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mercoledì 1 giugno 2022

Il mio racconto "La nave di Hilde" su Urania "L'ultimo cerchio del paradiso"


 Sono ancora qui!

Chi lo avrebbe mai detto? Io, ad esempio, ad un certo punto ne ho dubito. Perché Maggio è, sempre, "il mese che uccide tutti i prof". È una corsa a ostacoli tra i documenti da compilare, tutti in ordine e tutti bene (alcuni hanno dei non trascurabili valori legali nel remoto caso in cui qualche famiglia facesse ricorso). Quest'anno poi ho anche pescato un paio di non trascurabili carte imprevisti tipo "mio papà si rompe un ginocchio e si prende, di nuovo, il covid" o "arrivo in classe di alunni ucraini con evidenti tracce di stress post traumatico e non parlanti alcuna lingua a me nota", questa da leggersi anche come "chi lo avrebbe mai detto, ti trovi a spiegare Napoleone con il traduttore di Google!". Maggio quindi è stato incasinato e surreale, come ormai è tipico della mia vita, ma un po' più del solito. Però sono ancora qui. E, lo posso scrivere nero su bianco, su Urania.


Su Urania di giugno, infatti, in coda al romanzo "L'ultimo cerchio del Paradiso" c'è un mio racconto, La nave di Hilde.

Non farò finta di non esserne super felice e orgogliosa. Io pubblico poco, pochissimo. Pubblico poco per vari motivi che dipendono principalmente da me. Come autrice voglio fare l'autrice, non l'ufficio stampa, l'addetta alle pubbliche relazioni, la promoter. Non propongo i miei scritti ad editori che non si occupino di questi aspetti. Peggio. Non propongo i miei scritti per pubblicazioni che non stimo. Io, nel mio piccolo, quel poco che faccio, voglio che stia là dove sono i miei miti. E i miei miti in fatto di fantascienza oggi si chiamano Le Guin, McMaster Bujold, Jemisin, McDonald, solo per citare i primi che mi vengono in mente. Di ciascuno di questi autori ho almeno un volume appartenente a una collana di Urania. Quindi che uno dei miei racconti stia su Urania è, né più né meno, uno dei sogni della mia vita che si realizza. Poi, sia chiaro, mi crea anche tantissima ansia da prestazione. Perché il racconto non è in coda a un romanzo qualsiasi, ma uno inedito in Italia, per cui c'è non poca attesa, come testimoniano i commenti al Blog di Urania. Il che giustifica il mio entusiasmo e la mia paura. Non prego che il mio racconto sia letto. So già che verrà letto. Devo "solo" sperare che piaccia.


La nave di Hilde

Da dove nascono i racconti? Dall'inconscio, ovviamente, dallo scantinato della mente, dove le idee fermentano e poi risalgono con la loro forma già concreta fino alla mente cosciente. Ma a volte c'è qualcosa, un fatto concreto che permette di aprire la porta che conduce in cantina e permette al racconto di uscire con più facilità. In molti casi per me è un'arrabbiatura. Un'arrabbiatura specifica, quando ho a che fare con una storia di cui secondo me è stato buttato il potenziale. Quando si risveglia prepotente la parte meno trattabile del mio carattere che urla a gran voce "io però l'avrei fatta meglio". "Ah sì?" ribatte la Beghina, l'organizzatrice della mia mente, "Allora fallo".

Nel caso specifico questo racconto viene da un film La nave sepolta . L'idea di base mi sembrava bellissima, sopratutto per me che ho studiato archeologia. C'è una nave sepolta nel tuo giardino. Qualcuno deve tirarla fuori. Non si sa cosa c'è dentro. Non si sa cosa c'è dentro di te, cosa verrà fuori da te mentre scavi la nave. Bellissimo. Il film l'ho lasciato a metà. Una noia abissale. Lunghissimo, come sono lunghissime e prolisse le storie oggi che vanno sulle piattaforme e sembra che il montaggio se lo siano tutti dimenticati.

Facciamo una cosa più breve, quindi. Però che bella la nave che emerge pian piano. Aliena col suo provenire da un altro tempo. Aliena, con il suo provenire da un altro tempo. A forma di manta, non di nave. Non è bellissimo un relitto a forma di manta che fluttua nello spazio? Cosa dare per poterci salire, per essere la prima salirci? Che cosa ci scoprirei di me stesa? Quanto è pericoloso? Ed eccola emergere dal mio inconscio, già completa, la bellissima nave che viene da un altro tempo che fluttua nello spazio e la piccola storia che ci gira intorno.

Un amico mi ha chiesto quanto questo racconto sia ispirato alla canzone La casa di Hilde di de Gregori. Non lo so. Ma ovviamente conoscevo anche la canzone e una parte nella fermentazione dell'idea deve pur averla avuta.

So invece da dove viene un personaggio, l'unico personaggio che io abbia preso (quasi) pari pari dalla realtà. Il gatto Calibano è il gatto di mio marito (Orlando Calibano Nerone, Primo del Suo Nome):



E Calibano ci presenta una chicca che voglio condividere con voi, il libro che sto terminando: I sogni si spiegano da soli della mia amata Ursula K.Le Guin.

Perché in qualche modo gli scritti della Le Guin arrivano a me sempre al momento giusto, né prima né dopo. Da bambina quelli per bambini, da adolescente quelli da adolescente e da adulta sempre quelli giusti. E così ora in questa raccolta di scritti è arrivato a me il piccolo saggio sulle madri scrittrici. Che mi ricorda, ci ricorda, che è un falso mito quello che i libri siano "figli" e come tali escludano la possibilità di altri figli. Che le donne possono essere madri, rimanere senza figli e dedicarsi alla carriera, anche intellettuali o possono essere madri e dedicarsi alla carriera intellettuale. Essere madri e scrittrici, buone o pessime, come madri e come scrittrici a seconda del proprio talento e del proprio impegno e non pessime per forza in una cosa, dato che si è anche l'altra.

È stato bello, oggi, leggere queste frasi:

"I bambini piccoli mangiano i libri. Ma poi sputano dei pezzetti che possono essere incollati (...) e quindi la cosa è sì, terribile, ma non così terribile".

E quindi oggi, proprio oggi, esce nella collana che pubblica i miei miti letterari, un racconto confezionato secondo le indicazioni del mio Mito letterario: incollando i pezzettini (di vita, di idee) smangiucchiate da mia figlia nel bel mezzo di una pandemia mondiale.


Per chi volesse leggere qualcos'altro (sempre fatto a partire da pezzettini masticati e incollati), c'è il nuovo capitolo de L'assedio degli angeli

giovedì 28 ottobre 2021

La mano sinistra del buio – Letture


 È il mio libro preferito. Dopo anni è di nuovo disponibile con una nuova traduzione. Non posso non dedicargli un approfondimento.


La mano sinistra del buio

Ursula K. Le Guin


Un libro sul tema dell'altro

Questo è un libro strano. Ogni sinossi, anche quella ottima di questa edizione, ne darà comunque un'impressione sfalsata. È uno di quei libri che andrebbe letto senza saperne niente, ma questo non è possibile. Si presenta, quindi, come un libro sul genere. Anzi come IL libro sul genere. Questo perché la trama, ridotta ai minimi termini è "inviato terrestre si trova su un pianeta abitato da una popolazione androgina". È, quindi, non potrebbe non essere, un libro sul genere. Ma principalmente è un libro sull' ALTRO, sull'alieno, sull'incontro di culture. 

La sua ispirazione, infatti, ha poco a che vedere con i discorsi sul genere. Il padre di Ursula era Alfred Kroeber, uno dei papà dell'antropologia culturale (l'unica materia per cui avrei tradito i miei studi di archeologa) e l'assistente di Alfred, nei primi decenni del '900, era Ishi. Ishi era l'ultimo sopravvissuto della sua etnia nativo americana, l'ultimo parlante della sua lingua. Ishi era l'altro, l'alieno. Un uomo che conosce e sa muoversi nella cultura degli invasori (Ishi lavora in università), ma che non è la sua. Anzi, maneggiare la cultura dell'invasore è l'unico modo per lasciare traccia della propria. E in qualche modo suppongo che il rapporto tra Alfred e Ishi fosse quel genere di rapporto personale che riesce a gettare un ponte attraverso il buio che separa i mondi differenti. Non solo Ishi frequenta la casa dei Kroeber (non è "il buon selvaggio" è una persona di cui viene riconosciuto il valore intellettuale in un periodo in cui raramente questo accadeva ai nativi), ma la fattoria dei Kroeber in Oregon diventa una sorta di "luogo di passaggio sicuro" per nativi e altre strane personalità (gli anarchici pacifisti che saranno fonte di altra narrazione di Ursula). Sempre il buon Alfred ha anche altri amici, che di professione fanno i fisici. Uno dei suoi migliori amici è Oppenheimer (Ursula scriverà di essere troppo poco intelligente per capire davvero la fisica moderna, considerando con chi si confrontava, va beh, forse aveva ragione). Solo la fantascienza sociale poteva tenere insieme tutte queste ispirazioni!

La mano sinistra del buio nasce da queste esperienze. È il racconto di un uomo che è solo, separato dalle barriere del tempo e dello spazio, in un mondo che è altro. Ed è il racconto di un essere umano di quel mondo che incontra l'alieno, che è infinitamente diverso da lui, per alcuni tratti persino ripugnante, e decide di fidarsi O, meglio, per usare una metafora interna, di trainare insieme la stessa slitta per un fine in cui credono entrambi. In mezzo a questo c'è tutto lo spaesamento del confronto con l'ALTRO. Un altro verso cui tutte le abituali categorie mentali sono inutili. L'incontro con l'altro è difficile, destabilizzante e foriero di disgrazie personali. La potenza di questo libro, il motivo principale per cui lo amo, è il fatto che riesca a rendere tutto ciò e che l'altro sia l'alieno e sia il terrestre. In molti romanzi i punti di vista si intrecciano. Ma in questo l'effetto è di rara potenza.


Un libro sul genere

Nell'immaginare un mondo in cui le nostre categorie mentali non fossero applicabili, Ursula immaginò un pianeta di androgini. Perché la prima cosa che spesso una persona sa di un'altra è se è maschio o femmina (la prima cosa che si chiede di un nascituro) e inevitabilmente questo incide nei rapporti, nel modo di porsi. Fu chiaro immediatamente alla stessa autrice che questa scelta spostava la sua narrazione su un piano differente, quella della riflessione sul genere. Questo è diventato IL romanzo sul genere. Non so se volevo esserlo. Di certo Ursula ha capito e accettato la sfida.

Come dicevo, ogni sinossi tende a essere sbagliata. La prima che lessi, quando avevo vent'anni, mi spaventò parecchio. Conoscevo e amavo già l'autrice e comprai il libro non potendo credere che fosse un porno spaziale come quelle poche righe lasciavano a intendere. Non lo è, infatti, nella maniera più assoluta. La questione del genere è trattata da un punto di vista molto intellettuale (persino troppo, secondo alcuni). È affidata alle osservazioni degli scienziati e a quelle del protagonista terrestre, Genly Ai, che cerca di avere alla cosa un approccio molto freddo (cerca, senza riuscirci del tutto). Meno sappiamo di cosa ne pensi il protagonista androgino, se non che a un certo punto ne è sconvolto.

Genly Ai sa che il suo lavoro consiste nell'essere ambasciatore in un mondo di androgini. Lo sa. Lo ha studiato. Eppure non lo capisce. Continua ad attribuire inconsciamente a ciascun individuo un genere preciso e questo ne sfalsa la sua percezione e i rapporti. Non può nascondere un certo istintivo disprezzo per la condizione androgina. Via via che la narrazione prosegue, le osservazioni si susseguono le une sulle altre. Questo non è un libro a tesi. Immagina e pone domande.

Quanto cambiamo nel nostro atteggiamento nel rivolgerci a un uomo o a una donna? Quanto vogliamo che le caratteristiche attribuite al nostro genere siano apprezzate? Quanto ci condiziona sapere che una donna sarà mediamente sempre meno forte fisicamente di un uomo? Quanto ci condiziona sapere che solo le donne possono partorire?

Come sarebbe una società senza tutto questo?

Le società di Gheten non sono perfette. E Ursula è figlia di un antropologo. Immagina Gheten come un pianeta gelido e il freddo condiziona le società forse più del genere. Come spesso viene notato, è difficile attribuire una caratteristica della società a una causa precisa. Però su Gheten nessuno nasce con un pregiudizio biologico. Nessuno su Gheten nasce con le etichette "più debole, dotata di istinto materno, poco portata per la matematica, portata per l'accudimento" o "fisicamente più forte, dotato per il comando e le discipline astratte, con istinto alla violenza". Tutti possono essere madre a tutti è chiesto, pertanto, l'accudimento. Nessuno ha un ruolo precluso. La società di Gheten è, anche, terribile. Ma non ci sono stupri, i bambini sono sacri per tutti e non ci sono guerre. Quest'ultimo dato è analizzato e smentito all'interno della narrazione stessa che è, anche, la storia di come qualcuno si adoperi per sventare una guerra. E tuttavia la suggestione che ci viene data è che in un mondo così paritario la sopraffazione fisica sia molto più rara che nel nostro. 

La cosa che colpisce, però, è quanto siano radicati i pregiudizi culturali legati al genere. Genly Ai è un uomo, vive da due anni su Gheten, ma ancora si aspetta che ogni interlocutore tenga conto del fatto che lui è un uomo e di ciò che questo comporta. Quando lavora con un ghetiano entra in competizione fisica e si aspetta di essere apprezzato in quanto più forte, si vergogna nel mostrarsi debole o di farsi vedere piangere. Ragiona da uomo perché è un uomo o perché gli è stato insegnato così? Il libro è del 1969. Offre molte più domande che risposte. Ma sono domande importanti. 

In questo libro è stato scelto di usare il maschile per riferirsi ai ghetiani neutri. È molto difficile immaginare Estraven, il protagonista ghetiano, se non come un "lui". Questo è parte del pregiudizio di Genly Ai, che lo pensa come un uomo. Anni dopo questo romanzo, Ursula decise di scrivere un racconto ambientato su Gheten (vado a memoria, Re d'Inverno nell'antologia Il diario della rosa) usando per tutti i ghetiani il femminile. L'ho letto. Vi assicuro che cambia moltissimo la percezione del lettore. Anche questo esperimento genera più domande che risposte. E un'unica certezza. Le parole sono importanti. Riferirci a qualcuno o a qualcosa o a una carica con il maschile o il femminile ne cambia la percezione. Ha a che fare con quella questione di immaginazione che plasma la Verità. Non è una questione oziosa.

Una questione di immaginazione

Questo libro è, per i primi due terzi, molto intellettuale e nell'ultimo terzo tutto legato all'azione e all'emotività. È uno squilibrio voluto. Questo è un libro che racconta di gente che vuole cambiare il mondo in modo radicale. Non si può portare cambiamento senza prima operare un proprio cambiamento interiore. E per cambiare il proprio modo di vedere il mondo fino a rimescolare le proprie categorie mentali ci sono alcuni passaggi da fare. La conoscenza intellettuale è il primo. Ma senza coinvolgimento emotivo non ci può essere comprensione profonda. Oggi per questa comprensione profonda abbiamo una terminologia "intelligenza emotiva". Vent'anni fa, quando lo lessi, non avevo mai sentito parlare di intelligenza emotiva e immagino che il termine fosse del tutto sconosciuto nel 1969 quando questo romanzo è stato pubblicato. Quindi Ursula se la cava con una frase bellissima, La Verità è una questione dell'immaginazione. Intende con immaginazione quell'empatia che ci permette di immaginare, sentire i sentimenti altrui fino a comprendere altre visioni del mondo. Ma questo non è facile, né indolore.

Per due terzi del libro i due protagonisti, il terrestre e il ghetiano si rincorrono, si parlano senza capirsi e si insultano senza volerlo. Senza fare spoiler, si troveranno poi, letteralmente, a trainare la stessa slitta. Isolati. Non più due alieni, ma due esseri umani che devono bastare l'uno a all'altro (o morire nel tentativo). Non sono persone qualsiasi. Genly Ai ha studiato per tutta la sua vita e ha fortissimamente scelto di essere l'inviato su Gheten. Estraven, il ghetiano ha scelto da tempo di puntare tutto sulla sincerità di Genly Ai. È anche un individuo peculiare, che riesce a infrangere due dei tre tabù che il suo popolo, straordinariamente privo di tabù, osserva. Pur con tutta la loro apertura mentale, tutti i precedenti tentativi di comprensione erano falliti. Per capire l'altro come categoria bisogna passare dal singolo e probabilmente dal trauma.  Non so se ci sia altra via, del resto quasi tutte le conversioni sono dolorose. Perché la paura dell'altro è quasi sempre paura di se stessi. Di quella parte che non vogliamo perdere, mettere in discussione per non far crollare l'idea che che avevamo di noi. Piccolo avviso spoiler. Nell'ultima parte di questo libro si piange. Almeno, io piango, tutte le volte.

Che dire ancora su questo libro? È il mio preferito. Probabilmente perché l'ho letto a vent'anni, quando cercavo una chiave di lettura per molte questioni e il tema dell'Altro mi affascinava profondamente (del resto studiavo archeologia e ero tentata proprio da antropologia culturale). E siccome sono lenta, ostinata e fedele lo amo tutt'ora. Non è un libro, ovviamente, d'azione. Chi si aspetta intrighi su pianeti ghiacciati con sparatorie e inseguimenti resterà deluso. Ha una forte componente intellettuale astratta che può risultare pedante. E tuttavia ha cambiato il mio modo di vedere il mondo. Io voglio, nell'incontrare chiunque altro, incontrare un altro essere umano e considerarlo in primo luogo come tale, cercando di dimenticarmi (anche se, proprio come Genly Ai non sempre ci riesco) di tutte le categorie preconcette che mi spingono ad etichettarlo. Dopo vent'anni continua a ritenere che sia uno sforzo che vale la pena di fare.

Qualche considerazione sulla nuova edizione

Per ragioni affettive il mio cuore rimarrà con la vecchia traduzione il cui titolo era La mano sinistra delle tenebre e che era stata letta e approvata da Ursula stessa.

Quando è uscita l'anteprima della nuova copertina ho avuto una mezza crisi isterica. Sapevo che il titolo sarebbe cambiato, ma così, con quell'impronta di mano viola mi sembrava orribile. La mano sinistra del buio - un horror tra i ghiacci. Questo era quello che mi suscitava.

Devo dire che il titolo continuo a trovarlo orribile. Mi sono state offerte spiegazioni. Non me le aspettavo e sono molto grata a Nicoletta Vallorani, che ha scritto la postafazione, di aver speso qualche minuto del suo tempo per interagire su facebook in proposito. Capisco, ma non comprendo e il titolo continua a non piacermi. La copertina, invece, dal vivo, con il viola molto meno evidente, mi sembra un pochino più presentabile. Non bella. Ma meno respingente.

Sulla traduzione in sé non ho le competenze linguistiche per sbilanciarmi. C'è una parte dell'incipit che mi genera grande perplessità (io questo incipit lo cito ovunque e quindi la cosa mi disturba parecchio), ma poi devo dire che scorre bene. Amavo la precedente, ma questa la posso tollerare. Alcune scelte però non le capisco. Siamo su un pianeta altro. Alcuni nomi sono in lingua locale, altri hanno un significato. perché questi ultimi devono essere in inglese? Perché devo avere l'impressione che ovunque su Gheten, a dispetto della varietà delle culture che l'autrice ha voluto presentarci, si parli inglese?


Se dopo aver letto tutto questo volete ancora leggere qualcosa di mio ecco in link per il 

secondo capitolo

terzo capitolo 

de L'assedio degli angeli

martedì 19 novembre 2019

A Casale Monferrato a parlare di Ursula K. Le Guin – Parte terza, una riflessione femminista


«Perché non scrivi sulle donne?» mi chiese mia madre.
«Non so come si fa» dissi.

Una risposta stupida ma onesta. Non sapevo scrivere sulle donne perché credevo che ciò che avevano scritto gli uomini sulle donne fosse la verità, fosse il modo giusto di scrivere sulle donne. E io non sapevo farlo.

Ho letto queste affermazioni di Ursula K. Le Guin molti anni fa, nell'introduzione del volume edito da Fanucci a metà anni '90, Il giorno del perdono, quando ancora non conoscevo la storia famigliare dell'autrice.
Riconsiderata adesso che so che donna era sua madre (vedi parte seconda, chi era Ursula K. Le Guin) mi fa sorridere, come mi fa sorridere un'altra affermazione dell'autrice, in cui in sostanza dice di non aver dato subito un gran preso al movimento femminista, per il semplice fatto che dava per scontato che tutte le donne lo fossero.

Partendo da questi presupposti, tra la metà degli anni '60 e gli inizi degli anni '70 e poi per il resto della propria vita, Ursula K. Le Guin si interroga nelle sue opere (anche) sul ruolo della donna, sulla consapevolezza che si ha o non si ha delle proprie possibilità di scelta, facendone un tema portante della propria produzione.
Vi propongo tre diverse letture, per chi volesse approfondire il tema.

LA MANO SINISTRA DELLE TENEBRE (1969) – IN UN MONDO SENZA GENERE

Uno dei romanzi più amati dell'autrice (il più amato da me, dato che l'incipit lo uso come introduzione al blog) nasce con quello che la Le Guin definisce un esercizio mentale. Che società si svilupperebbe se non esistessero differenze di genere?
Nasce così Gheten, pianeta dove l'essere umano si è adattato al clima estremamente rigido sviluppando un ermafroditismo perfetto e pertanto tutti gli individui sono in potenza maschi e femmine.
Ne risulta una società (o meglio delle società) tutt'altro che perfetta, ma dove non esiste l'idea stessa che una parte di umanità possa dominarne un'altra solo per un'appartenenza pre definita. Non esistono ruoli predefiniti per nascita e non esistono schiavi.
La vicenda è narrata con due punti di vista, un terrestre inviato come ambasciatore e un politico locale.
Parlando dell'esperienza di scrittura del romanzo, la Le Guin ha più volte raccontato di come si sia accorta anche lei della profondità dei condizionamenti culturali. Avendo come protagonista un ambasciatore, che quindi si rapporta con politici e persone di potere, le è venuto naturale usare sempre il maschile per i ghetiani, anche perché l'inglese non ha pronomi neutri. Questo, però, condiziona l'immaginario del lettore (e del protagonista stesso) che è portato a immaginarsi i ghetiani come uomini che saltuariamente e in determinate condizioni si trasformano in donne. Di conseguenza tempo dopo l'autrice ha provato a scrivere dei racconti ambientati a Gheten usando per i nativi il solo femminile (questi racconti sono un po' sparsi in vecchie antologie Nord e non sono facilissimi da reperire al momento) e vi posso assicurare che questo condiziona non poco l'immaginario del lettore.
Facendo una breve ricerca sulle illustrazioni a questo romanzo mi sono resa conto che il principale personaggio ghetiano se rappresentato come un uomo mantiene quella che si presume essere la sua età (35/40 anni). Se invece l'illustratore prova a dargli tratti androgini immediatamente ringiovanisce a una bellezza efebica di non più di 20 anni. Anche questo credo dica molto sui nostri condizionamenti.
Al momento non c'è un'edizione acquistabile in italiano de La mano sinistra delle tenebre, anche le copie di seconda mano sono rare e costose. Per chi legge in inglese, però, ci sono splendide edizioni recenti, tra cui quella da cui ho tratto l'immagine e mi viene segnalata anche una circolazione on-line in italiano.

TEHANU (L'ISOLA DEL DRAGO, 1990) – LA FEMMINILITÀ COME RESILIENZA E SCELTA
Quarto romanzo del ciclo di Earthsea o Terramare (di cui sono disponibili svariate edizioni e almeno due traduzioni diverse), Tehanu, tradotto in Italia come L'isola del drago (perché?) è un racconto sul dopo.
Tutto in apparenza si è già compiuto. Tenar era una giovanissima sacerdotessa prescelta per un rito tenebroso, ma è già stata salvata dal mago Ged due romanzi prima. E lo stesso mago Ged è diventato arcimago, è sceso nei regni della morte, ha sanato una frattura tra i mondi e ha perso i propri poteri. Tutto è già stato compiuto. Parafrasando Blade Runner "è tempo di morire". E invece no.
Scopriamo qui che Tenar si è fatta una nuova vita sulla periferica isola di Gont, si è rifiutata di essere trattata da principessa in esilio, di studiare la magia, ha sposato un uomo comune, ha avuto dei figli, ora è vedova. Una quarantenne di paese in una società contadina. Lei, contro il parere di tutti, soccorre a adotta una bambina che è stata violenta e poi gettata tra le fiamme nel tentativo di ucciderla. Terruh è sfigurata, senza un occhio e una mano. Per molti, andava lasciata morire. Anche Ged, ormai privo di potere, debolissimo, giunto in modo avventuroso davanti alla sua soglia, andava lasciato morire. Tenar non è d'accordo, si fa carico di entrambi, perché ciascuno ha diritto a una rinascita, a cercare un cammino che sia il proprio. Tenar, che è cresciuta nelle tenebre, ha scelto la normalità e una vita ritirata, ma deve per forza sceglierla anche Terruh solo perché è una donna disabile? 
C'è un brano nel romanzo che è una chiave di volta. Tenar pensa che Terruh possa un giorno diventare una sarta. È un lavoro che si fa chiusi in casa, senza dover esporre il proprio volto sfigurato. Ma perché dovrebbe imporglielo. La donna le compra invece della stoffa rossa di ottima qualità per farle un abito elegante, da sfoggiare alle feste, perché possa sentirsi bella. Terruh deve poter essere qualsiasi cosa vorrà a prescindere dal proprio sesso e dal proprio aspetto.
Per quanto sia un fantasy, c'è pochissimo fantastico, il cuore della storia potrebbe essere ambientato in un qualsiasi paese, anche in Italia oggi, certi discorsi io li sento intorno a me. Che futuro può avere una bambina violentata e sfigurata? Qualsiasi risponde Tenar, l'importante è che sia ciò che desidera davvero. Così come lei stessa ha diritto ad essere qualcosa di più di "una vedova" e Ged "uno che ha perso tutto". 
Mi piace anche come in questo romanzo, nonostante sia un fantasy la saggezza non sia legata a chissà quale potere sovrannaturale. Tutt'altro. Ged è un uomo acuto anche privo dei propri poteri, Tenar sarà bene che qualcuno la ascolti e la stessa Terruh ha un buon senso che le permette di salvare la situazione molto più di qualsiasi potere magico.

LIBERAZIONE DI UNA DONNA (1994) – LA LIBERTÀ PASSA ANCHE DALLA CONSAPEVOLEZZA CON CUI SI VIVE IL PROPRIO CORPO
Recentemente riproposto in Italia nell'antologia Ritrovato e perduto edita l'anno scorso da Mondadori (e quindi reperibile ovunque, correte a comprarla), è sicuramente il racconto più esplicitamente femminista della Le Guin.
La protagonista e voce narrante era una giovanissima schiava in un mondo in cui avviene una rivoluzione. Ottiene la libertà e poco altro. Sola, ignorante, senza un soldo, finisce inevitabilmente in un giro di prostituzione. Non è una ragazza che si arrende, però. Mette da parte del denaro, cerca un qualsiasi altro lavoro. Ottenutolo, inizia a studiare, diventa una donna sempre più consapevole del mondo in cui vive. Sembra la storia di una liberazione che avviene per via intellettuale. Studiando e lavorando. Via via che diventa più consapevole, emergono però anche le ferite interiori, un corpo che non accetta, che nasconde sotto stoffe spesse, a cui nega ogni gratificazione. Ma il corpo è parte di noi. Non si può amare solo con la mente, non si può essere liberi se si è in guerra con il proprio corpo. Solo accettando la propria fisicità e aprendosi a una nuova possibilità di amore, la protagonista si riappropria anche del proprio vissuto e accetta di raccontare la sua storia.
Una donna non ha necessariamente bisogno di un uomo. Tutti abbiamo bisogno di amare, anche a livello fisico, prima noi stessi, per poi aprici all'altro, da pari.
È nei nostri corpi che perdiamo o diamo inizio alla libertà.
Vi lascio il finale del racconto (in una traduzione di fine anni '90, non la stessa attualmente in commercio), che mi ha molto colpito (e anche un po' commosso).



Considerando che oggi un mio alunno si è addormentato mentre spiegavo (ma proprio addormentato, con tanto di ronfatina, e era anche al primo banco), spero di non avervi annoiato troppo. 
Per chi vorrà, la prossima (ultima puntata) parlerà di utopia e società possibili.

Infine, vorrei ringraziare di cuore la Biblioteca di Casale Monferrato, che mi ha dato l'opportunità di approfondire questi temi e di parlarne.
Ragionavo, mentre parlavo, che spesso di femminismo si parla solo tra donne. Invece l'incontro era stato organizzato da un uomo e il pubblico era eterogeneo per sesso e per età. È così che dovrebbe essere, suppongo, ma che spesso non è.
Infine, il mio commosso grazie va a Ivo de Palma, che ha dato voce alle parole di Ursula K. Le Guin

domenica 10 novembre 2019

A Casale Monferrato a parlare di Ursula K. Le Guin – Parte seconda, chi era Ursula K. Le Guin?


CHI ERA URSULA K. LE GUIN


Il disegno che ho scelto credo rappresenti bene chi era per me Ursula K. Le Guin.
È stata una sorta di "nonna virtuale" che attraverso i suoi scritti, dall'alta parte del mare, mi ha accompagnato dall'infanzia fino all'età adulta, facendomi capire che tipo di donna avrei voluto diventare. Dopo tutto, tra lei e la nonna che ho conosciuto c'erano solo tre anni di differenza e davvero, anagraficamente avrei potuto essere sua nipote.

Ursula, però, non è mai stata una signora normale, come me la immaginavo io da bambina, una donna che dopo una formazione più o meno come quella di tutti gli altri ha deciso di mettersi a scrivere.
È stata sicuramente estremamente fortunata a poter vivere in un ambiente stimolante all'ennesima potenza, in contatto (e parliamo degli anni '20 e '30 del novecento) con la diversità culturale nel senso più ampio del termine. A lei il merito, però di aver condensato e trasmesso questa ricchezza in idee tanto forti da attraversare il tempo e lo spazio e plasmare la mente di una ragazzina di provincia come me, cresciuta tanto dopo, ma priva (come il 99% dell'umanità) di quello straordinario humus culturale in cui è cresciuta lei.

Come scrivevo nel post precedente, lei si è sempre firmata Ursula K. Le Guin. K sta per il suo cognome paterno, Kroeber, un nome che chiunque mastichi un po' di antropologia conosce (a me comunque ci sono voluti decenni per collegare i puntini).
Quindi ora un po' di antropologia di base. Semplificando all'inverosimile, non mi accoltellino gli antropologi culturali veri, l'antropologia si forma nei primi decenni del novecento con lo studio di popolazioni dalla cultura ancora molto differente da quella occidentale. Hanno estrema importanza gli studi  effettuati tra le popolazioni siberiane e quelli sulle popolazioni native americane. Alfred Kroeber il papà di Ursula studia i nativi americani.
Ora, per quanto ho capito io, Kroeber separa gli aspetti culturali da quelli biologici organici. Secondo lui una cultura non dipende dalla biologia delle persone che vivono quella cultura e i modelli culturali non possono riprendere quelli biologici. Il suo saggio principale è del 1917, un periodo, per intenderci, in cui si parlava tranquillamente di "popoli primitivi", "razze umane" e altre amenità simili, scindere nel 1917 l'aspetto biologico da quello culturale non è scontato e spazza via un bel po' delle idee che allora andavano per la maggiore.
La mamma di Ursula, invece, era una scrittrice, Theodora, (nell'America degli anni '10 del novecento) che voleva scrivere la storia dell'ultimo esponente di una popolazione nativa. Inevitabilmente incontra nel lavoro di documentazione incontra Alfred. Lei è già vedova con due figli, non ho capito come (credo che in famiglia avessero i super poteri), si specializza anche in psicologia e nel mentre sposa Alfred.
Non dimentichiamoci in questa storia di Ishi, l'ultimo esponente della propria popolazione, che, messo in contatto da Theodora con Alfred, inizia a lavorare con lui. Non ho trovato molte notizie su Ishi in una lingua a me comprensibile, ma dalla foto presente su wikipedia direi che lo troviamo in parecchi romanzi della Le Guin, sia come figura archetipa (qualcuno di totalmente isolato dalla propria cultura di appartenenza e che studia per interagire alla pari con un universo culturale che comunque non sarà mai suo e non lo accetterà mai del tutto), sia a livello di tratti somatici.

La famiglia Kroeber passa gli inverni in università e le estati in mezzo al nulla, in un ranch da cui passavano nativi americani, gente dalle più varie provenienze e idee e fisici del calibro di Robert Oppenheimer.
Il che mi spiega probabilmente due cose. I romanzi di fantascienza della Le Guin tengono conto della teoria della relatività meglio della maggior parte degli altri e si addentrano più di altri nella fisica e nella matematica delle teorie proposte per la tecnologia del futuro. Nonostante questo, lei diceva spesso nelle interviste che la fisica moderna la affascinava, ma la capiva solo fino a un certo punto. Suppongo sia vero, se il tuo metro di paragone è il direttore del progetto Manhattan.
In ogni caso, pur affascinata dalla fisica, Ursula decide di studiare letteratura, perché la stimola, le viene meglio e vuole scrivere "storie affascinanti e strane di quella che chiamano fantascienza". Immagino che nel suo contesto famigliare fosse un sogno molto meno eccentrico di altre cose.

Ursula studia quindi letteratura rinascimentale francese e italiana e conosce uno storico francese, Charles Le Guin, che sposa. Decide di dare priorità alla carriera del marito e "come ripiego" insegna francese all'università, e inizia a pubblicare regolarmente dopo la nascita del secondo dei suoi tre figli.
Questa è una cosa che mi ha sempre colpito.
Nelle sue storie ci sono persone che compiono le più svariate scelte di vita, dal lasciare tutto e andare su un altro pianeta come ambasciatore, tagliando i ponti con tutto ciò che hai conosciuto al vivere soli e liberi. Ci sono tuttavia un tot di personaggi femminili che hanno spiccati interesse intellettuali e/o professionali. Alcune di queste donne non desiderano la maternità, altre sì, e questo non è quasi mai in conflitto con la loro crescita professionale e intellettuale. Non sempre la cosa è indolore, ma è sempre un equilibrio possibile. Ora, considerando la storia personale sua e di sua madre mi viene da presupporre che lei non proponesse tanto un obiettivo da raggiungere, ma qualcosa che già sapeva possibile. Dopo tutto sua madre, vedova, con due figli, diventa una psicologa di una certa fama. Lei si intestardisce con la scrittura quando ha già dei figli.
È ovvio che tutto ciò non sarebbe stato possibile se non venisse da un'ambiente agiato, ma parliamo comunque della fine degli anni '50 / inizi anni '60, quando le moglie non erano esattamente incoraggiate ad avere una propria carriera.
Infine, non so perché e non ho mai trovato una sua dichiarazione a riguardo, lei si firmerà sempre Ursula K. Le Guin, dando quindi precedenza al cognome del marito. Cosa curiosa per una scrittrice femminista. Non so se comunque il cognome Kroeber rimaneva piuttosto impegnativo e Le Guin suonava a tutti gli effetti molto bene. Considerando il caratterino della signora in questione (ci terrà a far sapere a tutti che una volta l'hanno costretta a firmarsi solo U.K. Le Guin per non far capire che era una lei, ci è rimasta malissimo e se l'è legato al dito per i successivi sessanta anni circa), credo però che l'essersi legata a Charles fosse una cosa che faceva parte della sua identità personale.

A questo punto dire "si interessa di filosofie orientali" fa molto New Age e non mi pare sia il caso. Meglio dire che studia a fondo il taoismo, le teorie anarchiche pacifiche (pur non riconoscendosi mai in tali idee e continua a interessarsi delle discipline in cui è cresciuta immersa, psicologia e antropologia.
Tutto ciò fluisce senza soluzione di continuità in tutti i suoi scritti, che siano storie "per bambini" o riflessioni sulla società.
Un occhio attento, conoscendo tutto ciò che l'ha influenzata, ne segue le tracce nei suoi scritti e che tuttavia, a ben vendere, sono riflessioni in forma narrativa di chi ha visto come testimone l'incontro di civiltà diverse con la consapevolezza che qualsiasi pretesa di superiorità è illusoria fino ad apparire ridicola.

Non c'era probabilmente altra forma che il fantastico in senso lato e il fantascientifico e il fantasy in senso più stretto per imbrigliare le riflessioni sulla società e sui singoli di questa donna.

Dire che ha voluto elevare la letteratura di genere verso una letteratura più alta mi sembra ridicolo.
La sua speculazione ha forma letteraria. E dato che al mercato letterario piace incasellare romanzi e racconti in generi, lei si è trovata a scrivere Fantasy e Fantascienza. Con buona pace, per altro, di chi li considerava generi contrapposti e inconciliabili.

Di certo la sua formazione così particolare, il contesto in cui è cresciuta, le ha dato una consapevolezza diversa. Mi chiedo come osservasse le ragazze della sua generazione, magari le sue compagne di studi, perfettamente immerse nel proprio contesto culturale, lei che già sapeva che il contesto culturale è tutto sommato un accidente che ci è capitato, pieno di convenzioni ridicole. La immagino aggirarsi per gli anni '50 come certe protagoniste di suoi racconti, aliene in un mondo straniero, che si sforzano di comportarsi come si conviene perché offendere gratuitamente gli altri è sempre brutto, e intanto annotano, ragionano, si sforzano di capire sempre pregiudizi.
È questo sguardo sul mondo, quello di chi a quel mondo non appartiene mai del tutto e che tuttavia non ha l'arroganza di definirsi superiore, che più di qualsiasi altra cosa mi è rimasto addosso.

Come tutte le nonne, alla fine mi ha insegnato un modo di pensare.