lunedì 11 febbraio 2019

Portare gli alunni all'Inferno


Ogni volta che mi capita di avere una seconda media finisco per perdere di vista la mole enorme del programma di letteratura per "impantanarmi" nella Divina Commedia.
Ok, quest'anno mi sono fatta un po' prendere la mano. Complice un'insegnante di sostegno e una classe oggettivamente più creativa e volenterosa della media abbiamo letteralmente trasformato una parte dell'aula nell'inferno. Non so neppure io come ci siamo trovati con questo enorme cartellone che mostra i gironi illustrati, con tanto di Virgilio e Dante staccabili da spostare su e giù al momento della spiegazione (peccato che poi non ci hanno dato la scala per raggiungere la parte alta dell'Inferno).
Non ho ancora, come prof, tutta questa lunghissima esperienza da poter dire che quanto sto per raccontare accada sempre, ma per come ho vissuto io la cosa, ciò che succede è più o meno questo:
"Ragazzi, adesso iniziato la Divina Commedia!"
"No, prof, pietà, cosa abbiamo fatto di male?!"
Mesi dopo.
"Ok, adesso abbiamo finito la Divina Commedia!"
"Ma come, prof, di già? Non facciamo altri pezzi?"
E io, ogni volta, ringrazio il cielo per l'immensa fortuna di essere nata nel paese di Dante che ci ha regalato un'opera dalle infinite chiavi di lettura, capacissima di incantare a qualsiasi età la si legga.

Se devo essere sincera, però, non posso dare torto ai ragazzi che vivono nel terrore della Divina Commedia. Sembra che ci sia tutto un movimento interno alla scuola, con la complicità dei libri di testo, che alimenta il loro terrore.
La Divina Commedia è difficile.
Basta aprire un medio libro di testo per aver paura di Dante. C'è sempre, in qualsiasi libro di letteratura, un tot di testo tra il nome dell'autore e il primo brano presentato. Che lo si voglia o no, diventa una sorta di barriera che ci separa dal testo. Più è lungo e più abbiamo l'impressione che il testo che andremo a leggere sia complicato. Più la spiegazione è lunga in relazione al testo e più abbiamo l'idea che il testo che andremo a leggere sia difficilissimo.
Ora, la Divina Commedia è oggettivamente difficile e un'introduzione è necessaria, ma vedere venti pagine al posto dell'abituale mezza è terrorizzante. Dà l'impressione di accostarsi a qualcosa che non è alla nostra portata. E in effetti sembra che i libri di testo la pensino così. Spiegoni su spiegoni per brani di canti sempre più brevi da edizione a edizione.
Siamo tutti d'accordo che in seconda media non si possa leggere tutto l'Inferno, magari neppure un canto completo, ma vogliamo andarci in questa Selva Oscura? Vogliamo conoscerlo Caronte? E Paolo e Francesca? La selva dei suicidi? Ulisse? Libri di testo che sulla guida del docente dichiarano di non aver inserito Paolo e Francesca perché "troppo difficile" mi sembrano insultare l'intelligenza dei nostri alunni.


Perché, davvero, è così difficile? I pre requisiti dovrebbero averli. Sapere cos'è un poema, quindi cos'è un canto, cos'è un endecasillabo, riconoscere uno schema metrico. Il medioevo dovrebbe essere stato studiato e acquisito. La parte davvero complicata è far capire i fondamentali teologici indispensabili a chi viene da una religione diversa, ma questo può aprire la porta a interessanti confronti.
Trovo molto triste l'idea che qualcuno studi la Divina Commedia senza leggerla, senza assaggiarne neppure un pezzettino.
Io odio, odio con tutta me stessa, i libri di testo che presentano la Divina Commedia con la parafrasi a lato. Primo perché spesso questa parafrasi è sbagliata (quest'anno continuo a imbattermi in parafrasi sbagliate, in quasi tutte le nuove edizioni scolastiche e non solo, mi è pure venuto il dubbio che a sbagliare fossimo io e tutti i miei prof precedenti, ma no, porca paletta, sono proprio sbagliate), secondo perché in questo caso nove studenti su dieci non leggeranno mai il testo originale.
E invece dobbiamo andarci in questa Selva Oscura, a guardare le fiere negli occhi, per perderci insieme a Dante.
La prima lezione è il terrore assoluto. Che lingua parla questo?
La seconda lezione è terrore parziale. Questa cosa necessita attenzione, che fatica!
La terza lezione è cauto ottimismo. Posso provare a fare la parafrasi, prof?
La quarta lezione (e siamo a Caronte) è: va beh, prof, ma si capisce!

Caronte è il punto di svolta. Il momento in cui ormai si è fatta amicizia con il testo. Non fa più paura. Non è vero che c'è così tanto da studiare, una volta che si è capito come funziona e di cosa stiamo parlando.
Il momento in cui si legge e si può iniziare a ragionare su Dante e con Dante.
Perché la Divina Commedia è una magnifica palestra di educazione emozionale.
Quello di Paolo e Francesca è il delitto passionale più famoso della storia, terribilmente simile a millemila fatti di cronaca. Si presta a mille ragionamenti, dalla riflessione sulla violenza a quello sulla lapidaria attribuzione delle colpe di Dante (galeotto fu il libro e chi lo scrisse). Ogni verso può aprire finestre di discussione. Paolo e Francesca, come qualsiasi altro brano della Divina Commedia, a partire da quelli più famosi

Mi fa tristezza pensare che per molti, in primis per chi scrive certi libri di testo, la Divina Commedia sia troppo difficile per i ragazzi. Se proprio si deve, meglio fornirne una versione ridotta e addomesticata. Meglio ancora ridurre ancora a qualche pagina nozionistica da mandare a memoria.

Meglio non far scoprire che tutto sommato leggere Dante non è così impossibile. Sia mai che acquisiscano un pizzico di autostima e perdano il sacro terrore per la disciplina!
Che poi il risultato è che fanno amicizia persino con i demoni traghettatori!
Compito di realtà: scegliere una terzina e illustrarla tenendo conto della
descrizione di Dante
Quindi, fino a che non arriverà un ispettore ministeriale a impedirmelo con la forza (cosa che inizio a pensare non così improbabile) io continuerò a portare i miei alunni all'Inferno.

Voi cosa ne pensate? Colleghi prof, vi inoltrate in Dante? Da ragazzi siete stati portati all'Inferno? È stato un trauma?

PS: alla fine di ogni lezione, c'è un mio alunno che alza la mano: "prof... Ma non è successo davvero? Non è andato davvero nell'Aldilà? Cioè, sembra davvero che si stato, ma io mica ci credo"

lunedì 4 febbraio 2019

Cose che si imparano scrivendo fumetti


È finito il quadrimestre, siamo stati travolti da un'influenza stile valanga, di quelle che non risparmiano nessuno, è scesa la neve, ho quasi finito, e non mi sembra sia possibile, il mio primo esperimento di sceneggiatura per fumetti.

Ho quasi finito la prima stesura, quindi il primo step di un lavoro molto più lungo e pertanto tutte le mie considerazione sono parziali.

Tuttavia, obbligandomi a cambiare totalmente approccio alla narrativa, ho dovuto ragionare di nuovo su alcune cose, mettere in dubbio le cose che davo per acquisite e, in fin dei conti, ricominciare da capo.
Insomma, sono dovuta ripartire dalle basi, gestione punto di vista, personaggi, dialoghi, da ciò che credevo di saper fare e ho scoperto che, tutto sommato, ci sono aspetti che non avevo considerato e sarà bene tener conto anche quando tornerò alla narrativa.

TUTTI I MODI IN CUI UN PERSONAGGIO PUÒ PARLARE
Come si fa a far parlare un personaggio? Ma col dialogo, è ovvio.
I fumetti, poi, sono pieni di dialogo.
Sì, però...
Intanto quanto puoi far durare un dialogo in un fumetto, quattro tavole? Immaginando che ogni personaggio abbia una battuta a vignetta e immaginando sei vignetta per tavola (in realtà sono molto meno) abbiamo un massimo di 24 battute. Ogni battuta deve stare sotto le due righe come media.
Sembra tanto, ma è pochissimo, anche perché di dialoghi così lunghi in un albo ne puoi mettere pochi. La maggior parte sono scambi molto più rapidi.
Sì, però, obietterà qualcuno, le psicologie del fumetto sono di carta velina.
Non sempre. E comunque non abbastanza.
Nel caso specifico ognuno dei personaggi principali ha un grosso segreto, c'è un uomo che in realtà è una donna, uno schiavo fuggiasco e un uomo che non è proprio un essere umano. Ci sono sette segrete e tutto un mondo di cui scoprire il funzionamento. Ma le parole per raccontare tutto ciò sono pochissime!
Allora le parole si pesano, una a una, si girano le frasi per essere le più corte e le più dense possibili. Io di mio amo i dialoghi secchi, ma qui ho dovuto potare siepi già rachitiche per arriva a definire interi personaggi con una battuta o due.
Ma i personaggi non parlano solo con le parole. Parlano con la posa del corpo, con i gesti, con gli abiti, con gli sguardi. Nell'immaginare una storia disegnata ho dovuto prestare la massima attenzione alla gestualità dei personaggi, molto di più di quanto non faccia di solito. Quanto cambia, per esempio, a quanto cambi il senso di una battuta, pronunciata guardando il cielo, con una lacrima che spunta dall'occhio, piuttosto che fissando con fare deciso l'interlocutore.

VISIONE INTERNA/VISIONE ESTERNA
In un fumetto lo spazio per l'introspezione è minimo. Non assente, ma minimo. Si può ricorrere al dialogo interiore, ma per poche vignette e per pochi personaggi. Anche qui la personalità deve uscire dai gesti, dal mostrato e dal non narrato.
Per questo esperimento sono partita da personaggi nati in altri contesti e riadattati a nuove condizioni. Però alcuni tratti caratteriali rimanevano quelli, chi è ostinato, chi è aggressivo, chi è un pesce fuor d'acqua all'esterno del proprio ambiente, chi ha una scarsa autostima... Per i primi tre nessun problema, ma per il quarto personaggio, soprannominato dalle mie complici "mezzasega", il coro è stato unanime: "questo non è più mezzasega!". Il problema è stato che è sempre stato un personaggio in gamba in quello che faceva, ma con una forte emotività e un sacco di dubbi. Solo che nella versione a fumetto c'era pochissimo spazio per i suoi dubbi, in parte perché il suo ruolo è essere "l'uomo del mistero" in parte perché è visto esclusivamente o quasi da fuori. E da fuori si percepisce un personaggio deciso con delle priorità ben chiare.
Questo mi ha dato molto da pensare sulla gestione dei personaggi e di quanto la percezione del lettore possa essere diversa da quella dell'autore e tra la discrepanza tra le sue azioni e la sua percezione di sé. Di fatto mi sono resa conto di non essere mai stata contenta di ciò che veniva percepito di questo personaggio. Nei racconti chi li ha letti ha dato troppo peso a quello che lui pensava di se stesso e poco ai risultati ottenuti, nella sceneggiatura quelle stesse persone hanno potuto vedere solo i risultati e di fatto non lo hanno riconosciuto.
La riflessione che ho fatto è che forse ho sbagliato in entrambi i casi e nel narrare qualcuno bisogna trovare un grande equilibrio nel raccontare ciò che sente di essere e ciò che è, sopratutto nel caso vi sia una grossa discrepanza. Se non avessi tentato questo esperimento non mi sarei resa conto che a volte l'ottica nella mia narrazione è troppo focalizzata su ciò che il personaggio pensa di essere.

RACCONTARE ATTRAVERSO L'AMBIENTE
Lo sappiamo tutti che l'ambiente non è solo un palcoscenico neutro su cui si muovono i personaggi, ma deve diventare lui stesso personaggio. Con così poche parole, tutto deve essere funzionale alla storia. Ogni oggetto inquadrato, ogni arredo, ogni particolare paesaggistico. Non c'è spazio per luoghi neutro. Eppure quando scrivo narrativa a volte ho pensato un po' sbuffando a una mezza pagina di descrizione d'ambiente, quelle parti che non mi piace scrivere, che pure devono esserci... Ecco, forse adesso ne colgo appieno le potenzialità.

Insomma, al di là degli esiti dell'esperimento in sé, questo provare un nuovo approccio alla narrativa mi ha dato davvero molti spunti, che volevo condividere con voi.