mercoledì 28 aprile 2021

La società dei gatti filosofi – racconto giallo – parte seconda


 Parte prima

– Spiegatemi, io dovrei rischiare la pelliccia per aiutare un gruppo di gatti a trovare chi ha ucciso un essere umano? – chiese il mezzo bracco, perplesso.

Non era propriamente un randagio. Aveva cuccia in uno degli ultimi cortili del paese, il giardino malmesso di un anziano, con una rete che avrebbe necessitato una buona manutenzione e da cui l’animale entrava e usciva a piacimento. Nonostante il suo sangue da cacciatore, aveva un’età per cui inseguire i gatti aveva perso gran parte del suo fascino, tuttavia era pur sempre un cane, con una reputazione da difendere.

– Se ammazzassero il tuo umano tu resteresti a cuccia senza fare niente? – chiese, melliflua, Ipazia.

– Finirei al canile, probabilmente e con scarse possibilità di fare alcunché, salvo terminare i miei giorni in una gabbia.

– I cani sono schiavi per natura – sussurrò Aristotele a Protagora.

– Loro solo, tra tutti gli animali, non immaginano gli dei con la loro forma, ma con sembianze umane – replicò questi.

– In ogni caso io non posso introdurmi in un appartamento chiuso all’interno di un palazzo – tagliò corto il mezzo bracco.

– Cani, esseri inutili – sbuffò Platone.

– Non inutili, se si vuole rovesciare per bene un bidone dell’immondizia – replicò piccato l’animale.

– Questo è vero – ammise, magnanimo, Diogene, che apprezzava in modo particolare questa attività.


L’impossibilità di far entrare un mezzo bracco di venti chili in un appartamento chiuso all’interno di un condominio scoraggiò alcuni dei gatti, ma non tutti.

– Con la logica si può superare qualsiasi avversità – disse, ostinato, Aristotele. 

– Bisogna perseguire l’atarassia e discostarsi dall’eccesso di passioni – replicò Epicuro, che era del partito di lasciar perdere.

– La ricerca della verità è cosa ben più alta del lasciarsi andare alle passioni – lo rintuzzò Socrate.

– Basta tutti e tre, ragioniamo – li zittì Democrito, gonfiando la coda nera. – Secondo la polizia il decesso è naturale, l’appartamento non è sigillato, anzi, sarà un via vai di parenti. Ipazia può riuscire a entrare e a prendere qualcosa che l’assassino abbia toccato da far annusare al segugio, qui.

– Bracco – puntualizzò questi.

– Mezzo bracco – soffiò Democrito.

– Cosa può aver toccato l’assassino? – chiese Aristotele.

Quella, pensò Democrito, era una bella domanda.

– La tazza in cui ha bevuto il the – rispose Parmenide, fiero del proprio acume.

– Ma la tazza è stata lavata, tutto scorre e di fatto quella tazza non è più quella in cui l’assassino ha bevuto – lo rintuzzò Eraclito, scuotendo tronfio il suo faccione rosso.

– Avete ragione entrambi – intervenne Democrito, per bloccare un battibecco che avrebbe potuto durare in eterno. – Ma ragioniamo, ci sarà qualcos’altro che l’assassino avrà toccato in casa e che possiamo recuperare?

I gatti si impegnarono nel ragionamento, con lunghe digressioni sulla natura dell’odore, su cosa fosse, sul perché, benché i loro sensi fossero acuti, i cani fossero oggettivamente più bravi a rilevarli. Alla parola “oggettivamente”, ovviamente, Crizia si era inalberato, osservando che nulla è oggettivo. 

– I tovaglioli – esclamò infine Ipazia. – Alberica ha servito il the nel servizio bello. Avrà di sicuro offerto anche dei tovaglioli puliti.

Democrito abbassò le orecchie, colpito.

La vecchia professoressa non abitava lontano dal via del cimitero e ciascuno dei gatti era riuscito, una volta o l’altra, ad entrare nell’appartamento. Se poi la signora li trovava malati o feriti se li portava a casa per sovrintendere alle cure alla guarigione. Tutti loro, quindi, avevano un’idea delle abitudini della loro benefattrice.

– E se ha fatto in tempo a lavare le tazze, di certo si sarà occupata anche dei tovaglioli – continuò il gatto nero. – Il suo lo avrà ritirato per utilizzarlo di nuovo, mentre quello dell’ospite sarà stato messo tra le cose da lavare.

– Dove, se ci spicciamo, è possibile recuperarlo – terminò il ragionamento Aristotele.


Il corpo della professoressa Zirconi era stato rinvenuto in tarda mattinata e a metà pomeriggio il medico legale, oberato dal troppo lavoro aveva già dichiarato la naturalità del decesso. Alle diciotto la polizia aveva tolto i sigilli e alle diciannove i tre nipoti, uno scapolo quarantenne, un allampanato studente universitario e un giovane padre di famiglia, varcavano la soglia dell’appartamento. Tra i loro piedi, tutta fusa e moine, si faceva largo Ipazia, mentre più discretamente Democrito si infilava, non visto, oltre la porta.

– E questa chi è? – chiese lo studente, abbassandosi ad accarezzare la micetta.

– Uno dei gatti della colonia che la zia curava – sbuffò il padre di famiglia. – Se penso che tutti gli averi della vecchia finiranno all’associazione che cura le bestie mi vien voglia andare all’altro mondo per ammazzarla di nuovo. Io mi spacco la schiena per dar da mangiare ai miei figli e quella lascia tutto ai gatti.

– Non tutto tutto – lo contraddisse lo scapolo sovrappeso. – Il conto corrente e l’immobile.

– E dici poco? – lo rintuzzò il padre, sistemandosi gli occhiali. – Ha lavorato una vita intera, mangiava come un uccellino, mai una vacanza o uno svago, neppure la macchina ha mai avuto. Avrà accumulato centinaia di migliaia di euro, altroché. Io lo strozzerei, quel gatto, fossi in te.

Lo studente, un tipo alto e magro che odorava di quelle erbe che alcuni umani sono soliti fumare in luoghi appartati, stava facendo a Ipazia mucchio di coccole e si limitò a mugolare.

– La zia odiava tutti, tranne i gatti e i filosofi morti, che ti aspettavi? – bofonchiò.

– Guardate che i mobili, le opere d’arte e i gioielli sono nostri – replicò il tizio sovrappeso.

Ipazia pensò che avesse lo sguardo fintamente languido di certi maschi castrati troppo tardi, che finiscono per sublimare col cibo gli istinti a cui non possono più dare sfogo.

– Ma quali opere d’arte, la zia avrà speso una fortuna in libri di filosofia, ma a chi li vuoi vendere, quelli? Magari a qualche amico mio all’università, a un euro al chilo – mormorò lo studente, poco interessato alla conversazione. – Ci costerà più spostare la roba che c’è nell’appartamento.

– Sì, ma i gioielli? – chiese il grasso. – La zia era l’unica erede femmina della vecchia famiglia Zirconi, tutti i gioielli di sua madre, sua nonna, della sue zie sono per forza finiti a lei.

– Dammi retta, piuttosto che lasciarli a noi se li è mangiati – replicò, secco, il padre.

– Probabile – concordò il giovane.

Intanto, camminando nelle zone d’ombra, dove il suo mantello faceva tutt’uno con il buio, Democrito era arrivato fin nel bagno, dove in un angolo stava la cesta in vimini delle cose da lavare. Uno dei luoghi della casa più amati dai gatti. Il massimo era seguire Alberica per tutta la strada da via del cimitero al suo appartamento, infilarsi oltre la porta, farsi prendere per la collottola e sentirsi dire che doveva essere l’ultima volta. In teoria a quel punto si riceveva una ciotola di latte e si veniva gentilmente sbattuti fuori di casa, ma il più delle volte si riusciva a intrufolarsi in bagno e a infilarsi nella cesta delle cose da lavare. Democrito aveva passato lì più di una notte, comodo e al calduccio, per riemergere poi al mattino per ricevere una nuova ramanzina e una seconda tazza di latte. Tutto ciò era finito e gli umani, nell’altra stanza, si preoccupavano di oggetti freddi che neppure si potevano mangiare. Era difficile davvero accettare che fossero fatti degli stessi atomi che avevano composto Alberica. Gli dei, davvero, se pure esistevano, non erano affatto interessati a dispensare giustizia in terra. Quindi, concluse, toccava proprio a lui. 

Dentro la cesta c’erano i resti tristi di un’esistenza interrotta. L’ultima biancheria che la vecchia signora si era tolta, la federe del cuscino, un asciugamano del bagno. Ed, ecco, un tovagliolo con un ricamo di fiori, intonato al colore delle tazze da the.


– Ehi, ma c’era un altro gatto in casa!

– È nero, porta sfortuna!

– Ha un fazzoletto in bocca!

– Ma vi sembra? A quei gatti va già tutto e vengono pure a derubarci! Sbatti fuori quella randagia bianca, ci manca solo che ci attacchi la rogna!


Per essere il funerale di una donna tanto odiata dai suoi parenti, c’era davvero molta gente. Alberica non si era mai sposata, non aveva figli, forse non aveva mai amato nessuno, se non i suoi filosofi morti da millenni e i gatti, ma generazioni di ex alunni, tutte le donne dell’associazioni Amici della colonia felina, nonché vicini e conoscenti vari si erano sentiti in dovere di presenziare al funerale.

I gatti guardavano perplessi quel rito umano. I felini, filosofi o no, non hanno molta confidenza con l’ipocrisia. I più benevoli erano i sofisti.

– Come vedere, gli uomini sanno che una verità assoluta non esiste, solo l’apparire conta, lo specchiarsi in altri occhi umani – commentò Protagora.

– Ma fammi il piacere. Solo perché non conoscono la verità non vuol dire che non esista – ribatté Platone. – Il sole smette forse di brillare perché il cieco non lo vede?

– Smettetela di discutere! – li rimbrottò Aristotele. – Diogene, è il tuo momento.

I condolenti stavano in quel momento uscendo dalla chiesa, per riunirsi sul sagrato per offrire il loro poco sentito dolore agli assai poco affranti parenti.

– Andate! – incitò Democrito.

Dalla via laterale schizzò nella piazza della chiesa il gatto spelacchiato, seguito a ruota dal mezzo bracco, all’apparenza tutto concentrato nel tentativo di acchiapparlo. 

Diogene si infilò dritto nel capannello di persone, zigzagando poi tra le gambe della gente, in modo da dare l’opportunità al cane di annusare quanti più umani fosse possibile. 

Gatto e cane si insinuarono tra le persone vestite di nero, facendo svolazzare cappotti, cadere borsette e causando un’esplosione di esclamazioni assai poco consone al luogo e all’occasione. Diogene si infilò tra le gambe della moglie del nipote sposato di Alberica e il cane subito lo seguì, non calcolando la differenza di taglia. La donna si trovò con un mezzo bracco nelle sottane, finendo gambe all’aria e gridando, stabilirono i gatti, come un ratto appena catturato. Il cane non si fece scoraggiare, si scrollò di dosso il profumo vagamente vanigliato dell’umana e riprese la sua corsa, mentre ormai diverse paia di braccia cercavano di afferrarlo. Lo scapolo quarantenne sovrappeso, in un lampo di protagonismo, si gettò  verso l’animale come un portiere che tenti di parare il rigore decisivo, finendo solo per impattare di pancia con il lastricato grigio del sagrato.

– Vaglielo a spiegare a lui che il moto non esiste – sussurrò Epicuro a Zenone.

– Il fatto che una cosa sia un’illusione non vuol dire che non faccia male, anzi – replicò questi, senza scomporsi. – Chiedi a qualsiasi innamorato deluso.

Dal tetto più alto Democrito e Aristotele monitoravano la situazione, inarcando le code secondo il codice convenuto. Secondo i loro calcoli in breve tempo una qualche autorità sarebbe sopraggiunta e volevano evitare al loro alleato una visita al canile.

Visto il segnale, Diogene si strusciò un’ultima volta l’orecchio più malandato, quello con l’eczema in bella vista, contro il polpaccio della più truccata e impomatata delle donne presenti e poi schizzò in un vicolo alla massima velocità possibile. Il mezzo bracco travolse con entusiasmo la stessa signora, dando un morso affettuoso e pieno di bava alla borsetta firmata, e poi lo seguì verso le ombre.

Pochi minuti dopo i vigili, increduli, trovarono cinque contusi, tra cui lo scapolo a cui fu poi diagnosticata una costola incrinata, dieci isteriche e nessun animale. Sul quotidiano locale, il giorno dopo, un giornalista amatoriale, scrittore mancato, ipotizzò che uno dei gatti della colonia avesse voluto dare l’estremo saluto alla sua benefattrice, scontrandosi però con l’intransigenza di cani e uomini.


domenica 11 aprile 2021

Lettera a trent'anni fa


 Cara Antonella,

è la sera dell'11 Aprile 1991. Domani avrai undici anni.

Lo so come sei. Hai da qualche mese iniziato a indossare il tuo primo paio di occhiali. Hanno la montatura tonda. Con gli occhi verdi e i capelli corti ti basterebbe tingere questi ultimi per essere il cosplay perfetto di Harry Potter. Ma tu a undici anni ancora non sai cos'è il cosplay e Harry Potter ancora non lo hanno scritto. Sei in anticipo sui tempi. Questo ti piacerebbe saperlo, se fosse possibile. Invece l'apparecchio ai denti che ti metteranno tra poco, quello no, non diventerà mai di moda. Sarà terribile proprio come temi. Con dei tiranti che vanno dall'arcata superiore a quella inferiore, rendendo doloroso anche parlare.

Non so dirti quanti dei tuoi problemi di relazione negli anni che ti aspettano dipenderanno in modo diretto dall'accoppiata occhiali-non-ancora-di-moda/apparecchio-che-non-permette-di-parlare. Suppongo parecchi. Ma tu sarai più propensa a dare la colpa a te stessa. In questo non cambierai moltissimo. E non credo che questa considerazione ora ti consola. Perché è bene essere chiari in questo momento. Il periodo che va dagli undici ai quindici anni sarà il peggiore dei tuoi prossimi trent'anni.

Sarai una piccola creatura informe, socialmente inetta, quasi incapace fisicamente di parlare, con un corpo sgraziato che ti farà lo sgarbo di produrre tette precoci e abbondanti del tutto incompatibili con il tuo carattere. Nei prossimi quattro anni della tua vita non riuscirai a stringere nessuna amicizia memorabile destinata a durare nel tempo e sperimenterai le prime cotte nella forma di amori impossibili di cui piangere in silenzio. Proverai alcune delusioni relazionali che ci metterai anni a elaborare. Per tutto questo periodo tuo padre andrà ripetendoti che tu non sei infelice. Perché la vera infelicità non la conosci e che i problemi veri sono altri.

Ecco, questa lettera non ha lo scopo di prepararti a quanto schifo ti farà la tua vita nel breve periodo. Questo non c'è proprio modo di evitarlo. Scrivo questa lettera perché a volto papà sbaglia. Ha ragione, ma sbaglia. 

Ha ragione, ovviamente, quando dice che ci sono problemi che ti attendono che sono molto più complicati da affrontare di quelli che ti aspettano a breve. Ma nei prossimi trent'anni non sarai mai infelice come lo sarai nei prossimi quattro.

A questo punto sarà il caso che mi presenti. È la sera dell'11 aprile del 2021, sono Antonella e sto per compiere quarantun anni. 

Porto ancora gli occhiali. Nei prossimi quattro anni scoprirai, tra le altre cose, di avere troppe allergie per essere compatibile con le lenti a contatto e, togliamoci subito il dente, insegno alle medie, come la mamma e il nonno.

Non buttarti dal balcone, ti prego. Per mamma e nonno insegnare è stato un ripiego. Ma a te piace. Davvero, non sto mentendo. Non è stato sempre facile. Diciamo che probabilmente era più facile entrare alla NASA che diventare insegnante di ruolo e ci sono state classi in grado di tirare fuori il peggio da me. Ma mi piace. Mi diverto. Non solo. L'essere stata così infelice alle scuole medie dà un senso diverso a quello che faccio.

Te la leggo negli occhi, quella domanda. Ma quindi i miei sogni? Sono diventata la copia di mia madre e di mio nonno, con un lavoro di ripiego e gli armadi pieni di rimpianti? Beh, gli armadi sono pieni di cose piegate male. Sai quei tentativi che fai per piegare bene le magliette? È inutile che tu ti ci metta d'impegno. Non ci riuscirai mai. Rinunciaci. Però i rimpianti occuperanno si e no un paio di ripiani.

Sono diventata davvero archeologa, sai? Ho partecipato a scavi archeologici in cui alcuni dormivano sui letti scolpiti delle tombe rupestri falische e altri in cui si mangiavano fette di formaggio con mani sporchissime di terra. Ma, a conti fatti, mi diverto più ora a insegnare che allora a scavare. Non che scavare si sia rivelata una delusione. È stato fighissimo. Ma insegnare lo è di più. Perché lo faccio a modo mio. Oggi, ad esempio, ho preparato i listelli di legno per preparare degli aquiloni giganti. Questo, sai, non è un gran periodo, per il mondo in generale. Molti dei miei alunni sono infelici come lo ero io, qualcuno forse di più. I ricordi di alcune lezioni sono le cose migliori che ti resteranno dei prossimi anni. Mi piace pensare di poter generale, almeno a volte, almeno in qualcuno, quello stesso genere di ricordi.

Probabilmente sei già a dormire a quest'ora. Anche questo non migliorerà molto, temo. Gallina sei e gallina rimarrai. Continuerai a spegnerti dopo cena e ad addormentarti a un'ora in cui per altri la vita inizia. Probabilmente prima di andare a dormire hai giocato con le barbie. Te ne vergogni molto, di giocare ancora con le barbie, ma non riesci a farne a meno. Le tue barbie non bevono in the, certo. Adesso stai guardando i Cavalieri dello Zodiaco e con le barbie hai costruito una fanfiction delle puntate appena viste. Non sai cos'è una fanfiction. Lo so, lascia stare. Hai inventato una storia alternativa con la stessa ambientazione. Te ne vergogni molto, sia dei Cavalieri dello Zodiaco che delle barbie. Ti hanno detto che crescendo dovrai smettere di fare quelle cose. Guardare cartoni animati, giocare e inventare storie. 

Sai una cosa? Mentono.

Intanto i cartoni animati adesso basta chiamarli anime e non sono più cose da bambini. Quanto al resto... Tra qualche mese leggerai un libro che ti cambierà la vita. Si intitola Il Signore degli anelli. Ti folgorerà per molti motivi e renderà di gran lunga più tollerabili gli anni che ti aspettano. Farà sbocciare dentro di te tutta una serie di pensieri nuovi, che non sapevi di poter pensare. Uno di questi è che è stato scritto da un adulto e che lo hai cercato nella biblioteca dei ragazzi e ti hanno detto che sta nella sezione adulti. Quindi è stato scritto da un adulto per degli adulti. Un adulto che non ha rinunciato a creare storie e storie ben diverse da quelle depresse di gente depressa che legge tua mamma. Storie che, un domani questo pensiero ti sembrerà una bestemmia, ma, adesso, credimi, è importante, sembrano più simili ai Cavalieri dello Zodiaco che a quello che legge tua mamma. Quindi ci sono adulti che non hanno rinunciato a inventare storie che piacessero loro. Solo, non le mettono in scena con le barbie, le mettono in scena nella loro mente. Tu non smetterai di giocare con le bambole perché sei diventata grande, ma perché riuscirai a giocare facendo a meno delle bambole.

Passerà parecchio tempo prima che tu possa arrivare a pensare di scrivere quelle storie. Ancora adesso mi sembra puerile scrivere le vicende che metto in scena nella mia testa. Anche se a volte me le pubblicano, me le pagano addirittura.

Ti dirò un altra cosa. A te piace tantissimo giocare. E per questo continuerai a farlo. 

No, non gioco più con le barbie. Ma in effetti le mie barbie interpretavano ruoli. Oggi lascio da parte le barbi e gioco direttamente con i ruoli. E con i dadi. E con tabelle, manuali e altre persone. Ci ho conosciuto il marito, così.

Lo so che non mi credi. Ma in realtà la scoperta che c'erano dei giochi da giocare che sembravano inventati apposta per te è stata una delle cose che ha segnato la fine di quel periodo terribile. Perché hai trovato altra gente con i tuoi stessi interessi. E hai ricominciato a farti amici veri. Quelli che ti stanno mandando messaggini mentre scrivi questo post, ad esempio. Ah, anche le amiche che a undici anni avevi già sono rimaste.

Quindi eccoci qui. I prossimi anni saranno un disastro. Ti sentirai imbarazzante, brutta e sbagliata. Una serie di persone farà in modo farti sentire così. Ma ci saranno delle cose di cui ti innamorerai davvero. Delle storie che leggerai. Delle cose che scoprirai che adori fare, anche se non sei davvero portata per questo. E saranno quelle a salvarti. Le cose che ami e di cui ti vergogni.

Ci metterai una vita intera a convincerti che non sei più quella creatura inetta, brutta e imbarazzante. In alcuni casi non ci riuscirai e la cosa avrà degli effetti quasi comici. Per assurdo che possa sembrare, ad esempio, un giorno tua figlia giocherà con i trofei che hai vinto praticando atletica. Non dirmi che sei negata per lo sport. Lo so così bene che mi considero ancora negata per lo sport. Ma quella cosa che fai quando sei troppo nervosa, correre, beh, quello è sport.

Le maggior parti delle cose che ami e che, prima o poi, ti porteranno alle persone che ami, le scoprirai tutte nei prossimi quattro anni. Non piaceranno ai tuoi compagni, i tuoi genitori non le capiranno. Ti diranno nel migliore dei casi di smettere di sognare a occhi aperti. Eppure sono quelle le cose che ti salveranno e ti porteranno, a questa soglia dei quarantun anni in cui, in fondo, con te stessa non stai così male.

Ah, un'ultima cosa.

Tra qualche tempo, finita la tortura con l'apparecchio per l'arcata dentale superiore, ti proporranno quello per l'arcata inferiore. Prevede dei tiranti esterni che vanno a formare un oggetto di tortura che va legato dietro la nuca. Tuo padre dirà che con i denti storti nessuno si innamorerà di te. Il dentista che i denti, troppo storti, inizieranno a caderti e ti faranno male per tutta la vita. Evitarlo sarà la tua prima battaglia da combattere per te stessa. Perché dovrai capire che nella vita a volte la cosa più difficile è opporsi a chi agisce in tutta coscienza per il tuo bene.

Ora stai per compiere quarantun anni. I denti dell'arcata inferiore sono storti, ma sono tutti al loro posto. Non c'è neppure una carie. Non hai mai sofferto di mal di denti, se non quando ti hanno estratto quelli del giudizio. Tuo marito sta accarezzando il tuo gatto.

martedì 6 aprile 2021

Lampi di luce dalla zona rossa


 La Zona Rossa continua.

Pare che, per il Piemonte, la prospettiva migliore sia uscirne per fine mese. 

Se non altro domani le scuole fino alla prima media riapriranno. Non fraintendetemi, non sono di quelle che vogliono la scuola aperta sempre e comunque a ogni condizione. A ottobre/novembre, ad esempio, una chiusura sarebbe stata auspicabile. Ma adesso, almeno nella zona dove lavoro io, tutto il personale docente ha avuto almeno una dose di vaccino (che non dà l'immunità perché per entrare a regime bisogna attendere qualche settimana dalla seconda dose, ma è comunque meglio di niente). E, sopratutto, le attività produttive non hanno chiuso. Quindi i bambini, la mia compresa, hanno in media frequentato più gente diversa di quanto facessero andando a scuola, sballottati tra nonni, baby sitter e parenti vari, individui fragili compresi. Bastava sentire qualche alunno di DaD "scusi, la rete non regge, ci sono qui anche i miei quattro cugini e i due vicini di casa, visto che la nostra connessione è la migliore...". Mia figlia stava in parte con me, in parte con un baby sitter, in parte con i nonni, in parte con gli zii, insomma, un inevitabile delirio di contatti che, a livello di mero rischio, mi è sembrata una cura peggiore del male.

Io me la sono passata tutto sommato meno peggio del previsto. Il mio baby sitter è stato catturato al momento giusto, la scuola è riuscita a garantire ai docenti genitori la possibilità di lavorare da casa almeno per alcuni giorni a settimana, garantendo allo stesso tempo la possibilità di frequenza per gli alunni con bisogni educativi speciali. Ai ragazzi era stato dato il famoso ipad/astronave in comodato d'uso, cosa che ha almeno garantito a tutti un mezzo pratico e resistente per la DaD. Nulla si è potuto fare per le connessioni più ballerine che, in una zona di paesini sparsi tra boschi e colline di granito, hanno poco a che fare con la volontà di famiglie e istituzioni. Come l'anno scorso eravamo in mano a Eolo, inteso non come fornitore di servizi, ma proprio come dio dei venti, perché col brutto tempo nei paesini internet non va e in molti giorni la rete sembra più che altro alimentata a bestemmie. Quindi abbiamo ripreso il balletto del ti vedo/non ti vedo/vedo solo il soffitto/vedo solo il tuo gatto. Devo dire però che gli animali domestici, i miei compresi, sono stati tutti disciplinati e hanno seguito le lezioni con una certa costanza.

Questo ovviamente non ha impedito scene al limite del delirio, come avere la figlia in crisi di nostalgia per l'asilo e gli amichetti in piena ora di geografia, consolata poi dai miei alunni in DaD (ho ancora il dubbio se firmarla come educazione civica). Peggio ancora, un increscioso incidente con il vasino in un'ora non coperta dal baby sitter. La mia spiegazione è stata una cosa del tipo "... Quindi il carattere di Ulisse è caratterizzato dalla curiosità... Ok, ragazzi, spengo la telecamera un attimo... E dall'intelligenza... Eh, ma qui c'è pipì ovunque... E dal sapersela cavare in ogni occasione... Evitiamo almeno di metterci i piedi dentro...". Ovviamente queste settimane di DaD sono state anche le settimane dei colloqui con i genitori, dei consigli di classe, del cambiamento di lavoro del marito... Tutto sommato l'esserne usciti vivi ha del miracoloso. 

Sono state anche le settimane in cui qui in Piemonte la campagna vaccinale ha finalmente ingranato. I suoceri hanno ricevuto entrambi la prima dose, mia mamma sta smaltendo i postumi della sua unica somministrazione. Mio padre è stato rimandato a data da destinarsi per aver da poco fatto un'anestesia totale, ma ha fatto la conta degli anticorpi, li ha ancora talmente alti che è stato chiamato per partecipare a uno studio sulle varianti (di cui onestamente ho capito poco, ma va bene così). Da oggi, poi, sono state aperte le prenotazioni anche per la fascia d'età 60-69 anni. Tutte le vaccinazioni sono state eseguite nel punto di somministrazione più vicino al domicilio e al momento tutti parlano di gentilezza e professionalità da parte del personale. Per la prima volta sembra davvero che qualcosa si stia muovendo nella direzione giusta. Spero solo di non illudermi.

Spero ora di rimettermi sui binari di ritmi più sostenibili, che mi permettano, tra le altre cose, di continuare ad vivere il blog e a leggere i post altrui. Questo spazio esiste da un sacco di tempo e mi scoccerebbe davvero perderlo per una cosa futile come una pandemia, insomma!

In queste settimane di stop ho anche saltato l'abituale rubrica "piovono libri" dedicata ai classici letti col gruppo di lettura. Anche se solo poche righe, però, il libro del mese le merita.

Tre camere a Manhattan – G. Simenon
Questa è stata una lettura sconcertante.
O, meglio sconcertante la lettura del romanzo, ma ancor di più la lettura delle recensioni trovate on-line.
In una New York desolata, fatta di gente che si sfiora senza vedersi, due anime perdute si incontrano per caso. Lui è un attore francese appena mollato dalla moglie. Lei la ex moglie di un diplomatico con problemi di salute e di alcolismo. Finiscono per attrarsi e non riuscire più a fare a meno l'una dell'altra. Tutto bene? Insomma. Lui la pesta, quasi la violenta e la tradisce appena lei si allontana. Lei lo capisce, lo consola e si sottomette. A me è sembrato l'inizio di una storia di soprusi e di violenza domestica. Peccato che Simenon pare si sia ispirato alla propria storia d'amore con quella che sarebbe diventata la sua seconda moglie (poveretta). E ancora più peccato che la maggior parte delle recensioni ne parli come di una storia d'amore. Addirittura lui è percepito come "dolce" o "un'anima bella". questo mi ha lasciato un profondo senso di malessere. 
Il libro è assai ben scritto. L'atmosfera, la desolazione, l'attrazione sono rese assai bene. Però credo che nel 2021 non si possa definire una storia in cui lui prende a pugni lei "una bella storia d'amore". Non possiamo dire che è un libro ben scritto su una passione intensa ma insana? Cosa ne pensate?


venerdì 2 aprile 2021

Buona Pasqua di rinascita e vaccini


 Un caro augurio di Buona Pasqua a tutti.

Il blog si è preso un periodo di pausa forzata causa Didattica a Distanza e chiusura asili.

A questo giro non so se usciremo tutti migliori, speriamo più immunizzati, dato che finalmente, almeno qui da dove scrivo, la campagna vaccinale sembra aver ingranato.


venerdì 12 marzo 2021

Zone rosse e altre storie alternative


 È venerdì. 

Ore 14.20 nel momento in cui inizio questo post.

Il governatore del Piemonte ha dichiarato che da lunedì saremo in zona rossa con le scuole di ogni ordine e grado chiuse. È arrivata un'ordinanza firmata? No.

I ragazzi che hanno bisogni educativi speciali, lavorano in rapporto uno a uno con gli insegnanti di sostegno, hanno genitori impegnati in servizi essenziali o hanno gravi e comprovati problemi di connessione (qui ci sono paeselli in cui non prende nulla, si può comunicare solo con i segnali di fumo) possono comunque frequentare? Non si sa.

I genitori con figli piccoli possono chiedere di lavorare da casa, ma il datore di lavoro può negare questa possibilità? Non si sa.

Sarà già attivo il bonus baby sitter? Non si sa. E, se no, un/una baby sitter che venisse da comune vicino (il mio ha tremila abitanti) potrà farlo senza rischiare sanzioni? Non si sa.

Io sono fortunata, sia chiaro. Appena si è sparsa la voce della quasi certa caduta in zona rossa si è aperta una caccia al baby sitter che le cacce alla volpe inglesi al contrario sono scampagnate da dilettanti. Mamme come bracconieri appostate al telefono pronte a catturare la prima persona disponibile. Io ho catturato il mio, anche se ancora non so che orari dovrà fare (è ben diverso se lavorerò da casa o da scuola), quali saranno esattamente le sue mansioni (idem come sopra), come verrà pagato e se rischierà una multa. Insomma, particolari da poco.

Ai miei alunni con bisogni educativi speciali non saputo dire se lunedì devono venire a scuola o meno. 

Intanto però ho fatto il vaccino (motivo per cui ho saltato il post di settimana scorsa). Inaspettatamente tutto il servizio prenotazioni e la campagna vaccinale per il personale scolastico ha funzionato fin qui con un'efficienza sorprendente. Un portale non troppo cervellotico per prenotarsi, tempi umani per avere l'appuntamento (per me due settimane dopo la prenotazione). Personale gentilissimo, massima attenzione all'anamnesi, quindi ho "beneficiato" di un doppio periodo di osservazione a causa dell'allergia che in questo periodo mi accompagno. Ho anche avuto effetti collaterali contenuti, rispetto alla media, mal di testa, un po' di fastidio al braccio, ma nulla più. Vogliamo quindi negarci una bella sferzata di emozione? Volete sapere dove è stato somministrato il lotto di vaccino che ieri è stato ritirato? Nel mio centro vaccinale, ovvio! Devo dire che con una mamma finita in rianimazione ai primi di gennaio per embolia polmonare la notizia di possibili complicazioni proprio in questo senso un tocco di ansia me lo ha dato. Mezz'oretta fa sono riuscita a risalire al numero di lotto della mia vaccinazione e pare non corrispondere con quello incriminato, che comunque è stato usato fino al giorno prima. Insomma, non ci neghiamo niente...

In questo clima di pre apocalisse, il mio ultimo racconto pubblicato si inserisce perfettamente!


È già in preordine, ma esce il 18 marzo per Acheron Book l'antologia Fascisti da Yuggoth.

Di cosa si tratta? Di una serie di racconti ambientati in un universo alternativo in cui i fascisti si siano alleati con gli alieni per conquistare il mondo.

L'intento dell'antologia è dichiaratamente antifascista e contro a qualsiasi tipo di discriminazione. Il libro è curatissimo, con un'impaginazione fenomenale che fanno un bellissimo oggetto regalo.

Dentro c'è un mio racconto, In fondo al lago.

Probabilmente l'ambientazione vi sembrerà un po' assurda, magari anche ridicola, eppure, che dire, se devo pensare ai cinque racconti che mi sono venuti meglio, probabilmente In fondo al lago che lo metto dentro.

Alieni o non alieni, è un racconto molto mio, ambientato sul Lago d'Orta. Il protagonista è il podestà di Castelli Cusiani, un uomo fascista per convenienza, che crede di avere un controllo totale sulla propria amante, figlia di un dissidente. Ma, si sa, alla fine arriva per tutti il momento di scegliere da che parte stare.

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lunedì 1 marzo 2021

Provare a scrivere fantascienza


In questi giorni c'è, quasi, aria di primavera. Bellissimo? Come il solito dipende dai punti di vista. I queste giornate insolitamente calde insieme ai bucaneve sono fioriti i noccioli e le betulle. Ottima cosa, non fosse che sono allergica.
Quindi allergia, scarsa capacità respiratoria, più mascherina ffp2. Uguale mal di testa cosmico. Questa settimana, dunque mi si poteva trovare in due condizioni. Totalmente rimbambita dall'allergia e dal mal di testa oppure totalmente rimbambita dalla combo antistaminici + antinfiammatori. Almeno, però, nel secondo caso ero di buon umore, del tutto andata, intenta a contare unicorni immaginari sul soffitto, ma di buon umore.
In queste condizioni non ho scritto né letto molto.
Da un punto di vista intellettuale questa è stata una settimana in cui ho fissato il vuoto contando gli unicorni.
Prima, tuttavia, ho provato a scrivere fantascienza.

sabato 20 febbraio 2021

Una donna – Piovono libri


 Ci sono libri in cui, senza il gruppo di lettura, non mi sarei mai imbattuta.

Nel caso specifico, questo sarebbe stato qualcosa di più di un peccato. Sarebbe stato un delitto. La prima domanda che mi sono posta, quando ho terminato Una donna è stata: come è stato possibile che io non l'abbia letto prima?

Ho fatto il liceo classico, ho una laurea che mi permette di insegnare lettere, eppure né nei miei studi, né in nessuna delle antologie scolastiche che ogni anno mi passano per le mani mi sono mai imbattuta in brani tratti da questo romanzo. Credo che nel libro del liceo fosse a malapena citato, all'università è pur vero che portavo un corso monografico sull'epica rinascimentale, ma non ricordo che a Sibilla Aleramo fosse dedicata una particolare attenzione. Nelle antologie scolastiche che mi vengono proposte non l'ho mai trovato. Insomma, tutto fa pensare che sia un'opera minore, superata. Invece la prima cosa che mi è chiara appena chiuso il volume (o, più precisamente, appena finito di ascoltare su Audible) è che merita di stare tra le grandi opere del primo novecento. Subito dopo Una donna ho ascolto Orlando di Virginia Woolf, opera più giovane di poco più di vent'anni. Lo stile e le tematiche sono diversissime, certo. Ma non c'è un valore assoluto per cui il libro della Woolf debba essere ancora universalmente noto, e quello della Aleramo per lo più dimenticato. È uno dei grandi romanzi di inizio novecento, ma, in qualche modo, ce ne siamo dimenticati.

Edito nel 1906, una donna è il racconto autobiografico delle motivazioni che hanno spinto l'autrice a una scelta già difficile oggi, figuriamoci all'epoca, lasciare il marito e il figlio ancora bambino.

C'è quindi, sicuramente, anche un intento apologetico. L'autrice scrive per suo figlio, immaginando che un giorno, da adulto, voglia comprendere le ragioni della madre, e di certo vuole porsi ai suoi occhi nella miglior luce possibile. Tuttavia c'è anche una capacità di analisi acutissima di una società che, ahimè, in alcuni tratti è cambiata meno di quando non mi piacerebbe pensare.

Rina (vero nome di Sibilla Aleramo), si trasferisce con la famiglia in un paese del sud dove il padre sarà il direttore di una fabbrica. Questo, però, è l'inizio della fine della famiglia. Si trovano infatti isolati in un contesto diverso dal loro, che non capisco e non vogliono capire. Mentre il padre cerca consolazione tra le braccia di un'amante, la madre cade in una depressione che la porterà nel giro di breve a tentare il suicidio e poi a essere rinchiusa in una clinica psichiatrica. Abbandonati gli studi, Rina si trova, ragazzina, a tenere la contabilità della fabbrica e ad attirare le attenzioni di un impiegato. Questi, seguendo la consuetudine, per chiedere in moglie la ragazza, la violenta e lei, ritenendo che non vi fosse altra scelta possibile, finisce per sposarlo. Inizia così un piccolo inferno quotidiano da cui la donna saprà sottrarsi solo molti anni dopo, lasciando il marito e il figlio.

Sono moltissimi gli aspetti che mi hanno colpito. In primo luogo la descrizione perfetta dell'ipocrisia borghese, in cui tutto viene sacrificato all'apparenza. È un mondo in cui nessuno è felice. È evidente che nella narrazione il marito è il principale antagonista, la fonte di quasi tutte le sofferenze di Sibilla. Ma se fosse lui a narrare la storia? Avremmo un'analoga infelicità. Un uomo che agisce come gli insegnano le convenzioni e l'opportunità. Che non capisce perché la moglie non tra piacere dalle sue attenzioni sessuali, né dal benessere che comunque le garantisce. Privo di istruzione com'è, non capisce le sue aspirazioni intellettuali, in breve, non sa motivare un'infelicità che finisce per gravare su suo animo. Inizia a farsi strada l'idea, quindi, che l'emancipazione femminile, con tutto quello che ne consegue, a partire dall'abolizione di vecchi tabù sul sesso e l'educazione sessuale andrebbe a giovamento non solo delle donne, da della società intera. Personalmente non riesco a capire come con donne più realizzate e serene gli uomini potrebbero essere meno felici.

Ogni libro, poi risuona diverso a ogni lettore. Alcuni aspetti di questo romanzo hanno toccato in me corde molto personali, altri hanno fatto emergere riflessioni più generali. L'ho letto da mamma in mezzo a una pandemia. A un certo punto della vicenda, il marito, pazzo di gelosia, costringe la protagonista a una vita da reclusa in casa insieme al figlio. E tutti trovano la cosa normale. Non le manca niente, ha persino un aiuto in casa. Una donna non dovrebbe essere felice di potersi dedicare interamente al proprio figlio, senza altre preoccupazioni, reclusa in casa? Ora, durante il lockdown, per motivi diversi, molte donne si sono trovate recluse in casa con i figli, mentre molto più spesso i mariti continuavano a recarsi al lavoro. Appena osavano lamentarsi, magari solo du fb, in sedicenti gruppi di autoaiuto per mamme, era tutto un coro, molto spesso formato da altre donne a ripetere che dovevano essere felici. Una donna reclusa in casa con i figli DEVE  essere felice. L'esperienza della pandemia, che ha riportato indietro la condizione della donna italiana di non so di quanti anni, ne sono prova i dati su i posti di lavoro femminili persi, mi ha fatto toccare con mano quanto questa convinzione sia ancora radicata nel nostro paese. Il lavoro femminile dopo la maternità è ancora visto come qualcosa dettato da una pura necessità economica. Qualcosa, come in alcune vecchie battute sul sesso che si fa "non per piace mio, ma perché lo vuole iddio (o, in questo caso, il conto in banca)". Ecco no. Sibilla Aleramo nel 1906 dice qualcosa che ancora oggi non universalmente riconosciuto. Una madre può avere altre ambizioni oltre a quelle di accudire la prole. E una madre soddisfatta della propria vita e del proprio lavoro sarà probabilmente una madre migliore.

Mi rendo conto che ora, nel 2021 abbiamo bisogno di altre Sibille Aleramo che dicano con altrettanta chiarezza che si può amare i propri figli e il proprio lavoro. Non sono cose escludenti. Il lavoro femminile è qualcosa di più di una mera questione economica. È, ancora, un vantaggio per tutta la società. Perché non credo che madri a cui viene proposto come unico modello quello dell'autosacrificio possano essere buone madri. Saranno più facilmente donne frustrate e incattivite che difficilmente cresceranno figli equilibrati. Ovviamente questo non implica che sia sacrosanto il desiderio opposto, quello di rinunciare al lavoro per dedicarsi ai figli, se è un desiderio. Ma in questa maledetta pandemia ho visto con i miei occhi donne bacchettate da altre donne solo per aver detto che a loro mancava il lavoro e non solo per i soldi. Considerate colpevoli per aver osato lamentarsi del fatto di essere bloccate in casa h24 con i figli. Un anno fa mi sarebbe sembrato ridicolo scriverlo, ma oggi scopro che non lo è. Una donna può essere una buona madre anche se non desidera annullarsi totalmente e rinunciare a tutte le proprie ambizioni professionali. Di più, molto figli stanno meglio con madri che lavorano, soddisfatte del proprio impiego, piuttosto che con casalinghe frustrate.

Questo lunghissimo post, in realtà, non fa che raschiare la superficie dei pensieri sorti con la lettura di questo romanzo, infatti la riunione del gruppo di lettura è stata chiusa alla fine più per sfinimento fisico (tutti arriviamo al venerdì sera sfatti) che per esaurimento delle tematiche.

Non a tutti la protagonista è stata simpatica, ad esempio. A tratti neppure a me. Si tratta, ai nostri occhi, quasi di una sposa bambina, rimasta immatura, capricciosa, con a volte una supponenza smisurata. Il libro ha anche una funzione apologetica. Lei vuole mostrarsi nella luce migliore possibile e la sensazione è che ogni tanto ometta, nasconda, giri a sua vantaggio delle situazioni. Durante le terribili scene di violenza domestica mi sono trovata a pensare se fossero vere, se fosse possibile una tale brutalità o non stesse ingigantendo per giustificare la sua fuga. E poi mi sono sentita un mostro. Io, donna del 2021, abituata tutti i santi novembre a sensibilizzare contro la violenza sulle donne leggo una scena di violenza domestica e il mio primo pensiero è "starà esagerando"? Credo che questo, più di ogni altro mi abbia dato la misura di quanto una certa cultura in Italia sia ancora pervasiva, persino dentro di me.

Alla fine l'unica cosa che mi sento di dire per concludere è che è una lettura necessaria. Un romanzo che dovrebbe stare tra quelli imperdibili del primo novecento e che invece in tanti si dimenticano anche di citare in nota.