venerdì 25 maggio 2018

Tenar e la privacy

Oggi entra in vigore la nuova normativa europea sulla privacy.
Questo blog lede fortemente la privacy... Di chi la gestisce.

Leggendo si scopre cosa leggo, cosa scrivo, cosa guardo in tv. C'è il mio nome, la mia professione, persino qualche mia foto. Leggendo con attenzione risulta chiaro persino cosa io pensi su alcune tematiche.

Se non siete me, questo blog lede pochissimo la vostra privacy e soprattutto io non ho alcun controllo su di essa.
Non sono proprietaria di dominio, ma utilizzo uno spazio concesso gratuitamente da blogspot, cioè da Google.
Quando lasciate un commento potete farlo in forma anonima, oppure con un account Google. In tal caso regalate i vostri dati sensibili non a me ma a Google. Cosa se ne faccia non lo so, in parte lo immagino. Considerando le pubblicità del tutto assurde che continuo a visualizzare sui social (grazie di pensare che io sia un direttore d'orchestra interessato a una rivista specializzata) penso che i dati che io ho gentilmente concesso siano utilizzati veramente male. Comunque fate voi, nessuno vi obbliga.
È possibile scegliere, in tutta coscienza, di farsi avvisare via mail degli aggiornamenti. Non è una cosa automatica. Siete voi che inserite la vostra mail, che, anche in questo caso, non arriva a me ma al signor Google.

Mi piacerebbe riuscire a esercitare una qualche forma di persuasione occulta che vi obblighi a comprare i miei libri. Purtroppo non è così. Questo blog non vende niente. Potete, in tutta libertà, cliccare sugli appositi link, arrivare a un sito di vendita e acquistare lì.

Pubblicità non ce ne sono.
Quindi, per quello che ne capisco io, vi ho detto tutto ciò che c'è da dire.
Il signor Google dovrebbe avervi già avvisato di tutto ciò, ma sia mai che non lo faccia anch'io.

Quello che davvero vorrei è incuriosire chi passa di qui. Portarlo magari a leggere dei libri e trarne delle riflessioni. Portarlo a ragionare sulla scrittura, se è qualcuno che scrive. Magari a condividere con me e gli altri utenti le proprie riflessioni. Solo in ultima istanza incuriosirlo a tal punto da voler leggere quello che ho scritto io.
Ma questo ha a che fare con il vostro privato, non con la vostra privacy

martedì 22 maggio 2018

Il racconto dell'ancella – Letture


Il racconto dell'ancella, romanzo distropico di Margaret Atwood adesso molto in voga anche per una serie tv che io comunque non ho visto, è stata per me un'esperienza di lettura assai particolare.
Non ricordo un altro romanzo che mi sia piaciuto così tanto che ci abbia messo così tanto a leggere.
I motivi sono molteplici, anche aver scritto quelle 130 pagine per puro diletto con annessa documentazione ha influito. Ma è innegabile che sia un romanzo da cui ho dovuto più volte staccarmi perché emotivamente insostenibile. Certo, sono un po' ipersensibile di questi tempi, ma questo la dice lunga sull'intensità di questo libro.

Siamo in una distropia, un'America alternativa in cui è salita al potere una dittatura di stampo religioso che segrega le donne, negando loro qualsiasi identità e dividendole per finalità sociali. Le mogli, compagne di vita degli uomini di alto rango, le zie, insegnanti e controllori di altre donne, le marte, donne adibite ai lavori domestici e le ancelle, donne fertili che devono procreare per conto delle mogli sterili.

È proprio un'ancella l'io narrante della vicenda che racconta, in qualche modo registra, la propria vita momento per momento e la quotidianità del sopruso e dell'alienazione.

Sono moltissimi i motivi che rendono questo libro così intenso e duro.

La prima cosa che mi ha colpito è la voce della protagonista. Una donna come potremmo essere molte di noi, istruita, figlia di una femminista, moglie di un divorziato che si trova in un regime disumanizzante che le nega persino il diritto al proprio nome.
Le ancelle, tra tutte le donne, sono forse le più sole. È vietato loro quasi ogni contatto umano, nella casa a cui sono state assegnate sono malviste dalla moglie legittima e guardate con sospetto dalle marte. Su di loro aleggia la possibilità di qualcosa di terribile e non esplicitato. Cosa accadrà se non riusciranno ad adempiere al loro ruolo di donne fertili?
Questa protagonista si mostra fin dalle prime pagine forte di una silenziosa relisienza. Non lotta, non si ribella, non progetta la fuga, almeno non subito. Sopravvive e ricorda. Ricorda l'uomo che ha amato, la figlia che le è stata tolta. Si adatta al silenzio, alle imposizioni assurde, si insinua nelle piccole possibilità che la vita le offre. La sua è a tutti gli effetti una resistenza attiva, un mantenere la mente libera che nulla ha a che fare con l'arrendevolezza del corpo e delle azioni. Lei ricorda il mondo di prima, i propri valori e rimane libera nella mente pur mostrando una totale passività di facciata.
Colpisce la violenza silenziosa a cui è soggetta che non è fatta di maltrattamenti plateali, ma di mille cose negate, di silenzio, di solitudine. Il tempo che non scorre, il tornare della mente sempre sugli stessi pensieri. 
È, narrativamente parlando, un'immersione sublime. Una lettura che quasi schiaccia. Quanti esseri umani e quante donne in particolare, ho pensato, si trovano oggi in situazioni simili, di totale sottomissione, senza altra fuga che quella del pensiero? Quanta sofferenza l'umanità riesce a infliggere ad altra umanità nella granitica certezza di essere nel giusto? Perché il dramma è questo. Come tutte le dittature, anche quella di Gaalad nasce dalla certezza di essere una miglioria. Che sia la strada per la felicità. Del resto, chi è costretto al mutismo non può esprimere un dissenso.
Poi, per me, c'è anche il non sottovalutabile aspetto che la protagonista sia una donna destinata ad essere madre di un figlio che non potrà crescere e già madre di una figlia che le è stata sottratta. Ecco per me questo a tratti è stato troppo. Ho chiuso il libro e ho fatto altro. L'ho letto per non più di un quarto d'ora di fila. 

Un pugno nello stomaco è il modo in cui il regime si è insinuato ed è andato al potere. Oltre all'aspetto della sterilità di massa, che porta questo aberrante sistema delle ancelle, colpiscono i ricordi spezzati della protagonista su come il regime abbia preso il potere.
Lei, come molte di noi nelle stesse condizioni, non pensava che sarebbe stato possibile. E anch'io, leggendo, ho pensato: non potrebbe accadere in una democrazia occidentale. Peccato che sia stato esattamente lo stesso ragionamento che hanno fatto molti ebrei davanti al nazismo, immagino anche molti iraniani prima della rivoluzione (che tra l'altro precede di pochi anni la pubblicazione di questo romanzo, non so l'autrice pensasse all'Iran, ma, almeno in modo inconscio è probabile). 
E quindi sì, la dittatura è sempre un rischio possibile. E insinua piano le proprie idee tra la gente, partendo da problematiche reali e innegabili. Partendo dalle paure, alimentate ad arte. Partendo, a ben vedere, dalla nostra realtà, dalle nostre paure, dai nostri problemi.
Tra noi e la dittatura di Gaalad c'è veramente poco. La libertà di pensiero e di espressione non è né un diritto acquisito né uno stato di natura. È fragile e lo diventa tanto più quanto più la diamo per scontata.
Infine, questo è considerato un romanzo femminista. Lo sguardo è quello di una donna, quelle a cui viene negato persino il nome sono donne. Ma gli uomini non sono più liberi. Divisi per categorie loro pure, con la possibilità o meno di avere una moglie o una donna fertile deciso da altri, inviati in guerra... Togliere libertà a una categoria è sempre togliere libertà a tutti.

Un pugno allo stomaco per me è stato anche il finale.
SPOILER ALLERT
Non sappiamo che ne è stato della protagonista, ma le sue registrazioni sopravvivono, sopravvivono alla fine di Gaalad e arrivano a un convegno di storici.
Annoiati, ironici, interessati ad altro. Del tutto poco empatici rispetto alle sue sofferenze. Che danno per scontato le libertà in cui vivono.
Se da un lato è rassicurante sapere che Gaalad è finito, dall'altro fa male questo pressapochismo nei confronti di chi ne ha sofferto. E questa mancanza di empatia è proprio l'humus ideale per un nuovo autoritarismo...


Se volete, un'altra bellissima riflessione su questo libro la trovate qua

Qualcun altro ha letto questo romanzo?
Io non ho visto la serie tv che ne è stata tratta, se qualcuno l'ha fatto sono curiosissima di conoscere i vostri pareri.

sabato 19 maggio 2018

Battiti d'ala di farfalla che modificano in tutto


Battesimo pupattola: fatto
Corso per neo immessi in ruolo: terminato
Gita: fatta
Documentazione per l'anno di prova: quasi terminata
Verifiche di fine anno: quasi terminate.

Torno anche al blog, grazie per la pazienza di avermi aspettato. Immagino che d'ora in avanti andrà così, momenti in cui riesco a stare sul web in maniera più o meno regolare e momenti in cui è meglio desistere e aspettare tempi migliori.

Tra le cose che ho fatto in questi ultimi tempi c'è stata anche ultimare (quasi) la scrittura privata. Ora sono in trepidante attesa del secondo giro di produzione da parte delle altre persone coinvolte.

Da questa esperienza credo possa nascere tutta una serie di post per il blog, perché è stata particolare e intensa, a tratti quasi troppo intensa. 
Ne sono nati momenti di riflessione anche profonda, di certo più profonda di quella che poi è finita sulla pagina scritta.

Oggi, però, racconto solo un aspetto tecnico. Sulla costruzione dei personaggi.
Qualche tempo fa andava parecchio di moda, anche solo a livello divulagativo, la matematica dei sistemi complessi, la famosa teoria del caos. Quella del famoso esempio "una farfalla sbatte le ali in Australia e in America si scatena un nubifragio". Esempio per altro scientificamente poco accurato, ma che dà l'idea di come in un sistema complesso un elemento in apparenza insignificante possa scatenare grandi cambiamenti globali.

Noi lo abbiamo visto in azione in campo narrativo.
Questo nostro non è stato un gioco pre impostato, ma una genesi spontanea a partire da una base comune, genesi radicata probabilmente in motivi assai diversi in ciascuna di noi.
Però, se fosse stato un gioco, avrebbe avuto delle regole ferree: storie ambientate nel mondo reale in un determinato settore sportivo (e quindi con alcuni punti fermi e comuni di location e tempistica), personaggi dati ma con passato e motivazioni in gran parte da costruire.

Personalmente temevo il rischio sovrapposizione. Io sento di voler raccontare questa storia, ma sarà simile all'altra, la mia sarà scritta peggio e vorrò morire. Oddio, questo cosa, "la mia sarà scritta peggio e vorrò morire" c'è ancora. C'è anche "questo pezzo è meraviglioso, vorrei averlo scritto io".
Però le storie non sono uguali. I personaggi divergono, anche di tantissimo, pur avendo degli archi narrativi per certi versi obbligati.
Percorrendo a ritroso il lavoro di costruzione abbiamo visto le ali delle farfalle sbattere.
Strane convergenze: il personaggio X non è figlio unico (nulla di ciò che era pre impostato ci parlava della sua famiglia), ma per me è il maggiore di quattro fratelli, per qualcun altro è l'ultimo. Questo cambia il suo senso del dovere verso la famiglia, la propria percezione di sé. Ha una mente analitica. Studia? Cosa studia? Quanto influisce questo sul suo modo di essere? Risultato finale, il mio personaggio non sta bene dove sta, ma lo trattiene il senso del dovere, il suo gemello di un altro universo parallelo sta bene dove sta. Presumibilmente, non abbiamo ancora tratto tutte le fila, le azioni e le conseguenze delle azioni saranno molto diverse.

A parità di evento inevitabile per motivi narrativi intrinsechi (giocando con la realtà sportiva ci sono appuntamenti inevitabili, rischi prevedibilissimi ma inevitabili e almeno una cosa che di certo almeno uno dei nostri personaggi avrebbe tentato di fare) le reazioni possono essere divergenti.

Un narratore, temo, deve essere un po' pazzo e passare parecchio tempo a parlare con gente che non esiste di cose che non racconterà. Nel mio racconto non c'è nulla sull'infanzia dei personaggi, se non brevissimi accenni. Ma è chiaro che una personalità lì si forma. Piccoli particolari divergenti e di nuovo portano a reazioni diverse.
Sarebbe stato comunque inutile, almeno nel mio caso, raccontare il pregresso. Io lo conosco, il mio personaggio lo conosce e suppongo che agisca di conseguenza. La mia non era e non voleva essere in nessun caso la triste storia di atleti che vengono da infanzie difficili. Il fatto che una cosa non venga raccontata non vuol dire che un autore non la conosca.
Il confronto ha reso questo più evidente e mi ha mandato campanelli d'allarme quando mi sono trovata magari a dire "no, il mio personaggio non farebbe mai così, ma non so perché". Ecco, "non so perché" non va bene per un'autrice. È stato poi un viaggio davvero interessante il capire perché il mio personaggio avrebbe in determinate circostanze fatto una cosa e l'altra versione dello stesso personaggio nello stesse circostanze ne avrebbe fatta un'altra. La risposta stava nel sommerso non raccontato, ma pensato, nei battiti d'ala di farfalla.

Alla fine, credo, anche noi persone vere siamo così, la somma delle grandi e piccole scelte, dei grandi e piccoli eventi, del contesto in cui viviamo. Due gemelli separati alla nascita, portati in ambienti simili ma non uguali, che percorrono vite parallele ma non coincidenti alla fine svilupperanno inevitabilmente caratteri e comportamenti magari simili ma non sovrapponibili.

Tutto ciò, a livello narrativo, non influenza solo la trama, il ciò che succede, ma anche lo stile, la tessitura del narrato. Ecco che il punto di vista di un personaggio, secondo una versione era ricco di citazioni cinematografiche e di un certo cinema d'autore. Senza perdersi in mille spiegoni, veniva fuori un personaggio dai gusti raffinati con evidentemente degli studi pregressi. Nella stessa situazione la mia versione dello stesso personaggio avrebbe pensato a pubblicità di riviste patinate. Questo influenza lo sguardo, il lessico, persino la sintassi di un brano scritto tenendo una terza persona focalizzata o una prima persona.

Per certi verso credo che questo sia stato uno dei più intensi laboratori di scrittura a cui abbia mai partecipato. Mi ha messo in crisi, mi ha portato a immergermi molto profondamente in personaggi a cui mi sono accostata all'inizio in modo giocoso e che mi hanno invece dato inaspettati pugni nello stomaco. Ma penso mi abbia reso molto più consapevole e portata più a fondo in una parte essenziale del lavoro di scrittura.

venerdì 11 maggio 2018

Con Manzetti e Sherlock Holmes a Cureggio


Venerdì 18 maggio 2018
Cureggio – No
Biblioteca comunale ore 21
Innocenzo Manzetti colui che inventò il telefono
Con 
Fabio Valeggia
Antonella Mecenero, autrice del romanzo
"Sherlock Holmes e il mistero dell'uomo meccanico"

martedì 8 maggio 2018

La spada, il cuore, lo zaffiro al salone del libro di Torino


Incombenze scolastiche, preparazione del battesimo della pupattola e anche la scrittura privata mi hanno tenuta un po' lontana dal blog.
Adesso però è tempo di tornare, anche perché alcuni appuntamenti si avvicinano.

La spada, il cuore, lo zaffiro la mia antologia fantasy curata da Rill, che ha avuto recensioni tanto commuoventi da farmi seriamente pensare di approfondire il mio rapporto con il fantasy, sarà presente alla Fiera del Libro di Torino.

Quindi se volete accaparrarvi una delle ultime copie della prima edizione (pare ci sia odore di ristampa) dell'antologia, non avete che da andare
Salone del libro di Torino – dal 10 al 14 maggio
Stand di Plesio Editore – Padiglione 1, stand E42

I miei personaggi fantasy sono in buona compagnia. Troverete anche le altre antologie Rill, sia quelle legate al concorso (in alcune sono presenti i miei racconti), sia quelle personali, tra cui l'ultima, bellissima, di Davide Camparsi, Tra cielo e terra. Un autore da tenere d'occhio, perché diventerà un riferimento per il fantastico italiano.

Ovviamente ci sono anche tutti i bei libri di Plesio, un editore ben noto ai lettori di questo blog, che difende da sempre il fantastico italiano.

Io non ci sarò, perché, appunto, c'è il battesimo della pupattola, cosa che significa anche che ora è davvero davvero nostra figlia, con tanto di carta d'identità.
Voi però non lasciate soli i miei personaggi. Se andate a Torino non dimenticate di salutarli e magari di portarveli a casa!

lunedì 30 aprile 2018

Scorci di scrittura privata

Spiegone sul post precedente.

Scrivendo per me posso concedermi di rallentare il ritmo e di buttarla sullo schifosamente romantico.
Di solito i miei personaggi hanno un assassino da prendere o qualcosa da salvare (non che ci riescano) e non hanno mai tempo per lanciare questi sguardi...

Lo trovò in giardino, seduto su una panchina, intento a tirare la palla a M.
Rimase un istante a guardarlo. Non sembrava sotto pressione, a poco più di una settimana da una finale internazionale, con tutte le aspettative di uno stato iper competitivo addosso e i problemi fisici con cui fare i conti. Giocava col cane in modo infantile, lasciandosi leccare in faccia e senza tuttavia perdere quell’eleganza che lo contraddistingueva. Se non si sapeva chi fosse, poteva essere scambiato per un modello o un attore. Uno di quegli individui frivoli e vanesi pronti a fare una scenata se tutto non era esattamente come lo pretendevano.

Fantasie atletiche per interposto personaggio (punto di vista differente rispetto a quello di prima).

Quindi era questo che significava essere un atleta olimpico.
Aveva ripetuto a tutti che era solo una gara come le altre. Anche l'allenatore lo aveva ripetuto un milione di volte. Quella mattina, mentre assisteva alla prima prova a squadre, gli era sembrato che fosse davvero così, una gara come le altre, solo in un posto più ventoso e scomodo del solito e quel senso generale da vacanza organizzata per bambini dei quartieri disagiati che aleggiava sul villaggio olimpico.
La cerimonia d’apertura era un’altra cosa.
Anche se non voleva, anche se cercava di rifugiarsi in quella pozza di rabbia e cinismo del suo animo a cui poteva quasi sempre attingere forza, gli faceva effetto. Gli faceva effetto essere uno di quella massa di atleti che sfilava, ognuno con i propri sogni, ognuno consapevole di essere solo polvere nell’universo, ma di avere, in quel momento che forse mai nella vita si sarebbe ripetuto, la possibilità di fare la storia. Dava, suo malgrado, l’idea di quanto fosse immane l’impresa di vincere una medaglia olimpica. Solo pochissimi di quelle centinaia e centinaia di atleti avrebbe terminato le competizioni con qualcosa al collo. Ancora meno con qualcosa d’oro al collo. Un numero ancora più piccolo avrebbe portato a termine davvero un’impresa degna di essere ricordata. Con i suoi diciotto anni non ancora compiuti e i suoi sessanta chili scarsi, per la prima volta si sentiva piccolo.

giovedì 26 aprile 2018

Scrittura privata


In questi giorni, rubando il tempo un po' qui e un po' là, anche al blog, sto scrivendo parecchio.
Cose che sicuramente non verranno mai pubblicate, neppure in rete sotto pseudonimo.
Cose che, nella migliore delle ipotesi verranno lette da quattro persone.

È un'esperienza nuova per me. Non ho mai avuto un diario personale, ad esempio.
Il mio computer stralipa di racconti, anche romanzi, che non vedranno mai la luce. Alcuni nascono volutamente come esercizi, propedeutici a qualcos'altro. Altri sono malriusciti. Di alcuni francamente mi vergogno (per la resa, in realtà pochissimo per i contenuti). Altri non hanno trovato una casa editoriale e non si prestano a essere pubblicati qui, quindi, poveri, finiscono per restare nel mio archivio e basta. Altri erano destinati a progetti abortiti.
Un numero davvero esiguo nasce come "scrittura interna", relativa per lo più al gioco di ruolo e quindi funzionale a narrare e a condividere con gli altri giocatori la storia di un personaggio o il suo punto di vista su un determinato evento. Si tratta di storie brevi, di non più di cinque pagine. Solo in un caso ne è nato un racconto che aveva una sua ragione d'essere e che, infatti, è poi finito su questo blog.

Questo caso è del tutto diverso. Intanto il per la quantità di pagine che stanno uscendo. Sono già  sopra le 100000 battute e manca almeno un terzo della storia. Non è un dato solo numerico. Chiunque scriva sa che non si può andare molto in là in una narrazione se non c'è un'esigenza profonda, qualcosa che preme per uscire. 
La cosa più curiosa è che il tutto nasce da una serie di esperienze condivise con altre amiche (di fatto le 4 persone che, forse, leggeranno) e che ha portato tutte sulla strada della narrativa, con esiti molto diversi in fatto di racconti, perché in ciascuna di noi, evidentemente, si è smosso qualcosa di importante ma di differente.

Ne sta uscendo un'esperienza molto strana.
Io avevo appena terminato un racconto molto doloroso, per le tematiche trattate e i contraccolpi psicologici e ora invece scrivo davvero con la gioia di scrivere. 
Da un punto di vista meramente tecnico ho la sensazione di inoltrami in generi che mi sono sempre negata, perché non sentivo di padroneggiare o perché avrei scritto cose che mi sarei vergognata a far leggere in giro. Sì, insomma, ho un'anima schifosamente romantica e me ne vergogno e, siccome ritengo di non saper fare una storia romantica, non ne ho mai scritte. Ma dato che questa volta è una faccenda privata chisseneimporta.
La cosa che sto producendo si articola in due narrazioni separate. La seconda, volendo poteva essere convertita a giallo (certo, avrei dovuto ammazzare un personaggio che mi sta simpatico...). La parte della mia mente che ragiona per schemi narrativi mi ha avvisato subito delle potenzialità del contesto. Anzi, non escludo in un futuro di usare ambientazione (non pensiate che non ci sia un lavoro di documentazione dietro, anzi...) e motivazioni dei potenziali assassini per un bel giallo. Però adesso, davvero, questi personaggi non li voglio ammazzare. Di più, li voglio portare al miglior lieto fine possibile, magari non quello che vorrebbero loro, ma quello che, forse, alla lunga, li farà stare meglio. Già il lieto fine è una cosa che mi concedo davvero di rado.
Questo mi porta  in un universo di equilibri narrativi sconosciuti, perché, bene o male, un giallo so come si scrive e come ci si ragiona, una storia d'altro genere no e quindi è continuo andare avanti e indietro a sistemare, inserire e togliere elementi e premesse come non mi succedeva da anni (con gran divertimento del marito che mi sente sbuffare e non capisce come una cosa che faccio per puro sfizio mi dia più difficoltà di racconti pensati per concorsi).
Ci sono considerazioni stilistiche che normalmente non farei. Mi è venuto in mente troppo tardi perché mi metta davvero a riscrivere una cosa come 50000 battute, ma è la prima volta che ho ipotizzato di fare un racconto tutto in prima persona presente, alternando tre punti di vista. Non escludo neppure di farlo in un'ipotetica seconda stesura, anche se mi vien male al solo pensiero.

Questo solo per la parte tecnica, che poi è la meno particolare del tutto.

Di certo questa esperienza mi sta facendo bene a molti livelli.
Scrivere sapendo che chi mi leggerà già mi conosce mi leva un gran numero di paranoie e mi permette per certi versi di essere più scoperta e per altri più giocosa. Di questi tre punti di vista, ad esempio, capiranno subito qual è quello più personale e quello che invece mi ha divertito molto scrivere perché con me ci azzecca poco. D'altro canto, essere più scoperta mi permette di entrare più in sintonia con me stessa, accettare le mie paure e le mie (molte) paranoie come mie. In un momento della mia vita in cui sono molto presa da quello che devo fare e dai miei molti ruoli esterni, diventa una coccola per l'anima. Si capiscono cose della propria vita sorprendenti. Ad esempio io ho praticato sport a livello agonistico nazionale per molti anni e, come tutti gli atleti, ho sognato di avere le capacità e le possibilità di andare oltre (tra l'altro una mia compagna di scuola faceva gli europei nella stessa disciplina, con mia somma invidia). Lo avrei davvero vissuto bene? Alla luce di questa narrazione, no, sarebbe stato un incubo. Prima non l'avevo mai realizzato. Ora, questa è una sciocchezza, ma mette una bella riga sopra a un rimpianto della vita. Ed è liberatorio.
A livello di scrittura mi permette di ragionare con molta più libertà, di sperimentare, di giocare anche e di recuperare un livello più autentico di scrittura che forse stavo perdendo.

A qualcun altro è capitato?