giovedì 23 maggio 2019

Considerazioni sparse e ondivaghe sul finale di Game of Thrones


Ne ha parlato tutto il mondo, posso forse astenermi dal dire la mia su una serie che comunque ha segnato l'immaginario globale e si è imposta ben oltre i confini degli amanti del genere?
E allora via, si comincia!
Ovviamente, leggete solo se avete visto tutto.

PIÙ DELL'ONOR POTÈ IL BUGET (e lo spoiler)
Non tutto funziona in questo finale di stagione. Lo hanno detto più o meno tutti e lo dico anch'io, che pure non ho disdegnato questi episodi finali. È oggettivo, tuttavia, che alcuni personaggi avrebbero avuto bisogno di una scrittura più delicata e sopratutto, di più minutaggio per giustificare meglio agli occhi del pubblico l'evoluzione del proprio carattere. Sappiamo tutti di chi sto parlando. Daenerys è sempre stata quella che ha guardato il fratello fritto vivo dall'oro fuso senza battere ciglio, che non ha mai versato una lacrime per la gente uccisa, insomma, tanto centrata non è mai stata, ma è chiaro che il ribaltone da eroina a dittatrice avrebbe avuto bisogno di una scrittura migliore. E allo stesso modo ci sono capacità di personaggi che si perdono per strada, draghi che cadono per una freccetta e altri immortali e tante altre cose che tornano poco.
O meglio, tornano poco se non si considerano due fattori.
Il primo è il vil denaro. Questa serie aveva un budget enorme per una serie televisiva, ma risicato considerati gli effetti speciali che si sono dovuti mettere in campo. I draghi costano, quasi come se fossero veri, forse di più. Ogni singola scaglia inquadrata costa. È evidente che la maggior parte delle scelte operate in questa stagione sono state obbligate e definite dal vil denaro.
La serie è durata esattamente i minuti che poteva permettersi di durare, non uno di più, con tutti i problemi di accelerazione della scrittura che abbiamo notato.
Io avrei adorato, adorato davvero, vedere le armate del Re della Notte scendere fino a prendere d'assedio Approdo del Re. Ma avrebbe voluto dire mostrare tale armata di giorno, con tutti i suoi cavalli, mammut e giganti non morti fatti al computer. Ci siamo lamentati un po' tutti di quanto fosse buia la puntata tre. Ma col buio l'esercito del morti lo puoi immaginare, senza far vedere, i tre draghi sono sagome nere contro la luna e, sopratutto, se tutti i morti si disintegrano alla fine della terza puntata non sono in scena nelle tre successive. E si risparmia.
Però c'erano tre draghi, che erano ancora troppi e un metalupo, sempre fatto al computer. E quindi un drago muore nel minor numero di scene possibili e il metalupo viene praticamente abbandonato sulla piazzola dell'autostrada del re.
È giusto? È sbagliato?
Una serie televisiva deve fare utili, temo, e alcune delle soluzioni adottate per gestire tempistiche e ristrettezze non mi sono neppure dispiaciute. Comunque sia, la risposta più ovvia alla maggior parte delle domande sul perché sia state fatte determinate scelte è "per risparmiare".
Al Gioco del Trono si vince se si è pratici. E infatti si vede che quello che davvero ha fatto poker è Bronn, il mercenario taglia gole da quattro soldi che finisce per diventare maestro del conio.

Poi c'è stato il problema degli spoiler. Ora, chiunque abbia un minimo di talento narrativo, capisce che non era il destino di Arya uccidere il Re della Notte, né quello di Bran finire sul trono. 
In un momento imprecisata precedente alla stagione sette erano stati divulgati in rete dei riassunti di come sarebbero stati gli episodi delle due stagioni finali. Io li avevo letti prima della stagione sette e vi posso assicurare che per quella erano precisi al 100%. Ciò mi fa pensare che anche i riassunti degli ultimi episodi venissero da una fonte certa. Ora, se questa fuga di notizie è arrivata in mano mia, comodamente in italiano, chissà in quante altre mani è arrivata. E quindi hanno evidentemente cercato di modificare il più possibile, tenendo (più o meno) conto del pregresso. Il destino finale (chi vive e chi muore) è stato rispettato per il 90% dei personaggi, ma alcuni ruoli sono cambiati. E le forzature si vedono. Per quanto sia magnifico il discorso di Tyrion sul potere delle storie è evidente che il sovrano-veggente-semi immortale è una trovata dell'ultimo minuto per un personaggio che non si sapeva più dove mettere. E che il Signore della Luce sarà anche un dio un po' orbo, ma non aveva resuscitato Jon per fargli fare l'osservatore attonito degli eventi (per quanto il destino di Jon, eroe impotente e sconfitto, mi sia piaciuto particolarmente). Così come tutto questo sforzo di Arya per diventare nessuno e cambiare faccia diventa inutile quando il tuo nemico è il re dei non morti che, letteralmente, non guarda in faccia a nessuno (per quanto, anche qui, abbia amato il fatto che sia stata Arya a ucciderlo).
Anche qui, è un bene o un male? Fosse rimasto quel finale, sicuramente più giustificato dalla logica interna, molti avrebbero detto che era scontato. Adesso alcune cose non tornano, ma do atto agli sceneggiatori di averci provato al meglio a giustificare un finale di ripiego. Per quanto la scelta di Bran re di Westeros sia quanto di più improbabile si possa immaginare, il discorso di Tyrion che porta a tale scelta rimane magnifico.

Non so se Martin finirà mai i romanzi. Se lo farà, non avrà problemi di budget né di spoiler. Ma faccio una facile previsione: qualcuno si lamenterà lo stesso.



IL FANTASY VINCE QUANDO È TRATTATO COME UN GENERE ADULTO
Chi guarda il Trono di Spade ama i giochi di potere, le svolte di trama non banali e le personalità sfaccettate. Ci sono gli amanti del fantasy di vecchia data, gli incalliti giocatori di ruolo (ciao, miei simili!) ma c'è anche un sacco di altra gente.
Quindi, per favore, basta dire che il fantasy è roba per ragazzini o adulti immaturi. È un genere che ragiona sull'uomo. Proprio perché lo toglie dalle contingenze del presente o del contesto storico, può indagarne l'animo. E quando lo fa con occhio adulto e disincantato genera storie non banali che interessano, intrattengono (non è una parolaccia, intrattenere) persone anche molto diverse tra loro.
Sarebbe ora che questa evidenza saltasse agli occhi anche in Italia.



IL MASCHILISMO SPIAZZANTE DI ALCUNI COMMENTI
Ai miei occhi uno dei pregi del Trono di Spade è sempre stata la presenza di molti personaggi femminili molto diversi tra loro. Non c'è un modo giusto di essere donna nel Trono di Spade e non ci sono solo streghe o sante. Ci sono figure sfaccettate, personaggi che fanno il loro percorso, la loro evoluzione verso la luce o versa la tenebra. Spesso, fin troppo spesso, devo dire, le donne sono vittime di soprusi e violenza. Una volta ho letto un commento che diceva che Martin era ossessionato dallo stupro, destino piuttosto comune ai personaggi femminili della storia, subito o solo rischiato. Non so se sia vero, cioè, non so in un contesto di guerra senza regole come quello descritto le cose andassero meglio, personalmente ne dubito. Di certo la serie si è contraddistinta per scene piuttosto esplicite, anche di violenza.
Con queste premesse non ero preparata alle polemiche relative a due scene di sesso, per altro per niente esplicito, presenti in questa serie. Poi ho capito. Va bene la donna forte. Va bene guerriera. Va bene persino se assassina, ma che prenda l'iniziativa no!
L'attrice che interpreta Arya ha superato i vent'anni, il personaggio della serie che all'inizio dovrebbe essere sui 12 anni (nei libri è più piccola, ma mi pare che nella serie sia dichiarato così), arrivata all'ottava stagione è tranquillamente maggiorenne, sopratutto per gli standard di una società dell'epoca. E poi, chiariamoci, questa qualche puntata fa ha fatto una strage e ha cotto resti umani dentro dei dolcetti. Ma che decida (lei!) di portarsi a letto un bravo ragazzo che le ha sempre sfarfallato dietro no!
Per non parlare di Brienne, che cosa mai non le darebbe il diritto di portarsi a letto l'uomo che desidera dalla stagione 2 o 3 (prima che lo ammazzino, dato che ha una croce sopra grossa come una montagna)?
I commenti in rete mi hanno lasciato basita. 
Commenti sul loro aspetto fisico. Parliamo di una guerriera e un'assassina. Sopracciglia e trucco sono davvero delle priorità per personaggi come loro? 
Commenti del tipo "ma era meglio lasciare platonico l'amore tra Brienne e Jamie". Cioè lei se lo mangia con gli occhi da anni e quando ne ha l'occasione non dovrebbe farsi avanti? Come se la sessualità sminuisse...
Niente, nella mente dello spettatore medio la donna o è vittima, o è sedotta o è asessuata. Nel terzo caso deve rimanere asessuata o perché non ha standard di bellezza adeguati o perché la sessualità la sminuisce...
Sono e rimango basita.


UN'AMARA RIFLESSIONE SULL'AMORE
Arrivata alla fine, se devo trarre un bilancio su quello che questa storia porta a livello di messaggio, è che l'amore passionale finisce sempre in tragedia.
Non so se Martin modificherà la cosa nei romanzi, ma nella serie non c'è una singola storia di passione che non sia finita in tragedia. Come viene detto, gli ultimi vent'anni di guerra sono dovuti al fatto che Lyanna Stark si innamora, riamata, dell'uomo sbagliato.
Quindi non solo l'amore travolgente è una tragedia personale, ma addirittura globale, la causa ultima della guerra. Questo senza contare gli innumerevoli crimini commessi da Jamie per amore, l'estremo sacrificio (e tutte le sue disgrazie precedenti) di se Jorah Mormont e via discorrendo. Non si salva nessuno. Neppure Jon. Persino lui con un po' più di lucidità avrebbe potuto evitare qualche migliaio di morti. L'amore passionale è sempre e solo distruttivo.
Le coppie che funzionano sono quelle decise dal caso, Sam e Gilly, che si trovano insieme senza averlo preventivato o Ned Stark a Chaterine, sposati per politica. Coppie che imparano a conoscersi e a stimarsi, fino a scoprire un reciproco e saldo affetto.  Si salva l'affetto famigliare, quello tra fratelli (se non è incestuoso) e poco altro.
Non so, sono una vecchia romantica, io. 
Ammiro la coerenza con cui gli autori (ma sospetto che qui ci sia lo zampino di Martin, proprio perché la tesi è portata avanti in modo granitico) che, senza farcelo pesare, si può persino non farci caso, ci raccontano una storia in cui tutte le disgrazie peggiori vengono fatte per amore e in cui la passione non ha mai un ruolo positivo. E tuttavia la cosa mi intristisce. Continua a sperare in un modo in cui l'essere amati (anche con passione) possa renderci migliori.

lunedì 20 maggio 2019

A Vercelli Fantastica




È stato stranissimo rivestire i panni dell'autrice, dopo così tanto tempo.
Prendere l'auto per andare a Vercelli, in quella stessa libreria in cui era stata organizzata una delle primissime presentazioni del mio primo romanzo, La roccia nel cuore. Ritrovare il bravissimo Alessandro Barbaglia, ormai romanziere affermato e tutto lo staff della libreria Mondadori.
Ascoltare un autore che per noi che ci muoviamo nei mondi fantastici è quasi di culto, come Dario Tonani.
Sedermi di nuovo a un tavolo con altri autori, i bravissimi Giulia Abbate e Maurizio Ferrero, per parlare di Trofeo RiLL e dell'antologia che grazie a quel trofeo è nata, La spada, il cuore e lo zaffiro.

Credo che la prima cosa a colpire tutti, chi presentava, chi parlava e chi ascoltava sia stata la naturalezza del nostro entusiasmo per la realtà di RiLL. Perché davvero, in un mondo editoriale in cui spesso è così difficile orientarsi, trovare un realtà che non solo dà spazio a tutti, ma che coltiva i propri autori, promuovendoli per anni (la mia antologia ormai è datata 2016...) è davvero qualcosa di raro. Senza RiLL io non sarei stata lì, ovviamente, ma sono davvero tantissimi gli autori che da questa realtà hanno preso il via e continuano a riconoscerla come la loro casa.

E quindi eccomi lì, di nuovo, dopo tanto tempo, grazie a RiLL a parlare dei miei racconto fantasy atipici, editorialmente improbabili, con i miei personaggi feriti, che i mostri li hanno dentro.
Non ero più abituata a parlare in pubblico. Ho perso in sintesi e in fluidità. Spero almeno che le mie frasi abbiano avuto un capo e una coda.
Mentre parlavo, la puppattola correva in giro, saltellava, esternava pure troppo il proprio entusiasmo e alla fine si è infilata nella zona degli oratori come fosse un'autrice di fama. Palesemente, la timidezza è qualcosa che non le è stato dato. Neppure la discrezione, temo.

Quello di come far quadrare la cose, lavoro-pupattola-scrittura, è un problema aperto. Dal punto di vista della gestione famigliare l'esperimento di ieri ha funzionato in parte e è stato evidente come basti un nonno malato e un pomeriggio di pioggia per rendere tutto più faticoso. Di certo, i racconti dell'antologia, meglio il mondo che c'è dietro a quei racconti, mi sta chiamando con forza prepotente. Un "torna a casa" piuttosto difficile da ignorare.
Nei giorni scorsi ho chiuso i conti con una storia che mi ha ossessionato per mesi. Tecnicamente è una fanfiction e come tale vive una sua vita propria, su un sito dedicato, ma in barba a chi pensa che amatoriale voglia dire "facile" si è trattato di un racconto che ho a lungo dubitato di riuscire a scrivere. 
Adesso è ora di tornare a casa. Di finire la riscrittura del romanzo legato all'ambientazione fantasy di cui oggi qualcuno mi ha chiesto conto e cercare seriamente una veste editoriale per le troppe cose finite che stanno nel mio cassetto.

L'altra cosa evidente è che è stato bello. Bello trovarsi in un evento ben organizzato. Bello vedere l'attenzione del pubblico. Bello avere uno spazio per le mie storie.

domenica 12 maggio 2019

Appuntamento con il buio


La primavera scolastica dei prof si può riassumere con una sola parola: fatica.
Non starò a tediarvi con tutti i noiosi motivi che mi hanno tenuto lontana dal blog. Finisce sempre che, mentre i fiori sbocciano, ci sia tanto da fare.
C'è anche qualcosa di più sottile. Il desiderio di chiudere i cerchi, tirare le fila dei progetti, in termini di risultati misurabili e budget, ma anche, sempre di più di senso. Arrivare a guardare la fine di un percorso durato o uno o più anni scolastici con la sensazione che ne sia valsa la pena.
In questo mondo di ragazzini disumani che si dedicano al pestaggio ricreativo, noi prof, forse più di altri, cerchiamo un segnale che ci dica che abbiamo aiutato a instillare una goccia di empatia, il seme di un dubbio. Perché alla fine è questo lo scopo ultimo del nostro lavoro, al di là dei complementi dell'analisi logica, le giuste date delle guerre napoleoniche e altre amenità che si dimenticheranno comunque già nel momento esatto del suono della campanella.
Portarli alla fine di un percorso salvaguardando la loro umanità.

Non so, ovviamente, trarre un bilancio del mio lavoro, cosa si porteranno davvero verso il futuro questi miei ragazzini che mediamente studiano, mediamente si impegnano e già questo, a sentire quel che si dice in giro, li rende appartenenti a una specie in via d'estinzione. So però che, alla fine di questo percorso scolastico, ho avuto il privilegio di condividere con loro un'esperienza, perché, grazie a una collega intraprendente, li abbiamo portati al buio.

Quello che manca, spesso, a questa generazione che vive il virtuale come un faccia del reale, è l'esperienza diretta. Il trovarsi nudi, spogliati dalle loro armature di schermi a cospetto con se stessi. Manca sempre di più anche a noi, che pure siamo cresciuti in un mondo differente.
E quindi mi sento di consigliarla anche a voi, quest'esperienza che ho avuto la possibilità di condividere con i miei alunni: andate in miniera.

Andateci a piedi, partendo dalle case dove partivano i lavoratori, spesso di notte, con i loro attrezzi sulle spalle. Salite a piedi, attenti a non inciampare, senza paura della fatica, pensando che quella che per noi è la gita per loro era solo l'inizio di una giornata che prevedeva poi 8/10 ore di lavoro.

E poi entrate, con caschetto e mantellina, in una miniera. Ce ne sono parecchie visitabili in Italia. Ma, se possibile, sceglietene una attrezzata il meno possibile. Con una guida esperta, in sicurezza, ma con la luce più bassa possibile, quello che basta a non inciampare. Con l'acqua che scende dall'alto e scorre a rigagnoli sotto i vostri piedi.
Non importa in quanti siete, potete essere anche con un gruppetto di tredicenni. Le chiacchiere finiscono presto, durano due svolte. Poi si inizia a sentire l'odore della roccia, la temperatura che nulla  più a che fare con quella dell'esterno, il rumore dell'acqua. Si inizia a sentire il rumore dei passi. Si inizia a riconoscere quello distintivo di ciascuno dei presenti.

E quando si è arrivati abbastanza in fondo da chiedersi se, senza guida, si sarebbe in grado di uscire, si possono spegnere le luci. Magari una per volta, come un viaggio nel tempo luminoso. Via l'impianto elettrico che rende la miniera fruibile al turismo e si rimane con le luci dei caschetti, ognuno responsabile della propria visione. Poi la lanterna, con la candela o qualcosa che simuli la lampada a petrolio. E poi il buio.

A questo punto non c'è più bisogno di immaginare. Tutte le letture fatte a scuola, così noiose, acquisiscono un senso diverso. Perché siamo lì, come sono stati generazioni di lavoratori prima di noi. Al buio. All'umidità. Nella polvere. Per rubare alla montagna una ricchezza che finiva in altre mani.
Come succede ancora, ovunque sia l'unica alternativa al non avere niente.

Io non lo so se sia servita, questa esperienza, ai miei ragazzi. Se l'abbiano vissuta con lo stesso distacco con cui si visita un sito archeologico, anche se alcuni di loro sono nipoti o bisnipoti di scalpellini, o se qualcosa sia entrato dentro.

Era di proprietà inglese, la miniera che abbiamo visitato, quella di Pieve Vergone, da cui si estraeva l'oro. A leggere i documenti degli inglesi, ci lavoravano degli "indigeni" dall'idioma incomprensibile. Sporchi, brutali ancora più che brutti, forse neppure, ai loro occhi, umani. Questo accadeva poco più di cent'anni fa.
Forse a tutti farebbe bene, di questi tempi, un appuntamento con il buio.


PICCOLA NOTA FINALE AUTOPROMOZIONALE
Domenica prossima, 19 maggio, alle ore 17.00 sarò a VERCELLI FANTASTICA presso la libreria Mondadori di Vercelli per parlare della mia esperienza con Trofeo RiLL e dell'antologia "La spada, il cuore e lo zaffiro".

martedì 16 aprile 2019

E poi...


I colloqui con i genitori...
E poi...
Il corso sulle Unità di Apprendimento (ci avessi capito qualcosa...)
E poi...
Il corso sulla Metodologia Senza Zaino (bello, da ragionarci su, da scriverci qualche post...)
E poi...
Il corso sull'Autostima (grazie, sempre un gran bisogno di autostima, ma proprio adesso...)
E poi...
I consigli di classe (verbali, altro che scrittura creativa...)
E poi...
Le riunioni per le nuove adozioni dei libri di testo (e magari leggerli e guardarli i libri prima di decidere...)
E poi...
Il PON sull'ambiente, con il CNR, le cozze di lago e il comune da contattare (e qui più che un post ci esce un romanzo...)

Se trovo un altro che dice che gli insegnanti non lavorano lo tiro sotto con l'auto, prendetela pure come una confessione, che in galera magari dormo un po'...

Volevo però ringraziarvi dei tanti bei consigli che mi avete dato sia in coda al post precedente che privatamente. È stato molto bello vedere tante persone che ci tengono a me, mi consigliano un sacco di cose, alcune davvero interessanti!

E poi a questo punto conviene che parta con gli auguri, che qui è un attimo ed è subito uovo e colomba (e vacanza, qualche giorno di benedetta vacanza).

TANTI CARI AUGURI DI BUONA PASQUA!!!

lunedì 8 aprile 2019

Il romanzo di cui non so che fare


Da circa una settimana sono tornata consapevole di avere un buon romanzo nel cassetto.
Che sia buono non è un'opinione solo mia. Non sapendo bene che farci, l'hanno scorso l'ho mandato al Premio Tedeschi, di cui conosco la serietà, anche se non è un giallo puro. Come prevedibile non ha vinto, ma è entrato nella rosa dei finalisti. Poi l'ho un po' tenuto lì, mandato a concorsi senza speranza, non sapendo bene cosa farci.

Do per assodato che sia un buon romanzo. Non è una cosa da storia della letteratura. È una lettura leggera, spero divertente, spero intelligente, ma mi rendo conto che non è qualcosa di cui il mondo non può fare a meno. Che opzioni ho per lui?

Ho in mente un discreto numero di case editrici  piccole e medio-piccole che mi piacciono, che lavorano bene e che presumibilmente potrebbero essere interessate al mio romanzo. Ma. C'è un ma grosso come una casa.
Io sono una mamma-lavoratrice-scribacchina. Ho davvero pochissimo tempo e zero mobilità. Pochissimo tempo per fare cose con testa che esulino dall'immediato. Per fare un esempio. Mi ha contattato un museo archeologico per farmi vedere dei reperti del tipo su cui ho fatto la tesi e di cui capisco qualcosa. È una cosa che mi piace, mi appassiona e di cui sono competente. Ci ho messo una settimana a analizzare tre fotografie. Una settimana. Per tre fotografie.
Le case editrici medio-piccole vanno sostenute e appoggiate. Bisogna dedicarsi alla promozione, andare alle presentazioni, organizzare le presentazioni. E io ci ho messo una settimana a analizzare tre fotografie. 
In questo momento della mia vita, purtroppo, un eventuale forte impegno in promozione è fuori discussione.

Potrei pensare a un editore che lavori solo sul digitale. Non lo so. Ho come l'impressione che il lettore, probabilmente le lettrici ideali di questo romanzo preferiscano il cartaceo. È un'idea, non una certezza, sia chiaro. Però il solo digitale ancora non mi convince.

Il self non fa per me. Intanto richiederebbe un impegno di tempo che non ho e delle capacità tecniche che non ho. Oppure dei soldi per subbappaltare ad altri che non ho.
"Non ho" mi sembra la costante di quest'opzione.
E poi il self, con tutto il rispetto che ho per alcuni autori, continua a non convincermi. 
In questo periodo sto pubblicando delle storie su EFP. Lo faccio in anonimato e mi sembra di aver raggiunto un certo equilibrio con il mio neppure così sparuto gruppo di lettori fissi: nessuno di noi paga. È un gioco, a cui io già forzo la mano, perché porto la storia su binari diversi da quelli abituali in quel contesto, ma rimane un gioco. 

Potrei cercare di avere un parere professionale su cosa cosa sia il caso di fare. Le cose professionali, tendenzialmente, si pagano ed è anche giusto così. Purtroppo i costi si aggirano intorno all'equivalente di una retta di asilo nido o più e quindi al momento, per la mia economia famigliare, non sono caramelle.

Posso tenerlo nel cassetto, che tanto il mondo va avanti lo stesso.
Però è un buon romanzo. Lo so che è un buon romanzo e mi spiace non dargli una possibilità.

Si accettano consigli

lunedì 1 aprile 2019

Finzioni – Piovono libri


Il prescelto per questo mese del gruppo di lettura è "Finzioni" di Jeorge Luis Borges, un libro talmente particolare, che sono giorni che mi arrovello sul post, senza sapere da dove cominciare.

Inizierò dal modo che mi è più congeniale, da me stessa e da una storia.
Quando mio nonno è morto ci ha lasciato una sorta di casa biblioteca. Qualsiasi cosa si aprisse, cassetti, ante degli armadi, porte dei solai, rivelava libri. Libri e ancora libri. Libri che mio nonno doveva aver raccolto nei modi più disparati, per lo più ereditando o facendo modo di ereditare, libri altrui. Il più vecchio è un'edizione di Marziale del XVII secolo, il più recente era stato acquistato appena pochi giorni prima della sua morte.
Per anni, dalla terza media alla fine del liceo, io ho dedicato qualche settimana ogni estate per cercare di catalogare tutto quel ben di dio, di cui una parte, per mere ragioni di spazio, andava in qualche modo smaltita. Non credo neppure di essere riuscita a catalogarli tutti e ho trovato veramente quasi ogni cosa, un testo sull'allevamento dei conigli in tedesco di inizio '800 (?) e un intero scaffale dedicato a sant'Agostino.
Avevo finito il quarto anno del liceo quando sono arrivata a intaccare la soffitta. In una cassetta ho trovato tre libri di una di quelle edizioni da allegato di periodico. Formato minuscolo, ma ottima carta. Tre libri che ho immediatamente deciso di leggere, diversissimi, ma che a modo loro hanno contribuito alla mia formazione. La linea d'ombra di Conrad, Il kamasutra e Finzioni di Borges.
Ora, che questi tre libri siano finiti in una stessa collana e che di quella collana, sicuramente più ricca, solo questi tre libri mio nonno abbia voluto conservare è già uno spunto degno di un racconto di Borges.
Letto in quel momento, Finzioni, è stato una sorta di ubriacatura intellettuale, inebriante e vertiginosa come solo come possono essere le esperienze adolescenziali.

Adesso, a distanza di tanti anni, dopo aver letto molto altro, è estremamente difficile parlare di questo libro. Forse, ci vuole l'incoscienza dei diciotto anni per leggerlo e amarlo.

Come ha detto un'altra lettrice, non è e non può essere un libro per tutti.
Finzioni è ciò che dichiara il suo titolo. Una raccolta di racconti che è un monumento al potere creatore della mente, un'esercizio mentale di labirinti intellettuali in cui perdersi fino a sentire con mano quanto impalpabile sia la consistenza di ciò che chiamiamo realtà.
Quasi ogni racconto parte da un'analisi critica di opere o personaggi inesistenti i cui contenuti sfidano la nostra idea di realtà.
Universi inesistenti che si impongono sul reale, romanzi che indagano l'essenza della divinità o sfidano la consequenzialità del tempo sono solo alcuni degli spunti da cui partono i racconti di Borges.
Il tutto si basa su un humus metaletterario e colto ricchissimo, che sfida il lettore a cogliere i riferimenti, tra critica letteraria e mistica medioevale.

C'è, nei racconti di Borges, un altissimo livello di autocompiacimento letterario, un mostrare e pavoneggiarsi della propria cultura, che dona anche al lettore il piacere di riconoscersi "all'altezza". C'è, tuttavia, anche qualcosa che va oltre questo.

Rileggendolo adesso, mi sono resa conto di essere forse troppo cinica e troppo attenta. Seguo maggiormente il gioco delle citazioni, l'aspetto metaletterario, rimango distaccata. Ma non mi arrischio più a perdermi in questi labirinti com'era accaduto a diciott'anni.
Allora quello che mi aveva colto era la sottile inquietudine di non distinguere più tra realtà, finzione e percezione. L'idea di una mente che non abbia più alcun vincolo, al punto di ipotizzare che la divinità incarnata sia Giuda e non Gesù. E che cosa può accadere se ci svincoliamo a tal punto dai nostri limiti autoimposti? Possiamo immaginare tutto, mettere in discussione persino la percezione del tempo. Ma se il tempo, insegnano i fisici, è in gran parte una questione di mera percezione e gli universi possono davvero essere infiniti, quante di queste finzioni non possono essere che tali?

E forse, in un qualche modo, viviamo davvero nella Lotteria di Babilonia, dove tutto è stabilito dal caso e non ci resta, per trovare un ordine, che costruirci un universo regolato e fittizio in testa. E fingere che sia vero.

lunedì 25 marzo 2019

Prima di Dracula – Letture


Non ho molta simpatia per il vampiro moderno. 
Ma da archeologa in disarmo, affascinata dal passato, vorace divoratrice di storie, ho invece un'enorme curiosità sul vampiro come elemento del folklore. Ho letto parecchio a proposito, ma un libro così approfondito e documentato come questo di Tommaso Braccini, uno che sulla carta d'identità alla voce "professione" invece che "professore universitario" potrebbe scrivere tranquillamente "cacciatore di non morti", non l'avevo mai trovato.

Si tratta di una vera e propria indagine sull'origine del mito del vampiro, con risultati, per me, che pure sull'argomento pensavo di sapere due o tre cose, del tutto inediti e sorprendenti.

Bullismo contro i non morti

Con il rigore scientifico che contraddistingue questo testo, si parte da cosa può definire un vampiro tale.
Non il nutrirsi di sangue, che pare essere stato l'ultimo elemento aggiunto in tempi moderni a una figura già definita. Quindi, a fare del vampiro un vampiro è l'essere un morto che non si decompone, che può andare in giro con il proprio corpo, pur risiedendo ufficialmente nella propria tomba.

Sulla base di questo, Braccini, va a caccia di miti antichi, ovviamente in Grecia, sia perché il vampiro come lo conosciamo noi è legato all'area balcanica, sia perché la Grecia ha una tale stratificazione di miti che ci si può trovare di tutto o quasi.
La Grecia non delude e regala non uno ma due miti di morti che lasciano con tutto il loro corpo la sepoltura. La vera sorpresa, però, è che sono tutto meno che temibili.
Il primo, intriso di quel razionalismo che solo nella Grecia classica si può trovare, ha quasi la forma di un racconto giallo.
Un giovane viene ospitato da due coniugi che hanno perso la figlia appena prima che questa si sposasse. Di notte, il giovane riceve la visita di una bellissima ragazza di cui subito si innamora e pertanto si scambiano dei gioiello come dono. Il giorno dopo, però, i due coniugi riconoscono nella camera dell'ospite un gioiello della figlia, che le avevano messo addosso per la sepoltura. Qui parte la trama gialla. Chi è la misteriosa ragazza? Appartiene a una banda di tombaroli? Che ne sarà stato della tomba di famiglia dei coniugi? I genitori, preoccupati, visitano immediatamente la tomba, trovano la figlia morta nella bara, tutto è tranquillo, ma accanto alla bara c'è il dono del loro ospite. Quindi la seconda sera si appostano vicino alla porta della camera. Sentono qualcuno entrare dalla finestra e, quando fanno irruzione, trovano la figlia, apparentemente viva, tra le braccia dell'ospite. La ragazza, però, si dispera. Voleva solo provare l'amore che la vita le aveva negato e, se fosse riuscita a farsi amare tre volte da un vivo, forse (il brano qui è lacunoso), sarebbe tornata in vita. Così come stanno le cose, però, può solo cadere stecchita di fronte ai genitori, senza che all'ospite accorra alcun danno per la sua frequentazione.

Il secondo racconto è ancora più triste. Il morto che torna è un calzolaio padre di famiglia che di notte fa rientro a casa per aggiustare le scarpe dei figli e tagliare la legna. Il paese è piccolo, però, la gente mormora che la fresca vedova si veda con un altro e quando si scopre che l'altro è invece proprio il marito morto, il paese insorge. Il povero calzolaio è preso e bruciato vivo...ops, non morto.

Insomma, all'inizio questi poveri ritornanti non sembravano affatto male intenzionati, anzi. Certo che a furia di prenderle da paesani isterici sarà passata anche a loro la voglia di sistemare i lavori domestici e avranno preso a togliersi sfizi più sanguinosi!

Vampiri, eretici e missionari creativi

Ma come è diventato il mite ritornante che vuole aggiustare le scarpe ai figli il vampiro che tutti conosciamo?

Ci sono più risposte. Una è che probabilmente il mito del vampiro nasce dal fatto che ogni tanto si apriva una tomba e si trovava un cadavere non decomposto. Questo accedeva più o meno ovunque nel mondo e quindi si hanno più o meno ovunque miti simili a quelli del vampiro. Il libro ne ripercorre un po' e devo dire che ho trovato particolarmente affascinanti i vampiri inglesi.

Rimanendo in area balcanica, e quindi sotto la chiesa ortodossa, la cosa, però si fa complicata e affascinante.

Giravano nel medioevo varie eresie che dicevano che il mondo in realtà l'ha creato il demonio e che quindi tutto ciò che ha a che fare con la corporeità è male. In Occidente i più famosi di questi eretici sono i Catari, che però sono stati sterminati e nulla ci rimane del loro folklore. In Oriente i parenti dei Catari sono i Bogomili.
Il discorso fatto dai Bogomili è semplici: se il mondo è del diavolo e il corpo umano è del diavolo, il diavolo può riappropriarsi letteralmente di un corpo dopo la morte, sopratutto se è quello di un peccatore. Può animarlo e andarci in giro. Peggio, un peccatore potrebbe volere proprio questo e fare un apposito patto perché questo accade.
Quindi i Bogomili pensano che alcuni corpi di peccatori possano rianimarsi. I bravi cattolici ortodossi, digiuni di teologia dualistica, sentono solo la voce che secondo gli eretici alcuni corpi possono rianimarsi, magari per patto con il diavolo. Quindi, per semplificazione, gli eretici dopo la morte si rianimano. Di più, se si trova un cadavere non ben decomposto, è sicuramente di eretico e pronto a saltare su. Per fare cosa? Vendicarsi dei torti subiti, fare male a casaccio, seminare pestilenze e cose simili.
La Chiesa Ortodossa come si pone di fronte a questa credenza diffusa? Beh, se un corpo incorrotto è un corpo di eretico, i parenti dovranno pagare apposite preghiere perché anche l'anima dell'eretico possa essere salvata. Insomma, è un'opportunità di guadagno.
La gente comune, però, capisce solo che anche la Chiesa Ortodossa avvalla l'idea che i corpi non decomposti siano malvagi e quindi, magari, in grado di nuocere. Quindi nel dubbio preferiscono smembrare e bruciare il corpo, spesso con l'aiuto del prete ortodosso di campagna, piuttosto che pagare preghiere di dubbia efficacia.
E la Chiesa Cattolica come reagisce? Mandando missionari che dicono in sostanza che è meglio convertirsi perché i morti cattolici non diventano mai vampiri!
Insomma, non c'è assolutamente nessuno che dica che i morti non escono dalle tombe, anzi, la discussione è solo come evitare di diventare vampiro e cosa fare quando se ne incontra uno.
Quindi dal medioevo fino addirittura gli anni '30 del '900 la bella, solare Grecia è di fatto la patria per eccellenza dei vampiri dove "non passa anno senza che ne venga ritrovato uno". Ci sono fior fior di resoconti di viaggiatori occidentali allibiti di fronte a quest'abitudine, in caso di qualsiasi cosa che non vada (epidemia, morti sospette, cattivi raccolti), di cercare nel cimitero un morto che sembra meno morto di altri per poi smembrarlo e dargli fuoco.

E dalla Grecia, questa Grecia, passano Byron e Polidori e il resto è letteratura...
Senza nulla togliere, ovviamente, alle altre tradizioni più o meno indipendenti sui morti inquieti che si mescolano, traferiscono tratti, facendo sì che il vampiro moderno risulti una sorta di gigantesco mostro agglutinante  che ha pescato caratteristiche qua e là tra le paura di mezzo mondo.

Il libro termina con una serie di "casi studio", cioè indagini sul vampirismo fatte in tempi più o meno moderne con metodi più o meno scientifici e lo studio di alcune sepolture anomale, come quella del famoso (almeno in un certo ambiente) Vampiro di Venezia.

Morale della favola: nel caso apriste delle tombe e trovate uno scheletro con un paletto nel cranio o il cranio staccato e i piedi spezzati probabilmente è un vampiro ma già ucciso in antico. Se invece avete a che fare con un vampiro vivo... ehm, morto e vegeto, seguite la saggezza dei greci: squartarlo e poi un bel rogo.

Il libro invece è assolutamente consigliato a chiunque sia affascianto dal folklore. Si tratta di un testo assolutamente scorrevole e comprensibile, mentre il ricco apparato di testi permette un approfondimento a chi cerca qualcosa di meno divulgativo.