domenica 12 giugno 2016

L'autopubblicazione è un hobby per ricchi?


Premessa necessaria
Questo post è una riflessione personale, né più né meno. Una riflessione, però, non una provocazione, tanto meno gratuita. Nella blogsfera, sopratutto in quella parte di blogsfera in cui si parla di scrittura, si discute moltissimo di autopubblicazione e chi ci è passato o lavora nel settore offre consigli e analisi di mercato. Leggo sempre con interesse quei post. Sono la prima a rendermi conto che alcune cose che ho scritto non interessano ad alcun editore, almeno non qui, non oggi. Potrebbero interessare dei lettori, però, quindi non mi sento di scartare a priori la possibilità di autopubblicare e per questo mi tengo informata. Faccio sempre, o quasi, i "conti della serva" per cercare di capire quanto possa costare e se me lo possa permettere e da qui nascono molte mie perplessità. Avere perplessità non credo sia offensivo, anzi, spero proprio che qualcuno nei commenti risponda "no" e mi motivi in modo convincente la sua opinione.

Perché non penso che pubblicare o autopubblicare POSSA essere un hobby, tanto meno per ricchi
Quando faccio i conti della serva, a volte mi viene detto che bisogna investire nella propria scrittura e, comunque, non c'è nulla di male nel spendere per qualcosa che ci piace fare. Del resto se andiamo in palestra paghiamo un abbonamento e allo stesso modo se faccia un corso di fotografia non pretendiamo di farlo gratis e se facciamo sub ci compriamo l'attrezzatura. 

Il problema è che IO NON PENSO CHE LA SCRITTURA DEBBA ESSERE UN HOBBY.
Un hobby è qualcosa che si fa per propio piacere, principalmente per autogratificazione, poi se ne esce qualcosa di gradevole, bene, ma è comunque un investimento su noi stessi. La scrittura è un'attività rivolta all'esterno, ai lettori e i lettori si meritano qualcosa che non sia a livello amatoriale, sopratutto se pagano. Quando mettiamo un libro in vendita non stiamo facendo la mostra gratuita del fotoclub o il saggio di danza. Chiediamo al lettore tante ore di attenzione, oltre che i suoi soldi. E al lettore non importa molto della nostra autogratificazione. Importa di avere una bella storia.

Un hobby è qualcosa a cui si dedicano dei ritagli di tempo e le energie in sovrappiù, qualcosa di cui, al limite, si può fare a meno. La letteratura non è qualcosa di cui l'umanità possa fare a meno e accettare che solo quella parte di popolazione che può permettersi di praticarla per hobby produca letteratura rischia di impoverirci a livello culturale. Non avere i soldi e il tempo da investire nell'autopubblicazione non vuol dire molto in termine di qualità. O torniamo indietro di qualche secolo e all'idea che solo chi ha i soldi ha idee che ha senso ascoltare o dobbiamo sforzarci di avere un sistema culturale che permetta anche a chi non ha risorse di emergere. A livello etico questa è la mia principale perplessità sull'autopubblicazione, che rischia di trasformare il "tutti possono pubblicare" in "tutti quelli che hanno i soldi possono pubblicare".

Ovviamente si può fare letteratura per hobby e non c'è nulla di male in questo. Ci sono siti di scrittura amatoriale, gruppi di lettura e di scrittura e si può aprire un blog e giocare con le parole. Non solo non c'è nulla di male, ma spesso è uno step necessario per arrivare a fare letteratura in modo più professionale. Per quel che mi riguarda la discriminante è il mettere un prezzo alle proprie opere. Fino a che su un blog pubblico racconti che tutti possono vedere, io come autore ho un impegno limitato in termini di impaginazione, grafica e promozione, io come lettore posso abbandonare la lettura dopo poche righe senza remore se ritengo che non ne valga la pena. Come tutte le attività amatoriali, se si pubblica su un sito o su un blog di solito si rimane aperti ai commenti e ai consigli, in un'ottica di crescita e di mutuo aiuto. Come lettore posso passare a distanza di tempo per vedere se quell'autore è migliorato oppure no. 
Quando però metto il mio libro in vendita ho, come autore, tutta una serie di obblighi e di impegni e, come lettore, investo qualcosa, tanto o poco che sia. Come lettore se non sono soddisfatto non sono soddisfatto, non regalo gentili consigli, al massimo stronco. E di certo non compro una seconda opera da chi mi ha deluso. Insomma, come in molti altri campi, quando metto un prezzo alla mia opera passo al professionismo, con tutti gli oneri e gli onori del caso.

Perché penso che l'autopubblicazione RISCHI di diventare un hobby per ricchi

– Perché per fare un buon lavoro c'è bisogno di un investimento non indifferente
Bisogna fare un editing, una correzione di bozze, un'impaginazione e una copertina professionale. Personalmente ritengo che, tranne casi fortunati, non sia il caso di ricorrere a degli amici (chi ci garantisce l'obiettività e la professionalità degli amici, a meno che non lavorino nel settore), del resto non stiamo facendo la locandina della festa dell'oratorio, con tutto il rispetto per le feste dell'oratorio! Il problema è che tutto ciò costa. Parecchio. E qui torna il paragone con il sub. Fare sub è una bellissima esperienza, ma costa. Se uno non se può permettere, evita. Tuttavia il mondo non perde niente se una persona non fa sub. Invece un capolavoro della narrativa arricchisce tutti e perderselo perché l'autore, magari giovane e squattrinato, non può permettersi editing e grafico non mi sembra una grande vittoria per la democrazia. Peggio, il giovane scrittore, non potendo permettersi editing e grafico si affida agli amici e fa quello che può. Vende 20 copie, riceve due recensioni da 1 stellina, la prima dice " ci sono quattro refusi in 40 pagine, che schifo!", la seconda "l'impaginazione era un disastro, ho dovuto smettere di leggere". Il nostro giovane scrittore si convince di non valere niente e se ci fa bene non fa la fine di Jacopo Ortiz.

– Perché per fare un buon lavoro, sopratutto di promozione, ci vuole un sacco di tempo
Questo, a dire il vero, è un problema comune anche all'editoria tradizionale. Bisogna scrivere in modo professionale (almeno secondo me), ma, sempre conti della serva alla mano per i più la scrittura rimane, se va bene, un secondo lavoro. Posto che a tutti piace mangiare e dormire in case riscaldate, gli autori alle prime armi si dividono in tre categorie: quelli ricchi, che non hanno bisogno di un altro lavoro, quelli normali, che si barcamenano tra famiglia, lavoro e scrittura, e quelli pazzi che vivono per strada o in case occupate (e magari sfornano capolavori, ma magari no).
Solo i primi hanno le risorse di tempo per accollarsi per intero il lavoro di promozione e questa è una triste verità, ribadisco, anche per l'editoria tradizionale. Quest'anno io ho dovuto dare uno stop a molti impegni, non per mia scelta, e è saltato per primo il tempo dedicato alla promozione di ciò che scrivo. Pur lavorando con editori, c'è chi me l'ha fatto pesare, senza indagare il perché della mia scelta. Tuttavia qualcosa si è mosso ugualmente, perché non ero solo io a occuparmi dei miei scritti. Se la stessa congiuntura fosse capitata a un giovane autore self con il suo capolavoro appena messo su Amazon? Il non potersi occupare di promozione avrebbe affossato le vendite? Questo avrebbe fatto di lui uno scrittore peggiore?

– Perché sono necessarie attitudini sociali che nulla hanno a che vedere con la scrittura
Questa mia perplessità non ha nulla a che fare con la ricchezza. 
Si dice sempre che un autore self deve essere un autore social, molto presente, pronto all'interazione, entusiasta nel rapportarsi col pubblico, pronto a raccontarsi. Questo aspetto ha a che fare con competenze informatiche e sociali, non letterarie. Esiste la seria possibilità che un ottimo autore non abbia quelle competenze e quelle qualità. Ci sono ottimi autori che, quando li senti parlare, ti vien voglia di strapparti i capelli. Ma, del resto, non hanno scelto di fare cabaret. Hanno scelto di scrivere. Attività solitaria che tende ad attrarre introversi, non proprio degli animali da palcoscenico. Il fatto che un editore gestisca l'immagine di un autore può essere un gran male, ma anche un bene, quando un autore sa scrivere, ma non, sopratutto all'inizio, interagire con i lettori. Un buon editore accompagna l'autore in un percorso, gli insegna come fare. Il self è lasciato allo sbaraglio. O paga qualcuno, o rischia di pagare per i propri errori di strategia. In ogni caso questo non ha nulla a che fare con la scrittura.

Inconcluse conclusioni

Ho una gran paura che l'autopubblicazione, presentata come il massimo della meritocrazia, finisca per premiare dei meriti che nulla hanno a che fare con la scrittura. 
Ho paura che si trasformi in un hobby per ricchi.
Ho paura che un giovane autore di talento, ma squattrinato, possa perdercisi anche più che non bussando alla porta di un editore.
Ho paura che l'auopubblicazione rimanga patria per boriosi imbrattacarte senza talento, per feroci imprenditori del libro più spietati dei grandi editori, tutti tesi alle vendite e al marketing e per uno sparuto gruppo di idealisti che rischia di finire schiacciato.
Ho paura di finirne schiacciata io. Se autopubblicassi forse avrei meno lettori che non mandando gratis il pdf della mia opera ai miei amici, perché non ho il tempo e i soldi per pagarmi editing e grafica, per non parlare della promozione.

Smentitemi, ma motivatemi le vostre idee, considerando che sono un'anima pratica che ama farsi i conti e che no, non posso abbandonare nulla di quanto sto facendo per dedicarmi di più alla mia vocazione.

59 commenti:

  1. Partendo dalla fine, spero che quel “feroci imprenditori del libro più spietati dei grandi editori, tutti tesi alle vendite e al marketing” non sia rivolto a me. ;)
    Io ho avuto come impressione, con i miei guest pubblicati da Maria Teresa e prima con la querelle e poi intervista con Helgaldo, d’aver sbagliato. Cioè ho avuto proprio l’impressione d’essermi attirato attenzioni, repulsioni, e un certo scettiscismo, che non mi serve, e che in fondo non credo di meritare. L’errore è tanto più evidente per me, perché in fondo ho operato in perfetta buona fede. Lo dico senza polemica, ma con disillusa schiettezza.
    I guest da Maria Teresa non sono stati voglia mia di pavoneggiarmi, o di far vedere quanto a parole sono bravo, ma erano pezzi di un documento privato, scritto per aiutare lei, e che su suo suggerimento m’è parsa una buona idea divulgare, perché magari quegli spunti potevano aiutare anche altri.
    Con Helgaldo, io che ho la possibilità di argomentare, mi sono sentito di intervenire per difendere i tanti autori self che incapaci di difendersi vengono facilmente presi di mira. Non da Helgaldo, sia chiaro, ma in generale. Con Helgaldo c’è stata la possibilità di costruire qualcosa di positivo. Almeno spero, vista la mia ingenuità.

    Ecco, perché in fondo io non sono d’accordo con la tua tesi: il self publishing è un hobby per ricchi. Perché quasi tutti gli autori self che conosco io hanno speso zero euro nelle loro pubblicazioni. Semplicemente hanno costruito reti, relazioni, amicizie, lettori beta, che hanno permesso di pubblicare i loro scritti e di ricevere feedback entusiasti dei lettori, come se i libri fossero stati prodotti dal team di una casa editrice.

    Negli scrittori self è bella la possibilità di aiutarsi a vicenda. Avendo chiara la difficoltà di partire con l’handicap di non avere le professionalità degli editori, si è tutti più propensi ad aiutarsi.
    Quindi pubblicare in maniera self non è una questione di soldi. Dirai è una questione di tempo. Il tempo purtroppo è una risorsa scarsa per tutti. C’è chi ne può disporre di più, c’è chi ne dispone di meno. Ma conosco tanti autori indipendenti che non hanno nemmeno il tempo di andare al bagno (sul serio), eppure un passetto per volta provano andare avanti.

    Vorrei che il mio dire non fosse preso come polemico. Tutt’altro, sono molto amareggiato.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sono assolutamente d'accordo con Marco e rilancio. :)
      Il self-publishing (non chiamatelo autopubblicazione, per favore; la traduzione corretta è autoeditoria) non è un hobby per ricchi, bensì un'attività imprenditoriale per scrittori che vogliono imparare a essere anche editori. Come tutte le attività imprenditoriali può richiedere un investimento più o meno sostanzioso, che può andare dai pochi euro che spendo io (per i libri in italiano; quelli tradotti in inglese sono un discorso a parte) per l'ISBN (per tutto il resto spendo sì tempo, ma non soldi) a cifre ben più elevate. Sta al self-publisher trovare il modo migliore di sfruttare il proprio budget e calcolare i rischi d'impresa per non andare in perdita.
      Questo è quanto. Se un autore non vuole essere imprenditore, allora deve rivolgersi all'editoria tradizionale.
      Poi c'è chi può farlo come sfizio/hobby, ma questo capita in tutti mestieri, soprattutto quelli di carattere artistico, in cui alcuni si cimentano a livello amatoriale per puro divertimento. Questo però non declassa automaticamente il mestiere in sé a hobby. L'autoeditoria è un mestiere a tutti gli effetti.

      Elimina
    2. Non ce l'ho certo con te, Marco.
      E la mia non è una tesi, ma una domanda.
      Sicuramente avrei dovuto spiegarmi meglio. Ho letto alcuni libri di autori self poi passati all'editoria tradizionale e li ho trovati molto standardizzati, più di molte pubblicazioni nate e cresciute in ambito editoriali.
      Il costo e il tempo, sì, mi spaventano. Mi spaventano per due motivi. Penso che al 90% una professionalità non si possa sostituire con il "ma sì, facciamolo in casa", sono pochi i fortunati che in questo modo riescono ad avere poi prodotti dignitosi e una perdita di qualità non mi può rendere felice.
      Gli investimenti richiedono tempo e soldi, in alcuni settori ci sono bandi volti ad aiutare chi si mette in proprio per l'autoeditoria, se si vuole chiamarla così, no, quindi gli investimenti sono appannaggio di chi se li può permettere e questo non finisce per creare un filtro che poco a che fare con la qualità?
      Le miei, ribadisco, sono perplessità a cui ancora non trovo grande risposta.
      Ho visto il tuo sito, Rita Carla Francesca, e l'ho trovato molto bello e volevo chiederti come ti regoli per l'editing, che spesso è un fattore cruciale. La mia non è una provocazione, ma una domanda. Considerando il tempo e la professionalità che un editing richiede, ammetto di essere stupida all'idea che qualcuno lo faccia a titolo gratuito. Se è un mutuo aiuto, continuo a nutrire perplessità: io ad esempio, pur avendo fatto un corso di editing, non mi sentirei di editare un romanzo, proprio il fatto di sapere in teoria cosa si debba fare mi fa capire che non ne sono in grado.
      Spero davvero che non l'abbiate vissuto come un attacco personale. È vero che io rompo sempre le scatole chiedendo i conti del self. Perché chiedo anche i conti dell'insalata e sono abituata a vivere così, misurando ogni euro, come tutti i precari d'Italia. E siccome un sacco di gente nella mia vita mi ha proposto di lavorare gratis o pagando di tasca mia, probabilmente sono diventata ipersensibile alla cosa.
      Per concludere, ho già scritto un post che si intitola "La scrittura è un hobby per ricchi?" in cui muovevo perplessità a entrambi i sistemi. Ci sono cose che non mi piacciono da una parte come dall'altra e è nella mia natura continuare a pormi domande.
      E per farne una diretta diretta vi chiedo:
      cosa consigliereste a un giovane autore promettente ma squattrinato, che ha un lavoro a tempo pieno che gli serve per pagarsi il mutuo e di cui non può fare a meno?
      Secondo voi come dovrebbe muoversi?
      Così poi possiamo fare un post tutti insieme "consigli a un giovane autore squattrinato" (è evidente che è una categoria a cui tengo molto)

      Elimina
    3. Ciao Tenar :)
      L'editing è la fase che porta via più tempo nella realizzazione dei miei libri, poiché in genere questi vanno incontro a un minimo di 6 stesure (uno è arrivato anche a 8) prima della pubblicazione. Ma è anche quella che mi piace di più, perché vedo il materiale grezzo che ho scritto (con grande sofferenza!) migliorare davanti ai miei occhi e ciò mi dà grande soddisfazione.
      Nel tempo ho creato una gruppo di test e beta reader di circa 20 persone che lavorano ai vari libri, in genere non tutti insieme (non più di 10-12 per libro).
      Nello specifico ho due test reader che leggono la prima stesura (dopo una mia prima rilettura e revisione veloce) e mi offrono un feedback più che altro sulla struttura della storia. Sono persone ovviamente molto vicine a me, poiché non darei certo la prima stesura del mio libro al primo che capita. Con il loro feedback in mano, affronto le prime tre fasi di editing che svolgo in maniera autonoma.
      C'è da dire che a livello strutturale raramente apporto delle grosse modifiche al libro. Essendo perlopiù una plotter, la struttura è già abbastanza determinata prima che io scriva la prima stesura e va comunque definendosi nei dettagli durante la scrittura. Ma è chiaro che c'è sempre una marea di dettagli da sistemare, incongruenze da stanare, ecc...
      Nel contempo faccio un line editing molto approfondito che tiene conto di moltissimi fattori relativi alle mie scelte stilistiche, alla caratterizzazione dei personaggi e così via. Rimarrei qui ore a parlare di come faccio self-editing e di come riesco a distaccarmi dal testo (fino a un certo punto). Non si tratta di qualcosa di improvvisato. Ho studiato per farlo e studio in continuazione, leggendo libri sull'argomento, analizzando la struttura e gli stili utilizzati nei libri che leggo (e leggo tanto, possibilmente libri ben scritti e/o con certe caratteristiche di stile e struttura che mi interessano). E più mi impegno a essere io stessa responsabile della qualità del mio testo più migliora la qualità delle mie prime stesure.
      Mi rendo conto che non è una cosa per tutti. Bisogna conoscere bene la materia (editing), per non parlare di grammatica e sintassi. Ma soprattutto devono piacerti. Pur avendo una preparazione scientifica, io ho un amore sviscerato per la lingua italiana e per il modo in cui gli stili della narrativa trasformano una qualiasi idea, anche banalissima, in emozione unica nella mente del lettore.
      Come per tutte le cose, più lo fai e più diventi bravo.
      Chiaramente il mio self-editing non basta, perché mi servono sempre degli occhi esterni per vedere ciò che a me sfugge. Arrivata alla quarta stesura entrano in gioco i beta reader, il cui compito svaria dal copyediting, a qualche residuo di line editing, alla ricerca dei refusi e delle frasi senza senso o comunque inutili (davanti alle quali noi scrittori tendiamo a essere ciechi), fino all'analisi dei dettagli della trama o delle singole scene e azioni dei personaggi. È un gruppo molto variegato di persone, alcune delle quali lavorano con me dal 2012, quindi conoscono bene la mia scrittura e hanno imparato come rendersi utili senza che ciò diventi per loro faticoso. Alcuni sono autori come me (in cambio io faccio da beta ai loro libri, in alcuni casi ho fatto line editing, copyediting o correzione di bozze) altri sono lettori puri che lo fanno per divertimento (per loro è un hobby!) e per poter leggere in anticipo i miei libri. Questi ultimi danno un contributo in base alle proprie capacità. Do loro delle linee guida di massima ma non pretendo niente di particolare. Ognuno di loro mi fornisce una prospettiva personale sul testo che mi risulta preziosa. Dai loro feedback scaturisce la quinta stesura. Poi mi dedico alla revisione finale in cui può intervenire un'altra persona nel ruolo di correttore di bozze.

      Elimina
    4. Non sono arrivata a tutto questo dall'oggi al domani. Questo è il mio quinto anno da self-publisher. Ho pubblicato finora 10 libri e sto per terminare le prima stesura dell'11esimo (mi mancano 4 scene). All'inizio avevo intorno a me 2-3 persone, poi sono man mano cresciute. Alcune si sono proposte spontaneamente, poiché avevano letto i miei primi libri e volevano contribuire alla pubblicazione dei successivi (e poterli leggere 1-2 mesi in anticipo per sapere cosa succedeva prima degli altri! ;) ).
      Lo stesso discorso vale per le vendite e i guadagni.
      Come dicevo sopra, l'autoeditoria è una forma di imprenditoria. Viene spesso definita editoria artigianale, che è un termine assolutamente adeguato. Come per tutte le forme di imprenditoria c'è un investimento di partenza, ma che è decisamente inferiore a quello di aprire una qualsiasi azienda, tanto che può essere zero. Per me è stato zero.
      Nel primo anno ho incassato poco meno di 150 euro, nel secondo circa 700, nel terzo 2500 e nel quarto (quello appena passato) la mia attività editoriale è stata la mia prima fonte di reddito e mi avrebbe permesso di vivere tranquillamente anche da sola (io non conduco una vita particolarmente dispendiosa!), soprattutto grazie all'aver venduto i diritti di traduzione di un libro, ma non solo, perché i redditi provenienti dai soli titoli autopubblicati sono quasi triplicati.
      Questo quinto anno è tutto ancora da vedere. Da una parte ho messo da parte ciò che ho guadagnato, incluso ciò che di fatto ho incassato in questo anno solare, e dall'altra ho continuato a pubblicare con la stessa frequenza (2 libri l'anno in italiano). Per il resto proseguo sulla mia strada e poi si vedrà.
      Ho anche delle spese, soprattutto per la revisione delle traduzioni delle edizioni inglesi che ho pubblicato autonomamente e per la promozione (campagne pubblicitarie su Facebook per i titoli in italiano e altre attività promozionali per i titoli in inglese), ma cerco sempre di non spendere più di quello che prevedo di guadagnare dallo stesso titolo nel breve o lungo termine, secondo il tipo di spesa.
      Si tratta di un impegno a lungo termine che come tutte le attività imprenditoriali ha dei periodi positivi e altri in cui si va in rosso, ma talvolta basta che vada bene una sola cosa su cento per tenerti a galla per mesi o anni finché non arriva la successiva.
      Non è comunque un mestiere per chi vuole soltanto essere uno scrittore. Assolutamente non lo è.
      Io non ho intrapreso questa strada solo perché amo scrivere delle storie e pare che mi riesca bene (così dicono), ma perché voglio provare a realizzarmi come persona attraverso questa mia capacità, cioè attraverso qualcosa di cui posso essere fiera poiché è merito mio in tutti i sensi, non solo per quanto riguarda la scrittura in sé.
      Finora le cose sono andate bene, magari in futuro non sarà così. Scrivere narrativa è notoriamente uno dei modi meno efficienti per guadagnare, quindi non mi illudo, e infatti continuo anche a fare altre cose (sono una traduttrice tecnico-scientifica freelance) e sono aperta ad altre esperienze e progetti (per esempio, lo scorso mese ho tenuto un corso integrativo di self-publishing all'Università degli Studi dell'Insubria), magari scriverò anche non-fiction.
      Chissà! L'unico limite è il tempo.
      Di certo non sono ricca (purtroppo!) e non faccio tutto questo per hobby. Per hobby vado al cinema o a teatro o a un concerto.
      Scrivere e pubblicare ciò che scrivo è il mio lavoro.

      Elimina
    5. Ammetto di averti invidiato molto, nel leggere i tuoi commenti per la sicurezza in te stessa e per le doti imprenditoriali. Ce la stai facendo benissimo e hai tutte le doti per farcela. Non credo che la tua strada sia percorribile da tutti e forse neppure che sia auspicabile che tutti la percorrano.
      Il 90% di chi scrive non è in grado di editarsi un testo, non solo per mancanza di basi teoriche, ma che per mancanza di distacco da ciò che ha scritto e finirebbe per aggravare i difetti della propria opera, invece che migliorarla. Inoltre due libri l'anno è un ritmo davvero forsennato già per autori che si limitano a scrivere, figuriamoci per una persona che cura tutto il resto oltre che, immagino, altre attività! Hai davvero tutta la mia stima. Penso però che siano pochissimi gli autori che riescano a produrre (per non dire editarsi e pubblicarsi) due romanzi l'anno di buona qualità. Quindi non penso che mi sentirei di consigliare a un esordiente, sopratutto che non abbia un'esperienza pregressa nel mondo della scrittura/editoria di replicare il tuo modello. Tu hai competenze decisamente sopra la media, oltre che un'invidiabilissima velocità di scrittura.
      Ti ringrazio davvero per la trasparenza e la disponibilità. La tua testimonianza è stata preziosa per me e spero anche per gli altri lettori capitati qui.

      Elimina
    6. Grazie a te, Tenar. :)
      Guarda, io conosco diversi colleghi self-publisher con cui sono in costante contatto (ci scambiamo informazioni, ci aiutiamo a vicenda e così via), molti di loro hanno un discreto successo sia in Italia che all'estero e nessuno investe cifre esagerate per raggiungere certi risultati. Pubblicare a costo zero o quasi non è un'utopia, possono riuscirci tutti creando i giusti contatti. Alla base c'è lo spirito imprenditoriale e la sicurezza in se stessi. Sono essenziali. Poi ognuno segue la propria strada, unica e irriproducibile anche dallo stesso self-publisher. C'è chi scrive molto, anche molto più di me. In fondo io scrivo 3-4 mesi l'anno in tutto (ma ci sono anni come il 2014 in cui non ho scritto nulla di nuovo, ho vissuto di "rendita" di ciò che avevo scritto in passato) a ritmo da autore professionista, cioè 2000 parole al giorno per 5 giorni la settimana (5-6 ore di lavoro al giorno). Ma io adesso faccio quasi esclusivamente questo e perciò riesco a pubblicare due libri l'anno in italiano (poi ci sono quelli in inglese). Chi ha meno tempo/ispirazione/voglia magari ne pubblica uno e non è detto che venda meno di me, anzi!
      Ognuno ha un proprio modo di approcciarsi a questo mestiere, ma il concetto di base è lo stesso: non basta voler essere scrittori.
      Self-publisher vuol dire autoeditore, ciò significa che il self-publisher è prima di tutto un editore. Il fatto che sia autore di ciò che pubblica viene dopo. In altre parole essere self-publisher non è una pura alternativa a essere un autore pubblicato da un editore tradizionale. Sono percorsi di diversi. Sta a ognuno capire quale sia più adatto alle proprie capacità e soprattutto ispirazioni, perché io penso che alla fine quello che conta è riuscire a fare ciò che ci fa sentire realizzati.

      Elimina
  2. Caro Marco, che il nostro scambio sia stato positivo è testimoniato dai tanti interventi nella rete che hanno definito l'intervista tra le più serie in materia di self-publishing.
    Mi pare che i tuoi interventi su Anima di carta siano stati accolti positivamente da tutti.
    Mi pare anche che Antonella sia una persona tra le più corrette della rete. Se non bastasse ha fatto una premessa importante al suo post: le sue sono riflessioni, non provocazioni. Dice, giustamente, che avere perplessità non può essere in ogni caso ritenuto offensivo. Non vedo perché amareggiarsi. Vengono poste delle domande alla rete, a chi passa di qui. Proprio ieri ho scaricato di Luca Fiorentini, Scrivere - Realizzare un libro in 24 ore... Sono questi i feroci imprenditori del libro, tesi alle vendite e al marketing.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Lo so Helgaldo, io infatti non ce l'ho con nessuno, soprattutto con Antonella che vorrei pure aiutare, perché empaticamente capisco le sue difficoltà. Fatto sta che sono amareggiato lo stesso. Sarà anche un periodo mio.

      Elimina
    2. Anche la signora delle 50 sfumature, che ha lavorato una vita nella televisione e poi ha dato un'immagine di se stessa come "io vengo dal self" è uno squalo del self.
      La dolce fanciulla che dopo qualche fortunato romanzo ora pubblica il peggio del cliché rosa per un big (vedasi recensione fumettosa su "I dolori della giovane libraia") è uno squalo del self.
      Gente che ha usato il self, pompandolo con delle risorse che il comune mortale non può avere, per farsi un'immagine da "sono una di voi" per poi vedere al massimo con i big.
      Questi proprio non li sopporto. Così come i servizi editoriali che sfornano preventivi da migliaia di euro. Perché se l'editoria a pagamento è stata così ampiamente smontata che ci casca di fatto paga una tassa sulla sua stupidità, questi sedicenti servizi possono invece intercettare autori seri e talentuosi, che però vengono spennati come oche da piumino.

      Elimina
  3. Devo ammettere che la penso esattamente come te, Antonella, con buona pace dell'amarezza di Marco. E non perché lui abbia sbagliato, ma proprio perché ha fatto un ottimo lavoro: ha reso chiaro ed evidente che quando si parla di "self publisher" (come dice la parola e non a caso) si parla di un editore. Un editore che, per abbattere i costi, si produce la materia prima in casa. Ma pur sempre un editore: per essere vincenti vanno applicate strategie tipiche del mondo delle case editrici, mentre non si dice mai una parola sul testo scritto. Tanto che, tra i casi di successo, mi pare non sia mai venuto fuori dal mare magnum, chessò, un poeta.
    La conseguenza diretta è che Antonella ha esattamente centrato la questione, mettendo in risalto lo stesso motivo per cui anche io non percorrerò quella via: non ho soldi e tempo da investire nel progetto, per quanto possa credere di aver scritto pagine sublimi. Troppo aleatorio il risultato, per farlo. Nella migliore della ipotesi si va per il lungo/lunghissimo termine.
    No, il self non fa neppure per me. :)

    PS: E non ti crucciare, Marco: hai reso il miglior servizio possibile al self, a mio parere.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Hai centrato una mia paura. Che il self si vesta della parola democrazia e poi sfondi il peggio del peggio commerciale. Perché l'autore di razza, quello che rimane di nicchia, ma per secoli, difficilmente se la caverebbe in questa giungla. Al momento se uno mi chiede se gli convenga il self mi sento di rispondere sì solo se fa il rosa o il ya più commerciale, perché lì stanno, al momento i pochi (almeno in Italia) casi di successo.
      Ci sono degli ottimi libri self e con rammarico, ribadisco, con rammarico, non sono ai primi posti nelle classifiche di vendita.

      Elimina
  4. Il nuovo servizio di coaching di una celebre piattaforma di self costa 1900 euro. Questa è una cifra che avvalora la teoria di Antonella, sono tuttavia anche d'accordo con Marco, se hai una rete di collaboratori, io l'ho avuta, puoi fare tutto gratis, io ho l'ho fatto, ma una volta sola, per il semplice motivo che non mi piace approfittare dell'amicizia e perchè la promozione mi risulta complicata, sono più portata a promuovere le altre opere uscite con editoria tradizionale affiancandomi all'ufficio stampa.

    Io, vedi post di oggi, sono molto demotivata, è una sorta di ondata negativa e semplicemente aspetto che passi, cosa lascerà sulla spiaggia ancora non lo posso sapere: solo spazzatura o splendide conchiglie? Lo vedremo verso fine anno suppongo.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. 1900 per un precario sono un'investimento impensabile. Non per uno sfizio, anche un elettrodomestico irrinunciabile. E l'alternativa non può essere il lavoro gratuito. L'amicizia, come dici tu, la si sfrutta una volta, ma poi anche l'amico va retribuito. Insomma, l'amico idraulico una volta viene gratis, ma poi fa magari uno sconto, ma viene pagato. In caso contraria si chiama sfruttamento (magari di buoni sentimenti) e a me lo sfruttamento non piace.

      Elimina
  5. Tempo fa avevo pubblicato i costi del self-publishing e ho visto che se fai le cose per bene non te la cavi con meno di 2000 euro. Io non posso spendere questa cifra, tanto più senza nessuna certezza che come minimo mi rifaccio dei soldi spesi. E in quei costi è escluso il marketing.
    Quindi sì, fare il self-publisher con professionalità, oggi, è per chi ha i soldi.
    E hai ragione anche sulle attitudini sociali: io non le ho, non sono uno showman, e è meglio che non mi senti parlare in pubblico, perché penseresti che sono analfabeta. Stare sul palco non fa per me. Sono introverso, asociale, in pubblico non rendo neanche il 30% di quello che so.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E infatti, lo ribadisco, non vuoi fare cabaret. Insomma, se uno vuole fare l'attore o il cantante prende altre strade. La scrittura è per sua natura un'attività da introversi. Ma ve lo vedete Leopardi a fare marketing?

      Elimina
  6. Comunque, l'autore squattrinato che non avrà la possibilità di dare al mondo la sua opera è frutto dell'editoria tradizionale, e il conseguente impoverimento della cultura colpa sempre dell'editoria tradizionale. Sandra

    RispondiElimina
    Risposte
    1. L'editoria tradizionale ha mille colpe (vedo che mi toccherà fare un post su tutto quello che non mi piace dell'editoria tradizionale), ma ancora la dichiarazione dei redditi insieme a un manoscritto non mi è mai toccato di doverla spedire. Spero che non sia toccato a nessuno (mai dire mai in questi casi, che poi il mondo si rivela sempre peggio di quanto uno creda...)

      Elimina
  7. Io vorrei avere (e ci provo) nei confronti della scrittura un atteggiamento da professionista ma, purtroppo, il tempo a mia disposizione tiene questa attività relegata nella categoria degli hobby. Ciò nonostante, non ho mai considerato il self-publishing come un passatempo, bensì come un investimento, una forma di imprenditoria. Anche mettersi in proprio, in qualunque attività, è una "cosa per ricchi". A me piacerebbe MOLTISSIMO mollare l'ufficio per aprire qualcosa di mio, ma al momento non ne ho le risorse. Però non escludo il self, per il quale l'investimento è sicuramente più esiguo, in quanto della promozione posso occuparmene da sola, senza delegare a esterni. Sarebbe però soltanto un'alternativa all'editoria tradizionale: sai, se nessuno mi vuole ...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. L'Italia è un paese duro per mettersi in proprio partendo dal nulla, ma persino da noi ci sono fondi europei e bandi per chi ci prova, per l'autoeditoria (ancora?) no, il che rende il tutto più elitario.
      In ogni caso non penso che vada vissuta come un ripiego. Penso che tu debba scegliere l'una o l'altra strada (tanto sono dure entrambe) in base a ciò che è meglio per te e per la tua opera (strategia che può anche variare da opera ad opera) e poi perseverare finché non ottieni un risultato.
      No al fare una cosa per ripiego senza se e senza ma in qualsiasi campo.

      Elimina
    2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

      Elimina
    3. Se devo essere sincera, al momento non ho ancora le idee molto chiare. Tu e una mia amica che lavora nel settore dell'editoria mi avete detto che il mio romanzo qualche chance potrebbe averla. Un piccolo editore mi ha scritto, perché si è incuriosito leggendo il blog. Gli ho mandato alcuni capitoli e una sinossi; ora sto aspettando il suo feedback. Questi piccoli "momenti di gloria" mi hanno fatto pensare che qualche chances ci sarebbe, e questo ha attenuato la mia iniziale propensione al self-publishing. Dunque, staremo a vedere.

      Elimina
  8. Nelle tue riflessioni hai detto cose giuste e in questo momento mi sento la persona meno adatta per smentire i tuoi dubbi. Però il messaggio che il SP sia una strada per ricchi non mi piace. Il fatto che circoli questa convinzione è secondo me il motivo per cui in giro si vedono sorgere come funghi editor e grafici improvvisati, servizi di promozione e cose simili. Ma lo spirito del SP non doveva essere proprio quello di fare tutto in casa?
    Più giusto secondo me sarebbe che gli autori self si organizzassero per dividersi il lavoro che non riescono a fare da soli, per mancanza di tempo, di carattere o capacità, in un clima di massima collaborazione e autonomia. Sarò una sognatrice, ma è proprio questo che io spero possa accadere nel futuro.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. A me i sognatori piacciono e infatti con grande dispiacere ho scritto che rischiano di venire schiacciati. Io faccio sempre il tifo per i sognatori. Però proprio questo fiorire di editor e grafici improvvisati vuol dire che non sono solo io ad avere queste perplessità.
      Quindi, se la fazione sognatori non vuole finire schiacciata deve offrire esempi concreti e percorribili con un bilancio di risultati trasparente. Solo così le sue fila aumenteranno.

      Elimina
  9. Anch'io mi sento di condividere i tuoi pensieri e non ne ho fatto mai mistero. L'intervista di Marco da Helgaldo è stata molto interessante. Mi ha chiarito molti aspetti, ma ha anche dato forza alle mie convinzioni, partendo proprio dalla base: self-publishing non vuol dire autopubblicazione, bensì autoeditoria. Io lo so, non è il mio mestiere: non so propormi, non so essere costante nelle strategie, non ho idee promozionali al di fuori di quelle scontate che non aiutano granché se non sei convinta e tenace. Non so essere editrice di me stessa. Quando ho sfruttato l'autopubblicazione per il mio libro l'ho fatto come conseguenza della fine del mio rapporto con la Casa Editrice che lo aveva pubblicato: l'ho parcheggiato in una libreria virtuale perché potesse ancora risultare disponibile (ed è grazie a questo se qualcuno ancora oggi lo ha letto), ma non mi sono mai realmente occupata di tutti gli importanti dettagli per spingere il libro. Io voglio scrivere e basta, il resto non so accollarmelo, per questo sto cominciando a convincermi che tra la negazione all'attività self e le difficoltà di approdare nell'Editoria tradizionale, il mio amore per la scrittura rimarrà confinato al ramo "hobby"!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Credo che sarebbe un peccato relegarlo al ramo "hobby".

      Elimina
  10. Mi sa che è il mio primo commento su questo blog, quindi spero di non essere frainteso.....;)
    Comincio facendo una premessa: condivido molte delle tue riflessioni ma capisco anche le obiezioni poste da alcuni tuoi commentatori riguardo il self- publishing, vorrei quindi provare a spostare la conversazione sotto un altro punto di vista. Per quanto attiene alla mia parziale e scarsissima esperienza di lettore mi sento di dire che il self publishing funziona solo quando è una fase di passaggio, ossia autore non esperto ma già dotato di una certa capacità stilistica e tecnica che vuole farsi conoscere e notare. Per quanto riguarda la mia ancora più scarsa esperienza di blogger posso provare a supportare questa mia convinzione grazie all'esempio di alcuni scrittori che conosco, con attinenza all'horror e alla fantascienza ( i miei maggiori campi di interesse): uno scrittore come il britannico David Moody, a lungo considerato -a ragione -come un paladino del self publishing ha mantenuto in piedi questa attività solo fintanto che ha trovato un editore disposto a pubblicargli i suoi romanzi. Di esperienze come queste te ne potrei citare a bizzeffe, ma tutte limitatamente al campo internazionale: inglese, statunitense, canadese and so on...
    Per quanto riguarda la nostra cara italia, purtroppo, subentra un altro ordine di problemi, principalmente però - e dobbiamo prenderne atto- che nel nostro paese gli scrittori non mancano a differenza dei lettori.
    Da noi il tasso di lettori "forti" è drammaticamente basso, non so spiegarmi tutti i motivi ma le cose stanno così.
    Sappiamo anche che l'editoria professionale vive diversi problemi che fanno si che riuscire a vivere "solo" del lavoro di scrittore sia praticamente quasi impossibile.
    Aggiungiamo anche che molti editori non pagano per principio ed il quadro è completo.
    Ecco quindi che il self publishing diventa non una scelta ma quasi un modo da parte di molti (principalmente molti blogger autonominatisi maitre a pensier- attenzione però! Sto parlando in generale, senza rivolgermi a nessuno in particolare) che passano anni ad auto pubblicarsi in un regime di auto referenzialità che, purtroppo, sovente non porta da nessuna parte.
    Certo editori seri ci sono, così come ci sono autori indie seri etc, etc, però se i due mondi non comunicano alla fine il sistema rimane sterile.
    Spero di essermi spiegato bene e mi scuso di questa mia intrusione.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Innanzi tutto benvenuto.
      Usare il self come trampolino di lancio verso i big lo trovo pessimo, non da parte degli autori, ma degli editori. In pratica tu editore big che potresti investire aspetti che un autore abbia fatto un ingente investimento e si sia costruito uno zoccolo duro di pubblico per poi sfruttarlo. Complimenti! Per altro, almeno in Italia, questo passaggio è avvenuto per autori tutt'altro che eccelsi che fanno rosa molto molto leggero o ya sempre molto, molto leggero, non certo ad autori di alta letteratura.
      In Italia, come hai ben scritto, i problemi sono altri, in primi la mancanza di lettori, ma dato che, ci piaccia o no, viviamo in Italia, dobbiamo cercare di ragionare sul come muoverci qui ed ora, per quanto deprimente possa essere, temo...

      Elimina
  11. A questo punto credo che la verità sia stata scoperta. Il grande inganno rivelato senza implicito dubbio.
    Ebbene sì, il self publishing è una disciplina elitaria per soli ricchi. Basta andare sull'Amaz-zonia per vedere quanto i famigerati self tr-abbondano di ricchezza.
    Lo confesso penitente e dirimente.
    Mi rendo conto come nel mio dire di questo periodo io sia stato indottrinato dalla perfida setta degli indie d'America, il cui evidente scopo è reclutare adepti per la conquista del mondo (el book).
    Meno male che sono rinsavito.
    Fra l'altro, io non essendo ricco, mi accorgo d'essere tagliato fuori dai futuri giochi piroclastici del self fra le mani.
    Pertanto da ora in poi, finalmente brillo di testa, anch'io mi rimetto alla ricerca del Santo Graal editore. Spero solo che la dea madre, quella gran meretrice di sogni, sia clemente con i marrani come me. :P

    RispondiElimina
    Risposte
    1. ???
      Non ho capito e devo aver perso un passaggio. Spero che tu non abbia perso la mia risposta al tuo commento, sopra.
      Ribadisco la proposta/domanda. Aiutami a scrivere un posto "consigli a un autore squattrinato". Come deve muoversi? Ha una possibilità con self? Quale?
      In mancanza di risposte pratiche devo ritenere vera la mia ipotesi, cioè che sia una possibilità per soli ricchi (oddio, abbienti, diciamo non precari squattrinati, ecco). Questo post serviva a trovare risposte e proposte. Se non ne arrivano chiunque, non io, ma chi passa di qui, magari per caso, può arrivare alla conclusione che non ve ne siano.

      Elimina
    2. :D Scusa Antonella, era solo un commento ironico distensivo. Visto che Michele, Marina e gli altri dicono: avendo letto l'intervista di Marco ho capito proprio che il self non fa per me.
      Insomma sono un intervistato/commentatore di insuccesso. :D

      Che il self publishing non sia per ricchi per me è evidente. Lo dimostrano i conti alla mano.
      Addirittura avevo pensato di spiegare come mi muoverò io. Che costi intendo sostenere per pubblicare e quale strategia di vendita conto di adottare per recuperare l'investimento. Gli step, gli obiettivi. Quel che occorre prima di cominciare.
      Ma sarebbe venuto un commentone di 2 mila parole e mi è parso eccessivo. Perché in questo periodo mi sono prodigato molto. L'intervista lunga, le risposte a ogni singolo commento. Io sono uno che si slancia con generosità e non lesina parole. Cioè a livello pratico negli ultimi 30 giorni ho bruciato tantissime ore delle mie giornate per parlare del self publishing e il marketing di base. Qualche amico mi ha pure rimproverato. A ragione mi ha detto: sfrutta meglio il tuo tempo! Pur avendo la possibilità di gestire il mio tempo in maniera arbitraria per il lavoro e necessaria per le esigenze di famiglia, devo impiegare meglio il mio extra time per portare avanti i miei progetti. Devo concentrarmi con maggiore attitudine su di me.
      Quindi sono un po' stanco di scrivere, argomentare, spiegare di self. Pur non condividendo le vostre idee refrattarie, le rispetto. Nell'intervista con Helgaldo ci sarebbe stato da approfondire un tema interessante. La diversa propensione culturale al self fra americani e italiani. Motivo per il quale io mi spiego la innata refrattarietà italiana.
      Poi ieri, ho colto l’interessante testimonianza di una scrittrice, legata per amicizia al mondo editoriale, che ha già pubblicato con un importante editore nazionale, e che ha rinunciato con coscienza al big editore per pubblicare in self publishing. Tra l’altro adottando con successo una strategia totalmente imponderabile rispetto ai nostri canoni attuali. Appena avrò il tempo conto di scrivere il commentone nell'intervista di Helgaldo così da approfondire ulteriormente la tematica.
      Ma adesso devo mettermi in riga e concentrarmi alla revisione del mio romanzo appena concluso. La revisione è lunga, lo sappiamo. Poi dovrò affrontare la delicata fase dell’editor, la correzione bozze. Se mi impegno per metà 2017 potrei farcela a pubblicare. Quindi per il momento stacco un po’ dalla discussione. Tanto le mie argomentazione hanno effetto contrario. :D

      Elimina
    3. Marcoooo, ma io ammiro sul serio il tuo spirito e ritengo al contrario che tu sia stra convincente. Appunto per questo so che certi aspetti del selfpublishing non siano nelle mie corde. I tuoi consigli da M. Teresa? Utilissimi (hai visto? Ho allineato le foto del profilo che nei social adesso coincidono e l'ho fatto seguendo un tuo giusto suggerimento), ma quando dico che il self non fa per me voglio dire altro, non sminuire quello in cui credi fermamente tu. Ma questo tu lo sai, altrimenti significa che i nostri chiarimenti non sono mai serviti a nulla! :)

      Elimina
    4. La questione è, appunto, che io non ho nessuna voglia di fare l'imprenditore di me stesso. In questo momento non ne ho né la possibilità economica e neppure - soprattutto - quella fisica, perché mi manca il tempo. Me ne manca talmente tanto che, in effetti, ho quasi smesso di scrivere.
      D'altronde, avendo tempo, scriverei: mi darebbe molta più soddisfazione che autoprodurmi. La cosa sarebbe diversa se facessi sei all'enalotto, o se potessi andare in pensione. Ma così non è.
      Acerbissimum in fundo, io scrivo storie pienamente mainstream: niente vampiri, commissari, frustini, varie ed eventuali. Ma chi mi compra, a me!? XD

      Elimina
    5. Io ti comprerei subito. E tutti i blogger che ti conoscono pure, perché sanno quanto scrivi bene.
      Poi tu sei una macchina da social perfetta.
      Col tuo blog hai una idea più azzeccata dell'altra, sai coinvolgere, riesci a trasmettere voglia e risulti subito simpatico.
      Questa non è piaggeria, ma quel che penso e soprattutto credo che lo pensino un po' tutti i blogger che ti conoscono. ;)

      Elimina
    6. Marco, per fare editing a un romanzo paghi almeno qui 2000 euro. Chiaro che puoi fregartene dell'editing o farlo leggere a qualche amico, ma non è la stessa cosa.
      Quanti possono spendere 2000 euro solo per l'editing? Io no. Quindi, almeno per ora, dovrò affidarmi all'editoria classica.
      Oppure spiegaci come ti muovi tu senza spendere quei soldi.

      Elimina
    7. Marco, dopo una risposta del genere, a te lo mando in cartaceo con copertina rigida e dedica autografa :)

      Elimina
    8. @Michele
      Sarebbe un vero piacere. ;)

      Elimina
    9. @Daniene @Tenar

      Daniele infatti, io che non sono bravo a creare relazioni e sono impacciato nel chiedere favori, ho la sola possibilità di finanziarmi l'editing e la correzione di bozze.
      Spero di potermela cavare con 2.000€.
      A me pare evidente che spendere 2.000€ non sia segno di ricchezza. Mi sto risparmiando i soldi da un po' per non intaccare nulla alla famiglia. Altrimenti mi sentirei in colpa. Questo significa sacrifici. Non cambiarsi il cellulare, evitare il viaggetto, limare sulla spesa.
      Però, e qualcuno mi smentisca, dire che 2 mila euro significa essere ricchi mi pare fuori portata.

      Facciamo una simulazione. Pongo quindi i 2 mila euro, è il mio capitale di impresa.
      L'obiettivo è di recuperarlo, mi pare ovvio.
      Io venderò il mio ebook a 4,99€. Il margine di guadagno è di 3,5€. Ma dato che io sono uno previdente, so che sui diritti d'autore le tasse da pagare saranno circa il 15%. Quindi considero che io da un ebook potrò trarre circa 3€ a copia.
      Avendo un profitto di 3€ a copia per rientrare nel mio investimento dovrò vendere 666 copie.
      Non è facile come esordio. Però sarebbe anche errato pensare che debba rientrare del capitale in un anno.
      Pertanto mi pongo come obiettivo di rientrare in due anni. Cioè devo vendere 333 copie l'anno (meno di una copia al giorno di media). L'obiettivo diventa più alla mia portata.

      Però potrei ragionare anche in maniera più evoluta.
      Cioè considero i 2 mila euro non come un capitale da recuperare, ma come un capitale di investimento.
      Ovvero io metto questi 2 mila euro a fondo perduto.
      Mi pongo come obiettivo che fra due anni pubblicherò il secondo libro. I guadagni che percepirò col primo libro, serviranno a finanziarmi l'editing del secondo libro. In pratica ho fatto lo sforzo per il primo libro, ma il secondo mi viene gratis. Da questo momento mi ritroverò a recuperare il capitale dei 2 mila euro, non più con un libro solo, ma con due. Non solo, a poco a poco, spero, i lettori cominceranno a seguirmi. Così facendo quando pubblicherò il terzo libro, avrò già una base di lettori, quindi le vendite al lancio saranno più consistenti. Non parto più da zero.
      Se sono bravo, posso avviare un circolo virtuoso che nell'arco di qualche anno mi possa permettere di scrivere libri non solo a costo zero, col mio capitale che circola, ma anche traendone un guadagno da mettere in tasca.
      Insomma, i 2 mila euro possono essere uno sforzo iniziale, che col tempo diventerà irrisorio.

      Tu mi dirai, ma se in due anni vendi 100 copie soltanto? Perfetto, la mia impresa è andata male, è stata fallimentare, rinuncio a pubblicare in self a queste condizioni e mi cercherò un editore.

      (Per limite di caratteri continuo con il successivo commento)

      Elimina
    10. Ma allarghiamo ancora di più gli orizzonti.
      E chi l’ha detto che i 2 mila euro li devo mettere io?
      Vado da una finanziaria e mi faccio concedere un prestito. E non credo a chi mi dice che per ricevere un prestito di 2 mila euro occorre dare in garanzia la casa.
      Il prestito lo saldo in 48 rate. Calcolando gli interessi, mi verrà una rata di 50€ per 4 anni.
      Quindi il mio obiettivo adesso è recuperare 50€ al mese, che significano 17 ebook mensili.
      Difficili magari i primi mesi, irrisori tra due anni quando avrò due libri pubblicati. Fra l’altro Amazon paga ogni mese.

      Insomma, non stiamo parlando di economia industriale, ma di economia domestica.
      Ma questi sono solo due esempi. Si possono creare tantissime strategie di investimento e recupero.
      L’unica discriminante a mio giudizio è il coraggio di mettersi in gioco, di supportare il rischio. Un blog non basta. Occorre avere la volontà e la voglia di mettere in piedi una piattaforma autore che non sia finalizzata a due mesi, ma che sia gestibile negli anni.
      Io non sono una persona da social. Per me aprire un blog è uno sforzo straordinario, infatti sono fermo al post inaugurale. Pensare di buttarmi sui social mi mette i brividi, mi scoccia proprio. Però parto da un principio. Lavorare è una rottura di scatole. Quanti sono felici del proprio lavoro? Il mio è incredibilmente noioso. Lo ritengo una scocciatura. Ma purtroppo io come tanti devo lavorare per portare il pane a casa. Non si fugge da questo.
      E allora se devo buttarmi sui social, è una cosa scocciante come scocciante è il lavoro. Ma lo considero un altro sacrificio dovuto. Lo trovo meno grave, perché è un sacrificio che mi avvicina ai miei sogni.
      Io voglio che la mia vita possa un giorno avvicinarsi alla felicità. E nel mio percorso sono disposto a camminare sui carboni ardenti per aspirare alla mia felicità. Io voglio lottare, io voglio determinarmi. Io non mi arrendo quando qualcuno mi dice: è difficile.
      Se è difficile significa che occorre più grinta e determinazione.
      Io come tutti voi vorrei scrivere e basta. Se il mio romanzo fosse scelto da un editore, secondo i giusti crismi, retribuendomi per il dovuto, io non esiterei a passare con l’editoria.
      Ma purtroppo io non credo al sistema editoriale. La selezione del famoso filtro è poco funzionale. Quanti amici di blog fra noi mandano manoscritti e non ne cavano nulla. E’ un filtro meritorio quello che l’editoria propone? E anche quando si arriva all’editore si è pagati poco e male. Ci viene riservata un’attenzione di pochi mesi perché l’editore deve seguire gli altri autori che deve pubblicare.
      Beh a me questo sistema non piace. Io non voglio delegare ad altri i miei scorci di felicità, anche se illusoria. Se devo fallire preferisco fallire con le mie mani.
      Se per fare il mio passo verso la felicità, verso i miei sogni, devo investire 2 mila euro, io lo faccio. E anche se l’investimento andasse male, fra tutti i soldi spesi inutilmente in cibo e bollette, forse saranno i soldi che avrò speso meglio nella mia vita.
      E quindi io rispondo con una domanda. Fare una cosa del genere significa essere ricchi?

      Elimina
    11. Grande Marco, con questa analisi, davvero ti ammiro moltissimo perchè hai fornito una prospettiva nuova ed estremamente realista. Fattibile proprio. Vogliamo parlare di quanto costano, cito hobby vari, attrezzature fotografiche, da sub, biciclette professionali, strumenti musicali ecc. Antonella, tu dici che la scrittura non è un hobby, ma lo stesso discorso si potrebbe applicare alla musica. Quanti si autofinanziano un primo CD, spendono in maestri e forse rimarranno a suonare alle feste di piazza e ai matrimoni dei cugini? Tanti, anche loro spesso sono selfisti. Sandra

      Elimina
    12. Ho delle idee se sia o no un hobby per ricchi, ma esula da questa discussione. Duemila euro non è svenarsi. Un corso di scrittura ne costa anche di più. Domanda: le professionalità a pagamento le cerchi dentro l'editoria o fuori? Come orientarsi?
      Helgaldo

      Elimina
    13. 2000 euro non significa essere ricchi, ma se puoi fare quella spesa, la fai, altrimenti no. Tutto qui.
      Un investimento prevede che come minimo rientri del capitale investito, altrimenti è beneficenza :)
      Inoltre col primo ebook ti finanzi il secondo SE hai guadagnato abbastanza da poterlo finanziare.
      Il problema, per me almeno, è che tutto dipendente da tanti SE. Non c'è nulla di certo.
      Io per ora non posso fare una spesa del genere. E non ho soldi da rischiare.

      Elimina
    14. @Helgaldo
      Non è facile orientarsi sulle professionalità. Perché il rischio è proprio quello di incappare in figure semiserie.

      Da tempo sto monitorando varie figure. Sicuramente un punto di riferimento è Chiara Beretta Mazzotta che Sandra conosce benissimo. Con lei andrei sul sicuro. Ho pure avuto una collaborazione con la sua agenzia che mi ha affidato un loro cliente da pubblicare in self. Però oltre a lei seguo altri due editor, che mi sembrano parecchio professionali. Però chiaramente prima di affidare il lavoro a occhi chiusi chiederò qualche referenza e soprattutto un editing di valutazione per valutare l'approccio, il metodo.
      Alla fine valuterò anche in base ai tempi di lavoro e i preventivi.
      Una scelta comunque da prendere con calma.
      Discorso difficile è anche la correzione di bozze. Improvvisati in giro ce ne sono tanti. La correzione seria richiede almeno due passaggi di due correttori differenti ma coordinati.
      Insomma è da parecchio che valuto e tengo d'occhio numerose figure professionali. Perché appunto essendo un capitale da investire occorre attenzione.

      Elimina
    15. Come esemplare della mia generazione devo dirlo chiaro: 2000 euro sono fuori dalla portata di un trentenne precario.
      Un precario della scuola, per esempio, prende, se va bene, 1300 euro per 10 mensilità. 10. Per le due restanti se gli va bene prenderà circa 800 euro di disoccupazione mesi dopo.
      Se va bene. Quest'anno, tanto per dire, molti precari della scuola sono stati pagati anche con 6 mesi di ritardo.
      Dire che 2000 euro non sono molti, purtroppo, lo scrivo con estremo rammarico, vuol dire essere al di fuori dal mondo del precariato. Io parlo dei precari della scuola, che probabilmente sono dei privilegiati. Eppure parlo di quei giovani istruiti e amanti della letteratura che potrebbero essere dei bravi autori.
      È questo quando intendo che mi sembra di parlare da un mondo differente. Io sono fortunata, perché ho un marito con lavoro solido e ho una casa per cui non pago né mutuo né affitto, ma conosco gente, laureata, che lavora come precaria da anni in vari ambiti, che con una spesa imprevista di 2000 euro se la vede davvero davvero male e certo per loro non è pensabile investire in autoeditoria una cifra che anche a me, stipendi alla mano, sembra tutto meno che esigua.
      Quindi, ecco, a chi appartiene a questa fetta di mondo, che, vi assicuro, esiste, cosa resta?

      Elimina
    16. @ Sandra.
      Gli hobby costosi gli squattrinati non li praticano. Per questo rifiuto di considerare la scrittura un hobby. La cultura DEVE essere qualcosa alla portata di tutti.
      Per i giovani musicisti di talento esistono bandi, finanziamenti, borse di studio e poi locali che ti pagano per suonare. Non dico che sia facile, per altro essendo io stonata come una campana ne so poco. Ma conosco chi si finanzia suonando organi nelle chiese, suonando ai matrimoni. Esistono delle attività retribuite che possono servire a costruire il capitale di partenza.
      Dov'è l'equivalente per la scrittura?

      Elimina
    17. In tutto questo mi sono dimenticato di ringraziare Marco.
      GRAZIE, davvero, per aver illustrato passo a passo come intendi procedere.
      Sei stato chiaro, esaustivo ed estremamente gentile e, ovviamente, non è certo colpa tua se molti non hanno 2000 euro da investire.
      Spero davvero, di tutto cuore, che ti vada benissimo.

      Elimina
    18. Ti ringrazio Antonella per gli auguri e per il grazie.
      Io credo al principio che gli scienziati chiamano intelligenza condivisa.
      Ciascuno di voi blogger che trova spunti di argomenti, noi commentatori, in fondo creiamo questo: una rete i cui piccoli contributi di ciascuno formano una intelligenza condivisa che in questi anni ci ha permesso di crescere.
      Siamo invecchiati, siamo maturati, siamo più saggi. Io ho imparato molto da voi e vi sono debitore.
      Quindi se i miei contributi per quanto piccoli, possono essere utili anche ad altri, può solo farmi piacere.

      Elimina
  12. Non sono la persona giusta per farti cambiare idea, perché la penso più o meno come te. Mi sembra impossibile separare i pro dell'autopubblicazione dai contro, e non mi sento nemmeno il carattere giusto per convincere le persone a comprare i miei libri con solitaria tenacia e grande dispendio di tempo. Un punto però mi dà da pensare: pubblicando con i piccoli editori spesso non si ha promozione, né un editing serio. Qual è la differenza con l'autopubblicazione, royalties a parte?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Potrei rispondermi da sola: il filtro, che nell'autopubblicazione viene a mancare del tutto. Non è poco... oppure sì?

      Elimina
    2. Sulla microeditoria ho mille dubbi. I vantaggi che vedo posso essere due: l'eventuale esperienza del microeditore, che magari non vuole rimanere tale e il fatto di non dover spendere neppure un euro.

      Elimina
  13. Leggo il tuo articolo in ritardo e commento con lo stesso ritardo. Ops.
    Per quella che è stata la mia esperienza posso dirti che ho speso solo per la copertina (15 euro). Mi pare che l’impaginazione sia venuta bene, che la cover sia abbastanza professionale (per un eBook) e i refusi limitati. Ma è il mio libro, forse non dovrei essere io a dirlo. ;)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. La cover è molto bella!
      Per l'editing come ti sei regolata?

      Elimina
    2. Graaazie! ^_^

      L'editing è la cosa problematica, ed è anche il motivo per cui pubblico molto più lentamente di quanto scrivo. Mi affido a riletture personali che svolgo a distanza di tempo (mesi) in modo da poter vedere "cose" che altrimenti non vedrei, e ad amiche. Due sono linguiste, come me, una si occupa di libri, una legge per passione. Non è certo una revisione paragonabile a quella di un editore, ma credo sia comunque buona, anche se non dovrei essere io a dirlo. :D
      Quando ho pubblicato con la casa editrice ho visto che l’editing che ha fatto era relativo solo ai refusi e poco più. Diciamo che spero di continuare a produrre testi che non hanno evidenti danni strutturali, ma da qui a dire che non ci sarebbero interventi da fare ce ne corre.

      Elimina
    3. Non so, l'editing strutturale serio l'ho fatto una sola volta (anche perché per lo più ho pubblicato racconti), ma devo dire che ha migliorato moltissimo il testo. La mia prima versione filava, non c'è che dire, ma la scena d'azione finale non era ottimizzata. Con l'editor ci abbiamo ragionato, anche in funzione dell'impatto emotivo che avrebbe avuto sui personaggi. Alla fine ho riscritto gli ultimi capitoli seguendo i suggerimenti e devo dire che il risultato finale è di gran lunga migliore di quello iniziale. Da sola non ci sarei arrivata e neppure i miei valenti lettori beta avrebbero potuto darmi delle indicazioni così puntali. Credo che quest'esperienza mi abbia dato la misura di cosa possa dare a un testo un occhio davvero professionale. Un bravo autore da solo può scrivere testi buoni e molto buoni, ma con un occhio esperto possono diventare ottimi. Anche l'editing stilistico è una meraviglia. Adesso ne sto facendo uno per un progetto autunnale e devo dire che questo lavoro di cesello, con ogni parola soppesata perché sia proprio la più adatta sta facendo un gran bene ai miei testi. Quindi non so, le trovo fasi del lavoro davvero molto importanti e che richiedono tempo. Ovvio che i professionisti vadano pagati. Però non ho i soldi per farlo di tasca mia, temo...

      Elimina
    4. Hai ragione. Mi rendo conto che l’editing strutturale sarebbe fondamentale e mi piacerebbe vedere come il testo cambia e diventa qualcosa di più grande, più bello, più formato. Ma le piccole case editrici lo fanno?

      Elimina
    5. Credo (temo) che la situazione sia molto variegata anche all'interno delle stesse case editrici. Io con Delos sono stata seguita ottimamente, con editing strutturale (ci sono stati poi dei problemi con la correzione di bozze, ma questo è un altro discorso) per il romanzo ed editing stilistico per i racconti, ma mi pare che tu abbia riscontrato delle differenze. Quindi credo che la situazione sia molto, molto variegata.

      Elimina
    6. Sì, in effetti sì. Nel mio caso non c'è stato editing strutturale né stilistico ma solo una correzione dei refusi.

      Elimina
    7. Ecco, a me gran lavoro di editing e poi per errore è andata in stampa la bozza non editata...
      Penso però che in Delos vari molto da collana a collana, quelle storiche (gialli e fantascienza in primis) sono molto seguite, le altre so che sono anche esternalizzate.

      Elimina