Ho scritto questa storia immaginandola ambientata in questo anno scolastico e sportivo, quindi con qualche mese di anticipo sulla realtà.
È iniziato ottobre, uno dei mesi che trovo più belli dell'anno, anche se lo trascorro quasi interamente a scuola. Quindi vi regalo uno spezzone di ottobre montano visto dalla mia protagonista.

Non ero mai stata in montagna a ottobre. Chi ci andrebbe mai, finita la calura che ti spinge in quota e prima della neve? Quindi non li avevo mai visti i colori delle foglie contro il cielo terso. Le betulle hanno un giallo quasi paglierino, gli aceri sono rossi, ma di un rosso abbagliante, diverso da quello tra l’arancio e il ruggine dei faggi. Questi ultimi, decido, sono le mie piante preferite. Con i loro tronchi grigi e dritti hanno l’eleganza degli alberi di Lorien del Signore degli Anelli, piante per creature privilegiate. Quando ci si passa sotto, le foglie formano un fruscio di cui puoi, quasi, distinguere le note. Sopra, il cielo è terso, percorso dal vento che ha già portato, nei giorni scorsi, le nubi a scaricare la neve sulle vette. Che cosa strana, penso. La montagna non può essere un ambiente ospitale per l’uomo. Un minimo di istinto di sopravvivenza dovrebbe portare la nostra specie a trovare bello ciò che meglio le si adatta (quindi, considerata la nostra storia evolutiva, la savana, forse), non un luogo ostile come la montagna poco prima che arrivi l’inverno. Eppure adesso mi sembra che chiunque non abbia visto le Alpi in certi giorni di ottobre si sia perso qualcosa di vitale.
Il lago è una spettacolo di riflessi. Un mondo amplificato in cui si duplicano i colori dell’autunno e che appartiene a noi soltanto. Arrivati sulla riva, Aleksej non si ferma neppure. Getta lo zainetto sull’erba, toglie le scarpe e le calze, slaccia le cerniere sui polpacci dei suoi pantaloni tecnici da corsa, li rimbocca fino al ginocchio e prosegue nell’acqua bassa.
– Venite, è bellissimo! – grida, alzando una mano per farci segno di entrare.
In tre lo guardiamo come fosse un alieno.
– Sapete, viene da un posto in cui i mammut sono morti congelati – commento, un po’ incredula.