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giovedì 27 aprile 2023

Eppure soffia...




È un mese e mezzo che non scrivo nulla qui.

Non scrivo nulla.

Ho ripreso a leggere solo il 25 aprile (giorno della liberazione, anche dal mio stato di analfabetismo transitorio!).

Succede, succedono periodi così, sono ciclici nella vita di tutti. Negli ultimi 12 mesi mio padre ha trascorso 8 settimane, non consecutive, in ospedale. Mia mamma ha avuto un aggravamento nel suo stato di salute, ma le persone che la assistono hanno avuto anche loro la propria dose di guai. E sì, abbiamo pensato che in effetti la casa dove vivono i miei genitori sia maledetta e siamo anche giunti alla conclusione che la cosa non è così assurda. La eressero i miei bisnonni. La bisnonna morì lì a poco di spagnola e il bisnonno andò incontro a un tracollo finanziario. Poi la maledizione deve aver saltato una generazione per ripresentarsi adesso. E sì, ho sentito uno storico, anzi è lui che ha sentito me, indovinate un po'? La casa dovrebbe sorgere proprio su una necropoli romana e il mio bisnonno, in effetti, rinvenne delle monete che potrebbero essere state un'offerta funebre. Il non tanto caro estinto potrebbe essersela un po' presa...

Umorismo nero a parte, il fatto è che non ho molto tempo libero a disposizione, quando non sono al lavoro per lo più faccio l'autista, dato che sono figlia unica e devo portare due genitori a fare visite mediche, spese e commissioni e una figlia a praticare sport. Guidando non si può né leggere né scrivere. Si potrebbero ascoltare audiolibri, ma raramente in questi miei andirivieni sono sola. Il tempo scarseggia. C'è anche da dire che questo periodo non è arrivato nella mia vita senza avvisaglie. Fino all'autunno ho lavorato a uno scritto, ma sapevo che per il resto dell'anno scolastico non avrei più scritto una frase che non fosse in un verbale. Questi periodi capitano più o meno a tutti e non ha senso crucciarsene più di tanto. Sopratutto non ha senso crucciarsi per il non scrivere.

Perché le parole sono strane. Una volta che sono impresse, ormai non più su carta ma su file, non sono più di chi le scrive. Sono affidate al vento. Che soffia e fa giri strani. Una delle tante cose improbabili che mi è capitata negli ultimi mesi è stato il ritrovamento da parte dello zio di mio marito di una busta attaccata a un palloncino. L'ha trovata impigliata nel recinto dei suoi asinelli. Conteneva una lettera scritta da dei bambini di una scuola dell'infanzia lombarda scritta in occasione di Sant'Antonio con una richiesta di protezione per i loro animali domestici. Ed è arrivata dove abitano quattro asinelli. Lo zio l'ha portata a mia figlia, che l'ha portata a scuola dove con i compagni ha scritto a sua volta una lettera ai bambini della prima (affidata alle poste, non al vento, quindi a un sistema meno efficiente). Le parole sono così, volano e arrivano in luoghi inaspettati, in momenti inaspettati.

È capitato così che proprio in questo periodo di non lettura e non scrittura mi sia arrivata una mail. Una mail da parte di una collana di una casa editrice a cui io non avevo mandato nulla in tempi recenti (intesa questa parola anche in gergo editoriale, dove recente è a volte un concetto relativo). Avevo mandato tantissimo tempo fa un romanzo altrove, dove era stato letto e non dimenticato. E poi una persona che lo aveva letto è diventata collaboratrice della casa editrice. E poi... E poi... E poi... Ancora la fine della storia non la so. Ma so che nel modo più inaspettato mi è arrivata una proposta di contratto. E... E chi vivrà vedrà, perché la pubblicazione non è imminente. È in programma in un futuro editorialmente prossimo (parliamo di più di sei mesi e quindi il mondo potrebbe essere diverso, potrebbero averci invaso gli alieni, essere caduto un asteroide o chessò io) e quindi non ha senso parlarne ora più di quel tanto. Diciamo che è una pubblicazione piccola in una casa editrice grossa.

E poi c'è l'ultima cosa che ho affidato al vento. In cui in pratica ho fatto tutto ciò che non bisogna fare in un romanzo se si vuole sperare di pubblicarlo davvero. La cosa a cui avevo lavorato prima, il romanzo per ragazzi che è stato preso in considerazione, ma non scelto, da Salani, l'avevo scritto un po' con il manuale in mano. Questa volta ho seguito solo il cuore. È una storia che mi porto dietro da anni, nata come gioco, coccolata come passatempo, senza mai pensare che potesse avere un futuro editoriale. È stata scritta per amore dei personaggi e della vicenda che mi raccontavano, a pezzi e a bocconi, in modi e tempi diversi. Quest'estate, mentre aspettavo il responso da Salani, ho deciso che l'avrei coccolata ancora un po', ma sempre senza una vera ottica "editoriale". Neppure ora penso davvero che possa essere pubblicata. Anzi, mi vengono in mente almeno cinque validi motivi per non farlo. Per il momento, comunque, il vento l'ha portata qui.



lunedì 21 novembre 2022

Proviamoci ancora: scrivere fantascienza


 Ecco qui.
Quella che si vede in fotografia è la schermata dell'ultima pagina del romanzo che venerdì ho inviato al Premio Urania, il principale concorso italiano per romanzi inediti di fantascienza.

Mentre preparavo la busta mi ha colto una sensazione di malessere inusuale. La sensazione che questo sia il mio ultimo tentativo a disposizione. Perché la vita mi incalza sempre più e c'è un limite alle energie che si possono incanalare in qualcosa che, il più delle volte mi da come risposta: "brava, ci sei quasi". Probabilmente la sensazione è dovuta per lo più alla stanchezza che sto provando in questo momento, che nulla a che fare con la scrittura. Forse c'è anche un po' del retrogusto dell'attesa del responso dell'ultimo concorso a cui avevo partecipato (vedasi due post fa) che ancora una volta mi ha detto che il traguardo era lì, abbastanza vicino a poterlo toccare, quasi.

Tutto ciò è ingiusto nei confronti del romanzo che stavo inviando, che è il mio primo tentativo di romanzo di fantascienza e che quindi non deve vedersela con nessun pregresso. Anzi, dovrei amarlo per quello che è: un esperimento che può funzionare oppure no.

La cosa che onestamente dovrei dire che la fantascienza è il genere più faticoso che abbia mai sperimentato.
Il giallo richiede rigore, il fantasy attenzione ai dettagli e inventiva, la fantascienza richiede dedizione. Più dedizione di qualsiasi altra cosa.
Quello che invio è il testo su cui ho lavorato di più in assoluto, conta quattro revisioni complete e due parziali e probabilmente ne necessiterebbe una terza.
Ho già scritto di fantascienza, qualche mese fa su Urania è uscito un mio racconto, ma un romanzo pone delle difficoltà tutte diverse e, almeno di questo caso, di un ordine del tutto differente.

La fantascienza, è lapalissiano dirlo, unisce il fantastico alla scienza. Ha cioè una base di plausibilità che non può essere trascurata. È un genere che lavora sul perché delle cose. 
In un fantasy fatto bene bisogna ragionare sul ruolo di ogni elemento: qual è la nicchia ecologica dei draghi? Come mangiano, quanto mangiano? Cosa comporta a livello ecologico, storico ed economico il fatto che un drago debba mangiare così tanto? Però tendenzialmente si può evitare di soffermarsi sul fatto che a livello meccanico un drago in realtà non possa volare. Una bestia di quelle dimensioni risulta troppo pensante per alzarsi da terra. In un fantasy i draghi possono valere. Anche senza ali.
Ecco, nella fantascienza questo non può capitare. Bisogna sapere perché i draghi volano. Come possiamo risparmiare peso, quanto grandi devono essere le ali? E se sputano fuoco perché lo fatto? Quali sono i processi chimici che portano alla produzione di fiamme. Non importa se il drago appare tanto o poco. Nel fantasy bisogna preoccuparsi delle conseguenze del drago, nella fantascienza il drago va spiegato. Ma, ovviamente, non bisogna appesantire la narrazione con la suddetta spiegazione.

La fantascienza, ho scoperto, è un genere che vive di dettagli e che richiede dedizione totale. 
Per questo romanzo ho fatto una revisione per le basi scientifiche generali su cui si basa la storia. Ho fatto una revisione per la plausibilità dei costrutti sociali. Ho fatto una revisione per l'aspetto biologico. Venerdì sera, giorno dell'invio, ero ancora lì che mi interrogavo sull'infiammabilità di alcuni gas. Ci sarà magari un modo per cui degli organismi viventi possano produrre elio?

Da questa esperienza di scrittura la mia stima per i grandi della fantascienza è cresciuta in modo esponenziale. Perché capisco il lavoro di introspezione psicologica, la ricerca stilistica dei grandi della letteratura, ma forse non si ha davvero idea del mazzo che deve farsi l'autore di fantascienza per costruire i suoi futuri lontani. Non ho mai scritto niente che richiedesse questa mole di documentazione. E, attenzione, uno dei miei romanzi editi è ambientato nel 1881/1882, fatto con in mano le carte geografiche dell'epoca e incentrato sulle innovazioni tecnologiche di quegli anni. Per questo ho letto alcuni saggi di fisica quantistica, ho cercato di approfondire alcuni aspetti della teoria della relatività e mi sono guardata tutta una serie di documentari sulle plausibili forme di vita extraterrestri.
Quando di questo è approdato sulle pagine? Molto poco in realtà.

Mi intrigano alcune sperimentazioni degli ultimi anni (come La quinta stagione) dove l'aspetto fantascientifico "classico" non è, almeno a una prima lettura, preponderante. Dove la storia, le dinamiche sociali e tra i personaggi prendono decisamente il sopravvento. Un mondo narrativo dove la fantascienza sociale incontra il romanzo d'avventura e i personaggi contano più del "e se" della fantascienza classica.

Quindi alla fine quello che ho scritto è un romanzo di fantascienza che termina con una citazione dalla Divina Commedia, che sembra molto poco fantascienza, senza astronavi o super computer.

Non so ovviamente come andrà, essendo un esperimento è plausibile che possa non essere riuscito e anche il mio piccolo gruppo di lettura mi ha dato giudizi contrastanti ("è strano", "non si capisce bene che sia un romanzo di fantascienza").
Però ci provo. Ancora una volta. Magari per l'ultima volta. Però ci provo ancora.

Alla fine tutti sogniamo di tornare a riveder le stelle.

mercoledì 14 settembre 2022

Ripartenza con dita incrociate



Settembre è arrivato, con il suo carico di impegni, ansie e nuovi progetti. Una valanga di informazioni, appuntamenti, volti e incastri di tempi e persone che rischia di travolgermi e di trascinarmi in una non ben indefinita oscura valle. Come sempre è tutto vagamente surreale. Tra un gatto da far vaccinare, un corso sportivo a cui portare la figlia e una visita da prenotare per i genitori devo andare ad esplorare delle antiche cave di granito e organizzare una visita a un'antica dimora dove vi sono (tra le altre) opere d'arte composte solo di numeri. Devo verificare la possibilità di far volare il drone della scuola sopra il lago e ho scasato di poco l'esperienza "bombardamento su Roma" con il visore 3D.  Evito discussioni sulla serra scolastica e cerco di capire come funzioni la stazione meteorologica. Sì, la nostra scuola ha vinto un bando. Sono arrivate le nuove apparecchiature scientifiche e non abbiamo paura (fino a un certo punto) di usarle.

E la scrittura?

In questi ultimi anni ho pensato spesso che no, il tempo della scrittura era passato. Almeno di quella volta alla pubblicazione, almeno di quella lunga. Ho una vita piena, che non va semplificandosi, anzi. La scrittura può rimanere un gradevole hobby, con qualche racconto pubblicato bene e qualcosa di scritto per gli amici, giusto? Non solo è perfettamente lecito, ma è anche l'unica via percorribile, date le circostante, no?
Eppure ho continuato a scrivere.
Ho provato cose nuove, generi nuovi. Da una parte dicendomi che era un hobby, dall'altro cercando di creare qualcosa di buono.
Ho spedito in giro poco. Nel senso che ho spedito poche cose tra quelle che scritto e quelle poche le sto mandando via pochissimo. Una delle cose che ritengo migliori, ad esempio, l'ho mandata a un singolo bando (che non ha superato) e poi a una singola casa editrice. Perché comunque non penso che abbia senso pubblicare con una casa editrice che poi non ha la forza per mettere in campo una promozione ad hoc. Perché alla fine sono così, un'ariete testarda che si incaponisce ad avere le cose alle proprie condizioni. Oppure niente. Probabilmente quello che otterrò sarà niente. 
Tuttavia, nonostante questo, nonostante in miei invii asfittici, sto aspettando una risposta. Che quasi sicuramente sarà un altro "ritenta, sarai più fortunata". Intanto una promessa di risposta con una data stabilita per riceverla è già qualcosa. Abbastanza se non altro per continuare con ostinazione per la mia strada. Che a novembre mi porta al bando del Premio Urania. Prima o poi, forse, una porta si aprirà. Chissà. Per ora aspetto.

Per leggere un capitoletto senza impegno, invece, guardate qui.
 

lunedì 1 marzo 2021

Provare a scrivere fantascienza


In questi giorni c'è, quasi, aria di primavera. Bellissimo? Come il solito dipende dai punti di vista. I queste giornate insolitamente calde insieme ai bucaneve sono fioriti i noccioli e le betulle. Ottima cosa, non fosse che sono allergica.
Quindi allergia, scarsa capacità respiratoria, più mascherina ffp2. Uguale mal di testa cosmico. Questa settimana, dunque mi si poteva trovare in due condizioni. Totalmente rimbambita dall'allergia e dal mal di testa oppure totalmente rimbambita dalla combo antistaminici + antinfiammatori. Almeno, però, nel secondo caso ero di buon umore, del tutto andata, intenta a contare unicorni immaginari sul soffitto, ma di buon umore.
In queste condizioni non ho scritto né letto molto.
Da un punto di vista intellettuale questa è stata una settimana in cui ho fissato il vuoto contando gli unicorni.
Prima, tuttavia, ho provato a scrivere fantascienza.

domenica 31 gennaio 2021

Questioni di atmosfera – provare a scrivere horror




 Questa è stata una settimana di infinita stanchezza, che ha coinciso con il caotico momento degli scrutini. È da lunedì che mi sembra di aggirarmi come un bradipo catalettico, con la stessa capacità di concentrazione e di pensiero astratto.
    In realtà alcune cose sembrano pian pianino se non sistemarsi, assestarsi e quindi credo che la mia attuale bradipite sia principalmente stanchezza arretrata. È un anno, ormai, che sia dentro alla pandemia. Un anno che, per mia figlia, è una frazione tutt'altro che trascurabile della sua vita. L'ultima festicciola con altri bambini esterni alla cerchia più stretta della famiglia è stata quella del carnevale 2020. Di alcune esperienze banali non ha neppure memoria, perché non le ha mai sperimentate o perché il tempo trascorso per lei è troppo lungo per ricordarle. Un film visto al cinema, una cena in pizzeria, andare a trovare i cugini in Lombardia (di questo ha un ricordo molto vago), provare uno sport di squadra... Per noi grandi è un anno di preoccupazioni, un anno di amici o parenti malati, lontani, di notizie difficoltose, di impossibilità di staccare davvero. E non se ne vede ancora la fine, con la fatica che si accumula sopra la fatica. È così per tutti, ma ormai più che il desiderio di solidarietà, prevale quello di rintanarsi ciascuno nel proprio cantuccio, cercando andare avanti come si può.
    Nonostante questi pensieri nebbiosi, questi giorni in realtà non sono stati da buttare. È arrivato il secondo contratto dell'anno, anche questo per un racconto, anche questo per un horror.

domenica 4 ottobre 2020

La scrittura tra un'emergenza e l'altra


 Scrivo dal Piemonte alluvionato.

Fortunatamente qui dove abito il conto dei danni si limita a parecchi rami caduti, raccolto dei cachi compromesso e una mattinata senza corrente. Ieri, però, quando è tornata la linea telefonica è stato tutto un rincorrere parenti e amici per assicurarsi che stessero bene. Tra frane, strade interrotte (se non sprofondate) e ponti crollati il miracolo è che qui in zona non ci siano stati morti. 

lunedì 30 dicembre 2019

Letture e scritture del 2019


Per augurarvi buon 2020 ho scelto una fenice giapponese, fotografata alla mostra Il Giappone e l'Italia attualmente al Mudec di Milano.
«Un uccello mitologico, che non muore mai, la fenice vola lontano, avanti a noi, osservando con occhi acuti il paesaggio circostante e lo spazio distante. Rappresenta la nostra capacità visiva, di raccogliere informazioni sensorie sull'ambiente che ci circonda e sugli eventi che si dipanano al suo interno. La fenice, con la sua bellezza assoluta, crea un'incredibile esaltazione unita al sogno dell'immortalità».
The Feng Shui Handbook, feng shui Master Lam Kam Chuen

Che scegliate questa affascinante interpretazione orientale, o quella occidentale dell'animale in gradi di rinascere dalle proprie ceneri, mi sembra che la fenice possa essere un buon compagno di viaggio per l'anno nuovo. Personalmente mi piace l'idea di una creatura immortale che vola lontano, alta sulle nostre miserie, capace di vedere il disegno e la bellezza che a noi sfuggano. Spero che il 2020 mi regali questa capacità di vedere oltre, più in grande e più lontano.

Questo è, invece, il tempo dei bilanci. 
Non ne farò di personali. È una cosa che mi intristisce e mi fa sentire vecchia. Inoltre da buona storica so che i bilancia si possono fare solo a distanza. Ciò che semini oggi potrebbe fiorire tra dieci anni, così la sciocchezza dell'oggi potrebbe avere conseguenze più avanti.
Meglio parlare di libri, territorio più sicuro, dove è più facile e più agile distribuire giudizi.
Ho letto poco nel 2019, ma non pochissimo. Non tengo conto delle pagine lette, inoltre leggo in modo disordinato, rileggo, mescolo romanzi, saggi, fumetti e articoli. Dovrei essere sulla trentina di libri completi, un buon numero di spizzicati o passati in lettura veloce, oltre a tutti gli albi a fumetti e gli articoli vari. Tutto sommato considerato che leggo veramente nei ritagli di tempo, mentre cucino, in pausa pranzo, mentre mia figlia fa ginnastica, in auto davanti all'asilo se arrivo in anticipo. Quello che ho imparato in questo 2019 è che se un libro vuole farsi leggere si legge. Ne ho appena finito uno piacevole, non memorabile, Racconti di pioggia e di luna, una sorta di raccolta di racconti di fantasmi giapponese, a cui non credo di aver dedicato neppure 10 minuti di lettura "tradizionale", seduta sul divano. Stava comodo in borsa, saltava fuori al momento giusto e oggi mi sono trovata un po' a sorpresa all'ultima pagina. Evidentemente voleva essere letto.
Eccoci quindi alla consueta classifica dei libri che più mi hanno colpito nel 2019

IL PODIO DELLE LETTURE 2019

3° CLASSIFICATO – LA TRILOGIA DELLA LUNA di IAN McDONALD
Tre romanzi che certo non si possono definire alta letteratura, ma che ho divorato, con il piacere di scoprire cosa sarebbe accaduto nella pagina successiva. Tre libri che mi hanno regalato qualche svolta di trama non scontata, un paio di spunti di riflessione e almeno un personaggio (Adriana Corta) assolutamente memorabile.
Di questi tempi non è poco.




2° CLASSIFICATO – PRIMA DI DRACULA di TOMMASO BRACCINI
Un saggio che si legge come un romanzo, che ha cambiato per sempre il mio modo di vedere i vampiri. Prima poveri non morti che anelavano solo a un po' di (non) vita massacrati da villici impauriti e poi un pasticcio teologico senza pari che ha di fatto generato il più persistente e fortunato mito dell'età moderna. Una lettura consigliatissima a chiunque voglia indagare cosa si può nascondere dietro una leggenda.





1° CLASSIFICATO – IL BUIO OLTRE LA SIEPE  di HARPER LEE
Questo è il classico che avrei dovuto leggere da una vita e che invece ancora non avevo letto. Un enorme grazie qui va al Gruppo di Lettura Piovono Libri senza il quale ignorerei un sacco di capolavori. Ho davvero poco tempo per andare alle riunioni e non frequento gli altri membri del gruppo come vorrei, ma ho davvero un enorme debito di gratitudine verso di loro per tutte le letture che in questi anni mi hanno fatto scoprire. Questa, lo ammetto, è stata un po' la scoperta dell'acqua calda, perché tutti dicevano che il libro era bellissimo e davvero bastava prenderlo in mano per rendersene conto. Il libro è bellissimo e chiunque non l'abbia ancora letto lo faccia!

SCRITTURE DEL 2019
Due giorni fa ho finito la prima stesura del "non più YA". Devo ancora dare la prima rilettura all'ultima parte e poi in qualche modo iniziare la revisione. Non so davvero cosa ne uscirà. Ci sono delle criticità strutturali che mi preoccupano e devo proprio vedere che effetto fa letto tutto d'un fiato.
Però è il primo progetto scrittoreo di largo respiro iniziato e terminato dall'arrivo di mia figlia. Già questo renderebbe l'essere arrivata in fondo un discreto successo. Aggiungiamoci che mi sono di molto allontanata dalle mie "zone di comfort", ho sperimentato, ho sofferto e ho studiato parecchio per questo romanzo. Ho pianto e sudato. Quindi l'essere arrivata in fondo è un successo che comunque nessuno mai mi potrà togliere. Poi quel che sarà sarà, c'è molto da lavorare, molto su cui riflettere, decisioni prima o poi da prendere. Ma adesso mi godo questo piccolo traguardo.

Sul fronte pubblicazione, chi lo sa? Il 2020 apre spirargli che si riveleranno forse false illusioni. C'è una valutazione ancora in corso a cui ammetto di credere sempre meno, ma chissà. E poi c'è il progetto con Delos Digital il collaborazione con RiLL. Questo è un regalo inatteso. Di per sé un progetto piccolo piccolo. MA... Ci sono alcuni MA importanti. Intanto è seguito molto bene, perché dei testi si stanno occupando non uno, ma due professionisti, della serie questa volte sto in una botte di ferro, non salta neppure una virgola. È un progetto pilota, quindi non si sa come andrà, magari anche molto bene, chissà. È un enorme atto di fiducia nei miei confronti, perché si tratta di storie che non pensavo davvero avrebbero mai visto una pubblicazione. Infine, queste sono storie nate perché i personaggi mi hanno imposto di scriverle, per esorcizzare dei dolori, per dare forma a dei fantasmi, perché alcuni (preziosissimi) amici volevano leggerle. Sono davvero figlie del mio cuore. L'idea che vedano la luce un po' mi terrorizza. E mi rende felice. E da sola questa notizia addolcisce un po' il modo a cui guardo il mio 2020 letterario

BUON 2020 A TUTTI

mercoledì 18 settembre 2019

Di scritture in corso


Sono sopravvissuta al rientro a scuola, cosa tutt'altro che scontata, dato che già al primo fine settimana ero raffreddatissima.
Ci mancano ancora un collega di matematica e due di sostegno e siamo ormai alla soglia della disperazione. La nostra così bella scuola a due passi dal lago è geograficamente una scuola di frontiera, dato che è quella più a nord della provincia e dunque la più lontana dall'Ufficio Scolastico competente. Inoltre le università più vicino non hanno facoltà che formino laureati per alcune classi di concorso e quindi siamo alla disperazione. Il nuovo collega di italiano è arrivato da Palermo dopo tre giorni che aveva inviato una messa a disposizione. La prima domanda che gli abbiamo fatto è se abbia un amico che possa/voglia insegnare matematica o sostegno e disposto, come lui, a trasferirsi qui per l'anno scolastico. Il passo successivo, credo, sia all'annuncio sul giornale...

In tutto questo sto riprendendo contatto con la me stessa scribacchina.
Ammetto che trovarsi in edicola con Giallo Mondadori sia un bel balsamo per l'autostima.
L'altro giorno raccontava a un collega che un racconto non fa certo di me un'autrice con la A maiuscola e è intervenuta un'altra che ha detto "Ma come, io il Giallo l'ho preso alla Coop, certo che sei un'Autrice". E, va beh, l'ego ne ha beneficiato, mi sono sentita un gatto a cui viene fatto un grattino.
Ancora più balsamo per l'autostima è la notizia che anche un altro racconto si sta involando. Di questo vi darò notizie a breve. La cosa importante è che, a differenza di quello uscito con Giallo Mondadori Sherlock, questo è un racconto scritto quest'estate. E quindi la proposta di pubblicazione è stata una sorta di conferma che sì, sono ancora capace.
Agli alunni ogni anno dedico una canzone per augurare loro buon inizio. Quest'anno ho scelto "Una chiave" di Caparezza, perché alcuni di loro avevano bisogno di sentirsi dire "non è vero che non sei capace, che non c'è una chiave". Probabilmente ne ho bisogno anch'io.

E ho bisogno di ripetermelo per la storia che sto scrivendo, di cui ormai ho perso il controllo.
Era nata come un YA, ma l'intento YA, intesa come storia non troppo impegnata per adolescenti è andato a farsi benedire abbastanza in fretta.

Il titolo di lavoro al momento è "Crisalide" e va inteso come "il dolore che si prova quando ti stanno spuntando le ali che ti permetteranno di volare".
È, più di quasi tutto ciò che ho scritto, una storia di dolore.

È una storia di adolescenti, certo, quello è rimasto. Con anche la storia d'amore caruccina (o magari è caruccina solo ai miei occhi), senza neppure il solito tritissimo triangolo adolescenziale. C'è il riscatto attraverso l'arte e lo sport (almeno in parte), ma c'è anche davvero un sacco di dolore.

Siccome la protagonista suona il piano, l'altro giorno ho cercato di catturare la collega di musica, che insegna anche pianoforte al conservatorio di Novara, come consulente. Nel tentativo di spiegarle cosa stavo scrivendo mi sono accorta che ognuno dei personaggi è fortemente ispirato a una persona reale che ho frequentato, per lo più in adolescenza. La cosa è così poco voluta che in un caso è rimasto uguale persino il nome.

Per la prima volta mi trovo con una materia che controllo davvero poco e anche se ho superato i tre quarti della prima stesura non lo so se sono capace di arrivare in fondo a questa storia con un minimo di dignità scrittorea.
È anche una continua sfida a sperimentare, a dominare la materia, a trovare nuove forme per farlo.
Per la prima volta scrivo alla prima persona presente, immergendomi nella testa di una sedicenne. La storia che non è divisa a capitoli, ma con scansioni temporali mensili, quasi fosse una presa diretta. Ogni mese, però, è anche una sorta di racconto a se stante, con una parola chiave più o meno esibita.

Considerato come sono messa, suppongo che dedicherò altri post a questo progetto. Così, per farmi coraggio, vi regalo l'inizio e la fine di Ottobre, la cui parola, abbastanza ovvia, è felicità.

OTTOBRE

La prof di religione ha fatto un pippotto incredibile sul fatto che stiamo vivendo gli anni migliori della nostra vita. Che dobbiamo rendercene conto. Come se, per il solo fatto di essere giovani, avessimo una sorta di dovere alla felicità. Andrebbe arrestata per istigazione al suicidio, credo.
Perché se devo pensare che non c’è niente di meglio di questo adesso, è la volta che mi taglio le vene all’istante. L’anno scorso avrei alzato la mano e lo avrei fatto notare. Mi sarei fatta notare anch’io, e quindi adesso anche no. Invece la mano l’ha alzata Giada.
– Non posso sopportare l’idea di essere felice solo perché non mi manca niente e non mi è arrivata chissà quale disgrazia – ha detto. – Chi è felice non ha sogni da realizzare.
La prof ha ribadito le solite cose, che non ci rendiamo conto della nostra fortuna. So dove vuole arrivare, che se sentiamo qualcosa che ci manca dentro e ci divora le viscere è la Fede che ci manca. L’anno prossimo col cavolo che faccio religione. Però quell’uscita di Giada non me l’aspettavo. Lei è davvero il prototipo della ragazza felice. La più bella e ricca della classe. Corteggiata da uno di quarta che è innegabilmente bello. Però all’intervallo sta con Federica e con me e già questo, in effetti, è strano.

***
Alla fine la festa è scivolata via in modo quasi innocuo. Abbiamo scherzato un po’ con quei tipi, abbiamo fatto altri selfi scemi, sono stata schizzata. Ho chiamato Maria quando mi è sembrato ovvio che Giada fosse pronta ad approfondire la conoscenza con la lingua non del palestrato, ma del suo amico più intellettuale, carino comunque. Potrei far vedere questi scatti all’Ardenzi, come prova che le ho dato ascolto. Questi sono i nostri anni migliori. E siamo bravissimi a fingere la felicità.

lunedì 22 luglio 2019

Storie dell'altra me


Ho pensato un po' a se scrivere questo post oppure no.
Se parlare del mio turpe segreto di scribacchina.
Se fosse interessante condividere qualche ragionamento su questo oppure no.

Allora, il mio turpe segreto.
Negli ultimi ho scritto e pubblicato un sacco di fanfiction.
Perché?
Perché volevo. Perché dovevo, suppongo. Per giocare, provare, sperimentare.

Perché volevo
Perché si scrive una fanfiction? Beh, per creare un seguito a qualcosa che non ce l'ha. 
Credo che sia un desiderio piuttosto comune, prendere una storia che ci piace e immaginarne una continuazione. Io, devo dire, l'ho fatto sempre molto poco. L'ho fatto, in un certo senso, con Sherlock Holmes, andando a riempire quelli che percepivo come dei vuoti narrativi. Di solito, però, se una storia mi piace davvero aspetto un seguito ufficiale, o mi accontento di quello che è dato. Se non mi piace del tutto, mi fa arrabbiare, penso a come la scriverei io, ma da zero, rifacendo da capo i personaggi. 
Con Sherlock Holmes era successa una cosa strana. C'è un vuoto, tra il primo romanzo, Uno studio in rosso e il resto della storia, da Il segno dei quattro in poi. Un vuoto che la mia mente ha riempito alla sua maniera. E poi c'era un gioco codificato di scrittura e riscrittura. Anni fa, quando era uscita la serie Sherlock della BBC, avevo scritto un paio di fanfiction, in parte per giocare e in parte per riempire i vuoti. Una di queste è il primo giallo vero che io abbia mai scritto, con tutto uno studio sull'arma del delitto e le dinamiche. Riletta adesso è imbarazzante, ma, insomma, le cose che nascono dalle fanfiction...
Ormai un anno e passa fa, mi sono imbattuta in questa serie animata, su cui vi avevo tediato. Che mi era piaciuta tanto, che per certi aspetti non mi era piaciuta, e di cui sono abbastanza certa faranno un prequel, ma mai il promesso seguito. Per assurdo non lo faranno mai per colpa del successo della serie stessa. Perché si è compenetrata a tal punto con lo sport che racconta da avere, secondo me, una serie di imprevisti effetti collaterali. Primo non si può reggere due serie animate con solo personaggi che sono tutti delle bravissime persone, ma dato che tutti i personaggi sono ispirati a persone reali (o sono stati nel mentre fatti propri da degli atleti) si finirebbe inevitabilmente per offendere qualcuno. E poi c'è quel bruttissimo affare del fatto i protagonisti sono due lui e alla fine della serie si fidanzano tra gli applausi generali e uno dei due è russo. E alcune ragazze della nazionale russa vanno a fare le gare col peluche del personaggio (quando non è direttamente la federazione giapponese a regalarlo) e continuare quella storia finirebbe per creare degli imbarazzi internazionali, visto come vanno le cose. Insomma, un raro caso di una storia che non può andare avanti in modo dignitoso seguendo le proprie premesse perché troppo di successo  (invece col prequel malinconico pieno di omaggi si caveranno benissimo dall'impaccio). E quindi, nel modo più banale, da ragazzina di quattordici anni, volevo sapere come sarebbe andata avanti la storia. Come sarebbe andata avanti non nel mondo idealizzato del cartone, ma in quello reale. E quindi, in modo infantile, ho scritto il mio proseguo.

Perché dovevo
Perché io ho bisogno di scrivere, di buttare il mio cuore in parole. Perché ero stufa di inseguire gli editori in un momento in cui non avevo il tempo per farlo. Perché se una cosa va fatta, che sia fatta per gioco, nel senso migliore del termine.
Perché non avevo mai scritto una storia di relazioni, sulle relazioni (infatti si vede), con dei risvolti sentimentali e melò.
Perché non avevo mai scritto una storia di sport e questa, seguendo le premesse iniziali, mi serviva su un piatto d'argento le olimpiadi del 2018, quelle dello scandalo doping, con due protagonisti russi. E io, da ex atleta, volevo tantissimo scrivere una storia sportiva con rivalità, ripicche, cattiverie, rispetto, amicizia e tutti i cliché delle storie di sport.
Cavolo. Di amore e di sport non avevo mai scritto. E dovevo farlo.
Ho quasi sempre scritto, in un modo o nell'altro, seguendo strutture. Il giallo. Il fantasy. Regole imparate a scuola. Ma nella fanfiction vale tutto. Perché è una fanfiction, mica devi vincerci lo Strega. E proprio per questo sei libero. Ah, che meraviglia!

Per giocare, provare, sperimentare
Nessuna regola, nessun limite, nessun impegno. Nel senso, se scrivo per lasciare nel mio computer ok, ma se scrivo per far leggere e faccio pagare, anche 0,99 centesimi, mi faccio un sacco di problemi. Finisce che rimango nel mio territorio conosciuto, le strutture che bene o male padroneggio, le storie che so già scrivere.
E quindi mi sono trovata a progettare una serie di storie che, nel corpus principale, si dipanano dal 2015 al 2022, in cui si alternano sei punti di vista, anche se quattro sono quelli base. Personaggi di diversissima estrazione sociale, nazionalità, interessi e psicologia. Personaggi di fatto da fare da zero, perché non è che il materiale di partenza fosse il massimo dello spessore, ecco.
Ambientazioni bloccate, che sono quelle e stop. Da studiare a tavolino, con mappe, cartine, foto, reportage di amici che ci sono stati. Chi non ha mai sognato di ambientare una scena in parco naturale kazako o su una spiaggia coreana?
Storie sportive e quindi bene o male sempre legate a una gara, quindi con orari, tempi, climi il più possibile presi dalla realtà. Che durano il tempo di una gara, quindi tre settimane se sono le olimpiadi, tre giorni o poco più se è altro, ma che devono spesso tener conto che tra una storia e l'altra sono passati anni e quindi ci si inventa strani giochi di struttura.
Non tutto è venuto bene, qualcosa è decisamente venuto male. Di alcune cose sono contenta, altre molto meno. In tutte ho messo tutta me stessa.
Una di queste storie ve l'ho già proposta, ma era una deviazione, un percorso secondario. Era Padrone del tuo destino, che ho proposto quest'inverno, con i nomi tagliati.

Tutto questo mi ha regalato di nuovo una gran voglia di scrivere, di sperimentare, di uscire dai territori conosciuti e di confrontarmi. Insomma, il gusto del gioco per il gioco, che è più bello e più importante di qualsiasi riconoscimento esterno.

E se qualcuno avesse la malaugurata idea di voler leggere una saga sentimal-sportiva basata su personaggi rubati, la trovate qui 

lunedì 1 luglio 2019

Storie di getto, storie col contagocce.


Quando scrivo, do sempre l'impressione di scrivere velocemente, di getto. Perché di fatto quello che si vede da fuori è che mi metto al computer e scrivo, per tutto il tempo che ho a disposizione (che di questi tempi può essere dieci minuti, ma va beh). Cambia però il tempo che è passato tra quando ho iniziato a pensare alla storia a quando ho iniziato a scriverla.

Ho finito da poco un racconto che è decisamente contagocce. I primi appunti sono dell'inverno 2017. Adesso è uscito un racconto e ho il sospetto che ci sia ancora qualcosa che cova, da qualche parte.
Anche la cosa che ho scritto prima è stata decisamente contagocce. La trama era già delineata prima di Natale, ma ci ho messo fino ad aprile prima di scriverla, montandola e rimontandola nella mia testa.
C'è qualcosa di rassicurante nelle storie contagocce. Sono snervanti in fase di ideazione, perché le idee vengono a pezzi a bocconi. Le metti lì, nel Magazzino nelle Storie Possibili e non sai bene se le userai mai. Immagini una scena, senti che non funziona, ti innervosisci, la guardi e la riguardi, fino a che non ti convince un po' di più.
Però quando finalmente ti siedi e scrivi, ne conosci perfettamente i confini. Sai che arriverai in fondo, sai che alcune parti, magari, ti faranno stare male. Sai quali sono, quante sono, prendi le necessarie contromisure. 

Ci sono invece storie che escono di getto.
Io non credo tanto al discorso dell'ispirazione improvvisa. Credo piuttosto che, semplicemente, abbiano covato a lungo nell'inconscio, abbiano strisciato nel profondo dell'animo e poi qualcosa, all'improvviso, le fa uscire fuori.
Solo che una storia che arriva così, non prevista, dal profondo, non sai bene cosa tiri fuori.
Non ne conosci i confini, non sai se la finirai.
Non ne conosci davvero i contenuti. Quanto starai male scrivendola, quali tombini dell'inconscio possa aprire.
Non mi piace al cento per centro scrivere queste storie. Essendo io cauta, preferisco le storie contagocce, che ho succhiato a poco a poco e arrivano sulla pagina già elaborate. Però non sono io che scelgo. Le storie arrivano.

Ora sono nella strana condizione di essere stata raggiunta da una storia di getto, del tutto inaspettata, arrivata all'improvviso mentre pensavo di covare una storia contagocce (che poi spero ancora di riuscire a far condensare) e allo stesso tempo di star revisionando un'altra storia di getto, scritta un po' più di un anno fa.
Rileggendo quella mi rendo conto di quante cose ci ho messo dentro di cui assolutamente non volevo parlare. Alcune non le avrei mai scritte "a mente fredda" perché sono tematiche che non padroneggio, di altre cose pensavo non avrei scritto mai, neppure sotto tortura. Che poi, per carità, sono nascoste bene, però fa strano rileggere qualcosa che mi ero ripromessa espressamente di non scrivere. 

E poi c'è l'altra storia. Quella che mi sono trovata a scrivere in due giorni. Che vorrei tanto fosse una storia contagocce. Perché ha una struttura per me nuova e vorrei pensarci bene, prima di improvvisare. Perché vorrei montarla e rimontarla nella testa, per essere sicura di arrivare in fondo. Perché non è così piacevole essere scaraventati da una storia subito dopo la parte peggiore di un'adolescenza, nel momento in cui si devono raccogliere i cocci. Perché alcuni cocci, anche per interposto personaggio, può darsi che taglino ancora.
Ma quando la voce di un personaggio arriva nitida e precisa, c'è poco da fare. Ci si mette al computer e si inizia scrivere. E si spera in bene. 
Ed eccola qui, dunque, la mia A.L.

Avete presente certi regali che fanno le vecchie zie o le nonne, di assoluto pessimo gusto o che magari vi sarebbero anche piaciuti, quando avevate cinque anni in meno? Quei regali che non ve la sentite di buttare, perché magari la zia poi è morta e quella è l’ultima cosa che vi ha dato? Finiscono tutti in fondo agli armadi, dietro ai vestiti in cui non entrate più e vi dimenticate di averli.
Ecco, io sono uno di quei regali.

E voi, se scrivete, siete più da storie contagocce o di getto?

lunedì 8 aprile 2019

Il romanzo di cui non so che fare


Da circa una settimana sono tornata consapevole di avere un buon romanzo nel cassetto.
Che sia buono non è un'opinione solo mia. Non sapendo bene che farci, l'hanno scorso l'ho mandato al Premio Tedeschi, di cui conosco la serietà, anche se non è un giallo puro. Come prevedibile non ha vinto, ma è entrato nella rosa dei finalisti. Poi l'ho un po' tenuto lì, mandato a concorsi senza speranza, non sapendo bene cosa farci.

Do per assodato che sia un buon romanzo. Non è una cosa da storia della letteratura. È una lettura leggera, spero divertente, spero intelligente, ma mi rendo conto che non è qualcosa di cui il mondo non può fare a meno. Che opzioni ho per lui?

Ho in mente un discreto numero di case editrici  piccole e medio-piccole che mi piacciono, che lavorano bene e che presumibilmente potrebbero essere interessate al mio romanzo. Ma. C'è un ma grosso come una casa.
Io sono una mamma-lavoratrice-scribacchina. Ho davvero pochissimo tempo e zero mobilità. Pochissimo tempo per fare cose con testa che esulino dall'immediato. Per fare un esempio. Mi ha contattato un museo archeologico per farmi vedere dei reperti del tipo su cui ho fatto la tesi e di cui capisco qualcosa. È una cosa che mi piace, mi appassiona e di cui sono competente. Ci ho messo una settimana a analizzare tre fotografie. Una settimana. Per tre fotografie.
Le case editrici medio-piccole vanno sostenute e appoggiate. Bisogna dedicarsi alla promozione, andare alle presentazioni, organizzare le presentazioni. E io ci ho messo una settimana a analizzare tre fotografie. 
In questo momento della mia vita, purtroppo, un eventuale forte impegno in promozione è fuori discussione.

Potrei pensare a un editore che lavori solo sul digitale. Non lo so. Ho come l'impressione che il lettore, probabilmente le lettrici ideali di questo romanzo preferiscano il cartaceo. È un'idea, non una certezza, sia chiaro. Però il solo digitale ancora non mi convince.

Il self non fa per me. Intanto richiederebbe un impegno di tempo che non ho e delle capacità tecniche che non ho. Oppure dei soldi per subbappaltare ad altri che non ho.
"Non ho" mi sembra la costante di quest'opzione.
E poi il self, con tutto il rispetto che ho per alcuni autori, continua a non convincermi. 
In questo periodo sto pubblicando delle storie su EFP. Lo faccio in anonimato e mi sembra di aver raggiunto un certo equilibrio con il mio neppure così sparuto gruppo di lettori fissi: nessuno di noi paga. È un gioco, a cui io già forzo la mano, perché porto la storia su binari diversi da quelli abituali in quel contesto, ma rimane un gioco. 

Potrei cercare di avere un parere professionale su cosa cosa sia il caso di fare. Le cose professionali, tendenzialmente, si pagano ed è anche giusto così. Purtroppo i costi si aggirano intorno all'equivalente di una retta di asilo nido o più e quindi al momento, per la mia economia famigliare, non sono caramelle.

Posso tenerlo nel cassetto, che tanto il mondo va avanti lo stesso.
Però è un buon romanzo. Lo so che è un buon romanzo e mi spiace non dargli una possibilità.

Si accettano consigli

lunedì 11 marzo 2019

Ultime considerazione sullo scrivere sceneggiature per fumetti


Ho ufficialmente terminato il mio primo tentativo di scrivere una sceneggiatura per fumetti.
Ho anche cercato di contattare qualcuno nell'ambiente per capire cosa ne potessi fare, ma la risposta non è stata molto confortante. Si tratta di un mondo piuttosto chiuso, in cui ci si tende a fidare di nomi già noti o di persone che abbiano fatto determinati percorsi, proprio perché è una scrittura molto tecnica. Ho provato comunque a spendere quel poco che avevo da spendere in termini di curriculum per cercare di far arrivare a qualcuno il mio plico. Speriamo in bene.

Continua a pensare che ci siano storie che si prestano per la narrativa e altre che necessitano di altri mezzi e non c'è veramente modo in cui questa storia in particolare possa convincermi se trasformata in un racconto o in un romanzo. 

Cercando di trasformare quella che era una pura idea in qualcosa di comprensibile dall'esterno e dotato di un minimo di professionalità, mi sono imbattuta in alcuni problemi solo in parte previsti e prevedibili, che volevo condividere qua.

La dittatura delle tavole
Avete in mente lo sconforto che si prova nel preparare un testo per un concorso che prevede un numero minimo e un numero massimo di battute? Ci si sente vincolati, si morde il freno, perché la nostra storia no, non merita di sottostare ad alcun vincolo.
Ecco, bazzecole.
I fumetti hanno per lo più formati standard. Hanno un numero preciso di tavole. Non da un minimo di a un massimo di... Proprio un numero preciso e poi stop.
È preferibile che alcuni snodi avvengano all'incirca alla tavola numero qualcosa (in un formato bonelliano, ad esempio, la prima parte termina intorno a tavola 14), ma la fine è inderogabile.
Certo, ci sono poi prodotti più autoriali che non sottostanno a queste regole ferree, ma se sei, come me, una signora nessuno che si propone con una nuda sceneggiatura, forse è meglio dimostrare di saper stare in uno schema.
Ci so stare in uno schema?
Con una fatica immane.
Dopo questa esperienza prometto solennemente di non lamentarmi mai più per un vincolo di battute. Che per quanto stretto non sarà mai come il dover tassativamente uccidere un personaggio a tavola 48 e concludere il tutto a tavola 94, costi quel che costi.

Ma quanto lo devi conoscere un personaggio da fumetto?
Un personaggio da fumetto è, di solito, sinonimo di personaggio dalla psicologia basica, di carta velina.
Può essere. 
Può darsi, anzi, per certi versi è inevitabile che la psicologia di un personaggio da fumetto sia creata per semplificazione, riassumibile in poche righe.
Uno dei miei personaggi è "uno schiavo fuggiasco che nasconde il suo passato e desidera la verità e la libertà per la sua gente". 
Ma quanto è alto questo personaggio? Com'è pettinato? Com'è vestito? Che segni di riconoscimento ha?
In narrativa ci basta sapere se è alto o basso, possiamo concentrarci su alcuni particolari distintivi, lo sguardo, un oggetto che ha sempre con sé, ma magari non è sempre indispensabile sapere il modello di scarpe che indossa.
In un fumetto il disegnatore deve sapere esattamente chi è più alto di chi e di quanto. Non possiamo avere due personaggi più o meno della stessa corporatura con la stessa pettinatura, perché rischiamo di confonderli. L'abbigliamento deve essere definito nel dettaglio. Tendenzialmente un personaggio si veste sempre allo stesso modo e l'abito "fa il monaco", nel senso che ne diventa un tratto distintivo.
E se invece è indispensabile che cambi d'abito? Uno dei miei personaggi cambia spesso d'abito nella storia ed è importante che lo faccia. Dato che l'ambientazione è una sorta di 1890 alternativo, sono diventata un'esperta di moda dell'epoca, per fornire alla mia eroina un guardaroba adeguato e in linea col suo carattere. Ho passato un'intera serata alla ricerca di una vestaglia adatta...
Tutto questo, per altro, nella sceneggiatura non c'è. I personaggi, tutti quanti, vanno descritti a parte e alla fine si ha la sensazione che la sceneggiatura vera e propria sia solo la punta dell'iceberg del lavoro di scrittura su un fumetto.

Sinossi vs Soggetto
Chiunque si provi a fare lo scribacchino si è scontrato con le sinossi, quella cosa maledetta a metà tra il rissuntone e la presentazione con cui, spesso, ci giochiamo l'attenzione di un editore.
Nel fumetto la stessa cosa, più o meno, si chiama soggetto.
Pone all'incirca gli stessi problemi, cioè, come fare a dare, nel minor spazio possibile, tutte le svolte di trama, essere comprensibile e anche un poco affascinante?
Devo dire che di tutte le fasi del lavoro, forse il soggetto è quello che mi ha dato meno problemi. Non so se, dopo le difficoltà della sceneggiatura e la mole immane di schede personaggi e note all'ambientazione (tutte da riassumere e rendere chiare), alla fine questo era solo l'ultimo scoglio. Non se è perché, tutto sommato, dopo aver fatto sinossi di romanzi di duecento pagine, fare un soggetto su un fumetto di 94 tavole alla fine non poteva essere più complicato. Fatto sta che è stata la cosa su cui mi sono sentita più sicura.
La difficoltà è stata più che altro descrivere le immagini, così chiare nella mia testa, in pochissime parole per cercare di dare l'idea di quello che (sempre nella mia testa) è il forte impatto visivo della vicenda.

La forza delle parole
Io non so disegnare. Per quanto la mia immaginazione sia prettamente visiva, la mano non vuole collaborare. Anche gli omini stilizzati che ogni tanto scarabocchio alla lavagna per semplificare alcune spiegazioni mi vengono malissimo.
Nella mia ingenuità avevo pensato di corredare il mio materiale di fotografie e immagini trovate in rete, almeno per dare un'idea di massima (la famosa vestaglia ad esempio). Peccato che abbia scoperto che le mie possibilità di farmi leggere dalla persona che anni ha tenuto il corso di sceneggiatura a cui ho partecipato sono quasi nulle e legate unicamente all'invio cartaceo. Non ho una stampante a colori e, allo stato delle mie possibilità, aggiungere le immagini sarebbe stato solo un gran spreco di carta e inchiostro.
Quindi tutto il mio lavoro alla fine è stato un tentativo di tradurre delle immagini in parole perché possano essere di nuovo convertite a immagini. 
Si è trattato di un esercizio di chiarezza come pochi altri.
Un racconto, un romanzo, devono affascinare. Qui bisogna avere la precisione chirurgica di trovare esattamente il giusto nome a ogni cosa, perché altri si possano figurare la stessa cosa che ho in mente io.
Vada come vada, di questo, spero, farò tesoro.
Le parole sono pennelli con cui possiamo dipingere mondi interi.

lunedì 4 febbraio 2019

Cose che si imparano scrivendo fumetti


È finito il quadrimestre, siamo stati travolti da un'influenza stile valanga, di quelle che non risparmiano nessuno, è scesa la neve, ho quasi finito, e non mi sembra sia possibile, il mio primo esperimento di sceneggiatura per fumetti.

Ho quasi finito la prima stesura, quindi il primo step di un lavoro molto più lungo e pertanto tutte le mie considerazione sono parziali.

Tuttavia, obbligandomi a cambiare totalmente approccio alla narrativa, ho dovuto ragionare di nuovo su alcune cose, mettere in dubbio le cose che davo per acquisite e, in fin dei conti, ricominciare da capo.
Insomma, sono dovuta ripartire dalle basi, gestione punto di vista, personaggi, dialoghi, da ciò che credevo di saper fare e ho scoperto che, tutto sommato, ci sono aspetti che non avevo considerato e sarà bene tener conto anche quando tornerò alla narrativa.

TUTTI I MODI IN CUI UN PERSONAGGIO PUÒ PARLARE
Come si fa a far parlare un personaggio? Ma col dialogo, è ovvio.
I fumetti, poi, sono pieni di dialogo.
Sì, però...
Intanto quanto puoi far durare un dialogo in un fumetto, quattro tavole? Immaginando che ogni personaggio abbia una battuta a vignetta e immaginando sei vignetta per tavola (in realtà sono molto meno) abbiamo un massimo di 24 battute. Ogni battuta deve stare sotto le due righe come media.
Sembra tanto, ma è pochissimo, anche perché di dialoghi così lunghi in un albo ne puoi mettere pochi. La maggior parte sono scambi molto più rapidi.
Sì, però, obietterà qualcuno, le psicologie del fumetto sono di carta velina.
Non sempre. E comunque non abbastanza.
Nel caso specifico ognuno dei personaggi principali ha un grosso segreto, c'è un uomo che in realtà è una donna, uno schiavo fuggiasco e un uomo che non è proprio un essere umano. Ci sono sette segrete e tutto un mondo di cui scoprire il funzionamento. Ma le parole per raccontare tutto ciò sono pochissime!
Allora le parole si pesano, una a una, si girano le frasi per essere le più corte e le più dense possibili. Io di mio amo i dialoghi secchi, ma qui ho dovuto potare siepi già rachitiche per arriva a definire interi personaggi con una battuta o due.
Ma i personaggi non parlano solo con le parole. Parlano con la posa del corpo, con i gesti, con gli abiti, con gli sguardi. Nell'immaginare una storia disegnata ho dovuto prestare la massima attenzione alla gestualità dei personaggi, molto di più di quanto non faccia di solito. Quanto cambia, per esempio, a quanto cambi il senso di una battuta, pronunciata guardando il cielo, con una lacrima che spunta dall'occhio, piuttosto che fissando con fare deciso l'interlocutore.

VISIONE INTERNA/VISIONE ESTERNA
In un fumetto lo spazio per l'introspezione è minimo. Non assente, ma minimo. Si può ricorrere al dialogo interiore, ma per poche vignette e per pochi personaggi. Anche qui la personalità deve uscire dai gesti, dal mostrato e dal non narrato.
Per questo esperimento sono partita da personaggi nati in altri contesti e riadattati a nuove condizioni. Però alcuni tratti caratteriali rimanevano quelli, chi è ostinato, chi è aggressivo, chi è un pesce fuor d'acqua all'esterno del proprio ambiente, chi ha una scarsa autostima... Per i primi tre nessun problema, ma per il quarto personaggio, soprannominato dalle mie complici "mezzasega", il coro è stato unanime: "questo non è più mezzasega!". Il problema è stato che è sempre stato un personaggio in gamba in quello che faceva, ma con una forte emotività e un sacco di dubbi. Solo che nella versione a fumetto c'era pochissimo spazio per i suoi dubbi, in parte perché il suo ruolo è essere "l'uomo del mistero" in parte perché è visto esclusivamente o quasi da fuori. E da fuori si percepisce un personaggio deciso con delle priorità ben chiare.
Questo mi ha dato molto da pensare sulla gestione dei personaggi e di quanto la percezione del lettore possa essere diversa da quella dell'autore e tra la discrepanza tra le sue azioni e la sua percezione di sé. Di fatto mi sono resa conto di non essere mai stata contenta di ciò che veniva percepito di questo personaggio. Nei racconti chi li ha letti ha dato troppo peso a quello che lui pensava di se stesso e poco ai risultati ottenuti, nella sceneggiatura quelle stesse persone hanno potuto vedere solo i risultati e di fatto non lo hanno riconosciuto.
La riflessione che ho fatto è che forse ho sbagliato in entrambi i casi e nel narrare qualcuno bisogna trovare un grande equilibrio nel raccontare ciò che sente di essere e ciò che è, sopratutto nel caso vi sia una grossa discrepanza. Se non avessi tentato questo esperimento non mi sarei resa conto che a volte l'ottica nella mia narrazione è troppo focalizzata su ciò che il personaggio pensa di essere.

RACCONTARE ATTRAVERSO L'AMBIENTE
Lo sappiamo tutti che l'ambiente non è solo un palcoscenico neutro su cui si muovono i personaggi, ma deve diventare lui stesso personaggio. Con così poche parole, tutto deve essere funzionale alla storia. Ogni oggetto inquadrato, ogni arredo, ogni particolare paesaggistico. Non c'è spazio per luoghi neutro. Eppure quando scrivo narrativa a volte ho pensato un po' sbuffando a una mezza pagina di descrizione d'ambiente, quelle parti che non mi piace scrivere, che pure devono esserci... Ecco, forse adesso ne colgo appieno le potenzialità.

Insomma, al di là degli esiti dell'esperimento in sé, questo provare un nuovo approccio alla narrativa mi ha dato davvero molti spunti, che volevo condividere con voi.

sabato 19 gennaio 2019

Provando a scrivere per il fumetto



Come accennavo nel post precedente, in questi giorni mi sono imbarcata nella follia di provare a venire a capo di una sceneggiatura per fumetti.

Perché? 
La domanda dovrebbe magari essere: perché no? Dopo tutto sono stata svezzata a fumetti Disney e Bonelli, leggo fumetti tanto quanto leggo narrativa, ben più di quanto non legga saggistica, sono anche molto più "sul pezzo" sulle novità e le tendenze del fumetto rispetto a quanto non lo sia per la narrativa. La nostra piccola "comune del fumetto" che fa girare gli acquisti mi ha permesso di leggere quasi tutte le opere premiate negli ultimi anni in Italia, Francia e Stati Uniti. Anni fa ho persino seguito un mini corso di sceneggiatura per fumetti.

E tuttavia perché farlo? A disegnare sono una capra, quindi avrei bisogno o un disegnatore indipendente che decida di dedicarmi un anno del suo tempo o poco meno o un editore interessato alla sola sceneggiatura. Questo tralasciando il fatto che sono una dilettante allo sbaraglio.

In fatto è che mi sono imbattuta, o sono stata fatta sbattere (ciao, care), in una storia che è prettamente visiva. È bella mostrata, disegnata. Raccontata perderebbe tre quarti del suo senso di esistere.

E così, da brava dilettante allo sbaraglio, ho riesumato vecchi appunti, comprato un manuale, cercato materiale in rete e mi sono messa a scrivere.
Quindi non ho assolutamente le basi per scrivere un post su come si sceneggi per fumetto, ma ho qualche riflessione su cosa significa provarci per la prima volta con una storia lunga venendo dalla narrativa.

Provare a ragionare per tavole e vignette
Mi sto muovendo immaginando per la mia storia un formato europeo, un doppio albo francese o un albo di formato bonelliano.
Quindi la mia unità narrativa è la tavola. Che non corrisponde a una pagina. Un testo può stare in mezza pagina, una, due, dieci. I capoversi e le pagine non hanno nulla a che vedere con la pagina. C'è un ritmo, certo, che è dato dall'uso della grammatica e dalla sintassi della lingua.
Nel fumetto c'è la tavola, che il lettore vede nella sua interezza in un unico colpo d'occhio e poi legge.  Il girare pagina è una frattura visiva molto più marcata del girare pagina in narrativa. Quindi una tavola è una mini unità che deve avere una sua coerenza e una sua tensione interna. A sua volta la tavola è frazionata in vignette, che non possono essere mille. Di base sono sei, che poi possono essere variamente assemblate.
Quindi devo frazionare la storia in un numero finito di tavole, ognuna con un suo senso, che a sua volta va frazionata in un massimo di 6 o 7 istantanee.
Non sto scrivendo narrativa, neppure filmando una scena. È cose se dovessi fotografare la storia. Devo scegliere quali e quante fotografie accostare perché il susseguirsi degli eventi si capisca. Troppe immagini diventa noioso e poi il mio spazio è definito, non mi sta dentro la storia. Troppo poche e non si capisce.
Al momento questa è la parte più difficile e più divertente.
Difficile perché non so se sto usando la grammatica del fumetto in modo corretto. Né so, al momento, se starò nel numero di tavole previsto. Che non è "più o meno" è quello e basta, nessun margine di tolleranza nel fumetto.
Più divertente perché ogni scena si può assembrare e riassembrare in mille modi. Mi compongo la tavola davanti agli occhi, mimando la posizione delle vignette con le mani. Sembro più pazza del solito. Ma è come scrivere e allo stesso tempo comporre un puzzle. Doppio divertimento.

Raccontare per immagini
Le parole dentro una tavola di fumetto sono dannatamente poche. Mezza riga fa una didascalia didascalia. Due righe per una battuta sono già quasi d'avanzo. Ma non è detto che il fumetto debba per forza raccontare cose semplici. Io ho un amore per lo sceneggiatore Gianfranco Manfredi, che scrive spesso fumetti storici e racconta cose complicatissime, con un numero comunque limitato di parole. Perché le immagini non sono puri sfondi, ma portatori di significato.
Giusto per complicarmi la vita, la mia storia è un fantasy steampunk, quindi ambientata in una sorta di fino XIX secolo alternativo con tutta una serie di mutamenti sociali in atto solo in parte mutuati dal nostro XIX secolo. Non ho parole per raccontarli. Nel senso che proprio non ho parole in numero sufficiente. Deve essere l'ambientazione a parlare per me. E allora è divertente immaginare luoghi di culto riconvertiti in società operaie. Con vecchie vetrate a raccontare un immaginario, manifesti appesi alle pareti a narrarne un altro contrapposto. Anche le psicologie dei personaggi devono uscire più da ciò che fanno che da ciò che dicono.
Ci riesco? Non ci riesco? Non lo so, ma è divertente.

Scrivere per essere capiti
Nella più rosea e fantascientifica delle ipotesi un domandi tutto ciò deve arrivare nelle mani di un disegnatore che ha solo le mie parole per dare vita al mio mondo.
In narrativa le parole devono essere precise, ma anche creare suggestioni che si mescolano con l'immaginario del lettore. Chi sono, quante sono e come sono vestite le persone presenti a un ballo di corte in un romanzo? Difficilmente ci verrà detto di tutte quante. Quante sono, chi sono e come sono vestite le persone a un ballo di corte in una tavola di fumetto? Eh, forse il disegnatore, che può non essere un esperto di balli di corte, deve saperlo.
Cambia proprio il modo di scrivere, quindi, che non deve essere "bello", quale che sia l'accezione che noi diamo a questo termine, ma chiaro. E non è affatto facile.

Ciò di cui puoi farcire un fumetto
Io sto provando a scrivere una sceneggiatura di un fumetto in cui comunque prevale l'azione. Non è certo Persepolis o Maus (due storie a fumetti che raccontano rispettivamente le vicissitudini autobiografiche di una ragazza iraniana e l'olocausto). Questo non vuol dire che non ci possano essere dei passaggi che mi stanno a cuore.
In questo preciso momento mi sto arrovellando sulle riflessioni della protagonista in un momento cruciale. Per vari motivi ha passato gran parte della sua vita a essere trattata come se fosse un uomo, anche se chi la circondava sapeva benissimo che non lo era, con un ruolo di comando e relazioni con gli uomini basate sulla parità. Si trova ora a essere interrogata come testimone di un delitto da poliziotti che la vedono solo come una donna e sono interessati esclusivamente al rapporto sessuale che aveva con la vittima. Ci è andata a letto di recente? Aveva avuto una relazione? Lo ha ucciso lei insieme all'attuale compagno per togliere di mezzo un ex scomodo? Senza alcun interesse alla dimensione di profonda stima personale e fiducia che invece caratterizzava il suo rapporto con il poveretto. In quanto donna viene trattata come puro corpo e nessuno è interessato a sentire le sue considerazione e le sue ipotesi. Vorrei che queste cose saltassero fuori in un fumetto in cui comunque prevale l'azione, senza appesantirlo troppo. Ci riuscirò, non ci riuscirò? La sfida è aperta.

Questo al momento è il mio "gioco" letterario. Qual è il vostro?

lunedì 14 gennaio 2019

Sfide scrittoree per il 2019


Non voglio fare un elenco degli obiettivi scrittorei del 2019.
Il più bel regalo scrittoreo che mi abbia fatto il 2018 è il ritrovare il gusto di scrivere per me stessa, o al massimo per un gruppo di amici. Il ritrovare del piacere della sfida tecnica del "non ho mai scritto una storia del genere, arriverò in fondo?". 

Negli ultimi anni la domanda si era spostata molto sul "riuscirò a pubblicare questa storia?" o, peggio "come la devo scrivere perché sia pubblicabile?".
C'erano alcuni tipi di storie che avevo imparato a scrivere, in primi il racconto giallo ed ero arrivata al punto di sapere se avevo fatto un racconto vendibile. Il risultato era che a volte ciò che piaceva a me non era quello che piaceva a chi doveva scegliere (con la notevole eccezione dei racconti sherlockiani, che sono sempre stati gioia pura).
Mi sono ritrovata, quindi, da una parte con una certa frustrazione di fondo. La sensazione che, se volevo pubblicare a determinate condizioni non dovevo raccontare ciò che mi stava più a cuore.

Il 2018 mi ha insegnato a fregarmene, a cercare di ritrovare il gusto per la sperimentazione e il muoversi in strade nuove. La sfida di iniziare una storia e non sapere se sarei riuscita a portarla a termine, non per problemi di pura forza di volontà, tempo, concentrazione e fiducia nella storia stessa, ma per motivazioni tecniche.
Mi sono trovata a scrivere, in forma "privata" una storia ambientata alle olimpiadi invernali del 2018, quindi con una griglia strettissima di eventi, eventi, spostamenti e logistica di cui tenere conto. Perché il personaggio tale doveva trovarsi al tal giorno alla tal ora in quel tal posto e l'altro era da tutt'altra parte. È stata una cosa difficilissima, uno dei pochi racconti che ricordo di aver finito davvero con sollievo. Un "grazie al Cielo sono arrivata in fondo".
Ho finito quella storia, però, anche con un grande senso di divertimento, dovuto allo scrivere quello che non avevo mai scritto prima e del "chissenefrega del mercato editoriale".

Quindi il mio obiettivo per il 2019 in scrittura è sfidare me stessa, divertirmi e pubblicare solo se è il caso, solo alle mie condizioni.

Ho un paio di opere "da concorso" che voglio o far competere in concorsi importanti e che sono, entrambe eccentriche rispetto al genere a cui vorrebbero appartenere. Voglio capire se lo sono abbastanza per essere notate, se hanno la forza di imporsi. Se è così bene, in caso contrario me ne farò una ragione.

Ho riesumato il mio vecchissimo account in EFP per pubblicare quello che voglio, sopratutto le cose nate per gioco. Sono da sempre un po' perplessa nei confronti dell'autopubblicazione. Nel senso che non ho soldi da investire per ottenere un lavoro professionale e non trovo etico far pagare per qualcosa che non è, appunto, professionale. Allora è meglio rendere pubblico un racconto su un sito apposito e gratuito, anche se, proprio per la mancanza di filtro, circolano molte storie francamente imbarazzanti. Quello che scrivo io è diverso dalla media di ciò che si trova lì e da quello, quindi, che i lettori vi vanno a cercare. "Padrone del tuo destino", pubblicato anche su EFP, però non è andato malissimo. Il sito permette di seguire le letture capitolo per capitolo ed è rassicurante vedere che se molti aprono il primo capitolo per caso, chi legge il secondo arriva poi fino alla fine. Potrei continuare l'esperimento. Io non ho nulla da perdere, i lettori neppure.

Voglio scrivere cose che siano una sfida per me, sia da un punto di vista tecnico che contenutistico.
In questo momento i miei progetti sono essenzialmente due, di cui uno nato per purissimo caso.

La riscrittura del mio romanzo fantasy, che, passando da due a cinque punti di vista è una bella sfida tecnica per me che non sono abituata a questa frammentazione degli sguardi. Lo è anche da un punto di vista del contenuto, dato che, se dovessi dargli una definizione, lo chiamerei "fantasy sociale", dato che la domanda "in che società vorremmo vivere?" diventa cruciale per le scelte dei personaggi. C'è anche una nota spiccatamente femminista nella storia, già presente fin dall'inizio, ma le mie riflessioni degli ultimi tempi mi hanno spinto a portarla più alla luce.

La nota spiccatamente femminista sta emergendo anche nel secondo progetto, nato dalla quiete delle vacanze e da una singola immagine giratami da un'amica ed è una sceneggiatura per un eventuale fumetto di ambientazione steampunk fantasy.
Avevo bisogno, credo, di fare qualcosa che non avevo mai tentato prima. Quindi ho riesumato gli appunti presi a un vecchissimo corso, ho comprato un manuale di sceneggiatura e mi sono messa all'opera. Non so assolutamente se sono in grado di arrivare in fondo, né se sto producendo una cosa sensata dal punto di vista tecnico. Il "vendibile" al momento è una mera chimera.
So che mi sto divertendo moltissimo a cambiare il mondo di pensare. Visualizzare la storia per istantanee. Sforzarmi di scrivere non "bene" ma in modo chiaro, per imprimere su carta ciò che ho in mente. Rimanere dentro una gabbia che ha vincoli strettissimi (bisogna sapere in anticipo quasi esattamente a quale pagina va inserito il colpo di scena, per dire).
Mi sto anche innamorando di una storia nata come gioco ozioso, ma che pian piano sta portando in luce cose che volevo raccontare da tempo. 
Mi piacciono quelli che sono diventati mio malgrado i due protagonisti, allo stesso tempo molto tosti e molto dolci. In particolare ho una lei che vorrei riuscire a definire in modo diverso dalle molte donne in abiti maschili della storia del fumetto e della letteratura. 
È una sfida. E come tale mi intriga moltissimo.

Tra questi due progetti credo sarò impegnata almeno fino alla tarda primavera. Poi si vedrà.

Queste sono le mie sfide scrittoree per il 2019, le vostre?