giovedì 23 maggio 2019

Considerazioni sparse e ondivaghe sul finale di Game of Thrones


Ne ha parlato tutto il mondo, posso forse astenermi dal dire la mia su una serie che comunque ha segnato l'immaginario globale e si è imposta ben oltre i confini degli amanti del genere?
E allora via, si comincia!
Ovviamente, leggete solo se avete visto tutto.

PIÙ DELL'ONOR POTÈ IL BUGET (e lo spoiler)
Non tutto funziona in questo finale di stagione. Lo hanno detto più o meno tutti e lo dico anch'io, che pure non ho disdegnato questi episodi finali. È oggettivo, tuttavia, che alcuni personaggi avrebbero avuto bisogno di una scrittura più delicata e sopratutto, di più minutaggio per giustificare meglio agli occhi del pubblico l'evoluzione del proprio carattere. Sappiamo tutti di chi sto parlando. Daenerys è sempre stata quella che ha guardato il fratello fritto vivo dall'oro fuso senza battere ciglio, che non ha mai versato una lacrime per la gente uccisa, insomma, tanto centrata non è mai stata, ma è chiaro che il ribaltone da eroina a dittatrice avrebbe avuto bisogno di una scrittura migliore. E allo stesso modo ci sono capacità di personaggi che si perdono per strada, draghi che cadono per una freccetta e altri immortali e tante altre cose che tornano poco.
O meglio, tornano poco se non si considerano due fattori.
Il primo è il vil denaro. Questa serie aveva un budget enorme per una serie televisiva, ma risicato considerati gli effetti speciali che si sono dovuti mettere in campo. I draghi costano, quasi come se fossero veri, forse di più. Ogni singola scaglia inquadrata costa. È evidente che la maggior parte delle scelte operate in questa stagione sono state obbligate e definite dal vil denaro.
La serie è durata esattamente i minuti che poteva permettersi di durare, non uno di più, con tutti i problemi di accelerazione della scrittura che abbiamo notato.
Io avrei adorato, adorato davvero, vedere le armate del Re della Notte scendere fino a prendere d'assedio Approdo del Re. Ma avrebbe voluto dire mostrare tale armata di giorno, con tutti i suoi cavalli, mammut e giganti non morti fatti al computer. Ci siamo lamentati un po' tutti di quanto fosse buia la puntata tre. Ma col buio l'esercito del morti lo puoi immaginare, senza far vedere, i tre draghi sono sagome nere contro la luna e, sopratutto, se tutti i morti si disintegrano alla fine della terza puntata non sono in scena nelle tre successive. E si risparmia.
Però c'erano tre draghi, che erano ancora troppi e un metalupo, sempre fatto al computer. E quindi un drago muore nel minor numero di scene possibili e il metalupo viene praticamente abbandonato sulla piazzola dell'autostrada del re.
È giusto? È sbagliato?
Una serie televisiva deve fare utili, temo, e alcune delle soluzioni adottate per gestire tempistiche e ristrettezze non mi sono neppure dispiaciute. Comunque sia, la risposta più ovvia alla maggior parte delle domande sul perché sia state fatte determinate scelte è "per risparmiare".
Al Gioco del Trono si vince se si è pratici. E infatti si vede che quello che davvero ha fatto poker è Bronn, il mercenario taglia gole da quattro soldi che finisce per diventare maestro del conio.

Poi c'è stato il problema degli spoiler. Ora, chiunque abbia un minimo di talento narrativo, capisce che non era il destino di Arya uccidere il Re della Notte, né quello di Bran finire sul trono. 
In un momento imprecisata precedente alla stagione sette erano stati divulgati in rete dei riassunti di come sarebbero stati gli episodi delle due stagioni finali. Io li avevo letti prima della stagione sette e vi posso assicurare che per quella erano precisi al 100%. Ciò mi fa pensare che anche i riassunti degli ultimi episodi venissero da una fonte certa. Ora, se questa fuga di notizie è arrivata in mano mia, comodamente in italiano, chissà in quante altre mani è arrivata. E quindi hanno evidentemente cercato di modificare il più possibile, tenendo (più o meno) conto del pregresso. Il destino finale (chi vive e chi muore) è stato rispettato per il 90% dei personaggi, ma alcuni ruoli sono cambiati. E le forzature si vedono. Per quanto sia magnifico il discorso di Tyrion sul potere delle storie è evidente che il sovrano-veggente-semi immortale è una trovata dell'ultimo minuto per un personaggio che non si sapeva più dove mettere. E che il Signore della Luce sarà anche un dio un po' orbo, ma non aveva resuscitato Jon per fargli fare l'osservatore attonito degli eventi (per quanto il destino di Jon, eroe impotente e sconfitto, mi sia piaciuto particolarmente). Così come tutto questo sforzo di Arya per diventare nessuno e cambiare faccia diventa inutile quando il tuo nemico è il re dei non morti che, letteralmente, non guarda in faccia a nessuno (per quanto, anche qui, abbia amato il fatto che sia stata Arya a ucciderlo).
Anche qui, è un bene o un male? Fosse rimasto quel finale, sicuramente più giustificato dalla logica interna, molti avrebbero detto che era scontato. Adesso alcune cose non tornano, ma do atto agli sceneggiatori di averci provato al meglio a giustificare un finale di ripiego. Per quanto la scelta di Bran re di Westeros sia quanto di più improbabile si possa immaginare, il discorso di Tyrion che porta a tale scelta rimane magnifico.

Non so se Martin finirà mai i romanzi. Se lo farà, non avrà problemi di budget né di spoiler. Ma faccio una facile previsione: qualcuno si lamenterà lo stesso.



IL FANTASY VINCE QUANDO È TRATTATO COME UN GENERE ADULTO
Chi guarda il Trono di Spade ama i giochi di potere, le svolte di trama non banali e le personalità sfaccettate. Ci sono gli amanti del fantasy di vecchia data, gli incalliti giocatori di ruolo (ciao, miei simili!) ma c'è anche un sacco di altra gente.
Quindi, per favore, basta dire che il fantasy è roba per ragazzini o adulti immaturi. È un genere che ragiona sull'uomo. Proprio perché lo toglie dalle contingenze del presente o del contesto storico, può indagarne l'animo. E quando lo fa con occhio adulto e disincantato genera storie non banali che interessano, intrattengono (non è una parolaccia, intrattenere) persone anche molto diverse tra loro.
Sarebbe ora che questa evidenza saltasse agli occhi anche in Italia.



IL MASCHILISMO SPIAZZANTE DI ALCUNI COMMENTI
Ai miei occhi uno dei pregi del Trono di Spade è sempre stata la presenza di molti personaggi femminili molto diversi tra loro. Non c'è un modo giusto di essere donna nel Trono di Spade e non ci sono solo streghe o sante. Ci sono figure sfaccettate, personaggi che fanno il loro percorso, la loro evoluzione verso la luce o versa la tenebra. Spesso, fin troppo spesso, devo dire, le donne sono vittime di soprusi e violenza. Una volta ho letto un commento che diceva che Martin era ossessionato dallo stupro, destino piuttosto comune ai personaggi femminili della storia, subito o solo rischiato. Non so se sia vero, cioè, non so in un contesto di guerra senza regole come quello descritto le cose andassero meglio, personalmente ne dubito. Di certo la serie si è contraddistinta per scene piuttosto esplicite, anche di violenza.
Con queste premesse non ero preparata alle polemiche relative a due scene di sesso, per altro per niente esplicito, presenti in questa serie. Poi ho capito. Va bene la donna forte. Va bene guerriera. Va bene persino se assassina, ma che prenda l'iniziativa no!
L'attrice che interpreta Arya ha superato i vent'anni, il personaggio della serie che all'inizio dovrebbe essere sui 12 anni (nei libri è più piccola, ma mi pare che nella serie sia dichiarato così), arrivata all'ottava stagione è tranquillamente maggiorenne, sopratutto per gli standard di una società dell'epoca. E poi, chiariamoci, questa qualche puntata fa ha fatto una strage e ha cotto resti umani dentro dei dolcetti. Ma che decida (lei!) di portarsi a letto un bravo ragazzo che le ha sempre sfarfallato dietro no!
Per non parlare di Brienne, che cosa mai non le darebbe il diritto di portarsi a letto l'uomo che desidera dalla stagione 2 o 3 (prima che lo ammazzino, dato che ha una croce sopra grossa come una montagna)?
I commenti in rete mi hanno lasciato basita. 
Commenti sul loro aspetto fisico. Parliamo di una guerriera e un'assassina. Sopracciglia e trucco sono davvero delle priorità per personaggi come loro? 
Commenti del tipo "ma era meglio lasciare platonico l'amore tra Brienne e Jamie". Cioè lei se lo mangia con gli occhi da anni e quando ne ha l'occasione non dovrebbe farsi avanti? Come se la sessualità sminuisse...
Niente, nella mente dello spettatore medio la donna o è vittima, o è sedotta o è asessuata. Nel terzo caso deve rimanere asessuata o perché non ha standard di bellezza adeguati o perché la sessualità la sminuisce...
Sono e rimango basita.


UN'AMARA RIFLESSIONE SULL'AMORE
Arrivata alla fine, se devo trarre un bilancio su quello che questa storia porta a livello di messaggio, è che l'amore passionale finisce sempre in tragedia.
Non so se Martin modificherà la cosa nei romanzi, ma nella serie non c'è una singola storia di passione che non sia finita in tragedia. Come viene detto, gli ultimi vent'anni di guerra sono dovuti al fatto che Lyanna Stark si innamora, riamata, dell'uomo sbagliato.
Quindi non solo l'amore travolgente è una tragedia personale, ma addirittura globale, la causa ultima della guerra. Questo senza contare gli innumerevoli crimini commessi da Jamie per amore, l'estremo sacrificio (e tutte le sue disgrazie precedenti) di se Jorah Mormont e via discorrendo. Non si salva nessuno. Neppure Jon. Persino lui con un po' più di lucidità avrebbe potuto evitare qualche migliaio di morti. L'amore passionale è sempre e solo distruttivo.
Le coppie che funzionano sono quelle decise dal caso, Sam e Gilly, che si trovano insieme senza averlo preventivato o Ned Stark a Chaterine, sposati per politica. Coppie che imparano a conoscersi e a stimarsi, fino a scoprire un reciproco e saldo affetto.  Si salva l'affetto famigliare, quello tra fratelli (se non è incestuoso) e poco altro.
Non so, sono una vecchia romantica, io. 
Ammiro la coerenza con cui gli autori (ma sospetto che qui ci sia lo zampino di Martin, proprio perché la tesi è portata avanti in modo granitico) che, senza farcelo pesare, si può persino non farci caso, ci raccontano una storia in cui tutte le disgrazie peggiori vengono fatte per amore e in cui la passione non ha mai un ruolo positivo. E tuttavia la cosa mi intristisce. Continua a sperare in un modo in cui l'essere amati (anche con passione) possa renderci migliori.

lunedì 20 maggio 2019

A Vercelli Fantastica




È stato stranissimo rivestire i panni dell'autrice, dopo così tanto tempo.
Prendere l'auto per andare a Vercelli, in quella stessa libreria in cui era stata organizzata una delle primissime presentazioni del mio primo romanzo, La roccia nel cuore. Ritrovare il bravissimo Alessandro Barbaglia, ormai romanziere affermato e tutto lo staff della libreria Mondadori.
Ascoltare un autore che per noi che ci muoviamo nei mondi fantastici è quasi di culto, come Dario Tonani.
Sedermi di nuovo a un tavolo con altri autori, i bravissimi Giulia Abbate e Maurizio Ferrero, per parlare di Trofeo RiLL e dell'antologia che grazie a quel trofeo è nata, La spada, il cuore e lo zaffiro.

Credo che la prima cosa a colpire tutti, chi presentava, chi parlava e chi ascoltava sia stata la naturalezza del nostro entusiasmo per la realtà di RiLL. Perché davvero, in un mondo editoriale in cui spesso è così difficile orientarsi, trovare un realtà che non solo dà spazio a tutti, ma che coltiva i propri autori, promuovendoli per anni (la mia antologia ormai è datata 2016...) è davvero qualcosa di raro. Senza RiLL io non sarei stata lì, ovviamente, ma sono davvero tantissimi gli autori che da questa realtà hanno preso il via e continuano a riconoscerla come la loro casa.

E quindi eccomi lì, di nuovo, dopo tanto tempo, grazie a RiLL a parlare dei miei racconto fantasy atipici, editorialmente improbabili, con i miei personaggi feriti, che i mostri li hanno dentro.
Non ero più abituata a parlare in pubblico. Ho perso in sintesi e in fluidità. Spero almeno che le mie frasi abbiano avuto un capo e una coda.
Mentre parlavo, la puppattola correva in giro, saltellava, esternava pure troppo il proprio entusiasmo e alla fine si è infilata nella zona degli oratori come fosse un'autrice di fama. Palesemente, la timidezza è qualcosa che non le è stato dato. Neppure la discrezione, temo.

Quello di come far quadrare la cose, lavoro-pupattola-scrittura, è un problema aperto. Dal punto di vista della gestione famigliare l'esperimento di ieri ha funzionato in parte e è stato evidente come basti un nonno malato e un pomeriggio di pioggia per rendere tutto più faticoso. Di certo, i racconti dell'antologia, meglio il mondo che c'è dietro a quei racconti, mi sta chiamando con forza prepotente. Un "torna a casa" piuttosto difficile da ignorare.
Nei giorni scorsi ho chiuso i conti con una storia che mi ha ossessionato per mesi. Tecnicamente è una fanfiction e come tale vive una sua vita propria, su un sito dedicato, ma in barba a chi pensa che amatoriale voglia dire "facile" si è trattato di un racconto che ho a lungo dubitato di riuscire a scrivere. 
Adesso è ora di tornare a casa. Di finire la riscrittura del romanzo legato all'ambientazione fantasy di cui oggi qualcuno mi ha chiesto conto e cercare seriamente una veste editoriale per le troppe cose finite che stanno nel mio cassetto.

L'altra cosa evidente è che è stato bello. Bello trovarsi in un evento ben organizzato. Bello vedere l'attenzione del pubblico. Bello avere uno spazio per le mie storie.

domenica 12 maggio 2019

Appuntamento con il buio


La primavera scolastica dei prof si può riassumere con una sola parola: fatica.
Non starò a tediarvi con tutti i noiosi motivi che mi hanno tenuto lontana dal blog. Finisce sempre che, mentre i fiori sbocciano, ci sia tanto da fare.
C'è anche qualcosa di più sottile. Il desiderio di chiudere i cerchi, tirare le fila dei progetti, in termini di risultati misurabili e budget, ma anche, sempre di più di senso. Arrivare a guardare la fine di un percorso durato o uno o più anni scolastici con la sensazione che ne sia valsa la pena.
In questo mondo di ragazzini disumani che si dedicano al pestaggio ricreativo, noi prof, forse più di altri, cerchiamo un segnale che ci dica che abbiamo aiutato a instillare una goccia di empatia, il seme di un dubbio. Perché alla fine è questo lo scopo ultimo del nostro lavoro, al di là dei complementi dell'analisi logica, le giuste date delle guerre napoleoniche e altre amenità che si dimenticheranno comunque già nel momento esatto del suono della campanella.
Portarli alla fine di un percorso salvaguardando la loro umanità.

Non so, ovviamente, trarre un bilancio del mio lavoro, cosa si porteranno davvero verso il futuro questi miei ragazzini che mediamente studiano, mediamente si impegnano e già questo, a sentire quel che si dice in giro, li rende appartenenti a una specie in via d'estinzione. So però che, alla fine di questo percorso scolastico, ho avuto il privilegio di condividere con loro un'esperienza, perché, grazie a una collega intraprendente, li abbiamo portati al buio.

Quello che manca, spesso, a questa generazione che vive il virtuale come un faccia del reale, è l'esperienza diretta. Il trovarsi nudi, spogliati dalle loro armature di schermi a cospetto con se stessi. Manca sempre di più anche a noi, che pure siamo cresciuti in un mondo differente.
E quindi mi sento di consigliarla anche a voi, quest'esperienza che ho avuto la possibilità di condividere con i miei alunni: andate in miniera.

Andateci a piedi, partendo dalle case dove partivano i lavoratori, spesso di notte, con i loro attrezzi sulle spalle. Salite a piedi, attenti a non inciampare, senza paura della fatica, pensando che quella che per noi è la gita per loro era solo l'inizio di una giornata che prevedeva poi 8/10 ore di lavoro.

E poi entrate, con caschetto e mantellina, in una miniera. Ce ne sono parecchie visitabili in Italia. Ma, se possibile, sceglietene una attrezzata il meno possibile. Con una guida esperta, in sicurezza, ma con la luce più bassa possibile, quello che basta a non inciampare. Con l'acqua che scende dall'alto e scorre a rigagnoli sotto i vostri piedi.
Non importa in quanti siete, potete essere anche con un gruppetto di tredicenni. Le chiacchiere finiscono presto, durano due svolte. Poi si inizia a sentire l'odore della roccia, la temperatura che nulla  più a che fare con quella dell'esterno, il rumore dell'acqua. Si inizia a sentire il rumore dei passi. Si inizia a riconoscere quello distintivo di ciascuno dei presenti.

E quando si è arrivati abbastanza in fondo da chiedersi se, senza guida, si sarebbe in grado di uscire, si possono spegnere le luci. Magari una per volta, come un viaggio nel tempo luminoso. Via l'impianto elettrico che rende la miniera fruibile al turismo e si rimane con le luci dei caschetti, ognuno responsabile della propria visione. Poi la lanterna, con la candela o qualcosa che simuli la lampada a petrolio. E poi il buio.

A questo punto non c'è più bisogno di immaginare. Tutte le letture fatte a scuola, così noiose, acquisiscono un senso diverso. Perché siamo lì, come sono stati generazioni di lavoratori prima di noi. Al buio. All'umidità. Nella polvere. Per rubare alla montagna una ricchezza che finiva in altre mani.
Come succede ancora, ovunque sia l'unica alternativa al non avere niente.

Io non lo so se sia servita, questa esperienza, ai miei ragazzi. Se l'abbiano vissuta con lo stesso distacco con cui si visita un sito archeologico, anche se alcuni di loro sono nipoti o bisnipoti di scalpellini, o se qualcosa sia entrato dentro.

Era di proprietà inglese, la miniera che abbiamo visitato, quella di Pieve Vergone, da cui si estraeva l'oro. A leggere i documenti degli inglesi, ci lavoravano degli "indigeni" dall'idioma incomprensibile. Sporchi, brutali ancora più che brutti, forse neppure, ai loro occhi, umani. Questo accadeva poco più di cent'anni fa.
Forse a tutti farebbe bene, di questi tempi, un appuntamento con il buio.


PICCOLA NOTA FINALE AUTOPROMOZIONALE
Domenica prossima, 19 maggio, alle ore 17.00 sarò a VERCELLI FANTASTICA presso la libreria Mondadori di Vercelli per parlare della mia esperienza con Trofeo RiLL e dell'antologia "La spada, il cuore e lo zaffiro".

martedì 16 aprile 2019

E poi...


I colloqui con i genitori...
E poi...
Il corso sulle Unità di Apprendimento (ci avessi capito qualcosa...)
E poi...
Il corso sulla Metodologia Senza Zaino (bello, da ragionarci su, da scriverci qualche post...)
E poi...
Il corso sull'Autostima (grazie, sempre un gran bisogno di autostima, ma proprio adesso...)
E poi...
I consigli di classe (verbali, altro che scrittura creativa...)
E poi...
Le riunioni per le nuove adozioni dei libri di testo (e magari leggerli e guardarli i libri prima di decidere...)
E poi...
Il PON sull'ambiente, con il CNR, le cozze di lago e il comune da contattare (e qui più che un post ci esce un romanzo...)

Se trovo un altro che dice che gli insegnanti non lavorano lo tiro sotto con l'auto, prendetela pure come una confessione, che in galera magari dormo un po'...

Volevo però ringraziarvi dei tanti bei consigli che mi avete dato sia in coda al post precedente che privatamente. È stato molto bello vedere tante persone che ci tengono a me, mi consigliano un sacco di cose, alcune davvero interessanti!

E poi a questo punto conviene che parta con gli auguri, che qui è un attimo ed è subito uovo e colomba (e vacanza, qualche giorno di benedetta vacanza).

TANTI CARI AUGURI DI BUONA PASQUA!!!

lunedì 8 aprile 2019

Il romanzo di cui non so che fare


Da circa una settimana sono tornata consapevole di avere un buon romanzo nel cassetto.
Che sia buono non è un'opinione solo mia. Non sapendo bene che farci, l'hanno scorso l'ho mandato al Premio Tedeschi, di cui conosco la serietà, anche se non è un giallo puro. Come prevedibile non ha vinto, ma è entrato nella rosa dei finalisti. Poi l'ho un po' tenuto lì, mandato a concorsi senza speranza, non sapendo bene cosa farci.

Do per assodato che sia un buon romanzo. Non è una cosa da storia della letteratura. È una lettura leggera, spero divertente, spero intelligente, ma mi rendo conto che non è qualcosa di cui il mondo non può fare a meno. Che opzioni ho per lui?

Ho in mente un discreto numero di case editrici  piccole e medio-piccole che mi piacciono, che lavorano bene e che presumibilmente potrebbero essere interessate al mio romanzo. Ma. C'è un ma grosso come una casa.
Io sono una mamma-lavoratrice-scribacchina. Ho davvero pochissimo tempo e zero mobilità. Pochissimo tempo per fare cose con testa che esulino dall'immediato. Per fare un esempio. Mi ha contattato un museo archeologico per farmi vedere dei reperti del tipo su cui ho fatto la tesi e di cui capisco qualcosa. È una cosa che mi piace, mi appassiona e di cui sono competente. Ci ho messo una settimana a analizzare tre fotografie. Una settimana. Per tre fotografie.
Le case editrici medio-piccole vanno sostenute e appoggiate. Bisogna dedicarsi alla promozione, andare alle presentazioni, organizzare le presentazioni. E io ci ho messo una settimana a analizzare tre fotografie. 
In questo momento della mia vita, purtroppo, un eventuale forte impegno in promozione è fuori discussione.

Potrei pensare a un editore che lavori solo sul digitale. Non lo so. Ho come l'impressione che il lettore, probabilmente le lettrici ideali di questo romanzo preferiscano il cartaceo. È un'idea, non una certezza, sia chiaro. Però il solo digitale ancora non mi convince.

Il self non fa per me. Intanto richiederebbe un impegno di tempo che non ho e delle capacità tecniche che non ho. Oppure dei soldi per subbappaltare ad altri che non ho.
"Non ho" mi sembra la costante di quest'opzione.
E poi il self, con tutto il rispetto che ho per alcuni autori, continua a non convincermi. 
In questo periodo sto pubblicando delle storie su EFP. Lo faccio in anonimato e mi sembra di aver raggiunto un certo equilibrio con il mio neppure così sparuto gruppo di lettori fissi: nessuno di noi paga. È un gioco, a cui io già forzo la mano, perché porto la storia su binari diversi da quelli abituali in quel contesto, ma rimane un gioco. 

Potrei cercare di avere un parere professionale su cosa cosa sia il caso di fare. Le cose professionali, tendenzialmente, si pagano ed è anche giusto così. Purtroppo i costi si aggirano intorno all'equivalente di una retta di asilo nido o più e quindi al momento, per la mia economia famigliare, non sono caramelle.

Posso tenerlo nel cassetto, che tanto il mondo va avanti lo stesso.
Però è un buon romanzo. Lo so che è un buon romanzo e mi spiace non dargli una possibilità.

Si accettano consigli

lunedì 1 aprile 2019

Finzioni – Piovono libri


Il prescelto per questo mese del gruppo di lettura è "Finzioni" di Jeorge Luis Borges, un libro talmente particolare, che sono giorni che mi arrovello sul post, senza sapere da dove cominciare.

Inizierò dal modo che mi è più congeniale, da me stessa e da una storia.
Quando mio nonno è morto ci ha lasciato una sorta di casa biblioteca. Qualsiasi cosa si aprisse, cassetti, ante degli armadi, porte dei solai, rivelava libri. Libri e ancora libri. Libri che mio nonno doveva aver raccolto nei modi più disparati, per lo più ereditando o facendo modo di ereditare, libri altrui. Il più vecchio è un'edizione di Marziale del XVII secolo, il più recente era stato acquistato appena pochi giorni prima della sua morte.
Per anni, dalla terza media alla fine del liceo, io ho dedicato qualche settimana ogni estate per cercare di catalogare tutto quel ben di dio, di cui una parte, per mere ragioni di spazio, andava in qualche modo smaltita. Non credo neppure di essere riuscita a catalogarli tutti e ho trovato veramente quasi ogni cosa, un testo sull'allevamento dei conigli in tedesco di inizio '800 (?) e un intero scaffale dedicato a sant'Agostino.
Avevo finito il quarto anno del liceo quando sono arrivata a intaccare la soffitta. In una cassetta ho trovato tre libri di una di quelle edizioni da allegato di periodico. Formato minuscolo, ma ottima carta. Tre libri che ho immediatamente deciso di leggere, diversissimi, ma che a modo loro hanno contribuito alla mia formazione. La linea d'ombra di Conrad, Il kamasutra e Finzioni di Borges.
Ora, che questi tre libri siano finiti in una stessa collana e che di quella collana, sicuramente più ricca, solo questi tre libri mio nonno abbia voluto conservare è già uno spunto degno di un racconto di Borges.
Letto in quel momento, Finzioni, è stato una sorta di ubriacatura intellettuale, inebriante e vertiginosa come solo come possono essere le esperienze adolescenziali.

Adesso, a distanza di tanti anni, dopo aver letto molto altro, è estremamente difficile parlare di questo libro. Forse, ci vuole l'incoscienza dei diciotto anni per leggerlo e amarlo.

Come ha detto un'altra lettrice, non è e non può essere un libro per tutti.
Finzioni è ciò che dichiara il suo titolo. Una raccolta di racconti che è un monumento al potere creatore della mente, un'esercizio mentale di labirinti intellettuali in cui perdersi fino a sentire con mano quanto impalpabile sia la consistenza di ciò che chiamiamo realtà.
Quasi ogni racconto parte da un'analisi critica di opere o personaggi inesistenti i cui contenuti sfidano la nostra idea di realtà.
Universi inesistenti che si impongono sul reale, romanzi che indagano l'essenza della divinità o sfidano la consequenzialità del tempo sono solo alcuni degli spunti da cui partono i racconti di Borges.
Il tutto si basa su un humus metaletterario e colto ricchissimo, che sfida il lettore a cogliere i riferimenti, tra critica letteraria e mistica medioevale.

C'è, nei racconti di Borges, un altissimo livello di autocompiacimento letterario, un mostrare e pavoneggiarsi della propria cultura, che dona anche al lettore il piacere di riconoscersi "all'altezza". C'è, tuttavia, anche qualcosa che va oltre questo.

Rileggendolo adesso, mi sono resa conto di essere forse troppo cinica e troppo attenta. Seguo maggiormente il gioco delle citazioni, l'aspetto metaletterario, rimango distaccata. Ma non mi arrischio più a perdermi in questi labirinti com'era accaduto a diciott'anni.
Allora quello che mi aveva colto era la sottile inquietudine di non distinguere più tra realtà, finzione e percezione. L'idea di una mente che non abbia più alcun vincolo, al punto di ipotizzare che la divinità incarnata sia Giuda e non Gesù. E che cosa può accadere se ci svincoliamo a tal punto dai nostri limiti autoimposti? Possiamo immaginare tutto, mettere in discussione persino la percezione del tempo. Ma se il tempo, insegnano i fisici, è in gran parte una questione di mera percezione e gli universi possono davvero essere infiniti, quante di queste finzioni non possono essere che tali?

E forse, in un qualche modo, viviamo davvero nella Lotteria di Babilonia, dove tutto è stabilito dal caso e non ci resta, per trovare un ordine, che costruirci un universo regolato e fittizio in testa. E fingere che sia vero.

lunedì 25 marzo 2019

Prima di Dracula – Letture


Non ho molta simpatia per il vampiro moderno. 
Ma da archeologa in disarmo, affascinata dal passato, vorace divoratrice di storie, ho invece un'enorme curiosità sul vampiro come elemento del folklore. Ho letto parecchio a proposito, ma un libro così approfondito e documentato come questo di Tommaso Braccini, uno che sulla carta d'identità alla voce "professione" invece che "professore universitario" potrebbe scrivere tranquillamente "cacciatore di non morti", non l'avevo mai trovato.

Si tratta di una vera e propria indagine sull'origine del mito del vampiro, con risultati, per me, che pure sull'argomento pensavo di sapere due o tre cose, del tutto inediti e sorprendenti.

Bullismo contro i non morti

Con il rigore scientifico che contraddistingue questo testo, si parte da cosa può definire un vampiro tale.
Non il nutrirsi di sangue, che pare essere stato l'ultimo elemento aggiunto in tempi moderni a una figura già definita. Quindi, a fare del vampiro un vampiro è l'essere un morto che non si decompone, che può andare in giro con il proprio corpo, pur risiedendo ufficialmente nella propria tomba.

Sulla base di questo, Braccini, va a caccia di miti antichi, ovviamente in Grecia, sia perché il vampiro come lo conosciamo noi è legato all'area balcanica, sia perché la Grecia ha una tale stratificazione di miti che ci si può trovare di tutto o quasi.
La Grecia non delude e regala non uno ma due miti di morti che lasciano con tutto il loro corpo la sepoltura. La vera sorpresa, però, è che sono tutto meno che temibili.
Il primo, intriso di quel razionalismo che solo nella Grecia classica si può trovare, ha quasi la forma di un racconto giallo.
Un giovane viene ospitato da due coniugi che hanno perso la figlia appena prima che questa si sposasse. Di notte, il giovane riceve la visita di una bellissima ragazza di cui subito si innamora e pertanto si scambiano dei gioiello come dono. Il giorno dopo, però, i due coniugi riconoscono nella camera dell'ospite un gioiello della figlia, che le avevano messo addosso per la sepoltura. Qui parte la trama gialla. Chi è la misteriosa ragazza? Appartiene a una banda di tombaroli? Che ne sarà stato della tomba di famiglia dei coniugi? I genitori, preoccupati, visitano immediatamente la tomba, trovano la figlia morta nella bara, tutto è tranquillo, ma accanto alla bara c'è il dono del loro ospite. Quindi la seconda sera si appostano vicino alla porta della camera. Sentono qualcuno entrare dalla finestra e, quando fanno irruzione, trovano la figlia, apparentemente viva, tra le braccia dell'ospite. La ragazza, però, si dispera. Voleva solo provare l'amore che la vita le aveva negato e, se fosse riuscita a farsi amare tre volte da un vivo, forse (il brano qui è lacunoso), sarebbe tornata in vita. Così come stanno le cose, però, può solo cadere stecchita di fronte ai genitori, senza che all'ospite accorra alcun danno per la sua frequentazione.

Il secondo racconto è ancora più triste. Il morto che torna è un calzolaio padre di famiglia che di notte fa rientro a casa per aggiustare le scarpe dei figli e tagliare la legna. Il paese è piccolo, però, la gente mormora che la fresca vedova si veda con un altro e quando si scopre che l'altro è invece proprio il marito morto, il paese insorge. Il povero calzolaio è preso e bruciato vivo...ops, non morto.

Insomma, all'inizio questi poveri ritornanti non sembravano affatto male intenzionati, anzi. Certo che a furia di prenderle da paesani isterici sarà passata anche a loro la voglia di sistemare i lavori domestici e avranno preso a togliersi sfizi più sanguinosi!

Vampiri, eretici e missionari creativi

Ma come è diventato il mite ritornante che vuole aggiustare le scarpe ai figli il vampiro che tutti conosciamo?

Ci sono più risposte. Una è che probabilmente il mito del vampiro nasce dal fatto che ogni tanto si apriva una tomba e si trovava un cadavere non decomposto. Questo accedeva più o meno ovunque nel mondo e quindi si hanno più o meno ovunque miti simili a quelli del vampiro. Il libro ne ripercorre un po' e devo dire che ho trovato particolarmente affascinanti i vampiri inglesi.

Rimanendo in area balcanica, e quindi sotto la chiesa ortodossa, la cosa, però si fa complicata e affascinante.

Giravano nel medioevo varie eresie che dicevano che il mondo in realtà l'ha creato il demonio e che quindi tutto ciò che ha a che fare con la corporeità è male. In Occidente i più famosi di questi eretici sono i Catari, che però sono stati sterminati e nulla ci rimane del loro folklore. In Oriente i parenti dei Catari sono i Bogomili.
Il discorso fatto dai Bogomili è semplici: se il mondo è del diavolo e il corpo umano è del diavolo, il diavolo può riappropriarsi letteralmente di un corpo dopo la morte, sopratutto se è quello di un peccatore. Può animarlo e andarci in giro. Peggio, un peccatore potrebbe volere proprio questo e fare un apposito patto perché questo accade.
Quindi i Bogomili pensano che alcuni corpi di peccatori possano rianimarsi. I bravi cattolici ortodossi, digiuni di teologia dualistica, sentono solo la voce che secondo gli eretici alcuni corpi possono rianimarsi, magari per patto con il diavolo. Quindi, per semplificazione, gli eretici dopo la morte si rianimano. Di più, se si trova un cadavere non ben decomposto, è sicuramente di eretico e pronto a saltare su. Per fare cosa? Vendicarsi dei torti subiti, fare male a casaccio, seminare pestilenze e cose simili.
La Chiesa Ortodossa come si pone di fronte a questa credenza diffusa? Beh, se un corpo incorrotto è un corpo di eretico, i parenti dovranno pagare apposite preghiere perché anche l'anima dell'eretico possa essere salvata. Insomma, è un'opportunità di guadagno.
La gente comune, però, capisce solo che anche la Chiesa Ortodossa avvalla l'idea che i corpi non decomposti siano malvagi e quindi, magari, in grado di nuocere. Quindi nel dubbio preferiscono smembrare e bruciare il corpo, spesso con l'aiuto del prete ortodosso di campagna, piuttosto che pagare preghiere di dubbia efficacia.
E la Chiesa Cattolica come reagisce? Mandando missionari che dicono in sostanza che è meglio convertirsi perché i morti cattolici non diventano mai vampiri!
Insomma, non c'è assolutamente nessuno che dica che i morti non escono dalle tombe, anzi, la discussione è solo come evitare di diventare vampiro e cosa fare quando se ne incontra uno.
Quindi dal medioevo fino addirittura gli anni '30 del '900 la bella, solare Grecia è di fatto la patria per eccellenza dei vampiri dove "non passa anno senza che ne venga ritrovato uno". Ci sono fior fior di resoconti di viaggiatori occidentali allibiti di fronte a quest'abitudine, in caso di qualsiasi cosa che non vada (epidemia, morti sospette, cattivi raccolti), di cercare nel cimitero un morto che sembra meno morto di altri per poi smembrarlo e dargli fuoco.

E dalla Grecia, questa Grecia, passano Byron e Polidori e il resto è letteratura...
Senza nulla togliere, ovviamente, alle altre tradizioni più o meno indipendenti sui morti inquieti che si mescolano, traferiscono tratti, facendo sì che il vampiro moderno risulti una sorta di gigantesco mostro agglutinante  che ha pescato caratteristiche qua e là tra le paura di mezzo mondo.

Il libro termina con una serie di "casi studio", cioè indagini sul vampirismo fatte in tempi più o meno moderne con metodi più o meno scientifici e lo studio di alcune sepolture anomale, come quella del famoso (almeno in un certo ambiente) Vampiro di Venezia.

Morale della favola: nel caso apriste delle tombe e trovate uno scheletro con un paletto nel cranio o il cranio staccato e i piedi spezzati probabilmente è un vampiro ma già ucciso in antico. Se invece avete a che fare con un vampiro vivo... ehm, morto e vegeto, seguite la saggezza dei greci: squartarlo e poi un bel rogo.

Il libro invece è assolutamente consigliato a chiunque sia affascianto dal folklore. Si tratta di un testo assolutamente scorrevole e comprensibile, mentre il ricco apparato di testi permette un approfondimento a chi cerca qualcosa di meno divulgativo.

lunedì 18 marzo 2019

Due cose che so (davvero) sui cambiamenti climatici


Dopo le manifestazioni di venerdì, dopo aver letto e ascoltato, prima incuriosita e poi sempre più basita alcune polemiche, sento di dover dire la mia.

In tempi non sospetti, siamo nel 2000, due volte alla settimana facevo una sorta di viaggio iniziatico. Entravo nella facoltà di Scienze Naturali dell'Università di Pisa, prendevo prima lo scalone insieme a decine se non centinaia di studenti, ma poi deviavo verso un corridoio secondario. Prendevo una scaletta stretta, attraversavo un corridoietto con sulle pareti teschi che prima erano di animali vari, poi di scimmie e poi decisamente umani, facevo un'altra scaletta e infine arrivavo al laboratorio di Ecologia Preistorica, insieme agli altri 5 coraggiosi studenti. Io e un giovane sardo eravamo gli unici a provenire da quello strano corso di multifacoltà che era Conservazione dei Beni Culturali, gli altri erano scienziati di Scienze Naturali e ogni tanto, ma abbastanza spesso, si univano strane figure straniere che prendevano un sacco di appunti.

Ecologia Preistorica, di cui credo ci fossero 5 cattedre sparse in tutto il mondo, è la disciplina che studia il cambiamento del clima e suoi effetti sugli ecosistemi nel tempo.
Le strane figure straniere erano climatologi che volevano creare modelli sul cambiamento climatico in atto partendo dagli unici dati possibili: i cambiamenti climatici del passato.

Alla luce di questo credo di sapere un paio di cosette interessanti, inquietanti e scienticamente corrette sul cambiamento climatico.

Riassumendo.

Cambiamento climatico per principianti

Il clima non è fisso è immutabile, le ere glaciali lo stanno a dimostrare, ha delle ciclicità che grossomodo durano 100000 anni e sono dovute, parrebbe, all'attività solare. Il riscaldamento globale in atto, però, non è causato dal sole. Non è causato da particolari attività vulcaniche, l'altro grande imputato, meteoriti non ne sono cadute. Resta sono l'uomo.

Un cambiamento climatico globale con effetti macroscopici sugli ecosistemi è dovuto a un cambiamento minimo delle temperature medie. 5 gradi in media di più o di meno sono più che sufficienti a determinare un'era glaciale o un riscaldamento globale.
Quindi quando si parla di un grado o due in più di media, no, non è poco.

La grossa differenza non la fanno gli inverni ma le estati. In particolare il ghiaccio che si accumula o si scioglie durante l'estate. Quindi "guarda che freddo ha fatto quest'inverno, riscaldamento globale un corno" non ha alcun senso. L'unica domanda utile è: i ghiacciai perenni sono più grossi o più piccoli?

Che cosa ci aspetta?

I modelli realizzati sui cambiamenti climatici del passato ci dicono alcune cose inquietanti:

Quando il clima si fa più freddo, il cambiamento è più graduale e senza fenomeni climatici estremi, invece verso il caldo il cambiamento è repentino, con effetti traumatici per gli ecosistemi.

Il ghiaccio si scioglie e il mare si alza. Prima piano piano e poi di botto. Nell'ultimo grande riscaldamento globale, la fine dell'era glaciale, a un certo punto il mare si è alzato di 100 metri in 100 anni. Questo vuol dire letteralmente veder sparire intere pianure. Il Mar Nero era una pianura abitata. A un certo punto il Mediterraneo è tracimato oltre i Dardanelli, allagandolo di botto. Questo evento traumatico probabilmente noi lo chiamiamo "Diluvio universale", nel senso che i miti sul diluvio universale, più o meno diffusi ovunque probabilmente raccontano proprio questo terribile innalzamento del livello marino.
Sempre intorno al 2000 alcuni scienziati per sensibilizzare l'opinione pubblica mandarono in onda un finto spot di una immobiliare che proponeva dei palazzi chiamati "Mare Domani" posti mi pare nell'entroterra romagnolo. La pubblicità diceva che erano un ottimo investimento, perché nel 2030 sarebbero stati proprio in riva al mare.
Non so voi, ma io una cosa del genere non ci tengo a viverla.
Vi ricordo che per un Noè che si è salvato c'è un sacco di gente che non ce l'ha fatta.
Voi come siete messi con la preparazione dell'arca?

Quando tanta acqua proveniente dallo scioglimento dei ghiacciai arriva in mare, è acqua fredda. E questo va a incasinare le correnti oceaniche. Tutti alle medie, spero, abbiamo studiato gli effetti benefici sul clima europeo della Corrente del Golfo. Vogliamo toglierli?
Ora, questo è già accaduto circa 10000 anni fa, ma i nostri antenati non ci hanno lasciato grandi documenti scritti per capire come abbia influito sulla loro vita (certo, sappiamo che gran parte degli animali di cui si nutrivano si sono estinti e loro hanno dovuto rassegnarsi a zappare la terra...).
Però sappiamo dalle indagini sui pollini che nel bel mezzo del riscaldamento globale, mentre il mare si alzava, fiorivano in centro Europa ogni tanto delle piante artiche. Vuol dire che globalmente faceva più caldo, ma che qui c'erano dei periodi davvero molto freddi. Presumibilmente ciò era dovuto all'incasinarsi delle correnti oceaniche.
Voi le serre ce le avete pronte?

Ma io questa cosa non la vedo! Ce ne preoccupiamo solo per gli orsi bianchi?

Non la vedete? Io sì. Nel senso che ascolto quello che dicono gli agricoltori della mia zona, il Piemonte. La risicultura è in crisi perché abbiamo dei periodi di siccità inaudita che mette a rischio l'allagamento delle risaie. L'industria del vino è in crisi perché le viti di nebbiolo (quello del Barolo) iniziano a risentire dei cambiamenti. Le vendemmie sono più scarse e la qualità del vino minore.
Sono piccoli segnali di un cambiamento in atto. Ricordo che all'inizio il cambiamento sembra minimo e poi si fa inarrestabile.
Pensate davvero all'impatto che ha il fatto che le colture tradizionali di una zona nel giro di pochi potrebbero non essere più adatte per quel posto...

E gli orsi bianchi... Gli orsi bianchi, poverini, sono un passo davanti a noi. Nel senso che ne sono già morti davvero tanti. Quelli che non sono morti sono nati già in un periodo di magra. Alcuni hanno reimparato a cacciare sulla terra ferma. Hanno incontrato le altre popolazioni di orsi, scoprendo di essere ancora interfertili e sta spuntando "l'orso grigino", una sorta di specie ibrida nata da questi incontri. Insomma, gli orsi, globalmente e come specie ce la faranno.
Ma io ho esordito con "ne sono già morti davvero tanti".
Anche l'umanità globalmente e come specie penso ce la possa fare. Ma con quante perdite?

Ma l'impatto di ciò che posso fare io è minimo!

Insomma. Nel senso, ci sono cose che se le fa una persona sola tanto vale, ma se le facciamo tutti le cose cambiano.

Le mucche (anche i maiali e tutti gli animali a basso tasso di riproduzione) inquinano e bevono tanto. Questo è un fatto. Ridurre se non eliminare il consumo di carne o di certe carni un impatto globale ce l'ha.
A me personalmente la bistecca piace e trovo che la carne abbia un valore anche culturale. Però preferisco consumarne decisamente meno, proveniente da allevamenti sensati e controllati, perché comunque l'arca non la so costruire.

Le auto inquinano. Gli aerei inquinano. Preferire mezzi di trasporto a minor impatto ambientale avrebbe un effetto sia locale (il Nord Italia è tra le aree con l'aria peggiore dell'Europa) che globale. Questo non vuol dire girare tutti in bicicletta, se non è possibile, ma preferire i motori meno inquinanti, cercare di far viaggiare meno auto quando possibile, preferire, quando possibile il treno all'aereo.

I rifiuti bene non fanno, la plastica in particolar modo, quindi ridurre la produzione di rifiuti ha un effetto benefico locale.

Queste tre cose le possono fare tutti e, se le fanno tutti, c'è davvero un effetto sia locale che globale. Basta, non basta? Di certo aiuta. Su una sfida che si gioca sul mezzo grado globale io direi che tutto ciò che si può fare va fatto.

Ma tanto i giovani sono stati manipolati, volevano solo saltare la scuola...

Può essere.
Abbiamo appena finito di lamentarci dei trapper che inneggiano alla droga e dobbiamo iniziare a lamentarci di chi inneggia a inquinare meno?

Questi giovani attivisti smuoveranno degli interessi? Certo, come i giovani cantanti, i giovani attori, i giovani olimpionici, insomma, tutti coloro che si trovano alla ribalta molto giovani.
Quindi, o mettiamo il limite dei 18 anni per qualsiasi cosa, sport e cinema inclusi, o accettiamo il fatto che a 15, 16 anni (età a cui non troppo tempo fa ci si sposava e si andava in guerra) uno possa dire la sua. Ovviamente si muoveranno anche degli interessi. Ma tra un giovane trapper che inneggia alla droga e un giovane attivista che promuove uno stile di vita più compatibile con la nostra sopravvivenza io non ho dubbi su chi scegliere.

Ho seguito molto poco il fenomeno Greta perché dall'alto della mia spocchia non ritenevo di aver bisogno di essere sensibilizzata ulteriormente. Farei comunque notare che la ragazza ha 16 anni e non 6 e che ci sono in attività e ci sono stati fior fior di scienziati con sindromi dello spettro autistico.
È triste che ci sia bisogno di un simbolo, eccolo tutto.


In ogni caso l'unica domanda utile è:
cosa stiamo facendo in merito a riscaldamento globale? A che punto siete con la costruzione dell'arca?

lunedì 11 marzo 2019

Ultime considerazione sullo scrivere sceneggiature per fumetti


Ho ufficialmente terminato il mio primo tentativo di scrivere una sceneggiatura per fumetti.
Ho anche cercato di contattare qualcuno nell'ambiente per capire cosa ne potessi fare, ma la risposta non è stata molto confortante. Si tratta di un mondo piuttosto chiuso, in cui ci si tende a fidare di nomi già noti o di persone che abbiano fatto determinati percorsi, proprio perché è una scrittura molto tecnica. Ho provato comunque a spendere quel poco che avevo da spendere in termini di curriculum per cercare di far arrivare a qualcuno il mio plico. Speriamo in bene.

Continua a pensare che ci siano storie che si prestano per la narrativa e altre che necessitano di altri mezzi e non c'è veramente modo in cui questa storia in particolare possa convincermi se trasformata in un racconto o in un romanzo. 

Cercando di trasformare quella che era una pura idea in qualcosa di comprensibile dall'esterno e dotato di un minimo di professionalità, mi sono imbattuta in alcuni problemi solo in parte previsti e prevedibili, che volevo condividere qua.

La dittatura delle tavole
Avete in mente lo sconforto che si prova nel preparare un testo per un concorso che prevede un numero minimo e un numero massimo di battute? Ci si sente vincolati, si morde il freno, perché la nostra storia no, non merita di sottostare ad alcun vincolo.
Ecco, bazzecole.
I fumetti hanno per lo più formati standard. Hanno un numero preciso di tavole. Non da un minimo di a un massimo di... Proprio un numero preciso e poi stop.
È preferibile che alcuni snodi avvengano all'incirca alla tavola numero qualcosa (in un formato bonelliano, ad esempio, la prima parte termina intorno a tavola 14), ma la fine è inderogabile.
Certo, ci sono poi prodotti più autoriali che non sottostanno a queste regole ferree, ma se sei, come me, una signora nessuno che si propone con una nuda sceneggiatura, forse è meglio dimostrare di saper stare in uno schema.
Ci so stare in uno schema?
Con una fatica immane.
Dopo questa esperienza prometto solennemente di non lamentarmi mai più per un vincolo di battute. Che per quanto stretto non sarà mai come il dover tassativamente uccidere un personaggio a tavola 48 e concludere il tutto a tavola 94, costi quel che costi.

Ma quanto lo devi conoscere un personaggio da fumetto?
Un personaggio da fumetto è, di solito, sinonimo di personaggio dalla psicologia basica, di carta velina.
Può essere. 
Può darsi, anzi, per certi versi è inevitabile che la psicologia di un personaggio da fumetto sia creata per semplificazione, riassumibile in poche righe.
Uno dei miei personaggi è "uno schiavo fuggiasco che nasconde il suo passato e desidera la verità e la libertà per la sua gente". 
Ma quanto è alto questo personaggio? Com'è pettinato? Com'è vestito? Che segni di riconoscimento ha?
In narrativa ci basta sapere se è alto o basso, possiamo concentrarci su alcuni particolari distintivi, lo sguardo, un oggetto che ha sempre con sé, ma magari non è sempre indispensabile sapere il modello di scarpe che indossa.
In un fumetto il disegnatore deve sapere esattamente chi è più alto di chi e di quanto. Non possiamo avere due personaggi più o meno della stessa corporatura con la stessa pettinatura, perché rischiamo di confonderli. L'abbigliamento deve essere definito nel dettaglio. Tendenzialmente un personaggio si veste sempre allo stesso modo e l'abito "fa il monaco", nel senso che ne diventa un tratto distintivo.
E se invece è indispensabile che cambi d'abito? Uno dei miei personaggi cambia spesso d'abito nella storia ed è importante che lo faccia. Dato che l'ambientazione è una sorta di 1890 alternativo, sono diventata un'esperta di moda dell'epoca, per fornire alla mia eroina un guardaroba adeguato e in linea col suo carattere. Ho passato un'intera serata alla ricerca di una vestaglia adatta...
Tutto questo, per altro, nella sceneggiatura non c'è. I personaggi, tutti quanti, vanno descritti a parte e alla fine si ha la sensazione che la sceneggiatura vera e propria sia solo la punta dell'iceberg del lavoro di scrittura su un fumetto.

Sinossi vs Soggetto
Chiunque si provi a fare lo scribacchino si è scontrato con le sinossi, quella cosa maledetta a metà tra il rissuntone e la presentazione con cui, spesso, ci giochiamo l'attenzione di un editore.
Nel fumetto la stessa cosa, più o meno, si chiama soggetto.
Pone all'incirca gli stessi problemi, cioè, come fare a dare, nel minor spazio possibile, tutte le svolte di trama, essere comprensibile e anche un poco affascinante?
Devo dire che di tutte le fasi del lavoro, forse il soggetto è quello che mi ha dato meno problemi. Non so se, dopo le difficoltà della sceneggiatura e la mole immane di schede personaggi e note all'ambientazione (tutte da riassumere e rendere chiare), alla fine questo era solo l'ultimo scoglio. Non se è perché, tutto sommato, dopo aver fatto sinossi di romanzi di duecento pagine, fare un soggetto su un fumetto di 94 tavole alla fine non poteva essere più complicato. Fatto sta che è stata la cosa su cui mi sono sentita più sicura.
La difficoltà è stata più che altro descrivere le immagini, così chiare nella mia testa, in pochissime parole per cercare di dare l'idea di quello che (sempre nella mia testa) è il forte impatto visivo della vicenda.

La forza delle parole
Io non so disegnare. Per quanto la mia immaginazione sia prettamente visiva, la mano non vuole collaborare. Anche gli omini stilizzati che ogni tanto scarabocchio alla lavagna per semplificare alcune spiegazioni mi vengono malissimo.
Nella mia ingenuità avevo pensato di corredare il mio materiale di fotografie e immagini trovate in rete, almeno per dare un'idea di massima (la famosa vestaglia ad esempio). Peccato che abbia scoperto che le mie possibilità di farmi leggere dalla persona che anni ha tenuto il corso di sceneggiatura a cui ho partecipato sono quasi nulle e legate unicamente all'invio cartaceo. Non ho una stampante a colori e, allo stato delle mie possibilità, aggiungere le immagini sarebbe stato solo un gran spreco di carta e inchiostro.
Quindi tutto il mio lavoro alla fine è stato un tentativo di tradurre delle immagini in parole perché possano essere di nuovo convertite a immagini. 
Si è trattato di un esercizio di chiarezza come pochi altri.
Un racconto, un romanzo, devono affascinare. Qui bisogna avere la precisione chirurgica di trovare esattamente il giusto nome a ogni cosa, perché altri si possano figurare la stessa cosa che ho in mente io.
Vada come vada, di questo, spero, farò tesoro.
Le parole sono pennelli con cui possiamo dipingere mondi interi.

giovedì 7 marzo 2019

8 marzo


Sono giorni che rimando questo post.
Quest'anno la festa della donna non può essere sono una mimosa e una caramella, ops, un cioccolatino. 
Vorrei scrivere di mamme, adottive ma non solo, tacitate dopo che si sono lamentate di minacce di morte ai figli, o di manifesti che additano come un "nemico" l'autodeterminazione delle donne, ma già altri lo hanno fatto meglio di me.
Io invento storie. Store che possono essere ambientate nel passato, altrove, ma che sono sempre specchio del mio presente.

In queste settimane ho provato a scrivere una sceneggiatura per fumetto. Non so se potrà mai vedere la luce. Ve ne lascio comunque un assaggio, perché il mio personaggio sa esprimere meglio di me le mie paure di oggi.

Giusto per rendervi comprensibile la vicenda, eccovi le premesse. Hanno sparato a un amico della protagonista, che è morto tra le sue braccia, presumibilmente perché aveva scoperto qualcosa. Ma lei è una donna, il suo fidanzato uno straniero e questo è ciò che accade.

Tavola 51
1/2) ricordo. Totale, inquadratura dall’alto. In una stanzetta spoglia, un poliziotto di mezz’età, robusto, con folti baffi neri, è seduto a un tavolo di legno. Sta interrogando Victoria, seduta dall’altra parte. La posa di Victoria è quella seria e composta che avrebbe un militare nelle stesse circostanze e contrasta con l’abito che indossa. Ha una mano posata sul tavolo. Scostato dal poliziotto con i baffi c'è un altro, più giovane, molto magro, sta trascrivendo a mano l’interrogatorio.
POLIZIOTTO CON I BAFFI: «Ricapitoliamo. Lei ha frequentato casa Morozov, la signora le ha insegnato a suonare il piano. Conosceva il tenente Jamenson, eravate amici. Ha avuto una relazione con lui?»
VICTORIA: «Eravamo legati da stima reciproca».

3) Ricordo. Controcampo. Si vedono il retro della testa del poliziotto con i baffi e il viso di Victoria. Lei è chiaramente preoccupata, ma sta guardando l’interlocutore negli occhi. La posa è sempre rigida e militare.
POLIZIOTTO CON I BAFFI: «La vostra è stata una relazione sessuale?»
VICTORIA: «Hanno sparato a Chris alla schiena, mentre veniva a casa nostra. Non vedo come la natura dei nostri rapporti possa aver influito».

4) Ricordo. Controcampo. Testa di Victoria ripresa da dietro, si vede il viso irritato del poliziotto.
POLIZIOTTO CON I BAFFI: «Un giovane straniero ha una relazione con una ragazza corteggiata da un ufficiale delle Ali Nere. Forse voleva liberarsi di uno scomodo avversario…»

5) Ricordo. Di nuovo controcampo. Mezza figura. Ora la preoccupazione è aumentata sul viso di Victoria. Ha la fronte aggrottata. La mano posata sul tavolo è stretta a pugno.
POLIZIOTTO CON I BAFFI: «Oppure entrambi avete collaborato per togliere di mezzo un corteggiatore invadente. Da una ragazza innocente mi aspetto che sia terrorizzata»
VICTORIA: «Mi creda, il fatto che sia lei a indagare sulla morte di Chris mi terrorizza». 

6) Esterno, Mezza figura. Victoria ancora appoggiata al lampione, Ardal accanto a lei.
VICTORIA: «Qualsiasi cosa dicessi, ero una donna. Qualcosa con cui ci si può rapportare solo in quanto corpo, da conquistare o possedere».

lunedì 25 febbraio 2019

Non esaustiva storia della donna guerriera in letteratura

Fin dall'inizio del mio rapporto con la lettura o, meglio, del mio rapporto con la narrazione, ho subito il fascino delle donne guerriere. Bimba avventurosa, inevitabilmente mi riconoscevo con chi sceglieva la spada, piuttosto che con chi sveniva per amore. 
Non sono certo l'unica, dal momento che la donna guerriera è presente nelle narrazioni fin dall'alba della letteratura, anzi, è un classico che riscuote successo da millenni e  mi è venuto il desiderio di osservarne l'evoluzione (o la non evoluzione) nel tempo.
Si parte

Atalanta
L'antica Grecia, terra di rara misoginia, ci ha regalato dei personaggi femminili di intramontabile fascino.
Non mancano, ovviamente, le donne guerriere, prime tra tutte le Amazzoni. Le amazzoni formano, però, una sorta di "contro società" da cui gli uomini sono esclusi e le donne tutte addestrate alla guerra. Le amazzoni, quindi, sono "la norma a casa propria".
Atalanta, invece è la capostipite di tutte le donne guerriere. Abbandonata dal padre che voleva un maschietto, è stata salvata da Artemide, che ne ha fatto una guerriera.
Atalanta partecipa alla spedizione degli argonauti e si distingue in praticamente qualsiasi impresa si cimenti. Al contrario delle eroine che verranno dopo, non si nega qualche avventuretta qua e là, ricavandone, pare, anche un figlioletto. 
Alla fine, il padre non può che riaccoglierla in famiglia, ma questo punto alla donna tocca maritarsi. Se l'amore in sé non è stata la sua rovina, il matrimonio lo è, ma non nel senso che potremmo pensare. Lo sposo è infatti profondamente innamorato di lei e viene ricambiato con una passione travolgente. Così travolgente che i due si concedono all'amore nel tempio di Cibele, dea vendicativa che li trasforma in leoni (maschi, perché pare che al tempo i greci considerassero leoni e leonesse due specie differenti).
È lei la capostipite di una schiera di donne guerriere, quasi tutte imbattibili solo fino a che non riscoprono la propria femminilità e l'amore, che le porta alla rovina, anche se in realtà la bella Atalanta non ha mai negato la propria femminilità. Si è solo fatta trascinare dalla passione e per questo gli antichi dei greci non hanno pietà.

Camilla
Come Atalanta era protetta da Artemide, la Camilla dell'Eneide, altrettanto abbandonata, è protetta da Diana. Vive con altre donne nei boschi, vestita di pelli di animali. Turno, nel cercare alleati contro Enea, le arruola tra le sue fila, ma evidentemente dimentica di fornire loro equipaggiamento. Camilla, infatti, si distrae ad ammirare la stoffa degli abiti di un nemico ucciso e questo le è fatale. Colpita da una freccia, muore tra le braccia della più fedele delle sue donne. 
Non è l'amore, quindi, a rovinare a Camilla, quanto la curiosità per qualcosa a cui, lei, abituata alle pelli di animali, non era adusa. Con qualche rotolo di stoffa in dono, insomma, Turno avrebbe salvato l'alleata e magari vinto la guerra...

Bradamante
Storia diversa è quella della Bradamante dell'Orlando Furioso di Ariosto, personaggio presente, in realtà, anche nell'Orlando Innamorato. Innanzi tutto non sono noti particolari drammi famigliari. Pare abbia una madre che la aspetta a casa ed è un membro riconosciuto della famiglia. Nessun particolare dramma neppure nella carriera come paladina di Carlo Magno, ruolo che ricopre con riconosciuto successo. Neppure l'amore è l'anticamera di un destino funesto, dal momento che da suo figlio si originerà la casa d'Este. Insomma, in mezzo a tante storie tragiche, Bradamante è la dimostrazione che essere donna e guerriera si può.

Clorinda
Tasso è più tragico di Ariosto in tutto, figuriamoci se non lo è con la propria donna guerriera!
Clorinda, la vergine combattente de la Gerusalemme Liberata, ha una storia famigliare quanto meno travagliata. Figlia dei sovrani d'Etiopia è però bionda e di pelle chiara. La madre (chissà perché) si convince che il marito non l'avrebbe presa bene e la sostituisce con un più appropriato neonato di colore. La affida al servo eunuco che si dimentica di fare l'unica cosa che la regina gli aveva chiesto, cioè battezzare la bambina. Seguono una serie di presagi funesti e problemi d'identità. Mi devo essere persa qualche passaggio, ma alla fine la figlia di sovrani cristiani, cresciuta da un ex schiavo eunuco, si trova ad essere una combattente nell'esercito mussulmano che protegge Gerusalemme dai cristiani. Qui Clorinda subisce il tipico mobbing che colpisce le donne in carriera e, a parità di abilità, non ottiene il posto che sente di meritare e tenta un'azione notturna in solitaria. Tancredi, guerriero cristiano innamorato di lei, non la riconosce e la ferisce a morte. Prima della dipartita, tuttavia, Clorinda riesce a farsi battezzare. La storia di Clorinda è tragica dall'inizio alla fine e non c'è mai stata per lei alcuna speranza di lieto fine.

Capitan Tempesta
Saltiamo al 1905 per trovare, dalla penna di E. Salgari, Eleonora, duchessa d'Eboli, erede letteraria diretta di Bradamante. Siamo nel XVI secolo, Eleonora è stata addestrata al combattimento dal padre, che non ci trovava nulla di male. Quando il suo fidanzato viene fatto prigioniero dei turchi a Cipro lei si travesta da uomo per andarlo a salvare.
Storia anomala per la trama quanto per la protagonista, la vicenda inizia praticamente dove le altre finiscono. Nel giro di pochi capitoli Eleonora, considerata da tutti un uomo di estremo valore, viene ferita e la sua identità rivelata a un certo numero di personaggi. Questi per la maggior parte non fanno una piega e, preso atto che sono rimasti in pochissimi europei in una Cipro ormai in mano turca, che in qualche modo devono portare a casa la pelle e che Eleonora sembra avere le idee migliori sul come, ne accettano la leadership senza battere ciglio.  Si salveranno quasi tutti, meno il famoso fidanzato. C'è da dire, però, che Eleonora ha fatto innamorare di sé un principe siriano che ci mette poco a decidere di lasciare tutto, titolo e religione compresa, per andare a vivere da lei.
Il romanzo ha anche un seguito, Il leone di Damasco (che non ho letto e risulta introvabile), in cui apprendiamo che Eleonora e il suo bello hanno messo su famiglia, ma non appeso la spada al chiodo e, in caso di necessità, lei è sempre in grado di tornare a combattere per salvare la pelle ai suoi cari. Un caso più unico che raro in cui vocazione guerriera e famiglia riescono a conciliarsi.

Non mi sono noti esempi italiani più recenti di donne guerriere, anche se l'archetipo continua a vivere nel nostro immaginario. Tutte le persone della mia generazione conoscono ovviamente Lady Oscar, che risulta parente di Clorinda, una figura tragica destinata a morire nel momento stesso in cui accetta la propria femminilità. 
Una piccola curiosità. Da tempo sospettavo che la figura di Lady Oscar non fosse poi così folle a livello storico. Questo perché sapevo che il governo rivoluzionario francese si era premurato di vietare la carriera militare alle donne, regola che doveva pur essere stata promulgata sulla base di un qualche precedente. Scrivendo questo post ho scoperta che negli stessi anni (appena dopo in realtà) nell'esercito russo una donna è diventata ufficiale di cavalleria. Pluridecorata, ne è uscita vivissima e ha scritto anche un libro di memorie.

Rimanendo in ambito prettamente letterario, ho scelto queste cinque figure in quanto figlie della letteratura italiana, ad eccezione di Atalanta, che è comunque la capostipite di tutte le altre. 
Mi ha colpito il fatto che 3 su 5 muoiono tragicamente, anche se nessuna è effettivamente tradita dal fatto di essere donna. Virgilio prova a dirci che Camilla è distratta dal gusto femminile per le belle stoffe, ma mi sembra un po' un arrampicarsi sugli specchi. Atalanta viene punita per la propria lussuria insieme al marito e il suo passato guerriero ha poco a che fare con questo destino, mentre Clorinda è vittima di un tragico equivoco. Tutte e tre le decedute, però, hanno avuto infanzie tragiche, come a dire che la donna guerriera se la può cavare benissimo, purché cresciuta in un ambiente non disfunzionale (come tutti, insomma)!

L'archetipo della donna guerriera rimane vivissimo nella narrativa fantasy, che ce ne regala di splendide, dalla Eowyn de Il signore degli anelli fino alla Brienne di Tarth de Il trono di spade. Non ho fatto una ricerca approfondita in merito, ma mi sembra che la sopravvivenza media delle donne guerriere nel fantasy moderno sia superiore a quelle della letteratura del passato.

Mi manca invece, un racconto sulle donne guerriere di oggi. Mi viene segnalato un film documentario sulle combattenti curde e poco altro, quando forse, invece, ci sarebbe parecchio da dire su una carriera, quella militare, oggi possibile, ma di certo non facile per le donne.

Voi cosa ne pensate di questi personaggi?


lunedì 18 febbraio 2019

L'abbazia di Northanger – Piovono libri


Dopo una serie di disavventure librarie (libro perso nei meandri della casa o libro che proprio non si è voluto far leggere), sono tornata a frequentare il gruppo di lettura.
Non potevo mancare, dato che il libro l'avevo proposto io ormai tre anni fa.

Si tratta di una delle opere meno note di Jane Austen, edito postumo.
La caratteristica che lo differenzia dalle altre opere dell'autrice è che si tratta di una parodia dei romanzi gotici e sentimentali per cui allora stravedevano le ragazzine. La protagonista, l'ingenua Catherine, legge solo questo genere di romanzi, li cita di continuo, ragiona sulle sue esperienze solo in relazione alle vicende delle sue eroine e, in fin dei conti, si crede immersa in una storia simile.
Questa evidente vena parodistica, che non ha come uniche vittime quei romanzetti, ma anche il mondo dell'editoria e, perché no, la Austen stessa, rende ancora più chiaro il meccanismo alla base del suo romanzo.

Sotto le (deliziose) storie d'amore, i romanzi della Austen sono anche ciniche analisi del funzionamento della società dell'epoca. Le ragazze devono frequentare balli e luoghi di villeggiatura come Bath al fine di essere notate da aspiranti mariti e sembrano girare con il cartellino del prezzo attaccato, poiché vengono giudicate principalmente in base alla loro dote. Se non possono recarsi in questi luoghi insieme alla famiglia, qualcun altro provvederà a portarle, come si porta una merce al mercato. Allo stesso modo i genitori indirizzano i figli machi verso i partiti migliori (sia mai che si facciano incantare da un bello sguardo e perdano di vista la dote...), in un pratico sistema di compravendita. In questo romanzo, punteggiato, più di altri, dai commenti dell'autrice, che arrivano dove la perspicacia della protagonista non può giungere, l'aspetto di analisi dei meccanismi sociali è per certi versi più evidente e lo sguardo su di esso più venato d'amarezza.

Spesso le eroine di Jane Austen, perfettamente consapevoli di come gira il mondo, riescono non a scardinare il sistema, ma a sfruttarne gli stessi meccanismi per raggiungere i loro scopi attraverso l'intelligenza e il buon senso. Catherine, povera cara, è una ragazza di cuore, ma del tutto priva di acume, con una testolina nutrita solo a romanzetti gotici e affidata a una coppia benintenzionata quanto superficiale. 
Mi ha ricordato moltissimo alcune mie alunne (senza riferimento ad alunne attuali), nutrite solo a reality, convinte che quanto vedono sullo schermo sia il metro con cui devono giudicare la realtà. Perché quello che colpisce è questo, c'è molto, in questo romanzo che rimane valido ancora oggi. Il giovanotto che non fa che vantarsi del proprio calesse è tale e quale a tanti giovani interessati solo al modello di cellulare o di moto o di suv posseduto. E, di tanto in tanto, l'ironia dell'autrice sfocia in qualcosa di più amaro, come quando afferma che le donne, per avere successo, devono apparire sciocche e ignoranti.

Rimane comunque quella sorta di apertura a una felicità possibile che è propria delle Austen. Catherine è osservata con benevolenza nelle sue peripezie e se le persone non cambieranno mai del tutto, ma possono migliorare, aprire gli occhi, capire qualcosa del mondo senza esserne incattivite.

Al gruppo di lettura pascolano, tra gatti e (ottimi) sorbetti, lettori molto più raffinati di me. Così ho scoperto, tra le altre cose, che tutti i riferimenti ai romanzi gotici presenti sono stati ritenuti a lungo frutto della fantasia dell'autrice poiché di quelle opere si era persa traccia. Si è poi scoperto che no, si tratta di romanzi reali, alcuni di sicuro presenti in casa Austen e sono stati recuperati e ri editi come i "gotici austeniani". Questo, suppongo, significa che le opere lette e stra lette dalle ragazzine come Catherine finiscono rapidamente dimenticate, le Abbazie di Northanger, anche se non baciate da particolare fortuna all'uscita, sopravvivono ai secoli. Immagino sia valido allora come oggi.
Sono, in effetti, particolarmente interessanti tutti i riferimenti al mondo dell'editoria, così simile al nostro. Un mondo interessato solo a ciò che vende, nella fattispecie, quindi, romanzetti gotici, in cui un romanzo di valore può essere opzionato da un editore e mai edito e mai pagato. Vi ricorda qualcosa?

In conclusione l'Abbazia di Northanger  è un romanzo piacevole e intelligente e che, tuttavia, potrebbe deludere chi associa il nome di Jane Austen solo a romantiche storie d'amore. Questa è una garbata e divertita parodia, che gioca con affetto con una protagonista che vorrebbe essere l'eroina che non sarà mai, ma anche con le velleità autoriali dell'autrice. Infine, più che in altri romanzi, è evidente l'opera di analisi e scomposizione dei meccanismi della società patriarcale del tempo, vivisezionata dall'acuto sguardo di una donna.
Consigliatissimo, dunque, sia a chi della Austen ha già letto le opere più famose, sia a chi associa il nome solo a storie romantiche a cui non si avvicinerebbe mai.
"Stupidi umani, che avete bisogno di specchiarmi nei libri
per guardare il mondo, smettetela con le chiacchiere
e onoratemi come merito!"

lunedì 11 febbraio 2019

Portare gli alunni all'Inferno


Ogni volta che mi capita di avere una seconda media finisco per perdere di vista la mole enorme del programma di letteratura per "impantanarmi" nella Divina Commedia.
Ok, quest'anno mi sono fatta un po' prendere la mano. Complice un'insegnante di sostegno e una classe oggettivamente più creativa e volenterosa della media abbiamo letteralmente trasformato una parte dell'aula nell'inferno. Non so neppure io come ci siamo trovati con questo enorme cartellone che mostra i gironi illustrati, con tanto di Virgilio e Dante staccabili da spostare su e giù al momento della spiegazione (peccato che poi non ci hanno dato la scala per raggiungere la parte alta dell'Inferno).
Non ho ancora, come prof, tutta questa lunghissima esperienza da poter dire che quanto sto per raccontare accada sempre, ma per come ho vissuto io la cosa, ciò che succede è più o meno questo:
"Ragazzi, adesso iniziato la Divina Commedia!"
"No, prof, pietà, cosa abbiamo fatto di male?!"
Mesi dopo.
"Ok, adesso abbiamo finito la Divina Commedia!"
"Ma come, prof, di già? Non facciamo altri pezzi?"
E io, ogni volta, ringrazio il cielo per l'immensa fortuna di essere nata nel paese di Dante che ci ha regalato un'opera dalle infinite chiavi di lettura, capacissima di incantare a qualsiasi età la si legga.

Se devo essere sincera, però, non posso dare torto ai ragazzi che vivono nel terrore della Divina Commedia. Sembra che ci sia tutto un movimento interno alla scuola, con la complicità dei libri di testo, che alimenta il loro terrore.
La Divina Commedia è difficile.
Basta aprire un medio libro di testo per aver paura di Dante. C'è sempre, in qualsiasi libro di letteratura, un tot di testo tra il nome dell'autore e il primo brano presentato. Che lo si voglia o no, diventa una sorta di barriera che ci separa dal testo. Più è lungo e più abbiamo l'impressione che il testo che andremo a leggere sia complicato. Più la spiegazione è lunga in relazione al testo e più abbiamo l'idea che il testo che andremo a leggere sia difficilissimo.
Ora, la Divina Commedia è oggettivamente difficile e un'introduzione è necessaria, ma vedere venti pagine al posto dell'abituale mezza è terrorizzante. Dà l'impressione di accostarsi a qualcosa che non è alla nostra portata. E in effetti sembra che i libri di testo la pensino così. Spiegoni su spiegoni per brani di canti sempre più brevi da edizione a edizione.
Siamo tutti d'accordo che in seconda media non si possa leggere tutto l'Inferno, magari neppure un canto completo, ma vogliamo andarci in questa Selva Oscura? Vogliamo conoscerlo Caronte? E Paolo e Francesca? La selva dei suicidi? Ulisse? Libri di testo che sulla guida del docente dichiarano di non aver inserito Paolo e Francesca perché "troppo difficile" mi sembrano insultare l'intelligenza dei nostri alunni.


Perché, davvero, è così difficile? I pre requisiti dovrebbero averli. Sapere cos'è un poema, quindi cos'è un canto, cos'è un endecasillabo, riconoscere uno schema metrico. Il medioevo dovrebbe essere stato studiato e acquisito. La parte davvero complicata è far capire i fondamentali teologici indispensabili a chi viene da una religione diversa, ma questo può aprire la porta a interessanti confronti.
Trovo molto triste l'idea che qualcuno studi la Divina Commedia senza leggerla, senza assaggiarne neppure un pezzettino.
Io odio, odio con tutta me stessa, i libri di testo che presentano la Divina Commedia con la parafrasi a lato. Primo perché spesso questa parafrasi è sbagliata (quest'anno continuo a imbattermi in parafrasi sbagliate, in quasi tutte le nuove edizioni scolastiche e non solo, mi è pure venuto il dubbio che a sbagliare fossimo io e tutti i miei prof precedenti, ma no, porca paletta, sono proprio sbagliate), secondo perché in questo caso nove studenti su dieci non leggeranno mai il testo originale.
E invece dobbiamo andarci in questa Selva Oscura, a guardare le fiere negli occhi, per perderci insieme a Dante.
La prima lezione è il terrore assoluto. Che lingua parla questo?
La seconda lezione è terrore parziale. Questa cosa necessita attenzione, che fatica!
La terza lezione è cauto ottimismo. Posso provare a fare la parafrasi, prof?
La quarta lezione (e siamo a Caronte) è: va beh, prof, ma si capisce!

Caronte è il punto di svolta. Il momento in cui ormai si è fatta amicizia con il testo. Non fa più paura. Non è vero che c'è così tanto da studiare, una volta che si è capito come funziona e di cosa stiamo parlando.
Il momento in cui si legge e si può iniziare a ragionare su Dante e con Dante.
Perché la Divina Commedia è una magnifica palestra di educazione emozionale.
Quello di Paolo e Francesca è il delitto passionale più famoso della storia, terribilmente simile a millemila fatti di cronaca. Si presta a mille ragionamenti, dalla riflessione sulla violenza a quello sulla lapidaria attribuzione delle colpe di Dante (galeotto fu il libro e chi lo scrisse). Ogni verso può aprire finestre di discussione. Paolo e Francesca, come qualsiasi altro brano della Divina Commedia, a partire da quelli più famosi

Mi fa tristezza pensare che per molti, in primis per chi scrive certi libri di testo, la Divina Commedia sia troppo difficile per i ragazzi. Se proprio si deve, meglio fornirne una versione ridotta e addomesticata. Meglio ancora ridurre ancora a qualche pagina nozionistica da mandare a memoria.

Meglio non far scoprire che tutto sommato leggere Dante non è così impossibile. Sia mai che acquisiscano un pizzico di autostima e perdano il sacro terrore per la disciplina!
Che poi il risultato è che fanno amicizia persino con i demoni traghettatori!
Compito di realtà: scegliere una terzina e illustrarla tenendo conto della
descrizione di Dante
Quindi, fino a che non arriverà un ispettore ministeriale a impedirmelo con la forza (cosa che inizio a pensare non così improbabile) io continuerò a portare i miei alunni all'Inferno.

Voi cosa ne pensate? Colleghi prof, vi inoltrate in Dante? Da ragazzi siete stati portati all'Inferno? È stato un trauma?

PS: alla fine di ogni lezione, c'è un mio alunno che alza la mano: "prof... Ma non è successo davvero? Non è andato davvero nell'Aldilà? Cioè, sembra davvero che si stato, ma io mica ci credo"