venerdì 8 gennaio 2016

Le ragazze – racconto

     Mia nonna le chiamava “le ragazze”, anche se avevano qualche anno più di lei, perché non si erano mai sposate. Le andava a trovare una volta alla settimana perché non avevano alcun parente stretto; oltre a lei, cugina di quinto o sesto grado, c’era solo un lontano nipote che attendeva che morissero per succhiare l’eredità come il midollo da un osso.
Abitavano, si sarebbe detto da sempre, in un appartamento signorile in un palazzo del centro, pieno di un odore di legno, cera e polvere, quasi quello dell’eternità. 
Una volta che ero lì insieme a mia nonna, tuttavia, mi furono date delle vecchie foto, per intrattenermi, e scoprii che anche loro erano state giovani.

      La Corinna era stata la più bella del paese. Unica figlia di un padre precocemente vedovo era stata viziata con abiti alla moda e aveva ben presto conquistato il fidanzato più ambito. Ma era arrivata la guerra e lui era stato tra i primi a partire, il primo in assoluto di cui era arrivata la notizia che non sarebbe tornato. Anche il padre morì poco dopo e la Corinna si trovò sola, poco più che ventenne, bellissima, in un paese dov’erano rimasti solo le donne e i vecchi. 
Si mise a leggere libri spessi per, diceva, “capire il mondo”. Fumava sigarette e faceva discorsi strani, con parole complicate, sulla guerra, il re e il duce, ma era tempo di guerra e  tutti erano più indulgenti. Dopo l’otto settembre partì per l’Ossola, dove stavano i partigiani, perché non c’era più nessuno che avesse l’autorità per fermarla o farla ragionare. Anche mia nonna ogni tanto faceva avere dei messaggi che, si sapeva, erano per quelli che “stavano nei boschi” e nel negozio di suo zio, dove lavorava, c’era la porta sul retro, da cui ogni tanto un po’ di zucchero o del pane prendevano la via delle montagne. Stava attenta, però, che nessuno mai potesse dire che si fosse sola con quei ragazzi, che a fine guerra voleva sposarsi e sposarsi bene.

        Con la Liberazione la Corinna tornò a casa. A detta di tutti era tornata quella di sempre, di prima della guerra, come se quei discorsi e quella fuga verso la montagna non ci fossero mai stati. E poi tutti avevano solo voglia di dimenticare. Nessuno la vide più fumare, tornarono le gonne al ginocchio e i maglioncini fatti a mano. Il padre doveva averle lasciato qualcosa, oltre la casa, ma lei trovò un impiego come segretaria di un medico, perché, diceva, una donna sola doveva saper badare a se stessa.
Poco dopo la raggiunse la Lena, una cugina lontana, di fuori provincia. Era maestra, al primo incarico, capitata per caso nel paese e, dal momento che non conosceva nessuno, andò a vivere insieme alla Corinna. Erano quelli i giorni in cui si contavano gli assenti, tutti quelli che non sarebbero più tornati, e mia nonna fu felice di avere invece qualcuno in più da annoverare tra i parenti.
Considerata l’evidente sproporzione in quella generazione tra donne e uomini, la Corinna e la Lena sembravano adattarsi senza troppa sofferenza alla prospettiva di una vita da zittelle. La Corinna era sempre bella, ma divenne irreprensibile e distante, sconsigliando con un’occhiata ogni pensiero meno che rispettoso. La Lena si trovò bene nella scuola del paese e decise di fermarsi. Era meno appariscente della cugina, un poco rotondetta ai fianchi, il viso paesano, dal sorriso buono. Eppure fu lei, qualche anno dopo, ad avere uno spasimante, un professore della vicina scuola media. 
Lui la corteggiò con discrezione e per un certo tempo sembrò cosa fatta. La Corinna in quel periodo era spesso via, per stare vicina a certi altri parenti, i genitori del nipote che sarebbe poi stato il loro erede. 
Nessuno seppe con precisione cosa accadde dopo, ma il professore si fece sempre meno vedere all’uscita dalla scuola. La Lena tornò a girare sola in bicicletta per le vie del paese e la Corinna tornò da quei suoi viaggi con un cucciolo di barboncino, il primo dei molti cani che si succedettero nell’appartamento.

        Senza quasi farci caso, gli anni scorsero uno dopo l’altro. La bellezza algida della Corinna sfiorì pian piano, mentre il volto della Lena si disegnò di gentili rughe d’espressione. Rimasero per tutti “le ragazze”. 
Non dettero adito mai a un pettegolezzo o a una parola che non fosse rispettosa.Vestivano eleganti, ma mai appariscenti, si abbonavano alla stagione del teatro di prosa e al cineforum. Quando furono entrambe in pensione a volte in inverno andavano in riviera, per il clima.
Arrivate alla soglia degli ottant’anni vivevano senza che il mondo si accorgesse di loro, dimenticate nel loro appartamento ordinato, profumato di cera e di polvere.
Morirono a pochi mesi di distanza l’una dall’altra, senza disturbare, com’erano vissute.
Il nipote si appropriò della vecchia casa come un paguro in una conchiglia vuota.
Ma a mia nonna, che era sempre stata loro amica, lasciarono una spilla di inizio novecento, di un’eleganza d’altri tempi.

     L’accompagnai, quando andò a prenderla, nella casa che il nipote stava svuotando con premura. Da uno degli scatoloni spuntavano alcune vecchie foto. Ce n’era una che in quel primo pomeriggio non mi era stata data in mano. Mostrava loro due ai tempi della guerra, giovani, vestite in camicia e in pantaloni. La Lena aveva il viso sorridente appoggiato alla spalla della Corinna, che le accarezzava i capelli. Ero una bambina allora e non capii. 
E non ebbi più occasioni, poi, per chiedere a mia nonna se la Lena fosse davvero cugina della Corinna, se avesse avuto mai il sospetto di aver sfiorato una grande storia d’amore.

21 commenti:

  1. Che bel racconto! Però mi deve essere scattato il radar, l'avevo un po' intuito... ;)

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    1. Non voleva essere a sorpresa. È più che altro un mio ragionamento. C'erano parecchie "ragazze" che mia nonna frequentava. Sole, sorelle, ma anche cugine...

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    2. Pensavo fosse una storia di fantasia...

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  2. MOLTO MOLTO MOLTO BELLO, delicato, davvero mi è piaciuto tantissimo Tenar, potresti allungarlo, non che così non vada bene, ma per dargli più respiro, come un buon piatto che duri di più, ma forse è anche nella sintesi il suo valore. Sandra ps. la mia rubrica racconti arriva domenica!

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    1. Bene, sarà una piacevole coccola domenicale.

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  3. Bello e delicato questo racconto che rispecchia un rispetto che non esiste più.
    Cristiana

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    1. Non so bene dove stia il confine tra il rispetto e il far finta di non vedere. Non che fosse un problema di mia nonna. Io sono come lei e certe cose non le capisco neanche se me le sbandierano davanti agli occhi...

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  4. Bello. Ha ragione Sandra: merita di avere un respiro più ampio; a dirla tutta, per me ci starebbe persino un romanzo. Niente gialli col morto, ma una di quelle storie che attraversano gli anni a caccia di sentimenti (magari con la scusa di risolvere un piccolo mistero famigliare).

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    1. Un'ipotesi narrativa di questo tipo è stata ventilata, ma non da me, quindi la lascio ad altre mani...
      ;)

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  5. Bello con quel profumo di tempi andati. Anche nella mia famiglia c'era una copia di eterne ragazze. Non ricordo neppure il loro nome, erano Le cugine di Reggio. L'inizio di questa storia un po'me le ha ricordate.

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    1. Per scrivere questo racconto ho fatto un bello sforzo di memoria, alla fine sono arrivata a focalizzare due coppie di "ragazze" (una, però, sicuramente composta da sorelle, da come le ricordo io erano anche identiche). Al di là di tutto, la guerra aveva davvero condannato molte donne alla zittellaggine o a una precocissima vedovanza.

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  6. Questo racconto mi è piaciuto molto: mi ha trasmesso il profumo di altri tempi, di quelli che si vedono e si vivono ormai solo nei film o attraverso le vecchie fotografie delle nonne. E mi è venuto spontaneo pensare alle "signorine", due sorelle (si direbbe oggi "single"), di settant'anni, conosciutissime sarte nella mia città.

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  7. Bello! Mi è piaciuto molto, hai condotto per mano il lettore fino al finale, naturale e delicato. Anche a me hai fatto venire in mente le "signorine" del paese di mia mamma, in Trentino: donne non sposate che venivano chiamate così anche a ottant'anni e ne andavano orgogliose.

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  8. Un racconto molto grazioso e, per me, a sorpresa poiché quelli erano tempi in cui le donne si adattavano con molta meno ritrosia a una vita senza amore, forse perché i matrimoni dell'epoca le ponevano in condizione svantaggiosa sul piano legale e quindi, a meno che non fossero proprio certe che lo spasimante fosse innamoratissimo di loro, preferivano evitare di adattarsi a uomini che le avrebbero trattate come serve.

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    1. Non so, sai. Erano tempi in cui un buon matrimonio era il fine per cui una ragazza veniva istruita, moglie o suora erano le uniche due opzioni socialmente accettabili che si proponessero alle donne. Oltre tutto rimanere zitelle, salvo casi fortunati, obbligava spesso alla dipendenza economica nei confronti dei parenti...
      Le guerre mondiali hanno cambiato le cose, perché le donne hanno da un lato iniziato a lavorare e dall'altro spesso si sono davvero trovate senza il promesso sposo, morto al fronte. Non so quante di loro, però, si siano adattate di buon grado al loro status di eterne "signorine".

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  9. Penso anch'io, come Tenar, che essere zitelle non era un'ambizione condivisa, é anche vero peró che tutte le anziane "signorine" che ho conosciuto nella mia famiglia son sempre apparse ai miei occhi molto piú sicure di sé e in armonia con se stesse di molte donne sposate. Grazie Tenar per questo racconto delicato, mi é sembrato quasi di risentire un eco di Pavese nelle tue righe, che nostalgia...grazie ancora. Nika da Berlino

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