lunedì 29 luglio 2019

Morali alternative per fiabe classiche


Mentre l'estate avanza, le vacanze, finalmente, si avvicinano, il cucciolo d'uomo cresce e si inoltra nell'età della fiaba.
In auto ascoltiamo l'audioracconto de La bella addormentata, mentre a casa va forte il libro di Biancaneve, insieme a Cappuccetto Rosso, la prima che ha amato, e Il gatto con gli stivali, che ho scoperto di non aver mai conosciuto davvero prima.

Racconto dopo racconto, è sempre più difficile bloccare l'intervento non richiesto del marito, che si diverte a escogitare morali alternative per le fiabe, politicamente scorrette e irriverenti.
Eccovene una selezione.

La bella addormentata
Morale 1° – ricordati sempre di invitare alle feste anche chi ti sta antipatico.
Morale 2° – tieniti lontana dal lavoro, sempre. Se avesse oziato, invece che provare fuso e arcolaio, Aurora non si sarebbe fatta nulla.

Cappuccetto rosso
Mastica sempre bene ciò che mangi, la nonna tutta intera e viva nello stomaco non è stato un affare.

Biancaneve e i sette nani
Morale 1° – Se vuoi ammazzare qualcuno serviti di un professionista e non di un cacciatore al risparmio.
Morale 2° – Avvelena sempre bene le tue mele

I tre porcellini
Tutto quel parlare di paglia e di legna è un invito alla porchetta.

Hansel e Gretel
Con tutto quell'investimento in mazapane ci stava anche un paio di occhiali e i marmocchi non te la facevano con un osso di pollo...


lunedì 22 luglio 2019

Storie dell'altra me


Ho pensato un po' a se scrivere questo post oppure no.
Se parlare del mio turpe segreto di scribacchina.
Se fosse interessante condividere qualche ragionamento su questo oppure no.

Allora, il mio turpe segreto.
Negli ultimi ho scritto e pubblicato un sacco di fanfiction.
Perché?
Perché volevo. Perché dovevo, suppongo. Per giocare, provare, sperimentare.

Perché volevo
Perché si scrive una fanfiction? Beh, per creare un seguito a qualcosa che non ce l'ha. 
Credo che sia un desiderio piuttosto comune, prendere una storia che ci piace e immaginarne una continuazione. Io, devo dire, l'ho fatto sempre molto poco. L'ho fatto, in un certo senso, con Sherlock Holmes, andando a riempire quelli che percepivo come dei vuoti narrativi. Di solito, però, se una storia mi piace davvero aspetto un seguito ufficiale, o mi accontento di quello che è dato. Se non mi piace del tutto, mi fa arrabbiare, penso a come la scriverei io, ma da zero, rifacendo da capo i personaggi. 
Con Sherlock Holmes era successa una cosa strana. C'è un vuoto, tra il primo romanzo, Uno studio in rosso e il resto della storia, da Il segno dei quattro in poi. Un vuoto che la mia mente ha riempito alla sua maniera. E poi c'era un gioco codificato di scrittura e riscrittura. Anni fa, quando era uscita la serie Sherlock della BBC, avevo scritto un paio di fanfiction, in parte per giocare e in parte per riempire i vuoti. Una di queste è il primo giallo vero che io abbia mai scritto, con tutto uno studio sull'arma del delitto e le dinamiche. Riletta adesso è imbarazzante, ma, insomma, le cose che nascono dalle fanfiction...
Ormai un anno e passa fa, mi sono imbattuta in questa serie animata, su cui vi avevo tediato. Che mi era piaciuta tanto, che per certi aspetti non mi era piaciuta, e di cui sono abbastanza certa faranno un prequel, ma mai il promesso seguito. Per assurdo non lo faranno mai per colpa del successo della serie stessa. Perché si è compenetrata a tal punto con lo sport che racconta da avere, secondo me, una serie di imprevisti effetti collaterali. Primo non si può reggere due serie animate con solo personaggi che sono tutti delle bravissime persone, ma dato che tutti i personaggi sono ispirati a persone reali (o sono stati nel mentre fatti propri da degli atleti) si finirebbe inevitabilmente per offendere qualcuno. E poi c'è quel bruttissimo affare del fatto i protagonisti sono due lui e alla fine della serie si fidanzano tra gli applausi generali e uno dei due è russo. E alcune ragazze della nazionale russa vanno a fare le gare col peluche del personaggio (quando non è direttamente la federazione giapponese a regalarlo) e continuare quella storia finirebbe per creare degli imbarazzi internazionali, visto come vanno le cose. Insomma, un raro caso di una storia che non può andare avanti in modo dignitoso seguendo le proprie premesse perché troppo di successo  (invece col prequel malinconico pieno di omaggi si caveranno benissimo dall'impaccio). E quindi, nel modo più banale, da ragazzina di quattordici anni, volevo sapere come sarebbe andata avanti la storia. Come sarebbe andata avanti non nel mondo idealizzato del cartone, ma in quello reale. E quindi, in modo infantile, ho scritto il mio proseguo.

Perché dovevo
Perché io ho bisogno di scrivere, di buttare il mio cuore in parole. Perché ero stufa di inseguire gli editori in un momento in cui non avevo il tempo per farlo. Perché se una cosa va fatta, che sia fatta per gioco, nel senso migliore del termine.
Perché non avevo mai scritto una storia di relazioni, sulle relazioni (infatti si vede), con dei risvolti sentimentali e melò.
Perché non avevo mai scritto una storia di sport e questa, seguendo le premesse iniziali, mi serviva su un piatto d'argento le olimpiadi del 2018, quelle dello scandalo doping, con due protagonisti russi. E io, da ex atleta, volevo tantissimo scrivere una storia sportiva con rivalità, ripicche, cattiverie, rispetto, amicizia e tutti i cliché delle storie di sport.
Cavolo. Di amore e di sport non avevo mai scritto. E dovevo farlo.
Ho quasi sempre scritto, in un modo o nell'altro, seguendo strutture. Il giallo. Il fantasy. Regole imparate a scuola. Ma nella fanfiction vale tutto. Perché è una fanfiction, mica devi vincerci lo Strega. E proprio per questo sei libero. Ah, che meraviglia!

Per giocare, provare, sperimentare
Nessuna regola, nessun limite, nessun impegno. Nel senso, se scrivo per lasciare nel mio computer ok, ma se scrivo per far leggere e faccio pagare, anche 0,99 centesimi, mi faccio un sacco di problemi. Finisce che rimango nel mio territorio conosciuto, le strutture che bene o male padroneggio, le storie che so già scrivere.
E quindi mi sono trovata a progettare una serie di storie che, nel corpus principale, si dipanano dal 2015 al 2022, in cui si alternano sei punti di vista, anche se quattro sono quelli base. Personaggi di diversissima estrazione sociale, nazionalità, interessi e psicologia. Personaggi di fatto da fare da zero, perché non è che il materiale di partenza fosse il massimo dello spessore, ecco.
Ambientazioni bloccate, che sono quelle e stop. Da studiare a tavolino, con mappe, cartine, foto, reportage di amici che ci sono stati. Chi non ha mai sognato di ambientare una scena in parco naturale kazako o su una spiaggia coreana?
Storie sportive e quindi bene o male sempre legate a una gara, quindi con orari, tempi, climi il più possibile presi dalla realtà. Che durano il tempo di una gara, quindi tre settimane se sono le olimpiadi, tre giorni o poco più se è altro, ma che devono spesso tener conto che tra una storia e l'altra sono passati anni e quindi ci si inventa strani giochi di struttura.
Non tutto è venuto bene, qualcosa è decisamente venuto male. Di alcune cose sono contenta, altre molto meno. In tutte ho messo tutta me stessa.
Una di queste storie ve l'ho già proposta, ma era una deviazione, un percorso secondario. Era Padrone del tuo destino, che ho proposto quest'inverno, con i nomi tagliati.

Tutto questo mi ha regalato di nuovo una gran voglia di scrivere, di sperimentare, di uscire dai territori conosciuti e di confrontarmi. Insomma, il gusto del gioco per il gioco, che è più bello e più importante di qualsiasi riconoscimento esterno.

E se qualcuno avesse la malaugurata idea di voler leggere una saga sentimal-sportiva basata su personaggi rubati, la trovate qui 

venerdì 12 luglio 2019

Chernobyl, la serie di cui avevamo bisogno – visioni


Lunedì sera è andata in onda la quinta e ultima puntata di Chernobyl, la serie incentrata sul più grande disastro nucleare mai avvenuto ed è stata, per molti versi una visione necessaria.

Chiunque avesse l'età per fissare i ricordi, sa come visse quella primavera del 1986. Io avevo sei anni e una mamma biologa che seguiva le notizie quasi minuto per minuto, discutendo di fatti e ipotesi, guardano male, come tutti, i tetrapack del latte e l'insalata. Quello e il seguente sono stati gli anni in cui mio padre, accanito cercatore di funghi, si è astenuto dalla raccolta. Sono stati i mesi in cui ovunque si discuteva del nucleare a anche a me, bimba di sei anni, sono state date delle informazioni base. Nella mia famiglia mia madre era comunque favorevole al mantenimento delle centrali in Italia e mio padre contrario.
Insomma, ognuno ha i suoi ricordi e per una serie televisiva giocare sulla memoria e il sensazionalismo di un evento così grosso sarebbe stato facile.

Sin dall'aspetto visivo, però, la serie cerca un'altra strada, meno facile e meno ovvia. Gioca al ribasso, creando le sue sequenze migliori a livello registico come in horror a basso budget, con cunicoli stretti e uomini che spalano detriti. La sequenza più angosciante di una serie che poteva giocarsi un'esplosione nucleare svariate volte superiore a quella di una volgare bomba è quella di un uomo che spala dei detriti oltre un bordo. Già questo è notevole. Per vedere il reattore esplodere lo spettatore deve arrivare alla fine della quinta puntata, in quello che potrebbe essere il peggiore degli spiegoni, una puntata che si regge su cartellini rossi e cartellini blu (!) e invece è un crescendo emotivo. 
Chernobyl ha una sua idea molto chiara su ciò che vuole raccontare e su come lo vuole raccontare ed è questa la cosa importante.

Chernobyl è una serie sulla scienza e sulla verità. 
Sulla scienza che è l'unica cosa a cui puoi aggrapparti quando tutto sembra perduto, per limitare i danni. Sulla verità che verrà fuori suo malgrado, perché una somma insostenibile di piccole bugie può creare un disastro epocale.
In un'epoca in cui l'opinione assurge a fatto, già questo mi sembra notevole. Ancora più notevole è la chiarezza espositiva con cui procede. La ricostruzione dei fatti, per quello che posso capirne, è estremamente accurata eppure non è mai pedante, anche quando per forza di cose deve addentrarsi nei tecnicimi. Tutti i comparti tecnici sanno cosa fare per muovere una grande storia senza sminuirla ma rendendola comprensibile.

La narrazione di Chernobyl non si basa sul disastro o sulla narrazione degli eventi, ma sulla narrazione delle scelte. Scelte che non si dividono solo in giuste o sbagliate, ma in fatte con cognizione di causa o meno.
Uno dei personaggi che viene seguito per quattro puntate e con cui non si può non empatizzare è la moglie di un vigile del fuoco che fa ogni scelta sbagliata e suicida possibile, ma non sa di farlo. A ogni inquadratura noi spettatori conosciamo il pericolo, ma lei no e in ogni momento ci chiediamo se avremmo fatto diversamente, se il suo sia coraggio, stupidità o solo ignoranza.
Allo stesso modo il coraggio non viene determinato da quanto un personaggio fa sul momento e sotto stress, ma dalla consapevolezza con cui opera. C'è chi non ha idea di fare cose che lo porteranno a morte certa, chi invece lo sa con precisione e fa lo stesso ciò che va fatto.

Come tutte le storie è anche la storia di persone. Ho apprezzato particolarmente la scelta di estremo rispetto per le varie parti coinvolte. Non viene raccontata solo la cabina di regia per la gestione dell'emergenza, ma i comuni pompieri, le loro mogli, i soldati novellini capitati lì per caso, i minatori arruolati a forza. Certo, questo sfilaccia un po' la narrazione, anche considerando le poche puntate a disposizione, ma permette uno sguardo d'insieme che non si limita ai potenti e a colore che sanno.

Inevitabilmente, a spiccare su tutti sono Legasov, capo della squadra scientifica che deve cercare di rimediare ai danni, e Shcherbina, l'uomo del partito che segue la vicenda. Due uomini grigi, non estranei a maneggi poco chiari, tutt'altro che integerrimi, ma che trovandosi a fronteggiare una possibile apocalisse smuovono l'impossibile per arginare i danni. Ora, questa parte è sicuramente romanzata, ma nei miei ricordi del 1986 c'è anche una domanda insistente "e se il nocciolo dovesse raggiungere la faglia acquifera?". Quello che ho sempre saputo di Chernobyl, quindi, è che è stato terribile, ma avrebbe potuto essere peggio. Che siano o no state queste due persone (probabilmente sono state loro) qualcuno comunque ha smosso l'impossibile per evitare l'apocalisse, sacrificando in primis la propria vita. E trovo giusto che sia dato a queste figure il giusto spazio e che sia chiaro che se Chernobyl può essere letto come un mostro costruito dalla scienza è senza dubbio la scienza che lo ha alla fine in qualche modo domato.

La considerazione estemporanea, invece, è che anche qui si vede come tanto sia così terribilmente casuale. Dopo l'ultimo episodio è stato trasmesso un documentario con un tot di interviste ai sopravvissuti. I sopravvissuti sono solo persone fortunate. Gente che a oltre 30 anni di distanza è ancora viva mentre i loro compagni sono morti tutti, senza che abbiano fatto nulla di più furbo o più prudente. Il caso più clamoroso è quello dei tre volontari che hanno chiuso a mano le pompe sciacquettando nell'acqua super radioattiva. Speranza di vita: 3 giorni. Due sono ancora vivi, uno nell'intervista mostrata sembrava anche in buono stato di salute.
L'altra considerazione estemporanea è perché mai i russi se la siano presa. Ci sono gli incompetenti che hanno portato al disastro, certo, c'è il regime che ha censurato informazioni vitali, ma ci sono tutti quelli che hanno dato la vita per scongiurare il peggio. Non so se il disastro avrebbe potuto accadere altrove, ma alla fine della visione è chiaro quanto peggio poteva essere e a chi dobbiamo essere grati. E questi ultimi sono tutti russi.

Al di là di queste considerazioni mie Chernobyl è una serie che va vista.
Da un punto meramente tecnico, perché c'è una totale unità d'intenti tra i comparti e questo porta a un risultato di estrema potenza.
Perché racconta in modo chiaro un evento relativamente vicino nel tempo, ma che sta iniziando a diventare fumoso nella memoria, con grande rispetto per le parti coinvolte.
Perché ribadisce che non possiamo fare a meno della verità e della scienza.

lunedì 8 luglio 2019

Il metodo del coccodrillo – letture


Napoli è una città triste, dove la sfiga, quanto meno, è democratica. Colpisce tutti, vittime, assassini e detective. Non c'è scampo.

Mi sono accorta di non aver mai letto Maurizio De Giovanni e in particolare la serie de I bastardi di Pizzofalcone, da cui nel mentre hanno tratto serie tv e adattamenti a fumetti che mi sono sfuggiti.
Con occhi ancora vergini, quindi, mi sono avvicinata al "romanzo prequel" della serie. Il metodo del coccodrillo. E mal me ne è incorso.

Non vorrei che questa recensione sembrasse troppo una stroncatura. In parte la colpa è mia. Diciamolo subito, Il metodo del coccodrillo è un buon romanzo. È uno di quei romanzi con un'atmosfera precisa, che lo permea dalla prima all'ultima pagina. In questo caso la tristezza. Quindi in parte la colpa è mia, che non sapevo di avere tra le mani un libro tanto deprimente.
Quello che accomuna tutti i personaggi, ma proprio tutti, è la sfiga. Ognuno ha la sua disgrazia. Il protagonista, Lojacono, è stato trasferito a Napoli dopo essere stato accusato ingiustamente di aver passato informazioni alla mafia. La moglie lo ha piantato da un giorno all'altro per colpa della sua caduta in disgrazia a livello sociale e la figlia non gli parla più. Tra tutti i personaggi è quello messo meglio.
Perché l'indagine è incentrata su un killer di figli unici. Uccide figli di genitori soli. O, almeno, è quello che ho pensato. In realtà non è quello il punto, ma ognuna delle giovani vittime viene da una famiglia già sfortunata di suo in cui almeno un genitore ci ha lasciato o è scappato. A coordinare le indagini c'è una giovane magistrato il cui fidanzato è morto... E non è che possiamo pensare che il killer sia una persona allegra, eh. 
Il tutto in una città grigia e indifferente, una Napoli che non sembra neppure avere il caos movimentato a cui di solito è associata, ha il brio di una città scandinava a fine gennaio. L'unico tocco di vivacità è dato dal ristorante in cui Lojacono va a mangiare, gestito da una donna sorridente. Già immagino le terribili disgrazie che incombono su di lei nei sequel.

Detto questo, non è un brutto romanzo. La parte gialla, una volta capito che il killer non puntava volutamente figli a cui è rimasto un solo genitore, ma questo era un discorso di sfiga più generalizzata, l'ho trovata un po' troppo intuibile e il depistaggio di inserire un piano temporale sfasato rispetto agli altri un po'... Ecco... Amatoriale.
Per il resto nulla da dire. Buona caratterizzazione, scrittura scorrevole. Però, ecco, bisogna affrontare la lettura con i giusti oggetti apotropaici a portata di mano, perché la sfiga è democratica e colpisce tutti. A un certo punto pensi quasi che alle giovani vittime sia andata bene, che hanno smesso di soffrire in fretta...


I BASTARDI DI PIZZOFALCONE

Non paga del primo romanzo, avendo acquistato un volume comprensivo di tre romanzi, sono andata al secondo, I bastardi di Pizzofalcone, in cui Lojacono viene trasferito a Pizzofalcone, insieme a una serie di colleghi di cui i vari commissariati di Napoli volevano liberarsi. Il commissariato di Pizzofalcone è quindi una sorta di lazzaretto per poliziotti in disgrazia e desiderosi di rivalsa.
In disgrazia, appunto. 
Volevo vedere se il trend era cambiato. Ognuno dei bastardi può essere presentato con nome e sfiga. Ora, io sono la prima a dire che ognuno ha i suoi dolori, ma diciamo che qui siamo un po' sopra la media. Anche qua è tutto scorrevole e gradevole, ma, ahimè, la trama gialla non mi ha un gran che colpito per originalità.  Ricca donna triste uccisa da una palla di vetro con dentro la neve finta mentre il marito se la spassava con l'amante. Napoli è grigissima e più piovosa di Edimburgo.

Ora, questi romanzi non mi sono del tutto dispiaciuti. Forse ero io che, visto il successo della serie, mi aspettavo di più.
Il mio volume ne comprende anche un terzo "Buio". Considerata l'atmosfera generale e il titolo, ho lasciato perdere.

lunedì 1 luglio 2019

Storie di getto, storie col contagocce.


Quando scrivo, do sempre l'impressione di scrivere velocemente, di getto. Perché di fatto quello che si vede da fuori è che mi metto al computer e scrivo, per tutto il tempo che ho a disposizione (che di questi tempi può essere dieci minuti, ma va beh). Cambia però il tempo che è passato tra quando ho iniziato a pensare alla storia a quando ho iniziato a scriverla.

Ho finito da poco un racconto che è decisamente contagocce. I primi appunti sono dell'inverno 2017. Adesso è uscito un racconto e ho il sospetto che ci sia ancora qualcosa che cova, da qualche parte.
Anche la cosa che ho scritto prima è stata decisamente contagocce. La trama era già delineata prima di Natale, ma ci ho messo fino ad aprile prima di scriverla, montandola e rimontandola nella mia testa.
C'è qualcosa di rassicurante nelle storie contagocce. Sono snervanti in fase di ideazione, perché le idee vengono a pezzi a bocconi. Le metti lì, nel Magazzino nelle Storie Possibili e non sai bene se le userai mai. Immagini una scena, senti che non funziona, ti innervosisci, la guardi e la riguardi, fino a che non ti convince un po' di più.
Però quando finalmente ti siedi e scrivi, ne conosci perfettamente i confini. Sai che arriverai in fondo, sai che alcune parti, magari, ti faranno stare male. Sai quali sono, quante sono, prendi le necessarie contromisure. 

Ci sono invece storie che escono di getto.
Io non credo tanto al discorso dell'ispirazione improvvisa. Credo piuttosto che, semplicemente, abbiano covato a lungo nell'inconscio, abbiano strisciato nel profondo dell'animo e poi qualcosa, all'improvviso, le fa uscire fuori.
Solo che una storia che arriva così, non prevista, dal profondo, non sai bene cosa tiri fuori.
Non ne conosci i confini, non sai se la finirai.
Non ne conosci davvero i contenuti. Quanto starai male scrivendola, quali tombini dell'inconscio possa aprire.
Non mi piace al cento per centro scrivere queste storie. Essendo io cauta, preferisco le storie contagocce, che ho succhiato a poco a poco e arrivano sulla pagina già elaborate. Però non sono io che scelgo. Le storie arrivano.

Ora sono nella strana condizione di essere stata raggiunta da una storia di getto, del tutto inaspettata, arrivata all'improvviso mentre pensavo di covare una storia contagocce (che poi spero ancora di riuscire a far condensare) e allo stesso tempo di star revisionando un'altra storia di getto, scritta un po' più di un anno fa.
Rileggendo quella mi rendo conto di quante cose ci ho messo dentro di cui assolutamente non volevo parlare. Alcune non le avrei mai scritte "a mente fredda" perché sono tematiche che non padroneggio, di altre cose pensavo non avrei scritto mai, neppure sotto tortura. Che poi, per carità, sono nascoste bene, però fa strano rileggere qualcosa che mi ero ripromessa espressamente di non scrivere. 

E poi c'è l'altra storia. Quella che mi sono trovata a scrivere in due giorni. Che vorrei tanto fosse una storia contagocce. Perché ha una struttura per me nuova e vorrei pensarci bene, prima di improvvisare. Perché vorrei montarla e rimontarla nella testa, per essere sicura di arrivare in fondo. Perché non è così piacevole essere scaraventati da una storia subito dopo la parte peggiore di un'adolescenza, nel momento in cui si devono raccogliere i cocci. Perché alcuni cocci, anche per interposto personaggio, può darsi che taglino ancora.
Ma quando la voce di un personaggio arriva nitida e precisa, c'è poco da fare. Ci si mette al computer e si inizia scrivere. E si spera in bene. 
Ed eccola qui, dunque, la mia A.L.

Avete presente certi regali che fanno le vecchie zie o le nonne, di assoluto pessimo gusto o che magari vi sarebbero anche piaciuti, quando avevate cinque anni in meno? Quei regali che non ve la sentite di buttare, perché magari la zia poi è morta e quella è l’ultima cosa che vi ha dato? Finiscono tutti in fondo agli armadi, dietro ai vestiti in cui non entrate più e vi dimenticate di averli.
Ecco, io sono uno di quei regali.

E voi, se scrivete, siete più da storie contagocce o di getto?

martedì 25 giugno 2019

Riflessioni di fine anno scolastico


A fine anno scolastico mi sento un po' come il pontile della foto: letteralmente a pezzi, ma ancora rivolta a qualcosa di bello, che non sono, non solo, le vacanze.

Si è concluso per i ragazzi, ma non ancora per noi, un anno impegnativo, in cui per la prima volta la burocrazia mi è pesata più della didattica. 
Sarà un po' stato il laboratorio PON, con i suoi moduli dal significato imperscrutabile (cosa servirà mai segnalare con precisione maniacale quanti giorni ciascun ragazzo aderente al laboratorio è entrato in ritardo? E, davvero, tutti i documenti dei genitori dei ragazzi, compresi quelli che vivono altrove? Neppure dovessimo usare questi alunni per chissà quale esperimento segreto...), un po' la necessità di rendicontare in modo univoco tutti i progetti di un comprensivo che ha mille piccole sedi.  Sarà, ma per me che sono una di quelle prof che va già in panico quando deve contare i soldi per la gita, tutta questa mole di dati da gestire mi fa sentire uno sciatore da barzelletta che cerca di scendere dalla montagna più velocemente dell'enorme palla di neve subito dietro. E si sa già nelle barzellette chi vince in questi casi...

E poi ci sono questi ragazzi, figli di un mondo in evoluzione, nati da genitori analogici in un mondo digitale di cui non conoscono rischi e regole, sballottati in un presente incerto dalle prospettive nebbiose, spesso con troppe ansie sulle spalle, di cui non sanno farsi carico. Etichettati in un sistema che sulla carta vuole l'inclusione, ma di fatto li divide in pacchetti e pacchettini, H, BES, DSA, DHD, con il PEI e il PDP, sigle che a me ricordano quelle degli additivi chimici sulle etichette di certe bevande dai colori fluo. Ormai ogni libro di testo, ogni programma didattico, ha il suo contenuto diviso per pacchettini, da associare ciascuno alla giusta sigla, dimenticandosi che in fondo sempre di pre adolescenti stiamo parlando.

Quali riflessioni mi rimangono di quest'anno scolastico?

La rivincita del concreto nel mondo del digitale
A me piace lavorare col supporto digitale, per quanto imbranata io sia. Ho un blog didattico, uso tutti i supporti che trovo, eppure quest'anno più che mai ho riflettuto su quanto serva a questi ragazzi usare le mani. Fare. Toccare. Provare.
I miei sono ragazzi di campagna, grazie al cielo. Vanno in bicicletta, nuotano nel lago, vedono i nonni che fanno l'orto. Non so se si rendano conto di quanto siano fortunati per tutto questo. Tuttavia la loro vita esperienziale è mediata dallo schermo. Io capisco poco del fenomeno degli yuotuber. Mi sembrano per lo più di una noia abissale. Gente che parla davanti a una telecamera. Ma forse rispondono a un bisogno elementare: avere qualcuno che ci parli. Permettendoci di illuderci che lo faccia guardandoci negli occhi.
E allora facciamoli uscire questi ragazzi dalle loro camerette, facciamoli toccare il mondo.
Una delle esperienze più belle di quest'anno, di cui sarò sempre grata alla collega che l'ha proposta, è stata la gita in miniera, di cui ho già avuto modo di parlare sul blog. Entrare in una miniera, solo con la luce dei caschetti e poi spegnerli è una cosa che non si dimentica.
Ma mi ha anche sorpreso l'entusiasmo che i ragazzi hanno profuso in ogni attività che permettesse loro di costruire, persino i modellini di inferno, purgatorio e paradiso. O come si riguardano alcune cose create l'anno scorso. 
Questo dopo tutto è un mondo in cui quasi non si stampano più neppure le foto delle cerimonie. Rimane tutto a schermo, perso nella nuvola. L'idea creare qualcosa che rimanga nel mondo fisico acquista una sua dimensione nuova se guardata con gli occhi di questa generazione.

Custodi della terra che abitiamo
Se mi leggete da un po', non avete bisogno che vi ribadisca come la penso su un sacco di cose.
L'idea di dividere l'umanità in "noi" e "loro" mi fa ribrezzo. L'idea di classificare "loro" in base all'origine mi spaventa.
L'istantanea più bella di quest'anno scolastico, è quella dei ragazzi sulla spiaggia del lago. Il lago che abbiamo studiato e, nel nostro piccolo valorizzato, con il famoso e famigerato progetto PON. Ragazzi dalla pelle di svariate sfumature, dal bianco latte all'ebano, con cognomi e origini che vanno dall'Est Europa al centro dell'Africa. Ma quella è la loro spiaggia. È loro perché ci vanno a sguazzare, a prendere il sole, a giocare a pallavolo. È loro perché adesso ne conoscono la storia. È loro perché sanno quanto è fragile l'ecosistema lacustre e sanno che dovranno avere delle attenzioni se vorranno continuare a poterci sguazzare e giocare. 
Non riesco a capire che importanza possa avere il da dove vengano. Sono qui. Sono una risorsa.
Ho scoperto che è molto più facile spiegare le cose partendo da ciò che è vicino, se è possibile. Qualcosa di tangibile, a portata di mano. Funziona per tutti, anche per chi è nato nei posti più disparati.
Si parla tanto di integrazione e io non so mai bene cosa dovrei fare. Ma voler bene al posto in cui si vive, conoscerlo e proteggerlo mi sembra un buon punto di partenza.

Senza zaino ma non senza fonti
Non il prossimo anno, ma quello dopo approderanno nella mia scuola media dei bambini che hanno fatto le elementari "senza zaino". Dato che quell'anno le prime toccheranno a me non c'è tanto da fare diatribe culturali pro o contro. I miei alunni saranno formati secondo il metodo senza zaino e quindi dovrò esserlo anch'io, se non altro per sapere come sono abituati a lavorare.
Quest'anno ho iniziato a studiare per capire innanzi tutto di cosa si tratta. In pratica, per quello che ho capito, che è ancora poco, è un metodo di derivazione montessoriana che privilegia l'apprendimento cooperativo e il lavoro in classe rispetto allo studio casalingo.
Mi sento ancora molto ignorante e non sempre sono d'accordo con quello che leggo e studio, anche se ho un grande rispetto per le maestre delle primarie da cui verranno i miei alunni. Ad esempio io mi trovo bene con il metodo della "classe capovolta" che tutti mi dicono essere simile come impronta generale, ma in realtà parte dall'assunto che gli alunni studino (o almeno leggano) in autonomia a casa il materiale fornito dall'insegnante prima della lezione vera e propria, che quindi è più applicativa (detto più semplicemente: a casa si lavora e pure tanto).
Quello in cui sicuramente non sono d'accordo è eliminare i libri di testo, sopratutto in alcune materie.
So che alcune scuole senza zaino preferiscono far acquistare dei supporti (tipo tablet) piuttosto che dei testi e spesso si appoggiano poi a dei libri di testo "autoprodotti". Cosa che va benissimo in alcune discipline. Nel mio istituto circola già un bel libro di arte "home made". Forse si potrebbe eliminare l'antologia a favore di un utilizzo migliore dei testi della biblioteca scolastica, evitando l'acquisto di un libro scomodo, pesante sia sul piano economico che su quello fisico e di cui di fatto se utilizzo un terzo è tanto.
Ma il libro di storia? Io non saprei produrre un manuale scolastico neppure per la storia antica (che tanto alle medie non si fa più), che è il mio ambito specifico di studi. Figuriamoci per il resto. E se poi arriva un collega negazionista? O un collega di scienze che pensa che la medicina "tradizionale" sia tutta da buttare e che si possa curare il cancro con l'acqua di rose? Perché diciamocelo, professori così ne esistono. Quindi non vorrei mai alimentare, anziché contrastare, uno dei grandi mali del nostro tempo, quello che vuole l'opinione equiparata al fatto. Tutto sommato di questi tempo il caro, vecchio manuale, controllato da qualche cattedratico docente universitario o chi per esso, ma controllato, me lo terrei caro.
Su questo fronte, quindi, sono in cammino, studio, mi guardo in giro, penso.
Alla faccia di chi dice che gli insegnanti hanno tre mesi di vacanze...


martedì 18 giugno 2019

La Trilogia della Luna di Ian McDonald – Letture


Il Trono di Spade sulla luna. In soli tre volumi. Con un finale soddisfacente.

"Il Trono di Spade sulla luna" è quello che ha pensato quasi chiunque abbia preso in mano la trilogia di Ian McDonald ambientata sul nostro satellite a circa tre generazione da noi. Le analogie sono tante.   Cinque grandi famiglie, i Cinque Dragoni, a capo di altrettante industrie si sfidano per la supremazia della Luna. Vi sono una marea di personaggi e di punti di vista, tutti complessi, sfaccettati, impossibili da distinguere in buoni e cattivi. Come nel Trono di Spade una buona parte di questi personaggi sono donne, forti e emancipate, sfaccettate e impossibili da definire come buone o cattive esattamente come gli altri. Come nel Trono di Spade la descrizione della società ha un posto in primo piano e porta a riflessioni non banali.
Detto questo, la trilogia della Luna non è il Trono di Spade sulla Luna, anche se ammetto di averne acquistato un volume a caso (il secondo) basandomi su questa suggestione e non ne sono rimasta delusa, anzi, ho recuperato a tempo zero anche gli altri.
Si colloca in un soddisfacente punto intermedio tra la Space Opera, di totale intrattenimento, e la fantascienza sociale. Non rinuncia a intrattenere, lo fa a mio avviso molto bene, e neppure a proporci società alternative (e inquietanti evoluzioni della nostra) che pongono continui interrogativi morali.
Devo ammettere, quindi, che questa serie di romanzi mi ha aiutato a superare l'ultimo, piuttosto faticoso, mese di lezioni (no, non sono in vacanza, ma almeno le lezioni sono finite e il carico mentale è nettamente diminuito), dandomi, a essere davvero sincera, più stimoli intellettuali del romanzo di Buzzati. Due sono le cose che più mi hanno affascinato, l'aspetto sociologico e i personaggi.


Società di un prossimo futuro

2100.
La terra è soffocata dagli afflati nazionalisti e dalla comparsa di sempre più infezioni resistenti agli antibiotici. La tubercolosi è tornata a fare paura, così come la repressione armata di qualsiasi forma di protesta. 
Di contro la Luna è una società del tutto senza leggi, in quanto, in teoria, un'impresa commerciale dove valgono solo gli accordi tra due parti. Dopo 80 anni di colonizzazione, però, sono ormai più di un milione le persone che vivono sulla Luna. Senza leggi, solo con accordi privati.

Il primo e più affascinante interrogativo che questa serie pone è senz'altro questo: può una società sopravvivere senza leggi, né formali né religiose?
Secondo Ian McDonald la risposta è piuttosto affascinante. La Luna non ha legge, non ha polizia, se non quella privata delle famiglie dominanti, non ha più le nostre religioni tradizionali, non ha, in fondo, un'idea di bene e di male. I tribunali esistono, vigilano che gli accordi tra parti siano rispettati, ma di fatto vince chi è in grado di imporsi e al peggio un bel medioevale duello giudiziario risolve la questione. E tuttavia questa società non è il caos. Vi è una totale libertà di accordi e relazioni, che convive con i cari vecchi matrimoni dinastici. Vige un capitalismo sfrenato, letteralmente si paga anche per respirare, si costruiscono e si perdono ricchezze con facilità sconcertante. Ciò che, però, permette alla società di sopravvivere in quella che pare un'anarchia più affascinante che pericolosa è la consapevolezza di essere in un ambiente ostile. La Luna, viene ripetuto molte volte, non perdona, l'uomo non è fatto per viverci, ogni errore è fatale per se stessi e per il prossimo. La consapevolezza di essere interdipendenti, che ognuno comunque abbia un proprio ruolo permette alla società lunare di esistere, anche senza leggi. Mi piace pensare che McDonald abbia ragione e che, in qualche modo, l'essere umano sia capace di autoregolarsi, almeno sotto una costante minaccia di morte...

Come si è detto, l'uomo non è fatto per vivere sulla Luna, quindi il secondo interrogativo è: come l'umanità sarebbe trasformata dalla propria permanenza sul satellite?
Premetto, avevo letto degli articoli a riguardo e, per quel poco che ne possa capire io, la parte scientifica di questa storia è accurata. 
L'uomo non è fatto per vivere sulla Luna, ma ci si può adattare. Con una gravità inferiore cambia la muscolatura, le ossa si decalcificano, il cuore si modifica. In capo a due anni è necessario scegliere. Tornare sulla Terra o rimanere per sempre sulla Luna. Questo senso di scelta ineluttabile che grava sui personaggi è qualcosa di particolarmente struggente che pervade tutto il romanzo. Per chi ha scelto la Luna la Terra è qualcosa di perduto per sempre e per sempre rimpianto.
D'altro canto, chi è nato sulla Luna non può scegliere, il suo corpo non può più adattarsi alla gravità terrestre. Di fatto si sta creando una nuova sottospecie umana. I nativi della luna sono altissimi e affusolati, con un diverso modo di vivere che diventa presto nuovo modo di pensare. Si sviluppano culture e sottoculture (i licantropi lunari sono allo stesso tempo affascinanti e forse non abbastanza approfonditi), sport, credenze e, alla fine, inevitabilmente religioni.
I Dragoni nascono come industrie, estrattive e di produzione, ma ben presto ciascuno costruisce le proprie città secondo uno stile proprio che finisce per connotare una vera e propria cultura. 


I personaggi

I personaggi di questa saga sono legioni. Sono tanti e un po' ci si perde. Non di tutti forse l'arco narrativo è gestito alla perfezione (sempre che non ci sia un ulteriore seguito), ma nessuno è inutile. L'intuizione migliore di McDonald, dal mio punto di vista di lettrice scribacchina, è quella di connotare alcuni personaggi attraverso il loro hobby, la loro passione nascosta che spesso rivela molto di più della sua immagine pubblica. Così il vanesio figlio di papà rivela una cura del dettaglio e una passione inaspettata nel suo hobby per la pasticceria e il cospiratore per eccellenza nasconde un animo quasi romantico che emerge nel suo amore per la musica brasiliana. Non manca neppure il giovane scrittore di fanfiction, personaggio secondario ma che mi ha molto divertito nel suo analizzare gli eventi secondo gli stilemi della fanfiction. La cosa davvero interessante, dal mio punto di vista, è che sono proprio queste passioni, la parte dei personaggi che emerge attraverso le passioni, a rendere coerenti le loro scelte, quando queste sembrano andare contro a tutto ciò che fino a quel momento il personaggio aveva pubblicamente mostrato.

Per quanto i personaggi siano legioni, la storia è incentrata su una delle famiglie dei Dragoni, i Corta, a partire dalla capostipite, Adrina, i suoi cinque figli (soprannominati il Seduttore, il Cospiratore, l'Oratrice, il Lottatore e il Lupo) e i tre nipoti. L'autore riesce a pervadere tutti i Corta di un fascino particolare, che investe i personaggi secondari quanto il lettore e fa sì che sia davvero difficile non parteggiare per loro, persino quando stanno umanamente antipatici. Tra loro, però, due sono i miei preferiti.

Adriana Corta
Adriana Corta, la quinta dragone, che dal nulla costruisce un impero è diventata rapidamente uno dei miei personaggi femminili preferiti.
Tra tutti i personaggi, lei è l'unica che ci venga raccontata in prima persona, regalandoci il meraviglioso ritratto di una donna che è riuscita da sola a costruire un impero con tutto il cinismo del caso e tuttavia senza de umanizzarsi.
Adriana è una figlia come tante di un Brasile che per certi versi ricorda una certa Italia, che così poco ha da offrire ai suoi talenti. Studia ingegneria sapendo che il solo fatto di essere una donna le dà uno svantaggio. Vede il ragazzo che ama ucciso nella repressione di una rivolta e decide di tentare la fortuna altrove, sulla Luna. Sulla Luna incontra e perde l'amore due volte, costruisce un impero economico senza concedere nulla agli avversari e in qualche modo rimane se stessa. 
Ciò che distingue Adriana Corta dagli altri Dragoni e in fin dei conti la sua famiglia dalle altre, è che i suoi affetti sono sinceri. Le pagine per certi versi più struggenti sono quelle che dedica alla famiglia rimasta in Brasile, mai dimenticata del tutto, e ai figli, sopratutto quelli che ritiene di aver amato meno. Eppure ogni sua parola riguardo a loro trasuda affetto. 
È raro trovare personaggi femminili del genere, sopratutto scritti da uomini. Adriana Corta si innamora di una donna e poi di un uomo, come capo industria è spietata al punto da progettare una potenziale vendetta distruttiva ai danni dei principali avversari e allo stesso tempo è una madre amorevole. Le narrazioni di solito ci mostrano donne che scelgono carriera o affetti, che sacrificano l'una o l'altra parte. Spesso se scelgono la carriera diventano dei mostri inumani. Adriana non sceglie. Non è perfetta, ma riesce a essere se stessa, anche attraverso scelte controverse.
E alla fine la sua eredità è ciò che pervade i Corta. Calcolatori, difficili da decifrare, spaventosi a volte, ma capaci, tutti quanti, di affetti sinceri. "La famiglia prima di tutto", ciò che Adriana continua a ripetere, non è un motto di stampo mafioso. È ciò porta i suoi figli a cospirare l'uno contro l'altro, dare voce alla possibilità di uccidersi a vicenda, salvo poi fidarsi ciecamente l'uno del l'altro nel momento del bisogno.

Lucas Corta
Tra i cinque figli e tre nipoti di Adriana il mio preferito è senza ombra di dubbio Lucas Corta, il Cospiratore. Io ho un debole per i personaggi molto trattenuti, che faticano a mostrare i propri sentimenti al punto da esserne spesso considerati privi.
Lucas, il figlio che Adriana ha avuto subito dopo la morte del marito e che pertanto è convinta di non essere mai riuscita ad amare davvero, è la mente della famiglia. Quello che ha sempre un piano, spesso più di uno, che è in grado di sfruttare con cinismo qualunque cosa a proprio vantaggio. Lucas Corta è in grado di far trapelare perfettamente il disprezzo, ma mai l'affetto, al punto che nessuno sa se voglia davvero bene alla madre o se la rispetti per togliere l'eredità al primogenito. Lucas Corta è anche il raffinato musicofilo, in grado, attraverso la musica di svelarsi, anche a se stesso, fino al punto da ammettere che ciò che ha sempre desiderato non ha nulla a che fare con la ricchezza e il potere.
Quello che più mi ha colpito di questo personaggio e che lo distingue da tanti altri costruiti come lui (e che comunque con me funzionano sempre) è il suo concetto di amore. Lucas Corta è un uomo di potere e di cospirazione,  capacissimo di fare cose terribili eppure per lui l'amore vuol dire rispetto.
Lo vediamo all'inizio condiscendente verso i capricci di un figlio che sembra solo cresciuto con troppo denaro. Ma alla fine, quando lo vediamo difendere fino alla guerra aperta una scelta del figlio, si intuisce che il suo altro non è che il rispetto per un ragazzo che non sarà mai un capo industria, ma a cui si vuole concedere il diritto di essere qualsiasi altra cosa voglia voler essere. È Lucas l'unico a conoscere le esatte condizioni di salute di sua madre, a farle compagnia alla fine, perché, al netto degli scatti d'ira, lui ne rispetterà fino in fondo le scelte. E quando infine si innamora, nonostante abbia tutto il potere che può avere un uomo ricco in un mondo senza legge, accetta di essere rifiutato.

sabato 15 giugno 2019

Un amore – Piovono Libri



Un cinquantenne irrisolto, in crisi di mezza età, frequentatore abituale di prostitute, vorrebbe averne una a sua completa disposizione e si inventa di esserne innamorato. Lei ne farebbe volentieri a meno, ma i soldi di lui sono comodi. Seguono 300 pagine di film mentali con saltuari elogi della prostituzione minorile.

Questa, ridotta all'osso è la trama di Un amore, romanzo di Dino Buzzati, libro del mese del gruppo di lettura, che mi ha lasciato con poche certezze e molti "non lo so".

Non posso dire di essere un'esperta di Dino Buzzati, di cui ho letto Il deserto dei Tartari e molti racconti (alcuni li amo parecchio). Non avevo mai sentito parlare di questo romanzo. Un libro quasi dimenticato, prova ne è la copia che ho preso il prestito nella biblioteca del paese, riesumata dopo un certo lavoro di ricerca e che non era più stata data in lettura dal 1988.

"Non so" credo sia il commento che più mi è venuto alle labbra, leggendolo. La storia è quella che ho riassunto. 300 ossessive pagine nella mente di un cinquantenne irrisolto che vorrebbe a sua disposizione una giovane prostituta. Lei gli racconta un sacco di storie per coprire probabilmente una verità di estremo squallore di cui a lui non importa niente, lui continua a farsi improbabili film in testa su di lei, sulla vita che conduce, sulle sue motivazioni e in fin dei conti sui sentimenti che prova. Perché è ovvio che "amore", a dispetto del titolo ,non è il sentimenti che porta Dorigo a immaginare che per lei forse la cosa migliore sarebbe essere investita da un tram e finire mutilata (!) e che, d'altra parte, non lo spinge mai a fargli una proposta concreta che dia a questa ragazza almeno la speranza di una possibile vita diversa.
Il fatto di rimanere per tutte le 300 pagine (un po' più o un po' meno a seconda dell'edizione) nella testa non proprio centrata di lui nega a questo romanzo la possibilità di farsi davvero indagine sociale. C'è molta più Milano, città in cui è ambientato, molta più analisi di una società che cambia in Venere Privata di Scerbanenco.
Questa è la storia di un'ossessione che, però, non diventa neppure estrema come, per dire, in Lolila. Alla fine quella di Dorigo è una sbandata che sì, magari gli vale qualche commento di disapprovazione, ma nulla di più. Non ne compromette la rispettabilità sociale, né la vita professionale. Dopo l'ultima pagina può tranquillamente allontanarsi da lei, la cui vita è comunque appena un poco peggiore rispetto all'inizio della storia, trovare un'altra casa d'appuntamenti (così, bella, così pulita, così comoda, spendere così poco per avere una minorenne compiacente...) e riprendere a fare esattamente ciò che faceva prima dell'inizio della vicenda.

Quello che mi resta, davvero, della lettura sono due cose. La sensazione che di Dorigo in fondo sia pieno il mondo. Uomini a cui non importa nulla di creare un vero contatto umano con chicchessia, preferendone il mero utilizzo e le proprie fantasie. Uomini che neppure si rendono conto dei danni che fanno al prossimo. Uomini per cui, ho pensato, anche l'Inferno è un'inutile spreco di energia. Non so da quanta percentuale di gente così sia composta l'umanità. Se sono la maggior parte, allora hanno ragione gli antichi greci "la cosa migliore è non nascere affatto e, se nati, morire il prima possibile". Insomma, estinguiamoci subito e liberiamo il mondo dalla nostra inutilità. 
L'altra è comunque l'apprezzamento stilistico. 

Buzzati è un autore sperimentale e qui si butta nel flusso di coscienza, si lancia in costrutti grammaticali particolari, utilizza in modo alternativo la punteggiatura e la sintassi. Il risultato non mi è dispiaciuto. Certo, 300 pagine di film mentali improbabili sono comunque troppe, ma in generale scorrono via bene. Dorigo, se non altro, riempie la sua inutilità di belle frasi.

Non so, non l'ho capito, forse non conosco abbastanza l'autore o forse sono tonta io, quale fosse il fine di Buzzati, cosa lo abbia spinto a scrivere questo libro. 
Il buttare la vita in attesa di qualcosa che non arriverà mai, in questo caso un amore, è un tema caro a Buzzati ma non mi sembra che sia questo o solo questo il punto. C'è qualcosa che mi sfugge, come se il romanzo stesso si fermasse sulla soglia di una potenzialità.
Quella di Dorigo per Laide è troppo debole per essere un'ossessione che valga la pena di indagare. Non c'è analisi sociale, perché tutto è filtrato dalle fantasiose elaborazione dell'uomo, al punto che Laide rimane inconoscibile per noi come per Dorigo.
L'interesse dell'autore pare quindi concentrato su Dorigo, un uomo che, dal mio punto di vista non meriterebbe certo un romanzo. Il fatto che comunque il lettore non scopra le conseguenze che questa sbandata avrà sulla sua vita, ammesso che ne abbia, lo rendono ai mei occhi ancora meno interessante. Non riesco a empatizzare con lui, non riesco a compatirlo, ma neppure mi fa arrabbiare. È una creatura del tutto inutile, che non incide nella vita di nessuno (alla fine Laide era nei guai prima, è nei guai durante e nei guai rimarrà anche dopo la fine di questa non relazione). E quindi non riesco a capire fino in fondo perché regalare tutta questa bella prosa alla descrizione dell'inutilità.

Qualcuno lo ha letto e mi offre una migliore chiave di lettura?

domenica 9 giugno 2019

Questo è il nostro lago


C'è una parola che in questi ultimi anni scolastici aleggia nelle scuole, pronunciata con desiderio e timore: PON.
I PON sono progetti finanziati dalla Comunità Europea che permettono di attivare laboratori non banali con risorse che sono di norma fantascienza. Ma... Ma... Ma... Tra il dire il fare c'è di mezzo la burocrazia.
Così capita sovente che un progetto scritto in un momento venga approvato tre anni scolastici dopo, con tutto un corpo docenti cambiato, con tutto da riadattare in corsa. Capita che un PON sullo studio e la valorizzazione dell'ecosistema lacustre finisca nelle mani di un'insegnante di lettere di formazione storica che da quel momento si mette a inseguire ricercatori dell'Istituto Nazionale di Ricerca. Capita che tra un'immersione e una conferenza internazionale una ricercatrice finisca per incantare la docente di lettere con la storia straordinaria delle cozze del lago d'Orta, tornate in modo avventuroso dopo la bonifica che ha ridato vita a un lago che prima era morto. Capita che poi la burocrazia dell'Istituto Nazionale di Ricerca, quella della scuola e quella del PON siano del tutto inconciliabili e si debba rifare tutto da capo. Capita che si trovi un gruppo di ragazzi interessato, disposto a spendere un pomeriggio a settimana per tutto un quadrimestre per studiare l'ecosistema del lago, ma che per iscriversi al suddetto PON si debba portare ogni sorta di documento di padre, madre e così via credo fino alla settima generazione, e tu vai a spiegarlo a un sistema informatico che ci sono situazioni in cui una madre, per dire, può risiedere in Africa.

Può capitare alla fine, in una mattina di giugno, che tutto acquisisca un senso, quando questi ragazzi che sono nati o hanno i genitori nati non importa dove si appropriano della spiaggia che è la LORO spiaggia, quella in cui tutte le estati vanno a fare il bagno. Questi ragazzi troppo spesso accusati, solo per il fatto di appartenere a una determinata fascia di età, di essere tutti dei delinquenti potenziali, o, quanto meno, vandali in pectore. Invece loro hanno visto una bacheca dismessa proprio davanti al molo della spiaggia e per quella bacheca hanno preparato un pannello bilingue (lavorando con GIMP sui computer della scuola, il che è stata un'odissea nell'odissea, tra file scomparsi all'improvviso e esclamazioni sconfortate "io il grafico nella vita mai!") per spiegare la straordinaria storia del Lago d'Orta.
E sono stati loro a spiegare ai giornalisti che sin dagli anni '30 del novecento il Lago d'Orta si era trasformato in una gigantesca pozza d'acido ed è stato poi stato oggetto di uno dei più grandi progetti di bonifica riusciti del mondo. Hanno raccontato di come il ripopolamento stia ancora avvenendo per gradi, di come come per ultime siano arrivate le cozze e di quanto sia forte questo progetto per cui sulle cozze viene messo un microchip perché in caso di rilascio di sostanze inquinanti i molluschi si muovono in modo particolare e quindi vengono usate come sentinelle.

E mentre si mettevano in posa, giustamente fieri del lavoro svolto, io pensavo che il senso di appartenenza ha poco a che vedere col luogo in cui sei nato o da cui vengono i tuoi genitori e molto con il luogo che ami, che vuoi conoscere e di cui vuoi prenderti cura. Più permettiamo ai ragazzi di farlo, più diamo loro gli strumenti per capire e più naturalmente si preoccuperanno di proteggere e valorizzare invece che di danneggiare.

E, alla fine, il mio insegnare sta tutto qui, nel sentire un ragazzo che ha partecipato al progetto dire a un altro che non ci ha partecipato "ma lo sai che se butti un liquido nel lago ci sta per nove anni? E poi ci devo fare il bagno anch'io..."
Perché alla fine, questo non è più "il lago", ma è davvero "il nostro lago".

Non posso farvi vedere i ragazzi che hanno lavorato al progetto, perché alcuni di loro non hanno l'autorizzazione per la diffusione delle foto via social (è già stata una corsa reperire quelle per il cartaceo...), ma il pannello ve lo faccio vedere. Lo hanno fatto ragazzi delle medie, non periti grafici o  studenti del liceo artistico. Adesso sta alla Spiaggia di Lagna, comune di San Maurizio, sulla bacheca proprio davanti al pontile.


Un grazie speciale ai ragazzi, a Monica Spadacini di Ecomuseo del Lago d'Orta e alla dott.ssa Riccardi, esperta di ecosistemi lacustri.

martedì 28 maggio 2019

Gli Spiriti non dimenticano (un ricordo di Vittorio Zucconi)


È difficile che si incontri un autore perché parla proprio di una cosa che non ci piace.
Eppure il mio incontro con Vittorio Zucconi è stato proprio così. 
Sono da sempre di quegli italiani che seguono il calcio solo per i mondiali e più che altro per fare conversazione. Così, in occasione di un qualche mondiale della mia adolescenza, quale non ricordo, ho iniziato a leggere qualcosa sul giornale che circolava per casa, La Repubblica. E mi sono imbattuta negli articoli di Vittorio Zucconi che rimarrà per me colui che mi obbligato a guardare almeno i risultati delle partite per capire di cosa parlasse. Perché le parole di Zucconi, la sua ironia piena di buon senso, mi hanno stregato e ho iniziato a leggere quasi qualsiasi cosa scrivesse, compresi gli articoli sul calcio. Ricordo che in Erasmus usavo la mia ora quotidiana di connessione per leggere una serie di blog, tra cui il suo, dedicato in gran parte al calcio.

Naturalmente dal calcio sono passata a leggere Zucconi anche su argomenti un po' più seri e, in tempi più recenti, ad ascoltarlo alla radio. Proprio su radio Capital, a modo suo, aveva informato gli ascoltatori sulle sue condizioni di salute, parlando di un "lungo, speriamo lunghissimo, ultimo viaggio verso l'Ovest". La sua apparente leggerezza non mi aveva ingannato neppure per un istante (le dirette che da giornaliere si erano fatte saltuarie mi avevano già detto tutto), ma ne ho ammirato tantissimo il coraggio.

Di lui, però, mi rimane un ricordo particolare, legato a un libro, preso in biblioteca quando avevo diciassette o diciotto anni, Gli spiriti non dimenticano
Non lo prendo in mano da allora, eppure è uno di quei libri apparentemente non così memorabile e che, pure, rimane impresso a così tanti anni di distanza. 
Vado a memoria in questa mia quasi recensione, quindi abbiate pietà.

Gli spiriti non dimenticano racconta in uno stile che è a metà tra l'inchiesta giornalistica e il romanzo, la vita del capo Sioux Cavallo Pazzo.
Ricordo che ciò che mi era rimasto impresso era proprio l'approccio. Zucconi non finge di essere altro che un giornalista italiano. Il suo lavoro di documentazione è stato minuzioso, ma il suo sguardo è non può essere diversamente, quello di un europeo, lontanissimo dalla realtà degli indiani delle grandi praterie. Si sforza di immaginarsi come doveva essere la vita, come dovesse essere il sentire di quelle genti (ricordo in particolare un passaggio su quanto dovesse essere bello essere bambini tra i sioux) ma quando questo sforzo di immaginazione diventa eccessivo non lo forza. Cavallo Pazzo era un capo ma anche uno sciamano. L'aspetto religioso agli occhi della sua gente era più importante di quello militare. Cosa significasse davvero essere uno sciamano, anzi un "uomo strano", Zucconi non lo sa. Non tira a caso. Non inventa. Lì si ferma la parte romanzata. Riporta affermazioni di chi ne sa più di lui, ma ammette il limite oltre al quale non può spingersi.
Questo libro, letto da ragazza, mi ha aperto un mondo. Di lì a poco mi sarei appassionata, sia pure senza mai approfondire oltre un tot, alla storia dei nativi americani. Ma mi ha anche insegnato un metodo.
Non si può fingere di essere ciò che non si è. L'immedesimazione porta a rendere vividi sulla pagina personaggi diversissimi da noi e tuttavia esiste un limite oltre cui non ci si può spingere.
Ne Gli spiriti non dimenticano c'è un tentativo di ricostruzione non solo della storia, ma anche della psicologia e dei pensieri di Cavallo Pazzo. Fin dove è possibile a un giornalista italiano. Non di meno, non di più.

Vittorio Zucconi era ironico fino ad essere provocatorio. Sapeva fare il suo mestiere, che era il giornalista. Raccontava ciò che sapeva e su questo esprimeva delle opinioni, a volte trancianti. Ma si fermava sempre prima di fare un passo in terra incognita e sentenziare su ciò che non conosceva.
Per questo, più di qualsiasi altra cosa, mi mancherà moltissimo.

giovedì 23 maggio 2019

Considerazioni sparse e ondivaghe sul finale di Game of Thrones


Ne ha parlato tutto il mondo, posso forse astenermi dal dire la mia su una serie che comunque ha segnato l'immaginario globale e si è imposta ben oltre i confini degli amanti del genere?
E allora via, si comincia!
Ovviamente, leggete solo se avete visto tutto.

PIÙ DELL'ONOR POTÈ IL BUGET (e lo spoiler)
Non tutto funziona in questo finale di stagione. Lo hanno detto più o meno tutti e lo dico anch'io, che pure non ho disdegnato questi episodi finali. È oggettivo, tuttavia, che alcuni personaggi avrebbero avuto bisogno di una scrittura più delicata e sopratutto, di più minutaggio per giustificare meglio agli occhi del pubblico l'evoluzione del proprio carattere. Sappiamo tutti di chi sto parlando. Daenerys è sempre stata quella che ha guardato il fratello fritto vivo dall'oro fuso senza battere ciglio, che non ha mai versato una lacrime per la gente uccisa, insomma, tanto centrata non è mai stata, ma è chiaro che il ribaltone da eroina a dittatrice avrebbe avuto bisogno di una scrittura migliore. E allo stesso modo ci sono capacità di personaggi che si perdono per strada, draghi che cadono per una freccetta e altri immortali e tante altre cose che tornano poco.
O meglio, tornano poco se non si considerano due fattori.
Il primo è il vil denaro. Questa serie aveva un budget enorme per una serie televisiva, ma risicato considerati gli effetti speciali che si sono dovuti mettere in campo. I draghi costano, quasi come se fossero veri, forse di più. Ogni singola scaglia inquadrata costa. È evidente che la maggior parte delle scelte operate in questa stagione sono state obbligate e definite dal vil denaro.
La serie è durata esattamente i minuti che poteva permettersi di durare, non uno di più, con tutti i problemi di accelerazione della scrittura che abbiamo notato.
Io avrei adorato, adorato davvero, vedere le armate del Re della Notte scendere fino a prendere d'assedio Approdo del Re. Ma avrebbe voluto dire mostrare tale armata di giorno, con tutti i suoi cavalli, mammut e giganti non morti fatti al computer. Ci siamo lamentati un po' tutti di quanto fosse buia la puntata tre. Ma col buio l'esercito del morti lo puoi immaginare, senza far vedere, i tre draghi sono sagome nere contro la luna e, sopratutto, se tutti i morti si disintegrano alla fine della terza puntata non sono in scena nelle tre successive. E si risparmia.
Però c'erano tre draghi, che erano ancora troppi e un metalupo, sempre fatto al computer. E quindi un drago muore nel minor numero di scene possibili e il metalupo viene praticamente abbandonato sulla piazzola dell'autostrada del re.
È giusto? È sbagliato?
Una serie televisiva deve fare utili, temo, e alcune delle soluzioni adottate per gestire tempistiche e ristrettezze non mi sono neppure dispiaciute. Comunque sia, la risposta più ovvia alla maggior parte delle domande sul perché sia state fatte determinate scelte è "per risparmiare".
Al Gioco del Trono si vince se si è pratici. E infatti si vede che quello che davvero ha fatto poker è Bronn, il mercenario taglia gole da quattro soldi che finisce per diventare maestro del conio.

Poi c'è stato il problema degli spoiler. Ora, chiunque abbia un minimo di talento narrativo, capisce che non era il destino di Arya uccidere il Re della Notte, né quello di Bran finire sul trono. 
In un momento imprecisata precedente alla stagione sette erano stati divulgati in rete dei riassunti di come sarebbero stati gli episodi delle due stagioni finali. Io li avevo letti prima della stagione sette e vi posso assicurare che per quella erano precisi al 100%. Ciò mi fa pensare che anche i riassunti degli ultimi episodi venissero da una fonte certa. Ora, se questa fuga di notizie è arrivata in mano mia, comodamente in italiano, chissà in quante altre mani è arrivata. E quindi hanno evidentemente cercato di modificare il più possibile, tenendo (più o meno) conto del pregresso. Il destino finale (chi vive e chi muore) è stato rispettato per il 90% dei personaggi, ma alcuni ruoli sono cambiati. E le forzature si vedono. Per quanto sia magnifico il discorso di Tyrion sul potere delle storie è evidente che il sovrano-veggente-semi immortale è una trovata dell'ultimo minuto per un personaggio che non si sapeva più dove mettere. E che il Signore della Luce sarà anche un dio un po' orbo, ma non aveva resuscitato Jon per fargli fare l'osservatore attonito degli eventi (per quanto il destino di Jon, eroe impotente e sconfitto, mi sia piaciuto particolarmente). Così come tutto questo sforzo di Arya per diventare nessuno e cambiare faccia diventa inutile quando il tuo nemico è il re dei non morti che, letteralmente, non guarda in faccia a nessuno (per quanto, anche qui, abbia amato il fatto che sia stata Arya a ucciderlo).
Anche qui, è un bene o un male? Fosse rimasto quel finale, sicuramente più giustificato dalla logica interna, molti avrebbero detto che era scontato. Adesso alcune cose non tornano, ma do atto agli sceneggiatori di averci provato al meglio a giustificare un finale di ripiego. Per quanto la scelta di Bran re di Westeros sia quanto di più improbabile si possa immaginare, il discorso di Tyrion che porta a tale scelta rimane magnifico.

Non so se Martin finirà mai i romanzi. Se lo farà, non avrà problemi di budget né di spoiler. Ma faccio una facile previsione: qualcuno si lamenterà lo stesso.



IL FANTASY VINCE QUANDO È TRATTATO COME UN GENERE ADULTO
Chi guarda il Trono di Spade ama i giochi di potere, le svolte di trama non banali e le personalità sfaccettate. Ci sono gli amanti del fantasy di vecchia data, gli incalliti giocatori di ruolo (ciao, miei simili!) ma c'è anche un sacco di altra gente.
Quindi, per favore, basta dire che il fantasy è roba per ragazzini o adulti immaturi. È un genere che ragiona sull'uomo. Proprio perché lo toglie dalle contingenze del presente o del contesto storico, può indagarne l'animo. E quando lo fa con occhio adulto e disincantato genera storie non banali che interessano, intrattengono (non è una parolaccia, intrattenere) persone anche molto diverse tra loro.
Sarebbe ora che questa evidenza saltasse agli occhi anche in Italia.



IL MASCHILISMO SPIAZZANTE DI ALCUNI COMMENTI
Ai miei occhi uno dei pregi del Trono di Spade è sempre stata la presenza di molti personaggi femminili molto diversi tra loro. Non c'è un modo giusto di essere donna nel Trono di Spade e non ci sono solo streghe o sante. Ci sono figure sfaccettate, personaggi che fanno il loro percorso, la loro evoluzione verso la luce o versa la tenebra. Spesso, fin troppo spesso, devo dire, le donne sono vittime di soprusi e violenza. Una volta ho letto un commento che diceva che Martin era ossessionato dallo stupro, destino piuttosto comune ai personaggi femminili della storia, subito o solo rischiato. Non so se sia vero, cioè, non so in un contesto di guerra senza regole come quello descritto le cose andassero meglio, personalmente ne dubito. Di certo la serie si è contraddistinta per scene piuttosto esplicite, anche di violenza.
Con queste premesse non ero preparata alle polemiche relative a due scene di sesso, per altro per niente esplicito, presenti in questa serie. Poi ho capito. Va bene la donna forte. Va bene guerriera. Va bene persino se assassina, ma che prenda l'iniziativa no!
L'attrice che interpreta Arya ha superato i vent'anni, il personaggio della serie che all'inizio dovrebbe essere sui 12 anni (nei libri è più piccola, ma mi pare che nella serie sia dichiarato così), arrivata all'ottava stagione è tranquillamente maggiorenne, sopratutto per gli standard di una società dell'epoca. E poi, chiariamoci, questa qualche puntata fa ha fatto una strage e ha cotto resti umani dentro dei dolcetti. Ma che decida (lei!) di portarsi a letto un bravo ragazzo che le ha sempre sfarfallato dietro no!
Per non parlare di Brienne, che cosa mai non le darebbe il diritto di portarsi a letto l'uomo che desidera dalla stagione 2 o 3 (prima che lo ammazzino, dato che ha una croce sopra grossa come una montagna)?
I commenti in rete mi hanno lasciato basita. 
Commenti sul loro aspetto fisico. Parliamo di una guerriera e un'assassina. Sopracciglia e trucco sono davvero delle priorità per personaggi come loro? 
Commenti del tipo "ma era meglio lasciare platonico l'amore tra Brienne e Jamie". Cioè lei se lo mangia con gli occhi da anni e quando ne ha l'occasione non dovrebbe farsi avanti? Come se la sessualità sminuisse...
Niente, nella mente dello spettatore medio la donna o è vittima, o è sedotta o è asessuata. Nel terzo caso deve rimanere asessuata o perché non ha standard di bellezza adeguati o perché la sessualità la sminuisce...
Sono e rimango basita.


UN'AMARA RIFLESSIONE SULL'AMORE
Arrivata alla fine, se devo trarre un bilancio su quello che questa storia porta a livello di messaggio, è che l'amore passionale finisce sempre in tragedia.
Non so se Martin modificherà la cosa nei romanzi, ma nella serie non c'è una singola storia di passione che non sia finita in tragedia. Come viene detto, gli ultimi vent'anni di guerra sono dovuti al fatto che Lyanna Stark si innamora, riamata, dell'uomo sbagliato.
Quindi non solo l'amore travolgente è una tragedia personale, ma addirittura globale, la causa ultima della guerra. Questo senza contare gli innumerevoli crimini commessi da Jamie per amore, l'estremo sacrificio (e tutte le sue disgrazie precedenti) di se Jorah Mormont e via discorrendo. Non si salva nessuno. Neppure Jon. Persino lui con un po' più di lucidità avrebbe potuto evitare qualche migliaio di morti. L'amore passionale è sempre e solo distruttivo.
Le coppie che funzionano sono quelle decise dal caso, Sam e Gilly, che si trovano insieme senza averlo preventivato o Ned Stark a Chaterine, sposati per politica. Coppie che imparano a conoscersi e a stimarsi, fino a scoprire un reciproco e saldo affetto.  Si salva l'affetto famigliare, quello tra fratelli (se non è incestuoso) e poco altro.
Non so, sono una vecchia romantica, io. 
Ammiro la coerenza con cui gli autori (ma sospetto che qui ci sia lo zampino di Martin, proprio perché la tesi è portata avanti in modo granitico) che, senza farcelo pesare, si può persino non farci caso, ci raccontano una storia in cui tutte le disgrazie peggiori vengono fatte per amore e in cui la passione non ha mai un ruolo positivo. E tuttavia la cosa mi intristisce. Continua a sperare in un modo in cui l'essere amati (anche con passione) possa renderci migliori.

lunedì 20 maggio 2019

A Vercelli Fantastica




È stato stranissimo rivestire i panni dell'autrice, dopo così tanto tempo.
Prendere l'auto per andare a Vercelli, in quella stessa libreria in cui era stata organizzata una delle primissime presentazioni del mio primo romanzo, La roccia nel cuore. Ritrovare il bravissimo Alessandro Barbaglia, ormai romanziere affermato e tutto lo staff della libreria Mondadori.
Ascoltare un autore che per noi che ci muoviamo nei mondi fantastici è quasi di culto, come Dario Tonani.
Sedermi di nuovo a un tavolo con altri autori, i bravissimi Giulia Abbate e Maurizio Ferrero, per parlare di Trofeo RiLL e dell'antologia che grazie a quel trofeo è nata, La spada, il cuore e lo zaffiro.

Credo che la prima cosa a colpire tutti, chi presentava, chi parlava e chi ascoltava sia stata la naturalezza del nostro entusiasmo per la realtà di RiLL. Perché davvero, in un mondo editoriale in cui spesso è così difficile orientarsi, trovare un realtà che non solo dà spazio a tutti, ma che coltiva i propri autori, promuovendoli per anni (la mia antologia ormai è datata 2016...) è davvero qualcosa di raro. Senza RiLL io non sarei stata lì, ovviamente, ma sono davvero tantissimi gli autori che da questa realtà hanno preso il via e continuano a riconoscerla come la loro casa.

E quindi eccomi lì, di nuovo, dopo tanto tempo, grazie a RiLL a parlare dei miei racconto fantasy atipici, editorialmente improbabili, con i miei personaggi feriti, che i mostri li hanno dentro.
Non ero più abituata a parlare in pubblico. Ho perso in sintesi e in fluidità. Spero almeno che le mie frasi abbiano avuto un capo e una coda.
Mentre parlavo, la puppattola correva in giro, saltellava, esternava pure troppo il proprio entusiasmo e alla fine si è infilata nella zona degli oratori come fosse un'autrice di fama. Palesemente, la timidezza è qualcosa che non le è stato dato. Neppure la discrezione, temo.

Quello di come far quadrare la cose, lavoro-pupattola-scrittura, è un problema aperto. Dal punto di vista della gestione famigliare l'esperimento di ieri ha funzionato in parte e è stato evidente come basti un nonno malato e un pomeriggio di pioggia per rendere tutto più faticoso. Di certo, i racconti dell'antologia, meglio il mondo che c'è dietro a quei racconti, mi sta chiamando con forza prepotente. Un "torna a casa" piuttosto difficile da ignorare.
Nei giorni scorsi ho chiuso i conti con una storia che mi ha ossessionato per mesi. Tecnicamente è una fanfiction e come tale vive una sua vita propria, su un sito dedicato, ma in barba a chi pensa che amatoriale voglia dire "facile" si è trattato di un racconto che ho a lungo dubitato di riuscire a scrivere. 
Adesso è ora di tornare a casa. Di finire la riscrittura del romanzo legato all'ambientazione fantasy di cui oggi qualcuno mi ha chiesto conto e cercare seriamente una veste editoriale per le troppe cose finite che stanno nel mio cassetto.

L'altra cosa evidente è che è stato bello. Bello trovarsi in un evento ben organizzato. Bello vedere l'attenzione del pubblico. Bello avere uno spazio per le mie storie.

domenica 12 maggio 2019

Appuntamento con il buio


La primavera scolastica dei prof si può riassumere con una sola parola: fatica.
Non starò a tediarvi con tutti i noiosi motivi che mi hanno tenuto lontana dal blog. Finisce sempre che, mentre i fiori sbocciano, ci sia tanto da fare.
C'è anche qualcosa di più sottile. Il desiderio di chiudere i cerchi, tirare le fila dei progetti, in termini di risultati misurabili e budget, ma anche, sempre di più di senso. Arrivare a guardare la fine di un percorso durato o uno o più anni scolastici con la sensazione che ne sia valsa la pena.
In questo mondo di ragazzini disumani che si dedicano al pestaggio ricreativo, noi prof, forse più di altri, cerchiamo un segnale che ci dica che abbiamo aiutato a instillare una goccia di empatia, il seme di un dubbio. Perché alla fine è questo lo scopo ultimo del nostro lavoro, al di là dei complementi dell'analisi logica, le giuste date delle guerre napoleoniche e altre amenità che si dimenticheranno comunque già nel momento esatto del suono della campanella.
Portarli alla fine di un percorso salvaguardando la loro umanità.

Non so, ovviamente, trarre un bilancio del mio lavoro, cosa si porteranno davvero verso il futuro questi miei ragazzini che mediamente studiano, mediamente si impegnano e già questo, a sentire quel che si dice in giro, li rende appartenenti a una specie in via d'estinzione. So però che, alla fine di questo percorso scolastico, ho avuto il privilegio di condividere con loro un'esperienza, perché, grazie a una collega intraprendente, li abbiamo portati al buio.

Quello che manca, spesso, a questa generazione che vive il virtuale come un faccia del reale, è l'esperienza diretta. Il trovarsi nudi, spogliati dalle loro armature di schermi a cospetto con se stessi. Manca sempre di più anche a noi, che pure siamo cresciuti in un mondo differente.
E quindi mi sento di consigliarla anche a voi, quest'esperienza che ho avuto la possibilità di condividere con i miei alunni: andate in miniera.

Andateci a piedi, partendo dalle case dove partivano i lavoratori, spesso di notte, con i loro attrezzi sulle spalle. Salite a piedi, attenti a non inciampare, senza paura della fatica, pensando che quella che per noi è la gita per loro era solo l'inizio di una giornata che prevedeva poi 8/10 ore di lavoro.

E poi entrate, con caschetto e mantellina, in una miniera. Ce ne sono parecchie visitabili in Italia. Ma, se possibile, sceglietene una attrezzata il meno possibile. Con una guida esperta, in sicurezza, ma con la luce più bassa possibile, quello che basta a non inciampare. Con l'acqua che scende dall'alto e scorre a rigagnoli sotto i vostri piedi.
Non importa in quanti siete, potete essere anche con un gruppetto di tredicenni. Le chiacchiere finiscono presto, durano due svolte. Poi si inizia a sentire l'odore della roccia, la temperatura che nulla  più a che fare con quella dell'esterno, il rumore dell'acqua. Si inizia a sentire il rumore dei passi. Si inizia a riconoscere quello distintivo di ciascuno dei presenti.

E quando si è arrivati abbastanza in fondo da chiedersi se, senza guida, si sarebbe in grado di uscire, si possono spegnere le luci. Magari una per volta, come un viaggio nel tempo luminoso. Via l'impianto elettrico che rende la miniera fruibile al turismo e si rimane con le luci dei caschetti, ognuno responsabile della propria visione. Poi la lanterna, con la candela o qualcosa che simuli la lampada a petrolio. E poi il buio.

A questo punto non c'è più bisogno di immaginare. Tutte le letture fatte a scuola, così noiose, acquisiscono un senso diverso. Perché siamo lì, come sono stati generazioni di lavoratori prima di noi. Al buio. All'umidità. Nella polvere. Per rubare alla montagna una ricchezza che finiva in altre mani.
Come succede ancora, ovunque sia l'unica alternativa al non avere niente.

Io non lo so se sia servita, questa esperienza, ai miei ragazzi. Se l'abbiano vissuta con lo stesso distacco con cui si visita un sito archeologico, anche se alcuni di loro sono nipoti o bisnipoti di scalpellini, o se qualcosa sia entrato dentro.

Era di proprietà inglese, la miniera che abbiamo visitato, quella di Pieve Vergone, da cui si estraeva l'oro. A leggere i documenti degli inglesi, ci lavoravano degli "indigeni" dall'idioma incomprensibile. Sporchi, brutali ancora più che brutti, forse neppure, ai loro occhi, umani. Questo accadeva poco più di cent'anni fa.
Forse a tutti farebbe bene, di questi tempi, un appuntamento con il buio.


PICCOLA NOTA FINALE AUTOPROMOZIONALE
Domenica prossima, 19 maggio, alle ore 17.00 sarò a VERCELLI FANTASTICA presso la libreria Mondadori di Vercelli per parlare della mia esperienza con Trofeo RiLL e dell'antologia "La spada, il cuore e lo zaffiro".

martedì 16 aprile 2019

E poi...


I colloqui con i genitori...
E poi...
Il corso sulle Unità di Apprendimento (ci avessi capito qualcosa...)
E poi...
Il corso sulla Metodologia Senza Zaino (bello, da ragionarci su, da scriverci qualche post...)
E poi...
Il corso sull'Autostima (grazie, sempre un gran bisogno di autostima, ma proprio adesso...)
E poi...
I consigli di classe (verbali, altro che scrittura creativa...)
E poi...
Le riunioni per le nuove adozioni dei libri di testo (e magari leggerli e guardarli i libri prima di decidere...)
E poi...
Il PON sull'ambiente, con il CNR, le cozze di lago e il comune da contattare (e qui più che un post ci esce un romanzo...)

Se trovo un altro che dice che gli insegnanti non lavorano lo tiro sotto con l'auto, prendetela pure come una confessione, che in galera magari dormo un po'...

Volevo però ringraziarvi dei tanti bei consigli che mi avete dato sia in coda al post precedente che privatamente. È stato molto bello vedere tante persone che ci tengono a me, mi consigliano un sacco di cose, alcune davvero interessanti!

E poi a questo punto conviene che parta con gli auguri, che qui è un attimo ed è subito uovo e colomba (e vacanza, qualche giorno di benedetta vacanza).

TANTI CARI AUGURI DI BUONA PASQUA!!!