mercoledì 12 luglio 2017

Programmi di scrittura


Oggi ho acquistato senza pensarci troppo un libro che spero sia "da vacanza", L'Acchiappasogni  di King.
Tra i ringraziamenti, che mi diverto sempre a leggere, ho trovato questa nota. Sono 679 pagine. Scritte, a quanto pare, in sei mesi. Le amiche esperte non mi parlano di un capolavoro, anzi, quindi forse questo metodo non funziona poi così bene...
In ogni caso con questo vi auguro buon vacanze. Ci si rilegge verso ferragosto, credo. Qui sono terminati i lavori di ampliamento della casa e c'è un mezzo trasloco da fare, la pupattola sta imparando a camminare e a scavalcare le pareti del box, con tutto quello che ne consegue in fatto di vigilanza, c'è una vacanzina da fare e sopratutto, mi è venuta una gran voglia di terminare un progetto lasciato in sospeso.

Un augurio di serena estate a tutti!

domenica 9 luglio 2017

Letture – Mercurio Loi

Se Sherlock Holmes vivesse nella Roma dello Stato Pontificio?

Così si presenta Mercurio Loi, il nuovo fumetto seriale di casa Bonelli e con queste premesse ovviamente non potevo evitare di leggerlo, ma altrettanto ovviamente non potevo neppure essere priva di pregiudizi.
Perché adoro Sherlock Holmes, sono molto bendisposta nei confronti degli apocrifi, ma i cloni mi irritano. Mi sembra un giocare facile, eludendo insieme la fatica di inventare un personaggio nuovo e le regole ferree che un buon apocrifo impone (chiunque si sia rotto la testa sulle carte d'epoca della Londra Vittoriana o sui tracciati ferroviari non può che esclamare "troppo facile spostarlo in un ambiente che l'autore conosce a menadito"). Poi questo Mercurio Loi mi sembrava proprio uguale, quasi un gemello separato alla nascita e quindi il sospetto di una certa pigrizia da parte degli autori era ancora accentuato.

Dopo la lettura dei primi due numeri non so ancora se Mercurio Loi mi piaccia, ma almeno non mi sembra più un clone mal riuscito del detective londinese.
Sì, Mercurio Loi è fisicamente identico a uno Sherlock Holmes canonico, è dotato di una mente superiore, ha un acerrimo nemico fin troppo cervellotico e ha fatto uso di droghe. Personalmente avrei evitato qualcosina, ma almeno spiccano ai miei occhi di amante del canone più le differenze.
Mercurio Loi è professore di storia all'università pontificia, è fidanzato con una cantante d'opera e fa parte di una misteriosa società segreta che, da quanto ho capito, non ha però scopi politici. Vi è in lui, almeno in questi primi episodi, una certa ambiguità morale che nulla ha che vedere con l'irrequietezza dell'Holmes canonico. Non mi sembra cioè che il desiderio di sapere di Mercurio abbia molto a che fare con il senso di giustizia che, anche quando viene negato, in Holmes c'è sempre.
L'ambiguità morale, poi, sembra ancora di più la cifra del suo assistenze, Ottone. Assai più giovane del suo mentore, Ottone è un membro della Carboneria ed è ben consapevole di aver accidentalmente ucciso un innocente. Il suo stesso collaborare con Mercurio sembra avere un secondo fine, così come, del resto, la fiducia che il professore ripone in lui non è assoluta.
Questa ambiguità e il continuo tornare del tema della maschera è al momento l'elemento più interessante del fumetto, così come l'ambientazione. La Roma del primo ottocento è, a mio avviso, un'ambientazione di raro fascino e assai poco sfruttata. Qui, poi, è ricostruita con estrema eleganza e precisione. Le vicende mettono in risalto le contraddizioni dell'epoca, facendo far al lettore un bel salto in un passato non troppo lontano ma dimenticato dai più.

Altri particolari mi hanno lasciato un po' perplessa, ma, a due soli numeri dall'inizio, forse è presto per giudicare. Mercurio Loi è  ancora in bilico, alla ricerca di un'identità propria, ancora troppo vicino al suo troppo illustre ispiratore. Forse è per questo che sono le figure secondarie, Ottone in primis, ma anche il colonnello muto Belforte, ad avermi colpito più piacevolmente.
Nota dolente, al momento, è l'arcinemico. Ex assistente di Mercurio, Tarcisio sembra in tutto e per tutto un pazzo sfrenato (e non si capisce come Mercurio possa esserselo tenuto in casa per anni), che mette in campo piani fin troppo cervellotici che sembrano poi perdere efficacia nel finale. Sembra, insomma, la brutta copia dei vari Moriarty con cui abbiamo avuto a che fare fin'ora.

In attesa di poter esprimere un giudizio più approfondito, per il momento proseguo la lettura, sperando che Mercurio imbocchi con ancora più decisione una strada propria e si lasci sempre più alle spalle l'ombra di Sherlock Holmes.

mercoledì 5 luglio 2017

Dieci motivi per NON leggere i miei racconti e i miei romanzi


Sono pigrissima in questi giorni, è evidente, e rubo di nuovo un'idea a un'amica blogger, questa volta a Maria Teresa di Anima di Carta.
Allora, è estate e magari cercate una lettura da ombrellone. Qui di lato c'è l'elenco delle mie pubblicazioni "in singolo" e in più c'è tutta un'altra serie di racconti che appare in antologie collettive e riviste. Può darsi che i miei scritti facciano per voi, ma può darsi anche che sia meglio che ve ne teniate lontani.
Ecco quindi una serie di motivi per cui NON leggerli.

1 – CI SONO DEI MORTI AMMAZZATI
Scrivo per lo più gialli e qualche fantasy. La gente muore e muore male. Abbiamo adolescenti sfracellati, omicidi misteriosi, gente affettata con le spade, uccisa da orribili insetti, colpita da proiettili, annegata e malmenata. Questo solo scorrendo rapidamente i titoli della barra laterale. Se cercate storia ambientate nel Mulino Bianco con solo gente felice e sorridente, ecco, forse è meglio di no.

2 – UN SACCO DI MORTI, MA NIENTE SPLATTER
No, mi spiace, non sono Tarantino. Non si direbbe, ma NON mi piace ammazzare la gente, neppure nei racconti. Non dico che non ci sia qualche descrizione un po' troppo precisa di qualche scena del crimine (le più cruenti però sono ancora inedite), ma solo se funzionali alla trama. Non mi piace indulgere sul sangue versato. 

3 – UN SACCO DI LUNGAGGINI PSICOLOGICHE
Ho un brutto difetto, sopratutto per questi tempi. Penso. E anche i miei personaggi, di riflesso, pensano. Questo non vuol dire che non succeda niente nelle mie storie o che mi diletti in flussi di coscienza stile Joyce. È solo che quanto accade dentro le teste dei personaggi è importante almeno quanto ciò che accade fuori.

4 – DOVREBBE ESSERE SOLO EVASIONE SCACCIAPENSIERI, E INVECE...
Sempre colpa di quel brutto difetto di prima, pensare. Non è che perché siamo in un giallo o in un fantasy o nel passato dobbiamo spegnere i neuroni e dimenticarci dell'oggi. Sì, dobbiamo? È a questo che serve la letteratura d'evasione? Ops, allora forse non è la lettura che stai cercando...

5 – NEANCHE UNA STORIA D'AMORE CHE FINISCA BENE!
No, dai, una c'è, in uno dei racconti de La spada, il cuore e lo zaffiro. Ok, una non basta e ammetto che spesso le cose vadano a finire male, se non malissimo.
Ci sto lavorando, davvero. Però se cerchi un harmony rivolgiti altrove

6 – NIENTE SESSISMO, RAZZISMO O OMOFOBIA
Li cercavi nei miei scritti? Ops... 
No, decisamente no. In quanto donna, pur prediligendo protagonisti maschili ho un po' di difficoltà a relegare quelli femminili al ruolo di belle statuine o vittime da salvare. Anzi, spesso sono loro a dare il punto di vista più interessante alla vicenda (anche in storie molto maschili, come quelle con Sherlock Holmes). Quanto al resto ho un'istintiva simpatia per tutte le minoranze marginalizzate, non ci posso fare niente.

7 – NIENTE VILIPENDIO ALLA RELIGIONE
Non è che "niente sessismo, razzismo o omofobia" sia sinonimo di "dagli alla Chiesa Cattolica" (o a qualsiasi altra istituzione religiosa), ok? Ho una forte disprezzo per l'ipocrisia e il fanatismo, ma una simpatia istintiva per chiunque viva con sincerità la propria fede (sarà che ormai sono anche loro una minoranza marginalizzata). Ho un protagonista prete che fa il suo dovere con coscienza, tanto per dire.
Preferisci le storie alla Codice da Vinci con l'Opus Dei cattivissimo che insabbia e ammazza per mantenere il potere? Mi spiace. Cerca altrove.

8 – SONO SCRITTI DIFFICILE
Non è vero!
Ok, lo ammetto, non sono scritti con un vocabolario di 200 parole. In quanto persona di media cultura ne conosco almeno 30000, suppongo.
E non ho paura di usarle.

9 – NON FANNO RIDERE
Morti ammazzati, ricordate? Dovremmo finire brindando in allegria sui loro cadaveri? Queste sono storie che spesso partono da brutte cose e proseguono scavando nella mente di chi con queste brutte cose ci ha a che fare. A me l'ironia piace e non è che non si sorrida mai, anzi. Mi piace anche un certo grado di umorismo nero. Mi piacciono i bruschi cambi di registro, in cui si passa in poche pagine da scene da commedia brillante ad altre drammatiche. Ma sta di fatto che che si parla, spesso, di morti ammazzati e altre tragedie. Farne una farsa mi parrebbe immorale.

10 – PER LEGGERLE DEVO PAGARE
Ehm... Sì.
Io ci ho speso del tempo per scriverle, l'editore ci ha speso del tempo per leggerle, editarle, correggerne le bozze, sistemarle, impaginarle e dar loro una copertina dignitosa. Nulla di tutto ciò è gratis.
Alcune magari non sono perfette e il cacciatore di refusi forse troverà qualcosa, perché nonostante le ore passate a ricontrollare le bozze siamo tutti umani. Nonostante la debolezza intrinseca della nostra umanità riteniamo comunque che non si debba lavorare gratis.
(Se proprio ci tieni a leggere qualcosa che senza pagare, vai nella pagina "Liberi nella rete", ma se lo fai solo per questo sentiti almeno un po' spilorcio...)

domenica 2 luglio 2017

Una cartolina per ogni estate


Mi è piaciuto tanto questo post di Chiara, ripreso a sua volta da Marco Lazzara. In questo momento ho voglia di leggerezza e ho deciso di farne una versione estiva. Le estati della mia vita, come quelle di tutti, non sono state esenti da disgrazie e problemi, ma ho scoperto che, da che ho memoria, ho sempre almeno un bel ricordo estivo. Ci ho pensato in questi giorni e sono arrivata alla conclusione di aver avuto il privilegio, fin qui, di aver avuto delle splendide estati, anche nei momenti peggiori. Segno, probabilmente del privilegio di aver avuto comunque, per quanto non esente dai drammi che abbiamo tutti, una splendida vita, almeno fino ad ora.

1980 – ho pochi mesi, ma il peggio è già passato. Sono in convalescenza dalla pertosse che mi ha quasi portata via, in mezza montagna. Mio padre riesce comunque ad andare per funghi e li ricorda ancora per la loro bontà.

1981 – Sono ancora gracile e malaticcia, ma anche facilmente trasportabile nello zainetto. Delle foto mi dicono che si è scelta la montagna anche nel 1981.

1982 – Abito a Busto Arsizio e per la vittoria dei mondiali l'acqua della fontana di piazza Garibaldi (credo) viene tinta di blu. Non me lo ricordo, ma se ne parla per anni.

1983 – Scopro il mare, ricordi vaghi di pineta e zanzare.

1984 – All'asilo già gioco con due bambine, le stesse (cresciute) della foto dell'estate 2015... Con una di loro ho già condiviso una vacanza.

1985 – Mi lamento di non essere mai stata all'estero, mia mamma mi porta un giorno in Svizzera, a Berna. Ne sono deliziata. Mi viene permesso di prendere un pupazzetto a forma di cane san bernardo che inaugura la mia collezione di cagnolini soprammobile (che credo giaccia ancora in qualche scatolone).

1986 – Mia madre è una convinta femminista e mi cresce il più possibile in modo neutro. Capelli corti e pantaloni. Ma d'estate passo qualche giorno dai nonni e mia mia nonna mi regala di nascosto una gonna rosa a balze. La porto per anni (di nascosto).

1987 – Sempre dai nonni, porto a passeggio con il guinzaglio una delle loro galline. Considerando anche la collezione di soprammobili il crescita, i miei sospettano che io desideri un cane. Arriverà per il mio compleanno successivo, un cagnolino minuscolo dall'ego enorme e il carattere peggiore che io abbia mai visto.

1988 – Estate montana al parco del Gran Paradiso. Credo la più bella della mia infanzia, stambecchi che combattono nel tramonto, camosci che corrono e il fischio delle marmotte.

1989 – Ci trasferiamo vicino ai nonni, la mia vita cittadina è finita. Salviamo uno cornacchia caduta dal nido, quando è quasi adulta la mettiamo nel pollaio dei nonni. Prende il volo poco dopo e mio padre ci resta male. Scopro che ha sempre desiderato girare con un uccello sulla spalla.

1990 – L'estate di Italia '90. Siamo al mare, guardiamo le partite, per la prima volta mi viene data (relativa) libertà di movimento. Mi sento grande.

1991 – Gli alunni di mia madre le regalano un micetto bianco, che lei porta dai nonni. Si rivela essere una lei quando partorisce un unico gattino bianco e nero che viene battezzato Ran. Mia nonna dice che nasconderà il cucciolo e diventerà aggressiva. Lei lo porta dal cagnetto di pessimo carattere e lo cresceranno insieme (questo e gli altri che seguiranno). La più strana coppia di fatto che abbia mai visto. Il cagnetto, giusto per dare l'idea, una volta si è preso 20 punti di sutura da un pastore tedesco che aveva attaccato, ma lascia che i gattini gli saltino sulla schiena.

1992 – Il prof di lettere di prima media mi consiglia Il signore degli anelli. Entro nella Terra di Mezzo il primo giorno di vacanza e di fatto non esco più.

1993 – Dobbiamo svuotare il solaio di casa dei nonni in vista della ristrutturazione. Troviamo le cose più impensate. Tra esse un un forziere chiuso. La chiave sta nello scomparto segreto di un mobile, la recuperiamo giorni dopo. Dentro troviamo delle monete d'oro tra cui un paio di dobloni spagnoli. I Goonies mi fanno un baffo. 

1994 – Finite le medie, vacanza studio in Francia. Capire il francese ci serve davvero uno sola volta, quando siamo in pullman durante la finale dei mondiali e ne sentiamo la radiocronaca.
Sono partiti i lavori di ristrutturazione nella casa dei nonni, dove andremo a vivere. Si è deciso di non trasferire i gatti. La micia dà di nuovo alla luce un unico micetto, anzi micetta. Non si sa come parte di un muretto crolla sulla cuccia. Le si sente miagolare e tutti gli operai si fanno in quattro per salvarle. Ne escono illese, la piccola, Londra, diventa la mascotte del cantiere e si decide di non darla via, come inizialmente previsto. Sarà la gatta più affettuosa che abbia mai avuto.

1995 – Mia nonna decide che non può morire senza aver visto la Statua della Libertà e le cugine che stanno a San Francisco. Partiamo, io, lei  e mia mamma, in tre facciamo forse tre parole di inglese. Non ci affidiamo ad agenzie e non prenotiamo nulla dall'Italia. Evito per un soffio che sul modulo dell'immigrazione la nonna barri "sono un criminale nazista". Non so come, riusciamo a fare tutto e a tornare sane e salve.

1996 – Corso di vela. Primo giorno. Mi mettono al timone. Una barca del corso avanzato perde il controllo e ci sperona, rompendo lo scafo. Tutti a molo. Qualcosa mi dice che non sarà il mio sport...

1997 – Partecipo come volontaria a due scavi archeologici. Nel primo trovo un gruppo di ragazzi giocatori di ruolo e il mio primo fidanzato. Nel secondo trovo un gruppo di ragazzi giocatori di ruolo e uno che mi fa la corte. Capisco di colpo che i miei problemi di socializzazione sono finiti.

1998 – Ops... Di questo ho promesso di non parlare. (Nulla di cui mi sia pentita, però)

1999 – Tra la maturità e l'università metto tutte le mie energie nell'atletica perché so che non avrò un'altra occasione. Sono tesserata per una squadra di Torino e ai campionati italiani mi accompagna in auto un dirigente che è anche il preparatore atletico di Ronaldo. Al rientro nessuno si fila il mio ottavo posto, ma mi chiedono tutti di Ronaldo, cogliendomi impreparata. 

2000 – Con un'amica iniziamo a esplorare l'Europa a basso budget con i mezzi pubblici. Andiamo in Scozia, piove sempre, non arriviamo mai dove vorremmo, ma ci innamoriamo perdutamente del posto. Dormiamo nei luoghi più improbabile. Tra gli altri, un ostello dentro un cimitero del 1500, con la gente che fa picnic sulle bare e uno a Edimburgo in una chiesa sconsacrata con le docce nella cripta.

2001 – È l'11 settembre. Ho allenato per tutta l'estate gli amici alla corsa e questa sera dobbiamo partecipare a una gara e festeggiare la mia imminente partenza per l'Erasmus. Arrivo a casa con le bibite e trovo mia madre in panico. La corsa non viene annullata e decidiamo di partecipare ugualmente. La maggior parte dei podisti è preoccupata che cancellino la maratona di New York a cui sono già iscritti. Capisco che il fanatismo ha molti volti.

2002 – Il nostro peregrinare per l'Europa ci porta in Austria, troviamo un ostello in una dependance di un castello su una collina da cui si domina Vienna. Ci sentiamo più ricche della Sissi dei film.

2003 – Estate di presa di coscienza e ripensamento della mia vita. Leggo i miei due libri preferiti Memorie di Adriano e La mano sinistra delle tenebre.
Riesco comunque a viaggiare e in una sera di pioggia irlandese l'amica con lo zaino blu mi rivela la fine dei cartoni animati della mia infanzia. Non credo di essermi ancora ripresa dal trauma di Georgie.

2004 – I treni ungeresi, per come sono messi, ci fanno quasi rivalutare i nostri. Poi ci rendiamo conto che però viaggiano in orario.

2005 – Altra estate di pensieri e riorganizzazioni della vita.
Lavoro alla Collezione Calderara e scopro l'arte contemporanea.
Leggendo un libro iniziato per caso mi rendo conto che la mia storia d'amore è finita, devo solo farlo capire all'interessato.
I mezzi pubblici dei paesi baltici mettono a dura prova le nostre capacità organizzative e ci rendiamo conto che il tempo di questi viaggi sta finendo. In uno degli interminabili spostamenti in pullman, bevendo dell'acqua marca Hermise nasce il Leynlared, con le sue storie fantasy.

2006 – Primo viaggio con Nicola, oggi mio marito. In Francia, subito dopo la finale dei mondiali. Per evitare che ci sputino nel piatto dobbiamo fingere di non essere italiani.

2007 – Porto Nicola nella terra dei miei avi, in Veneto. Non riesce a comunicare con i locali e le abitudini alimentari e alcoliche del luogo lo sconvolgono. L'ho visto meno spaesato nel deserto australiano...

2008 – Io e Nicola andiamo a convivere. Ci mancano ancora alcune cose fondamentali, come le porte delle stanze.

2009 – Mi sposo il 26 luglio. Banalmente, uno dei giorni più belli della mia vita.

2010 – Il gruppo di viaggio si è ricostituito. Ci inoltriamo nelle terre catare tra Francia e Spagna. Si respira ancora la violenza della storia e traspare un senso di disperazione incombente. Ne nascono due racconti La donna col liuto e Come tela di ragno

2011 – Torniamo in Scozia, ritroviamo la magia. Dall'alto di una scogliera vediamo la sagoma di uno squalo elefante. In memoria dei vecchi tempi trascorriamo le ultime notti in ostello e ci rendiamo conto di non aver più vent'anni.

2013 – Per la prima volta vedo mio marito in costume da bagno e con i piedi a mollo, sembra il persiano, la volta che abbiamo dovuto fargli il bagno.

2014 – Alle Orcadi vedo finalmente le pulcinelle di mare, che inseguo dal primo viaggio. Sono così affascinata che inciampo e per poco non cado dalla scogliera.

2015 – Solo per poche ore, a Nantes, ci troviamo io, il marito e le amiche che conosco dagli anni dell'asilo. Ci rendiamo conto di non avere una foto con tutti insieme e chiediamo a un passante di scattarcene una, quella che vedete a inizio post. L'amica con lo zaino blu sta per partire per una marcia francescana, l'altra è arrivata da Parigi, dove lavora. Per qualche ragione ho l'impressione di immortalare la fine di un'epoca.

2016 – Un anno esatto fa sono sull'orlo del tracollo psico fisico. Non ho ancora i risultati dello scritto del concorso, mentre alle mie amiche sono già arrivati. I miei sono andati al mare e il cane che ci avevano affidato è morto mentre erano via. Ho finito di preparare i documenti per la Colombia, ma ho l'impressione di essere in un limbo infinito. Se mi avessero detto come sarei stata un anno dopo non ci avrei creduto.

2017 – Tutto è cambiato. Anzi no, alcuni orizzonti si sono ampliati. Ho cercato di organizzare un momento con le amiche giramondo insieme, ma sono troppo intente a girare il mondo, faremo di nuovo foto separate. I miei sono partiti oggi per il mare. Ci lasciano da accudire il nuovo cucciolo di cocker e la vecchia cagnetta taglia xxs di mia madre (erede del cagnetto di pessimo carattere della mia infanzia) a cui devo dare una serie di medicine. Speriamo bene...

giovedì 29 giugno 2017

Là, dove le nostre storie (forse) sono

La mia conoscenza di matematica è basica e il mio prof di fisica era notoriamente un imbecille ("è stato messo al classico così ha poche ore e non fa danni"), eppure la fisica avanzata mi affascina. Non riesco fino in fondo a seguire le formule, le capisco a malapena se spiegate passo a passo, ma mi affascina l'infinitamente piccolo e il mondo delle particelle subatomiche. Non mi perdo mai gli articoli a riguardo su Le Scienze, anche se spesso devo limitarmi a introduzione e conclusioni perché la parte dimostrativa è davvero oltre le mie possibilità. 
L'infinitamente grande lo mastico ancora meno, ma guardo volentieri i documentari divulgativi anche se le varie teorie su come funzioni l'universo e cosa ci sia oltre, raccontate senza quella solida base di calcoli e osservazioni sperimentali, sembrano tutte un po' strampalate, più dalla parte della filosofia che della scienza.

C'è chi dice che gli universi siano infiniti. Non ho idea se questa teoria abbia basi più solide di altre né se le nostre menti siano davvero in grado di comprenderla. 
Infiniti.
Vuol dire, però, che ogni possibilità è contemplata.
C'è un universo in cui è tutto esattamente così com'è qui, solo che il mio gatto è tutto nero invece che bianco e nero, un universo in cui è tutto come qui tranne che gli alberi hanno le foglie azzurre e un universo in cui le nostre storie esistono esattamente come le abbiamo pensate.
Se sono infiniti è necessariamente vero, suppongo, se la logica non mi inganna, che ci sia un universo in cui le cose vanno esattamente come noi le abbiamo scritte.

Personalmente, e consapevole che la mia opinione conta meno di nulla, non sono entusiasta della teoria degli universi infiniti. 
Tuttavia voi non avete mai l'impressione che la storia che scrivete esiste già, tutta intera, da qualche parte?
La mia impressione soggettiva non è quella di inventare, decidere e pianificare una storia, anche se poi nella prassi mi metto lì e pianifico, ma di focalizzare sempre meglio qualcosa che già c'è. 
Ad esempio i miei personaggi nascono sempre già con un nome. Come se io li incontrassi per la prima volta per strada e facessimo le presentazioni. È ovvio che in quel momento non so quasi niente di loro, ma scopro in contemporanea il loro aspetto, il loro nome e qualcosa del loro modo di fare. Se devo ragionare su come chiamare un personaggio, o è un personaggio davvero di nessuna importanza, una comparsa da tre battute o c'è qualcosa che non va nella storia.

Immagino che questa sensazione sia dovuta anche al fatto che ho degli universi narrativi ricorrenti. Ho le mie storie di Sherlock Holmes, che sono coerenti tra di loro e raccontano del mio Holmes e del mio Watson (del resto se gli universi sono infiniti, infinite sono anche le varianti di Sherlock Holmes e sicuramente esiste anche la mia).
Ho le mie storie gialle, più o meno ambientate nel qui e ora e comunicanti tra loro (anche se avendole pubblicate a pezzi e bocconi, un racconto qui e uno là, questa interconessione interna di fatto non si vede).
Ho un corpus di storie ambientate in epoca romana, il più piccolo e trascurato, ma magari un giorno lo riprenderò in mano.
Ho il mio mondo fantasy.
I racconti del tutto indipendenti a ben vedere sono minoritari, mentre quasi sempre mi muovo all'interno di un universo narrativo che ho già calpestato in precedenza.
Così mi capita spesso di osservare (e scrivere) qualcosa che è in apparenza una contraddizione o una nota incongrua. Poi ci torno su, magari anni dopo e mi rendo conto che invece aveva perfettamente senso. Come, se, appunto, vedessi meglio qualcosa che già era così fin dall'inizio.

Ho appena finito di scrivere un racconto del mio universo fantasy che era in lista d'attesa da anni (ne ho ancora uno in quella lista d'attesa, poi avrò scritto tutto quello che mi ero promessa di scrivere anni e anni fa) ed è, tra le altre cose, la storia di una spada.
La prima volta che ho visualizzato un personaggio di quell'universo narrativo aveva in mano una spada che non avrebbe dovuto avere. Perché aveva uno zaffiro nell'elsa, cosa che la connotava come una spada dinastica, eppure lui non era un membro della famiglia reale né aveva ricevuto quella spada dalle mani del sovrano (che tuttavia sapeva che era in suo possesso e non diceva nulla). Ho scritto un intero romanzo, anni fa, con per protagonista un personaggio che ha in mano una spada che a logica non dovrebbe avere.
È stato solo dopo che ho capito (scoperto? inventato?) il perché. Non era per nulla un caso, quella era la spada del sovrano precedente e c'era tutta una serie di motivi perché non fosse finita nelle mani del suo legittimo erede, che invece ne usava un'altra (la cui storia è finita nel racconto appena terminato). 
Più o meno la stessa cosa mi è capitata con lo Stradivari del mio Sherlock Holmes (prima o poi verrà pubblicata la storia in cui si racconta come è arrivato nelle mani di Sherlock) e con il povero di bulldog di Watson, che non ho potuto salvare, perché, guardando bene, era come se la sua storia fosse già stata scritta.

Razionalmente posso dire che probabilmente alla base di queste incongruenze ci sono delle intuizioni narrative che poi, ragionandoci su, finisco per dipanare, trovando un modo per far incastrare gli eventi narrati l'uno nell'altro. Tuttavia mi rimane anche forte l'impressione di avere uno spiraglio verso un mondo in cui queste storie esistono, bisogna solo avere la pazienza di osservare bene ed essere capaci di raccontarle nella giusta maniera.

Non mi piace l'idea che gli universi siano infiniti. Ma, se è così, allora le nostre storie, da qualche parte, esistono. E noi dobbiamo sono mantenere questa sorta di connessione con l'altrove e osservare bene per poi raccontarle a dovere. Ecco, questo è un pensiero che mi spiace già di meno.

Voi non avete mai questa sensazione?

lunedì 26 giugno 2017

Al Gran Giallo Città di Cattolica (ma la vita vera è più crudele di un giallo)

Ci sono momenti in cui si percepisce la l'assurdità di tutte le nostre preoccupazioni e il nostro affannarci dietro a cose che scompaiono quando ciò che è davvero importante prende il sopravvento.
Ieri sera, arrivata a casa, subito dopo aver fatto, tutta fiera, questa foto, mi è arrivata questa notizia e oggi la conferma: uno di loro è il fratellino di una mia alunna. 
La verità è banale. Non ci sono parole. Non so che scrivere e come guardare la scrittura alla luce di questi fatti. Più mi inoltro nella vita e più penso, tuttavia, che il senso della scrittura sia anche nel condividere emozioni e sofferenze. Leggiamo e scriviamo per gettare ponti tra il nostro sentire e farci coraggio a vicenda nell'attraversare la vita.

Non è questo, ovviamente, il post che avrei voluto scrivere al ritorno da Cattolica, non so neppure se sia il caso di scriverne uno. Alla fine, questo è un blog personale, non una testata giornalistica, e a volte torna ad assolvere alla sua funzione principale, quella di diario, per riflettere e ordinare le emozioni, anche quando si incatenano fatti talmente diversi e opposti che sembra assurdo parlare di una cosa invece che di un'altra. Eppure non farlo mi sembra quasi peggio.

Sabato sera, a Cattolica, non c'era nulla a turbare l'atmosfera di festa. 
La pupattola in questi giorni ha conosciuto il mare e del fine settimana, alla fine, sarà questo il mio ricordo più bello, come rideva nel salvagente giallo e l'espressione di mio marito, la creatura meno acquatica che si possa immaginare, che pur di non perdersi in suo sorriso è avanzato fino ad avere i piedi a mollo.
Anche questo da un po' un senso al mio affannarmi a scrivere. Senza questo premio non avrei mai convinto il marito ad andare al mare e ci saremmo persi lo sguazzare gioioso della pupa, la sua sorpresa alla scoperta della sabbia e gli occhi sgranati davanti ai pesci dell'acquario.

Quanto al premio, ci pensavo durante il viaggio, sono cinque anni ormai che bazzico il mondo del giallo e in particolare i premi letterari legati al Giallo Mondadori. Mi piacciono per la trasparenza e la passione che ci mettono sempre gli organizzatori e non vedo molte altre strade per valorizzare un genere, il racconto, che mi piace particolarmente.
Una cosa però non riesco proprio a cambiarla. Vivo malissimo il momento delle premiazioni. Mi paralizzo come un coniglio in trappola e non riesco a scambiare due parole. Non mi ammutisco del tutto. Come certi alunni, se interrogata rispondo. Se messa a mio agio interagisco. Se so che devo parlare in pubblico lo faccio. Ma di mia spontanea volontà rimango immobile tremante senza riuscire ad avanzare di un passo. Il risultato è che finisco pure per sembrare arrogante e antipatica perché non riesco a salutare le persone che conosco. Figuriamoci ad attaccare bottone con chi non conosco, anche se si tratta di autori che ho letto. Figuriamoci se si tratta di autori famosi che ho letto.
Ecco, un po' mi porterò il rimpianto dell'occasione mancata perché sono rimasta paralizzata in stile coniglio.
Perché la cifra del Gran Giallo Città di Cattolica è la qualità della giuria. Sia la pregiuria che la giuria finale sono composte da autori affermati. Il fatto di essere arrivata in finale (non ho vinto e non sono arrivata nei primi tre, ma va benissimo così) vuol dire che il mio racconto è stato letto da, tra gli altri, Franco Forte, Carlo Lucarelli, Valerio Massimo Manfredi. È stato letto davvero.
È trapelato, ad esempio, che non è stata una riunione di giuria facilissima quella finale. Tra i giurati c'era un dibattito ancora in corso sulle caratteristiche che debba avere un buon racconto, se preferire un giallo classico ben strutturato o un racconto più innovativo, magari meno facile e perfetto. Mi ha colpito il fatto che i giurati se la siano presa a cuore, stavano ancora discutendo tra di loro di un racconto. Alla faccia del fatto che gli esordienti non hanno attenzione. Con tutto quello che si dice del mondo dell'editoria, questo fatto mi ha quasi commosso, mi ha dato la concreta sensazione che le strade ci siano per farsi notare. Bisogna essere bravi, ovviamente, maledettamente bravi. Ostinarsi a cercare la migliore forma possibile per provare a dire quello che si ha da dire.

Io sono molto fiera del mio racconto "Signorina Maestra" che è arrivato in finale. È un racconto lontano dai canoni del giallo classico, che affonda nei ricordi di guerra partigiana di mia nonna e racconta il coraggio senza gloria di chi decide di andare avanti nonostante tutte le batoste della vita.
Sono contenta che questa giuria abbia letto di me proprio questo racconto. Mi piacerebbe che questo racconto trovasse comunque il suo pubblico e mi piacerebbe riprovare con il Gran Giallo, con un racconto che magari li faccia discutere per ore. Chissà, magari la prossima volta riuscirò anche a scambiare due parole con gli altri concorrenti e con i giurati...
Di sicuro spero di non trovare mai più al mio ritorno certe notizie. Anche per questo, per associare questo concorso a ricordi diversi vorrei partecipare di nuovo

giovedì 22 giugno 2017

Il bacio della vedova – racconto giallo inedito, epilogo

Ed eccoci al finale!

Parte prima

Parte seconda

Parte terza

Parte quarta

Parte quinta

Riassunto breve
Padre Marco, parroco e docente di religione in un liceo, è a Parigi come accompagnatore di alcune classi in gita. In un mattino di pioggia lui e gli altri colleghi si rendono conto che uno degli alunni, Livio Massenzio, è scomparso.
Parlando con i compagni di classe dello scomparso, si scopre che Livio aveva dato appuntamento a un ragazzo di un'altra scuola, anche lui in gita a Parigi. Questi, Massimo, di madrelingua francese, aveva organizzato per lui e l'amico l'incontro con una escort, Amelie. Massimo, tuttavia, è tornato da solo al proprio albergo dopo aver lasciato Livio ancora in compagnia di Amelie.
Padre Marco, in compagnia della collega Anita, si reca quindi nel quartiere di Pigalle alla ricerca di Amelie, sperando che lo scomparso si trovi ancora presso di lei. Scoprono, però, che il ragazzo ha lasciato l'appartamento della giovane prima dell'alba. Quando stanno per perdere le speranze, padre Marco riceve una telefonata: Massenzio è stato fermato poco dopo aver ricevuto un ingente quantitativo di droga da uno spacciatore e si trova in commissariato.
In commissariato, padre Marco capisce che la compravendita di droga era stata organizzata da Massimo, l'amico di Livio e che questi, in cambio della notte con la escort, doveva portare in Italia un pacchetto che gli sarebbe stato recapitato. Fermato dalla polizia francese, Livio non era riuscito a dire nulla a sua discolpa.
Il commissario francese non sembra ben disposto né nei confronti del ragazzo né del prete, padre Marco decide quindi di sfruttare i pregiudizi dell'uomo fingendo di avere importanti agganci in curia, in grado di trasformare l'arresto del ragazzo in un caso diplomatico

IL BACIO DELLA VEDOVA – EPILOGO

Anche così la liberazione di Livio non fu né facile né immediata. Marco dovette davvero farla una telefonata, questa volta ad un amico maresciallo dei carabinieri, giusto per accentuare l’impressione che il caso potesse tramutarsi in un enorme pasticcio diplomatico. Fu trovato un interprete abilitato e Livio fu infine ascoltato. Le sue dichiarazioni combaciarono alla perfezione con quelle dello spacciatore anche se ne l’uno ne l’altro, con un certo dispiacere di Marco, misero nei guai Massimo.
 Livio disse che, uscito dalla casa di Amelie, o Sandrine che dir si volesse, un giovane gli si era avvicinato e gli aveva messo il pacchetto tra le mani, dicendo qualcosa di incomprensibile in francese. Visto il posto, il fare ambiguo dell’uomo e il suo stato di euforia confusa, il ragazzo non aveva fatto altro che trovarsi perplesso sotto la pioggia con quel pacco tra le mani. E subito dopo era arrivata la polizia. Marco non avrebbe saputo dire se l’aver omesso il ruolo avuto dall’amico fosse un atto di lealtà o fosse dovuto al fatto che, tutto preso dagli eventi, Livio non avesse ancora fatto il collegamento. 
 Lo spacciatore, dal canto suo, aveva detto che la roba gli era stata commissionata e pagata da un certo Max, un ragazzo con il quale aveva già concluso affari in precedenza. A quanto gli risultava, era un diciottenne francese che abitava fuori Parigi. Il giorno precedente gli aveva mandato una mail dicendo di dare la merce ad un adolescente che sarebbe uscito dallo stabile dove c’era l’appartamento di Amelie. Non aveva mai visto prima l’adolescente in questione, gli aveva parlato, ma questi non sembrava aver capito. Dal momento che era già stato pagato, lo spacciatore si era limitato a mettergli il pacco in mano e ad andarsene… Per finire dritto tra le braccia della polizia.
 Padre Marco non dubitava che la mail che descriveva l’adolescente a cui dare la roba stesse da qualche parte nella memoria dell’iphone nella sua tasca, ma evitò di dirlo.
 Livio fu rilasciato in serata, stanco e avvilito.
 Non aveva l’aria di uno che fosse appena scampato al bacio della vedova.
 – Appena lo sanno i miei, mi ammazzano – disse – E i miei lo sapranno, vero?
 – Sì – rispose Marco.
 La giustizia in qualche modo doveva fare il suo corso.
*
 Arrivò infine anche l’ultimo giorno della gita e la cena congiunta delle due scuole.
 Per la maggior parte dei ragazzi, ragionò Marco, era stata una gita normalissima. Cioè un’esperienza unica che avrebbero ricordato per il resto delle loro vite. Alcuni amori erano sbocciati, altri erano finiti, qualcuno si era ubriacato per la prima volta. Pochissimi di loro avevano davvero visto Parigi, ma la maggior parte ne avrebbe portato un ricordo dolce, per quanto sbiadito, per il resto della loro vita.
 – Ho finito il libro che mi hai prestato ieri. 
 Anita era venuta a sedersi di fianco a Marco e gli porgeva Il bacio della vedova.
 – Come lo hai trovato?
 – Triste.
 “Per un attimo aveva creduto che il passato non insegue un individuo, che non lo segna per sempre e che la vita è qualcosa che si può ricominciare. Che coglione! La vita non la si può mai ricominciare, non è una partita di baccarà. Se uno volta la carta sbagliata, lo fa davvero e per sempre. I giochi sono fatti.”
 È davvero così? Livio è condannato ad essere per sempre un idiota? E Massimo diventerà un delinquente?
 Marco si strinse nelle spalle.
 – Può essere. La vita non è prevedibile come la letteratura, però. Può capitare di tutto. Livio va a casa, rimane in castigo per il resto dell’anno scolastico. Riesce a tirar su i voti. Di più, scopre che gli piace la chimica, o persino il francese. Capisce a quale facoltà vuole iscriversi, lo fa, trova una ragazza e di colpo riesce anche a ricordare questa gita con piacere, per quelle due o tre cose utili che gli ha insegnato Sandrine.
 Anita sorrise all’ultima frase.
 – Sei davvero uno strano prete. Può accadere davvero?
 – Per me è una necessità professionale credere nel libero arbitrio e non nel destino. Può succedere anche per te. Quel collega del liceo di Novara, laggiù, quello con gli occhiali che insegna latino… Sono sicuro che è curioso di sentire cosa sia davvero successo al ragazzo che abbiamo tirato fuori dalla prigione francese.
 Se non si sbagliava di grosso, tutta l’idea della cena congiunta delle gite era venuta a Clara al solo scopo di far incontrare la collega con quel timido insegnante di latino.
 – Sei stato tu a tirar fuori Livio dai guai. E potresti persino raccontarglielo in latino o in greco antico, se volessi.
 – Eppure sono sicuro che preferirebbe sentirlo da te.
 Con uno sguardo intimidito che chiedeva scusa, Anita si alzò dalla sedia e, un poco incerta, attraversò la stanza, verso l’uomo con gli occhiali.
 Marco rimase un poco a guardarli parlare con un bicchiere di vino bianco tra le mani. Come a volte gli capitava, si sentiva sottilmente diverso da tutti, dai ragazzi che sognavano l’amore come da quelli che l’avevano appena avuto, dai colleghi che flirtavano tra loro come da quelli che si affrettavano a chiamare casa. 

 Era stato il libero arbitrio e non il fato a condurlo a quella condizione eppure questo mitigava appena la malinconia.

NOTA FINALE
Questo racconto era stato scritto originariamente per una sorta di contest in onore dell'autore André Héléna, uno dei padri del noir francese.
Nel romanzo si racconta di come il povero diavolo Maxence fosse stato messo nei guai da un amico fino a finire sulla ghigliottina, subendo così "il bacio della vedova". L'idea è che Maxence, con tutta la sua buona volontà, non possa sfuggire al suo ruolo di vittima designata dal fato.
La mia idea era di salvare l'ambientazione parigina e di riportare la vicenda a un contesto che mi è noto, la gita scolastica. Il tono da noir è andato a farsi benedire e Maxence è diventato Livio Massenzio, messo nei guai da un amico. Entrando in scena Padre Marco, poi, il concetto del destino andava a scontrarsi con quello del libero arbitrio. Scontro che rimane irrisolto, non sappiamo, in effetti se Livio Massenzio riuscirà a prendere in mano la propria vita oppure no, se basta una carta sbagliata, per lui, a segnare l'esistenza. Al contrario di Héléna, lascio aperta la porta delle possibilità.
In ogni caso il progetto poi non è andato in porto, o comunque non per questo racconto, che è rimasto a zavorrare il mio archivio. Sono contenta di averlo tirato fuori ora.
A voi è mai capitato di rielaborare un'altra opera per crearne una nuova?

PS: Padre Marco è un mio personaggio ricorrente, protagonista del romanzo La roccia nel cuore, edito da Interlinea (link nella barra laterale del blog)