lunedì 15 ottobre 2018

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte – letture


Ho già raccontato della mia antipatia per quei libri proposti a ciclo continuo alle insegnanti di lettere "per sensibilizzare i ragazzi" verso una qualche tematica.
Libri spesso scritti a tavolino, che trattano inevitabilmente una qualche disgrazia, a volte con una distanza tale da chi tale disgrazia la vive davvero da risultarmi sgradevoli. Poiché Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte è ormai considerato un classico del genere, me ne sono tenuta a lungo lontana.
E mi sbagliavo.

La recensione positiva di un'amica lettrice mi ha per fortuna indotta alla lettura di quello che forse è un libro scritto a tavolino e su commissione, ma con raro tatto.
Mark Haddon è uno scrittore per ragazzi e non è difficile immaginare il suo agente che chiede un romanzo sulla disabilità mentale. "Fai una cosa tipo Ray Man, ma con un adolescente", immagino sia stata la richiesta.
Nell'introduzione alla mia edizione, scritta dallo stesso autore, più o meno lo si legge tra le righe, ma si legge anche la cura che l'autore ci ha messo nell'affrontare un tema che sapeva sensibile e l'amore che ha infuso nel proprio protagonista.

Christopher ha 15 anni e un qualche disturbo dello spettro autistico (l'autore ci tiene a specificare di non incasellarlo in una sindrome specifica, alla faccia della quarta di copertina e di wikipedia). Non riesce a decriptare le emozioni altrui e per questo il mondo gli sembra popolato da alieni potenzialmente ostili. Il suo sogno ricorrente è di isolarsi dal resto dell'umanità, nello spazio o nella profondità degli abissi, dove nessuno lo possa spaventare e lui possa restare solo con le proprie passioni. Perché di passioni Christopher ne ha molte, la matematica, la scienza e l'investigazione. Il suo mito è Sherlock Holmes.
Così, quando trova il cane della vicina ucciso, decide di indagare. Un'indagine che lo porterà a scoprire la verità sui propri genitori.

Il tutto è raccontato da Christopher stesso, con il suo linguaggio acuto e oggettivo, la sua incapacità di capire una metafora e il suo amore per la matematica. Lo stile tutto particolare del romanzo, che l'autore spiega essere stata la sfida più difficile, privo di metafore, senza quasi accenni ai sentimenti e continue digressioni matematiche, è probabilmente la chiava del successo del romanzo. Lo rende semplice e particolare insieme, un raro caso in cui la semplicità linguistica è tutt'altro che assenza di stile.

Devo dire, però, che ciò che davvero mi ha colpito è stata la caratterizzazione dei genitori di Christopher. In questo genere di storie i genitori tendono a essere o demoni o santi. Indifferenti fino alla crudeltà o totalmente dediti alle problematiche del figlio. In questo caso, invece, sono semplicemente umani. Il padre, che abbiamo modo di conoscere meglio, è un genitore sinceramente affezionato, attento, fiero delle capacità del figlio, di cui sostiene a spada tratta il diritto a svolgere l'esame di ammissione all'università. È anche capace, però, di madornali errori, di  scatti d'ira, di comportamenti ambigui. È un uomo logorato dal doversi occupare di un figlio disabile, che, pertanto, non sempre agisce per il meglio. La madre la si scopre a poco a poco, col procedere della trama, ma emerge anche qui una donna profondamente umana, che, nonostante ci provi con tutta se stessa, fatica  a trovare il giusto modo per interagire col figlio.

Una riflessione tutta particolare sorge poi nel lettore italiano, sopratutto se, come me, è un prof. Christopher è un ragazzo con una spiccata intelligenza logico matematica e tuttavia frequenta una scuola differenziata. È evidente che nessuno dei suoi compagni sta al suo livello. In Italia sarebbe inserito in una classe qualsiasi con un insegnante di sostegno e potrebbe riuscire molto bene in molte materie, se non in tutte. Mentre pensavo tra me che il sistema italiano è meglio mi sono imbattuta nel piano orario di Christopher e mi sono resa conto che molte delle cose che gli stavano insegnando avevano senso. Come prendere i mezzi pubblici, come prendersi cura di se stessi... Ora, con un buon insegnante di sostegno le stesse cose un Christopher le imparerebbe comunque e in più potrebbe interagire con compagni "normodotati" che a loro volta imparerebbero ogni giorno qualcosa da lui. Quindi in teoria il sistema italiano è meglio, sopratutto per ragazzi come Christopher che hanno buone o ottime capacità cognitive. Poi però... Però oggi nessuno degli insegnanti di sostegno era in classe, nella mia scuola, perché tanto per cambiare ci sono stati problemi con le graduatorie. Qualcuno è stato riconfermato, qualcuno no. Quindi domani alcuni ragazzi troveranno il loro prof si sostegno e altri no. Molti Christopher soffriranno terribilmente la cosa, perché più di altri hanno bisogno di ritualità e certezze e quindi non so. Forse è meglio un sistema non ottimo ma che funzioni? O forse dovremmo pretendere tutti che il sistema funzioni? Non so, certo è che leggendo questo libro e pensando ai vari Christopher che ci sono nella scuola italiana mi è venuto un po' di magone. Anche se il nostro sistema sulla carta è indubbiamente migliore.

venerdì 12 ottobre 2018

Padrone del tuo destino – racconto a puntate, capitolo 3




PARTE PRIMA – CAPITOLO TRE

San Pietroburgo – Aprile 2001

– Ti sembra un Axel quella roba lì? – ruggì Y. con il suo miglior tono da mastino infernale.
Vide che K. rabbrividiva sotto la sfuriata e si diede un buon voto.
Dopo un istante, però, il ragazzo si ricompose e alzò il mento in quella che era la sua posa tipica.
– Beh, sono quello che lo fa meglio, qui.
– E., per favore, fai vedere al moccioso come si fa un doppio Axel – replicò Y.
La pattinatrice, che stava già per tornare nello spogliatoio si avviò al centro della pista e, dopo un minimo di riscaldamento, saltò in modo impeccabile. 
Stava diventando divina. Era una ragazza incantevole, con il suo aspetto da principessa Biancaneve, nulla di strano che G. ne fosse ipnotizzato al punto da cadere ogni volta che si rendeva conto che lei lo stava guardando. In quell’ultima stagione, però, aveva sviluppato una grazia quasi ultraterrena e pattinava come nessun’altra al mondo. K., però, non sembrava impressionato.
– Grazie tante, ha quindici anni – sbuffò.
– E alla tua età lo faceva già così – ringhiò Y. – Smetti di blaterare e datti da fare.
K. non migliorava come aveva sperato. 
Migliorava, certo, rimaneva inarrivabile per G. Aveva disputato una competizione tra gli juniores ed era arrivato quinto. Però non era… Non era I., ecco. E forse era ingiusto, nei confronti di entrambi i ragazzi, continuare con quel paragone. Non si può chiedere a un gatto di essere una tigre.
– Non mangiartelo, è stato di nuovo chiuso fuori dal compagno di stanza e ha passato la notte nell’anticamera – disse D., avvicinandosi.
– Perché tu sai sempre queste cose? – chiese Y.
– Perché non li terrorizzo.
– Uff… E sai anche il perché di questo litigio?
– G. ha due versioni. K. sa essere estremamente sgradevole, ma è perché gli mancano casa sua e suoi amici e il compagno di stanza è un vero stronzo. Quest’ultimo, però, ha anche un’altra idea, dice che a K. le ragazze non interessino e lui con un pervertito in camera non ci sta. Diamo atto a G. di averla classificata come pura maldicenza.
Y. si strinse nelle spalle.
– Potrebbero essere vere entrambe – commentò.
Il viso di D. assunse un’espressione disgustata che fece sogghignare il tecnico.
– Non dirmi che quando eri in trasferta in Europa non hai mai ricevuto un invito per andare in certi locali? – chiese.
– Sì e li ho sempre mandati tutti a quel paese! Perché, tu no?
– Non ne avevo bisogno. Avevano tutti troppa paura della mia fidanzata per provarci con me. Ma non ero ne cieco ne sordo.
Aveva partecipato a due olimpiadi e nei villaggi olimpici ne succedevano di cose…
– Il nostro compito è far sì che pattinino bene e non si caccino nei guai – riprese. – Poi il resto a me non interessa. K. non può essere sbattuto fuori dalla stanza. Non lo possono mettere con G.?
Era questa la parte del lavoro che proprio non sopportava. Avrebbe voluto che quei ragazzi prendessero a esistere ai suoi occhi solo all’ingresso del palaghiaccio. E invece no. Doveva occuparsi delle loro beghe sentimentali, persino dei litigi con i compagni di camera…
– G. divide la camera con un ragazzo che viene dalla sua stessa città e ci si trova bene – spiegò D.
Y. annuì.
A vederli così, l’aquilotto e il ragazzino magro con i capelli neri, sembrava senza dubbio G. il più fragile. Arrossiva appena E. lo guardava e gli venivano le lacrime agli occhi quando Yakov gli urlava dietro. Però andava d’accordo con tutti, nel giro di un paio di mesi si era inserito bene sia al pensionato che a scuola, al sabato pomeriggio andava al cinema con degli amici. Era diligente negli allenamenti e migliorava. In tutta onestà Y. non sapeva se potesse fare di lui un campione, ma le basi per diventare un solido atleta c’erano tutte. K. era più forte, sia allo stato attuale, che in potenza. Era un solitario e una certa resistenza alla solitudine è una caratteristica fondamentale per i campioni. Forse, però, non era un solitario per sua scelta. In quel modo arrogante di alzare il mento c’era tanto una sfida verso il mondo quanto verso se stesso. 
Y. scosse il capo. I campioni, quelli veri, sono sempre complicati. Per arrivare a eccellere quasi ai limiti dell’umano ci voleva qualcosa, rabbia, determinazione o desiderio, che le persone appagate e felici non hanno. Lo riconosceva in se stesso, lo vedeva in E., nel modo in cui ogni tanto i suoi occhi blu si rabbuiavano, sebbene, almeno in apparenza, avesse tutto. Lo fiutava in K.. Poteva diventare un campione o spezzarsi e Y. era consapevole che una sua parola, una sua decisione, poteva influire in un senso o nell’altro. Ma non sapeva quale fosse la parola o la decisione.
– Parlerò con il direttore del pensionato – disse. – E avrebbe bisogno di qualcuno al suo livello con cui scornarsi. E. è ancora troppo oltre.
– Stai ancora pensando a V.? – chiese D.
Y. sospirò.
– Sì.
L. non era per nulla entusiasta all’idea di prendersi in casa uno zotico siberiano figlio di un delinquente. O forse persino lei si era affezionata a I. e non era pronta a sostituirlo. In ogni caso non poteva portarsi a casa un ragazzino contro il volere di sua moglie. Una moglie, per altro, a cui non potevi spostare neppure una pianta in vaso senza il suo consenso. 
– L’altro giorno ha chiamato l’assistente sociale – disse D. – Vuoi tutta la lacrimevole storia?
– No – scosse il capo Y. – Solo il riassunto.
– O lo porti qua adesso o non lo fai più. 
Y. grugni qualcosa.
Aggiungere un atleta a un gruppo era come inserire un elemento misterioso in una pozione alchemica. Poteva risultarne un’esplosione come la pietra filosofale. E V. sembrava fatto di un materiale altamente instabile.
– Devo parlarne seriamente con L.
– Sai già come la penso – borbottò D.
– Come no? Continui a nominarlo. Nel profondo pensi anche tu che il suo posto sia qui, a giocarsi le proprie carte con K. e G.




Salechard – Aprile 2001

Y. si guardò intorno sperso, all’uscita dalla stazione.
A quanto pareva la massima attrattiva locale erano due enormi statue, una a forma di mammut e una a forma di renna. Per il resto quella che aveva intorno era una città che stava giusto affacciandosi alla fine dell’inverno, tutta casermoni e industrie, con un sacco di cantieri aperti. Non c’era nessun albero, ma moltissime gru. L’emblema della nuova Russia capitalistica, insomma, con pochi imprenditori ad arricchirsi e una gran massa di poveracci la cui massima aspirazione era lavorare per due soldi ai confini del mondo nell’estrazione del gas. A meno di non essere un appassionato di mammut, pensò, solo la disperazione poteva spingerti lì.
Y. aveva un indirizzo in tasca, ma era metà pomeriggio e chiese al taxista di essere portato al palaghiaccio.
– Ha l’aria di un dirigente sportivo, lei. È per la nostra squadra di hockey, vero? – commentò l’autista, tutto entusiasta. – Abbiamo dei veri campioni, lasci che glielo dica.
– Pattinaggio di figura.
– Eh?
– Sono un dirigente sportivo. E mi occupo di pattinaggio di figura.
– Belle ragazze, allora. Mica male lavorarci. Anche se sono un po’ piattine per i miei gusti… Certo, l’idea che ci siano anche dei ragazzi, con quei costumini…
– Ci ho vinto un’olimpiade, io, con uno di quei costumini.
– Ah…

Il palaghiaccio era decisamente la patria della squadra di hockey, con tanto di foto giganti per festeggiare una recente vittoria, ma la scommessa era giusta. A quell’ora si allenava il pattinaggio artistico. Quasi tutte bambine, qualche bambino, e un ragazzetto più grande dai capelli chiarissimi che provava in disparte i movimenti di una coreografia con delle cuffie nelle orecchie e un vecchio mangiacassette attaccato alla cintura dei pantaloni. 
Si era alzato in quei mesi, il che per un pattinatore poteva non essere necessariamente un bene. Al momento, forse, quello contribuiva a dargli un senso generale di sbilanciamento. Ci si stava mettendo d’impegno, però. Si fermò un istante, attese di avere la pista libera e provò un Axel. Partenza sbagliata, tanto per cambiare. Però l’elevazione… Non mancava di potenza, questo era certo. L’atterraggio fu incerto, salvato da una mano sul ghiaccio…
– Lei è il padre di…? – chiese una voce femminile.
Una donna castana sotto i trent’anni, con i pattini ai piedi, si piazzò davanti a lui. 
L’aveva già vista in gara, anni prima, doveva essere l’allenatrice, quindi, come diavolo si chiamava? Difficilmente chi non arrivava neppure alla decima posizione gli si fissava in testa.
– Nessuno, sono qui per vedere il ragazzo.
– È nei guai? È della polizia?
Inizio promettente…
– Dovrebbe essere nei guai? – chiese. – Certo, che se salta in quel modo…
Il secondo tentativo di Axel lo aveva portato sdraiato sul ghiaccio a faccia in avanti.
– Non è molto concentrato di questi tempi… – commentò la donna. – Lei è?
– Y! – esclamò il ragazzo che si stava rialzando.
Attraversò veloce la pista, andando quasi a sbattere contro un paio di bambine e per un istante il tecnico ebbe il terrore stare per essere abbracciato.
– Ma ti sembrava un Axel, quella roba lì? – ringhiò, a titolo preventivo.
– Non mi hai fatto vedere le foto dell’Axel! Il Loop l’ho imparato bene, A. te lo può confermare.
– Sì – confermò la donna. – Gli è uscito qualche bel triplo.
– Ho fatto anche un quadruplo, una volta – si inserì il ragazzo.
– Scordateli i quadrupli prima dei quindici anni che se cadi male ti spacchi tutto – borbottò Yakov.
Un quadruplo, davvero? Beh, la potenza l’aveva e un colpo di fortuna può capitare a tutti… Un quadruplo Loop a tredici anni? C’era chi non ci riusciva in una vita intera a farlo. E Y. pensava a gente che si qualificava per il mondiale assoluti…
– Quindi è vero – disse A. – È arrivato il principe sul cavallo bianco che ti porta via da qui.
Diede un’occhiata significativa a Y. e il tecnico si sentì dare un voto piuttosto basso come principe. Troppo maturo e stempiato. Proprio una città di gente simpatica, non c’era che dire…
– Non è mica detto – borbottò. – Ci sono un sacco di cose vedere… Un Axel fatto meglio ad esempio.
Il ragazzo si era rabbuiato. Ci sperava davvero. Beh, era ovvio. A quanto pareva lì il pattinaggio di figura era cosa per bambini e qualche ragazzina. Anche senza contare tutto il resto, i pattini che erano gli stessi che gli aveva visto in gara, ad esempio, non è che avesse molta gente con cui parlare, a bordo pista.
Y. sospirò e estrasse un involto dalla sacca che aveva con sé.
– Tieni – disse tirandoglielo. – Tanto ormai ti saranno già stretti.
Il ragazzo tirò fuori i pattini nuovi con una sorta di timore reverenziale.
– Sono quelli standard della nazionale russa – borbottò Y. – Vedi di meritarteli.

Nel posto dove il ragazzo viveva, un casermone in periferia con vista sui cantieri, c’era tutta la parte spiacevole che attendeva Y. C’era la burocrazia, con una serie di complicazioni che andava al di là di quello che il tecnico si era aspettato e c’era la parte di storia lacrimosa a base di padri usciti di galera che non si erano fatti vivi e di amici più grandi che ci erano già entrati. Nessuno, però, gli chiese del denaro aggiuntivo e in generale si respirava un’aria di pulizia. Un posto non allegro, questo era certo, ma forse non il peggiore in cui un bambino potesse finire. E poi per V. avevano tutti una buona parola. Volevano dargli un futuro, ma non erano felici di liberarsene. Non si poteva dire la stessa cosa per tutte le famiglie con cui negli anni aveva parlato. Nessuno dei famigliari gli aveva parlato di E. con lo stesso calore con cui gli stavano raccontando di quanto V. fosse affezionato a Baba Yaga, il cagnone dell’istituto.

Trovò il ragazzo all’esterno, seduto su una panca di cemento a guardare la sera già lunga di aprile, sporcata dai palazzi in costruzione, e il prato ancora macchiato di neve.
– Verrò a San Pietroburgo? – chiese.
– Non subito. Ci sono una marea di carte da fare. A fine estate, forse.
– Va bene.
V. lo stava guardando concentrato, col suo viso ancora da bambino tutto serio e una marea di domande e aspettative dietro gli occhi chiari.
– Mettiamo le cose in chiaro – disse Y. – Vivrai in casa mia, ma io non sarò una sorta di padre o di amico per te. Sono il tuo tecnico. Di più, sono il padrone del tuo destino. Se non stai alle regole che ti imporrò, tornerai qui. Se non sarai all’altezza, tornerai qui. Se ti farai male al punto di non poter più pattinare decentemente, tornerai qui. E non mi importa se non vuoi fare il meccanico o l’elettricista. A me interessi solo per come pattini e per come e quanto vinci. Se non sei in grado di vincere non mi interessi. Quali che siano le cose che tu ti aspetti, io sono solo questo. Intesi?
L’espressione del ragazzo era indecifrabile. Era stato troppo duro? Stava per mettersi a piangere? Era un bambino che lui stava portando via dal mondo che aveva sempre conosciuto, era davvero il caso di ringhiargli contro in quel modo?
Ma il ragazzo sorrise.
– Io, però, ho una richiesta da fare – disse.
– Sarebbe?
– Posso farmi crescere i capelli? Più lunghi di così non me li fanno tenere. – disse, toccandosi le ciocche che gli arrivavano appena sotto le orecchie.
Y. sospirò.
– A me importa solo che tu vinca.

– Allora vincerò.

Il mammut simbolo di Salechar
E con questo abbiamo finito la prima parte del racconto, quella per certi versi più tenera e consolatoria.
Ora la squadra di Y. è al completo. Dalla prossima puntata conosceremo meglio anche E., che fino a questo momento è rimasta un poco nell'ombra.

giovedì 11 ottobre 2018

Sognare è gratis – partecipare al premio DeA Planeta


Come, immagino, i 9/10 degli scribacchini italiani, quindi diciamo la metà della popolazione nazionale, ho deciso di partecipare al premio DeA Planeta.
Anzi, per evitare che mi passasse il momento di determinazione, ho già partecipato. Romanzo inviato e non ci pensiamo più fino ad aprile.

Per quelle tre persone che ancora non lo sapessero, il premio DeA Planeta promette cose mirabolanti per il vincitore, almeno per quello a chi siamo abituati. Traduzione in plurime lingue e 150000 euro di premio.

Che speranze ritengo di avere?
Ad essere sinceri poche, per una mera questione statistica. Parteciperà il mondo.
Però, giocare per giocare, ho cercato di usare la mia carta migliore.
Il romanzo che quest'anno è arrivato finalista al Giallo Mondadori, pur non essendo in senso proprio un giallo. Quindi un'opera che è stata presa in considerazione dal una casa editrice di peso. Al momento è il meglio che io possa scrivere. La cosa che penso possa più piacere anche all'estero.

E poi, diciamocelo, a questi concorsi ci si iscrive anche solo per sognare.
Che cosa ci farei con quei 150000 euro?
Mi comprerei un po' di serenità, ovviamente, nel senso che i soldi non danno la felicità ma la casa pulita (non da me) sia la mia che quella dei miei, per dire, un po' di felicità me la dà.
Farei qualche bella vacanza con marito e pupattola. 
Mi potrei pagare la baby sitter per andare alle presentazioni de mio romanzo.
Devo dire che questa non è una cosa secondaria. Credo che questo romanzo non avrebbe grossi problemi a trovare un buon editore di fascia media. Il problema è che un libro va promosso e adesso come adesso la mia mobilità è scarsa. Non posso certo obbligare la pupattola a lunghe trasferte in auto tutte le settimane. Né posso obbligare un marito che spesso in settimana fa orari infami a sobbarcarsi carico doppio di lavoro nel fine settimana. E per non promuovere un libro tanto vale pubblicarlo. Con questo bel gruzzoletto potrei lasciare con più tranquillità a casa marito, pupattola e supporto logistico, o portarmi appresso pupattola e supporto logistico.

Insomma, come vedete ho già iniziato a sognare. 


Ah, mi piacerebbe dire, per dissuadere i 9/10 degli scribacchini, che la partecipazione al premio è un incubo. Invece no, ci si iscrive in dieci minuti, se il sito non vi prende in antipatia (non so se ha preso in antipatia me, il mio computer o la mia versione di safari, ma dal computer del marito sono stati meno di dieci minuti). Il romanzo si carica in dieci secondi.

Chi altri di voi vuole sognare con questo superenalotto letterario?

lunedì 8 ottobre 2018

I dubbi della mamma socratica – mio figlio DEVE essere un genio



I bambini geniali, o comunque molto avanti nello sviluppo cognitivo esistono. Esistono eccome.
Fin da piccola ho avuto una particolare predisposizione per trovarmi come amiche persone estremamente sveglie, anche oltre il limite della norma. Tutte le mie amichette dell'asilo hanno imparato a leggere ben prima dell'inizio delle elementari. Una prima dei quattro anni e con un certo sconforto l'abbiamo vista iniziare le elementari prima di noi. Un'altra mia amica ha un figlio decisamente oltre il limite della norma, che è arrivato alle elementari che aveva già elaborato il concetto di numeri negativi e di elevamento a potenza.
Ora, proprio perché sono ben consapevole che questi bambini esistono, so anche che spesso non è che facciano una vita meravigliosa. Un po' perché la scuola non è attrezzata per accoglierli (se tu già leggi i romanzi quando i tuoi compagni ancora sillabano puoi fare un po' fatica a inserirti e probabilmente ti annoi), un po' perché si trovano con una massa di informazione difficile da gestire a livello emotivo. Insomma, non è che la condizione di avere figlio geniale io proprio la auguri ai genitori. Eppure, niente, avere un figlio significa entrare automaticamente, volenti o nolenti, in un mondo competitivo.

Un minimo di competitività credo sia inevitabile. Che le nonne si trovino e facciano a gara a quanto sono bravi e belli i nipoti credo sia fisiologico. È anche bello vedere che una nonna adottiva è così fiera di nipoti fisicamente diversi da lei e che non perde occasione per tesserne le lodi. Del resto il compito specifico dei nonni è quello di vedere il meglio nei nipoti e anche un po' di viziarli.
Anche i padri un po' hanno la tendenza a magnificare le conquiste dei figli. Padri orgogliosi che si incontrano descriveranno i pargoli come prossimi al nobel o all'oro olimpico.
Entro certi limiti è un processo positivo. Entro certi limiti.

Con la pupattola ci siamo iscritte a un corso di acquaticità per bambini di due anni.
Ci siamo inseriti in un corso già iniziato e alla seconda lezioni ci siamo trovate dentro a una sollevazioni popolare contro l'istruttrice supplente.
Non ho i mezzi per entrare nel merito della questione, premesso che da prof so quanto duro e frustrante sia il ruolo di supplente.
Comunque l'oggetto del contendere era che sì, l'istruttrice qualcosa faceva, ma non abbastanza. I bambini si annoiavano e non imparavano abbastanza in fretta. 
Ora si tratta di un corso di acquaticità per bambini di due anni con lezioni di 40 minuti. Già che un bambino di due anni si annoi in piscina se ci sta per 40 minuti e si fanno almeno 3 attività diverse mi sembra strano. Che non impari abbastanza in fretta... A nuotare? Cioè se impara a nuotare autonomamente a 30 mesi e non a 25 è un dramma? 
In ogni caso la sostituta non verrà più, i nostri bambini non si annoieranno e nuoteranno al più presto. Facendo almeno 6 attività diverse in ogni lezione (di 40 minuti).

L'altro giorno, al supermercato, poi, mi sono imbattuta nel kit di cui ho postato la foto. Un metodo per insegnare a leggere ai bambini di tre anni.
Non c'è nulla di male se un bambino inizia a leggere prima dei sei anni. Sopratutto se è lui a volerlo fare. Da prof (ma non da maestra) suppongo che ci sia un motivo per cui si insegna a leggere e a scrivere a sei anni e non prima, ma non ne so abbastanza per avere certezze.
Mi ha inquietato lo slogan. I bambini possono (perché no?), vogliono (alcuni probabilmente sì) e debbono leggere.
Debbono?
Sicuri sicuri che un bambino di tre anni deva leggere? Con l'imperativo?
Perché piace a lui o perché mammina e papino possano vantarsene?

Conosco parecchi bambini che hanno iniziato a leggere prima dei quattro anni senza kit alcuno. Immagino che sia bello proporre dei giochi per famigliarizzare con lettere e numeri. Anch'io senza dubbio lo farò e in parte lo faccio.
Ma devono leggere a tre anni? Con l'imperativo? E se preferisce invece piantare i pomodori, creare animaletti con la pasta di sale, strimpellare uno strumento? Non mi sembrano attività meno impegnative, per un bambino di tre anni. Capisco se vuole giocare con le lettere, ma che debba...

Che poi, pensavo, siamo nel paese che meno incentiva i giovani alla lettura. Spesso i genitori dei miei alunni mi chiedono conto dei libri che i pargoli devono leggere (loro sì, devono). Costano? (No, si prendono in prestito in biblioteca). Faranno male ai loro occhi? (Meno che ore al cellulare). Toglieranno tempo ad altri compiti? (Se ti poni il problema la risposta è già no).
Possibile che l'Italia si un paese in cui i bambini sono incentivati alla lettura solo prima dei sei anni? A tre anni devono leggere, a tredici anche no.

Insomma, tutto ciò mi ha lasciato molte perplessità.
Ritengo tuttavia che se mia figlia a due anni appena compiuti ha paura a tuffarsi dal trampolino della piscina possa comunque in futuro diventare una buona nuotatrice.
Per la lettura che dire? Io ho faticato parecchio a imparare a leggere a sette anni e ora scrivo...

venerdì 5 ottobre 2018

Padrone del tuo destino – racconto a puntate, capitolo 2

Eccoci di nuovo con la mia "storia particolare".
Il capitolo è lungo, ma a spezzarlo mi pareva di fare più male che bene.

Capitolo 1


PADRONE DEL TUO DESTINO – PARTE PRIMA, CAPITOLO 2

Y. si era ripromesso, non più tardi di due mesi prima, di non prendere in considerazione atleti che non avessero alle spalle famiglie in grado di riprenderseli, nel caso qualcosa fosse andato storto. Non che potessero essere tutti ricchi come E., certo, ma con le storie lacrimose di gente disastrata aveva chiuso. Chiuso. Con questo pensiero si trovò, senza ben sapere come, davanti al ragazzo, che si stava togliendo i pattini.
Aveva i calzini macchiati di sangue, ma se li tolse senza smorfie.
– Non sono della tua misura – grugnì Y.
Il ragazzo alzò lo sguardo e sorrise.
– Fanno il loro lavoro – disse.
Aveva un bel visetto pulito e occhi chiarissimi, color dell’acqua.
– Ho pattinato bene? – chiese.
Y. sbuffò.
– La coreografia non era male, ma gli elementi tecnici erano un disastro.
Il ragazzo si passò una mano nei capelli, senza smettere di sorridere, ma con un certo imbarazzo.
– Qual è il tuo salto preferito? – chiese Y., addolcendo appena il tono.
– Il Loop.
– Il Loop? La partenza è del tutto sbagliata!
– Fammi vedere come si fa!
Non era una domanda, neppure un’implorazione. Era quasi un ordine, impartito da quel bimbetto che adesso aveva un’espressione ostinata.
– Qui? – chiese Y.
C’era un bel caratterino sotto quella faccia d’angelo, questo era sicuro.
– Qui – confermò, infatti, stringendosi nelle spalle.
L’allenatore sospirò. 
Aveva con sé la propria valigetta, chissà poi perché, poi. Ne estrasse il portatile e proiettò sullo schermo una sequenza di foto.
– Questa è la partenza del Loop – disse.
Il ragazzo annuì, concentrato.
– Lei chi è? – chiese, indicando la ragazza che era ritratta nelle fotografie.
– E., vice campionessa europea juniores.
– La alleni tu?
– Naturalmente.
– V! – esclamò una voce femminile. – Non crederai mai a chi è venuto a complimentarsi per la tua coreografia!
Il ragazzo e l’allenatore si voltarono all’unisono.
– Y. F., che ha vinto tre medaglie olimpiche e tre titoli del mondo – disse V., come se fosse la cosa più normale del mondo discutere con lui.
– Quattro titoli del mondo – ringhiò sottovoce Y.
– Ah… – la donna si bloccò, interdetta.
– Era una bella coreografia – disse Y., richiudendo il computer. – Domani me ne farai vedere un’altra?
– Certo! – replicò il ragazzo. – Domani sarò una goccia d’acqua.
L’umiltà non sembrava proprio il suo forte.
– Lasciami indovinare, tuta blu? 
– Eh… Sì.
– Allora ci si vede domani, V.
– Ehm… A domani, allora.


– Dov’eri finito? – chiese D. – I migliori stanno per iniziare.
– Uff…
– Dal ragazzo? Lascialo perdere, sarà già un mezzo delinquente.
Vero, quasi sicuramente.
– Vediamo come pattina domani, oggi può aver avuto fortuna – concesse Y.
Si sforzò di concentrarsi sul gruppo che iniziava in quel momento il riscaldamento.
Pattinavano bene, alcuni molto bene. Avevano tutti pattini della giusta misura, costumi di discreto gusto, allenatori che avevano dietro uno staff tecnico almeno elementare. Non che fosse colpa loro, certo, ma il suo compito, constatò Y., era valutare le potenzialità di quei ragazzi, non il valore assoluto in quel momento. Nessuno di loro avrebbe partecipato a un’olimpiade il giorno seguente. E nessuno di loro, ne era certo, si era preparato la coreografia da solo.
Però pattinavano bene. Sopratutto G. e K. 
G. era diligente e preciso. Ascoltò con attenzione il proprio allenatore prima dell’esibizione e poi eseguì il proprio programma senza sbavature. Anche senza guizzi, certo, ma per un dodicenne non era male. Anche passando agli juniores se la sarebbe cavata bene, tra i primi dieci nel campionato nazionale.
K. era ancora meglio. Si muoveva con grazia e si intuiva uno sforzo interpretativo, oltre a una tecnica impeccabile. Avrebbe vinto lui, a meno di crolli clamorosi nel libero. Non era E., però, o I. Era un giovane campione, questo era sicuro. Ed era consapevole di esserlo. A quanto pareva, il suo attuale allenatore continuava a ripeterglielo. Fin dove si poteva spingerlo? Beh, si sarebbe visto.
Eppure continuava a pensare al ragazzino con la tuta malamente smacchiata. Come avrebbe pattinato, con i giusti mezzi a disposizione? 
E a I., che a tredici anni si sarebbe mangiato K. a colazione, togliendogli in un istante il sorrisetto tronfio con cui il ragazzo prese atto del proprio primo posto. Lui non se ne sarebbe andato con quel passo sicuro, ma sarebbe corso a complimentarsi con il secondo e il terzo. Adesso, però, I. avrebbe dovuto imparare a caricare pezzi di metallo nelle stampatrici e sarebbe stato meglio per tutti, sopratutto per lui, se si fosse dimenticato nel più breve tempo possibile cosa significava salire sul gradino più alto di un podio.


Tuta blu. Di seconda mano anche quella. Probabilmente, pensò Y., mentre osservava il ragazzo durante i minuti di riscaldamento, era partito da quello, da ciò che aveva a disposizione, per costruire i propri programmi. Un’impostazione da professionista.
L’allenatore non sembrava dargli chissà quale valore aggiunto, anzi, non sembravano proprio avere una grande confidenza.
– Non è l’allenatore, è il dirigente del centro sportivo – disse D., che stava osservando le stesse cose. – Lo allena una ragazza che una volta è arrivata dodicesima ai campionati nazionali juniores.
– Ci credo che non abbia le basi, allora… Quindi ti sei informato?
D. si strinse nelle spalle.
– È un tipetto curioso. Ieri, subito dopo la gara, ha avvicinato K. per chiedergli un consiglio. Il nostro aquilotto gli ha risposto che prima doveva imparare a pattinare. Io gli avrei affibbiato almeno un pugno in faccia, mentre il ragazzetto ha detto che era proprio quello che stava facendo e che un giorno sarebbero saliti sul podio insieme. Per un attimo ho pensato che sarebbe stato interessante vederli allenarsi insieme.
Y. grugnì.
L’aquilotto era un po’ troppo abituato a primeggiare. Un atteggiamento pericoloso, a quell’età, ma probabilmente sarebbe bastata E. a rimetterlo in riga.
Il ragazzo aveva cominciato.
Aveva scelto una canzone che parlava di pioggia e di lacrime. E no, la coreografia del giorno prima non era stata un caso. Se solo fosse stato un po’ più preciso…
– L’impostazione del Loop è giusta! – esclamò D.
Un doppio Loop perfetto. Fatto guardando per due minuti delle fotografie, il giorno prima. 
– Adesso tenta una combinazione – mormorò Y.
– Troppa arroganza – commentò D.
Sì. Cadde di sedere sul secondo salto, ma si rialzò subito, recuperando la sincronia con la musica. Questo voleva dire che aveva cambiato in corsa la coreografia. Aveva nervi salvi e consapevolezza di quel che stava facendo, anche se tendeva ad esagerare.
– Se non fosse caduto e non avesse fatto così tante imprecisioni con questo programma si giocava il podio – commentò D., quando ebbe terminato.
– Entrerà comunque nei primi dieci, non male per la prima gara nazionale – ragionò Y. – Tu come te l’eri cavata?
– Dodicesimo. Ma avevo dieci anni, ero il più piccolo. Tu?
– Quarto. Ci sono rimasto malissimo.
– Quindi? – chiese D.
Y. sospirò. Il ragazzo aveva enormi margini di miglioramento, questo era certo. Ma tra avere una possibilità e riuscire a realizzarla c’erano in mezzo una marea di variabili, alcune del tutto imponderabili. Era una scommessa in qualsiasi caso e se le complicazioni erano troppe forse non valeva la pena di scommettere. Se c’era una cosa che Y. odiava era creare aspettative che poi non era in grado di soddisfare.
– Vediamo di fare una chiacchierata con i suoi accompagnatori, a fine gara.

Vinse K., G. arrivò terzo, con una performance un po’ sporcata dall’emozione. Il secondo aveva quasi quindici anni, uno di quelli che aveva preferito rimanere a primeggiare tra i Novice piuttosto che passare agli Juniores.
Y. andò a parlare con i suoi due osservati e i rispettivi genitori, entrambi i ragazzi sembravano ben consapevoli di cosa volessero e di cosa ci si aspettava da loro. 
– Io voglio vincere le olimpiadi, come te – disse K., alzando il mento, quando fu davanti a Y.
Il padre del ragazzo, un ex militare, gli mise una mano sulla spalla in segno di approvazione.
– Noi siamo gente nata per primeggiare – disse.
– Allora devi metterti in testa di lavorare sodo – replicò il tecnico al ragazzo, ignorando il padre. – Più di quanto tu abbia mai fatto. Ti aspetta una giovinezza senza uscite con gli amici il venerdì o il sabato sera, senza vacanze. Ti alzerai molto prima degli altri ragazzi, tutti i giorni, avrai male da qualche parte tutti i giorni. Non deciderai tu cosa mangiare, figuriamoci cosa bere. Dovrai ripetere gli stessi esercizi fino allo sfinimento e trovarti dei ritagli di tempo per studiare, se non vorrai fare la figura dello zotico. Dovrai ubbidirmi ciecamente, anche quando mi odierai con tutte le tue forze. Tutti i tuoi amici avranno vite più semplici della tua e te lo ricorderanno ogni santo giorno.
– Voglio vincere le olimpiadi – replicò il ragazzo, senza cambiare espressione.
Y. si augurò con tutto se stesso che fosse sincero.
Per certi versi una volta era davvero meglio. Essere uno sportivo voleva dire essere un privilegiato, poter viaggiare, accedere a cose che gli altri non potevano neppure sognarsi. Y., da ragazzo, tornava dalle trasferte carico di musica occidentale, libri introvabili e cibi inesistenti. Erano tesori ben miseri, ma a quindici o sedici anni bastavano a fargli dire che ne valeva la pena. Adesso che la Russia era nel libero mercato da quasi dieci anni, perché mai un ragazzo avrebbe dovuto sacrificare la propria vita a un sogno quanto meno improbabile?
– Vedremo – grugnì.
G. gli diede una risposta che gli piacque di più.
– Io sono abituato da sempre a dare il massimo… E voglio conoscere E.
– Ti piace, eh?
Il ragazzo arrossì. 
Se non altro eccellere per potersi pavoneggiare davanti a una bella ragazza era una motivazione che sarebbe cambiata per colpa della politica. Anche se… Ne aveva di strada da fare, G., se voleva impressionare E. con il pattinaggio.

V. era stato parcheggiato su un altro tavolo del bar del palaghiaccio con un’aranciata e degli esercizi di matematica mentre gli adulti discutevano del suo destino. 
Y. era convinto che in realtà avesse orecchie ben tese verso la conversazione, anche se forse non era così, forse era abituato al fatto che la sua vita fosse decisa da altri.
– Il ragazzo ha talento – stava dicendo l’uomo che l’aveva accompagnato. – I nostri mezzi sono limitati, ma è arrivato comunque ottavo. Se ne potrebbe fare un campione.
Voleva soldi. Non solo quelli dovuti per il cambio di società. A Y. non piaceva per niente, non gli piaceva aver notato come il ragazzo, che non si faceva intimorire da niente, neppure da una leggenda vivente del pattinaggio come lui, sembrasse a disagio in sua presenza. Ma un giro di mazzette era la cosa più facile da gestire. I problemi veri erano altri.
– Il padre esce di galera tra quattro mesi – spiegò l’assistente sociale. – In teoria potrebbe riprenderselo indietro, ma non ci crede nessuno. Capirete, è stato in carcere cinque anni, quasi la metà della vita del figlio, e non è che prima fosse un padre presente. Per farlo andare a vivere a San Pietroburgo ci vorrebbe qualcuno che ne chiedesse l’affido, magari disposto a convincere il padre a cederne la patria podestà.
Insomma, altre mazzette.
– Noi però vogliamo un atleta, non un delinquente – disse D.
– A V piace piacere – rispose l’assistente sociale. – Certo, è un po’ selvatico, come tutti quanti, ma tra questo e il pattinaggio si è quasi sempre tenuto fuori dai guai.
– Quasi?
– Stiamo parlando di ragazzi che o non hanno nessuno o è meglio che non avessero nessuno. Tutto il paggio della nostra nuova Russia ha fatto parte direttamente o indirettamente della loro realtà. Il nostro obiettivo è dare a loro un lavoro onesto, ci riusciamo quasi nella metà dei casi e ci riteniamo bravi – spiegò la donna. – V. e i suoi amici qualche mese fa hanno cercato di rubare dei cd in un negozio. Lui faceva il palo, ma si è distratto e si è fatto beccare. Una cosetta da nulla.
Ecco. Y. evitò di chiedere cosa la donna riteneva non fosse “da nulla”. 
Spiò con la coda dell’occhio il ragazzo tirare su una riga sul quaderno e sospirare sconsolato.
– A scuola come se la cava? – chiese.
– Quello è un problema – rispose l’assistente sociale. – I professori dicono che ha la testa tra le nuvole o che non sa concentrarsi. Le materie di studio e quelle tecniche sono un disastro.
– Perché, rimane qualcosa? – domandò D.
– Le lingue, la musica… Però, capite, noi dobbiamo prevedere un percorso di studi che li renda indipendenti il prima possibile. Un corso da meccanico, da elettricista, una cosa così… Voi ve lo vedete V. a fare il meccanico?
Y. guardò di sottecchi il ragazzino, con le sue mani sottili, gli abiti ordinati, il talento innato per dare vita alla musica.
– No – ammise.
– Il pattinaggio può davvero diventare una professione? – chiese la donna.
– Per noi è una professione – replicò Y. – Nell’immediato vuol dire avere tutto spesato dalla federazione, cure mediche, supporto tecnico, istruzione, almeno di base. I ragazzi dei centri federali frequentano scuole apposite, con orari pensati ad hoc. Parliamoci chiaro, i professionisti veri sono una ventina in tutto il mondo e quelli oggi hanno sponsor, opportunità che noi neppure ci siamo sognati, ma cerchiamo comunque di dare qualcosa ai tutti i nostri atleti.
Un posto da operaio, nel peggiore dei casi. Che coincideva comunque con il meglio a cui quel ragazzo poteva aspirare stando dove stava.
– Y., pensaci bene – disse D. – Dovresti prendertelo in casa, sotto la tua responsabilità fino alla sua maggiore età, qualsiasi cosa accada. Essere responsabile di tutte le sue cazzate, i reati che potrebbe commettere. E la maggior parte dei ragazzi che viene da queste realtà non è in grado di mantenere impegni a lungo termine. Alla prima difficoltà ti svaligia casa e se ne va.
L’assistente sociale aggrottò la fronte, ma non replicò. 
D. aveva ragione, quasi sicuramente.
E Y. non voleva prendersi mai più un ragazzo in casa. Poteva dirgli e dirsi tutto quello che voleva, che non cambiava niente, rimaneva un atleta come un altro, ma non era vero.
Sbuffò.
– Ragazzo, vieni qui – chiamò.
Docile, V. si avvicinò con quel suo sorriso con cui, a quanto pareva, si rigirava tutti.
– Perché pattini? – chiese Y.
Il ragazzo ci pensò un attimo.
– Quando pattino sento di esistere. E io voglio esistere, per il maggior numero di persone possibile, il più a lungo possibile.