venerdì 12 luglio 2019

Chernobyl, la serie di cui avevamo bisogno – visioni


Lunedì sera è andata in onda la quinta e ultima puntata di Chernobyl, la serie incentrata sul più grande disastro nucleare mai avvenuto ed è stata, per molti versi una visione necessaria.

Chiunque avesse l'età per fissare i ricordi, sa come visse quella primavera del 1986. Io avevo sei anni e una mamma biologa che seguiva le notizie quasi minuto per minuto, discutendo di fatti e ipotesi, guardano male, come tutti, i tetrapack del latte e l'insalata. Quello e il seguente sono stati gli anni in cui mio padre, accanito cercatore di funghi, si è astenuto dalla raccolta. Sono stati i mesi in cui ovunque si discuteva del nucleare a anche a me, bimba di sei anni, sono state date delle informazioni base. Nella mia famiglia mia madre era comunque favorevole al mantenimento delle centrali in Italia e mio padre contrario.
Insomma, ognuno ha i suoi ricordi e per una serie televisiva giocare sulla memoria e il sensazionalismo di un evento così grosso sarebbe stato facile.

Sin dall'aspetto visivo, però, la serie cerca un'altra strada, meno facile e meno ovvia. Gioca al ribasso, creando le sue sequenze migliori a livello registico come in horror a basso budget, con cunicoli stretti e uomini che spalano detriti. La sequenza più angosciante di una serie che poteva giocarsi un'esplosione nucleare svariate volte superiore a quella di una volgare bomba è quella di un uomo che spala dei detriti oltre un bordo. Già questo è notevole. Per vedere il reattore esplodere lo spettatore deve arrivare alla fine della quinta puntata, in quello che potrebbe essere il peggiore degli spiegoni, una puntata che si regge su cartellini rossi e cartellini blu (!) e invece è un crescendo emotivo. 
Chernobyl ha una sua idea molto chiara su ciò che vuole raccontare e su come lo vuole raccontare ed è questa la cosa importante.

Chernobyl è una serie sulla scienza e sulla verità. 
Sulla scienza che è l'unica cosa a cui puoi aggrapparti quando tutto sembra perduto, per limitare i danni. Sulla verità che verrà fuori suo malgrado, perché una somma insostenibile di piccole bugie può creare un disastro epocale.
In un'epoca in cui l'opinione assurge a fatto, già questo mi sembra notevole. Ancora più notevole è la chiarezza espositiva con cui procede. La ricostruzione dei fatti, per quello che posso capirne, è estremamente accurata eppure non è mai pedante, anche quando per forza di cose deve addentrarsi nei tecnicimi. Tutti i comparti tecnici sanno cosa fare per muovere una grande storia senza sminuirla ma rendendola comprensibile.

La narrazione di Chernobyl non si basa sul disastro o sulla narrazione degli eventi, ma sulla narrazione delle scelte. Scelte che non si dividono solo in giuste o sbagliate, ma in fatte con cognizione di causa o meno.
Uno dei personaggi che viene seguito per quattro puntate e con cui non si può non empatizzare è la moglie di un vigile del fuoco che fa ogni scelta sbagliata e suicida possibile, ma non sa di farlo. A ogni inquadratura noi spettatori conosciamo il pericolo, ma lei no e in ogni momento ci chiediamo se avremmo fatto diversamente, se il suo sia coraggio, stupidità o solo ignoranza.
Allo stesso modo il coraggio non viene determinato da quanto un personaggio fa sul momento e sotto stress, ma dalla consapevolezza con cui opera. C'è chi non ha idea di fare cose che lo porteranno a morte certa, chi invece lo sa con precisione e fa lo stesso ciò che va fatto.

Come tutte le storie è anche la storia di persone. Ho apprezzato particolarmente la scelta di estremo rispetto per le varie parti coinvolte. Non viene raccontata solo la cabina di regia per la gestione dell'emergenza, ma i comuni pompieri, le loro mogli, i soldati novellini capitati lì per caso, i minatori arruolati a forza. Certo, questo sfilaccia un po' la narrazione, anche considerando le poche puntate a disposizione, ma permette uno sguardo d'insieme che non si limita ai potenti e a colore che sanno.

Inevitabilmente, a spiccare su tutti sono Legasov, capo della squadra scientifica che deve cercare di rimediare ai danni, e Shcherbina, l'uomo del partito che segue la vicenda. Due uomini grigi, non estranei a maneggi poco chiari, tutt'altro che integerrimi, ma che trovandosi a fronteggiare una possibile apocalisse smuovono l'impossibile per arginare i danni. Ora, questa parte è sicuramente romanzata, ma nei miei ricordi del 1986 c'è anche una domanda insistente "e se il nocciolo dovesse raggiungere la faglia acquifera?". Quello che ho sempre saputo di Chernobyl, quindi, è che è stato terribile, ma avrebbe potuto essere peggio. Che siano o no state queste due persone (probabilmente sono state loro) qualcuno comunque ha smosso l'impossibile per evitare l'apocalisse, sacrificando in primis la propria vita. E trovo giusto che sia dato a queste figure il giusto spazio e che sia chiaro che se Chernobyl può essere letto come un mostro costruito dalla scienza è senza dubbio la scienza che lo ha alla fine in qualche modo domato.

La considerazione estemporanea, invece, è che anche qui si vede come tanto sia così terribilmente casuale. Dopo l'ultimo episodio è stato trasmesso un documentario con un tot di interviste ai sopravvissuti. I sopravvissuti sono solo persone fortunate. Gente che a oltre 30 anni di distanza è ancora viva mentre i loro compagni sono morti tutti, senza che abbiano fatto nulla di più furbo o più prudente. Il caso più clamoroso è quello dei tre volontari che hanno chiuso a mano le pompe sciacquettando nell'acqua super radioattiva. Speranza di vita: 3 giorni. Due sono ancora vivi, uno nell'intervista mostrata sembrava anche in buono stato di salute.
L'altra considerazione estemporanea è perché mai i russi se la siano presa. Ci sono gli incompetenti che hanno portato al disastro, certo, c'è il regime che ha censurato informazioni vitali, ma ci sono tutti quelli che hanno dato la vita per scongiurare il peggio. Non so se il disastro avrebbe potuto accadere altrove, ma alla fine della visione è chiaro quanto peggio poteva essere e a chi dobbiamo essere grati. E questi ultimi sono tutti russi.

Al di là di queste considerazioni mie Chernobyl è una serie che va vista.
Da un punto meramente tecnico, perché c'è una totale unità d'intenti tra i comparti e questo porta a un risultato di estrema potenza.
Perché racconta in modo chiaro un evento relativamente vicino nel tempo, ma che sta iniziando a diventare fumoso nella memoria, con grande rispetto per le parti coinvolte.
Perché ribadisce che non possiamo fare a meno della verità e della scienza.

lunedì 8 luglio 2019

Il metodo del coccodrillo – letture


Napoli è una città triste, dove la sfiga, quanto meno, è democratica. Colpisce tutti, vittime, assassini e detective. Non c'è scampo.

Mi sono accorta di non aver mai letto Maurizio De Giovanni e in particolare la serie de I bastardi di Pizzofalcone, da cui nel mentre hanno tratto serie tv e adattamenti a fumetti che mi sono sfuggiti.
Con occhi ancora vergini, quindi, mi sono avvicinata al "romanzo prequel" della serie. Il metodo del coccodrillo. E mal me ne è incorso.

Non vorrei che questa recensione sembrasse troppo una stroncatura. In parte la colpa è mia. Diciamolo subito, Il metodo del coccodrillo è un buon romanzo. È uno di quei romanzi con un'atmosfera precisa, che lo permea dalla prima all'ultima pagina. In questo caso la tristezza. Quindi in parte la colpa è mia, che non sapevo di avere tra le mani un libro tanto deprimente.
Quello che accomuna tutti i personaggi, ma proprio tutti, è la sfiga. Ognuno ha la sua disgrazia. Il protagonista, Lojacono, è stato trasferito a Napoli dopo essere stato accusato ingiustamente di aver passato informazioni alla mafia. La moglie lo ha piantato da un giorno all'altro per colpa della sua caduta in disgrazia a livello sociale e la figlia non gli parla più. Tra tutti i personaggi è quello messo meglio.
Perché l'indagine è incentrata su un killer di figli unici. Uccide figli di genitori soli. O, almeno, è quello che ho pensato. In realtà non è quello il punto, ma ognuna delle giovani vittime viene da una famiglia già sfortunata di suo in cui almeno un genitore ci ha lasciato o è scappato. A coordinare le indagini c'è una giovane magistrato il cui fidanzato è morto... E non è che possiamo pensare che il killer sia una persona allegra, eh. 
Il tutto in una città grigia e indifferente, una Napoli che non sembra neppure avere il caos movimentato a cui di solito è associata, ha il brio di una città scandinava a fine gennaio. L'unico tocco di vivacità è dato dal ristorante in cui Lojacono va a mangiare, gestito da una donna sorridente. Già immagino le terribili disgrazie che incombono su di lei nei sequel.

Detto questo, non è un brutto romanzo. La parte gialla, una volta capito che il killer non puntava volutamente figli a cui è rimasto un solo genitore, ma questo era un discorso di sfiga più generalizzata, l'ho trovata un po' troppo intuibile e il depistaggio di inserire un piano temporale sfasato rispetto agli altri un po'... Ecco... Amatoriale.
Per il resto nulla da dire. Buona caratterizzazione, scrittura scorrevole. Però, ecco, bisogna affrontare la lettura con i giusti oggetti apotropaici a portata di mano, perché la sfiga è democratica e colpisce tutti. A un certo punto pensi quasi che alle giovani vittime sia andata bene, che hanno smesso di soffrire in fretta...


I BASTARDI DI PIZZOFALCONE

Non paga del primo romanzo, avendo acquistato un volume comprensivo di tre romanzi, sono andata al secondo, I bastardi di Pizzofalcone, in cui Lojacono viene trasferito a Pizzofalcone, insieme a una serie di colleghi di cui i vari commissariati di Napoli volevano liberarsi. Il commissariato di Pizzofalcone è quindi una sorta di lazzaretto per poliziotti in disgrazia e desiderosi di rivalsa.
In disgrazia, appunto. 
Volevo vedere se il trend era cambiato. Ognuno dei bastardi può essere presentato con nome e sfiga. Ora, io sono la prima a dire che ognuno ha i suoi dolori, ma diciamo che qui siamo un po' sopra la media. Anche qua è tutto scorrevole e gradevole, ma, ahimè, la trama gialla non mi ha un gran che colpito per originalità.  Ricca donna triste uccisa da una palla di vetro con dentro la neve finta mentre il marito se la spassava con l'amante. Napoli è grigissima e più piovosa di Edimburgo.

Ora, questi romanzi non mi sono del tutto dispiaciuti. Forse ero io che, visto il successo della serie, mi aspettavo di più.
Il mio volume ne comprende anche un terzo "Buio". Considerata l'atmosfera generale e il titolo, ho lasciato perdere.

lunedì 1 luglio 2019

Storie di getto, storie col contagocce.


Quando scrivo, do sempre l'impressione di scrivere velocemente, di getto. Perché di fatto quello che si vede da fuori è che mi metto al computer e scrivo, per tutto il tempo che ho a disposizione (che di questi tempi può essere dieci minuti, ma va beh). Cambia però il tempo che è passato tra quando ho iniziato a pensare alla storia a quando ho iniziato a scriverla.

Ho finito da poco un racconto che è decisamente contagocce. I primi appunti sono dell'inverno 2017. Adesso è uscito un racconto e ho il sospetto che ci sia ancora qualcosa che cova, da qualche parte.
Anche la cosa che ho scritto prima è stata decisamente contagocce. La trama era già delineata prima di Natale, ma ci ho messo fino ad aprile prima di scriverla, montandola e rimontandola nella mia testa.
C'è qualcosa di rassicurante nelle storie contagocce. Sono snervanti in fase di ideazione, perché le idee vengono a pezzi a bocconi. Le metti lì, nel Magazzino nelle Storie Possibili e non sai bene se le userai mai. Immagini una scena, senti che non funziona, ti innervosisci, la guardi e la riguardi, fino a che non ti convince un po' di più.
Però quando finalmente ti siedi e scrivi, ne conosci perfettamente i confini. Sai che arriverai in fondo, sai che alcune parti, magari, ti faranno stare male. Sai quali sono, quante sono, prendi le necessarie contromisure. 

Ci sono invece storie che escono di getto.
Io non credo tanto al discorso dell'ispirazione improvvisa. Credo piuttosto che, semplicemente, abbiano covato a lungo nell'inconscio, abbiano strisciato nel profondo dell'animo e poi qualcosa, all'improvviso, le fa uscire fuori.
Solo che una storia che arriva così, non prevista, dal profondo, non sai bene cosa tiri fuori.
Non ne conosci i confini, non sai se la finirai.
Non ne conosci davvero i contenuti. Quanto starai male scrivendola, quali tombini dell'inconscio possa aprire.
Non mi piace al cento per centro scrivere queste storie. Essendo io cauta, preferisco le storie contagocce, che ho succhiato a poco a poco e arrivano sulla pagina già elaborate. Però non sono io che scelgo. Le storie arrivano.

Ora sono nella strana condizione di essere stata raggiunta da una storia di getto, del tutto inaspettata, arrivata all'improvviso mentre pensavo di covare una storia contagocce (che poi spero ancora di riuscire a far condensare) e allo stesso tempo di star revisionando un'altra storia di getto, scritta un po' più di un anno fa.
Rileggendo quella mi rendo conto di quante cose ci ho messo dentro di cui assolutamente non volevo parlare. Alcune non le avrei mai scritte "a mente fredda" perché sono tematiche che non padroneggio, di altre cose pensavo non avrei scritto mai, neppure sotto tortura. Che poi, per carità, sono nascoste bene, però fa strano rileggere qualcosa che mi ero ripromessa espressamente di non scrivere. 

E poi c'è l'altra storia. Quella che mi sono trovata a scrivere in due giorni. Che vorrei tanto fosse una storia contagocce. Perché ha una struttura per me nuova e vorrei pensarci bene, prima di improvvisare. Perché vorrei montarla e rimontarla nella testa, per essere sicura di arrivare in fondo. Perché non è così piacevole essere scaraventati da una storia subito dopo la parte peggiore di un'adolescenza, nel momento in cui si devono raccogliere i cocci. Perché alcuni cocci, anche per interposto personaggio, può darsi che taglino ancora.
Ma quando la voce di un personaggio arriva nitida e precisa, c'è poco da fare. Ci si mette al computer e si inizia scrivere. E si spera in bene. 
Ed eccola qui, dunque, la mia A.L.

Avete presente certi regali che fanno le vecchie zie o le nonne, di assoluto pessimo gusto o che magari vi sarebbero anche piaciuti, quando avevate cinque anni in meno? Quei regali che non ve la sentite di buttare, perché magari la zia poi è morta e quella è l’ultima cosa che vi ha dato? Finiscono tutti in fondo agli armadi, dietro ai vestiti in cui non entrate più e vi dimenticate di averli.
Ecco, io sono uno di quei regali.

E voi, se scrivete, siete più da storie contagocce o di getto?

martedì 25 giugno 2019

Riflessioni di fine anno scolastico


A fine anno scolastico mi sento un po' come il pontile della foto: letteralmente a pezzi, ma ancora rivolta a qualcosa di bello, che non sono, non solo, le vacanze.

Si è concluso per i ragazzi, ma non ancora per noi, un anno impegnativo, in cui per la prima volta la burocrazia mi è pesata più della didattica. 
Sarà un po' stato il laboratorio PON, con i suoi moduli dal significato imperscrutabile (cosa servirà mai segnalare con precisione maniacale quanti giorni ciascun ragazzo aderente al laboratorio è entrato in ritardo? E, davvero, tutti i documenti dei genitori dei ragazzi, compresi quelli che vivono altrove? Neppure dovessimo usare questi alunni per chissà quale esperimento segreto...), un po' la necessità di rendicontare in modo univoco tutti i progetti di un comprensivo che ha mille piccole sedi.  Sarà, ma per me che sono una di quelle prof che va già in panico quando deve contare i soldi per la gita, tutta questa mole di dati da gestire mi fa sentire uno sciatore da barzelletta che cerca di scendere dalla montagna più velocemente dell'enorme palla di neve subito dietro. E si sa già nelle barzellette chi vince in questi casi...

E poi ci sono questi ragazzi, figli di un mondo in evoluzione, nati da genitori analogici in un mondo digitale di cui non conoscono rischi e regole, sballottati in un presente incerto dalle prospettive nebbiose, spesso con troppe ansie sulle spalle, di cui non sanno farsi carico. Etichettati in un sistema che sulla carta vuole l'inclusione, ma di fatto li divide in pacchetti e pacchettini, H, BES, DSA, DHD, con il PEI e il PDP, sigle che a me ricordano quelle degli additivi chimici sulle etichette di certe bevande dai colori fluo. Ormai ogni libro di testo, ogni programma didattico, ha il suo contenuto diviso per pacchettini, da associare ciascuno alla giusta sigla, dimenticandosi che in fondo sempre di pre adolescenti stiamo parlando.

Quali riflessioni mi rimangono di quest'anno scolastico?

La rivincita del concreto nel mondo del digitale
A me piace lavorare col supporto digitale, per quanto imbranata io sia. Ho un blog didattico, uso tutti i supporti che trovo, eppure quest'anno più che mai ho riflettuto su quanto serva a questi ragazzi usare le mani. Fare. Toccare. Provare.
I miei sono ragazzi di campagna, grazie al cielo. Vanno in bicicletta, nuotano nel lago, vedono i nonni che fanno l'orto. Non so se si rendano conto di quanto siano fortunati per tutto questo. Tuttavia la loro vita esperienziale è mediata dallo schermo. Io capisco poco del fenomeno degli yuotuber. Mi sembrano per lo più di una noia abissale. Gente che parla davanti a una telecamera. Ma forse rispondono a un bisogno elementare: avere qualcuno che ci parli. Permettendoci di illuderci che lo faccia guardandoci negli occhi.
E allora facciamoli uscire questi ragazzi dalle loro camerette, facciamoli toccare il mondo.
Una delle esperienze più belle di quest'anno, di cui sarò sempre grata alla collega che l'ha proposta, è stata la gita in miniera, di cui ho già avuto modo di parlare sul blog. Entrare in una miniera, solo con la luce dei caschetti e poi spegnerli è una cosa che non si dimentica.
Ma mi ha anche sorpreso l'entusiasmo che i ragazzi hanno profuso in ogni attività che permettesse loro di costruire, persino i modellini di inferno, purgatorio e paradiso. O come si riguardano alcune cose create l'anno scorso. 
Questo dopo tutto è un mondo in cui quasi non si stampano più neppure le foto delle cerimonie. Rimane tutto a schermo, perso nella nuvola. L'idea creare qualcosa che rimanga nel mondo fisico acquista una sua dimensione nuova se guardata con gli occhi di questa generazione.

Custodi della terra che abitiamo
Se mi leggete da un po', non avete bisogno che vi ribadisca come la penso su un sacco di cose.
L'idea di dividere l'umanità in "noi" e "loro" mi fa ribrezzo. L'idea di classificare "loro" in base all'origine mi spaventa.
L'istantanea più bella di quest'anno scolastico, è quella dei ragazzi sulla spiaggia del lago. Il lago che abbiamo studiato e, nel nostro piccolo valorizzato, con il famoso e famigerato progetto PON. Ragazzi dalla pelle di svariate sfumature, dal bianco latte all'ebano, con cognomi e origini che vanno dall'Est Europa al centro dell'Africa. Ma quella è la loro spiaggia. È loro perché ci vanno a sguazzare, a prendere il sole, a giocare a pallavolo. È loro perché adesso ne conoscono la storia. È loro perché sanno quanto è fragile l'ecosistema lacustre e sanno che dovranno avere delle attenzioni se vorranno continuare a poterci sguazzare e giocare. 
Non riesco a capire che importanza possa avere il da dove vengano. Sono qui. Sono una risorsa.
Ho scoperto che è molto più facile spiegare le cose partendo da ciò che è vicino, se è possibile. Qualcosa di tangibile, a portata di mano. Funziona per tutti, anche per chi è nato nei posti più disparati.
Si parla tanto di integrazione e io non so mai bene cosa dovrei fare. Ma voler bene al posto in cui si vive, conoscerlo e proteggerlo mi sembra un buon punto di partenza.

Senza zaino ma non senza fonti
Non il prossimo anno, ma quello dopo approderanno nella mia scuola media dei bambini che hanno fatto le elementari "senza zaino". Dato che quell'anno le prime toccheranno a me non c'è tanto da fare diatribe culturali pro o contro. I miei alunni saranno formati secondo il metodo senza zaino e quindi dovrò esserlo anch'io, se non altro per sapere come sono abituati a lavorare.
Quest'anno ho iniziato a studiare per capire innanzi tutto di cosa si tratta. In pratica, per quello che ho capito, che è ancora poco, è un metodo di derivazione montessoriana che privilegia l'apprendimento cooperativo e il lavoro in classe rispetto allo studio casalingo.
Mi sento ancora molto ignorante e non sempre sono d'accordo con quello che leggo e studio, anche se ho un grande rispetto per le maestre delle primarie da cui verranno i miei alunni. Ad esempio io mi trovo bene con il metodo della "classe capovolta" che tutti mi dicono essere simile come impronta generale, ma in realtà parte dall'assunto che gli alunni studino (o almeno leggano) in autonomia a casa il materiale fornito dall'insegnante prima della lezione vera e propria, che quindi è più applicativa (detto più semplicemente: a casa si lavora e pure tanto).
Quello in cui sicuramente non sono d'accordo è eliminare i libri di testo, sopratutto in alcune materie.
So che alcune scuole senza zaino preferiscono far acquistare dei supporti (tipo tablet) piuttosto che dei testi e spesso si appoggiano poi a dei libri di testo "autoprodotti". Cosa che va benissimo in alcune discipline. Nel mio istituto circola già un bel libro di arte "home made". Forse si potrebbe eliminare l'antologia a favore di un utilizzo migliore dei testi della biblioteca scolastica, evitando l'acquisto di un libro scomodo, pesante sia sul piano economico che su quello fisico e di cui di fatto se utilizzo un terzo è tanto.
Ma il libro di storia? Io non saprei produrre un manuale scolastico neppure per la storia antica (che tanto alle medie non si fa più), che è il mio ambito specifico di studi. Figuriamoci per il resto. E se poi arriva un collega negazionista? O un collega di scienze che pensa che la medicina "tradizionale" sia tutta da buttare e che si possa curare il cancro con l'acqua di rose? Perché diciamocelo, professori così ne esistono. Quindi non vorrei mai alimentare, anziché contrastare, uno dei grandi mali del nostro tempo, quello che vuole l'opinione equiparata al fatto. Tutto sommato di questi tempo il caro, vecchio manuale, controllato da qualche cattedratico docente universitario o chi per esso, ma controllato, me lo terrei caro.
Su questo fronte, quindi, sono in cammino, studio, mi guardo in giro, penso.
Alla faccia di chi dice che gli insegnanti hanno tre mesi di vacanze...


martedì 18 giugno 2019

La Trilogia della Luna di Ian McDonald – Letture


Il Trono di Spade sulla luna. In soli tre volumi. Con un finale soddisfacente.

"Il Trono di Spade sulla luna" è quello che ha pensato quasi chiunque abbia preso in mano la trilogia di Ian McDonald ambientata sul nostro satellite a circa tre generazione da noi. Le analogie sono tante.   Cinque grandi famiglie, i Cinque Dragoni, a capo di altrettante industrie si sfidano per la supremazia della Luna. Vi sono una marea di personaggi e di punti di vista, tutti complessi, sfaccettati, impossibili da distinguere in buoni e cattivi. Come nel Trono di Spade una buona parte di questi personaggi sono donne, forti e emancipate, sfaccettate e impossibili da definire come buone o cattive esattamente come gli altri. Come nel Trono di Spade la descrizione della società ha un posto in primo piano e porta a riflessioni non banali.
Detto questo, la trilogia della Luna non è il Trono di Spade sulla Luna, anche se ammetto di averne acquistato un volume a caso (il secondo) basandomi su questa suggestione e non ne sono rimasta delusa, anzi, ho recuperato a tempo zero anche gli altri.
Si colloca in un soddisfacente punto intermedio tra la Space Opera, di totale intrattenimento, e la fantascienza sociale. Non rinuncia a intrattenere, lo fa a mio avviso molto bene, e neppure a proporci società alternative (e inquietanti evoluzioni della nostra) che pongono continui interrogativi morali.
Devo ammettere, quindi, che questa serie di romanzi mi ha aiutato a superare l'ultimo, piuttosto faticoso, mese di lezioni (no, non sono in vacanza, ma almeno le lezioni sono finite e il carico mentale è nettamente diminuito), dandomi, a essere davvero sincera, più stimoli intellettuali del romanzo di Buzzati. Due sono le cose che più mi hanno affascinato, l'aspetto sociologico e i personaggi.


Società di un prossimo futuro

2100.
La terra è soffocata dagli afflati nazionalisti e dalla comparsa di sempre più infezioni resistenti agli antibiotici. La tubercolosi è tornata a fare paura, così come la repressione armata di qualsiasi forma di protesta. 
Di contro la Luna è una società del tutto senza leggi, in quanto, in teoria, un'impresa commerciale dove valgono solo gli accordi tra due parti. Dopo 80 anni di colonizzazione, però, sono ormai più di un milione le persone che vivono sulla Luna. Senza leggi, solo con accordi privati.

Il primo e più affascinante interrogativo che questa serie pone è senz'altro questo: può una società sopravvivere senza leggi, né formali né religiose?
Secondo Ian McDonald la risposta è piuttosto affascinante. La Luna non ha legge, non ha polizia, se non quella privata delle famiglie dominanti, non ha più le nostre religioni tradizionali, non ha, in fondo, un'idea di bene e di male. I tribunali esistono, vigilano che gli accordi tra parti siano rispettati, ma di fatto vince chi è in grado di imporsi e al peggio un bel medioevale duello giudiziario risolve la questione. E tuttavia questa società non è il caos. Vi è una totale libertà di accordi e relazioni, che convive con i cari vecchi matrimoni dinastici. Vige un capitalismo sfrenato, letteralmente si paga anche per respirare, si costruiscono e si perdono ricchezze con facilità sconcertante. Ciò che, però, permette alla società di sopravvivere in quella che pare un'anarchia più affascinante che pericolosa è la consapevolezza di essere in un ambiente ostile. La Luna, viene ripetuto molte volte, non perdona, l'uomo non è fatto per viverci, ogni errore è fatale per se stessi e per il prossimo. La consapevolezza di essere interdipendenti, che ognuno comunque abbia un proprio ruolo permette alla società lunare di esistere, anche senza leggi. Mi piace pensare che McDonald abbia ragione e che, in qualche modo, l'essere umano sia capace di autoregolarsi, almeno sotto una costante minaccia di morte...

Come si è detto, l'uomo non è fatto per vivere sulla Luna, quindi il secondo interrogativo è: come l'umanità sarebbe trasformata dalla propria permanenza sul satellite?
Premetto, avevo letto degli articoli a riguardo e, per quel poco che ne possa capire io, la parte scientifica di questa storia è accurata. 
L'uomo non è fatto per vivere sulla Luna, ma ci si può adattare. Con una gravità inferiore cambia la muscolatura, le ossa si decalcificano, il cuore si modifica. In capo a due anni è necessario scegliere. Tornare sulla Terra o rimanere per sempre sulla Luna. Questo senso di scelta ineluttabile che grava sui personaggi è qualcosa di particolarmente struggente che pervade tutto il romanzo. Per chi ha scelto la Luna la Terra è qualcosa di perduto per sempre e per sempre rimpianto.
D'altro canto, chi è nato sulla Luna non può scegliere, il suo corpo non può più adattarsi alla gravità terrestre. Di fatto si sta creando una nuova sottospecie umana. I nativi della luna sono altissimi e affusolati, con un diverso modo di vivere che diventa presto nuovo modo di pensare. Si sviluppano culture e sottoculture (i licantropi lunari sono allo stesso tempo affascinanti e forse non abbastanza approfonditi), sport, credenze e, alla fine, inevitabilmente religioni.
I Dragoni nascono come industrie, estrattive e di produzione, ma ben presto ciascuno costruisce le proprie città secondo uno stile proprio che finisce per connotare una vera e propria cultura. 


I personaggi

I personaggi di questa saga sono legioni. Sono tanti e un po' ci si perde. Non di tutti forse l'arco narrativo è gestito alla perfezione (sempre che non ci sia un ulteriore seguito), ma nessuno è inutile. L'intuizione migliore di McDonald, dal mio punto di vista di lettrice scribacchina, è quella di connotare alcuni personaggi attraverso il loro hobby, la loro passione nascosta che spesso rivela molto di più della sua immagine pubblica. Così il vanesio figlio di papà rivela una cura del dettaglio e una passione inaspettata nel suo hobby per la pasticceria e il cospiratore per eccellenza nasconde un animo quasi romantico che emerge nel suo amore per la musica brasiliana. Non manca neppure il giovane scrittore di fanfiction, personaggio secondario ma che mi ha molto divertito nel suo analizzare gli eventi secondo gli stilemi della fanfiction. La cosa davvero interessante, dal mio punto di vista, è che sono proprio queste passioni, la parte dei personaggi che emerge attraverso le passioni, a rendere coerenti le loro scelte, quando queste sembrano andare contro a tutto ciò che fino a quel momento il personaggio aveva pubblicamente mostrato.

Per quanto i personaggi siano legioni, la storia è incentrata su una delle famiglie dei Dragoni, i Corta, a partire dalla capostipite, Adrina, i suoi cinque figli (soprannominati il Seduttore, il Cospiratore, l'Oratrice, il Lottatore e il Lupo) e i tre nipoti. L'autore riesce a pervadere tutti i Corta di un fascino particolare, che investe i personaggi secondari quanto il lettore e fa sì che sia davvero difficile non parteggiare per loro, persino quando stanno umanamente antipatici. Tra loro, però, due sono i miei preferiti.

Adriana Corta
Adriana Corta, la quinta dragone, che dal nulla costruisce un impero è diventata rapidamente uno dei miei personaggi femminili preferiti.
Tra tutti i personaggi, lei è l'unica che ci venga raccontata in prima persona, regalandoci il meraviglioso ritratto di una donna che è riuscita da sola a costruire un impero con tutto il cinismo del caso e tuttavia senza de umanizzarsi.
Adriana è una figlia come tante di un Brasile che per certi versi ricorda una certa Italia, che così poco ha da offrire ai suoi talenti. Studia ingegneria sapendo che il solo fatto di essere una donna le dà uno svantaggio. Vede il ragazzo che ama ucciso nella repressione di una rivolta e decide di tentare la fortuna altrove, sulla Luna. Sulla Luna incontra e perde l'amore due volte, costruisce un impero economico senza concedere nulla agli avversari e in qualche modo rimane se stessa. 
Ciò che distingue Adriana Corta dagli altri Dragoni e in fin dei conti la sua famiglia dalle altre, è che i suoi affetti sono sinceri. Le pagine per certi versi più struggenti sono quelle che dedica alla famiglia rimasta in Brasile, mai dimenticata del tutto, e ai figli, sopratutto quelli che ritiene di aver amato meno. Eppure ogni sua parola riguardo a loro trasuda affetto. 
È raro trovare personaggi femminili del genere, sopratutto scritti da uomini. Adriana Corta si innamora di una donna e poi di un uomo, come capo industria è spietata al punto da progettare una potenziale vendetta distruttiva ai danni dei principali avversari e allo stesso tempo è una madre amorevole. Le narrazioni di solito ci mostrano donne che scelgono carriera o affetti, che sacrificano l'una o l'altra parte. Spesso se scelgono la carriera diventano dei mostri inumani. Adriana non sceglie. Non è perfetta, ma riesce a essere se stessa, anche attraverso scelte controverse.
E alla fine la sua eredità è ciò che pervade i Corta. Calcolatori, difficili da decifrare, spaventosi a volte, ma capaci, tutti quanti, di affetti sinceri. "La famiglia prima di tutto", ciò che Adriana continua a ripetere, non è un motto di stampo mafioso. È ciò porta i suoi figli a cospirare l'uno contro l'altro, dare voce alla possibilità di uccidersi a vicenda, salvo poi fidarsi ciecamente l'uno del l'altro nel momento del bisogno.

Lucas Corta
Tra i cinque figli e tre nipoti di Adriana il mio preferito è senza ombra di dubbio Lucas Corta, il Cospiratore. Io ho un debole per i personaggi molto trattenuti, che faticano a mostrare i propri sentimenti al punto da esserne spesso considerati privi.
Lucas, il figlio che Adriana ha avuto subito dopo la morte del marito e che pertanto è convinta di non essere mai riuscita ad amare davvero, è la mente della famiglia. Quello che ha sempre un piano, spesso più di uno, che è in grado di sfruttare con cinismo qualunque cosa a proprio vantaggio. Lucas Corta è in grado di far trapelare perfettamente il disprezzo, ma mai l'affetto, al punto che nessuno sa se voglia davvero bene alla madre o se la rispetti per togliere l'eredità al primogenito. Lucas Corta è anche il raffinato musicofilo, in grado, attraverso la musica di svelarsi, anche a se stesso, fino al punto da ammettere che ciò che ha sempre desiderato non ha nulla a che fare con la ricchezza e il potere.
Quello che più mi ha colpito di questo personaggio e che lo distingue da tanti altri costruiti come lui (e che comunque con me funzionano sempre) è il suo concetto di amore. Lucas Corta è un uomo di potere e di cospirazione,  capacissimo di fare cose terribili eppure per lui l'amore vuol dire rispetto.
Lo vediamo all'inizio condiscendente verso i capricci di un figlio che sembra solo cresciuto con troppo denaro. Ma alla fine, quando lo vediamo difendere fino alla guerra aperta una scelta del figlio, si intuisce che il suo altro non è che il rispetto per un ragazzo che non sarà mai un capo industria, ma a cui si vuole concedere il diritto di essere qualsiasi altra cosa voglia voler essere. È Lucas l'unico a conoscere le esatte condizioni di salute di sua madre, a farle compagnia alla fine, perché, al netto degli scatti d'ira, lui ne rispetterà fino in fondo le scelte. E quando infine si innamora, nonostante abbia tutto il potere che può avere un uomo ricco in un mondo senza legge, accetta di essere rifiutato.

sabato 15 giugno 2019

Un amore – Piovono Libri



Un cinquantenne irrisolto, in crisi di mezza età, frequentatore abituale di prostitute, vorrebbe averne una a sua completa disposizione e si inventa di esserne innamorato. Lei ne farebbe volentieri a meno, ma i soldi di lui sono comodi. Seguono 300 pagine di film mentali con saltuari elogi della prostituzione minorile.

Questa, ridotta all'osso è la trama di Un amore, romanzo di Dino Buzzati, libro del mese del gruppo di lettura, che mi ha lasciato con poche certezze e molti "non lo so".

Non posso dire di essere un'esperta di Dino Buzzati, di cui ho letto Il deserto dei Tartari e molti racconti (alcuni li amo parecchio). Non avevo mai sentito parlare di questo romanzo. Un libro quasi dimenticato, prova ne è la copia che ho preso il prestito nella biblioteca del paese, riesumata dopo un certo lavoro di ricerca e che non era più stata data in lettura dal 1988.

"Non so" credo sia il commento che più mi è venuto alle labbra, leggendolo. La storia è quella che ho riassunto. 300 ossessive pagine nella mente di un cinquantenne irrisolto che vorrebbe a sua disposizione una giovane prostituta. Lei gli racconta un sacco di storie per coprire probabilmente una verità di estremo squallore di cui a lui non importa niente, lui continua a farsi improbabili film in testa su di lei, sulla vita che conduce, sulle sue motivazioni e in fin dei conti sui sentimenti che prova. Perché è ovvio che "amore", a dispetto del titolo ,non è il sentimenti che porta Dorigo a immaginare che per lei forse la cosa migliore sarebbe essere investita da un tram e finire mutilata (!) e che, d'altra parte, non lo spinge mai a fargli una proposta concreta che dia a questa ragazza almeno la speranza di una possibile vita diversa.
Il fatto di rimanere per tutte le 300 pagine (un po' più o un po' meno a seconda dell'edizione) nella testa non proprio centrata di lui nega a questo romanzo la possibilità di farsi davvero indagine sociale. C'è molta più Milano, città in cui è ambientato, molta più analisi di una società che cambia in Venere Privata di Scerbanenco.
Questa è la storia di un'ossessione che, però, non diventa neppure estrema come, per dire, in Lolila. Alla fine quella di Dorigo è una sbandata che sì, magari gli vale qualche commento di disapprovazione, ma nulla di più. Non ne compromette la rispettabilità sociale, né la vita professionale. Dopo l'ultima pagina può tranquillamente allontanarsi da lei, la cui vita è comunque appena un poco peggiore rispetto all'inizio della storia, trovare un'altra casa d'appuntamenti (così, bella, così pulita, così comoda, spendere così poco per avere una minorenne compiacente...) e riprendere a fare esattamente ciò che faceva prima dell'inizio della vicenda.

Quello che mi resta, davvero, della lettura sono due cose. La sensazione che di Dorigo in fondo sia pieno il mondo. Uomini a cui non importa nulla di creare un vero contatto umano con chicchessia, preferendone il mero utilizzo e le proprie fantasie. Uomini che neppure si rendono conto dei danni che fanno al prossimo. Uomini per cui, ho pensato, anche l'Inferno è un'inutile spreco di energia. Non so da quanta percentuale di gente così sia composta l'umanità. Se sono la maggior parte, allora hanno ragione gli antichi greci "la cosa migliore è non nascere affatto e, se nati, morire il prima possibile". Insomma, estinguiamoci subito e liberiamo il mondo dalla nostra inutilità. 
L'altra è comunque l'apprezzamento stilistico. 

Buzzati è un autore sperimentale e qui si butta nel flusso di coscienza, si lancia in costrutti grammaticali particolari, utilizza in modo alternativo la punteggiatura e la sintassi. Il risultato non mi è dispiaciuto. Certo, 300 pagine di film mentali improbabili sono comunque troppe, ma in generale scorrono via bene. Dorigo, se non altro, riempie la sua inutilità di belle frasi.

Non so, non l'ho capito, forse non conosco abbastanza l'autore o forse sono tonta io, quale fosse il fine di Buzzati, cosa lo abbia spinto a scrivere questo libro. 
Il buttare la vita in attesa di qualcosa che non arriverà mai, in questo caso un amore, è un tema caro a Buzzati ma non mi sembra che sia questo o solo questo il punto. C'è qualcosa che mi sfugge, come se il romanzo stesso si fermasse sulla soglia di una potenzialità.
Quella di Dorigo per Laide è troppo debole per essere un'ossessione che valga la pena di indagare. Non c'è analisi sociale, perché tutto è filtrato dalle fantasiose elaborazione dell'uomo, al punto che Laide rimane inconoscibile per noi come per Dorigo.
L'interesse dell'autore pare quindi concentrato su Dorigo, un uomo che, dal mio punto di vista non meriterebbe certo un romanzo. Il fatto che comunque il lettore non scopra le conseguenze che questa sbandata avrà sulla sua vita, ammesso che ne abbia, lo rendono ai mei occhi ancora meno interessante. Non riesco a empatizzare con lui, non riesco a compatirlo, ma neppure mi fa arrabbiare. È una creatura del tutto inutile, che non incide nella vita di nessuno (alla fine Laide era nei guai prima, è nei guai durante e nei guai rimarrà anche dopo la fine di questa non relazione). E quindi non riesco a capire fino in fondo perché regalare tutta questa bella prosa alla descrizione dell'inutilità.

Qualcuno lo ha letto e mi offre una migliore chiave di lettura?

domenica 9 giugno 2019

Questo è il nostro lago


C'è una parola che in questi ultimi anni scolastici aleggia nelle scuole, pronunciata con desiderio e timore: PON.
I PON sono progetti finanziati dalla Comunità Europea che permettono di attivare laboratori non banali con risorse che sono di norma fantascienza. Ma... Ma... Ma... Tra il dire il fare c'è di mezzo la burocrazia.
Così capita sovente che un progetto scritto in un momento venga approvato tre anni scolastici dopo, con tutto un corpo docenti cambiato, con tutto da riadattare in corsa. Capita che un PON sullo studio e la valorizzazione dell'ecosistema lacustre finisca nelle mani di un'insegnante di lettere di formazione storica che da quel momento si mette a inseguire ricercatori dell'Istituto Nazionale di Ricerca. Capita che tra un'immersione e una conferenza internazionale una ricercatrice finisca per incantare la docente di lettere con la storia straordinaria delle cozze del lago d'Orta, tornate in modo avventuroso dopo la bonifica che ha ridato vita a un lago che prima era morto. Capita che poi la burocrazia dell'Istituto Nazionale di Ricerca, quella della scuola e quella del PON siano del tutto inconciliabili e si debba rifare tutto da capo. Capita che si trovi un gruppo di ragazzi interessato, disposto a spendere un pomeriggio a settimana per tutto un quadrimestre per studiare l'ecosistema del lago, ma che per iscriversi al suddetto PON si debba portare ogni sorta di documento di padre, madre e così via credo fino alla settima generazione, e tu vai a spiegarlo a un sistema informatico che ci sono situazioni in cui una madre, per dire, può risiedere in Africa.

Può capitare alla fine, in una mattina di giugno, che tutto acquisisca un senso, quando questi ragazzi che sono nati o hanno i genitori nati non importa dove si appropriano della spiaggia che è la LORO spiaggia, quella in cui tutte le estati vanno a fare il bagno. Questi ragazzi troppo spesso accusati, solo per il fatto di appartenere a una determinata fascia di età, di essere tutti dei delinquenti potenziali, o, quanto meno, vandali in pectore. Invece loro hanno visto una bacheca dismessa proprio davanti al molo della spiaggia e per quella bacheca hanno preparato un pannello bilingue (lavorando con GIMP sui computer della scuola, il che è stata un'odissea nell'odissea, tra file scomparsi all'improvviso e esclamazioni sconfortate "io il grafico nella vita mai!") per spiegare la straordinaria storia del Lago d'Orta.
E sono stati loro a spiegare ai giornalisti che sin dagli anni '30 del novecento il Lago d'Orta si era trasformato in una gigantesca pozza d'acido ed è stato poi stato oggetto di uno dei più grandi progetti di bonifica riusciti del mondo. Hanno raccontato di come il ripopolamento stia ancora avvenendo per gradi, di come come per ultime siano arrivate le cozze e di quanto sia forte questo progetto per cui sulle cozze viene messo un microchip perché in caso di rilascio di sostanze inquinanti i molluschi si muovono in modo particolare e quindi vengono usate come sentinelle.

E mentre si mettevano in posa, giustamente fieri del lavoro svolto, io pensavo che il senso di appartenenza ha poco a che vedere col luogo in cui sei nato o da cui vengono i tuoi genitori e molto con il luogo che ami, che vuoi conoscere e di cui vuoi prenderti cura. Più permettiamo ai ragazzi di farlo, più diamo loro gli strumenti per capire e più naturalmente si preoccuperanno di proteggere e valorizzare invece che di danneggiare.

E, alla fine, il mio insegnare sta tutto qui, nel sentire un ragazzo che ha partecipato al progetto dire a un altro che non ci ha partecipato "ma lo sai che se butti un liquido nel lago ci sta per nove anni? E poi ci devo fare il bagno anch'io..."
Perché alla fine, questo non è più "il lago", ma è davvero "il nostro lago".

Non posso farvi vedere i ragazzi che hanno lavorato al progetto, perché alcuni di loro non hanno l'autorizzazione per la diffusione delle foto via social (è già stata una corsa reperire quelle per il cartaceo...), ma il pannello ve lo faccio vedere. Lo hanno fatto ragazzi delle medie, non periti grafici o  studenti del liceo artistico. Adesso sta alla Spiaggia di Lagna, comune di San Maurizio, sulla bacheca proprio davanti al pontile.


Un grazie speciale ai ragazzi, a Monica Spadacini di Ecomuseo del Lago d'Orta e alla dott.ssa Riccardi, esperta di ecosistemi lacustri.