mercoledì 28 aprile 2021

La società dei gatti filosofi – racconto giallo – parte seconda


 Parte prima

– Spiegatemi, io dovrei rischiare la pelliccia per aiutare un gruppo di gatti a trovare chi ha ucciso un essere umano? – chiese il mezzo bracco, perplesso.

Non era propriamente un randagio. Aveva cuccia in uno degli ultimi cortili del paese, il giardino malmesso di un anziano, con una rete che avrebbe necessitato una buona manutenzione e da cui l’animale entrava e usciva a piacimento. Nonostante il suo sangue da cacciatore, aveva un’età per cui inseguire i gatti aveva perso gran parte del suo fascino, tuttavia era pur sempre un cane, con una reputazione da difendere.

– Se ammazzassero il tuo umano tu resteresti a cuccia senza fare niente? – chiese, melliflua, Ipazia.

– Finirei al canile, probabilmente e con scarse possibilità di fare alcunché, salvo terminare i miei giorni in una gabbia.

– I cani sono schiavi per natura – sussurrò Aristotele a Protagora.

– Loro solo, tra tutti gli animali, non immaginano gli dei con la loro forma, ma con sembianze umane – replicò questi.

– In ogni caso io non posso introdurmi in un appartamento chiuso all’interno di un palazzo – tagliò corto il mezzo bracco.

– Cani, esseri inutili – sbuffò Platone.

– Non inutili, se si vuole rovesciare per bene un bidone dell’immondizia – replicò piccato l’animale.

– Questo è vero – ammise, magnanimo, Diogene, che apprezzava in modo particolare questa attività.


L’impossibilità di far entrare un mezzo bracco di venti chili in un appartamento chiuso all’interno di un condominio scoraggiò alcuni dei gatti, ma non tutti.

– Con la logica si può superare qualsiasi avversità – disse, ostinato, Aristotele. 

– Bisogna perseguire l’atarassia e discostarsi dall’eccesso di passioni – replicò Epicuro, che era del partito di lasciar perdere.

– La ricerca della verità è cosa ben più alta del lasciarsi andare alle passioni – lo rintuzzò Socrate.

– Basta tutti e tre, ragioniamo – li zittì Democrito, gonfiando la coda nera. – Secondo la polizia il decesso è naturale, l’appartamento non è sigillato, anzi, sarà un via vai di parenti. Ipazia può riuscire a entrare e a prendere qualcosa che l’assassino abbia toccato da far annusare al segugio, qui.

– Bracco – puntualizzò questi.

– Mezzo bracco – soffiò Democrito.

– Cosa può aver toccato l’assassino? – chiese Aristotele.

Quella, pensò Democrito, era una bella domanda.

– La tazza in cui ha bevuto il the – rispose Parmenide, fiero del proprio acume.

– Ma la tazza è stata lavata, tutto scorre e di fatto quella tazza non è più quella in cui l’assassino ha bevuto – lo rintuzzò Eraclito, scuotendo tronfio il suo faccione rosso.

– Avete ragione entrambi – intervenne Democrito, per bloccare un battibecco che avrebbe potuto durare in eterno. – Ma ragioniamo, ci sarà qualcos’altro che l’assassino avrà toccato in casa e che possiamo recuperare?

I gatti si impegnarono nel ragionamento, con lunghe digressioni sulla natura dell’odore, su cosa fosse, sul perché, benché i loro sensi fossero acuti, i cani fossero oggettivamente più bravi a rilevarli. Alla parola “oggettivamente”, ovviamente, Crizia si era inalberato, osservando che nulla è oggettivo. 

– I tovaglioli – esclamò infine Ipazia. – Alberica ha servito il the nel servizio bello. Avrà di sicuro offerto anche dei tovaglioli puliti.

Democrito abbassò le orecchie, colpito.

La vecchia professoressa non abitava lontano dal via del cimitero e ciascuno dei gatti era riuscito, una volta o l’altra, ad entrare nell’appartamento. Se poi la signora li trovava malati o feriti se li portava a casa per sovrintendere alle cure alla guarigione. Tutti loro, quindi, avevano un’idea delle abitudini della loro benefattrice.

– E se ha fatto in tempo a lavare le tazze, di certo si sarà occupata anche dei tovaglioli – continuò il gatto nero. – Il suo lo avrà ritirato per utilizzarlo di nuovo, mentre quello dell’ospite sarà stato messo tra le cose da lavare.

– Dove, se ci spicciamo, è possibile recuperarlo – terminò il ragionamento Aristotele.


Il corpo della professoressa Zirconi era stato rinvenuto in tarda mattinata e a metà pomeriggio il medico legale, oberato dal troppo lavoro aveva già dichiarato la naturalità del decesso. Alle diciotto la polizia aveva tolto i sigilli e alle diciannove i tre nipoti, uno scapolo quarantenne, un allampanato studente universitario e un giovane padre di famiglia, varcavano la soglia dell’appartamento. Tra i loro piedi, tutta fusa e moine, si faceva largo Ipazia, mentre più discretamente Democrito si infilava, non visto, oltre la porta.

– E questa chi è? – chiese lo studente, abbassandosi ad accarezzare la micetta.

– Uno dei gatti della colonia che la zia curava – sbuffò il padre di famiglia. – Se penso che tutti gli averi della vecchia finiranno all’associazione che cura le bestie mi vien voglia andare all’altro mondo per ammazzarla di nuovo. Io mi spacco la schiena per dar da mangiare ai miei figli e quella lascia tutto ai gatti.

– Non tutto tutto – lo contraddisse lo scapolo sovrappeso. – Il conto corrente e l’immobile.

– E dici poco? – lo rintuzzò il padre, sistemandosi gli occhiali. – Ha lavorato una vita intera, mangiava come un uccellino, mai una vacanza o uno svago, neppure la macchina ha mai avuto. Avrà accumulato centinaia di migliaia di euro, altroché. Io lo strozzerei, quel gatto, fossi in te.

Lo studente, un tipo alto e magro che odorava di quelle erbe che alcuni umani sono soliti fumare in luoghi appartati, stava facendo a Ipazia mucchio di coccole e si limitò a mugolare.

– La zia odiava tutti, tranne i gatti e i filosofi morti, che ti aspettavi? – bofonchiò.

– Guardate che i mobili, le opere d’arte e i gioielli sono nostri – replicò il tizio sovrappeso.

Ipazia pensò che avesse lo sguardo fintamente languido di certi maschi castrati troppo tardi, che finiscono per sublimare col cibo gli istinti a cui non possono più dare sfogo.

– Ma quali opere d’arte, la zia avrà speso una fortuna in libri di filosofia, ma a chi li vuoi vendere, quelli? Magari a qualche amico mio all’università, a un euro al chilo – mormorò lo studente, poco interessato alla conversazione. – Ci costerà più spostare la roba che c’è nell’appartamento.

– Sì, ma i gioielli? – chiese il grasso. – La zia era l’unica erede femmina della vecchia famiglia Zirconi, tutti i gioielli di sua madre, sua nonna, della sue zie sono per forza finiti a lei.

– Dammi retta, piuttosto che lasciarli a noi se li è mangiati – replicò, secco, il padre.

– Probabile – concordò il giovane.

Intanto, camminando nelle zone d’ombra, dove il suo mantello faceva tutt’uno con il buio, Democrito era arrivato fin nel bagno, dove in un angolo stava la cesta in vimini delle cose da lavare. Uno dei luoghi della casa più amati dai gatti. Il massimo era seguire Alberica per tutta la strada da via del cimitero al suo appartamento, infilarsi oltre la porta, farsi prendere per la collottola e sentirsi dire che doveva essere l’ultima volta. In teoria a quel punto si riceveva una ciotola di latte e si veniva gentilmente sbattuti fuori di casa, ma il più delle volte si riusciva a intrufolarsi in bagno e a infilarsi nella cesta delle cose da lavare. Democrito aveva passato lì più di una notte, comodo e al calduccio, per riemergere poi al mattino per ricevere una nuova ramanzina e una seconda tazza di latte. Tutto ciò era finito e gli umani, nell’altra stanza, si preoccupavano di oggetti freddi che neppure si potevano mangiare. Era difficile davvero accettare che fossero fatti degli stessi atomi che avevano composto Alberica. Gli dei, davvero, se pure esistevano, non erano affatto interessati a dispensare giustizia in terra. Quindi, concluse, toccava proprio a lui. 

Dentro la cesta c’erano i resti tristi di un’esistenza interrotta. L’ultima biancheria che la vecchia signora si era tolta, la federe del cuscino, un asciugamano del bagno. Ed, ecco, un tovagliolo con un ricamo di fiori, intonato al colore delle tazze da the.


– Ehi, ma c’era un altro gatto in casa!

– È nero, porta sfortuna!

– Ha un fazzoletto in bocca!

– Ma vi sembra? A quei gatti va già tutto e vengono pure a derubarci! Sbatti fuori quella randagia bianca, ci manca solo che ci attacchi la rogna!


Per essere il funerale di una donna tanto odiata dai suoi parenti, c’era davvero molta gente. Alberica non si era mai sposata, non aveva figli, forse non aveva mai amato nessuno, se non i suoi filosofi morti da millenni e i gatti, ma generazioni di ex alunni, tutte le donne dell’associazioni Amici della colonia felina, nonché vicini e conoscenti vari si erano sentiti in dovere di presenziare al funerale.

I gatti guardavano perplessi quel rito umano. I felini, filosofi o no, non hanno molta confidenza con l’ipocrisia. I più benevoli erano i sofisti.

– Come vedere, gli uomini sanno che una verità assoluta non esiste, solo l’apparire conta, lo specchiarsi in altri occhi umani – commentò Protagora.

– Ma fammi il piacere. Solo perché non conoscono la verità non vuol dire che non esista – ribatté Platone. – Il sole smette forse di brillare perché il cieco non lo vede?

– Smettetela di discutere! – li rimbrottò Aristotele. – Diogene, è il tuo momento.

I condolenti stavano in quel momento uscendo dalla chiesa, per riunirsi sul sagrato per offrire il loro poco sentito dolore agli assai poco affranti parenti.

– Andate! – incitò Democrito.

Dalla via laterale schizzò nella piazza della chiesa il gatto spelacchiato, seguito a ruota dal mezzo bracco, all’apparenza tutto concentrato nel tentativo di acchiapparlo. 

Diogene si infilò dritto nel capannello di persone, zigzagando poi tra le gambe della gente, in modo da dare l’opportunità al cane di annusare quanti più umani fosse possibile. 

Gatto e cane si insinuarono tra le persone vestite di nero, facendo svolazzare cappotti, cadere borsette e causando un’esplosione di esclamazioni assai poco consone al luogo e all’occasione. Diogene si infilò tra le gambe della moglie del nipote sposato di Alberica e il cane subito lo seguì, non calcolando la differenza di taglia. La donna si trovò con un mezzo bracco nelle sottane, finendo gambe all’aria e gridando, stabilirono i gatti, come un ratto appena catturato. Il cane non si fece scoraggiare, si scrollò di dosso il profumo vagamente vanigliato dell’umana e riprese la sua corsa, mentre ormai diverse paia di braccia cercavano di afferrarlo. Lo scapolo quarantenne sovrappeso, in un lampo di protagonismo, si gettò  verso l’animale come un portiere che tenti di parare il rigore decisivo, finendo solo per impattare di pancia con il lastricato grigio del sagrato.

– Vaglielo a spiegare a lui che il moto non esiste – sussurrò Epicuro a Zenone.

– Il fatto che una cosa sia un’illusione non vuol dire che non faccia male, anzi – replicò questi, senza scomporsi. – Chiedi a qualsiasi innamorato deluso.

Dal tetto più alto Democrito e Aristotele monitoravano la situazione, inarcando le code secondo il codice convenuto. Secondo i loro calcoli in breve tempo una qualche autorità sarebbe sopraggiunta e volevano evitare al loro alleato una visita al canile.

Visto il segnale, Diogene si strusciò un’ultima volta l’orecchio più malandato, quello con l’eczema in bella vista, contro il polpaccio della più truccata e impomatata delle donne presenti e poi schizzò in un vicolo alla massima velocità possibile. Il mezzo bracco travolse con entusiasmo la stessa signora, dando un morso affettuoso e pieno di bava alla borsetta firmata, e poi lo seguì verso le ombre.

Pochi minuti dopo i vigili, increduli, trovarono cinque contusi, tra cui lo scapolo a cui fu poi diagnosticata una costola incrinata, dieci isteriche e nessun animale. Sul quotidiano locale, il giorno dopo, un giornalista amatoriale, scrittore mancato, ipotizzò che uno dei gatti della colonia avesse voluto dare l’estremo saluto alla sua benefattrice, scontrandosi però con l’intransigenza di cani e uomini.


giovedì 22 aprile 2021

La società dei gatti filosofi – Racconto giallo – Parte Prima

 

Non stiamo a ripeterci la fatica che questo periodo comporta.

Per stemperare, vi regalo un racconto ritrovato sul fondo dei miei cassetti.


LA SOCIETÀ DEI GATTI FILOSOFI


– Potrebbe anche essere omicidio.

– L’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere – disse Parmenide. – O è o non è omicidio.

– Tuttavia non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume, la verità di oggi non è la verità di ieri – dissentì Eraclito.

– Per gli uomini è vero ciò che a loro pare vero – commentò Protagora.

– Io so solo di non sapere – si lamentò Socrate.

– Se moto e spazio non sono che illusioni, l’omicidio stesso non è che l’ennesima menzogna dei sensi – sbuffò Zenone.

– Non siamo che degli sciocchi che guardano ombre riflesse su una parete – concordò Platone.

– Che prove hai che sia omicidio, Democrito? – domandò Aristotele.

Non aveva alcuna simpatia per Democrito, ma era pur sempre uno spirito pratico. A lasciar parlare gli altri ben presto si sarebbero trovati a disquisire sull’esistenza e la forma degli dei, invece che della morte dell’unica persona che per loro avesse davvero importanza.


Un osservatore distratto, a dire il vero anche uno attento, non avrebbe mai potuto immaginare il genere di discussione che si stava svolgendo nel vicolo. Occhi umani avrebbero visto soltanto alcuni membri di quella che era conosciuta tra i due zampe come La colonia felina di via del Cimitero, gatti dall’ottimo aspetto per essere dei randagi, ben pasciuti e col pelo lucido. Ciascuno di loro aveva persino un collare con il proprio nome ricamato a mano e decorato con brillantini. Tanta prosperità era data dall’incessante opera della professoressa Alberica Zirconi, docente di filosofia antica in pensione, che da da oltre dieci anni nutriva e vezzeggiava la colonia. A ciascun gatto aveva dato il nome di uno dei suoi filosofi prediletti, con qualche problema con le gattine, giacché le filosofe antiche erano in schiacciante minoranza e aveva dovuto per le femmine sconfinare in altre arti. Ogni giorno passava ore in via del Cimitero, parlando a ciascun animale dell’origine del proprio nome. La signora, tuttavia, nonostante avesse osservato con piacere l’aspetto tronfio e massiccio di Platone o l’indole votata al piacere di Epicuro, per non parlare del pessimo carattere di Dionige, non aveva mai compreso in pieno l’effetto del proprio agire e quanta della personalità dei filosofi fosse filtrata in quella dei gatti. Né mai avrebbe potuto farlo. Era stata trovato morta, distesa sul divano di casa propria, con un’espressione tranquilla in volto che aveva fatto asserire al medico legale che se ne era andata come non si usava più “per vecchiaia”. Benché la dipartita della professoressa non minacciasse direttamente la sopravvivenza della colonia – la donna si era assicurata da tempo di costituire un’associazione, Gli amici della colonia di via del Cimitero – l’evento era tale da turbare non poco i quadrupedi. Anche perché almeno uno di loro non era affatto certo che fosse la vecchiaia l’unica colpevole.


– Ipazia ha fatto un sopralluogo e vi dirà cos’ha notato – disse Democrito.

Era un micione nero con grandi occhi color topazio e aveva capito da tempo che tra gli umani trovava più benevolenza la leziosa Ipazia, bianca e con sangue d’angora neppure troppo diluito. Con due moine e un paio di fusa Ipazia riusciva ad arrivare ovunque volesse, ricevendo coccole dove a Democrito sarebbero arrivati oggetti contundenti. Lei era riuscita a entrare nella casa della professoressa tra le gambe della polizia scientifica e a curiosare in giro, ricevendo anche un buffetto dal pacioso, ma non troppo acuto, medico legale.

Platone, però, sbuffò.

– Ipazia, è un fatto che vedi omicidi ovunque, sopratutto se le vittime sono femmine – sbuffò.

– Non è colpa mia se gli individui dalla mente libera, sopratutto se sono femmine, sono più spesso vittime della violenza – replicò lei.

La irritava il fatto di affascinare più facilmente gli umani dei felini.

– Veniamo al dunque, Ipazia – la spronò Democrito.

Non era molto popolare tra i gatti, anche se andava un pochino meglio che con gli uomini, ma tutti ammettevano che quasi sempre aveva ragione, sia pure in modo approssimativo e involuto. Quindi, anche se lo criticavano, i gatti erano disposti a dargli la loro attenzione.

– Il decesso è stato stimato nel tardo pomeriggio di ieri – riprese la gatta. – La professoressa è stata trovata accoccolata sul divano, apparentemente addormentata, con espressione serena. Però ho visto che a fianco del lavello c’erano a scolare due tazze da the, del servizio buono.

Tutti i gatti agitarono nervosi la coda.

– Come hanno spiegato questo gli uomini? – chiese Aristotele.

– Non ci hanno fatto caso – rispose mestamente Democrito. – Solo uno ha commentato che si era probabilmente fatta un the e che l’altra tazza era lì dal mattino.

Aristotele scosse il capo.

– Se due erano le tazze, per di più del servizio bello, due erano le persone. Sillogismo elementare.

– E un cassetto della camera era socchiuso – riferì ancora Ipazia. – E per terra, sempre in camera, ho trovato un sacchettino di lavanda.

– Qualcuno ha frugato nelle stanza, si è sforzato di mettere a posto, ma ha lasciato qualche particolare fuori posto – arguì Aristotele.

Democrito abbassò le orecchie in segno di approvazione per le parole del gatto siamese. Lui e Aristotele si trovano spesso su fronti opposti. Anche come gatto, il siamese godeva di maggior fortuna, esattamente come il filosofo ne aveva avuta per le proprie teorie. Tuttavia Democrito era abbastanza onesto a apprezzare i suoi sforzi logici.

– Gli umani non si sono accorti neanche di questo? – domandò Anassimandro.

– I sensi li ingannano, vedono solo ombre – commentò mesto Platone.

– Cerchiamo noi l’uomo! – propose Diogene, uscendo dalla piccola botte che era la sua tana.

Di tutti, era l’unico ad avere l’aspetto di un randagio, col pelo stazzonato e non poche cicatrici.

– E come mai lo troveremo, ammesso che esista, giacché tutto è mutevole e dipendente dal come viene osservato? – domandò Gorgia.

– Con la logica! – lo rimbeccò Aristotele, che mal lo sopportava.

– Con la maieutica – disse Socrate. – Estrarremo la verità da questa storia come un umano estrae i bocconcini dalla lattina.

– E come cominciamo? Tutto scorre e il prima e il dopo si confondono – piagnucolò Eraclito.

– Dall’osservazione dei fatti – soffiò Democrito, che iniziava ad innervosirsi.

Gli altri abbassarono le orecchie. Che a loro piacesse o no, il gatto nero aveva la stessa acutezza di pensiero del filosofo da cui prendeva il nome, che se ne era uscito a suo tempo con quell’improbabile teoria degli atomi, uguali per composizione e diversi per dimensione, che combinandosi in modo diverso davano origine a qualsiasi materiale. All’epoca nessuno ci avrebbe scommesso un’aringa marcita, peccato che poi era risultato che ci aveva azzeccato.

– Alberica ha servito il the nel servizio bello – iniziò Democrito. – Quindi ha avuto un ospite che conosceva e ha fatto entrare volontariamente. Non deve essere stato difficile per l’ospite versare qualcosa nella tazza di Alberica. Poi lei si sente stanca, lui o lei la aiuta a sistemarsi sul divano, dove passerà dal sonno alla morte. Intanto l’assassino cerca per tutta la casa ciò che era venuto a prendere e poi si allontana come se niente fosse.

– E nessuno dei vicini ha visto qualcuno entrare e uscire dalla casa di Alberica? – chiese Socrate?

Platone, un enorme persiano color crema, scosse il testone.

– I sensi mentono.

Democrito odiava trovarsi d’accordo con lui.

– Sì – disse di malavoglia. – Sopratutto se la via è abitata per lo più da gente frettolosa come i peggiori tra gli umani. Alberica abita al piano terra di un palazzo senza portineria. Nessuno dei vicini ricorda qualcuno in particolare. La polizia li ha interrogati senza troppa cura e loro senza troppa cura hanno risposto. Oltre tutto sappiamo che il cuore di Alberica si è fermato a metà pomeriggio, ma l’assassino potrebbe essere uscito dalla casa anche molto dopo, addirittura a notte.

Aristotele tossì con disgusto un piccolo grumo di pelo.

– Ci vorrebbe un cane, per seguire le tracce – disse, senza distogliere lo sguardo da ciò che aveva vomitato.

– I cani sono tutti dei cinici – scosse il capo Parmenide, sconsolato.

– Infatti il nostro Diogene ha dei contatti con dei randagi – fece notare Ipazia. – Sono sicura che si scambiano le pulci, ogni tanto.

Tutta la colonia guardò con disapprovazione in gatto spelacchiato. Non immaginavano arrivasse a tale depravazione. 

– Io me ne frego delle convenzioni – soffiò l’interessato. – E loro sono molto più bravi di noi a rovesciare i cassonetti.

– Non ci importano le motivazioni che stanno alla base delle tue frequentazioni – tagliò corto Democrito. – Ne conosci uno che abbia un buon fiuto?

– Quelli pensano tutti con il naso e non con la testa – rispose Diogene.

– Sì, ma nell’appartamento è passata parecchia gente, si tratta di seguire una traccia vecchia e confusa.

Diogene agitò la coda con tono pensoso.

– Potrei avere quello che fa per voi. Un mezzo bracco. Quello ti sa dire dall’odore anche che numero di scarpe indossa un umano, purché sia un maschio.

– E come fa? – chiese qualcuno.

– Più un piede è grosso e più puzza – tagliò corto il cinico.

domenica 11 aprile 2021

Lettera a trent'anni fa


 Cara Antonella,

è la sera dell'11 Aprile 1991. Domani avrai undici anni.

Lo so come sei. Hai da qualche mese iniziato a indossare il tuo primo paio di occhiali. Hanno la montatura tonda. Con gli occhi verdi e i capelli corti ti basterebbe tingere questi ultimi per essere il cosplay perfetto di Harry Potter. Ma tu a undici anni ancora non sai cos'è il cosplay e Harry Potter ancora non lo hanno scritto. Sei in anticipo sui tempi. Questo ti piacerebbe saperlo, se fosse possibile. Invece l'apparecchio ai denti che ti metteranno tra poco, quello no, non diventerà mai di moda. Sarà terribile proprio come temi. Con dei tiranti che vanno dall'arcata superiore a quella inferiore, rendendo doloroso anche parlare.

Non so dirti quanti dei tuoi problemi di relazione negli anni che ti aspettano dipenderanno in modo diretto dall'accoppiata occhiali-non-ancora-di-moda/apparecchio-che-non-permette-di-parlare. Suppongo parecchi. Ma tu sarai più propensa a dare la colpa a te stessa. In questo non cambierai moltissimo. E non credo che questa considerazione ora ti consola. Perché è bene essere chiari in questo momento. Il periodo che va dagli undici ai quindici anni sarà il peggiore dei tuoi prossimi trent'anni.

Sarai una piccola creatura informe, socialmente inetta, quasi incapace fisicamente di parlare, con un corpo sgraziato che ti farà lo sgarbo di produrre tette precoci e abbondanti del tutto incompatibili con il tuo carattere. Nei prossimi quattro anni della tua vita non riuscirai a stringere nessuna amicizia memorabile destinata a durare nel tempo e sperimenterai le prime cotte nella forma di amori impossibili di cui piangere in silenzio. Proverai alcune delusioni relazionali che ci metterai anni a elaborare. Per tutto questo periodo tuo padre andrà ripetendoti che tu non sei infelice. Perché la vera infelicità non la conosci e che i problemi veri sono altri.

Ecco, questa lettera non ha lo scopo di prepararti a quanto schifo ti farà la tua vita nel breve periodo. Questo non c'è proprio modo di evitarlo. Scrivo questa lettera perché a volto papà sbaglia. Ha ragione, ma sbaglia. 

Ha ragione, ovviamente, quando dice che ci sono problemi che ti attendono che sono molto più complicati da affrontare di quelli che ti aspettano a breve. Ma nei prossimi trent'anni non sarai mai infelice come lo sarai nei prossimi quattro.

A questo punto sarà il caso che mi presenti. È la sera dell'11 aprile del 2021, sono Antonella e sto per compiere quarantun anni. 

Porto ancora gli occhiali. Nei prossimi quattro anni scoprirai, tra le altre cose, di avere troppe allergie per essere compatibile con le lenti a contatto e, togliamoci subito il dente, insegno alle medie, come la mamma e il nonno.

Non buttarti dal balcone, ti prego. Per mamma e nonno insegnare è stato un ripiego. Ma a te piace. Davvero, non sto mentendo. Non è stato sempre facile. Diciamo che probabilmente era più facile entrare alla NASA che diventare insegnante di ruolo e ci sono state classi in grado di tirare fuori il peggio da me. Ma mi piace. Mi diverto. Non solo. L'essere stata così infelice alle scuole medie dà un senso diverso a quello che faccio.

Te la leggo negli occhi, quella domanda. Ma quindi i miei sogni? Sono diventata la copia di mia madre e di mio nonno, con un lavoro di ripiego e gli armadi pieni di rimpianti? Beh, gli armadi sono pieni di cose piegate male. Sai quei tentativi che fai per piegare bene le magliette? È inutile che tu ti ci metta d'impegno. Non ci riuscirai mai. Rinunciaci. Però i rimpianti occuperanno si e no un paio di ripiani.

Sono diventata davvero archeologa, sai? Ho partecipato a scavi archeologici in cui alcuni dormivano sui letti scolpiti delle tombe rupestri falische e altri in cui si mangiavano fette di formaggio con mani sporchissime di terra. Ma, a conti fatti, mi diverto più ora a insegnare che allora a scavare. Non che scavare si sia rivelata una delusione. È stato fighissimo. Ma insegnare lo è di più. Perché lo faccio a modo mio. Oggi, ad esempio, ho preparato i listelli di legno per preparare degli aquiloni giganti. Questo, sai, non è un gran periodo, per il mondo in generale. Molti dei miei alunni sono infelici come lo ero io, qualcuno forse di più. I ricordi di alcune lezioni sono le cose migliori che ti resteranno dei prossimi anni. Mi piace pensare di poter generale, almeno a volte, almeno in qualcuno, quello stesso genere di ricordi.

Probabilmente sei già a dormire a quest'ora. Anche questo non migliorerà molto, temo. Gallina sei e gallina rimarrai. Continuerai a spegnerti dopo cena e ad addormentarti a un'ora in cui per altri la vita inizia. Probabilmente prima di andare a dormire hai giocato con le barbie. Te ne vergogni molto, di giocare ancora con le barbie, ma non riesci a farne a meno. Le tue barbie non bevono in the, certo. Adesso stai guardando i Cavalieri dello Zodiaco e con le barbie hai costruito una fanfiction delle puntate appena viste. Non sai cos'è una fanfiction. Lo so, lascia stare. Hai inventato una storia alternativa con la stessa ambientazione. Te ne vergogni molto, sia dei Cavalieri dello Zodiaco che delle barbie. Ti hanno detto che crescendo dovrai smettere di fare quelle cose. Guardare cartoni animati, giocare e inventare storie. 

Sai una cosa? Mentono.

Intanto i cartoni animati adesso basta chiamarli anime e non sono più cose da bambini. Quanto al resto... Tra qualche mese leggerai un libro che ti cambierà la vita. Si intitola Il Signore degli anelli. Ti folgorerà per molti motivi e renderà di gran lunga più tollerabili gli anni che ti aspettano. Farà sbocciare dentro di te tutta una serie di pensieri nuovi, che non sapevi di poter pensare. Uno di questi è che è stato scritto da un adulto e che lo hai cercato nella biblioteca dei ragazzi e ti hanno detto che sta nella sezione adulti. Quindi è stato scritto da un adulto per degli adulti. Un adulto che non ha rinunciato a creare storie e storie ben diverse da quelle depresse di gente depressa che legge tua mamma. Storie che, un domani questo pensiero ti sembrerà una bestemmia, ma, adesso, credimi, è importante, sembrano più simili ai Cavalieri dello Zodiaco che a quello che legge tua mamma. Quindi ci sono adulti che non hanno rinunciato a inventare storie che piacessero loro. Solo, non le mettono in scena con le barbie, le mettono in scena nella loro mente. Tu non smetterai di giocare con le bambole perché sei diventata grande, ma perché riuscirai a giocare facendo a meno delle bambole.

Passerà parecchio tempo prima che tu possa arrivare a pensare di scrivere quelle storie. Ancora adesso mi sembra puerile scrivere le vicende che metto in scena nella mia testa. Anche se a volte me le pubblicano, me le pagano addirittura.

Ti dirò un altra cosa. A te piace tantissimo giocare. E per questo continuerai a farlo. 

No, non gioco più con le barbie. Ma in effetti le mie barbie interpretavano ruoli. Oggi lascio da parte le barbi e gioco direttamente con i ruoli. E con i dadi. E con tabelle, manuali e altre persone. Ci ho conosciuto il marito, così.

Lo so che non mi credi. Ma in realtà la scoperta che c'erano dei giochi da giocare che sembravano inventati apposta per te è stata una delle cose che ha segnato la fine di quel periodo terribile. Perché hai trovato altra gente con i tuoi stessi interessi. E hai ricominciato a farti amici veri. Quelli che ti stanno mandando messaggini mentre scrivi questo post, ad esempio. Ah, anche le amiche che a undici anni avevi già sono rimaste.

Quindi eccoci qui. I prossimi anni saranno un disastro. Ti sentirai imbarazzante, brutta e sbagliata. Una serie di persone farà in modo farti sentire così. Ma ci saranno delle cose di cui ti innamorerai davvero. Delle storie che leggerai. Delle cose che scoprirai che adori fare, anche se non sei davvero portata per questo. E saranno quelle a salvarti. Le cose che ami e di cui ti vergogni.

Ci metterai una vita intera a convincerti che non sei più quella creatura inetta, brutta e imbarazzante. In alcuni casi non ci riuscirai e la cosa avrà degli effetti quasi comici. Per assurdo che possa sembrare, ad esempio, un giorno tua figlia giocherà con i trofei che hai vinto praticando atletica. Non dirmi che sei negata per lo sport. Lo so così bene che mi considero ancora negata per lo sport. Ma quella cosa che fai quando sei troppo nervosa, correre, beh, quello è sport.

Le maggior parti delle cose che ami e che, prima o poi, ti porteranno alle persone che ami, le scoprirai tutte nei prossimi quattro anni. Non piaceranno ai tuoi compagni, i tuoi genitori non le capiranno. Ti diranno nel migliore dei casi di smettere di sognare a occhi aperti. Eppure sono quelle le cose che ti salveranno e ti porteranno, a questa soglia dei quarantun anni in cui, in fondo, con te stessa non stai così male.

Ah, un'ultima cosa.

Tra qualche tempo, finita la tortura con l'apparecchio per l'arcata dentale superiore, ti proporranno quello per l'arcata inferiore. Prevede dei tiranti esterni che vanno a formare un oggetto di tortura che va legato dietro la nuca. Tuo padre dirà che con i denti storti nessuno si innamorerà di te. Il dentista che i denti, troppo storti, inizieranno a caderti e ti faranno male per tutta la vita. Evitarlo sarà la tua prima battaglia da combattere per te stessa. Perché dovrai capire che nella vita a volte la cosa più difficile è opporsi a chi agisce in tutta coscienza per il tuo bene.

Ora stai per compiere quarantun anni. I denti dell'arcata inferiore sono storti, ma sono tutti al loro posto. Non c'è neppure una carie. Non hai mai sofferto di mal di denti, se non quando ti hanno estratto quelli del giudizio. Tuo marito sta accarezzando il tuo gatto.

martedì 6 aprile 2021

Lampi di luce dalla zona rossa


 La Zona Rossa continua.

Pare che, per il Piemonte, la prospettiva migliore sia uscirne per fine mese. 

Se non altro domani le scuole fino alla prima media riapriranno. Non fraintendetemi, non sono di quelle che vogliono la scuola aperta sempre e comunque a ogni condizione. A ottobre/novembre, ad esempio, una chiusura sarebbe stata auspicabile. Ma adesso, almeno nella zona dove lavoro io, tutto il personale docente ha avuto almeno una dose di vaccino (che non dà l'immunità perché per entrare a regime bisogna attendere qualche settimana dalla seconda dose, ma è comunque meglio di niente). E, sopratutto, le attività produttive non hanno chiuso. Quindi i bambini, la mia compresa, hanno in media frequentato più gente diversa di quanto facessero andando a scuola, sballottati tra nonni, baby sitter e parenti vari, individui fragili compresi. Bastava sentire qualche alunno di DaD "scusi, la rete non regge, ci sono qui anche i miei quattro cugini e i due vicini di casa, visto che la nostra connessione è la migliore...". Mia figlia stava in parte con me, in parte con un baby sitter, in parte con i nonni, in parte con gli zii, insomma, un inevitabile delirio di contatti che, a livello di mero rischio, mi è sembrata una cura peggiore del male.

Io me la sono passata tutto sommato meno peggio del previsto. Il mio baby sitter è stato catturato al momento giusto, la scuola è riuscita a garantire ai docenti genitori la possibilità di lavorare da casa almeno per alcuni giorni a settimana, garantendo allo stesso tempo la possibilità di frequenza per gli alunni con bisogni educativi speciali. Ai ragazzi era stato dato il famoso ipad/astronave in comodato d'uso, cosa che ha almeno garantito a tutti un mezzo pratico e resistente per la DaD. Nulla si è potuto fare per le connessioni più ballerine che, in una zona di paesini sparsi tra boschi e colline di granito, hanno poco a che fare con la volontà di famiglie e istituzioni. Come l'anno scorso eravamo in mano a Eolo, inteso non come fornitore di servizi, ma proprio come dio dei venti, perché col brutto tempo nei paesini internet non va e in molti giorni la rete sembra più che altro alimentata a bestemmie. Quindi abbiamo ripreso il balletto del ti vedo/non ti vedo/vedo solo il soffitto/vedo solo il tuo gatto. Devo dire però che gli animali domestici, i miei compresi, sono stati tutti disciplinati e hanno seguito le lezioni con una certa costanza.

Questo ovviamente non ha impedito scene al limite del delirio, come avere la figlia in crisi di nostalgia per l'asilo e gli amichetti in piena ora di geografia, consolata poi dai miei alunni in DaD (ho ancora il dubbio se firmarla come educazione civica). Peggio ancora, un increscioso incidente con il vasino in un'ora non coperta dal baby sitter. La mia spiegazione è stata una cosa del tipo "... Quindi il carattere di Ulisse è caratterizzato dalla curiosità... Ok, ragazzi, spengo la telecamera un attimo... E dall'intelligenza... Eh, ma qui c'è pipì ovunque... E dal sapersela cavare in ogni occasione... Evitiamo almeno di metterci i piedi dentro...". Ovviamente queste settimane di DaD sono state anche le settimane dei colloqui con i genitori, dei consigli di classe, del cambiamento di lavoro del marito... Tutto sommato l'esserne usciti vivi ha del miracoloso. 

Sono state anche le settimane in cui qui in Piemonte la campagna vaccinale ha finalmente ingranato. I suoceri hanno ricevuto entrambi la prima dose, mia mamma sta smaltendo i postumi della sua unica somministrazione. Mio padre è stato rimandato a data da destinarsi per aver da poco fatto un'anestesia totale, ma ha fatto la conta degli anticorpi, li ha ancora talmente alti che è stato chiamato per partecipare a uno studio sulle varianti (di cui onestamente ho capito poco, ma va bene così). Da oggi, poi, sono state aperte le prenotazioni anche per la fascia d'età 60-69 anni. Tutte le vaccinazioni sono state eseguite nel punto di somministrazione più vicino al domicilio e al momento tutti parlano di gentilezza e professionalità da parte del personale. Per la prima volta sembra davvero che qualcosa si stia muovendo nella direzione giusta. Spero solo di non illudermi.

Spero ora di rimettermi sui binari di ritmi più sostenibili, che mi permettano, tra le altre cose, di continuare ad vivere il blog e a leggere i post altrui. Questo spazio esiste da un sacco di tempo e mi scoccerebbe davvero perderlo per una cosa futile come una pandemia, insomma!

In queste settimane di stop ho anche saltato l'abituale rubrica "piovono libri" dedicata ai classici letti col gruppo di lettura. Anche se solo poche righe, però, il libro del mese le merita.

Tre camere a Manhattan – G. Simenon
Questa è stata una lettura sconcertante.
O, meglio sconcertante la lettura del romanzo, ma ancor di più la lettura delle recensioni trovate on-line.
In una New York desolata, fatta di gente che si sfiora senza vedersi, due anime perdute si incontrano per caso. Lui è un attore francese appena mollato dalla moglie. Lei la ex moglie di un diplomatico con problemi di salute e di alcolismo. Finiscono per attrarsi e non riuscire più a fare a meno l'una dell'altra. Tutto bene? Insomma. Lui la pesta, quasi la violenta e la tradisce appena lei si allontana. Lei lo capisce, lo consola e si sottomette. A me è sembrato l'inizio di una storia di soprusi e di violenza domestica. Peccato che Simenon pare si sia ispirato alla propria storia d'amore con quella che sarebbe diventata la sua seconda moglie (poveretta). E ancora più peccato che la maggior parte delle recensioni ne parli come di una storia d'amore. Addirittura lui è percepito come "dolce" o "un'anima bella". questo mi ha lasciato un profondo senso di malessere. 
Il libro è assai ben scritto. L'atmosfera, la desolazione, l'attrazione sono rese assai bene. Però credo che nel 2021 non si possa definire una storia in cui lui prende a pugni lei "una bella storia d'amore". Non possiamo dire che è un libro ben scritto su una passione intensa ma insana? Cosa ne pensate?


venerdì 2 aprile 2021

Buona Pasqua di rinascita e vaccini


 Un caro augurio di Buona Pasqua a tutti.

Il blog si è preso un periodo di pausa forzata causa Didattica a Distanza e chiusura asili.

A questo giro non so se usciremo tutti migliori, speriamo più immunizzati, dato che finalmente, almeno qui da dove scrivo, la campagna vaccinale sembra aver ingranato.