domenica 1 dicembre 2019

Prossimamente in arrivo... Le Cronache delle Ley


Illustrazione di Valeria De Caterini

Ci sono mille motivi per cui si scrivono delle storie.
Ci sono storie che si desidera scrivere. Storie che diverte scrivere. Che rappresentano una sfida intellettuale. Altre che sono parte di noi.
Ci sono storie a cui si continua a tornare e a volte non sappiamo neppure noi perché e ogni volta ci incastoniamo dentro un pezzo della nostra anima e del nostro cuore.

La prima volta che mi sono inoltrata in quella porzione di mondo che vedete riprodotta qua sopra (perché posso bullarmi di avere la mappa del mio mondo fantastico disegnata da un'illustratrice seria) era credo il 2005. Non lo so di preciso. So che nel 2006 stavo scrivendo una storia ambientata lì, ma non saprei definire da quanto ci stessi in effetti lavorando.
Sono passati quindici anni da allora.
Quindici anni in cui ciclicamente torno, aggiungo un tassello, scrivo un racconto, ne esco di nuovo, ritorno.
Negli anni un certo numero di persone che mi conoscono si sono affezionate a questo mondo e ai suoi abitanti. Alcuni racconti li ho scritto espressamente per loro.
Di certo non li ho mai scritti con l'idea di pubblicarli. Anzi, li ho scritti con la totale libertà di chi pensa di fare qualcosa solo per sé e pochi amici.

Poi però nel 2016 è successo che Rill mi abbia proposto di fare un'antologia, in cui quattro di quei racconti hanno trovato casa. Il personaggio più carismatico si è accaparrato la copertina e così è nata La spada, il cuore e lo zaffiro.

Intanto ho scritto altri racconti, cercando di circoscrivere, nei circa quarant'anni di vicende che sono ben chiari nella mia mente, qualcosa che avesse un senso. Un senso per me, perché a livello editoriale la vedevo peggio che improbabile.
Quindi, con la piena libertà di chi non si pone alcun vincolo ho scritto la storia che volevo scrivere.

Cinque racconti che narrano la prima parte di una guerra. Ciascuno inizia dove l'altro termina. C'è un personaggio ricorrente, ma i primi quattro hanno ciascuno un punto di vista differente, mentre nell'ultimo ve ne sono cinque, per un totale di sei punti di vista che si alternano nella narrazione.

C'è una totale non osservanza dei cliché fantasy.

Ci sono personaggi che se ne vanno peggio che nel Trono di Spade dei tempi d'oro.

C'è un racconto finale che è così allegro e rassicurante che ogni volta che lo rileggo penso che alla fine la cosa migliore sia ubriacarmi per dimenticare (che detto così è davvero terribile, ma in fondo è così che dev'essere).

Ci sono dei ragazzi che devono diventare adulti, ognuno con le proprie fragilità, in un mondo che, come il nostro, non è facile né lineari. E il prezzo da pagare, per tutti, sarà qualcosa di più prezioso della loro vita.

In tutta onestà non pensavo che avrebbero mai trovato casa. E invece no.
Usciranno dopo Natale nella collana Fantasy Tales  di Delos Digital, in collaborazione con Rill.

Sono racconti figli del mio cuore, tutti quanti. 
Quindi, se per caso passate di qui e vi chiedete cosa sia il caso di leggere di me, ecco, leggete questi

Le cronache delle Ley
Sono gli amori impossibili quelli che cambiano il mondo,
ma per ogni scelta c'è sempre un prezzo e una conseguenza.
Che cosa sei disposto a dare per cambiare il tuo mondo?

Ed ecco, in assoluta anteprima, la copertina dell'ebook che uscirà a Gennaio.


lunedì 25 novembre 2019

Mentre la pioggia scende


Il cielo terso di questa foto ottobrina è solo un ricordo.
Piove, piove e ancora piove. 
Oggi abbiamo quasi intravisto il sole, ma presto, dicono le previsione, pioverà di nuovo. 
Il lago si sta alzando. Non insegno più alla scuola col pontile, dove l'acqua alta ha comunque qualcosa di magico, pur con tutta la sua scomodità (il lago che si alza è fastidioso, ma in sé non è pericoloso). Dove sono adesso la pioggia è solo pioggia. Anzi, può portare frane, ingorghi sulle strade e, ovviamente, tanta tristezza.
Insomma, in queste giornate d'umidità costante, preoccupazione per lo stato dei torrenti, dolori alle ossa e alle articolazioni che ricordano che sì, i vent'anni sono passati da un pezzo, tutto è più faticoso.
Ed è un peccato, perché queste sarebbero giornate anche un po' da godersi.

Ci sono cose che si stanno mettendo in moto, quando tutto sembrava fermo da un po'.
È del tutto irrazionale, ma voglio comunque pensare che un po' sia la Le Guin che mi ha portato bene.
A proposito, l'incontro a Casale, i cui contenuti vi sto riassumendo nei post tematici, mi è piaciuto molto. La biblioteca è una di quelle meravigliose biblioteche in edifici antichi, che trasudano odore di copertine di pelle e carta d'altri tempi, anche se ovviamente non manca il nuovo. Non è mancato neppure il pubblico che, per questi appuntamenti di nicchia, quando si parla di libri non nuovi e poco noti, può essere il punto dolente. Invece l'ufficio stampa della biblioteca deve aver fatto un ottimo lavoro. A dare tutto un quid in più è stata la voce di Ivo de Palma. Voce che conoscete tutti, perché ha doppiato il mondo, ma per i nati negli anni '70/'80 è letteralmente la voce dell'infanzia. Nel senso che a inizio carriera ha doppiato tantissimi protagonisti di cartoni animati. In pratica ho incontrato Mirko di Kiss me Licia e Pegasus dei Cavalieri dello Zodiaco (lui ha fatto millemila altre cose, ma per la mia generazione la sua voce e quella di Cristina d'Avena sono iconiche).

Al mio ritorno ho trovato nella mail una proposta per un progetto che non avevo mai inviato (solo sognato), segno che nella scrittura nulla va mai perduto e nessun invio è inutile. C'è sempre la possibilità che qualcuno parli con qualcun altro e uno scritto giri. Quindi, nella speranza che la cosa vada davvero in porto, un gruppo di racconti potrebbe aver trovato in toto una casa comune, cosa che mi fa infinitamente felice. 

Sono anche in attesa di un'altra risposta, per cui tengo le dita incrociate. La attendo da un po', a dire il vero, ma in fondo in editoria nulla è rapido, ma nulla è perduto.

Sto anche terminando in mio "non più YA". Ci sto mettendo una vita perché ho poco tempo, ma la scrittura scorre, le svolte di trama sono un po' inevitabili, ma è un progetto che continua a piacermi e a rappresentare una sfida. La prima stesura dovrebbe essere pronta per Natale. Non proprio i canonici tre mesi kinghiani, ma si fa quel che si può.
Dato che è idealmente ambientato proprio tra 2019 e 2020, vi lascio con un pezzo di Novembre (forse in revisione aggiungo più pioggia).

È il due novembre. Il giorno in cui si va al cimitero a mettere i fiori sulle tombe. Sono sempre andata con mamma a sistemare la tomba dei nonni. Da piccola mi divertivo, mi affascinavano le statue del cimitero Una in particolare rappresentava un bambino su un cavallo, senza sella. Essendo la più alta, la usavo come riferimento per non perdermi tra le lapidi. A volte spuntava dalla nebbia, non mi sembrava spettrale, ma un’indicazione benvenuta. Avrei desiderato anch’io un cavallo come quello, da cavalcare a pelo e, anche se non ho mai osato dirlo, avrei voluto almeno salire sulla statua. Non ho pensato, per anni, ai motivi per cui quella statua esisteva.
Non so cosa abbia detto Maria alle zie, quelle effettive, che non mi avrebbero dato ospitalità neppure per il mio peso in oro, per giustificare la mia assenza da Novara, oggi. Beh, lei e Antonio lavorano, chi mai mi ci avrebbe portato? Le immagino là, davanti alla tomba, le zie, con i loro grandi mazzi di crisantemi in mano, a dire che è passato un anno e l’ho già dimenticata. Come se mettere un fiore reciso in un vaso cambiasse qualcosa. Serve solo a un’ora di “poverina, chissà quanto sarà dura”. E allora tanto vale passare per cinica e egoista. Mamma sarebbe la prima a dirmi di fregarmene. Mi direbbe di smettere di fare i capricci e suonare per lei. Ci ho provato, questa mattina, prima di andare al palazzetto per la gara. Debussy, Jardins sous la pluie, mi sembrava appropriato. Non è nulla di difficile, nonostante la velocità, e forse né mamma né Bach avrebbero apprezzato, ma io amo il disordine di quel periodo in cui il passato non era ancora del tutto trascorso, il futuro esisteva già tra le note e stava cercando un modo per esplodere. Non sono riuscita. Perdo il ritmo, incespico come un corridore senza fiato. Ormai, anche volendo, forse quello che ho perso non lo potrò più recuperare. 

martedì 19 novembre 2019

A Casale Monferrato a parlare di Ursula K. Le Guin – Parte terza, una riflessione femminista


«Perché non scrivi sulle donne?» mi chiese mia madre.
«Non so come si fa» dissi.

Una risposta stupida ma onesta. Non sapevo scrivere sulle donne perché credevo che ciò che avevano scritto gli uomini sulle donne fosse la verità, fosse il modo giusto di scrivere sulle donne. E io non sapevo farlo.

Ho letto queste affermazioni di Ursula K. Le Guin molti anni fa, nell'introduzione del volume edito da Fanucci a metà anni '90, Il giorno del perdono, quando ancora non conoscevo la storia famigliare dell'autrice.
Riconsiderata adesso che so che donna era sua madre (vedi parte seconda, chi era Ursula K. Le Guin) mi fa sorridere, come mi fa sorridere un'altra affermazione dell'autrice, in cui in sostanza dice di non aver dato subito un gran preso al movimento femminista, per il semplice fatto che dava per scontato che tutte le donne lo fossero.

Partendo da questi presupposti, tra la metà degli anni '60 e gli inizi degli anni '70 e poi per il resto della propria vita, Ursula K. Le Guin si interroga nelle sue opere (anche) sul ruolo della donna, sulla consapevolezza che si ha o non si ha delle proprie possibilità di scelta, facendone un tema portante della propria produzione.
Vi propongo tre diverse letture, per chi volesse approfondire il tema.

LA MANO SINISTRA DELLE TENEBRE (1969) – IN UN MONDO SENZA GENERE

Uno dei romanzi più amati dell'autrice (il più amato da me, dato che l'incipit lo uso come introduzione al blog) nasce con quello che la Le Guin definisce un esercizio mentale. Che società si svilupperebbe se non esistessero differenze di genere?
Nasce così Gheten, pianeta dove l'essere umano si è adattato al clima estremamente rigido sviluppando un ermafroditismo perfetto e pertanto tutti gli individui sono in potenza maschi e femmine.
Ne risulta una società (o meglio delle società) tutt'altro che perfetta, ma dove non esiste l'idea stessa che una parte di umanità possa dominarne un'altra solo per un'appartenenza pre definita. Non esistono ruoli predefiniti per nascita e non esistono schiavi.
La vicenda è narrata con due punti di vista, un terrestre inviato come ambasciatore e un politico locale.
Parlando dell'esperienza di scrittura del romanzo, la Le Guin ha più volte raccontato di come si sia accorta anche lei della profondità dei condizionamenti culturali. Avendo come protagonista un ambasciatore, che quindi si rapporta con politici e persone di potere, le è venuto naturale usare sempre il maschile per i ghetiani, anche perché l'inglese non ha pronomi neutri. Questo, però, condiziona l'immaginario del lettore (e del protagonista stesso) che è portato a immaginarsi i ghetiani come uomini che saltuariamente e in determinate condizioni si trasformano in donne. Di conseguenza tempo dopo l'autrice ha provato a scrivere dei racconti ambientati a Gheten usando per i nativi il solo femminile (questi racconti sono un po' sparsi in vecchie antologie Nord e non sono facilissimi da reperire al momento) e vi posso assicurare che questo condiziona non poco l'immaginario del lettore.
Facendo una breve ricerca sulle illustrazioni a questo romanzo mi sono resa conto che il principale personaggio ghetiano se rappresentato come un uomo mantiene quella che si presume essere la sua età (35/40 anni). Se invece l'illustratore prova a dargli tratti androgini immediatamente ringiovanisce a una bellezza efebica di non più di 20 anni. Anche questo credo dica molto sui nostri condizionamenti.
Al momento non c'è un'edizione acquistabile in italiano de La mano sinistra delle tenebre, anche le copie di seconda mano sono rare e costose. Per chi legge in inglese, però, ci sono splendide edizioni recenti, tra cui quella da cui ho tratto l'immagine e mi viene segnalata anche una circolazione on-line in italiano.

TEHANU (L'ISOLA DEL DRAGO, 1990) – LA FEMMINILITÀ COME RESILIENZA E SCELTA
Quarto romanzo del ciclo di Earthsea o Terramare (di cui sono disponibili svariate edizioni e almeno due traduzioni diverse), Tehanu, tradotto in Italia come L'isola del drago (perché?) è un racconto sul dopo.
Tutto in apparenza si è già compiuto. Tenar era una giovanissima sacerdotessa prescelta per un rito tenebroso, ma è già stata salvata dal mago Ged due romanzi prima. E lo stesso mago Ged è diventato arcimago, è sceso nei regni della morte, ha sanato una frattura tra i mondi e ha perso i propri poteri. Tutto è già stato compiuto. Parafrasando Blade Runner "è tempo di morire". E invece no.
Scopriamo qui che Tenar si è fatta una nuova vita sulla periferica isola di Gont, si è rifiutata di essere trattata da principessa in esilio, di studiare la magia, ha sposato un uomo comune, ha avuto dei figli, ora è vedova. Una quarantenne di paese in una società contadina. Lei, contro il parere di tutti, soccorre a adotta una bambina che è stata violenta e poi gettata tra le fiamme nel tentativo di ucciderla. Terruh è sfigurata, senza un occhio e una mano. Per molti, andava lasciata morire. Anche Ged, ormai privo di potere, debolissimo, giunto in modo avventuroso davanti alla sua soglia, andava lasciato morire. Tenar non è d'accordo, si fa carico di entrambi, perché ciascuno ha diritto a una rinascita, a cercare un cammino che sia il proprio. Tenar, che è cresciuta nelle tenebre, ha scelto la normalità e una vita ritirata, ma deve per forza sceglierla anche Terruh solo perché è una donna disabile? 
C'è un brano nel romanzo che è una chiave di volta. Tenar pensa che Terruh possa un giorno diventare una sarta. È un lavoro che si fa chiusi in casa, senza dover esporre il proprio volto sfigurato. Ma perché dovrebbe imporglielo. La donna le compra invece della stoffa rossa di ottima qualità per farle un abito elegante, da sfoggiare alle feste, perché possa sentirsi bella. Terruh deve poter essere qualsiasi cosa vorrà a prescindere dal proprio sesso e dal proprio aspetto.
Per quanto sia un fantasy, c'è pochissimo fantastico, il cuore della storia potrebbe essere ambientato in un qualsiasi paese, anche in Italia oggi, certi discorsi io li sento intorno a me. Che futuro può avere una bambina violentata e sfigurata? Qualsiasi risponde Tenar, l'importante è che sia ciò che desidera davvero. Così come lei stessa ha diritto ad essere qualcosa di più di "una vedova" e Ged "uno che ha perso tutto". 
Mi piace anche come in questo romanzo, nonostante sia un fantasy la saggezza non sia legata a chissà quale potere sovrannaturale. Tutt'altro. Ged è un uomo acuto anche privo dei propri poteri, Tenar sarà bene che qualcuno la ascolti e la stessa Terruh ha un buon senso che le permette di salvare la situazione molto più di qualsiasi potere magico.

LIBERAZIONE DI UNA DONNA (1994) – LA LIBERTÀ PASSA ANCHE DALLA CONSAPEVOLEZZA CON CUI SI VIVE IL PROPRIO CORPO
Recentemente riproposto in Italia nell'antologia Ritrovato e perduto edita l'anno scorso da Mondadori (e quindi reperibile ovunque, correte a comprarla), è sicuramente il racconto più esplicitamente femminista della Le Guin.
La protagonista e voce narrante era una giovanissima schiava in un mondo in cui avviene una rivoluzione. Ottiene la libertà e poco altro. Sola, ignorante, senza un soldo, finisce inevitabilmente in un giro di prostituzione. Non è una ragazza che si arrende, però. Mette da parte del denaro, cerca un qualsiasi altro lavoro. Ottenutolo, inizia a studiare, diventa una donna sempre più consapevole del mondo in cui vive. Sembra la storia di una liberazione che avviene per via intellettuale. Studiando e lavorando. Via via che diventa più consapevole, emergono però anche le ferite interiori, un corpo che non accetta, che nasconde sotto stoffe spesse, a cui nega ogni gratificazione. Ma il corpo è parte di noi. Non si può amare solo con la mente, non si può essere liberi se si è in guerra con il proprio corpo. Solo accettando la propria fisicità e aprendosi a una nuova possibilità di amore, la protagonista si riappropria anche del proprio vissuto e accetta di raccontare la sua storia.
Una donna non ha necessariamente bisogno di un uomo. Tutti abbiamo bisogno di amare, anche a livello fisico, prima noi stessi, per poi aprici all'altro, da pari.
È nei nostri corpi che perdiamo o diamo inizio alla libertà.
Vi lascio il finale del racconto (in una traduzione di fine anni '90, non la stessa attualmente in commercio), che mi ha molto colpito (e anche un po' commosso).



Considerando che oggi un mio alunno si è addormentato mentre spiegavo (ma proprio addormentato, con tanto di ronfatina, e era anche al primo banco), spero di non avervi annoiato troppo. 
Per chi vorrà, la prossima (ultima puntata) parlerà di utopia e società possibili.

Infine, vorrei ringraziare di cuore la Biblioteca di Casale Monferrato, che mi ha dato l'opportunità di approfondire questi temi e di parlarne.
Ragionavo, mentre parlavo, che spesso di femminismo si parla solo tra donne. Invece l'incontro era stato organizzato da un uomo e il pubblico era eterogeneo per sesso e per età. È così che dovrebbe essere, suppongo, ma che spesso non è.
Infine, il mio commosso grazie va a Ivo de Palma, che ha dato voce alle parole di Ursula K. Le Guin

domenica 10 novembre 2019

A Casale Monferrato a parlare di Ursula K. Le Guin – Parte seconda, chi era Ursula K. Le Guin?


CHI ERA URSULA K. LE GUIN


Il disegno che ho scelto credo rappresenti bene chi era per me Ursula K. Le Guin.
È stata una sorta di "nonna virtuale" che attraverso i suoi scritti, dall'alta parte del mare, mi ha accompagnato dall'infanzia fino all'età adulta, facendomi capire che tipo di donna avrei voluto diventare. Dopo tutto, tra lei e la nonna che ho conosciuto c'erano solo tre anni di differenza e davvero, anagraficamente avrei potuto essere sua nipote.

Ursula, però, non è mai stata una signora normale, come me la immaginavo io da bambina, una donna che dopo una formazione più o meno come quella di tutti gli altri ha deciso di mettersi a scrivere.
È stata sicuramente estremamente fortunata a poter vivere in un ambiente stimolante all'ennesima potenza, in contatto (e parliamo degli anni '20 e '30 del novecento) con la diversità culturale nel senso più ampio del termine. A lei il merito, però di aver condensato e trasmesso questa ricchezza in idee tanto forti da attraversare il tempo e lo spazio e plasmare la mente di una ragazzina di provincia come me, cresciuta tanto dopo, ma priva (come il 99% dell'umanità) di quello straordinario humus culturale in cui è cresciuta lei.

Come scrivevo nel post precedente, lei si è sempre firmata Ursula K. Le Guin. K sta per il suo cognome paterno, Kroeber, un nome che chiunque mastichi un po' di antropologia conosce (a me comunque ci sono voluti decenni per collegare i puntini).
Quindi ora un po' di antropologia di base. Semplificando all'inverosimile, non mi accoltellino gli antropologi culturali veri, l'antropologia si forma nei primi decenni del novecento con lo studio di popolazioni dalla cultura ancora molto differente da quella occidentale. Hanno estrema importanza gli studi  effettuati tra le popolazioni siberiane e quelli sulle popolazioni native americane. Alfred Kroeber il papà di Ursula studia i nativi americani.
Ora, per quanto ho capito io, Kroeber separa gli aspetti culturali da quelli biologici organici. Secondo lui una cultura non dipende dalla biologia delle persone che vivono quella cultura e i modelli culturali non possono riprendere quelli biologici. Il suo saggio principale è del 1917, un periodo, per intenderci, in cui si parlava tranquillamente di "popoli primitivi", "razze umane" e altre amenità simili, scindere nel 1917 l'aspetto biologico da quello culturale non è scontato e spazza via un bel po' delle idee che allora andavano per la maggiore.
La mamma di Ursula, invece, era una scrittrice, Theodora, (nell'America degli anni '10 del novecento) che voleva scrivere la storia dell'ultimo esponente di una popolazione nativa. Inevitabilmente incontra nel lavoro di documentazione incontra Alfred. Lei è già vedova con due figli, non ho capito come (credo che in famiglia avessero i super poteri), si specializza anche in psicologia e nel mentre sposa Alfred.
Non dimentichiamoci in questa storia di Ishi, l'ultimo esponente della propria popolazione, che, messo in contatto da Theodora con Alfred, inizia a lavorare con lui. Non ho trovato molte notizie su Ishi in una lingua a me comprensibile, ma dalla foto presente su wikipedia direi che lo troviamo in parecchi romanzi della Le Guin, sia come figura archetipa (qualcuno di totalmente isolato dalla propria cultura di appartenenza e che studia per interagire alla pari con un universo culturale che comunque non sarà mai suo e non lo accetterà mai del tutto), sia a livello di tratti somatici.

La famiglia Kroeber passa gli inverni in università e le estati in mezzo al nulla, in un ranch da cui passavano nativi americani, gente dalle più varie provenienze e idee e fisici del calibro di Robert Oppenheimer.
Il che mi spiega probabilmente due cose. I romanzi di fantascienza della Le Guin tengono conto della teoria della relatività meglio della maggior parte degli altri e si addentrano più di altri nella fisica e nella matematica delle teorie proposte per la tecnologia del futuro. Nonostante questo, lei diceva spesso nelle interviste che la fisica moderna la affascinava, ma la capiva solo fino a un certo punto. Suppongo sia vero, se il tuo metro di paragone è il direttore del progetto Manhattan.
In ogni caso, pur affascinata dalla fisica, Ursula decide di studiare letteratura, perché la stimola, le viene meglio e vuole scrivere "storie affascinanti e strane di quella che chiamano fantascienza". Immagino che nel suo contesto famigliare fosse un sogno molto meno eccentrico di altre cose.

Ursula studia quindi letteratura rinascimentale francese e italiana e conosce uno storico francese, Charles Le Guin, che sposa. Decide di dare priorità alla carriera del marito e "come ripiego" insegna francese all'università, e inizia a pubblicare regolarmente dopo la nascita del secondo dei suoi tre figli.
Questa è una cosa che mi ha sempre colpito.
Nelle sue storie ci sono persone che compiono le più svariate scelte di vita, dal lasciare tutto e andare su un altro pianeta come ambasciatore, tagliando i ponti con tutto ciò che hai conosciuto al vivere soli e liberi. Ci sono tuttavia un tot di personaggi femminili che hanno spiccati interesse intellettuali e/o professionali. Alcune di queste donne non desiderano la maternità, altre sì, e questo non è quasi mai in conflitto con la loro crescita professionale e intellettuale. Non sempre la cosa è indolore, ma è sempre un equilibrio possibile. Ora, considerando la storia personale sua e di sua madre mi viene da presupporre che lei non proponesse tanto un obiettivo da raggiungere, ma qualcosa che già sapeva possibile. Dopo tutto sua madre, vedova, con due figli, diventa una psicologa di una certa fama. Lei si intestardisce con la scrittura quando ha già dei figli.
È ovvio che tutto ciò non sarebbe stato possibile se non venisse da un'ambiente agiato, ma parliamo comunque della fine degli anni '50 / inizi anni '60, quando le moglie non erano esattamente incoraggiate ad avere una propria carriera.
Infine, non so perché e non ho mai trovato una sua dichiarazione a riguardo, lei si firmerà sempre Ursula K. Le Guin, dando quindi precedenza al cognome del marito. Cosa curiosa per una scrittrice femminista. Non so se comunque il cognome Kroeber rimaneva piuttosto impegnativo e Le Guin suonava a tutti gli effetti molto bene. Considerando il caratterino della signora in questione (ci terrà a far sapere a tutti che una volta l'hanno costretta a firmarsi solo U.K. Le Guin per non far capire che era una lei, ci è rimasta malissimo e se l'è legato al dito per i successivi sessanta anni circa), credo però che l'essersi legata a Charles fosse una cosa che faceva parte della sua identità personale.

A questo punto dire "si interessa di filosofie orientali" fa molto New Age e non mi pare sia il caso. Meglio dire che studia a fondo il taoismo, le teorie anarchiche pacifiche (pur non riconoscendosi mai in tali idee e continua a interessarsi delle discipline in cui è cresciuta immersa, psicologia e antropologia.
Tutto ciò fluisce senza soluzione di continuità in tutti i suoi scritti, che siano storie "per bambini" o riflessioni sulla società.
Un occhio attento, conoscendo tutto ciò che l'ha influenzata, ne segue le tracce nei suoi scritti e che tuttavia, a ben vendere, sono riflessioni in forma narrativa di chi ha visto come testimone l'incontro di civiltà diverse con la consapevolezza che qualsiasi pretesa di superiorità è illusoria fino ad apparire ridicola.

Non c'era probabilmente altra forma che il fantastico in senso lato e il fantascientifico e il fantasy in senso più stretto per imbrigliare le riflessioni sulla società e sui singoli di questa donna.

Dire che ha voluto elevare la letteratura di genere verso una letteratura più alta mi sembra ridicolo.
La sua speculazione ha forma letteraria. E dato che al mercato letterario piace incasellare romanzi e racconti in generi, lei si è trovata a scrivere Fantasy e Fantascienza. Con buona pace, per altro, di chi li considerava generi contrapposti e inconciliabili.

Di certo la sua formazione così particolare, il contesto in cui è cresciuta, le ha dato una consapevolezza diversa. Mi chiedo come osservasse le ragazze della sua generazione, magari le sue compagne di studi, perfettamente immerse nel proprio contesto culturale, lei che già sapeva che il contesto culturale è tutto sommato un accidente che ci è capitato, pieno di convenzioni ridicole. La immagino aggirarsi per gli anni '50 come certe protagoniste di suoi racconti, aliene in un mondo straniero, che si sforzano di comportarsi come si conviene perché offendere gratuitamente gli altri è sempre brutto, e intanto annotano, ragionano, si sforzano di capire sempre pregiudizi.
È questo sguardo sul mondo, quello di chi a quel mondo non appartiene mai del tutto e che tuttavia non ha l'arroganza di definirsi superiore, che più di qualsiasi altra cosa mi è rimasto addosso.

Come tutte le nonne, alla fine mi ha insegnato un modo di pensare.


A Casale Monferrato a parlare di Ursula K. Le Guin – parte prima


Mentre durante l'aggiornamento scolastico non riesco a capire un'unità di apprendimento sulla letteratura di genere, la biblioteca di Casale Monferrato mi offre l'occasione di una vita. Parlare di Ursula Le Guin.

Spiegare chi era, cosa ha scritto, perché (secondo me) è essenziale conoscerla, scegliere un tot di brani che verranno letti da Ivo de Palma.

Cercate di capire il mio stato di panico. Dato che un brano necessita una voce femminile dovrò leggerlo io. Gli altri li legge Ivo de Palma.
"Voglio morire" credo che sia la frase che riassume meglio il mio stato d'animo.

Poi c'è la felicità pura.
Quella data dal fatto che un'istituzione culturale abbia deciso di dedicare tutto un incontro a Ursula Kober Le Guin e abbia deciso di chiamare me per parlarne.

Tra un attacco di panico e l'altro, cioè dopo che il progetto era partito, prima che mi dicessero che dovevo anche leggere. ho potuto ragionare molto su quello che voglio dire su Ursula Le Guin.
Abbiamo deciso che tra i mille temi possibili ci focalizzeremo su due, il femminismo e l'idea del viaggio. In questo contesto storico mi sembra doveroso raccontare un'autrice che secondo me è fondamentale e raccontarla partendo dalle emergenze dell'oggi.

Questo, però, mi ha dato l'opportunità di approfondire quanto già sapevo su di lei per creare una serie di post, che verranno messi on-line temo con la cadenza del passo del mammut, viste le molte cose da fare in questo momento.

Per il momento vi invito a Casale Monferrato.
Se conoscete questa autrice, per saperne qualcosa di più e sentire le sue meravigliose parole lette da un professionista e da una dilettante allo sbaraglio.
Se non la conoscete perché vi state perdendo qualcosa di grosso e importante.

Perché? 
Per molti motivi. Vi elenco i primi che mi vengono in mente, in ordine sparso.

Perché non ci sarebbe stato nessun Racconto dell'ancella senza Ursula K. Le Guin

Perché sulla "teoria dei generi" spesso si scagliano tifoserie opposte e lei ha cercato di analizzare il problema "come influisce il genere di appartenenza sulla nostra vita e sulla società?" in modo più neutro possibile.

Perché è considerata una tra i letterati che più hanno contribuito a far conoscere le correnti anarchiche pacifiste, anche se lei non era anarchia e non ne condivideva le idee (ho scoperto di recente che era sempre imbarazzata quando le comunità anarchiche la invitavano a parlare...).

Perché è stata un'autrice ambientalista in un tempo in cui "ambientalismo" neppure esisteva come parola.

Perché è stata un'autrice che ha promosso un pacifismo consapevole, tutt'altro che buonista o avulso dalla realtà.

Perché aveva una cultura talmente vasta e approfondita da far spavento da saper raccontare qualsiasi cosa con una semplicità disarmante.

Perché è stata una grande della letteratura, di quelli che intendono sempre la letteratura come qualcosa al servizio della società, eppure per molti, ancora "ha fatto robetta di genere".

Perché è una figura di donna eccezionale, figlia di una donna eccezionale, che ha saputo vivere in anni difficili con grande consapevolezza la sua femminilità senza soggiacere ai pregiudizi sociali e senza negare o svilire i suoi desideri profondi. È stata un'intellettuale, docente universitario, scrittrice,  convinta femminista, ma anche moglie e madre, "casalinga borghese", come a volte scherzava, senza che un aspetto negasse gli altri.
Ha sempre firmato i suoi scritti Ursula K. Le Guin. In K sta per il suo cognome, Kroeber, un gran cognome, che viene da un padre famoso da cui è difficile non farsi mettere in ombra, e Le Guin è quello del marito, perché, evidentemente, questo è quello che ha scelto liberamente di essere.

sabato 2 novembre 2019

Il mio racconto nell'antologia "Leucosya e altri racconti dal trofeo Rill e dintorni" – incipit

È stata ufficialmente presentata a Lucca Comics&Games l'antologia Leucosya e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni. Contiene i quattro migliori racconti partecipanti al trofeo RiLL (scelti su oltre 300 racconti pervenuti), quattro racconti vincitori di altrettanti concorsi per narrativa fantastica svoltisi all'estero e infine quattro racconti partecipanti a SFIDA, il concorso riservato agli ex finalisti di RiLL. Tra loro potete trovare il mio, Per sempre l'esilio.
Questi ultimi quattro racconti, lo ricordo, hanno in comune il tema conduttore "La storia Infinita".
L'antologia è ormai disponibile nei vari store on-line, oltre che sul sito ufficiale di Rill, qui.

Per quanto riguarda il mio racconto, vi lascio l'incipit.

PER SEMPRE L'ESILIO

1302
Le stelle, in questa notte d’esilio, ruotano mute. Paiono diverse, ma diversi sono gli occhi che le guardano, il luogo da cui vengono guardate. Così come sono le mie orecchie a essere sorde. L’armonia delle sfere è sempre là, ineffabile per l’udito umano, assordato dalle grida di questa terra.
La sentenza è stata emessa. Ogni parola si conficca nella carne, come i chiodi degli strumenti di tortura nei corpi degli eretici che devono confessare.
“Condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, lo si condanna a cinquemila fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo e, se lo si prende, al rogo, così che muoia.”
Fa freddo. Mi stringo nel mantello. Le stelle non possono scaldarmi e le mie orecchie non possono udirne la musica.

2303
Le stelle, in questa notte d’esilio, rilucono lontane, oltre il tempo e lo spazio. Tra le cose che la mente riesce a capire, ma il cuore non può afferrare, è come possa la mia mano essere illuminata da una luce ormai spenta, lontana millenni dall’esplosione di idrogeno ed elio che l’ha generata. Ma io non sono diverso. Mi chiedo cosa mai potrò illuminare, se sono già morto.

sabato 26 ottobre 2019

Il buio oltre la siepe – Piovono Libri



Chissà poi perché, non lo avevo mai letto, pur avendo visto e apprezzato la fortunata trasposizione cinematrografica (che pure si è rivelata assai diversa dal romanzo).

Per certi versi questo romanzo ha l'aspetto del "libro perfetto". È forse l'unico caso da che frequento il gruppo di lettura di libro promosso all'unanimità e senza distinguo, senza neppure un "mi è piaciuto però". Un romanzo che è molto di più del suo nucleo narrativo più forte.

Un po' tutti quelli che non l'avevano mai letto si aspettavano "un romanzo sul razzismo", perché così ci è stato raccontato, perché su quello si concentra la versione cinematografica. In realtà, come ben spiega una lettrice, è la storia di due anni di una bambina, dei valori che le vengono trasmessi e di come vengono messi alla prova.

Scout vive con il fratellino più grande, il padre vedovo e la governante di colore nell'Alabama della grande depressione. È una bambina fortunata, suo padre è un uomo stimato e, per quanto lo neghi più volte, ricco, inoltre a Scout è permessa una libertà maggiore di quanto sia consentita di solito alle bambine, veste da "maschio" è trattata alla pari dal fratello e neppure il padre differenza l'atteggiamento tra i due figli. Il suo orizzonte è circoscritto nella via dov'è cresciuta, un immaginario dominato dalla casa dove vive un uomo che non esce mai, e dove è conosciuta da tutti. La vicenda racconta principalmente l'allargarsi dell'orizzonte di Scout. L'arrivo di un bambino che passa le estati nella stessa cittadina, Dill, l'inizio della scuola, il tentativo di svelare il mistero dell'uomo che non esce mai e soltanto poi il processo in cui è coinvolto il padre, chiamato a difendere un uomo di colore accusato di stupro. Con un'intelligenza acuta, ma uno sguardo comunque bambino, Scout riferisce i fatti e le riflessioni che vanno a plasmare un mondo vasto e complicato in cui la ragazzina dovrà imparare a vivere.

Se il razzismo è un tema presente e centrale nel romanzo, non è certo l'unico. Lo sguardo di Scout è attento e indagatore, osserva tutto, nota tutto, si interroga su tutto. Insieme a lei il lettore è obbligato a porsi ogni sorta di domanda. Quello che esce è un ritratto della società dell'Alabama degli anni '30 tutt'altro che scontato, dove la divisione della società tra bianchi e neri è cosa talmente radicata che quasi non ci si fa caso e che tuttavia si mostra meno granitica e stereotipata del previsto. 

Sono moltissime le cose che mi hanno colpito e altre riflessioni si sono aggiunte grazie al confronto con il lettori. Ho provato un po' a raggrupparle come mi è riuscito.

Le donne del romanzo
Nel romanzo ci sono moltissime figure femminili diversissime tra loro.
Quella che spicca e di cui tuttavia la portata rivoluzionaria rischia di passare in secondo piano è Calpurnia, la governante nera, quasi una madre per i due bambini. Calpurnia nella famiglia Finch, è evidente, si è ritagliata un ruolo che va ben oltre quello di governante, di fatto è la figura femminile di riferimento per i bambini, cosa di cui il padre Atticus è ben consapevole. È una donna istruita, come e in che modo lo sia diventato ovviamente lo ignoriamo, ma sopratutto è una donna estremamente consapevole. È lei la vera sovversiva della vicenda, quella che porta i bambini nella chiesa "dei neri" li invita a casa sua, consapevole di spezzare le barriere della convenzione e di allevare una nuova generazione di cittadini che, forse, un domani, potrà cambiare le cose.
Non meno interessanti sono le altre donne del romanzo, la saggia vicina di casa che "sembra un uomo quando si occupa di giardinaggio e una signora quando esce con le altre donne" (cito a memoria, abbiate pietà), la zia Alexandra, che si presenta come una fiera donna del sud arroccata sui suoi privilegi, salvo poi osservare tra le righe che insegna al nipote a cucinare perché non deve dipendere da una donna e che partecipa con molto più cuore di quanto non sembri al processo in cui è impegnato Atticus. Per finire, particolarmente tragica è la figura dell'accusatrice, una ragazza cresciuta in estrema povertà, reclusa in casa e violentata dal padre. La descrizione della realtà di questa ragazza è per certi versi tra le parti che più mi sono piaciute, perché nulla viene negato e nulla viene ostentato. Lo squallore è esposto in modo chiaro in un libro che rimane perfettamente fruibile anche per dei ragazzini.

Atticus
Il padre di Scout è uno dei personaggi centrali del romanzo. Un personaggio amatissimo, al punto che con l'uscita del secondo romanzo dell'autrice (uscito approfittando della salute ormai precaria di lei?) in cui lo stesso uomo è presentato in una luce assai meno favorevole, si è scatenata quasi una rivolta dei lettori.
Atticus è un uomo dal senso di giustizia quasi soverchiate che è descritto con gli occhi innamorati di una bambina cresciuta senza madre. 
Anche senza il filtro adorante dello sguardo di Scout rimane senza alcun dubbio una figura che si staglia nell'immaginario dei lettori.
A me, da genitore, è parso un padre a tratti stanchissimo, che si barcamena come può con due figli piccoli, che sottovaluta in modo tragico i guai in cui i suoi ragazzi possono cacciarsi anche per colpa del processo. Il suoi tratti distintivi sono il senso della legge a cui è disposto a sacrificare tutto (anche la sua vita, se necessario), ma anche il tentativo di mettersi sempre dalla parte degli altri e di pensarne sempre il meglio. Mi ha colpito il fatto che è questo suo tratto, comunque quello di sperare nel meglio dell'umanità, a far rasentare la tragedia. Pur sapendo di aver a che fare nel processo con un uomo della peggior specie, Atticus non pensa mai che costui possa prendersela con i suoi figli invece che con lui. Atticus teme per se stesso, non per i suoi bambini. E quando, alla fine, scopre che non è così ha un attimo di shock totale e completa mancanza di lucidità. Mi ha dato molta tristezza il constatare che il peccato peggiore di Atticus sia il non aver voluto guardare fino in fondo il male presente nell'altro.

Alla riunione abbiamo discusso molto di Atticus, la cui figura è idealizzata dallo sguardo di Scout, ma che rimane fondamentalmente un uomo del suo tempo, che difende Tom perché è giusto farlo ma considera altrettanto giusta la divisione della società in bianchi e neri. Che è più duro con se stesso e i suoi figli di quanto non lo sia con gli altri.
Abbiamo discusso a lungo su quanta consapevolezza ci sia nell'educazione liberale che impartisce a Scout. Per alcuni è questione di sfinimento, è più facile per lui crescere Scout quasi come un maschio. Per me c'è della consapevolezza. Poiché comunque Atticus tratta sempre le donne da pari e sa imporsi anche con grande durezza quando ritiene che una cosa sia importante. Che Scout cresca o meno da "brava ragazza" è evidentemente non importante o comunque meno importante dei principi morali. Vediamo Scout prendersi una bella strigliata per aver trattato male un ospite, non per non voler mettere la gonna, cosa che viene richiesta a volte come piacere "per fare contenta la zia". Insomma, c'è una parte di scelta e consapevolezza in questa educazione anticonvenzionale impartita a una bambina degli anni '30 che, francamente, a volte manca alle bambine di oggi (che poi se a un padre viene data l'occasione di crescere una figlia femmina un po' come un maschietto e poterci giocare di più è anche più contento perché per lui è più facile, è vero ed è parte della mia esperienza personale).

Dill
Chi ha visto il film ricorderà l'amico Dill come un bimbetto insopportabile. Invece nel romanzo è un personaggio meraviglioso. Figlio non voluto e ignorato, tenuto buono con giocattoli costosi, fugge prima con la fantasia, inventandosi mille storie alternative, e poi passa all'azione, scappando di casa. Ha l'intelligenza di chi riesce a guardare le cose da diversi punti di vista. Lui si si prende a cuore moltissimo il processo. Per lui Tom non è un uomo di colore, è solo un innocente. Al contrario di Scout e Jem, Dill non sembra proprio cogliere la differenza razziale, si rapporta con chiunque allo stesso modo. È lui infatti a svelare uno dei personaggi più curiosi del romanzo, il finto ubriacone. Si tratta di un uomo ricco che si ostina a convivere con una donna di colore con cui ha dei figli che, giunti a una certa età "spariscono" in quanto vengono fatti studiare al nord. Si finge perennemente ubriaco per catalizzare su di sé la riprovazione sociale, salvando in questo modo la propria famiglia. Il momento dello svelamento, con un Dill in lacrime per la condanna di Tom e quest'uomo che finalmente vede la speranza per una società diversa, cosa per cui lui ha lottato e fallito, è tra i passi più commuoventi del romanzo.

Che altro dire? Ottobre per me è stato un mese allucinante di riunioni praticamente perenni, malanni che avrei gradito evitare e impegni più o meno imprevisti. Eppure il romanzo l'ho finito con netto anticipo sulla riunione. Merito del libro, non mio, che si è imposto alla mia attenzione senza se e senza ma.

lunedì 21 ottobre 2019

Tra asce e grifoni


La mia vita com'è...

Cosa fai nel fine settimana?
Vado a presentare sei reperti in pietra levigata a un convegno pieno di ricercatori universitari di cui temo sopra ogni cosa le domande.
Poi scappo, perché a mia figlia è venuta l'otite e vuole che solo la mamma le pulisca le orecchie.
Intanto le racconto delle pietre.

E la domenica?
Mentre la figlia fa la nanna cerco di preparare un intervento sulla Le Guin, intanto da fb mi si chiede cosa si pensa di mariti/fidanzati che escono con altre donne.
Mio marito è andato con compagnia solo femminile a un seminario sui bestiari medioevali...
È tornato con un grifone autoprodotto.
Quindi cosa devo pensare?
Sono fiera della fiera...

E intanto c'è da preparare il laboratorio scolastico sull'ecosostenibilità per il quale abbiamo saccheggiato tutti i cestini della spazzatura alla ricerca di materiale.
Poi c'è quello in cui creiamo il "Cluedo Scuola" e prendiamo la planimetria degli ambienti per capire dove sia meglio piazzare il morto.

Poi ci sarebbe il romanzo da portare avanti, ma vogliamo non andare a trovare i nuovi pony del maneggio dietro casa?

Tanto tempo fa, quand'ero bambina, vedevo gli adulti imprigionati in giornate sempre uguali e li sentivo sbuffare per la monotonia delle loro vite. Allora dichiaravo a tutti di desiderare una vita non noiosa. Qualcuno deve avermi preso proprio sul serio...
Ora vado, devo risolvere un problema di migrazione di unicorni volanti...


sabato 12 ottobre 2019

Per sempre l'esilio – il mio racconto in Mondi Incantati 2019



Ogni anno l'associazione Rill bandisce due concorsi per racconti fantastici. 
Il primo è Trofeo Rill, concorso aperto a tutti e che mi sento di consigliare senza se e senza ma, perché si distingue per professionalità, trasparenza, cura e vocazione alla diffusione delle opere premiate (basti sapere che il racconto vincitore viene tradotto e diffuso all'estero).
Il secondo è SFIDA, concorso riservato a chi sia finito almeno una volta in finale al trofeo e che si distingue dal primo anche per essere un concorso "a tema". Una sfida, insomma.

Al Trofeo RiLL non posso più partecipare, perché dopo un po' che "infesti" le prime posizioni, l'associazione può sceglierti per proporre un'antologia personale (che sarà editata, edita e diffusa con la stessa cura e dedizione che vengono riservati ai racconti vincitori). Io ho avuto questo enorme privilegio con la mia antologia, La Spada, il Cuore e lo Zaffiro.

Mi rimane quindi l'opportunità e il piacere di partecipare a SFIDA. Abitualmente quattro racconti vengono considerati "vincitori parimerito" e inseriti nell'antologia annuale. Vi è tuttavia un premio esterno, curato dall'organizzazione di Lucca Comics&Games che viene attribuito al migliore dei quattro racconti (adesso mi bullo un po' e dico che l'ho vinto due volte).
In ogni caso, partecipare a SFIDA, beh, è una sfida.
Mica è scontato entrare nei 4 racconti, eh. Negli ultimi due anni, nonostante due racconti che a me non dispiacevano, non ce l'ho fatta. Invece in quest'edizione l'ho spuntata!

Per sempre l'esilio – il mio racconto per SFIDA 2019
La sfida di quest'anno era "La storia Infinita" da intendersi sia in omaggio al romanzo di Ende, sia nel senso più lato del termine.

Il bello di SFIDA, per me, è che, avendo un tema dato, delle battute tutt'altro che infinite (circa 21000) e dei generi obbligatori (deve essere fantastico, fantascientifico, fantasy o horror) mi costringe  a sperimentare, sempre.

Quest'estate, per la prima volta, mi sono buttata sulla fantascienze. Sulla fantascienza dura e pura... Ehm... Sulla fantascienza letteraria. Esiste la fantascienza letteraria? Facciamo finta di sì. Se ci fosse, il mio racconto ne farebbe parte, perché si alternano due voci narranti (due?), una nel futuro e una nel medioevo. Ma forse raccontano la stessa storia. O forse la prosecuzione di una storia. O forse una storia che tutti pensiamo di conoscere, ma forse...

Per sempre l'esilio è stato un racconto particolarmente faticoso da scrivere. Faticoso perché oggettivamente la voce narrante non brilla per simpatia ed è giusto così. Perché è basato su una storia che tutti pensiamo di sapere e che invece mi ha fatto impazzire con la documentazione. Ho dovuto fare più di un ripasso di storia e sopratutto filosofia medioevale. La mia voce narrante ragiona per categorie medioevali colte e riuscire a non perdere le divagazioni sul nominalismo in una prosa vagamente scorrevole è stata, appunto una sfida.
Inoltre avevo, appunto, una voce narrante un pochino respingente (ma un pochino, eh...) eppure al di là di alcune riflessioni abbastanza ovvie da fantascienza classica sul chi siamo e chi è umano, mi permetteva anche di ragionare sul riflesso di un autore nelle sue opere. Quello insomma che riteniamo di conoscere di un autore basandoci su quello che abbiamo letto di lui. Il che spesso è poco e fuorviate. E, infine, su quanto le nostre letture ci plasmino, quanta identità traiamo da quello che leggiamo.

Infine, era davvero tanto tempo che un mio lavoro nuovo non veniva scelto per la pubblicazione. Il racconto uscito per Giallo Mondadori è stato scritto alcuni anni fa, ormai. Mi ha fatto enorme piacere che sia stato scelto a distanza di così tanto tempo. Davvero un piacere enorme. Però, siccome sono facile all'autosvalutazione, era un po' subentrata una fase "non sono più capace". Ora, questo non è un racconto facile, da nessun punto di vista. In fase di editing (ribadisco, Rill miglior editing di sempre) abbiamo cercato di renderlo più scorrevole salvaguardando il pessimo carattere in un pessimo momento della voce narrante, ma rimane un racconto anche volutamente ostico. Che una cosa così sperimentale (almeno per me) sia stata scelta per la pubblicazione è stato davvero il regalo giusto al momento giusto. Intanto che sono ancora capace di scrivere racconti. E che sperimentare ogni tanto paga.

Ovviamente starà poi ai lettori giudicare se questo racconto sia interessante o indigesto.
Intanto devo ringraziare davvero l'associazione RiLL per avermi spinta a mettere un piede nella fantascienza e per aver scommesso sulla mia interpretazione di fantascienza.
Anche perché, volendo, con un'altra voce narrante (prometto e giuro) qui ci sarebbe un'idea narrativa che potrebbe valere la pena di sviluppare in forma di romanzo.

Un grazie speciale ad Alberto Panicucci per la pazienza nell'editing. 
Qui la notizia ufficiale.

domenica 6 ottobre 2019

Le regole scrittoree che sto infrangendo


Per molto tempo ho scritto ben ancorata a dei generi codificati. Il giallo, il fantasy. Al limite, la fantascienza. Il genere mi dà sicurezza, mi sento protetta dalle regole, i luoghi comuni sono, appunto, luoghi conosciuti in cui si torna volentieri. Il giallista torna sempre sul luogo del delitto. Amo sottogeneri ancora più codificati, il giallo sherlockiano, che ha regole sue proprie ancora più stringenti (sbagliate di un anno o, in alcuni casi, di un mese e rischiate il linciaggio da parte degli appassionati).
Non so esattamente quando ho iniziato a sentirmi stretta nei confini dei generi.
A volte sono io che ancora li ricerco, come quando progetto racconti sherlockiani, ma sempre di più i paletti hanno iniziato a stancarmi. I miei detective hanno preso a fuggire un po' ovunque senza alcuna voglia di correre dietro ai criminali, i miei eroi(?) fantasy hanno lasciato arrugginire le spade.
Forse era tempo di provare altro.
Forse semplicemente questa storia è venuta a bussare adesso perché sapeva che la porta sarebbe stata aperta.
Non è stato un percorso semplice, né lineare, né indolore.
A oggi sono piuttosto preoccupata per quello che sto scrivendo perché io non so dargli una collocazione. Il fatto che la protagonista abbia sedici anni dubito che possa renderlo automaticamente uno YA.
Non solo non ha più senso, quindi, fare un post sulle regole della scrittura, ma ha senso farlo sull'infrangere le regole della scrittura.

LE REGOLE SCRITTOREE CHE STO INFRANGENDO.

1 – La struttura in tre atti
Di tutto questa è sicuramente la cosa più grave e, per me, più preoccupante. Perché la struttura in tre atti non è solo una regole di scrittura, ma è proprio il format narrativo più comprensibile dal nostro cervello. Puoi girarlo, rovesciarlo e manovrarlo come vuoi, ma rimane il fatto che è più facile collocare gli eventi dell'Odissea, sia secondo la fabula che secondo l'intreccio, di quelli Iliade, perché l'Odissea ha una struttura in tre atti più definita dell'altro (che comunque ce l'ha). Quindi maneggiare una storia che non stia dentro uno stampo narrativo millenario mi preoccupa.
La storia fa, la storia decide, però.
La protagonista ha sedici anni e va a scuola, quindi ci si aspetta una narrazione che segua il calendario scolastico, come fanno i libri di Harry Potter, da settembre a giugno. Però gli altri personaggi importanti girano tutti intorno a una squadra di sport invernale, il cui calendario agonistico fa da agosto a marzo. E se magari potrei anche spostare i mondiali della disciplina, ma di un mese, non di due, le olimpiadi, juniores o senior che siano, invernali a maggio/giugno non sarebbero credibili. Non lo sarebbero. 
Da questa cosa non ne esco. Poiché alcuni eventi della trama dipendono dal calendario agonistico e altri da quello scolastico e il Natale, le Olimpiadi e la Pasqua, ahimè, hanno una fluttuazione scarsa o nulla, non riesco a intortare la storia nella forma più congeniale.
Quindi il "momento di massima difficoltà", che dovrebbe stare a ridosso della fine, resta a febbraio, dando a tutto il romanzo un'andatura strana e anticonvenzionale che, in realtà, era voluta solo fino a un certo punto.

2 – Narratore e narratario
Nel caso in cui una narrazione sia in prima persona, la mia lo è, bisogna pensare a perché qualcuno racconta la storia e a chi la sta raccontando. Ho pensato a varie cose, qui, dal diario al blog, ma non erano credibili. Anche se alcuni miei alunni davvero tengono un diario, non penso che la mia protagonista potrebbe farlo. Quindi siamo nel campo del flusso di coscienza ingiustificato. Alcuni eventi avvengono in una sorta di presa diretta, altri invece sono pensato a posteriori. I capitoli sono sostituiti da una scansione temporale. Ogni parte è un mese, ogni capitoletto è una sequenza temporale. Così alcune giornate durano venti pagine e altre mezza.

3 – Le regole del YA
A livello editoriale so già che sarà questa la cosa che mi fregherà. Nel senso che se hai protagonisti adolescenti devi scrivere per adolescenti. Io non sono del tutto sicura che questa sia una storia pensata per adolescenti. Di sicuro parte seguendo le regole del YA, ma poi devia. L'inizio è quanto di più standard ci sia. Una ragazza si trasferisce in una nuova città e conosce nuova gente. Ma non c'è il bello e dannato e il bello/amichevole/rassicurante tra cui scegliere (nei romanzi vince sempre il bello e dannato). Anzi, in realtà la storia d'amore, che pure c'è, è la cosa che in assoluto fila più liscia. Non è quello proprio il cuor della storia. In compenso, visto che hanno sedici anni pensano molto a quello che possono fare da soli in una camera da letto, a quello che è già successo e a quello che magari succederà o non succederà. Questa è la prima storia che io abbia mai scritto, beve o lunga, in cui compaia la parola "preservativo".

4 – Le regole della storia sportiva
Volendo questa poteva almeno essere una storia sportiva. C'è qualcuno che ha del talento, ma bassa autostima, parte da una posizione svantaggiata, trova un allenatore su cui all'inizio nessuno scommetterebbe e... beh, Karate Kid lo abbiamo visto tutti.
Allora, c'è una ragazza con una bassa autostima, che però non fa sport e continua a non fare sport. Ci sono altri ragazzi che invece lo sport lo praticano. C'è un allenatore che ci prova davvero, ma è alle prime armi, ha anche problemi suoi, fa un sacco di errori... E non sono sicura che alla fine ci sia la catarsi vittoriosa. La mia visione dello sport è sempre ambigua e ambivalente. A me praticare sport agonistico ha fatto un sacco di bene, ad altri ha rovinato la vita. E quindi niente, ci siamo giocati anche le regole della storia sportiva.

5 – Usare e dosare con consapevolezza il proprio vissuto
Con consapevolezza, certo.
Quindi l'altro giorno mi sono ritrovata a dire a una persona che "forse" riconoscerà qualcosa dei tempi in cui io praticavo sport e lui era l'allenatore in seconda. Forse, eh. E in quel momento esatto mi sono resa conto che ho cambiato lo sport, il contesto, l'ambientazione, ma un personaggio si chiama esattamente come la  ragazza che entrambi abbiamo conosciuto. E in realtà non era quella la cosa di cui volevo parlargli e che forse avrebbe riconosciuto. Consapevolezza, questa sconosciuta.


Intanto, però, la storia prosegue e prosegue anche la vita. 
Ho scritto questa storia immaginandola ambientata in questo anno scolastico e sportivo, quindi con qualche mese di anticipo sulla realtà.
È iniziato ottobre, uno dei mesi che trovo più belli dell'anno, anche se lo trascorro quasi interamente a scuola. Quindi vi regalo uno spezzone di ottobre montano visto dalla mia protagonista.

Non ero mai stata in montagna a ottobre. Chi ci andrebbe mai, finita la calura che ti spinge in quota e prima della neve? Quindi non li avevo mai visti i colori delle foglie contro il cielo terso. Le betulle hanno un giallo quasi paglierino, gli aceri sono rossi, ma di un rosso abbagliante, diverso da quello tra l’arancio e il ruggine dei faggi. Questi ultimi, decido, sono le mie piante preferite. Con i loro tronchi grigi e dritti hanno l’eleganza degli alberi di Lorien del Signore degli Anelli, piante per creature privilegiate. Quando ci si passa sotto, le foglie formano un fruscio di cui puoi, quasi, distinguere le note. Sopra, il cielo è terso, percorso dal vento che ha già portato, nei giorni scorsi, le nubi a scaricare la neve sulle vette. Che cosa strana, penso. La montagna non può essere un ambiente ospitale per l’uomo. Un minimo di istinto di sopravvivenza dovrebbe portare la nostra specie a trovare bello ciò che meglio le si adatta (quindi, considerata la nostra storia evolutiva, la savana, forse), non un luogo ostile come la montagna poco prima che arrivi l’inverno. Eppure adesso mi sembra che chiunque non abbia visto le Alpi in certi giorni di ottobre si sia perso qualcosa di vitale.
Il lago è una spettacolo di riflessi. Un mondo amplificato in cui si duplicano i colori dell’autunno e che appartiene a noi soltanto. Arrivati sulla riva, Aleksej non si ferma neppure. Getta lo zainetto sull’erba, toglie le scarpe e le calze, slaccia le cerniere sui polpacci dei suoi pantaloni tecnici da corsa, li rimbocca fino al ginocchio e prosegue nell’acqua bassa.
– Venite, è bellissimo! – grida, alzando una mano per farci segno di entrare.
In tre lo guardiamo come fosse un alieno.
– Sapete, viene da un posto in cui i mammut sono morti congelati – commento, un po’ incredula.

giovedì 26 settembre 2019

Comma 22 – Piovono libri


Faccio sempre più fatica a stare dietro alle letture di "Piovono Libri", il gruppo di lettura di cui faccio parte e me ne vergogno molto. Il motivo è semplice. Sono libri che vanno letti e pensati, ragionati. A volte sono faticosi, altri emotivamente pesanti. Ne ho bisogno, so che mi fa bene leggerli, ma faccio come certi bambini davanti a un medicinale e storco il naso. 
Questa volta niente scuse, però, la lettura estiva di Comma 22, corposo romanzo di Heller, l'ho proposta io dopo la visione della sere tratta dal romanzo e andata in onda la scorsa primavera su Sky.

C'è chi pensa che gli adattamenti cinematografici o televisivi siano per la maggior parte svilenti, ma io, semplicemente, avrei ignorato un sacco di libri che poi ho amato alla follia se non me ne fossi imbattuta sullo schermo. Prima della serie di Sky di Comma 22 ignoravo persino l'esistenza. E la serie, in sé, goduta come dovrebbero essere godute queste trasposizione, cioè senza sapere nulla dell'originale, mi è piaciuta molto. Una storia di guerra dai toni surreali in cui un aviatore americano cerca in ogni modo, prima con toni buffi, poi sempre più disperati, di evitare le missioni per tornare a casa vivo. Intorno a lui si affollano una serie di personaggio sopra le righe che abitano un campo militare al confine del grottesco, dove viene applicato questo famoso "comma 22" ovvero "chi è pazzo può essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere sentato non è pazzo". Perché, è ovvio, la guerra è una follia senza senso e solo i pazzi non se ne rendono conto.

Il romanzo è tutto ciò che racconta la serie e, com'è normale che sia, molto di più.
Innanzi tutto il libro spiazza per impianto temporale. Ogni capitolo o quasi ha il nome di un personaggio e le vicende non vengono raccontate in ordine cronologico, ma con un continuo saltellare avanti e indietro che crea uno strano senso di spaesamento. Il tempo scorre. La mia edizione alla fine riportava anche l'immagine delle tabelle che usava l'autore per non perdersi nella narrazione, con ben evidenziato il giorno e l'anno in cui ogni avvenimento capita. Il tempo scorre, quindi, e tuttavia l'impressione del lettore è che non lo faccia, che i personaggi siano imprigionati in un eterno presente. Io penso che sia un effetto voluto e che per altro percepisco in ogni ricordo di guerra che ho sentito di prima mano. In quelle situazioni la sensazione dei soldati è di essere cristallizzati fuori dal tempo, non mesi o anni, ma secoli interi. La guerra è un non luogo e un non tempo (per chi ha la fortuna di non viversela in casa) non necessariamente negativo (mia nonna materna, capitata per caso in piena guerra partigiana ha ricordato per sempre quei mesi come i più belli e liberi della sua vita), ma altro. Per Heller, che si basa principalmente sui propri ricordi, la guerra è un non luogo della follia, dove la gente muore davvero per obbedire a ordini assurdi, leggi beffarde che nessuno sembra aver concepito, per inettitudine al potere. Tutti gli ufficiali sono folli, totalmente disinteressati alla sopravvivenza dei soldati e, parrebbe, pure alla vittoria. Quelle che cercano sono piccole rivincite personali, meschine competizioni tra loro o dare sfogo alle proprie manie. I soldati sono meno che numeri. Sono aerei, che vengono distrutti lontano dalla base, per lo più, pedine di un risiko imperscrutabile. 

All'inizio il tono è surreale, spesso gli episodi sono divertenti. Le peripezie di Yossarian, il protagonista, per evitare le missioni e uscirne vivo sono buffe. Ma il surreale sfuma nel grottesco e poi nell'orrorifico. Yossarian non ha mai voluto combattere e non ha mai voluto uccidere, ma è un sopravvissuto, l'ultimo superstite di un gruppo di ragazzi ormai decimato, saturo di morte, esaurito, quasi a sua volta folle. La guerra è quasi vinta, è quasi vinta alla prima pagina e rimane quasi vinta all'ultima, ma il quasi, il permanere nel limbo è sempre più intollerabile, fino a che la fuga è l'unica soluzione percepita come possibile.

L'impatto emotivo di questa lettura è forte. La sensazione soverchiante è che il male non sia dato dalla guerra in sé, certo non dal nemico, ma dalla semplice follia umana che in una condizione specifica (è la guerra, ma potrebbe non esserlo) può esplodere. Nel momento in cui si smette di pensare agli uomini come individui, ma solo come a funzioni, tutto è perduto e tutto è lecito, anche fermare un'intera base militare per una parata per puro sfizio personale. In questo romanzo sono descritte dinamiche assolutamente folli che però sono simili a cose che avvengono in uffici e altri luoghi di lavoro. La disumanizzazione, la burocrazia fine a se stessa che governa tutto, l'idiota finito per puro caso in posizione di potere non hanno di certo bisogno di un conflitto mondiale. C'è un aspetto puramente sociologico nel romanzo di Heller, assente nella serie tv, per cui la guerra è un mero pretesto. E per questo, per certi versi, è ancora più spaventoso.

Poi c'è l'aspetto della guerra. Una guerra che l'autore ha combattuto e che conosce. Ci sono mille scene toccanti. Ci sono gli aviatori che per primi mettono in discussione gli ordini quando l'esecuzione degli stessi causerebbero morti tra i civili, segno che comunque un senso di giustizia e umanità (che ovviamente verrà calpestato) permane nonostante tutto e nonostante tutti. C'è un pezzo grottesco e struggente in cui a Yossarian viene chiesto di interpretare un soldato moribondo, perché sono arrivati i parenti e sarebbe brutto non dare loro il conforto di un ultimo incontro. Il dialogo che ne segue di per sé è surreale, ma è struggente questo senso di interscambiabilità dei morti. Tutti i ragazzi che muoiono in guerra hanno qualcuno che li piangerà e con nomi e frasi appena differenti un ipotetico ultimo incontro sarebbe uguale per tutti. Ogni morto è un morto di troppo.

Infine c'è un ultimo aspetto problematico che anche l'autore stesso si è posto. I protagonisti sono soldati americani che combattono sul fronte italiano. Questo nemico che loro non vedono di fatto mai, che ha la forma di aerei e di bombe, è il nazismo. Questa guerra così inutile, tragica e amara è comunque la cosa che ha liberato l'Italia dal nazifascismo. Immagino che questo aspetto colpisca di più il lettore italiano, che riconosce i luoghi in cui la vicenda è ambientata, aveva magari in contemporanea parenti che morivano da partigiani.
È un aspetto che mi ha dato da pensare. 
Io sono tendenzialmente più pacifica che pacifista. Nel senso che "mai la guerra" non lo so. Mai la guerra neanche se un pazzo in stile Hitler ci invade? Mentre Yossarian cercava (giustamente e in modo sacrosanto) di scappare dalla guerra, mio nonno paterno (non quello materno finito in Russia) aspettava in un campo di prigionia tedesco che gli americani arrivassero a liberarlo. E quindi non so. Empatizzo con Yossarian e con qualsiasi vittima della follia. E tuttavia ci sono guerre che, una volta iniziate, non possono finire in modo incruento. Temo che la seconda guerra mondiale sia stata una di quelle. Questo rimane per me un nodo irrisolto, un dubbio amaro che la lettura mi ha lasciato e a cui ancora non so dare risposta.

Voi avete letto questo romanzo o ne avete visto la trasposizione televisiva? Cosa ne pensate?

mercoledì 18 settembre 2019

Di scritture in corso


Sono sopravvissuta al rientro a scuola, cosa tutt'altro che scontata, dato che già al primo fine settimana ero raffreddatissima.
Ci mancano ancora un collega di matematica e due di sostegno e siamo ormai alla soglia della disperazione. La nostra così bella scuola a due passi dal lago è geograficamente una scuola di frontiera, dato che è quella più a nord della provincia e dunque la più lontana dall'Ufficio Scolastico competente. Inoltre le università più vicino non hanno facoltà che formino laureati per alcune classi di concorso e quindi siamo alla disperazione. Il nuovo collega di italiano è arrivato da Palermo dopo tre giorni che aveva inviato una messa a disposizione. La prima domanda che gli abbiamo fatto è se abbia un amico che possa/voglia insegnare matematica o sostegno e disposto, come lui, a trasferirsi qui per l'anno scolastico. Il passo successivo, credo, sia all'annuncio sul giornale...

In tutto questo sto riprendendo contatto con la me stessa scribacchina.
Ammetto che trovarsi in edicola con Giallo Mondadori sia un bel balsamo per l'autostima.
L'altro giorno raccontava a un collega che un racconto non fa certo di me un'autrice con la A maiuscola e è intervenuta un'altra che ha detto "Ma come, io il Giallo l'ho preso alla Coop, certo che sei un'Autrice". E, va beh, l'ego ne ha beneficiato, mi sono sentita un gatto a cui viene fatto un grattino.
Ancora più balsamo per l'autostima è la notizia che anche un altro racconto si sta involando. Di questo vi darò notizie a breve. La cosa importante è che, a differenza di quello uscito con Giallo Mondadori Sherlock, questo è un racconto scritto quest'estate. E quindi la proposta di pubblicazione è stata una sorta di conferma che sì, sono ancora capace.
Agli alunni ogni anno dedico una canzone per augurare loro buon inizio. Quest'anno ho scelto "Una chiave" di Caparezza, perché alcuni di loro avevano bisogno di sentirsi dire "non è vero che non sei capace, che non c'è una chiave". Probabilmente ne ho bisogno anch'io.

E ho bisogno di ripetermelo per la storia che sto scrivendo, di cui ormai ho perso il controllo.
Era nata come un YA, ma l'intento YA, intesa come storia non troppo impegnata per adolescenti è andato a farsi benedire abbastanza in fretta.

Il titolo di lavoro al momento è "Crisalide" e va inteso come "il dolore che si prova quando ti stanno spuntando le ali che ti permetteranno di volare".
È, più di quasi tutto ciò che ho scritto, una storia di dolore.

È una storia di adolescenti, certo, quello è rimasto. Con anche la storia d'amore caruccina (o magari è caruccina solo ai miei occhi), senza neppure il solito tritissimo triangolo adolescenziale. C'è il riscatto attraverso l'arte e lo sport (almeno in parte), ma c'è anche davvero un sacco di dolore.

Siccome la protagonista suona il piano, l'altro giorno ho cercato di catturare la collega di musica, che insegna anche pianoforte al conservatorio di Novara, come consulente. Nel tentativo di spiegarle cosa stavo scrivendo mi sono accorta che ognuno dei personaggi è fortemente ispirato a una persona reale che ho frequentato, per lo più in adolescenza. La cosa è così poco voluta che in un caso è rimasto uguale persino il nome.

Per la prima volta mi trovo con una materia che controllo davvero poco e anche se ho superato i tre quarti della prima stesura non lo so se sono capace di arrivare in fondo a questa storia con un minimo di dignità scrittorea.
È anche una continua sfida a sperimentare, a dominare la materia, a trovare nuove forme per farlo.
Per la prima volta scrivo alla prima persona presente, immergendomi nella testa di una sedicenne. La storia che non è divisa a capitoli, ma con scansioni temporali mensili, quasi fosse una presa diretta. Ogni mese, però, è anche una sorta di racconto a se stante, con una parola chiave più o meno esibita.

Considerato come sono messa, suppongo che dedicherò altri post a questo progetto. Così, per farmi coraggio, vi regalo l'inizio e la fine di Ottobre, la cui parola, abbastanza ovvia, è felicità.

OTTOBRE

La prof di religione ha fatto un pippotto incredibile sul fatto che stiamo vivendo gli anni migliori della nostra vita. Che dobbiamo rendercene conto. Come se, per il solo fatto di essere giovani, avessimo una sorta di dovere alla felicità. Andrebbe arrestata per istigazione al suicidio, credo.
Perché se devo pensare che non c’è niente di meglio di questo adesso, è la volta che mi taglio le vene all’istante. L’anno scorso avrei alzato la mano e lo avrei fatto notare. Mi sarei fatta notare anch’io, e quindi adesso anche no. Invece la mano l’ha alzata Giada.
– Non posso sopportare l’idea di essere felice solo perché non mi manca niente e non mi è arrivata chissà quale disgrazia – ha detto. – Chi è felice non ha sogni da realizzare.
La prof ha ribadito le solite cose, che non ci rendiamo conto della nostra fortuna. So dove vuole arrivare, che se sentiamo qualcosa che ci manca dentro e ci divora le viscere è la Fede che ci manca. L’anno prossimo col cavolo che faccio religione. Però quell’uscita di Giada non me l’aspettavo. Lei è davvero il prototipo della ragazza felice. La più bella e ricca della classe. Corteggiata da uno di quarta che è innegabilmente bello. Però all’intervallo sta con Federica e con me e già questo, in effetti, è strano.

***
Alla fine la festa è scivolata via in modo quasi innocuo. Abbiamo scherzato un po’ con quei tipi, abbiamo fatto altri selfi scemi, sono stata schizzata. Ho chiamato Maria quando mi è sembrato ovvio che Giada fosse pronta ad approfondire la conoscenza con la lingua non del palestrato, ma del suo amico più intellettuale, carino comunque. Potrei far vedere questi scatti all’Ardenzi, come prova che le ho dato ascolto. Questi sono i nostri anni migliori. E siamo bravissimi a fingere la felicità.