domenica 16 ottobre 2016

Il testo di canzone come testo letterario – Saccenza non richiesta

Bob Dylan non è il mio cantante preferito. In parte per un motivo puramente soggettivo, non mi entusiasma il suo tono di voce, tanto che apprezzo molto di più le cover delle sue canzoni cantate da altri (ho lo stesso problema con Capossela, la cui voce proprio non mi piace). In parte perché il mio inglese è pessimo e devo appoggiarmi a delle traduzioni per comprenderne i testi, di cui comunque mi sfugge qualche riferimento. Tuttavia il nobel a Bob Dylan non mi ha né stupito né scandalizzato.
Scrive? Sì. Il suoi testi hanno avuto una vasta influenza sul mondo intellettuale e non solo? Sì.
Quindi che problema c'è?
Il problema è, ovviamente, se i testi di canzone siano o non siano letteratura.

Io non sono una critica letteraria, ma ora sono abilita e arruolata per insegnare letteratura, potenzialmente anche nei licei e, per come la vedo io, il problema proprio non si pone, per tutta una serie di motivi.
Da un lato moltissimo del materiale che troviamo nei libri di letteratura è circolato principalmente musicato, ma in molti casi non ci è giunta la trascrizione della parte musicale. Secondo il mio prof di letteratura dell'università questo è continuato almeno fino al '600 avanzato. La Gerusalemme Liberata ha avuto successo sopratutto in forma musicale (in questo caso abbiamo anche la parte musicale) e quasi tutto Metastasio veniva cantato. Andando più indietro è difficile reperire notizie certe, ma Dante stesso ci informa che le sue poesie circolavano in forma musicata. Fa un po' ridere a pensarci adesso, ma è possibile che fosse considerato come una sorta di cantautore o, meglio, paroliere (non abbiamo prova del fatto che lui cantasse le proprie poesie).
Al di là di questo, ciò che fa di un testo un testo letterario è la consapevolezza.
Consapevolezza di inserirsi in una tradizione, che può essere esaltata, oppure distrutta, ma comunque viene tenuta presente.
Consapevolezza nell'utilizzo dei mezzi tecnici per veicolare il proprio messaggio. Che può anche essere "nulla ha senso", ma comunque esiste ed è inscindibile dalla forma, poiché nella letteratura la forma è sostanza.
Consapevolezza di tentare qualcosa di nuovo, che può essere anche essere il riprendere una tradizione.
Quindi, secondo me se un testo è consapevole della tradizione precedente, la forma è utilizzata in modo coerente con il messaggio proposto e cerca di essere in qualche modo innovativo è un testo letterario. Probabilmente bastano anche solo i primi due punti, il terzo ne fa un gran testo letterario.

Io non conosco abbastanza Bob Dylan e la letteratura angloamericana per scrivere qualcosa di sensato sui suoi testi, ma conosco assai meglio i testi dei cantautori italiani e la tradizione letteraria italiana e francese per proporvi un esempio un po' più nostrano di quello che intendo.

LA BALLADE DE PENDUS / LA BALLATA DEGLI IMPICCATI

Una delle poesie più commuoventi di sempre, secondo me, è la Ballade de pendus di François Villon, un testo così potente che è l'unico che io conosca a memoria in francese antico (sì, lo so, ho gusti allegri).
È stata scritta nella seconda metà del XV secolo e, secondo la tradizione, il poeta (che doveva essere un bel tipetto) l'ha composta in carcere in attesa della propria esecuzione, dopo aver ferito in una rissa un uomo di potere (fu poi graziato all'utimo). Non ci sono evidenze storiche che le cose andarono proprio così, l'unica prova è il testo stesso. A parlare sono proprio gli impiccati che si rivolgono ai passanti. In un periodo turbolento e disperato come il basso medioevo francese immagino che le impiccagioni fossero relativamente comuni e i benpensanti si difendessero da quella vista considerando i condannati altro da sé, creature non proprio umane, che si sono meritate la propria sorte.
Villon ribalta questo punto di vista e gli impiccati si rivolgono ai passati chiamandoli "Fratelli umani che vivete dopo di noi". È una poesia che colpisce nel profondo proprio perché fa appello a questo sentimento di comune umanità che ci obbliga ad alzare lo sguardo verso i condannati, i cui corpi sono marciti e mangiati dai corvi e a riconoscerli come nostri fratelli. Ci obbliga a chiederci davvero quanto siamo migliori di loro.
Leggetela e commuovetevi (se non lo fate siete delle brutte persone).

Frères humains qui après nous vivez,
N'ayez les cuers contre nous endurcis,
Car, se pitié de nous povres avez,
Dieu en aura plus tost de vous mercis.
Vous nous voiez cy attachez cinq, six:
Quant de la char, que trop avons nourrie,
Elle est pieça devoree et pourrie,
Et nous, les os, devenons cendre et pouldre.
De nostre mal personne ne s'en rie;
Mais priez Dieu que tous nous veuille absouldre!

Se vous clamons, freres, pas n'en devez
Avoir desdaing, quoy que fusmes occis
Par justice. Toutefois, cous sçavez
Que tous hommes n'ont pas bon sens rassis;
Excusez nous, puis que sommes transis,
Envers le fils de la Vierge Marie,
Que sa grâce ne soit pour nous tarie,
Nous preservant de l'infernale fouldre.
Nous sommes mors, ame ne nous harie;
Mais priez Dieu que tous nous veuille absouldre!

La pluye nous a buez et lavez,
Et le soleil dessechiez et noircis;
Pies, corbeaulx nous ont les yeux cavez,
Et arrachié la barbe et les sourcis.
Jamis nul temps nous ne sommes assis;
Puis ça, puis la, comme le vent varie,
A son plaisir sans cesser nous charie,
Plus becquetez d'oyseaulx que dez a couldre.
Ne soiez donc de nostre confrarie;
Mais priez Dieu que tous nous veuille absouldre!

Prince Jhesus, qui sur tous a maistrie,
Garde qu'enfer n'ait de nous seigneurie:
A luy n'ayons que faire ne que souldre.
Hommes, ici n'a point de mocquerie;
Mais priez Dieu que tous nous vueille absouldre!

Fratelli umani, che siete ancora vivi
non abbiate i cuori insensibili verso di noi
perchè, se pietà di noi poveri avrete
dio sarà clemente con voi
voi ci vedete qui appesi, cinque, sei
quanto alla carne che abbiamo tanto soddisfatto
lei è gia divorata e decomposta
e noi, le nostre ossa deventano cenere e polvere
nessuno ride del nostro male
ma pregate dio che ci voglia perdonare

Se vi chiamiamo fratelli non ne dovete
avere indignazione anche se siamo stati uccisi
dalla giustizia...tuttavia sapete
che molti uomini non hanno il buon senso
scusateci, poichè siamo morti
invece il figlio della vergine maria
que la sua grazie non sarà terminata per noi
ci salva dall'inferno
siamo morti, nessuno ci infastidisca
ma pregate dio che ci voglia perdonare

La pioggia ci ha sciaquati e lavati
e il sole seccati e anneriti
gazze corvi ci hanno cavato gli occhi
e strappato barba e sopracciglia
non abbiamo mai un momento di tempo
di qua, di la come cambia il vento
a suo piacere senza fermare il nostro movimento
più bucati dagli uccelli che dei ditali
quindi non sarete mai uguali a noi
ma pregate dio che ci voglia perdonare

O gesù che su tutti noi hai potere
guarda che inferno ci è capitato
a lui non dobbiamo niente
uomini questo è il punto chiave
ma pregate dio che ci voglia perdonare.

Nel 1968 Fabrizio de André presenta il proprio secondo disco da studio Tutti morimmo a stento, uno dei primi concept album italiani, incentrato sull'allegro tema della morte. Una delle canzoni si intitola proprio come la poesia di Villon e ad essa si rifà, La ballata degli impiccati (scritta con Giuseppe Bentivoglio).
Non si tratta, però, di una traduzione o di una trasposizione musicale (come lo stesso de André fa con S'i fossi foco di Cecco Angiolieri e con altre poesie), ma di una rielaborazione che per certi versi stravolge il senso della poesia originale.
Villon apriva la sua opera con questo disperato "Fratelli umani", de André e Bentivoglio si mettono a loro volta dal punto di vista dei condannati a morte, condannati a morte, però, che rimarcano non la propria similitudine, ma la propria differenza rispetto agli "altri".
Tutti morimmo a stento, così si apre la canzone, mettendo l'accento sul dolore che nel nome della giustizia degli uomini hanno inflitto ad altri uomini. I condannati a morte di André e Bentivoglio hanno pochissima benevolenza nei confronti dei propri carnefici, anzi, i benpensanti, che si sentono superiori e diversi, sono oggetto di un odio esacerbato a cui neppure la morte può porre fine.

Coltiviamo per tutti un rancore
che ha l'odore del sangue rappreso
ciò che allora chiamammo dolore
è solo un discorso sospeso

Tra i due testi sono passati secoli. Agli occhi dei due autori del 1968 la pena di morte è, davvero, un retaggio medioevale che, in quel momento assai più che ai tempi di Villon, crea solo fratture nel tessuto sociale, esacerbando un'illusoria distinzione tra i "giusti" e gli "sbagliati".

Prima che fosse finita
ricordammo a chi vive ancora
che il prezzo fu la vita
per il male fatto in un'ora

Insomma, nel 1400 aveva senso ricordare che i condannati a morte sono uomini come gli altri, nel novecento avanzato ormai questo dovremmo saperlo e sarebbe il caso di finirla e basta con le condanne a morte.
Quello che mi interessa notare, qui, però, è che questa non è un'operazione musicale o ideologica, ma squisitamente letteraria in cui ci si riallaccia a una tradizione precedente e la si rielabora per dire altro che abbia senso nel qui ed ora dell'autore.
Per ragionare sul testo di de André/Bentivoglio e andare a fondo (ben più di come abbia fatto adesso) devo fare la stessa operazione che faccio, per esempio quando spiego ai miei alunni come Foscolo in In morte del fratello Giovanni (oggi tutti esempi allegri) abbia ripreso un carme di Catullo e lo abbia rielaborato secondo il proprio sentire e il proprio qui ed ora.
Il testo che ho scelto può non piacere (l'ho scelto perché si prestava, ma, ad esempio, non è tra i miei preferiti), può non essere grande letteratura ma è sicuramente letteratura. E se un domani si perdessero tutte le registrazioni e la partitura, potremmo comunque ragionarci su senza, in fin dei conti, perderci molto.

A proposito, vale anche il discorso contrario. Il testo di Villon funziona molto bene anche come canzone...


Questo invece è quello di De André


Infine, dato che tutto è partito da Bob Dylan, chiudiamo il cerchio con una sua canzone tradotta e interpretata da De André.


Buon Nobel a tutti!

26 commenti:

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  2. Scusami x la prova anonima lassu, ma ho ancora il pc vecchio e non volevo scrivere un poema x poi non riuscire a postarlo. Scusami anche x eventuali segni grafici assurdi, alcuni tasti sono defunti. Non impazzisco neppure io per Dylan, tanto che mio marito e la e accentata non funziona, andato a un suo concerto di recente e io non l-ho accompagnato, pero capisco e condivido le motivazioni di Stoccolma e il tuo post, il Nobel non e un premio ai libri piu belli ne agli autori piu bravi, per quelli ci sono altri premi, puo quindi stupire, ma vorrei anche sottolineare che spesso il Nobel e stato asseganto ad autori sconosciuti alle masse. Anch io ho una vena tetra dentro e De Andre rimane tra i miei miti assoluti, avrei visto bene un Nobel pure a lui. Un bacio alla pupattola. Sandra

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    1. Senza il nobel, ad esempio, non avrei mai letto Kawabata, si cui scrissi qualche settimana fa, e non sono sicura che avrei vissuto tanto peggio... Però capisco e condivido le motivazioni per questo nobel.
      Il Nobel si assegna solo ad autori viventi e il buon de André è morto troppo giovane, però ricordiamoci anche che ha quasi sempre scritto insieme ad altri e c'è anche una lunga polemica filologica su cosa esattamente sia "farina del suo sacco" (lo dice una che adora de André, ma, ecco cerchiamo di dare a tutti il giusto riconoscimento).

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  3. Brava Tenar! Un post da applausi. Secondo me il nobel a Dylan ci sta tutto e mi chiedevo solo perché ancora non glielo avessero dato.
    Il legame tra poesia e canzone è strettissimo. Anche il grande poeta svedese Dan Andersson (di cui mi sono occupato anche nel mio blog) scriveva le sue poesie e poi le musicava. E dopo che è prematuramente scomparso tanti altri cantautori svedesi hanno continuato l'opera che è ancora un work in progress.
    E qui da noi Guccini e De André hanno prodotto altissima poesia. Ma non, per esempio, Mogol (imho).

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    1. Non tutti i poeti sono grandi poeti, suppongo.

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  4. Condivido il nobel a Bob Dylan e meno male che si sono decisi in tempo visto che anche lui comincia ad avere una certa età e visto che il nobel va dato a persone ancora in vita. La ballata dell'impiccato di De Andrè mi piace moltissimo, del resto De Andrè muove in me sempre delle corde molto profonde.

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    1. Sì, è sempre stimolante da ascoltare o anche solo da leggere.

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  5. Ho sempre considerato il cantautorato un'evoluzione della poesia tradizionale, ragion per cui non me la sento di criticare quei professori che inseriscono Battiato e De André nel programma scolastico: si tratta, in fondo, di storia contemporanea, anche se a volte ci si trincera all'ombra di un passato illustre, che protegge. Ergo, nemmeno io mi sento scandalizzata per il Nobel a Dylan, sebbene ammetta di averci un po' scherzato, e di conoscerlo poco come artista. :)

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    1. Battiato non mi è mai capitato di usarlo a scuola, ma de André si è rivelato utile in molte occasioni.

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    2. Battiato è molto complesso, forse dei ragazzi delle medie possono sentirsene distanti. De André invece può insegnare molto. In fondo, in molte canzoni, racconta delle storie. Io stessa sono cresciuta con "La guerra di Piero", "La canzone di Marinella", "Carlo Martello" e così via, perché mia mamma aveva l'audio cassetta in auto. Mi piacevano moltissimo. Poi, c'è anche una ragione campanilista: De André parla molto della mia terra, è come fosse un vecchio zio, per noi liguri. :)

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    3. Ho usato molto anche Branduardi, che ha musicato parecchie poesie medioevali e rinascimentali. Paradossalmente uso i cantautori sopratutto nelle ore di letteratura...

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    4. Branduardi è un autore che conosco meno, rispetto ad altri. Rimedierò. :-)

      Una novità degli ultimi mesi, che non mi sarei mai aspettata da me stessa, considerando i miei gusti, è che sto scoprendo il rap. L'ho sempre considerato un genere grezzo, un po'volgare, ma ho trovato dei pezzi che danno un gran valore alla parola, e non mi dispiacciono. Però non li insegnerei mai nelle scuole! :-D

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    5. Il rap rimette la parola al potere. Non è il mio genere preferito, ma sicuramente è interessante (nel corso di didattica della letteratura abbiamo fatto una lezione su come insegnare la poesia a partire dal rap)

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    6. Sembra davvero interessante. :)

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  6. Sono profondamente convinta anch’io che ci sia sempre stato un rapporto di reciproca influenza tra musica e letteratura, fin dall’antichità, dove l’arte poetico-letteraria era affidata ai cantori, alla voce dei teatranti e degli aedi. Oggi questa relazione risulta evidente nella musica pop, la quale riesce brillantemente a rappresentare lo spirito del nostro tempo, le aspirazioni ad un mondo migliore, lo spaesamento, i dubbi, le fragilità, attraverso un discorso poetico. Ma non solo. Sono, infatti, tantissimi i brani di cantautori e rocker ispirati ai personaggi di romanzi o ai versi di grandi poeti: Bob Dylan, Patti Smith, Lou Reed, i Metallica, ma ovviamente anche Battiato, Conte e De André. E gli esempi potrebbero continuare ancora e ancora. Da sempre i giovani hanno “sete” di poesia e proporre loro di studiare il testo di una canzone può motivarli ad avvicinarsi anche alla grande letteratura, senza trascurare che questo tipo di analisi offre moltissimi stimoli per l’introduzione di tematiche socioculturali e facilita lo sviluppo di un percorso di educazione storica. Dal mio modesto punto di vista stai facendo un ottimo lavoro: bravissima!

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    1. Ti ringrazio e benvenuta tra i commentatori del blog!

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  7. Dylan il Nobel se lo merita di certo. Ma forse è il nome del premio che è improprio, perché di esso da sempre non sono insigniti solo scrittori in senso stretto. In passato hanno premiato anche filosofi: nel '27 l'han dato a Bergson, nel '50 a Bertand Russel e nel '64 a Sartre. Poi sono stati premiati autori di teatro come Dario Fo. E chissà che altro.
    Io lo rinominerei quindi "Nobel per la cultura", e forse così tutto sarebbe più chiaro e ci sarebbero meno polemiche.

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    1. Letteratura è tutto ciò che viene scritto. Nei manuali di letteratura si trovano anche i testi scientifici di Galileo, imprescindibili per lo sviluppo della lingua italiana. Quindi ben vengano testi filosofici, copioni teatrali, sceneggiature e testi di canzoni. Gli scrittori, anche se non sempre ne sono contenti, non sono gli unici a fare letteratura.

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  8. Questo post non è bello, è meraviglioso. E per la cronaca il "Frères humains q'après nous vivez" commuove anche me da tanti tanti anni ❤

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  9. Siamo su due fronti opposti, da me ho dato voce a tutti i non concordi. Ne risulta un coacervo di argomentazioni legittime. Un bel confronto in entrambi i casi.
    La mia posizione: il Nobel in questo caso ha premiato un repertorio di canzoni, musicale. Impossibile scorporare quelle parole dal dettato di note nel quale esse vivono, perché una canzone è costituita da parole, sì, ma anche da suoni, la si ascolta, e se proviamo a separare le parole di Dylan dal contesto di note nel quale sono collocate, ebbene, per dirla tutta non sarebbero all'altezza neppure di un testo di De André, Guccini, De Gregori. Insomma, la prova provata che qui si è premiata la musica, il personaggio, una carriera.

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    1. Io non conosco abbastanza a fondo i testi di Bob Dylan per dare un parere ragionato su di lui, ma tantissima della nostra letteratura circolava musicata e anche se abbiamo perso la partitura la apprezziamo ugualmente. Poi, per carità, saranno gusti, ma alcune canzoni italiane mi piacciono anche da leggere (Autogril di Guccini è uno splendido racconto breve e, se letto a un pubblico che non lo conosce, non viene individuato come testo di canzone).

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    2. Ho fatto un giretto fra le altre canzoni di Guccini. Leggendole la voce si spezza di commozione. Questa sì è poesia!

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  10. Venendo da studi simili ai tuoi, ho sempre pensato a "la canzone" come a qualcosa di letterario, quindi non sono rimasta scandalizzata dal nobel. Non è un genere che ascolto, il suo, e conosco pochissimi pezzi ma il premio potrebbe essere uno stimolo a scoprire qualcosa in più. ;)

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    1. Anch'io penso dovrò recuperare i testi, del resto il nobel serve a questo. Ogni tanto poi si rimane delusi, ma fa parte del gioco.

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