giovedì 16 aprile 2015

Aria sottile – Letture


Per oggi speravo di riuscire a proporre un post ben più corposo, ma mio marito è riuscito nell'impresa di contagiarmi e il termometro segna i 38°. Considerando che lui è a letto che trema e io sono al computer non posso neppure lamentarmi troppo. Posso, anzi, condividere con voi le impressioni sulla lettura che ha ossessionato i miei ultimi giorni (e qualcuna delle notti).

Acquistato domenica e terminato ieri a dispetto di colloqui con i genitori e riunioni scolastiche varie, Aria Sottile è il libro che più mi ha coinvolto negli ultimi anni, tuttavia non augurerei neppure al mio peggior nemico di trovarsi nelle condizioni di scriverlo.
Il riassunto della sua storia editoriale è semplice. Jon Krakauer, alpinista di buon livello e giornalista specializzato in reportage di eventi in ambienti ostili (suo è Nelle terre estreme, libro inchiesta da cui è stato tratto quel capolavoro di film che è Into the wild) nel 1996 viene incaricato dalla rivista per cui lavora di redigere un articolo sulle ascese guidate all'Everest e sullo sfruttamento della montagna. Lui intravede una possibilità per raggiungere la vetta e insiste fino allo sfinimento per non fermarsi al campo base, ma di essere aggregato a una delle spedizioni guidate verso la cima. Evidentemente sono altri tempi e la rivista sgancia i 65000 dollari necessari. Nella spedizione di cui fa parte il giornalista tutto va storto e lui è uno dei sopravvissuti, anzi, come scriverà, delle 5 persone che erano con lui sulla vetta, solo in due ne sono scese vive. Cinicamente non posso che pensare che per la rivista sia stato il miglior investimento mai fatto.
Aria sottile è infatti l'ampliamento a dimensione di libro di quell'originale articolo, scritto pochi mesi dopo la catastrofe.
La forza enorme di quest'opera è propio quella di essere a metà strada tra un reportage giornalistico rigoroso e la catarsi personale.
Jon Krakauer è un professionista metodico. Di lui avevo già letto Nelle terre estreme e apprezzato la sua capacità di ricostruire con perizia una storia avvenuta ai limiti del nulla. Ma se in quel caso era cronista distaccato di un evento drammatico, ma a lui lontano, qui ne è protagonista. Ha vissuto fianco a fianco alle persone che sono morte o sono rimaste gravemente lesionate durante la drammatica discesa, lui stesso è tormentato da immani sensi di colpa e scrive in un momento in cui la distanza emotiva da quanto accaduto non può ancora essere raggiunta. Si sforza, il giornalista che è in lui, di rimanere oggettivo nel giudicare e raccontare fatti e persone, ma non ci riesce, a volte la semplice forza di un'antipatia o di una simpatia spontanea emergono quasi senza volerlo dalla pagina.
È inevitabile, ad esempio, per chi legge pensare che parte del disastro sia stato causato dalla scelta del capo delle guide della spedizione di Krakaur di rimanere indietro per aiutare uno dei suoi clienti a raggiungere la cima, quando invece avrebbe dovuto obbligarlo a desistere. Con la seconda guida in difficoltà per problemi fisici e il capo missione rimasto indietro, infatti, la maggior parte dei compagni del giornalista si è trovata sola nella tempesta a oltre 8000 metri di quota. Ma l'ostinato alpinista che con ogni probabilità aiutato a peggiorare la situazione è quello con cui Krakauer stesso ha stretto un'amicizia più forte, è il suo compagno di tenda, quello a cui si sente affine. Non può quindi, da sopravvissuto, ergersi a giudice del comportamento dell'amico.
Questa impossibilità di distacco unita alla minuzia della ricostruzione della tragedia, minuto per minuto, è di una forza immane.
È difficile non commuoversi leggendo le ultime ore del capo spedizione, rimasto bloccato in prossimità della vetta, ma in contatto radio con i campi più in basso e con la moglie incinta, mentre i tentativi di soccorrerlo fallivano uno dopo l'altro. E ha dell'incredibile la storia dell'alpinista dato per morto quattro volte, lasciato indietro nel tentativo di soccorrere chi aveva più chance, che si sveglia dopo una notte all'addiaccio e scopre di essere completamente solo in mezzo all'Everest.


Krakauer avrebbe dovuto redimere l'annosa questione (mio padre è maestro di roccia e ne sento parlare da che sono nata): è giusto/eticamente corretto scortare in cima all'Everest alpinisti non professionisti?
A questa domanda Krakauer non può rispondere, perché lui stesso, alpinista non professionista, ha rischiato la vita per raggiungere la vetta. È uguale al 100% agli altri alpinisti paganti e non può prendere distacco da loro, come non può non vedere come le ricadute economiche sulle comunità locali siano bifronti. Sempre più giovani cercano fortuna nell'alpinismo, trovando spesso la morte, ma il denaro dei ricchi scalatori paganti porta anche scuole e ospedali a villaggi che ne erano sempre stati privi. 
L'unica verità che emerge è che a 8000 metri di quota è la montagna la padrona e ogni piccolo errore può essere fatale. Alla fine, più che un unico madornale errore, emerge l'accumularsi di tante piccole inezie, non ultima la presenza dello stesso Krakauer, giornalista di una rivista di settore su cui tutte le guide volevano ben figurare, a costo di prendersi qualche rischio in più.

A vent'anni di distanza dai fatti, alcune delle polemiche che sorsero intorno al libro, e in particolare il violento scontro tra l'autore e una delle tre guide sopravvissute, non hanno più ragione di esistere. Le montagne hanno avuto altri carichi di morte e il dibattito sulle ascese organizzate sono più o meno allo stesso punto di allora (usare o no l'ossigeno? appena pochi giorni fa un articolo su La Stampa riprendeva il quesito).
Rimane intatto l'enorme impatto emotivo del libro. La forza di un resoconto fatto fin troppo da vicino, in cui ogni protagonista emerge vivido, nei suoi chiaroscuri, senza che vi siano davvero né carnefici né eroi.

In queste notti ho sognato l'Everest, il vento e la neve. Era davvero una vita che un libro non mi trascinava così tanto al suo interno.
E a questo punto non mi resta che chiedervi quale sia stato il libro di maggior impatto emotivo che abbiate letto negli ultimi tempi.

PS: spero che il post risulti almeno vagamente coerente.

15 commenti:

  1. Guarisci presto, Anto! :)
    Quindi, se ho capito bene, questo post è un reportage giornalistico romanzato, giusto? Sembra interessante. Mi piacciono i libri che usano tecniche narrative per mostrare la verità, vedasi Gomorra (seppur di tono molto diverso)...

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    1. No, non è romanzato o, almeno, non nelle intenzioni. È stato scritto a ridosso del disastro, quando c'erano varie controversie (anche legali) in corso e quindi il giornalista fa di tutti per essere super rigoroso. Però lui era lì e l'emotività emerge quasi suo malgrado tra le pagine.

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  2. "Un'esperienza personale" di Kenzaburo Oe, una storia che mi ha disturbato, affascinato, ha creato in me sgomento e attrazione nello stesso momento: mai provato emozioni così forti e contrastanti durante la lettura di un libro.

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    1. Cosa accade nel mente di un uomo che viene a sapere che il figlio appena nato ha una grave malformazione fisica? Ecco il libro racconta lo sgomento, l'angoscia, le paure che assalgono il protagonista arrabbiato e deluso. Non è un libro strappalacrime, anzi la vis descrittiva dell'autore è straordinaria, però, certo, l'argomento è un autentico pugno allo stomaco.

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  3. Trovo molto affascinante l'argomento "montagna-alpinismo", da piccola ero ossessionata dal film La montagna con Spenser Tracy. Sicuramente il libro di maggior impatto negli ultimi anni è stato Le correzioni Di Franzen, traduz. Silvia Pareschi. Peccato per l'influenza davvero. bacione Sandra

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    1. Se ne sei affascinata, allora leggi questo!
      Non conosco neppure Le correzioni...

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  4. Mi riesce difficilissimo ripescare titoli e storie dalla mia memoria, dovrei pensarci su per qualche giorno. Mi accontento di commentare per dirti che sì, il post è coerente e intenso, e lo sfrutto per immagazzinare ipotesi per la mia wish-list. Il compleanno non è lontano! ;)

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    1. Questo libro può essere un'ottima idea!

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  5. Non solo il post è coerente, ma ha acceso in me un grandissimo interesse. Avevo visto il film 'Into the wild' e l'avevo trovato bellissimo e straziante. In generale non riesco più a sopportare la visione di questi film di grande solitudine, dove i protagonisti mi fanno un'immensa tenerezza (come quello di 'Into the wild').

    Libri recenti dall'impatto emotivo? Forse "Norwegian Wood" di Murakami, ma devo dire che ne trovo sempre meno. Magari libri bellissimi che nutrono la mente, ma che sono meno trascinanti dal punto di vista emotivo.

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    1. Ottima scelta: a lungo Norwegian Wood è stato il mio libro preferito!

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    2. Il film "Into the wild" l'ho trovato splendido e straziante anch'io. Il libro da cui è tratto invece ha la freddezza metodica di un reportage. Aria Sottile nasce come reportage, ma la distanza emotiva è nulla e ne esce un grande, struggente dramma.
      Tutti mi parlano di "Norwegian Wood"... Immagino che dovrò leggerlo!

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  6. Che belli i libri che ti prendono al punto di sognarli la notte :)
    Invece di rispondere alla tua domanda vorrei raccontarti di una mia amica canadese che è andata a base camp e si è innamorata della montagna, ma è rimasta anche disgustata dello sfruttamento e dell'immondezzaio che ha visto. Ha pagato di sua tasca una seconda spedizione per sé, sua moglie (che purtroppo è tornata a casa dopo due settimane, lasciandola dopo dieci anni insieme), un addetto video e un personaggio politico nepalese, di cui non ricordo esattamente il nome e la carica. Lo scopo era smuovere l'opinione pubblica tramite le immagini del film e i racconti del libro che poi ha scritto (sia il film che il libro si chiamano "40 days at base camp"). Le foto sono sul suo sito, lei si chiama Dianne Whelan. (Tra l'immondizia si vedono anche arti umani di vittime di slavine). Il libro è stato pubblicato da una piccola casa editrice dell'area in cui viviamo, ma da quel che ho capito le spese sono state ben più alte dei guadagni, almeno per il momento.
    PS: I love "into the wild", specialmente la colonna sonora :D

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    1. PS: però il libro non mi è piaciuto, è un documentario, come dici tu ha la freddezza di un reportage, e non mi ha preso.

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    2. Darò sicuramente uno sguardo alle foto della tua amica! Il libro da cui è tratto "Into the wild" a me non è dispiaciuto, diciamo che trovo che si completi bene con il film e chiarisce molte delle dinamiche che hanno portato il ragazzo alla morte, però è molto freddo.
      Sapendo che l'autore era lo stesso, temevo la stessa freddezza anche in Aria Sottile, ma ovviamente, considerando che gli eventi sono vissuti in prima persona, non era possibile.

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