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mercoledì 2 novembre 2022

A Lucca Comics and Games con Scrittori si Diventa (anche questa volta ci sono andata vicina)



Nell'ultimo mese ho trascurato il blog in modo indegno.
In parte perché ottobre è, almeno nella mia scuola, il mese più faticoso dell'anno, persino peggio di maggio. Ci sono i progetti da presentare, con tutta la parte economica da controllare, confrontare con il budget a disposizione e far approvare, ci sono le programmazioni, quale che sia il nome con cui sono note adesso, i piani personalizzati, c'è sempre almeno un corso di aggiornamento, più i normali consigli di classe e collegi docenti. Questo ottobre, poi è stato un po' più complicato del solito per tutta una serie di vicissitudini famigliari con le quali non vi tedierò. Ma ero anche in attesa di una risposta scrittorea, vincolata al silenzio, con le dita incrociate.
Non è andata, ma anche questa volta ci sono andata vicino, abbastanza per sognare.
Il mio primo tentativo di romanzo per ragazzi è arrivato in finale al concorso indetto da Salani "Scrittori si diventa".
Non è la primissima volta che un mio scritto arriva in finale a un premio importante, ma questa volta c'era il fatto che i finalisti fossero solo cinque e quindi, lo ammetto, qualche film in testa me lo sono fatta, un po' più del solito. Non è andata e sono sicura che sia giusto così. Il premio è stato vinto da Ilaria Prada con il romanzo "La boutique dei ricordi", che non vedo l'ora di leggere!

La cosa più particolare di questa esperienza è stata l'essere tenuti al segreto più assoluto, dal momento che le opere finalista sarebbero state lette in forma anonima.
Avevo partecipato al concorso senza particolare convinzione, dal momento che mi sembrava che una certa sfortuna si fosse abbattuta sul progetto. Avevo contattato un'editor specializzata che aveva già lavorato nella narrativa per ragazzi per la revisione, ma poi lei aveva dovuto rinunciare alla collaborazione per motivi di salute. Dopo di lei un'altra serie di editor specializzati mi ha dato buca/non mi ha risposto e quindi mi sono trovata a navigare a vista in un mondo che so avere regole di scrittura sue proprie e in cui non è così facile inventarsi. Una casa editrice di cui mi fido mi aveva promesso una risposta in un tempo talmente lungo da demoralizzarmi un po' e, infine, ho mancato per pura ignoranza il premio letterario dedicato da quello stesso editore. Insomma, ho inviato al concorso Salani senza una reale convinzione, nella speranza di rientrare nella lista dei 20 semifinalisti. Mi ero completamente persa il fatto che la lista dei 20 semifinalisti non sarebbe stata resa pubblica e quindi ho dato per scontato di non esserci rientrata. E, invece, ai primi di settembre ho trovato in aula insegnanti a scuola il comunicato stampa di Salani con le cinque opere finaliste e tra i titoli ho riconosciuto il mio. Solo a sera ho letto la mail ufficiale che mi raccomandava il silenzio, cosa a cui mi ero comunque attenuta per mera incredulità.

Non ho vinto, ma, passato il momento della distruzione dei film mentali non posso che essere comunque felice. Intanto sono arrivata lì con la mia prima produzione lunga post pandemia. Il che dimostra almeno due cose. Anche in questa nuova fase della mia vita riesco a scrivere decentemente. Questo romanzo così particolare con cui mi sono messa alla prova in un territorio nuovo non solo non fa schifo, ma è stato (in parte è ancora, dato che c'è un'opzione di acquisto ancora in essere) degno di attenzione da parte di un editore big.

E comunque ho vinto. Ho vinto una scusa per andare a Lucca con tutta la famiglia e la partecipazione all'evento di gala con premiazione della serata di sabato al Teatro del Giglio, dove ho visto e ascoltato una quantità impressionante di mostri sacri, da Milo Manara al direttore degli Uffizi (sì, insieme, sullo stesso palco a discutere di tavole di fumetti e Botticelli senza soluzione di continuità).



 Lucca è, sempre, per me un posto magico, il cui livello di magia aumenta in corrispondenza della fiera. Quest'anno, nell'edizione dedicata alla speranza, nessuna delle mie aspettative è andata delusa. Nonostante la folla e la comprensibile stanchezza di chi ci lavorava abbiamo trovato sempre gentilezza, disponibilità e, cosa non secondaria se ci si muove con una bimba di sei anni, bagni puliti e senza attese. Abbiamo vissuto una Lucca a misura di bambino, trascurando la parte più propriamente editoriale, ma mi sono divertita come non mai.
Vi regalo tre momenti top.

1 - Vale la pena di andare a Lucca con un bambino anche solo per assistere alle lezioni dell'accademia Jedi
I bambini vengono vestiti, armati di spada laser e poi portati in un suggestivo chiostro medioevale dove dei Jedi in costume provvedono al loro addestramento. E devono essere pronti perché i Sith possono attaccare da un momento all'altro! Tra location, costumi e musica sembrava davvero di essere in un film.

2 - Il mio eroe, nonostante il mio animo antimilitarista, è stato un soldato. I bambini avevano infatti la possibilità di provare alcuni mezzi speciali militari. Venivano forniti di visore 3D per simulare la guida. Il soldato controllava su un monitor quello che i bambini stavano vedendo e, quando arrivavano su un terreno sconnesso, faceva ondeggiare il mezzo per simularne il procedere. A mano. Per ogni bambino. Dalle 9 del mattino fino alla sera. Santo subito.

3 - Come raccontavo sopra ho partecipato come spettatrice alla sera di gala e premiazioni al Teatro del Giglio. Sul palco si mescolavano con strani intrecci autori, direttori di musei e creatori di giochi. Ecco. Strani intrecci davvero. Gli autori, sopratutto quelli giapponesi, erano tutti elegantissimi, ci hanno ricordato che quel teatro ha visto l'esordio di Puccini e mostrato quanta cultura alta ci sia nel fumetto, occidentale o orientale che sia. I creatori di giochi... Si sono presentati per lo più nella classica tenuta nerd: maglietta, barba e capelli incolti, tatuaggi, fisici non troppo statuari. Sono saliti sul palco con la grazia di un equipaggio vichingo che si appresti a depredare una cittadina, con i modi pacati da festa della birra... E sono andati a stringere la mano al direttore del Museo Egizio di Torino iniziando a dissertare di geroglifici e di gioco nell'antichità. 
Perché Lucca è, più di qualsiasi altro posto al mondo, il luogo dove non si deve mai giudicare qualcuno dall'apparenza. Se sei lì è perché hai almeno una passione in comune con qualsiasi altro presente. Come ci è stato ricordato durante la serata, Lucca è speciale perché le persone quando ci vanno sono felici. Felici di incontrasi e condividere le proprie passioni. Europarlamentari, direttori di musei o creatori di giochi che siano.



lunedì 25 novembre 2019

Mentre la pioggia scende


Il cielo terso di questa foto ottobrina è solo un ricordo.
Piove, piove e ancora piove. 
Oggi abbiamo quasi intravisto il sole, ma presto, dicono le previsione, pioverà di nuovo. 
Il lago si sta alzando. Non insegno più alla scuola col pontile, dove l'acqua alta ha comunque qualcosa di magico, pur con tutta la sua scomodità (il lago che si alza è fastidioso, ma in sé non è pericoloso). Dove sono adesso la pioggia è solo pioggia. Anzi, può portare frane, ingorghi sulle strade e, ovviamente, tanta tristezza.
Insomma, in queste giornate d'umidità costante, preoccupazione per lo stato dei torrenti, dolori alle ossa e alle articolazioni che ricordano che sì, i vent'anni sono passati da un pezzo, tutto è più faticoso.
Ed è un peccato, perché queste sarebbero giornate anche un po' da godersi.

Ci sono cose che si stanno mettendo in moto, quando tutto sembrava fermo da un po'.
È del tutto irrazionale, ma voglio comunque pensare che un po' sia la Le Guin che mi ha portato bene.
A proposito, l'incontro a Casale, i cui contenuti vi sto riassumendo nei post tematici, mi è piaciuto molto. La biblioteca è una di quelle meravigliose biblioteche in edifici antichi, che trasudano odore di copertine di pelle e carta d'altri tempi, anche se ovviamente non manca il nuovo. Non è mancato neppure il pubblico che, per questi appuntamenti di nicchia, quando si parla di libri non nuovi e poco noti, può essere il punto dolente. Invece l'ufficio stampa della biblioteca deve aver fatto un ottimo lavoro. A dare tutto un quid in più è stata la voce di Ivo de Palma. Voce che conoscete tutti, perché ha doppiato il mondo, ma per i nati negli anni '70/'80 è letteralmente la voce dell'infanzia. Nel senso che a inizio carriera ha doppiato tantissimi protagonisti di cartoni animati. In pratica ho incontrato Mirko di Kiss me Licia e Pegasus dei Cavalieri dello Zodiaco (lui ha fatto millemila altre cose, ma per la mia generazione la sua voce e quella di Cristina d'Avena sono iconiche).

Al mio ritorno ho trovato nella mail una proposta per un progetto che non avevo mai inviato (solo sognato), segno che nella scrittura nulla va mai perduto e nessun invio è inutile. C'è sempre la possibilità che qualcuno parli con qualcun altro e uno scritto giri. Quindi, nella speranza che la cosa vada davvero in porto, un gruppo di racconti potrebbe aver trovato in toto una casa comune, cosa che mi fa infinitamente felice. 

Sono anche in attesa di un'altra risposta, per cui tengo le dita incrociate. La attendo da un po', a dire il vero, ma in fondo in editoria nulla è rapido, ma nulla è perduto.

Sto anche terminando in mio "non più YA". Ci sto mettendo una vita perché ho poco tempo, ma la scrittura scorre, le svolte di trama sono un po' inevitabili, ma è un progetto che continua a piacermi e a rappresentare una sfida. La prima stesura dovrebbe essere pronta per Natale. Non proprio i canonici tre mesi kinghiani, ma si fa quel che si può.
Dato che è idealmente ambientato proprio tra 2019 e 2020, vi lascio con un pezzo di Novembre (forse in revisione aggiungo più pioggia).

È il due novembre. Il giorno in cui si va al cimitero a mettere i fiori sulle tombe. Sono sempre andata con mamma a sistemare la tomba dei nonni. Da piccola mi divertivo, mi affascinavano le statue del cimitero Una in particolare rappresentava un bambino su un cavallo, senza sella. Essendo la più alta, la usavo come riferimento per non perdermi tra le lapidi. A volte spuntava dalla nebbia, non mi sembrava spettrale, ma un’indicazione benvenuta. Avrei desiderato anch’io un cavallo come quello, da cavalcare a pelo e, anche se non ho mai osato dirlo, avrei voluto almeno salire sulla statua. Non ho pensato, per anni, ai motivi per cui quella statua esisteva.
Non so cosa abbia detto Maria alle zie, quelle effettive, che non mi avrebbero dato ospitalità neppure per il mio peso in oro, per giustificare la mia assenza da Novara, oggi. Beh, lei e Antonio lavorano, chi mai mi ci avrebbe portato? Le immagino là, davanti alla tomba, le zie, con i loro grandi mazzi di crisantemi in mano, a dire che è passato un anno e l’ho già dimenticata. Come se mettere un fiore reciso in un vaso cambiasse qualcosa. Serve solo a un’ora di “poverina, chissà quanto sarà dura”. E allora tanto vale passare per cinica e egoista. Mamma sarebbe la prima a dirmi di fregarmene. Mi direbbe di smettere di fare i capricci e suonare per lei. Ci ho provato, questa mattina, prima di andare al palazzetto per la gara. Debussy, Jardins sous la pluie, mi sembrava appropriato. Non è nulla di difficile, nonostante la velocità, e forse né mamma né Bach avrebbero apprezzato, ma io amo il disordine di quel periodo in cui il passato non era ancora del tutto trascorso, il futuro esisteva già tra le note e stava cercando un modo per esplodere. Non sono riuscita. Perdo il ritmo, incespico come un corridore senza fiato. Ormai, anche volendo, forse quello che ho perso non lo potrò più recuperare. 

giovedì 11 ottobre 2018

Sognare è gratis – partecipare al premio DeA Planeta


Come, immagino, i 9/10 degli scribacchini italiani, quindi diciamo la metà della popolazione nazionale, ho deciso di partecipare al premio DeA Planeta.
Anzi, per evitare che mi passasse il momento di determinazione, ho già partecipato. Romanzo inviato e non ci pensiamo più fino ad aprile.

Per quelle tre persone che ancora non lo sapessero, il premio DeA Planeta promette cose mirabolanti per il vincitore, almeno per quello a chi siamo abituati. Traduzione in plurime lingue e 150000 euro di premio.

Che speranze ritengo di avere?
Ad essere sinceri poche, per una mera questione statistica. Parteciperà il mondo.
Però, giocare per giocare, ho cercato di usare la mia carta migliore.
Il romanzo che quest'anno è arrivato finalista al Giallo Mondadori, pur non essendo in senso proprio un giallo. Quindi un'opera che è stata presa in considerazione dal una casa editrice di peso. Al momento è il meglio che io possa scrivere. La cosa che penso possa più piacere anche all'estero.

E poi, diciamocelo, a questi concorsi ci si iscrive anche solo per sognare.
Che cosa ci farei con quei 150000 euro?
Mi comprerei un po' di serenità, ovviamente, nel senso che i soldi non danno la felicità ma la casa pulita (non da me) sia la mia che quella dei miei, per dire, un po' di felicità me la dà.
Farei qualche bella vacanza con marito e pupattola. 
Mi potrei pagare la baby sitter per andare alle presentazioni de mio romanzo.
Devo dire che questa non è una cosa secondaria. Credo che questo romanzo non avrebbe grossi problemi a trovare un buon editore di fascia media. Il problema è che un libro va promosso e adesso come adesso la mia mobilità è scarsa. Non posso certo obbligare la pupattola a lunghe trasferte in auto tutte le settimane. Né posso obbligare un marito che spesso in settimana fa orari infami a sobbarcarsi carico doppio di lavoro nel fine settimana. E per non promuovere un libro tanto vale pubblicarlo. Con questo bel gruzzoletto potrei lasciare con più tranquillità a casa marito, pupattola e supporto logistico, o portarmi appresso pupattola e supporto logistico.

Insomma, come vedete ho già iniziato a sognare. 


Ah, mi piacerebbe dire, per dissuadere i 9/10 degli scribacchini, che la partecipazione al premio è un incubo. Invece no, ci si iscrive in dieci minuti, se il sito non vi prende in antipatia (non so se ha preso in antipatia me, il mio computer o la mia versione di safari, ma dal computer del marito sono stati meno di dieci minuti). Il romanzo si carica in dieci secondi.

Chi altri di voi vuole sognare con questo superenalotto letterario?

martedì 12 luglio 2016

Tre personaggi in cerca del tempo di un'autrice


Ieri la maratona burocratica che tanto mi ha impegnato in questi ultimi mesi si è conclusa! Conclusa conclusa, finalmente, ho dimostrato che esisto, che sono sempre io, Antonella e Antonella Augusta, una e bina, che sono sposata, ho una residenza, non ho precedenti penali, ho un reddito e, per quanto sia possibile accertarlo, sono sana di mente e lo stesso ha fatto mio marito. Il tutto è stato appostillato dal funzionario preposto e consegnato a chi di dovere. Ora c'è solo da sperare che vadano bene là dove devono andare (quasi sicuramente qualcosa non andrà bene, perché il prefetto aveva delle idee tutte sue e ci ha fatto rifare i documenti secondo il suo gusto personale, che potrebbe non essere condiviso). In ogni caso è un bel peso che si è tolto dalla mia mente. 

L'effetto è stato che sono saltati i lucchetti che tenevano imbrigliata la creatività. In questi mesi ho scritto pochissimo e non solo per mancanza di tempo. Ho scritto un raccontone (oltre 100000 battute!) sherlockiano che mi ha molto divertito, ma tutto sommato si trattava di riutilizzare idee preesistenti. Anche per questo avevo pensato di dedicare l'estate alla sistemazione del romanzo dell'anno scorso e della sorpresa autunnale. E invece no. Si trattava probabilmente di una sorta di sistema di salvataggio mentale per evitare di sovraccaricare la mente. Appena dei neuroni si sono liberati ecco qui a bussare tre nuovi personaggi.

V. A. e P. hanno iniziato ad affacciarsi alla mia mente per colpa di un post di Michele. Immagino sia stata la foto delle tre signore sulla panchina. Era qualcosa di vago, però, l'ombra, forse, di un racconto futuro. E invece V. A. e P. hanno un bel caratterino. O, meglio, A. è molto dolce e remissiva, ma V. e P. non lo sono per niente. Hanno le idee tanto chiare da impormi addirittura, udite udite, una storia senza morto. Quindi non un giallo in senso stretto, anche se il giallo rimane comunque il mio riferimento (diciamo che questa volta ci sarà un crimine da compiere, invece che una caccia al colpevole, ma senza spargimenti di sangue).
Ora, non so voi, ma io certe signore mature armate di bastone e borsetta non so proprio contraddirle. Quindi adesso in qualche modo devo organizzarmi. Perché non voglio abbandonare il romanzo dell'anno precedente. Però la loro storia dovrò pur scriverla. In caso contrario temo che le tre signore usciranno dalla mia mente per prendermi a bastonate. 
Per una volta non ho neppure voglia di scalettare e preoccuparmi per la trama. Questo sarà un romanzo leggero, partorito probabilmente come reazione al troppo stress degli ultimi mesi. Voglio che anche la stesura sia leggera e un po' brada. La storia so dove deve andare e in qualche modo là la faremo arrivare, il come, però, si studierà strada facendo.

Prima di andare ad occuparmi di VAP, però, voglio ringraziare tutti quei lettori che hanno cercato il mio racconto in coda al Giallo Mondadori "Quella casa nella brughiera" e mi hanno fatto sapere cosa ne pensavano. Sono quei momenti che, davvero, danno un senso a questo nostro ostinarci a inseguire le storie! GRAZIE DI CUORE

venerdì 22 gennaio 2016

La colonna sonora del mio romanzo in divenire


Ieri ho finito di ruminare il romanzo. Ho spedito la nuova versione e non mi resta che attendere il parere di chi la leggerà e volevo scrivere qualcosa in proposito.
Ieri sera ho sfidato il gelo per andare a sentire una conferenza sulla spiritualità di De André. Mi è piaciuto molto, anche se mi sono quasi addormentata sulla parte relativa alla mistica, di per sé la più interessante, ma che alle 22.50 ha messo a dura prova il mio letargico cervello. In ogni caso volevo scriverne qualcosa.
Oggi ho letto il nuovo blog di una vecchia amica e il suo invito a indicare una colonna per i libri che si stanno leggendo o scrivendo. L'ho preso come un segno.


 COLONNA SONORA IDEALE DEL ROMANZO CHE STO SCRIVENDO
Se ti tagliassero a pezzetti – Smisurata preghiera (F. De André)

Ci sono due canzoni citate nel romanzo, anche se non lo fossero, ne costituirebbero la colonna sonora ideale, perché esprimono perfettamente quello che intendevo raccontare.
A. Pérez-Reverte alla fine del romanzo La regina del sud scrive che se fosse stato più bravo ne avrebbe fatto una canzone di tre minuti, invece non è riuscito a stare sotto le 600 pagine. Forse è questo che prova il romanziere quando si confronta col poeta o il cantautore. Un'invida infinita per una capacità di sintesi che manca, per il saper cristallizzare sensazioni in note e immagini, quando a noi narratori serve una storia intera.
Ecco, io non ho neppure il rimpianto di non aver condensato la mia storia in una canzone. Quella canzone esiste già.

La copertina del disco
La canzone è apparsa nel 1981 in un disco scritto a quattro mani con Massimo Bubola che di fatto è senza nome, ma che tutti chiamano "L'indiano" per via del quadro che ne costituisce la copertina. 
Si tratta del disco che De André incide dopo l'esperienza del sequestro e in cui uno strano filo sembra unire i popoli nativo americani e la Sardegna. Ogni canzone, sembra oscillare tra le pianure americane e l'entroterra sardo. Ogni canzone è intrisa di una speciale malinconia, quella dovuta a dolori che non si possono cancellare e alla consapevolezza che a volte anche i perdenti e le vittime si trasformano in carnefici. Vi è inoltre una spiritualità animista che pervade tutte le canzoni, una sensazione di divinità immanente che accarezza tutto con dolcezza, anche o sopratutto le tragedie.
Ecco, è sempre difficile per me definire la mia spiritualità. Ma c'è qualcosa, nell'animismo che De André racconta con termini cristiani, che sento molto mio. Più che credere, spero in una divinità sensibile, che piange per le vittime e per i carnefici, che è dentro quanto fuori di noi. 
Se ti tagliassero a pezzetti è la penultima canzone dell'album, sicuramente schiacciata da altri capolavori, come la famosissima Fiume Sand Creek, ma sin dalla prima volta che l'ho ascoltata me ne sono innamorata. Non ci ho pensato davvero quando ho iniziato a elaborare e quindi a scrivere il romanzo, solo sulle ultime pagine mi sono resa conto che di fatto avevo preso questa canzone e ne avevo fatto un romanzo.

Se ti tagliassero a pezzetti
il vento li raccoglierebbe
il regno dei ragni cucirebbe la pelle
e la luna tesserebbe i capelli e il viso
e il polline di un Dio
di un Dio il sorriso 

Ecco qua la prima strofa della canzone, praticamente il riassunto del romanzo.
La mia storia parla di gente fatta a pezzi, raccolta da una protagonista che ha il nome di un vento, che ridà loro storia e volto, verità e giustizia.

Col proseguo della canzone, si intuisce che forse ad essere tagliata a pezzetti non è una persona ma un'idea, la libertà, la fantasia (l'anarchia, in alcune versioni live, tra cui quella che ho linkato). Liberà, fantasia, anche anarchia, a ben vedere, sono vocaboli perfetti, nella mia storia, per descrivere le vittime.
Ho letto, spesso, che nei gialli le vittime non sono importanti. Sono un pretesto. Io non volevo che queste lo fossero, per niente. Se qualcuno ha tagliato a pezzi la libertà, per quanto a volte eccessiva e inopportuna, non può essere una cosa da poco.

signora libertà signorina fantasia
così preziosa come il vino così gratis come la tristezza
con la tua nuvola di dubbi e di bellezza.
Smisurata preghiera è l'ultima canzone dell'ultimo album di De André (per motivi anagrafici il primo che ho ascoltato), Anime Salve scritto con Ivano Fossati e pubblicato nel 1996.
La definizione "testamento spirituale" è spesso abusata, ma in questo caso è davvero difficile pensare altrimenti. Come è stato detto ieri sera alla conferenza, tutta l'opera di De André è a suo modo una preghiera e il primo e l'ultimo disco hanno al loro interno una canzone che lo è dichiaratamente. Preghiera di gennaio e Smisurata preghiera.
Da una certa data in poi, tutti i dischi di De André sono dei concept album. Questo è dedicato alla solitudine, in tutte le sue forme, sempre raccontata con occhio partecipe e non giudicante. Ogni canzone racconta una particolare solitudine o un'anima solitaria, in quanto controcorrente rispetto alla massa. Smisurata preghiera, poi, le racchiude tutte e tutte le affida alla pietà, oltre che di Qualcuno di più alto, del cuore degli altri uomini.
È ispirata alle poesie di Alvaro Mutis e mostra con una forza che, al primo ascolto, quando avevo, credo, diciassette anni, mi colpì come una fucilata, da una parte la "maggioranza", perbenista e superiore. Dall'altra "chi viaggia in direzione ostinata e contraria, con il suo marchio speciale di speciale disperazione". È una di quelle cose, che, incontrate all'età giusta, chiedono una scelta di campo. Non sono e non sarò mai una rivoluzionaria. Mi piace la comodità e trovo anche una giustificazione nell'ordine costituito. Ma nel fondo della mia anima, nel mio modo di guardare il mondo, da che ho ascoltato questa canzone ho deciso che non sarei mai potuta essere "alta sui nufragi" a guardare il mondo "dal belvedere delle torri". Preferisco chi viaggia in direzione ostinata e contraria, sperando anch'io di portare alla morte una goccia di splendore. 
Di servi disobbedienti alle leggi del branco ce ne sono sempre in quello che scrivo.
Sono fuori dal branco i miei protagonisti, una per scelta, per libertà di pensiero, l'altro perché per cause di forza maggiore si è trovato fuori dal branco. Sono disobbedienti alle leggi sicuramente le vittime, ma anche tanti dei personaggi di contorno. Non so se li ho raccontati bene. Di certo li ho raccontati con affetto, cercando di non giudicarli, anche e sopratutto quando non sono perfetti.

Queste due canzoni, più di qualsiasi altra, sono la colonna sonora di ciò che ho scritto. Se ne avete voglia, seguendo i link potete ascoltarle e dirmi cosa ne pensate.
Potete anche raccontarmi qual è la colonna sonora ideale di ciò che state scrivendo. Non necessariamente ciò che ascoltano i vostri protagonisti, ma la colonna sonora che rappresenta concettualmente la vostra opera.
Oppure potete raccontarmi qual è, secondo voi, la colonna sonora di ciò che state leggendo.

venerdì 4 dicembre 2015

Utopiche proposte di sostegno ai giovani autori

Oggi va così.
Ho un po' di febbre, quindi niente uscita alla ricerca dei regali di Natale. Ieri sono stata male in classe e, per fortuna, ero nell'aula più vicina al bagno! Oggi meglio, ho più o meno anche fatto lezione, ma il pomeriggio rintanata in casa non mi fa bene. Il nipotino è via, il marito è rapito dal lavoro. Domani ho il super incontro a Stresa, quindi vietato strafare e fregarsene della febbriciattola. Il risultato è che si finisce per pensare al lavoro incerto e a tanti altri, troppi, "se" che costellano il mio presente.
Quindi adesso, nell'attesa che il marito torni a casa, un po' di utopia!
Qui ci eravamo chiesti se la scrittura stia diventando solo un hobby per ricchi.
Per me no, non dove farlo. Perderemmo tutti, come lettori. 
E allora coraggio, quali proposte concrete possiamo fare per sostenere i giovani autori?
Nota aggiunta al post (5/12/2015): a scanso di equivoci, per giovani autori intendo giovani autori, ragazzi sotto i 30 anni, che, immagino, abbiano ancora più difficoltà di me e dei miei coetanei a districarsi tra lavoro e scrittura

RESIDENZE PER SCRITTORI E VERI E PROPRI FINANZIAMENTI
Qualche tempo fa (forse ancora oggi, ma non ho controllato) la Francia aveva un programma per sostenere i giovani scrittori.
Per accedervi bisogna avere meno di una data età e aver già pubblicato un libro non a pagamento. Si inviava un progetto e se si veniva selezionati si aveva diritto a un finanziamento che poteva avere la forma di una sorta di borsa di studio (per un anno, se non ricordo male, con cifre di poco inferiori ai 1000€ al mese), oppure della possibilità di risiedere gratuitamente in una residenza per scrittori messa a disposizione dalla stato (per sei mesi o un anno), infine c'era anche la possibilità residenza + borsa.
Anni fa ho guardato il bando, ma, dato che il tutto era finalizzato alla scrittura di un romanzo in francese ho rinunciato.
Non mi risulta che ci sia nulla di simile in Italia, anche se esistono resistenze per artisti. Eppure quale giovane autore non sognerebbe di potersi prendere un anno sabbatico retribuito (magari non molto, ma abbastanza per vivere) per scrivere il proprio romanzo?
Certo, rimarrebbe lo scoglio della selezione. Mi sembra che un limite di età + invio romanzo precedente + progetto possono essere dei buoni punti di partenza. 
Servirebbe ovviamente un impegno da parte dello stato a credere che l'investimento nella cultura sia importante.
Senza di quello purtroppo, poco o niente si può fare.

CORSI GRATUITI DI NARRATIVA E/O EDITING IN LICEI E UNIVERSITÀ
Ho detto e scritto più volte di essere molto grata al mio prof di italiano del liceo, uno che ci ha dato un metodo (quello strutturalista) per capire e decodificare i testi letterari. Tuttavia ricordo ancora la sua risposta schifata alle lamentele di una mia compagna per il fatto che si facessero SOLO analisi del testo: "qui si studia letteratura, non si fa scrittura creativa".
Ecco, io credo che scrittura creativa andrebbe fatta, al liceo e ancor più all'università. Al peggio avremmo studenti che sanno scrivere decentemente (e non universitari che vanno in panico all'idea di scrivere 50 pagine di tesina). Al meglio si potrebbero scovare precocemente dei talenti narrativi. In ogni caso si darebbe ai ragazzi la possibilità di toccare con mano le difficoltà della scrittura e anche il suo straordinario fascino.
Ho tenuto in un liceo per due anni corsi simili, con grande soddisfazione reciproca, il problema era come farseli pagare! Ora, a meno di non avere degli scrittori (possibilmente con anche delle buone basi teoriche di didattica della narrazione, perché saper insegnare a scrivere non è uguale a saper scrivere) che si offrano di fare volontariato non ci sono che due strade possibili:
– Usare delle risorse pubbliche per attivare gratuitamente corsi simili 
– Chiedere una sponsorizzazione alle case editrici (e qui andiamo al punto successivo)
In ogni caso serve, di nuovo, l'idea che si debba investire sulla cultura letteraria.

CORSI GRATUITI DI NARRATIVA E/O EDITING CURATI DALLE CASE EDITRICI
Mi rendo conto che è un investimento non da poco, ma deve essere visto, appunto, come un investimento.
Io casa editrice, magari specializzata nel YA (faccio une esempio) mi lamento di essere intasata da manoscritti pessimi? Mando i miei editor o i miei autori migliori a fare dei corsi gratuiti per i liceali degli ultimi anni. Con un po' di fortuna qualche anno dopo (o anche poco dopo, perché parliamo di ragazzi di 18/19 anni, potenzialmente già in grado di scrivere un buon romanzo) uno degli alunni sarà diventato un autore. Conoscendo editor e autori di quell'editore gli verrà naturale inviare il proprio testo proprio a quell'editore. 
Quello delle scuole è ovviamente un esempio che mi viene spontaneo per deformazione professionale. Ogni casa editrice deve capire dov'è il bacino dei suoi possibili autori e andare a investire lì.
Delos da tempo ha creato una rete di siti specializzati per i generi di cui si occupa, dove ha promosso l'interazione tra appassionati. Ha curato corsi di scrittura on-line e dal vivo e forum dove sia davano consigli di scrittura e ci si scambiava pareri sui propri scritti. Ha promosso concorsi letterari di vario tipo. Quando è nata Delos Digital, con la sua massa di pubblicazioni settimanali non credo abbia fatto fatica a trovare gli autori: se li era cresciuti in casa. Non scrivo questo perché pubblico con Delos, ma perché è una realtà che conosco. Spero non sia l'unica. 
Un editore che sa quello che vuole dovrebbe curare la crescita dei propri autori sin da quando sono solo "aspiranti".

AGEVOLAZIONI PER GIOVANI AUTORI
Sei un giovane autore, stai firmando il tuo primo contratto editoriale? Magari l'editore non ti propone un anticipo perché sei un giovane sconosciuto? Ebbene potrebbe però proporti altri benefit quali sconti sull'acquisto di libri, sugli ingressi al cinema, ingressi gratuiti alle fiere dell'editoria per un tot di tempo (un anno?). 
In questo modo il giovane autore è aiutato innanzi tutto economicamente con un sostegno alle sue spese culturali, ma anche incentivato a tenersi in contatto con il mondo della letteratura e a frequentare ambienti potenzialmente arricchenti.
Penso pertanto a qualcosa che non sia limitato solo alla propria realtà editoriale, ma che sia una sorta di "pacchetto di benefit obbligatorio per il primo contratto editoriale".
Ovviamente lo stato deve aiutare in qualche modo gli editori o almeno quegli editori disposti a proporre questo genere di contratto. 
L'editore, d'altro canto, essendo obbligato a un minimo dei esborso oltre al pagamento dei diritti d'autore dovrebbe essere incentivato a promuovere il giovane autore che ha deciso di pubblicare. A me non è mai successo nulla del genere, ma sento troppo spesso di autori che pubblicano con case editrici non a pagamento e che poi non sono per niente seguiti o promossi. Immagino che tali editori pensino che le vendite "fisiologiche" dovute a parenti e amici dell'autore bastino ai loro guadagni. L'obbligo di garantire dei benefit all'autore dovrebbe spingerli a impegnarsi un pochino di più.

"ADOZIONE" DI GIOVANI AUTORI
Negli anni passati sono stati tentati vari esperimenti, e-book che proponevano un testo di un autore affermato + testi di esordienti, presentazioni in tandem, autore affermato + autore esordiente, ma bisognerebbe creare qualcosa di più organico. Un vero programma di "adozione di giovane autore". Un congruo numero di autori affermati "adotta" un giovane autore e per un periodo X (sei mesi almeno) se lo porta sistematicamente dietro in ogni presentazione/programma televisivo/intervista.
Perché parliamoci chiaro, si fa presto a dire che la promozione oggi deve essere diversa, fatta in rete, ma è oggettivo che un passaggio da Fazio vale in termini di vendite cifre che nessuna soluzione fai da te potrebbe mai garantire. Immaginate se ogni autore famoso che va da Fazio si portasse con sé un esordiente sconosciuto...
Ovviamente si deve trattare di autori con una qualche affinità tra loro per genere e sensibilità. Per funzionare deve trattarsi di un'iniziativa vasta, che coinvolga più autori, più gruppi editoriale e possibilmente con un patrocinio statale.

Insomma, per come la vedo io, la parola chiave è investimento sensato (cioè evitando di buttare i soldi a pioggia o in tante iniziative una tantum) e fare rete (stato + editori, editori + editori).
Mi rendo conto che un investimento prevede che qualcuno ci metta dei soldi e che quel qualcuno possano essere solo stato ed editori. Questo rischia di tagliare fuori il mondo del self. Ma penso anche  e sempre più che anche Amazon (per dirne una) sia un editore. Un editore che gioca un po' sporco, accetta tutte le proposte indiscriminatamente, che magari lascia il 70% dei guadagni agli autori (ma che si tiene comunque il 30%), ma pur sempre un editore. E che quel 30% di guadagno su ogni pubblicazione self potrebbe anche reinvestirla in progetti volti a migliorare la qualità delle opere, come questi.

Queste, infine, sono proposte fatte da una che "è vecchia dentro", ha una fantasia limitata ed è a casa con la febbre. Sono sicura che da voi possano nascere idee migliori. Scrivete tutto ciò che vi viene in mente, chissà che qualcuno non passi e non legga!

E RICORDATEVI CHE DOMANI VI ASPETTO TUTTI ALLE 16.00 AL GIGI BAR DI STRESA

lunedì 14 settembre 2015

Piovono Libri – Il giro di vite (e Certosa di Parma)


Prima esperienza al Gruppo di Lettura
Non è meravigliosa l'idea che degli adulti, impegnati con lavoro e famiglia, senza che nessuno li obblighi, si trovino a parlare di libri e decidano di leggere insieme dei classici, magari quei tipici romanzi che non vengono più presi in mano dalle superiori?
Io trovo quest'idea di raro romanticismo. 
Quando delle amiche mi hanno parlato del loro gruppo di lettura, però, avevo anche un po' paura. Non sarà uno di quei ritrovi tristi di persone tristi che vogliono sentirsi intellettuali per dare così un'aura di prestigio a una vita grigia? Certo, le mie amiche non sono né tristi né grigie, ma non si sa mai...
Invece il bello di leggere insieme un classico sta anche nel poterlo dissacrare, poterne parlare male, poterne ironizzare. Per fortuna lo spirito di Piovono Libri è questo. Niente verbosità, tanto cibo, qualche alcolico, e un sacco di risate.
Si inizia con un gioco, divisi in due squadre bisogna essere rapidissimi a ricordarsi cosa indossava quel personaggio, dove andava quell'altro e chi ha detto cosa. Vincere è importante: a fine serata vengono estratti due titoli e il gruppo vincente sceglierà quale dei due sarà la prossima lettura.
Si passa poi a parlare dei libri letti. Se sono stati una sofferenza li si può "gettare giù dalla torre", espressione che trovo molto catartica. Se sono stati interessanti, si può scoprire che gli altri lettori ci hanno visto dentro tutt'altro, rispetto a quello che abbiamo trovato noi. Del resto a questo serve la narrativa, a creare continuamente nuovi significati.
Infine si consiglia o sconsigliano altri libri letti, dai saggi ai comici passando per le saghe famigliari. Nel mentre si chiacchiera, si mangia, si ride in un gioioso informalismo letterario. Alla faccia di chi associa i classici alla noia.

Il giro di vite
Mi sono inserita nel gruppo con la lettura di uno dei due libri dell'estate, Il giro di vite di Henry James.
Le mie impressioni, leggendo, sono state peculiari. All'inizio sono stata colta da un profondo senso di metaletterarietà. Praticamente c'è un circolo letterario (o qualcosa di molto simile) come io immaginavo essere il gruppo di lettura, all'interno del quale vengono narrate delle storie. Uno dei membri propone la lettura di un diario di un'istitutrice che, alla prima esperienza, si è trovata in assai strane circostanze. Da questa cornice si passa quindi al racconto in prima persona dell'istitutrice, sola insieme a una governante e a pochi altri domestici a prendersi cura di due bambini in una tenuta solitaria dove qualcosa di sinistro è probabilmente in atto.
La mia seconda impressione è stata di trovarmi nella versione maschilista di Jane Eyre. Tante erano le caratteristiche in comune, l'istitutrice alla prima esperienza, il padrone assente, la presenza inquietante nella casa, ma se nel romanzo della Bronte Jane è sicuramente un personaggio forte e positivo, qui l'istitutrice è nel migliore dei casi una sprovveduta, nel peggiore una povera pazza.
Andando avanti nella lettura, mi sono resa conto però che il tema principale dell'opera è il non detto. La casa dove la ragazza va a lavorare è oppressa dai misteri. Sono accadute cose innominabili (la morte della precedente istitutrice, l'espulsione da scuola del bambino più grande) che rimangono tali. Per convenzione sociale, per differenza di status tra i diversi personaggi è impensabile fare delle domande dirette, la verità non solo non viene a galla, non viene neppure cercata attivamente, con i risultati che si possono immaginare.
Proprio per il tipo di romanzo e i temi trattati ho apprezzato particolarmente la discussione. Da brava strutturalista io raramente mi curo di biografie e storie degli autori, preferendo, almeno a primo impatto, giudicare un testo solo in quanto tale. I miei compagni di lettura hanno fugato i miei dubbi su un eventuale maschilismo di James. Pare che l'autore fosse definito "la più gentile anziana signora" e "virtuosa signorina" e non avesse alcun odio per il gentil sesso. Partendo da questo c'è chi ha ipotizzato che sentisse particolarmente il peso del pettegolezzo e delle convenzioni sociali inglesi che tanto gravano sulla protagonista del romanzo che sarebbe quindi vittima di una società che preferisce la rispettabilità alla verità. 
Quanto al non detto, ognuno ha riempito i vuoti a modo suo, c'è chi ha sospettato che i bambini fossero vittime di abusi chi, come me, immaginava una svolta sovrannaturale, anche se quasi tutti abbiamo considerato l'istitutrice inaffidabile.
Personalmente ho trovato Il giro di vite un'opera di raro fascino, scritta con molta eleganza. Ne avevo sentito parlare molto poco e probabilmente senza il gruppo di lettura non mi sarebbe mai capitata per le mani.

La certosa di Parma
Solo pochissimi coraggiosi hanno finito La certosa di Parma. Dei tre, uno la scaglierebbe giù dalla torre (in testa ad autore e protagonista), una la salva per il valore storico, la terza ha riso molto leggendola (Elena, ti adoro, lo sai), ma forse non era questa l'intenzione di Stendhal. 
Tra i loro commenti e quelli di chi ha abbandonato la lettura stremato ho capito le seguenti cose:
– Il primo capitolo fa dubitare chiunque di essere capace di leggere. Non si capisce nulla.
– Stendhal ha un'idea tutta sua della geografia italiana o forse, dati i tempi di percorrenza, dota i suoi personaggi di carrozze con motorizzazione al plutonio.
– A trent'anni si è irrimediabilmente vecchi, sopratutto se si è donne.
– Fabrizio Dongo, il protagonista, pare avere affinità con Il Trota, il figlio di Bossi. Escludo sia un complimento.
– La storia pare ispirata a quella della famiglia Farnense.
– Forse Stendhal amava l'Italia e gli italiani, ma pare lo nasconda molto bene, dato che non fa che parlarne male.
– Il libro è dedicato agli Eletti, loro solo ne capiranno il senso. Noi non siamo eletti. Forse leggendolo al contrario si evoca il demonio, o lo spirito di Stendhal, in ogni caso è meglio astenersi.

Il prossimo libro in lettura è La luna e i falò. Io con Pavese ho un rapporto controverso e ne ho paurissima...

Piccolo angolo di autopromozione
Sono finalista al concorso Giallo Laghi, organizzato dalla sempre attivissima Ambretta Sampietro in collaborazione con Giallo Mondadori (che pubblicherà il vincitore).
Alla proclamazione dei finalisti, per motivi personali, ero particolarmente sconvolta, quindi ero pochissimo di compagnia e non ho salutato un tot di persone (che non ho visto, che ho visto e che poi ho perso...) e mi scuso con tutti.
Io invece sono felicissima di essere in finale. Ringrazio enormemente la giuria che in tempi molto brevi ha letto 103 racconti, una quantità immenso!!!
Adesso i finalisti andranno in mano a una seconda giuria che stabilirà i vincitori.
Faccio a tutti un grande in bocca al lupo. 
Qui per tutti i particolari

mercoledì 6 maggio 2015

Incipit


Questi ultimi giorni sono stati fondamentali per la definizione del nuovo progetto narrativo.
Avevo tante cose da lasciarmi alle spalle, le ceneri di un progetto che sembrava aver trovato la casa che ogni autore sogna, la delusione mia e dell'agente che ha seguito la trattativa. La necessità, principalmente psicologica, di un nuovo vero inizio, non la riscrittura di qualcosa che ormai era bruciato. Il fine settimana scorso, con la gita all'esposizione vivaistica e l'escursione con l'associazione con cui collaboro, ha sbloccato qualcosa nel profondo. Da qualche parte, mentre avanzavo sotto le nubi basse, circondata da fiori gentili e meravigliosi come quello che mi propongo in fotografia, qualcosa si è mosso. L'entusiasmo tornava a scorrere, mentre il cast dei personaggi si assentava e finalmente iniziavo a vedere le scene e a sentire le voci dei miei protagonisti.
Sono state prese alcune decisioni fondamentali, l'inserimento di un personaggio all'inizio non preventivato e una collocazione temporale precisa, anche se non credo di esplicitarla con le date: l'alluvione di questo novembre. Non tutto è pronto, ma è stata definita la scaletta dei primi capitoli e, a grandi linee, quella di tutta la storia e, sopratutto, l'atmosfera.
Di colpo avevo urgenza di scrivere. Dei tre personaggi principali, solo con la protagonista ho un rapporto consolidato, ma lei in questa fase di costruzione è cambiata molto. Dei due uomini, uno è stato testato in un racconto e l'altro fino ad ora ha solo avuto un ruolo da comparsa. Il primo punto di vista apparteneva al secondo dei tre che, per altro, vive una situazione ben diversa da quella presentata nel racconto in cui l'avevo usato.
Ieri pomeriggio mi sono rifiutata di sistemare i verbali dei consigli di classe durante la giornata di sciopero e ho scritto.
Non so procedere in un romanzo se non, banalmente, dall'inizio alla fine. Rompere il ghiaccio è sempre difficile, ancora di più se è l'inizio di una storia in cui ho investito moltissimo a livello emotivo, con un personaggio nuovo. 
Io odio scrivere a tentoni. Una frase, rileggere, correggere, un'altra frase, pausa, correzione, riscrittura. La scrittura deve fluire, scorrere con naturalezza. Temevo di procedere a scatti, con l'insicurezza di muovermi senza occhiali in un ambiente nuovo.
Quasi senza staccarmi dal computer ho scritto oltre 5000 battute. Quante di queste rimarranno nella versione finale non ne ho idea. Magari tutto il capitolo verrà stralciato, magari verrà stralciato tutto il punto di vista di questo personaggio. Quasi sicuramente verrà preceduto da un prologo che definirò più tardi. Non lo so. So che ho scritto, che R. mi ha fatto spazio nella sua testa e, benché non sia un posto molto allegro, non mi sono trovata affatto male.
Per festeggiare un momento che ho temuto davvero non sarebbe mai arrivato, vi regalo questa versione assolutamente non definitiva del primo paragrafo. Ho solo stralciato il nome del personaggio e dei luoghi

      "I suoni sono onde, atomi che si rincorrono, oscillando, attraverso l’aria. Il suono è movimento.
Osservare un paesaggio senza suoni era osservare un mondo cristallizzato, senza vita. Un poster o una cartolina che qualche burlone, nottetempo, aveva appiccicato alla finestra della camera di R.. Eppure, oltre i vetri, l’uomo vedeva i rami dell’acero del suo piccolo giardino muoversi, scossi dal vento. Seguì le evoluzioni di due foglie, strappate dall’aria violenta di novembre, salire verso il cielo e rincorrersi l’un l’altra come d’estate fanno a volte le farfalle, in quelle che agli uomini sembrano danze e sono in realtà battaglie. Poi le foglie scesero repentine, per finire quasi contro il parabrezza di un’auto che passava senza suono alcuno sulla strada davanti alla casa. Risalirono ancora e poi di nuovo scesero, verso il centro del paese di M., al di sotto della casa di R., aggrappata alle pendici del M.. Più sotto ancora stava il piccolo lago, dove le nubi in corsa di quella mattina ventosa si riflettevano per un istante prima di fuggire verso la pianura. R. immaginò che le due foglie avrebbero finito per posarsi da qualche parte sull’acqua, generando minute increspature, per poi inzupparsi e affondare piano. Sarebbero sparite senza rumore verso le insospettabili profondità che si nascondevano al di sotto della superficie. Là dove il silenzio regnava da sempre e per sempre avrebbe regnato."

giovedì 11 settembre 2014

PAScolando


Ecco, ho come l'impressione che da quest'avventura del PAS ne uscirà una storia surreale. Tanto vale raccontarla.

Piccola premessa necessaria
Ma come si diventa prof? Di quelli veri, di ruolo?
Ah, bella domanda!
C'era una volta la SISS, scuola biennale abilitante, che dava accesso alle così dette "graduatorie ad esaurimento (nervoso)" da cui ogni anno alcuni fortunati venivano prelevati e innalzati al rango di professori di ruolo. Ma la SISS è stata chiusa nel 2008 perché "c'è già un sacco di gente in graduatoria ci vorranno anni a smaltirli (come i rifiuti?)". Sta di fatto che per alcune classi di concorso, come Matematica e Scienze alle medie, nella mia provincia quelli delle graduatorie ad esaurimento sono estinti, come i dodo. Altre graduatorie invece sono tutt'ora sovraffollate come la terza classe del Titanic.
Poi c'è il Concorso Ordinario, che viene indetto con regolarità italiana, cioè quando capita, con norme che paiono essere state estratte a caso da una tabella di regole improbabili da gioco di ruolo. L'ultimo, ad esempio, lo si poteva tentare solo se ci si era laureati entro l'anno accademico 2002/2003. Indovinate un po' in che anno mi sono laureata io? 2003/2004! bravissimi.

Adesso come adesso ci sono due percorsi abilitanti attivi.
Il TFA (Tirocinio Formativo Attivo), per i neo laureati e il PAS (Percorso Abilitante Speciale) per noi del limbo, che non abbiamo potuto accedere alla SISS, ma che per delle strane congiunture astrali abbiamo pur sempre lavorato nella scuola per anni. 
Non è ben chiaro quale sarà il nostro destino, è possibile che il prossimo concorso preveda tra i requisiti l'aver conseguito uno dei due titoli (ma anche no, dipende che norma viene estratta) o che una qualche futura riforma ci tenga in qualche modo in considerazione.
Al peggio, contribuiamo a risanare il debito pubblico (oltre 2000€ di tasse universitarie) e facciamo girare l'economia grazie ai viaggi e alle inevitabili spese.

E quindi si parte?
Così parrebbe. 
La procedura d'iscrizione non ha dato particolari problemi, fatto salvo che si faceva a pezzi, ogni pezzo poteva essere fatto dal tal al tal giorno, ad esempio a cavallo di ferragosto.
Tutto doveva essere fatto on-line e solo on-line, perché siamo la scuola del futuro.
Però poi scarico il PDF finale e c'è scritto "da riconsegnare firmato, con allegato bollettino di pagamento e fotocopia di documenti d'identità". Tramite scansione?
Ma no, è tutto on-line, salvo la riconsegna del documento, da farsi a Torino in concomitanza con l'inizio delle lezioni, dalle 9 alle 11, che una bella gita nel capoluogo, come si diceva, fa girare l'economia.
Adesso però ho il mio numero di matricola e lunedì comincio a seguire i corsi, a Vercelli. 
Ora, al di là di tutto il mio sarcasmo, dei corsi di didattica male certo non possono farmi, perché, pur con tutta la mia cultura, nessuno mi ha mai insegnato come insegnare. Non ho neppure mai studiato pedagogia o psicologia e quando mi arriva in classe un alunno straniero che parla un'altra lingua e scrive in un altro alfabeto io non so da che parte girarmi.
Mi sovviene però un dubbio. Io sono iscritta per la sola classe di concorso A043, Lettere alle scuole medie. Ora, il programma di storia delle medie parte dalla caduta dell'impero romano. Perché, quindi, una delle prime materie si chiama "Didattica della storia antica?"

E intanto le scuole, quelle frequentate dai ragazzi?
Non si capisce. Cioè, l'anno scolastico sta iniziando, ci sono alcune cattedre scoperte, ma ancora non si capisce quando, dove e a chi saranno assegnate... 

Rimane quindi la scrittura a regalare un poco di autostima.
Tra l'altro ritrovo il bravo Luca Romanello, terzo a Giallo Stresa.
Il racconto selezionato è Certe Mattine che è in assoluto il più triste che io abbia mai scritto.
Forse perché si parla anche di scuola?

mercoledì 20 agosto 2014

Proseguire il cammino - appuntamenti e appunti


APPUNTAMENTI


Sabato 30 agosto - ore 17 (circa)
OMEGNA - Zattera
Premiazione GIALLOSTRESA 2014
e presentazione romanzi degli autori finalisti
(tra cui LA ROCCIA NEL CUORE)

Sabato 20 settembre - ore 21
VERCELLI - Libreria Mondadori
VERCELLI IN BIONDA
20 autori presentano in 5 minuti la loro opera.
Si beve birra a volontà e si vota l'autore preferito.
Una formula simpaticissima a cui sono felice di partecipare con LA ROCCIA NEL CUORE


APPUNTI
Archiviate le vacanze, il clima ottobrino aiuta a pensare all'autunno. 
Autunno ancora piuttosto vago nella sua definizione. La giostra delle cattedre non è ancora incominciata, solo voci più o meno spaventose sulle graduatorie strapiene di insegnanti precari. Mi sono preiscritta al mitico/famigerato/temuto/atteso corso abilitante. Di cui per ora so che: a) mi costerà circa 2500 € di tasse b) mi costerà circa 100 € a settimana di sola autostrada c) due ore della mia vita se ne andranno per i soli spostamenti, l'auto è il solo mezzo praticabile e quindi niente lettura/studio da viaggio. In compenso quello che non so è: a) quando inizierà b) come saranno gli orari c) se e in che modo sarà compatibile con l'insegnamento.
Come sempre, l'incertezza è la misura della mia vita professionale, una dimensione nebbiosa che non si adatta un gran che bene alla mia forma mentale di pianificatrice.
L'incertezza letteraria è quasi più confortevole.
Ormai le operazioni per l'uscita di fine ottobre sono iniziate in grande stile. Ci sono ancora, per me, molte dolci incertezze.
La mia cartella relativa al romanzo è un gran caos di appunti, riscritture, file anche di poche righe di aggiunte o di tagli. Mi sono resa conto con una certa sorpresa che non ho un file decente con tutto il romanzo nella sua forma definitiva e quindi per una rilettura (si tratta di un testo finito un anno fa) devo aspettare, come tutti, di averlo in mano. Non so come sarà la copertina o, meglio, ho un'idea chiara della linea grafica della collana, e mi piace molto, ma non so come sia la mia. Ho persino un dubbio su una parola inserita nel titolo, perché onestamente non ricordo quale fosse la versione definitiva (dovrei controllare sul contratto), si tratta di sinonimi, per cui non ha molta importanza. Non vedo l'ora che esca il comunicato ufficiale per poterne parlare più nel dettaglio, perché si tratta di un figlioletto speciale. Tutti i romanzi lo sono, specie per un autore agli inizi, ma questo lo è di più e non solo per me. 
Il romanzo in scrittura procede, ormai sono al capitolo 32, non ne vedo ancora la fine, ma inizio a fiutarla. Forse è la concomitanza con i preparativi dell'uscita dell'altro, ma ne vedo sempre più le analogie. Ambientazione, trama e personaggi non hanno nulla a che vedere l'uno con l'altro, eppure la molla che mi ha portato a scriverli non è diversa. Alla base c'è per entrambi una storia dimenticata che in qualche modo mi è caduta in mano. Un romanzo è l'unico modo possibile, per me, per ridare memoria e merito a queste vicende dolorose e lontane. Per questo, le preoccupazioni per il "dopo" per questo romanzo in scrittura sono particolarmente pesanti. Non pubblicarlo non sarebbe solo un fatto personale, sarebbe, in qualche modo, essere venuta meno ad un impegno. Da qui lo sforzo per terminarlo entro una data stabilita, nella speranza che il mostrarsi affidabili abbia un suo peso.
Alla fine, come sempre, si può fare solo del proprio meglio. 

PS: nei prossimi giorni sarò di nuovo via, anche per cercare di terminare il romanzo lontano da ogni distrazione. Dovrei avere internet, ma il condizionale è d'obbligo e l'aggiornamento del blog non è garantito.

martedì 24 giugno 2014

Ripartire

Eccoci di nuovo qua dopo un nuovo "rifiuto di qualità superiore".
Questa volta il risveglio è stato un po' brusco, proporzionale alla bellezza e alla durata del sogno.
Si sa, fa meno male perdersi nel mucchio che fermarsi proprio davanti all'ultima porta. E questa volta di porte se ne erano aperte parecchie, con tanto di visita alla casa editrice e colloquio con un'editor che sembrava conoscere il mio romanzo meglio di me. 
Si deve invece ripartire da capo, un momento in cui la malinconia non è evitabile. Mi trovo a quasi trentacinque anni senza un lavoro stabile, un bellissimo anno scolastico proprio agli sgoccioli e nessuna certezza lavorativa per il futuro, un romanzo edito che da molte soddisfazioni, un altro in arrivo (speriamo che non ci siano intoppi dell'ultimo minuto...) ma due inediti che continuano a ricevere tanti complimenti, ma non trovano una casa.
La strada percorsa, anche solo dall'apertura di questo blog è comunque tanta, così come sono tante le persone che mi hanno incoraggiato e sostenuto. E quindi, a parte inevitabile momento d'incertezza (ha senso che finisca il romanzo che ho iniziato per poi trovarmi magari con tre inediti che non riesco a pubblicare?), si va avanti. 

Mi tengo stretta le mie storie che, a quanto pare, hanno solo il problema di essere, appunto, mie storie. Sono di genere, ma anche no, hanno un tono, ma anche un altro, piacciono proprio per questo, ma proprio per questo non c'è modo di sapere come reagirebbe il mercato.
Mi tengo la paura che questo anno scolastico (da prof mi viene più spontaneo ragionare così che non per anno solare) rimanga quello del "poteva essere e non è stato", un assaggio di un modo diverso di intendere l'insegnamento, con le mille sperimentazioni della Scuola col Pontile, un assaggio di quello che avrebbe potuto essere a livello editoriale. 
Mi tengo la consapevolezza di essere qui, sulla soglia, con dei lavori di cui poter essere fiera.

Torno alla storia che sto scrivendo. Alla fine, nonostante il momento d'incertezza, non posso smettere di scrivere, come non posso smettere di respirare. Mi è stata data in sorte una mente che continua a intessere storie, storie che, se provo a ignorarle, vengono a bussare con prepotenza sempre maggiore.
Si riparte, con tutta la fatica del caso, verso una vetta che è nascosta dalla nebbia.
Questo non vuol dire che non esista.
L'unica certezza, in fin dei conti, è che chi si è fermato non l'ha mai raggiunta.

lunedì 16 giugno 2014

In finale a Giallo Stresa 2014


Ho un rapporto di profonda stima e gratitudine con i concorsi letterari di Giallo Mondadori e in particolare con Giallo Stresa. È quindi con gioia che ieri pomeriggio pomeriggio all'interno della manifestazione Stresa, un aperitivo con... ho scoperto di essere in finale per questa edizione 2014 e che quindi il mio racconto potrebbe essere pubblicato su Giallo Mondadori.
Ho un rapporto particolare, dicevo, con questo concorso che è ormai alla terza edizione (anche se l'anno scorso si era temporaneamente staccato da Giallo Mondadori) per molti motivi.
Un po' per la location. Tra i concorsi di GialloMondadori a cui ho partecipato è quello che può vantare una delle cornici più belle. Anche ieri ho scoperto un'angolo della città che non conoscevo, la Palazzina Liberty, un piccolo gioiello che si concedeva al pubblico.
Un po' perché è stato uno dei concorsi del magico autunno 2012, questo, il premio MENSA (sempre GialloMondadori) e il premio Rill mi hanno scelto per la pubblicazione quasi in contemporanea, facendomi d'un balzo uscire dal mio stato di aspirazione pura, per aprirmi a un mondo (editoriale) più vasto.
Molto dell'affetto che ho per questo concorso è legato agli incontri e alle persone. Perfetta padrona di casa è Ambretta Sampietro, organizzatrice eccellente e sempre disposta a spendere una parola di incoraggiamento e di sostegno per gli autori in cui crede.
Sempre sul versante organizzativo, ho conosciuto grazie a questo concorso Luigi Pachì, direttore della Sherlock Magazine, che ha dato voce alla sherlockiana che è in me e Barbara Bottazzi (riconoscibile in foto per il bel taglio corto) che mercoledì ospiterà me e LA ROCCIA NEL CUORE presso l'associane Gli amanti dei libri.
E poi ci sono stati gli autori. La particolarità delle scorse edizioni è stata l'antologia. Due volumi (Delitti d'acqua dolce, Lampi di stampa, e il più recente Giallo Lago edito da Eclissi, bellissima casa editrice) a cui hanno partecipato grandi penne, ma anche autori come me alle prime esperienze, con tanta voglia di fare gruppo. Se mi metto a nominarli tutti sicuramente ne dimentico qualcuno, però, ad esempio Sergio Cova ogni tanto bazzica da queste parti (il link al suo blog è a lato) e sono stata felicissima di essere stata chiamata proprio dopo Rossana (la vedere in foto con i suoi splendidi ricci), compagna d'avventura sin dalla prima antologia.
Infine è stato davvero bello ascoltare e incontrare ancora una volta Franco Forte. Il direttore di Giallo Mondadori è uno di quei rari autori affermati che ricorda cosa significa essere esordiente e ha sempre una parola gentile per noi che "infestiamo" la sua scrivania in occasione dei concorsi. Inoltre è un uomo dalla cultura immensa. Ieri mi ha stregato parlando di Gengis Khan e delle sue tecniche di assedio (bruttissima storia per i gatti) e appena arriveranno le vacanze (arriveranno?) divorerò il suo libro.
Buon ultimo, due parole sul racconto.
Come mi disse a suo tempo la sempre preziosa Alessandra, in questi concorsi è importante arrivare in finale (e arrivarci spesso). Per me sono diventati dei test per capire se personaggi/ambientazioni/situazioni funzionano oppure no. Direi quindi che è stato promosso Jo Museni, rifugiato ugandese con una laurea in botanica, un lavoro da cameriere e il vizio della ricerca della verità.
Jo in passato se l'è vista davvero brutta, ha perso qualcuno di importante e questo gli ha lasciato un tocco di cinismo e disillusione, anche se in fondo il suo eroe rimane Corto Maltese e come lui rimane "un gentiluomo di fortuna".
Spero proprio che in un futuro non troppo remoto possiate leggere di lui!

lunedì 26 maggio 2014

Le prime righe di una storia


Ieri sera, finalmente, ho scritto le prime righe di "Una storia piena di streghe".
È sempre un momento strano, di bilanci, propositi, speranze e paure.
Ho sempre paura di iniziare una nuova storia. E se poi non riesco a finirla? E se poi fa schifo? Se mi porterà via un sacco di tempo e poi non uscirà mai dal mio computer? E se non sono più capace di scrivere? 
Sono circa venti giorni che non scrivo. In parte perché mi sono ammalata, in parte perché ho lavorato sulla trama, la sinossi e i personaggi. Venti giorni sono sufficienti per farmi venire il panico da "non mi vengono più le parole". Che poi è sempre così, ogni volta. Arrivo a un punto in cui prendo un bel respiro e mi dico "va be' inizio come viene, giusto per rompere il ghiaccio. Tanto poi l'inizio lo rifaccio." Statisticamente l'inizio, che sia di racconti o di altro, è poi la parte che modifico meno.
Mi sono resa conto, non senza stupore, che questo è il quarto romanzo che inizio su questo computer.
Niente strani programmi di gestione, per me. Uso il mac e quindi mi basta il fedele Pages, che è l'equivalente di word. Fedele perché in quattro romanzi non si è mai impallato o chiuso inaspettatamente. Neppure una volta. 
Creo una cartella, scelgo una sigla e poi si comincia, un file per capitolo. Così è nato, ieri, 3PM01, il primo file/capitolo di "Una storia piena di streghe".
I suoi fratelli stanno abbastanza bene. Il più vecchio (sigla CD) sono sempre più convinta che non vedrà mai la luce, ma è anche grazie al suo piazzamento al Tedeschi, l'anno scorso, che gli altri possono esistere. SH è quello che vedrà la luce a ottobre (e in questo caso capire per cosa stia la sigla non è difficile). 
"Una storia piena di struzzi" è invece il fratello maggiore di "una storia piena di streghe" e il loro destino è strettamente legato. Forse, non saprò nulla delle possibilità di "Una storia piena di struzzi" prima di aver completato questo. Perché questi sono i tempi dell'editoria. Si scrive di corsa e poi si aspetta. Si revisiona di corsa. E poi si aspetta.
Adesso si corre. 
Le ansie spariscono con le prime righe. 
Perché è bellissimo iniziare un romanzo nuovo. Sono come i primi momenti di una corsa. Dopo un attimo di caos iniziale, sembra di avanzare senza alcuna fatica. I crampi, la stanchezza e i cali di zucchero arriveranno. Si sa che arriveranno, ma percorrendo i primi metri non ci si pensa. All'inizio la corsa è solo gioia. Esattamente come la scrittura.
E quindi si parte. C'è qualcuno che scende lungo una scala umida, con una torcia in mano. È il mio personaggio che scende, ma lo faccio anch'io, mentre mi inoltro nell'oscurità della narrazione.

lunedì 5 maggio 2014

Verso nuovi progetti



Il primo di maggio è partito ufficialmente il progetto "una storia piena di streghe", con la stesura della sinossi. Entro il fine settimana, consigli di classe permettendo, dovrei scriverne le prime righe.
È un momento strano, quello dell'inizio di un progetto, pieno di entusiasmo misto a timore. C'è una storia che mi piace, personaggi che voglio incontrare o ritrovare, il desiderio forte di mettersi alla prova. E poi le domande-tarlo. Sarò in grado di scriverlo? Uscirà una schifezza? Troverà mai una casa?
Troverà mai una casa? è, in questo momento, la domanda principe, non solo per la storia piena di streghe.
In questo momento ho ripreso a fare presentazioni de LA ROCCIA NEL CUORE e la domanda che salta sempre fuori è se scriverò altro, se avrà un seguito, domande sempre poste col verbo al futuro. 
La verità è che LA ROCCIA NEL CUORE è stato seguito già da tre romanzi completi, il thriller storico, l'apocrifo sherlockiano e "una storia piena di struzzi".
I tempi dell'editoria hanno poco a che fare con i tempi di lettura e sono pieni di incertezza.
Si invia un romanzo che, nel migliore dei casi, viene valutato mesi dopo. Sempre nel migliore dei casi viene edito mesi e mesi dopo la valutazione. Nel migliore dei casi passa un anno.
L'apocrifo sherlockiano è forse un esempio del migliore dei casi. Terminato ad agosto 2013, il libreria se va tutto bene a ottobre 2014, come il suo protagonista, è un ragazzo che ha bruciato le tappe.
Tutto il resto è più indeciso e più vago.
Tra un paio di settimane, se va tutto bene, andrò a un incontro per decidere il futuro di "una storia piena di struzzi" e, di riflesso, al suo seguito "una storia piena di streghe". Inutile dire che la parola chiava per descrivere il mio stato d'animo è ansia. Da un lato c'è l'enorme privilegio di parlare di un progetto in nascendo e il desiderio forte di sognare. Dall'altro la paura di ripiombare nella nebbia e ricominciare tutto da capo. Invio, attesa, contatto, attesa.
Obbiettivi prendibili è la definizione chiave, in questo caso, cioè porsi degli obbiettivi che possano essere realizzati. È inutile sognare di diventare la nuova Camilleri o cose simili che non sono alla portata del mio talento. Il problema è che non so quali siano per me gli obbiettivi prendibili.
I miei libri in libreria, in una libreria qualsiasi, alla portata del lettore qualsiasi, credo.
Storie scritte bene, a cui potersi appassionare, con personaggi che rimangano dentro. Storie che lascino nel lettore il desiderio di averne ancora e ancora.
Per il primo, c'è poco che io possa operativamente fare, la realizzazione del secondo, invece, è tutta in mano mia. Non mi resta che mettermi a scrivere.
E chiedere a voi quali sono i vostri "obbiettivi prendibili" per i progetti di scrittura (e non solo). 

mercoledì 26 marzo 2014

A che punto è la nebbia?


Questo blog è – anche – il diario di una scribacchina, che una volta era un'aspirante scrittrice e adesso è ... Esordiente? ... Emergente? ... Aspirante a una più alta Aspirazione? 
Di certo mi sento una che naviga a vista in questo mare nebbioso in cui ho scelto di inoltrarmi. Con consapevole incoscienza ho preso la via dell'editoria tradizionale, perché sono insicura e vecchia dentro e, sopratutto, perché ho bisogno di un editor che soccorra la mia dislessia e ho il talento grafico di un cieco a cui abbiamo amputato le mani.

Di certo c'è che scrivo tanto, forse troppo. Non so stare senza scrivere e (in contemporanea) pensare a nuove storie e quindi i progetti si affastellano, uno sopra a l'altro col rischio paradossale di non completarne nessuno o di doverne gestire troppi tutti insieme.
Se dovessi prendere bussola e sestante e tentare non dico di tracciare una rotta, ma almeno di scoprire a che punto io stia nella nebbia, cosa salterebbe fuori?

La roccia nel cuore
Sta bene, è, in effetti, la mia roccia. Ha un anno dall'uscita ho dati parziali sulle vendite ma alcune certezze. Almeno in alcune librerie ha venduto parecchio, andando ben oltre il giro di amici/parenti su cui ogni esordiente all'inizio conta. Ci sono librerie in cui da un anno è tra i "consigliati", in bella vista, in un punto di passaggio. In una di queste ho ringraziato la libraia che mi ha risposto che non è stato fatto per fare un piacere, ma perché il libro è continuamente richiesto.
Si tratta ovviamente di un successo puramente locale. Altrove in Italia il libro è ordinabile, ma ovviamente non esposto e chi non sa già della sua esistenza è difficile che lo possa scoprire.
Le vendite in sé, poi mi interessano poco. Di certo non diventerà ricca. 
Ma è piaciuto e questo per me è importante.

Apocrifo sherlockiano
Mi è stato detto che fino a che un libro non è in stampa tutto può andare storto e quindi rimango col fiato sospeso. A contratto firmato e arrivati al secondo o terzo passaggio di editing, credo, però, che l'editore ci tenga almeno quanto me a vederlo in libreria. Attendiamo ottobre, con le dita incrociate.

Thriller storico
Continua a essere il mio figlioletto zoppo e quindi, per certi versi, più amato. Talmente eccentrico nel contesto di ciò che scrivo abitualmente che un'eventuale pubblicazione mi causerebbe anche qualche problema, dato che si rivolge, probabilmente e inconsciamente, oltre che incoscientemente (evviva l'avverbio in -mente!) a un pubblico diverso. Eppure non possa fare a meno di sperare... Ha superato la prima lettura in una casa editrice che mi piace un sacco a cui avevo già "fatto il filo" in passato, che ha, però, una editor bravissima, ma che è il terrore degli scrittori (di certo il mio). Sono già stata a questo punto della nebbia, ma non so se questa volta mi attenda un porto o ancora scogli.

Una storia piena di struzzi
L'ho finito nelle vacanze di Natale e ho fatto il contrario di ciò che tutti consigliano e sono andata contro ogni basilare regola di buon senso. Ovvero l'ho inviato a un'agente (previ contatti pregressi) così com'era con una richiesta di grazia per i refusi. Invito chiunque sia alla lettura a non imitarmi. L'incoscienza, del resto, si nasconde nei recessi del mio animo di timida. L'incoscienza a volte serve, perché è rimbalzato subito sulle scrivanie degli editori. Qualcuno ha detto no, qualcuno ha detto ni, qualcuno l'ha spedito a seconda o terza lettura. Spero e incrocio le dita. Le secche sono in agguato, ma spero tanto di trovare una rotta.

Una storia piena di streghe
Questa è nuova, così nuova che non è neanche pensata è "in pensando". Sono quattro pagine di appunti e 400 anni di stregoneria, per ora. È un personaggio che ha il nome di un vento. Sono suggestioni e scorci di trama e tuttavia è ufficialmente nato come progetto. Così embrionale che è ancora prematuro anche impugnare il sestante per capirne la posizione.

E poi scrivo per scrivere. Senza alcuna ansia di pubblicazione ho ripreso in mano la mia ambientazione fantasy. Appena ho scartato anche l'ipotesi di metterla su internet sotto pseudonimo, sono venute le idee. E, incredibile, ho trovato tanto più divertente scriverle quanto più ero consapevole che sarebbero rimaste nel mio computer. Ho deciso che non devo mai più dimenticarmi di scrivere solo per divertimento, concedendomi qualche trama bislacca, qualche conflitto insoluto, qualche personaggio non presentato al meglio. E che importa se non arriveranno mai a una qualsiasi pubblicazione. Le parole e i gesti dei miei personaggi fluiranno in altre storie, cambieranno nomi e contesti, ma di certo non mi abbandoneranno. Né mai penserò a loro come inutili.

E voi a che punto siete della nebbia?