mercoledì 24 febbraio 2016

Postille a "Il nome della rosa" – Il miglior manuale di scrittura italiano

Da brava echiana, posseggo l'album "Umberto" della serie Dago.
Questa è una mia foto di parte della copertina.

Del mio amore per Il nome della rosa ho già parlato qui
Molte edizioni del romanzo, tra cui la mia, sono corredate dalle Postille, scritti in cui Eco nel 1983 ragionava sul suo romanzo. Ecco, secondo me le Postille al nome della rosa sono il miglior manuale di scrittura creativa italiano. Paragonabile per piacevolezza narrativa e ricchezza di aneddoti al famoso On Wrinting di King, ma con un surplus di approfondimento filosofico che solo il nostro Eco poteva dare.
Non sono molte pagine e si leggono in un sorso, ma per come la vedo io sono imprescindibili per un'aspirante scrittore. Addirittura, per noi scribacchini, valgono l'acquisto a prescindere dal romanzo. Se volete scrivere, saltate pure Il nome della rosa, ma per favore leggete le postille!

Sono di parte e lo ammetto. Io sono cresciuta con i libri di Eco, ho introiettato questi saggi ben prima di iniziare anche solo a ipotizzare di dedicarmi alla narrativa. Sono tra le poche cose sottolineate che vi siano nella mia libreria e torno spesso a riguardarmele. Alcune parti sono davvero quasi manualistiche, altre sono posizioni più personali su come debba essere un romanzo, ma essendo io cresciuta con questo nume tutelare, le ho fatte mie.

Non si può dire che abbiano cambiato il mio modo di vedere la scrittura, perché quando le ho lette non ne avevo uno. Lo hanno indirizzato, formato e forgiato. Se esistesse una corrente di scrittori "echiani" io ne farei orgogliosamente parte. Tutto sommato, mi sembra questo il momento giusto per condividere con voi le frasi che hanno maggiormente influenzato la mia scrittura.

Un romanzo è una macchina per costruire interpretazioni
Le postille partono subito con un'affermazione che è più filosofica che tecnica e che, pure, io considero al 99,999% vera.
Se scriviamo saggistica vogliamo dire quella cosa lì. Se in un articolo archeologico scrivo che un dato strumento è in giadeitite (un tipo di pietra usato nel neolitico per le asce), ebbene è in giadeitite e lo posso dimostrare. Per smentirmi servono dati e prove.
In narrativa il senso è fluido. Si costruisce a partire dal testo, certo, ma insieme al lettore a quello che lui ci mette dentro di suo e dei legami non voluti che si creano con il presente, con altri testi o altre parti del nostro stesso scritto. Eco racconta di una frase di cui era molto fiero, eppure, messa in relazione con un'altra poco distante ecco che acquisisce una luce sinistra. Il legame non era voluto né pensato, eppure alcuni lettori lo hanno colto. Non è possibile smentirli, dire che non hanno ragione. La loro interpretazione non vale meno di quella dell'autore.
Io penso, come Eco, che, se scriviamo narrativa dobbiamo accettare di non essere del tutto padroni del nostro testo. Non possiamo dire "non sono stato capito/apprezzato". Il senso del nostro scritto si costruisce lettore dopo lettore e, entro certi limiti, è mutevole come i riflessi di luce su uno stagno.
Se vogliamo essere compresi al 100% allora, forse, non è la narrativa la nostra strada.

Scrivere un romanzo è una faccenda cosmologica
Nel senso che, sia reale o immaginaria la nostra ambientazione, dovremo costruire un mondo, costruirne o accettarne le regole interne e attenerci ad esse. Queste ci daranno dei vincoli che dovremo rispettare.
Trovate questo spunto in ogni manuale di scrittura creativa, ma raccontato da Eco ha più fascino.
Scoprire perché Il nome della rosa potesse ambientarsi solo a Novembre, come Eco abbia dovuto disegnare mappe dettagliate di tutta l'abbazia e stilare schede per ognuno dei monaci ce lo fa sentire un po' meno distante, un po' meno mito. E poi aiuta a rassegnarci. Se tutto questo lavoro preparatorio l'ha fatto Eco non possiamo lamentarci, se tocca anche a noi.

Entrare in un romanzo è come fare un'escursione in montagna
Occorre, dice Eco, imparare un respiro, un passo. C'è un ritmo preciso a cui il lettore deve abituarsi. Se il nostro romanzo è una corsa a ostacoli non può poi incagliarsi in due capitoli di spiegoni. Del resto se è una lunga e lenta ascesa non può avere brusche impennate. Non solo gli eventi, anche il periodare, il lessico si devono adeguare al ritmo che noi vogliamo dare. I nostri lettori possono dover correre o camminare lentamente, a noi spetta preparare il giusto percorso.

Si scrive pensando a un lettore. Così come il pittore dipinge pensando allo spettatore del quadro
Il lettore ideale non coincide quasi mai con quello reale. La tredicenne solitaria che ero io, lettrice reale del 1993, poco aveva a che fare con il lettore ideale di Eco al momento della stesura nel 1980. Eppure deve esserci. 
Solo pensando al lettore ideale, racconta Eco, ci si pone determinati problemi pratici e, pertanto, si trovano soluzioni. Questo non vuol dire uniformarsi al gusto delle masse o di un target preciso, anzi. Può anche voler dire fare il contrario di quello che quel target potrebbe aspettarsi, per spiazzarlo e (si spera) deliziarlo.

Io ho sempre pensato che, malgrado tutto, un romanzo deve divertire anche e soprattutto attraverso la trama
Questa, ovviamene, è una presa di posizione puramente personale. Io, sia chiaro, sto con Eco. Il poliziesco ha a che fare con la metafisica e si può fare una storia appassionante senza scadere nel banale. 
Le motivazioni di tutto questo vanno parecchio sul tecnico e la lettura del capitolo sul divertimento  delizierà senza dubbio gli appassionati di critica letteraria. Io mi limito a far mie alcune conclusioni. La decostruzione della trama è stata ampiamente sperimentata agli inizi del '900. A un secolo di distanza una trama destrutturata non è certo più una novità. Nella consapevolezza di questo possiamo senza vergogna tornare a imbastire trame strutturate, proprio nella consapevolezza che tutto, ormai, è già stato provato.
Oltre tutto, dopo la lettura di questi capitoli, potrete spiegare chiaramente perché Tarantino è un autore post moderno, così come i fratelli Cohen, mentre Inarritu no, senza più sparare termini a caso. 

Infine, la mia citazione preferita in assoluto:
... Ma con chi si identifica un autore? Con gli avverbi, è ovvio.
Perché ci sono questioni che è assolutamente indispensabile porsi, lavori di preparazione che devono essere affrontati e altre del tutto inutili.
Un buon manuale di scrittura dovrebbe quanto meno insegnare a capire la differenza. Le postille a Il nome della rosa non sono un manuale, ma alla fine della lettura la differenza è chiara!

Voi cosa pensate delle Postille o delle questioni che ho posto? Siete anche voi degli autori echiani?

14 commenti:

  1. Mi trovi particolarmente d'accordo. Le postille al Nome della Rosa sono purissime fonti di intelligenza e introspezione.
    Solo Eco poteva scriverle a quel modo.
    Ho letto il Nome della Rosa due volte, ma le postille molte di più.
    A volte come un manuale di Scrittura.

    Aggiungerei anche Sei passeggiate nei boschi narrativi.

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  2. Un romanzo è una macchina per costruire interpretazioni. Ecco questo davvero è il più interessane a mio parere. Perché oltre a esserci diversi livelli di lettura, non per niente a una rilettura si trovano spesso delle novità anche se il testo è sempre il medesimo, il lettore non può fare e meno di inserire il proprio vissuto, il proprio sentire che diventa un tutto con il romanzo e crea la sua personalissima visione. Molto molto interessante. Grazie Sandra

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    1. Sì, si fa riflettere. Un romanziere non è del tutto padrone della propria opera, la regala agli altri, perché la facciano propria.

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  3. Non ero al corrente della loro esistenza, sembra davvero molto interessante!

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    1. Sono assolutissimamente da recuperare!

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  4. Ho letto "Il nome della rosa" anch'io da giovanissima, non tredicenne, ma da liceale. Lo ricordo come una bellissima lettura. Di Eco conosco le sue bustine di Minerva che leggevo sempre, perché i miei genitori erano abbonati alla rivista che ospitava la rubrica. Mi divertivano un sacco e mi invitavano a riflettere. Qualche tempo fa ho anche postato le sue magnifiche regole di scrittura argute e ironiche.
    Le postille, però, non le ho lette. Voglio recuperare assolutamente anch'io.

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    1. Fallo, vedrai che ne vale la pena!

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  5. Anche io ho letto "il nome della rosa" anni fa e non me lo ricordo più, tant'è che vorrei riprenderlo in mano. Le postille invece non le conoscevo. Quello sul ritmo in particolare mi pare interessantissimo, credo che ci rifletterò e lo approfondirò. :)

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    1. Sono tanti gli spunti interessanti, per brevità nel post non ne ho parlato, ma anche il capitolo sull'importanza di creare un distacco tra lo scrittore e il personaggio per proteggersi e permettersi di utilizzare al meglio le proprie emozioni per me è stato illuminante.

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    2. Forse prima delle postille mi conviene rileggere il romanzo. Lo farò sicuramente. :-)

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    3. Sono abbastanza fruibili anche da sole, certo che è sempre buona l'occasione per rileggere "Il nome della rosa".

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  6. Non sapevo delle postille al romanzo, mi piace molto l'idea del romanzo come una scalata, il fatto del dover trovare un passo, mi ci riconosco molto.

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    1. Sì, lo penso anch'io!
      E le postille sono meravigliose.

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