lunedì 11 marzo 2019

Ultime considerazione sullo scrivere sceneggiature per fumetti


Ho ufficialmente terminato il mio primo tentativo di scrivere una sceneggiatura per fumetti.
Ho anche cercato di contattare qualcuno nell'ambiente per capire cosa ne potessi fare, ma la risposta non è stata molto confortante. Si tratta di un mondo piuttosto chiuso, in cui ci si tende a fidare di nomi già noti o di persone che abbiano fatto determinati percorsi, proprio perché è una scrittura molto tecnica. Ho provato comunque a spendere quel poco che avevo da spendere in termini di curriculum per cercare di far arrivare a qualcuno il mio plico. Speriamo in bene.

Continua a pensare che ci siano storie che si prestano per la narrativa e altre che necessitano di altri mezzi e non c'è veramente modo in cui questa storia in particolare possa convincermi se trasformata in un racconto o in un romanzo. 

Cercando di trasformare quella che era una pura idea in qualcosa di comprensibile dall'esterno e dotato di un minimo di professionalità, mi sono imbattuta in alcuni problemi solo in parte previsti e prevedibili, che volevo condividere qua.

La dittatura delle tavole
Avete in mente lo sconforto che si prova nel preparare un testo per un concorso che prevede un numero minimo e un numero massimo di battute? Ci si sente vincolati, si morde il freno, perché la nostra storia no, non merita di sottostare ad alcun vincolo.
Ecco, bazzecole.
I fumetti hanno per lo più formati standard. Hanno un numero preciso di tavole. Non da un minimo di a un massimo di... Proprio un numero preciso e poi stop.
È preferibile che alcuni snodi avvengano all'incirca alla tavola numero qualcosa (in un formato bonelliano, ad esempio, la prima parte termina intorno a tavola 14), ma la fine è inderogabile.
Certo, ci sono poi prodotti più autoriali che non sottostanno a queste regole ferree, ma se sei, come me, una signora nessuno che si propone con una nuda sceneggiatura, forse è meglio dimostrare di saper stare in uno schema.
Ci so stare in uno schema?
Con una fatica immane.
Dopo questa esperienza prometto solennemente di non lamentarmi mai più per un vincolo di battute. Che per quanto stretto non sarà mai come il dover tassativamente uccidere un personaggio a tavola 48 e concludere il tutto a tavola 94, costi quel che costi.

Ma quanto lo devi conoscere un personaggio da fumetto?
Un personaggio da fumetto è, di solito, sinonimo di personaggio dalla psicologia basica, di carta velina.
Può essere. 
Può darsi, anzi, per certi versi è inevitabile che la psicologia di un personaggio da fumetto sia creata per semplificazione, riassumibile in poche righe.
Uno dei miei personaggi è "uno schiavo fuggiasco che nasconde il suo passato e desidera la verità e la libertà per la sua gente". 
Ma quanto è alto questo personaggio? Com'è pettinato? Com'è vestito? Che segni di riconoscimento ha?
In narrativa ci basta sapere se è alto o basso, possiamo concentrarci su alcuni particolari distintivi, lo sguardo, un oggetto che ha sempre con sé, ma magari non è sempre indispensabile sapere il modello di scarpe che indossa.
In un fumetto il disegnatore deve sapere esattamente chi è più alto di chi e di quanto. Non possiamo avere due personaggi più o meno della stessa corporatura con la stessa pettinatura, perché rischiamo di confonderli. L'abbigliamento deve essere definito nel dettaglio. Tendenzialmente un personaggio si veste sempre allo stesso modo e l'abito "fa il monaco", nel senso che ne diventa un tratto distintivo.
E se invece è indispensabile che cambi d'abito? Uno dei miei personaggi cambia spesso d'abito nella storia ed è importante che lo faccia. Dato che l'ambientazione è una sorta di 1890 alternativo, sono diventata un'esperta di moda dell'epoca, per fornire alla mia eroina un guardaroba adeguato e in linea col suo carattere. Ho passato un'intera serata alla ricerca di una vestaglia adatta...
Tutto questo, per altro, nella sceneggiatura non c'è. I personaggi, tutti quanti, vanno descritti a parte e alla fine si ha la sensazione che la sceneggiatura vera e propria sia solo la punta dell'iceberg del lavoro di scrittura su un fumetto.

Sinossi vs Soggetto
Chiunque si provi a fare lo scribacchino si è scontrato con le sinossi, quella cosa maledetta a metà tra il rissuntone e la presentazione con cui, spesso, ci giochiamo l'attenzione di un editore.
Nel fumetto la stessa cosa, più o meno, si chiama soggetto.
Pone all'incirca gli stessi problemi, cioè, come fare a dare, nel minor spazio possibile, tutte le svolte di trama, essere comprensibile e anche un poco affascinante?
Devo dire che di tutte le fasi del lavoro, forse il soggetto è quello che mi ha dato meno problemi. Non so se, dopo le difficoltà della sceneggiatura e la mole immane di schede personaggi e note all'ambientazione (tutte da riassumere e rendere chiare), alla fine questo era solo l'ultimo scoglio. Non se è perché, tutto sommato, dopo aver fatto sinossi di romanzi di duecento pagine, fare un soggetto su un fumetto di 94 tavole alla fine non poteva essere più complicato. Fatto sta che è stata la cosa su cui mi sono sentita più sicura.
La difficoltà è stata più che altro descrivere le immagini, così chiare nella mia testa, in pochissime parole per cercare di dare l'idea di quello che (sempre nella mia testa) è il forte impatto visivo della vicenda.

La forza delle parole
Io non so disegnare. Per quanto la mia immaginazione sia prettamente visiva, la mano non vuole collaborare. Anche gli omini stilizzati che ogni tanto scarabocchio alla lavagna per semplificare alcune spiegazioni mi vengono malissimo.
Nella mia ingenuità avevo pensato di corredare il mio materiale di fotografie e immagini trovate in rete, almeno per dare un'idea di massima (la famosa vestaglia ad esempio). Peccato che abbia scoperto che le mie possibilità di farmi leggere dalla persona che anni ha tenuto il corso di sceneggiatura a cui ho partecipato sono quasi nulle e legate unicamente all'invio cartaceo. Non ho una stampante a colori e, allo stato delle mie possibilità, aggiungere le immagini sarebbe stato solo un gran spreco di carta e inchiostro.
Quindi tutto il mio lavoro alla fine è stato un tentativo di tradurre delle immagini in parole perché possano essere di nuovo convertite a immagini. 
Si è trattato di un esercizio di chiarezza come pochi altri.
Un racconto, un romanzo, devono affascinare. Qui bisogna avere la precisione chirurgica di trovare esattamente il giusto nome a ogni cosa, perché altri si possano figurare la stessa cosa che ho in mente io.
Vada come vada, di questo, spero, farò tesoro.
Le parole sono pennelli con cui possiamo dipingere mondi interi.

13 commenti:

  1. Ci sono passato avendo intrapreso una nuova strada creativa, come già avevo accennato.
    Il consiglio che ti posso dare per aggirare gli ostacoli è: crea direttamente la tavola.
    Non nel senso di disegnarla, visto che a come dici a livello di disegno ci sai fare quanto me, ma di fare una bozza. Coi personaggi disegnati con lo stile essenziale di un bambino dell'asilo, con gli sfondi in cui tre linee indicano un palazzo (e magari ci scrivi sopra che palazzo è). A quel punto, create tutte le tavole (è comunque un lavoro che prende diverse settimane) puoi abbinarci una sceneggiatura descrittiva. O magari crearle tu stessa utilizzando un software 3D come sto facendo io ;-)

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    1. Ti ringrazio per i consigli. Devo dire che all'inizio pensavo di fare come dicevi, poi mi sono accorta che riesco a visualizzare tutto un albo ipotetico tavola per tavola. Il problema è che mi sono imposta come esercizio di creare un albo bonelliano scomponibile in due albi francesi. E quindi c'era un numero fisso di pagine/tavole da rispettare. Alla fine credo di aver commesso un paio di errori "di grammatica" e sono sempre in dubbio sul nome di alcune inquadrature, ma tutto sommato l'esercizio è uscito. Se poi abbia un valore come sceneggiatura è tutto un altro discorso.

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  2. I passaggi mi sembrano tutti difficilissimi, ma sicuramente è una gran bella palestra di progettazione e scrittura che ti potrà servire anche in altri ambiti. Farei comunque tesoro dei consigli che ti ha dato Ariano.

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    1. Speriamo che possa servire. Sono un po' stufa di fare palestra...

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  3. Mi sembra un lavoro enorme. E vedo Anche Io il settore molto chiuso. Tu sei stata molto brava sul serio.

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    1. È un lavoro enorme. Non me ne ero ben resa conto, pensavo che con la sceneggiatura il più fosse fatto... Povera illusa...

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  4. E' molto interessante questo tuo reportage da dietro le quinte di una forma di scrittura di cui si parla poco. In bocca al lupo per i risultati, ma per me hai già vinto in intraprendenza.

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  5. Concordo con Grazia: premierei la tua intraprendenza. Un lavoro così richiede un interesse a tutto tondo, perché, seguendo i tuoi resoconti (e godendomi anche le strisce di Ariano), ho capito quanto sia complicato dedicarsi a quest'altra forma d'arte (credo se ne possa parlare in questi termini.)

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    1. È un mondo diverso. Ma si tratta sempre di costruire storie.

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  6. Ma ora sei alla ricerca di un disegnatore per poi presentare il lavoro a una casa editrice, o direttamente a un editore che poi ti affianchi un disegnatore?

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    1. Direttamente a un editore. Non potrei mai pensare di proporre a qualcuno un anno di lavoro senza alcuna certezza di pubblicazione. Ovviamente questo limita moltissimo le mie opzioni, sig.

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    2. In effetti se non hai un amico/conoscente che si voglia "avventurare" con te, l'unica è rivolgersi direttamente a un editore...

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