mercoledì 3 giugno 2015

La propria vita tra le pagine – scribacchiando


Se spesso l'autore alle prime armi pecca di autobiografismo, io ho sempre ecceduto nel lato opposto. Ho pudore a parlare di me o delle persone che mi sono care. Sul blog non ho mai avuto problemi a raccontare chi sono, che lavoro faccio, che ho un marito di nome Nik, un persiano e un gatto vero, qualche volta mi sfogo, sopratutto per quanto riguarda il lavoro/le questioni scritteveli, ma ci sono limiti oltre i quali non vado. In narrativa ho sempre nascosto il mio vissuto dietro maschere e paraventi stilistici. Altri personaggi, altre epoche, altri contesti.
Il protagonista del mio primo romanzo è un prete quarantenne, quello di uno dei primi racconti pubblicati è Giulio Cesare e confido che nessuno mai mi possa scambiare per Sherlock Holmes. Dietro a queste maschere mi muovo sicura perché per quanto possano essere mie le emozioni dei personaggi ci sono talmente tanti filtri che sfido chiunque a indicare un legame preciso con il mio vissuto. Per molto tempo è stato qualcosa di cui ho avuto bisogno.
Adesso ho sentito il bisogno di togliermi alcuni veli e mettere in campo parte del mio vissuto con meno barriere. I motivi sono diversi e non tutti esplicitati, c'è una parte di necessità di riappropriarmi anche con fierezza di alcune parti della mia vita, di raccontare sensazioni, esperienze ed emozioni che sono così ovviamente mie che non avrebbe senso negarle o nasconderle. Più semplicemente, avevo in mente una storia che viene meglio attingendo ad alcuni aspetti del mio vissuto.
Ho finito per inoltrarmi, così, in un sentiero per me nuovo, dove molto di quel poco che ho imparato sulla scrittura è, non dico da buttare, ma quasi. Per la prima volta in vita mia ho chiesto il preventivo per l'editing (ancor prima di finire il lavoro, per altro) perché mai come questa volta non mi fido di me stessa e ho bisogno di uno sguardo esterno.
Per iniziare a inoltrarmi in questa storia ho comunque pensato di darmi delle regole, delle corde di sicurezza per non farmi risucchiare. Non so se esse abbiano senso, ma mi piace l'idea di condividerle con voi e magari confrontarle con quelle che altri si sono dati.

I PERSONAGGI SONO COMUNQUE ALTRO DA ME/DA COLORO CHE CONOSCO
Per la prima volta ho per le mani un protagonista femminile che ha pochi anni più di me, ha un percorso di studi per certi versi simile al mio, un vissuto sentimentale affine al mio. Ma non sono io. Questo per me deve essere chiaro, scritto a lettere di fuoco nella mia mente. La mia protagonista è cresciuta in un contesto new age che è diversissimo da quello iper razionalista in cui sono cresciuta io. Questo la rende inevitabilmente diversa da me, uno scarto emotivo apparentemente minimo, ma che mi obbliga in ogni momento a chiedermi: come guarda LEI il mondo? Qual è il SUO modo di reagire? Qual è il SUO modo di pensare? Non il mio, il suo. Per quanto mi possa apparire affine, è sempre altro da me, non meno di Sherlock Holmes. 
Ho bisogno di questa distanza per gestirla come personaggio, per gestire la storia, per non farne la mia Mary Sue, per non cadere nell'autoindulgenza.
E, sì, c'è un personaggio che è inevitabilmente ispirato a mio marito. Sarebbe sciocco e inutile negarlo. Ma non è lui. Ha un vissuto diverso, delle problematiche famigliari e mediche diverse. Per ricordarmene mi sono imposta di dargli aspetto e abitudini ben diverse da quelle di mio marito (il mio personaggio ha un senso della disciplina e dell'ordine molto militaresco che è l'opposto del fare felino e anarchico di mio marito). Il mio personaggio è R.D., ha delle caratteristiche in comune con mio marito Nik, ma non è lui. Se pensassi davvero che lo fosse come potrei fargli capitare cose spiacevoli senza sentirmi un mostro?

IL TUTTO È FUNZIONALE ALLA STORIA
Non voglio raccontare una storia per raccontare di me. Sono disposta ad attingere direttamente dal mio vissuto per il bene della mia storia. Ho già provato a raccontarlo con più distacco. Non funzionava. È un giallo, ma tocca delle tematiche così totalmente mie che l'eccessivo controllo diventa un danno, piuttosto che un beneficio. Peccare per eccessivo coinvolgimento mi sembra meno grave di eccedere in freddezza.
Il fine, tuttavia, è la storia. Farla vivere al lettore. Sono disposta perfino a dare in cambio un po' più di me.
Per questo sto lavorando in modo ossessivo sulla sinossi, definendo i capitoli, la scansione precisa degli eventi. Le emozioni hanno senso solo se radicate in una struttura solida e ben definita. 

PENSARE AL LETTORE COME A UN PERFETTO SCONOSCIUTO
A cui di me non importa nulla.
Cosa mai potrà scoprire di me dalle mie pagine? Che sono una donna? Wow! Che sono una donna che non apprezza essere imbrigliata in ruoli tradizionali? Che in passato ho maneggiato per lavoro ossa umane senza provare particolare orrore? Che cerco con il mio partner un rapporto paritario? Che non mi faccio spaventare dalla diversità, che anzi guardo con simpatia? Certo che sono proprio dei grandi segreti! Un perfetto sconosciuto potrebbe arrivare alle stesse conclusioni dopo la lettura di due/tre post di questo blog. Forse l'unica grande rivelazione è che ho lavorato su ossa umane (è incluso nel pacchetto "archeologia") e che, se sono ben spolpate, non mi fanno particolare orrore.
D'altro canto pensare al lettore come a un perfetto sconosciuto aiuta anche a tenere ben dritta la barra del timone. A lui di me non importa. Se sono brava gli importerà dei miei personaggi, ma non starà a chiedersi chi tra i miei conoscenti è nascosto dietro ad Antonio, Riccardo, Martina o Luisa. Non gliene potrà importare di meno. 
Questo è in assoluto il pensiero più liberatorio, quello che mi permette di scrivere. 
E, povero lettore, evitiamo anche di ammorbarlo con questioni che, al massimo, possono interessare i miei famigliari o i miei migliori amici!

Voi avete mai inserito la vostra vita tra le pagine? Come avete evitato di esserne risucchiati?

28 commenti:

  1. Nel mio romanzo c'è molto di me, anche se involontariamente, proprio come ho evidenziato in uno dei miei ultimi post.
    Il protagonista proviene da un contesto completamente diverso dal mio, ha gusti e interessi diversi e non credo sarò identificata con i suoi tatuaggi e con la passione per Kurt Cobain, però mi somiglia nel modo (autolesionista) di gestire i rancori, nell'incapacità di perdonare i torti subiti. Anche gli altri protagonisti, in qualche modo, sono affini al mio sentire. Però tengo a bada tutti i ricordi che vengono fuori, cerco di essere il più possibile distaccata. In questo mi è molto d'aiuto un tuo post, dal titolo "i confini della storia": qual è il tema dominante, ovvero l'anima della mia storia? Qual è la premessa? Tutto ciò che non c'entra una cicca, via! :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì, è per questo che mi tengo stretta la sinossi. Non è funzionale? Via! Dire che sono rassicurata al 100% però non sarebbe vero.
      Ma come, niente tatuaggi da capo a piedi? Niente Kurt Cobain? Che disdetta! ;)

      Elimina
  2. I miei personaggi sono tutti delle maschere dietro le quali ci sono io, inevitabilmente... persino se vivono all'epoca di Lorenzo de'Medici, o di Tiziano Vecellio, o durante la Prima Crociata, oppure la Rivoluzione Francese.

    Forse anche per questo motivo non scrivo romanzi ambientati nella contemporaneità: ho paura di trapelare troppo...!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti capisco, infatti finora ho seguito strade simili...

      Elimina
  3. Mi sembra un'evoluzione importante, quella di cui parli, non tanto perché mettere se stessi nella storia sia per forza un passo avanti, ma perché la tua disponibilità ad assecondare le esigenze della storia lo è. Non ho mai sentito il pericolo di farmi risucchiare, perché nessuna mia storia ha avuto protagonisti quasi autobiografici. Ho sempre potuto disperdere i pezzetti di me tra i vari personaggi ed eventi. Non so come me la caverei. :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Infatti è stata una questione di necessità, non di volontà. Spezzettarsi viene più naturale anche a me, mi permette una maggiore serenità di scrittura.

      Elimina
  4. Come sai c'è molto di me nei miei testi. Ora ho il blog in stand by, causa cookies, altrimenti avrei molto da aggiungere sul tema con un post, in virtù del lungo colloquio di ieri con la mia editor. Forse lo ricorderai: occorreva inventare una seconda linea narrativa per arricchire il manoscritto che, altrimenti, era troppo "diario" quindi poco interessante non essendo io un personaggio famoso, ebbene la seconda linea narrativa che avevo una gran paura di affrontare, avendo persino impotizzato l'abbandono del progetto da tanto ero alle corde, è talmente bella da aver sorpassato la prima, ed ora è la prima ad avere, al confronto, problemi. Eh, la scrittura quando deve bilanciarsi tra vissuto e invenzione diventa ancora più difficile, dalla mia esperienza, però è una fatica bellissima, non vedo l'ora di ricominciare a scrivere. Bacione Sandra

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mi ricordo bene quello che hai scritto sul tuo romanzo!
      E sì, il bilanciamento è il problema. Quando attingiamo al nostro vissuto quello che è importante per noi potrebbe essere di una noia abissale per un perfetto sconosciuto...

      Elimina
  5. Credo che ormai ti sia noto che io sto scrivendo esplicitamente di me e di una parte della mia vita, su cui poi ho innestato, per ragioni romanzesche, una serie di altri elementi anche di tipo fantastico.
    Non ho cercato nessun tipo di distacco, anche se adesso sono molto diverso dall'io dell'epoca che descrivo (fine anni '70), ho anzi cercato di ridiventare durante la scrittura, per quanto possibile, la persona che ero allora. Ho cercato di rivivere le sensazioni tattili, gli odori, la luce... Ma soprattutto sono stato attento a non censurare nulla, anche quando una parte di me mi suggeriva di farlo.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Io scrivo comunque di personaggi che sono altri rispetto a me. Quindi non mi piace neppure l'idea che mi vengano attribuiti in toto i loro ragionamenti. Del tipo "tu assomigli alla protagonista, quindi...". Sì, certo, le assomiglio, ma per certi versi anche no e non approvo tutto quello che lei dice o fa.

      Elimina
  6. Sempre io (Sandra) non so a chi ti sia rivolta per l'editing, ma senza la mai editor (che lavora con la tua agente) io non sarei andata non dico lontano, ma proprio da nessuna parte con questo romanzo, credo che tu abbia fatto quindi una scelta molto saggia e consapevole.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sempre Punto e Zeta, anche se mi ha risposto l'altra editor. Il problema è che mi aspettavo un cifra minore, ad essere sincera, e questa non me la posso permettere. È da ieri che cerco di trovare una quadra e rimando la mail di risposta perché ci tenevo davvero, anche considerata la tua esperienza positiva. Il fatto è che non ho proprio molta scelta, così come stanno le cose l'editing professionale non è alla portata dei precari.

      Elimina
    2. Non so di che cifra parli, ma forse potresti chiedere qualcosa di meno massiccio, io non ho speso molto nè per questo nè per Ragione e pentimento, però ho ricevuto indicazioni su come procedere, su cosa funziona e cosa no, e pochi interventi fatti di persona da Punto e Zeta, la riscrittura è tutto compito mio. Non è proprio un editing, ma qualcosa di molto molto utile. Sandra

      Elimina
    3. Ti ho mandato una mail. Il problema potrebbe stare più che altro nella mia busta paga, che rende molto relativo in termine "molto"

      Elimina
  7. Io ho raccontato tanto di me nel mio romanzo, perché avevo bisogno di uno strumento catartico e l'ho trovato nella storia che ho scritto. Il bello di tutto questo raccontarmi è che non ne ho fatto una noiosa autobiografia, ho seminato parti di me e della mia vita in tutti i personaggi e mi sono divertita a nascondermi dietro maschere e a fare continuamente capolino nella storia con ricordi, piccole parentesi mai dimenticate. E ho filtrato tutto questo mio modo di essere dentro la storia attraverso il protagonista che fa altrettanto disegnando fumetti: trasferisce la sua vita dentro il personaggio dei suoi disegni. Un transfert nel transfert!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mi piace la leggerezza con cui le parli, come una cosa naturale! Io non sono ancora a questo grado di consapevolezza

      Elimina
  8. Io invece ho maneggiato ossa di animali... fossili :)
    Nella mia vita non c'è nulla che valga la pena essere raccontata. Avevo in mente da tempo un post simile (Quanto c'è di me nelle mie storie), ma lo rimando sempre, perché forse, se mi metto a riflettere su questo, nel post non scrivo proprio nulla, perché non c'è nulla di me.
    Dico forse, perché non ne sono sicuro.
    Ti dico per certo, però, che non riuscirei mai a creare un personaggio che ha idee politico-sociali opposte alle mie. Non lo sopporterei e lo farei morire alla prima riga del romanzo :D

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Niente niente? Neppure le tue idee, le tue emozioni e le tue passioni? Fossili e ossa animali sono molto interessanti, a me un protagonista geologo intrigherebbe subito...
      E comunque a volte è catartico ammazzare o mandare in galera almeno su carta chi non ci piace

      Elimina
  9. Ho scritto diverse volte di me nei miei racconti. Una volta del vissuto che mi toccava in maniera profonda e il risultato è che sono riuscita a farlo leggere ad una sola persona, e il racconto si è arenato a metà perché non riuscivo più a riprenderlo.
    Era una parte della mia vita un po' buia (per quanto sia giovane, quindi diciamo che ho superato la cosa, ma a diciotto anni fu difficile) e ripensarci non mi piace.
    Ho imparato la lezione, comunque. Ora inserisco solo piccoli dettagli della mia vita in quello che scrivo, magari abitudini, episodi di poca importanza, spesso do una parte del mio carattere o una delle mie passioni ai personaggi.
    Ma non più tutto quanto, e non più parti così importanti della mia vita.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti capisco. Anch'io certi racconti non li faccio leggere o li faccio leggere a persone scelte. Per questo questa volta per me è più difficile, perché ho bisogno del mio vissuto e di quello di chi mi sta vicino per rendere la viva la storia.

      Elimina
  10. Sono tra i fermi difensori della scrittura come attività "non autobiografica" :)
    Mi dà fastidio il lettore (in genere parente, amico e via dicendo) che cerca di indovinare pezzi della vita dell'autore tra le pagine dei suoi scritti. Secondo me le storie c'entrano solo alla lontana con la vita dell'autore, per quanto possano sembrare personali, perchè come dici tu i personaggi non sono persone e la storia è la cosa più importante, non l'autobiografia mascherata.
    O forse questo fastidio deriva proprio dalla paura che il lettore impiccione possa azzeccarci e vedere me stessa dietro ai miei personaggi. Non saprei. Anche io ho molto pudore su questo argomento, eppure non posso fare a meno di vedere un po' di me in quel personaggio, un po' di un ex fidanzato in quello e di un amico in quell'altro, e forse proprio per questo timore ho creato un muro. Non saprei.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Anch'io come te ho paura di essere associata ai miei personaggi. Paura accresciuta dal fatto che mi abbiano chiesto se sono proprio come il protagonista del mio primo romanzo, un prete quarantenne!!! Figuriamoci se metto una protagonista appena un pochino più simile a me (ad esempio donna).
      Nella storia che sto scrivendo, però, mi sono trovata ad inserire elementi che conosco perché li ho vissuti o che hanno vissuto persone vicino a me. Oggettivamente tali elementi migliorano la storia. Ma il confine si fa più labile e quindi l'ansia aumenta...

      Elimina
  11. Oggi ho cominciato a leggere "Avventura a Parigi" e ho ordinato "La roccia nel cuore". Ti fischieranno sempre di più le orecchie!
    Mi offrirei volentieri come beta reader per il nuovo libro, se decidi di non assumere un editor professionista.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Guarda che sono tentata di prenderti in parola!

      Elimina
    2. Ma certo! Mi farebbe piacere.
      Anche se hai centomila volte più esperienza di me, fa sempre bene avere il parere di una lettrice che non guarda alla tecnica ma al risultato. E poi così posso sfogare le mie frustrazioni criticandoti senza pietà ;)

      Elimina
    3. :)!
      Guarda che ti considero arruolata!

      E mille grazie per la disponibilità!!!

      Elimina
  12. Bene! Non vedo l'ora!
    PS: Avventura a Parigi mi ha fatto lo stesso effetto del detective scomparso, a pagina cinque ero già intrippatissima. Brava!

    RispondiElimina