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lunedì 17 gennaio 2022

A volte ritornano – Un altro giro di DAD


 

La fine delle vacanze di Natale ha riacceso i riflettori sulle scuole.

Il primo effetto è che tutti si sono sentiti in dovere di dire la loro, sopratutto quelli che a scuola non ci vanno da ere geologiche. Così si è sentito tutto un valzer di ipotesi. Centri commerciali aperti per saldi, ma scuole chiuse. DAD per tutti, che fa bene. DAD per nessuno perché fa danni. Niente DAD, recupero a giugno, magari anche a luglio o ad agosto, quando ci si rende conto che quasi tutti i docenti a giugno fanno esami. E comunque i prof sono quasi tutti attaccati al loro stipendio (come ha risposto un docente, il nostro però è un amore platonico, vista l'entità dello stesso), non hanno voglia di lavorare, se la DAD non funziona è perché non si sono aggiornati e via così.

Premesso che ciò che penso della DAD in qualsiasi sua forma, alternata, integrata, carpiata e (sempre) arrangiata, è riassumibile in "tutto il male possibile" alla fine ciò che è stato partorito un regolamento di rara complicazione. Sei contatto? Sì, ma quanto sei contatto? Sei vaccinato? Sì, ma quanto sei vaccinato? Sei bambino? Sì, ma quanto sei bambino? Sei positivo? Sì, ma in quanti siete positivi in classe? Il tutto va frullato in arcani calcoli, invocazioni a divinità del grande oltre e il risultato è il destino della classe e quello del singolo, dato che le quarantene sono diventate di una durata assai variabile. Questo è in teoria.

La pratica?

Ogni mattino arriva, in un'orario variabile da mentre stai andando a scuola a dopo due ore che sei in classe, l'aggiornamento ufficiale. Pallino, Caio e Sempronia seguono da casa, Pallino ha il papà positivo, Caio il compagno di calcio, Sempronia non si sa. Ma a questo punto il tam tam mi ha già detto che Sempronia ha fatto un rapido casalingo che è risultato positivo e attende quello ufficiale. Ovviamente privacy alla mano nessuno dovrebbe sapere niente, ma Sempronia a scritto a Tizia, che lo ha detto a Cosina, che l'ha rivelato al compagno che a questo punto lo sa tutta la scuola. La privacy è la prima vittima di Omicron.

A questo punto iniziamo a preparare il collegamento per Pallino, Caio e Sempronia con annessa invocazione al Grande Oltre perché tutto funzioni. Intanto il gruppo a scuola... Non ho idea di cosa faccia il gruppo a scuola perché io sto invocando potenze infere per far apparire i tre Distanziati sulla Lim della classe. Il Fato mi ha dotato di ragazzi giudiziosi e comunque non ho alternative.

Il collegamento si attiva. Inizia l'abituale seduta spiritica. Pallino mi senti? Bzzz... Bzz... Caio mi vedi? Sempronia... Qui arriva la parte più surreale. Quella in cui almeno uno dei Distanziati del giorno non sta bene ma "mi connetto lo stesso, prof, che almeno è compagnia". Questo dà un senso a tutto. Cerchiamo di essere per i Distanziati una tacca più interessanti del soffitto della stanza in cui sono in isolamento. Sento che è una lotta dura. C'è sicuramente una crepa sul quel soffitto che a tratti è più interessante della mia voce, ma mi impegno per sconfiggerla. 

Inizia quindi la lezione mista. Quella in cui devi passare tra i banchi a controllare i presenti e in contemporanea scrivere ai Distanziati e in contemporanea controllare il volume perché tutti sentano tutti. Ah, il volume. Ovviamente indosso la mascherina FFP2 carpiata e rinforzata che non lascia passare niente, sopratutto la voce. Quindi sono microfono munita. Quel tipo di microfoni che a me fanno molto "Non è la RAI" dei tempi d'oro. Che però fa interferenza con il microfono del computer collegato alla LIM. Quindi c'è un punto preciso in cui tutti sentono. Appena più lontano dal computer e i Distanziati sono persi. Appena più vicini e partono dei fischi inenarrabili che potrebbero in effetti essere le lamentele degli antichi del Grande Oltre, giustamente disturbati da tutte le mie irripetibili imprecazioni.

E poi, quando la lezione è in qualche modo partita, arriva il momento più temuto. Oltre a Pallino, Caio e Sempronia ci sono altri 2/3 assenti di cui ci sono notizie vaghe e non verificabili. Ciccio si è fatto male. Tizia mi ha detto, ma non mi ricordo se faceva il vaccino o il tampone, una cosa così. Una cosa così. Peccato che entri la segretaria ad avvisare che un membro della classe è risultato positivo. La privacy è già morta, tanto è evidente che Tizia ha fatto il tampone e non il vaccino, visto che Ciccio nel frattempo ha scritto sulla piattaforma il perché e il percome della sua assenza e lo stato di salute della sua famiglia fino al cugino di quinto grado.

Però Tizia è positiva ed è stata in classe nelle 48 ore precedenti. Il ripetente, l'unico di tutta la classe che non è sempre stato più che ligio sull'uso della mascherina sbianca. "Secondo lei qualcuno morirà?". Acc... Cerco le parole per rassicurarlo. Non faccio a tempo a chiedermi se ho raggiunto lo scopo, che ha un'altra domanda. "Ma per la merenda che facciamo?". Forse temeva la morte per inedia. In effetti è una bella domanda. Mandiamo la segretari a chiedere, perché l'unica certezza è che ora tutta la classe deve indossare la FFP2. Chi non l'ha con sé chiede se deve andare a casa. Il fatto che più tardi ci sia verifica è solo una curiosa coincidenza. Qualcun altro mi chiede se i genitori hanno fatto bene a non vaccinarlo. 

A questo punto l'ora sta per finire e un'anima bella mi domanda se c'è una proroga alla scadenza al lavoro di gruppo che nel mentre avrebbero dovuto svolgere. Quindi, mentre le fanciulle si lamentano della minore bellezza delle loro FFP2 rispetto alle chirurgiche arcobaleno che sfoggiavano prima, inizio a ricapitolare. Il gruppo uno è tutto presente. Il gruppo due condivide con Pallino e Caio, che tanto sono autonomi nel lavorare da casa su file condiviso. Sempronia e Ciccio sarebbero autonomi, ma una ha la febbre, l'altro è infortunato. Tizia sappiamo che è positiva, ma non abbiamo idea di come stia. "Prof, ma questo non può essere l'ultimo voto del quadrimestre". No, non può essere, è evidente. "Brzz... Brzz... Ma mica interrg..Zggart...ftang...". No, è evidente, se no evochiamo il grande Chtulu. Scappo prima di rivelare l'unica soluzione possibile: farsi bastare i voti già presenti con un arrotondamento a favore di studente. E comunque ho la mascherina sempre indosso da 5 ore, ho sete, fame ed è decisamente il momento di andare a fare un tampone.

In tutta onestà, dopo questa bella giornatina ritengo che fosse meglio la DAD per tutti? No. Comunque no. Perché almeno c'è la speranza del ritorno in classe, perché ormai ho perso il conto degli alunni con problemi ansiosi. Perché è assurdo che i centri commerciali siano aperti per i saldi e che le scuole siano chiuse. Perché il confronto diretto, la condivisione delle paure, la richiesta estemporanea di informazioni e rassicurazioni sono molto più facili in presenza e valgono più delle nozioni. Però è pur vero che ho classi di una correttezza esemplare, ancora poche assenze tra i colleghi e quindi non mi sento di dire che la mia posizione sia l'unica giusta.

E poi magari domani riesco davvero ad evocare un Grande Antico.

PS:per quanto tutto ciò nella sua globalità sia reale, ogni riferimento a persone precise è fittizio.

PPS: se qualcuno vuole una storia altrettanto fantasy, ma diversa, c'è il nuovo capitolo de L'assedio degli angeli


martedì 15 giugno 2021

L’anno che ci ha fatto capire cos’è la scuola


 

Quest’anno scolastico non è finito. Si è afflosciato. Svuotato lentamente. Adagiato.

Si è addormentato lentamente, come fanno i bambini, quando continuano a sbadigliare, ma protestano di non avere sonno. 

Gli ultimi sono stati giorni strani. Gli scrutini sono stati fatti con un anticipo mai visto. E quindi ci siano trovati ad andare a scuola con i programmi chiusi, le medie fatte, persino il conto delle assenze già cristallizzato.

Si è creato uno strano clima di autogestione, con le classi che stavano per lo più all’aperto, passeggiate al posto delle lezioni, cineforum su proposta dei ragazzi, ma sembrava che nessuno avesse davvero voglia di porre fine a tutto questo. Nessuno aveva più voglia di studiare, ma la voglia di venire a scuola, quella non era passata. Perché questo, in fin dei conti, è stato l’anno in cui abbiamo capito che la scuola è molto di più della somma degli insegnamenti che vi vengono impartiti.

Questo è stato un anno di follia didattica (spero) difficilmente uguagliabile.

Ho fatto lezione in una ex mensa, con una colonna in mezzo che bloccava a tre ragazzi la visione della lavagna, in un ambiente in cui ogni parola rimbomba, senza LIM, ma con un computer collegato a un proiettore che proiettava (appunto) nell’unico punto del muro in cui batteva il sole.

Ho fatto lezione da casa gli alunni a scuola.

Ho fatto lezione da scuola agli alunni a casa.

Ho fatto lezione a scuola con tutti gli alunni a casa e un alunno collegato via web.

Ho fatto lezione a scuola a classi con un gruppetto a scuola e la maggior parte a casa.

Ho fatto lezione a scuola a classi con la maggioranza a scuola e un gruppetto a casa.

Ho fatto da supporto a lezioni fatte da casa a un gruppo a casa e uno a scuola.

Ho fatto lezione da scuola ai ragazzi a scuola ma via web.

Credo sinceramente di aver provato tutte le combinazioni di DDI (Didattica Digitale Integrata) possibili, con vette di particolare improbabilità. Ho assistito da scuola insieme a un ragazzo audioleso a una lezione fatta da remoto dal docente di musica in cui in teoria sarebbe stato importante capire quale fosse la nota suonata dal docente a casa e trasmessaci dalla LIM. Per riuscire a far interagire la classe che rimbomba con un esperto esterno ho dovuto tenere 24 ragazzi, tutti presenti, ciascuno collegato al proprio dispositivo, con cuffie e microfono e in questo modo facevano anche le domande a me che stavo a due metri di distanza. Questo del resto è stato anche l’anno in cui gli Ipad sono sbarcati a scuola e ci siamo trovati tutti con la nostra piccola astronave in mano. A un certo punto è diventato più facile comunicare con l’Australia che con il vicino di banco.

In tutto questo non ci siamo risparmiati un alluvione di quelli da far passare tutta una giornata a rintracciare parenti e amici, per assicurarsi che stessero bene e una nevicata che ha isolato l'asilo di mia figlia e ha reso il rientro a casa un'odissea di oltre due ore, invece che gli abituali 15 minuti.

Mai come quest’anno ho sentito che la scuola è quel posto, reale o virtuale, in cui passiamo tantissimo tempo. E è un tempo che non può essere di sofferenza. Soprattutto se già il mondo intorno sembra impazzito, se l’angoscia raspa con forza alle porte della nostra mente. Quasi tutti, a turno, per lo più per contatti esterni alla scuola, siamo finiti in quarantena. E quando si è chiusi in casa, isolati anche dai propri cari, il tempo non passa più. L’ho vissuto io, ma ho avuto anche ragazzi, unici positivi in famiglia, che sono stati messi in isolamento nella propria stanza, da soli, con il collegamento con la scuola come unica finestra di socialità. Quasi tutti, a turno, siamo stati angosciati per la salute dei nostri cari. A volte, purtroppo, la preoccupazione è finita con un lutto.

Mai come quest’anno ho avuto la percezione del fatto che la scuola non è un luogo ma un tempo, uno spazio di vita. E non può essere un tempo buttato, un buco nero di noia. Deve essere, necessariamente, un tempo di qualità. Una frazione di vita intensa.

Questo era anche l’anno della sperimentazione senza zaino. Che in parte è morta di covid, perché non abbiamo derogato alle regole di distanziamento, che hanno resto impossibile quella condivisione di spazi e materiali che è parte integrante della metodologia. Dal momento, poi, che a scuola non si poteva lasciare niente, che ogni ragazzo doveva avere la propria dotazione personale e ogni prestito doveva passare dalla pulizia del materiale, si è trasformata in una scuola con sempre più zaino. Ai libri e ai quaderni si è aggiunto l’ipad e qualsiasi altro materiale si dovesse usare. Interi plastici dovevano andare a casa e tornare con gli alunni ogni giorno.

Il senza zaino, però, è stato almeno un pretesto per sperimentare. In un mondo di colpo così spaventoso non potevo avere paura di provare a fare. Cosa? Qualsiasi cosa che ci permettesse di imparare stando bene. Partendo dal presupposto che se stavo bene e mi divertivo io probabilmente sarebbero stati bene anche i ragazzi, questo è stato l’anno in cui ho provato più cose nuove. Forse è stato l’anno in cui mi è passata definitivamente la paura di non riuscire a fare tutto, dato che con questi continui cambi di regole e modalità sembrava pura utopia finire quanto programmato a settembre. Per assurdo, è stato l’anno in cui abbiamo terminato gli argomenti da affrontare prima dei giorni di lezione.

Abbiamo provato quindi.

Abbiamo costruito vulcani facendo a gara tra i ragazzi a scuola e quelli a casa a chi li finiva prima. Abbiamo decostruito in ogni modo possibile i poemi epici e abbiamo stabilito che quest’anno in nostro eroe è Ettore. Perché in fondo, in mezzo a una pandemia, vogliamo qualcuno che combatta per noi per farci coraggio, pronto a morire piuttosto che abbandonarci. I ciclopi e le sirene li lasciamo per tempi migliori. Abbiamo (cercato) di imparare i verbi saltellando nel cortile della scuola. Abbiamo cercando di rendere viva la storia, un po’ più vicina e meno astratta e del resto lo sgomento dei medioevali di fronte alla peste non era così diverso dal nostro. 

Abbiamo provato e abbiamo cercato. Non sempre siamo riusciti nel nostro intento. Solo il futuro mi dirà se i ragazzi hanno nonostante tutto imparato.

Eppure questo è stato un anno di cui ricorderò il tempo scuola con simpatia, se non con piacere. Perché in alcuni momenti è stato quasi il mio tempo migliore.

Prof pronta per lezione di storia

Elaborato di francese sopravvissuto al volo

Duello omerico in corso

Invasione vichinga

Scriptorium medioevale




Vulcani pronti all'eruzione
(diligentemente distanziati anche loro)


Quello che ho imparato quest'anno, anche grazie ai miei alunni, è che non possiamo scegliere il tempo che ci è dato da vivere. A volte, solo a volte, possiamo scegliere come viverlo.

E comunque, ora la scuola è finita. È iniziata la scuola estate...
Noi oggi a lezione...






martedì 6 aprile 2021

Lampi di luce dalla zona rossa


 La Zona Rossa continua.

Pare che, per il Piemonte, la prospettiva migliore sia uscirne per fine mese. 

Se non altro domani le scuole fino alla prima media riapriranno. Non fraintendetemi, non sono di quelle che vogliono la scuola aperta sempre e comunque a ogni condizione. A ottobre/novembre, ad esempio, una chiusura sarebbe stata auspicabile. Ma adesso, almeno nella zona dove lavoro io, tutto il personale docente ha avuto almeno una dose di vaccino (che non dà l'immunità perché per entrare a regime bisogna attendere qualche settimana dalla seconda dose, ma è comunque meglio di niente). E, sopratutto, le attività produttive non hanno chiuso. Quindi i bambini, la mia compresa, hanno in media frequentato più gente diversa di quanto facessero andando a scuola, sballottati tra nonni, baby sitter e parenti vari, individui fragili compresi. Bastava sentire qualche alunno di DaD "scusi, la rete non regge, ci sono qui anche i miei quattro cugini e i due vicini di casa, visto che la nostra connessione è la migliore...". Mia figlia stava in parte con me, in parte con un baby sitter, in parte con i nonni, in parte con gli zii, insomma, un inevitabile delirio di contatti che, a livello di mero rischio, mi è sembrata una cura peggiore del male.

Io me la sono passata tutto sommato meno peggio del previsto. Il mio baby sitter è stato catturato al momento giusto, la scuola è riuscita a garantire ai docenti genitori la possibilità di lavorare da casa almeno per alcuni giorni a settimana, garantendo allo stesso tempo la possibilità di frequenza per gli alunni con bisogni educativi speciali. Ai ragazzi era stato dato il famoso ipad/astronave in comodato d'uso, cosa che ha almeno garantito a tutti un mezzo pratico e resistente per la DaD. Nulla si è potuto fare per le connessioni più ballerine che, in una zona di paesini sparsi tra boschi e colline di granito, hanno poco a che fare con la volontà di famiglie e istituzioni. Come l'anno scorso eravamo in mano a Eolo, inteso non come fornitore di servizi, ma proprio come dio dei venti, perché col brutto tempo nei paesini internet non va e in molti giorni la rete sembra più che altro alimentata a bestemmie. Quindi abbiamo ripreso il balletto del ti vedo/non ti vedo/vedo solo il soffitto/vedo solo il tuo gatto. Devo dire però che gli animali domestici, i miei compresi, sono stati tutti disciplinati e hanno seguito le lezioni con una certa costanza.

Questo ovviamente non ha impedito scene al limite del delirio, come avere la figlia in crisi di nostalgia per l'asilo e gli amichetti in piena ora di geografia, consolata poi dai miei alunni in DaD (ho ancora il dubbio se firmarla come educazione civica). Peggio ancora, un increscioso incidente con il vasino in un'ora non coperta dal baby sitter. La mia spiegazione è stata una cosa del tipo "... Quindi il carattere di Ulisse è caratterizzato dalla curiosità... Ok, ragazzi, spengo la telecamera un attimo... E dall'intelligenza... Eh, ma qui c'è pipì ovunque... E dal sapersela cavare in ogni occasione... Evitiamo almeno di metterci i piedi dentro...". Ovviamente queste settimane di DaD sono state anche le settimane dei colloqui con i genitori, dei consigli di classe, del cambiamento di lavoro del marito... Tutto sommato l'esserne usciti vivi ha del miracoloso. 

Sono state anche le settimane in cui qui in Piemonte la campagna vaccinale ha finalmente ingranato. I suoceri hanno ricevuto entrambi la prima dose, mia mamma sta smaltendo i postumi della sua unica somministrazione. Mio padre è stato rimandato a data da destinarsi per aver da poco fatto un'anestesia totale, ma ha fatto la conta degli anticorpi, li ha ancora talmente alti che è stato chiamato per partecipare a uno studio sulle varianti (di cui onestamente ho capito poco, ma va bene così). Da oggi, poi, sono state aperte le prenotazioni anche per la fascia d'età 60-69 anni. Tutte le vaccinazioni sono state eseguite nel punto di somministrazione più vicino al domicilio e al momento tutti parlano di gentilezza e professionalità da parte del personale. Per la prima volta sembra davvero che qualcosa si stia muovendo nella direzione giusta. Spero solo di non illudermi.

Spero ora di rimettermi sui binari di ritmi più sostenibili, che mi permettano, tra le altre cose, di continuare ad vivere il blog e a leggere i post altrui. Questo spazio esiste da un sacco di tempo e mi scoccerebbe davvero perderlo per una cosa futile come una pandemia, insomma!

In queste settimane di stop ho anche saltato l'abituale rubrica "piovono libri" dedicata ai classici letti col gruppo di lettura. Anche se solo poche righe, però, il libro del mese le merita.

Tre camere a Manhattan – G. Simenon
Questa è stata una lettura sconcertante.
O, meglio sconcertante la lettura del romanzo, ma ancor di più la lettura delle recensioni trovate on-line.
In una New York desolata, fatta di gente che si sfiora senza vedersi, due anime perdute si incontrano per caso. Lui è un attore francese appena mollato dalla moglie. Lei la ex moglie di un diplomatico con problemi di salute e di alcolismo. Finiscono per attrarsi e non riuscire più a fare a meno l'una dell'altra. Tutto bene? Insomma. Lui la pesta, quasi la violenta e la tradisce appena lei si allontana. Lei lo capisce, lo consola e si sottomette. A me è sembrato l'inizio di una storia di soprusi e di violenza domestica. Peccato che Simenon pare si sia ispirato alla propria storia d'amore con quella che sarebbe diventata la sua seconda moglie (poveretta). E ancora più peccato che la maggior parte delle recensioni ne parli come di una storia d'amore. Addirittura lui è percepito come "dolce" o "un'anima bella". questo mi ha lasciato un profondo senso di malessere. 
Il libro è assai ben scritto. L'atmosfera, la desolazione, l'attrazione sono rese assai bene. Però credo che nel 2021 non si possa definire una storia in cui lui prende a pugni lei "una bella storia d'amore". Non possiamo dire che è un libro ben scritto su una passione intensa ma insana? Cosa ne pensate?


domenica 14 febbraio 2021

Lo zen, la scuola e le astronavi


 San Valentino ci regala una giornata di luce abbagliante e una valanga di ricordi inquietanti.

Qua in Piemonte iniziano le vacanze di Carnevale. Un anno fa così finiva la normalità. Finiva senza che ne accorgessimo davvero, con inquietanti notizie che comunque pensavamo non ci avrebbero toccato davvero e feste che non sospettavamo sarebbero state le ultime. Finivano, per noi prof, con compiti assegnati di cui poi nessuno si sarebbe ricordato, con classi che si salutavano e non si sarebbero più riunite. Alcuni dei miei alunni delle terze medie dell'anno scorso non si sono più rivisti.

Poi è cambiato tutto per tutti. Per la scuola nulla è stato più come prima. Siamo entrati in flusso di mutamento costante che prevede rapide improvvise, secche non segnate sulle mappe, cascate quando meno uno se lo aspettava. Nel tentativo di traghettare le mie terze medie verso una parvenza di fine ciclo di istruzione che avesse senso almeno ai loro occhi ho avuto varie tentazioni. Ubriacarmi ogni volta che la ministra cambiava idea. Ma, nonostante i miei geni veneti, avrei rischiato l'alcolismo. Dedicarmi allo shopping compulsivo ogni volta che cambiava idea. Ma il mio conto sarebbe andato in rosso. Quindi ho tirato giù santi e scoperto a cosa servono i farmaci contro l'acidità di stomaco.

A inizio anno scolastico ho pensato che non ce la potevo fare a vivere così. Inutile tentare di governare il flusso. Sarei stata foglia nella corrente. Imperturbabile. Banchi a rotelle, rime buccali, autocertificazioni, misurazione della febbre? Mi sono imposta a non farmi toccare da nulla su cui non avessi il controllo. Se un ministro si fosse svegliato dicendo che avremmo dovuto insegnare a testa in giù, attaccati al soffitto, nell'impossibilità di far presente il mio punto di vista, avrei dedicato le mie energie solo a controllare la sicurezza dell'imbracatura.

Con questo spirito ho iniziato la sperimentazione senza zaino. Che si è trasformata in "molto più zaino" perché ora la trasgressione non è più bigiare (giuro, ho sentito alunni dire che le vacanze di Natale sono state troppo lunghe), ma scambiarsi una matita, tutti devono portare tutto (e per tutto si intende tutto, anche il proprio elmo, ad esempio)


Ma, in questi tempi straordinari, a scuola si sono viste cose straordinarie. Non solo sono arrivati termoscanner, gel sanificanti, flacconi d'alcool, cose che già da sole mi sembravano fantascienza.

Sono arrivati gli Ipad. Cammionate di Ipad. Se ne parlava da inizio anno, ma una parte di me non ci aveva davvero creduto fino a che non sono entrata in aula insegnanti e ho visto pile di confezioni di Ipad sul tavolo. Li ho guardati come gli scimmioni di 2001 Odissea Nello Spazio guardavano il monolite.

Qualche giorno dopo tutti i miei alunni della classe senza zaino avevano il loro Ipad. Che dovevano attivare e io non avevo la più pallida idea di come si facesse. L'unica cosa a cui riuscivo a pensare era che a me la scuola, da studente o da docente, non ha mai dato in comodato d'uso neppure una penna. Non certo un Ipad con tanto di tastiera e apposita penna. Poi, mentre cercavo di non tirar giù santi nel tentativo di attivare i maledetti monoliti, ho iniziato a pensare a come potessi requisirne uno. Purtroppo gli alunni sono ormai avvezzi al draconiano regolamento anti covid, figuriamoci se incappano in un comportamento tale da permettermi di sequestrare loro l'aggeggio.

Dal giorno seguente, mentre gli Ipad iniziavano ad allargarsi a macchia d'olio in tutte le classi della scuola, i miei alunni erano tutti muniti di monolito alieno funzionante. La prima impressione è stata quella di guardare dalla bicicletta le evoluzioni delle astronavi. Come cavolo faccio a insegnare a quelli delle astronavi? Poi è arrivata la vocina antipatica che mi ha detto "rendilo noioso e tutto sarà gestibile". Poco etico, forse, ma funzionale. Un bel foglio condiviso con tutti e via di esercizi. Tutti vedono le modifiche di tutti e per me è meraviglioso. Per loro forse meno, ma riusciamo a far atterrare tutte le astronavi senza drammi e danni.

I giorni successivi prendo coraggio. Quanto sarà diverso il mio Mc dal loro Ipad? Dopo dieci minuti in cui non riesco a salvare nel formato desiderato un file di testo mi arrendo all'evidenza. Sono ferma alla pietra levigata e invece loro hanno il teletrasporto. Fotografano i miei appunti alla lavagna e li imprementano con i loro. Ricalcano le cartine in digitali e parlano di app di cui io neppure conosco l'esistenza.

Cerco di convincermi che non è davvero necessario conoscere tutte le tappe di un processo per guidare un risultato. Riusciamo in qualche modo a realizzare dei grafici in digitale, ma non saprei dire come abbiamo fatto. 

Intanto sono già passate delle settimane, gli Ipad sono dilagati e ho scoperto che il mio essere foglia aiuta. Non mi sono posta una serie di problemi e non so dire se non li ho visti o non si sono presentati. Non ci sono state battaglie con gli Ipad come armi. Se durante le lezioni i ragazzi in realtà hanno giocato a Fortnite in rete lo hanno fatto così bene che non solo non me ne sono accorta, ma di fatto hanno esercitato delle competenze (la parola magica della scuola degli ultimi anni). Del resto i risultati delle verifiche fatte tramite l'astronave dimostrano che se sono andati contestualmente a fare controlli in rete, qualcosa è andato storto. In compenso diamo ormai per scontato di poter consultare il web quando ci pare per cercare qualsiasi cosa e mi sono trovata non so bene come in un surreale lavoro di gruppo in cui ogni ragazzo stava in silenzio nel proprio banco chattando con i compagni. In teoria io potevo supervisionare in contemporanea tutte le chat, ma dopo tutto la cosa importante era solo che sapessero che io potevo farlo.


La cosa che davvero mi scoccia è che le astronavi sono sbarcate ormai da settimane e non ho avuto occasione di sequestrarne neppure una. Non ho ancora capito come funzionino la maggior parte delle app e invidio in modo viscerale il loro programma di grafica e la facilità con cui i ragazzi lo usano. 

Quindi domani vado a investire due anni di bonus docenti in un'astronave. Sperando che i miei alunni mi facciano un corso accelerato di pilotaggio.

lunedì 9 novembre 2020

Siamo ancora qui


 Siamo ancora qui, tutti quanti, il che è il meglio che possa chiedere dopo le ultime due settimane.
Quello che è capitato l'ho già raccontato su Fb, anche per dare informazioni a parenti e amici lontani.
I miei genitori si sono sentiti male, sono andata da loro, mia mamma faticava a respirare. Ho chiamato l'ambulanza e non ci voleva chissà quale intuizione per capire che era covid. Mia madre è stata ricoverata, mio padre aveva parametri di saturazione migliori ed è rimasto a casa. Io non sono più tornata a casa, non me la sentivo di mettere in pericolo marito, figlia e suoceri né di lasciare mio padre solo.

domenica 27 settembre 2020

Al gran ballo del tampone


 L'autunno è tempo di funghi e di malanni. Sotto le prime foglie cadute abbiamo trovato entrambi. Ma se i funghi finiscono rapidi in padella, in tempi di pandemia con i malanni è tutto un po' più complicato.

sabato 29 agosto 2020

Verso la ripartenza


 

Ecco, questa sono io che guardo il nuovo anno scolastico, senza la più pallida idea di cosa ci sia sotto la nebbia.

Girando per la rete, sembra che ognuno abbia la propria certezza, sappia additare con sicurezza i colpevoli. Come al solito a me le certezze mancano e i miei desideri confliggono. Voglio sicurezza e una scuola che sia davvero scuola, sia per mia figlia che per me. Voglio sicurezza, ma anche la mia vita di prima. Ho letto che solo il 10% della popolazione, anche potendo, vorrebbe tornare al vecchio stile di vita. Beh, sapete una cosa? A me la mia vita, così com'era strutturata dopo 40 anni di tentativi, piaceva. Mi piaceva il mio lavoro per come si svolgeva (in classe). Mi piaceva vedere gli amici almeno una volta alla settimana. Mi piaceva che mia figlia facesse sport e frequentasse altri bimbi. Tutto molto banale e piccolo borghese, certo, ma mi piaceva. Però mi piace anche non finire all'ospedale e sopratutto non veder finire all'ospedale nessuno dei miei cari, grazie tante.

Quindi sono consapevole che i miei desideri confliggano e ho questa sensazione di inoltrarmi in un periodo in cui non mi piacerà fare ciò che è giusto fare. Poi c'è la nebbia che avvolge la scuola.

Sia agli atti. Ringrazio il cielo di non essere preside, di non essere vicepreside, animatore digitale, responsabile di alcunché e di arrogarmi il privilegio di potermi lamentare di decisioni che non devo prendere io.

martedì 28 aprile 2020

Racconti nel tempo del Coronavirus/9


Eccoci qua, ancora dentro alla bolla che, lo ammetto, inizia a andarmi un po' stretta.

Sia chiaro, continuo a essere una privilegiata e il prato che si intravede nella foto ne è un esempio lampante. Il prato ora è un bene di lusso.

La stanchezza dopo un po' si accumula, però. Mi sono sorpresa a invidiare al marito una cosa piuttosto assurda da invidiare. Quando è in telelavoro e in videoconferenza o al telefono con i colleghi ogni tanto sbotta, o si lamenta. Ecco, facendo la prof/mamma/maestra d'asilo non si può mai sbottare. Alla figlia e agli alunni bisogna comunicare serenità, ottimismo e entusiasmo, praticamente h24. I bambini sono ovviamente sensibilissimi e in questa situazione captano con radar di rara efficienza qualsiasi turbolenza in arrivo. Quindi bisogna sorridere quando ti comunicano al telefono brutte novità, quando i tuoi sono preoccupati e lo diventi anche tu di riflesso, quando le notizie non sono quelle che vorresti sentire. Non puoi avere mal di testa, essere stanco o peggio senza scatenare il panico nella prole. Gli alunni non sono poi così diversi. Sono stanchi, preoccupati, a volte esauriti loro pure e la prof deve essere una figura granitica che dia loro certezze. Persino i compiti sono delle certezze che, se vengono a mancare, disorientato ("prof, ma come? Non ci carica niente il 1 maggio?" giuro). 

Inaspettatamente, quindi, perché nei fatti cambia poco o niente per me, attendo la fase due. Per uscire con la figlia nei boschi. Andare a trovare gli asinelli dello zio. Andare a vedere, da lontano, all'aperto, con la mascherina, i miei, che non vedo credo dal 15 febbraio. 

La fase due, intanto sta mandando in panico le famiglie. Ora forse noi ce la caveremo sempre con i nostri orari assurdi, perché, forse, l'azienda di mio marito, dopo aver già messo in quarantena un intero turno, pare mantenere un regime di cautela. Ma come se la caverà chi non avrà la stessa fortuna?
Il baby sitter a due metri di distanza con la mascherina? Davvero? 
Ora, mi rendo conto che non ci sono soluzioni semplici, ma qui vedo un rapido ritorno agli anni '50 (per non dire '20), con le donne che per causa di forza maggiore, una volta confrontati gli stipendi, decidono di rinunciare al loro in quanto inferiore. E ciao ciao anni di conquiste sociali. 
Le soluzioni sono difficili, l'unica che mi viene in mente è il part time a orari alternati per entrambi i genitori (se si ha la fortuna di averne due, di lavori e di genitori). Non so se sia fattibile, ma mi piacerebbe che si battesse almeno un po' la strada della sicurezza e delle pari opportunità.
D'altro canto anche la riapertura delle fabbriche qui da noi, con i contagi ancora belli vivi e tante piccole aziende, con pochi spazi e (diciamolo) una propensione a seguire le regole molto italiana mi preoccupa assai.

Vorrei dire che mi consolo leggendo. In realtà leggo molto poco e mi scuso per altro con le blog amiche di cui desidero davvero leggere le opere. Al momento sono ancora lì, in attesa, ma il loro momento arriverà.
Sono comunque riuscita a terminare tre romanzi, assai diversi tra loro, che, in modo altrettanto diverso mi sono (chi più e chi meno) piaciuti e il cui ricordo rimarrà per sempre legato alla pandemia.

Conclave
Ogni tanto torno a Robert Harris, che è sempre una garanzia. Questa volta l'autore di Fatherland immagina il prossimo conclave. Sì, proprio il prossimo, perché il defunto papa di cui non viene fatto il nome è inevitabilmente Bergoglio. Un Bergoglio di fantasia, certo, ma mi chiedo quanto lontano dal vero. Un papa intransigente con i suoi principi (per altro sacrosanti), che ha mosso guerra alla curia, rimanendo isolato, deluso e quasi paranoico. 
La sua morte e il relativo conclave sono raccontati proprio dal punto di vista di un uomo della curia, il decano dei cardinali. Un uomo che, inaspettatamente, viste le premesse, è dotato di una squisita sensibilità e di una fede, per quanto minata dal dubbio, cristallina. Un uomo, insomma, che è bello pensare esista davvero. È lui che, in quel covo di intrighi che è la curia, disfa un nodo dopo l'altro per far sì che il nuovo papa non si l'espressione di una sporca guerra di potere. E il nuovo papa... Beh, il libro finisce con un colpo di scena che di per sé è abbastanza improponibile, ma che non sono riuscita a non apprezzare.
Una lettura agile. Molto più leggera di quanto il titolo lasci presagire, che riesce quasi, sul finale, a prendere in giro le autorità della Chiesa senza mancare davvero di rispetto.

1793
Tra le mie letture forse il romanzo con più potenzialità e quindi quello che mi ha più deluso.
Il romanzo svedese, scritto da un autore che ha un cognome che sembra una maledizione nella lingua di Mordor, forse non si presentava come un buon libro da pandemia, ma mi ha subito preso.
Nella Stoccolma del 1793, l'anno che in Francia è quello del Terrore, viene ritrovato un cadavere con tutti e quattro gli arti amputati. A occuparsene un giovane giudice integerrimo che sta morendo di tubercolosi e un reduce di guerra disilluso che ha perso un braccio in battaglia. L'atmosfera è quindi cupissima, da "qualsiasi cosa accada andrà malissimo" eppure è la cosa che più mi è piaciuta. I due protagonisti funzionano molto bene insieme, secondo la regola degli opposti che si compensano. Il giovane illuminista che si aggrappa alla ragione anche alla fine della vita e l'uomo disilluso, semplice a cui la vita ha però dato una seconda possibilità.
Quello che non funziona è la parte gialla. Ma proprio le basi. Capisco che con uno dei detective malato terminale in un mondo senza tecnologia era un problema, ma il memoriale che spiattella tutti i retroscena oggi non si può leggere. Così come l'assassino psicopatico che si consegna senza colpo ferire (perché se muoveva un dito ammazzava i nostri volenterosi protagonisti senza neanche una goccia di sudore). Insomma, l'atmosfera e i personaggi fanno tanto, ma non tutto.

Il vangelo secondo Biff
Devo questo libro alla mia amica e consigliera letteraria di fiducia Elena. 
Ogni giorno Elena mi manda una recensione di un libro che le è piaciuto e appena ho visto il nome dell'autore di questo ho avuto un'esperienza proustriana.
Perché Moore io l'avevo letto credo alle medie, con un altro romanzo (che ho ora recuperato) e mi era piaciuto alla follia. Ne ricordavo uno stile molto simile a quello di un certo Gaiman.
Pur con queste premesse avevo delle perplessità. Si può scrivere un libro comico su Gesù senza essere (troppo) blasfemi? Perché, pur essendo io tendenzialmente agnostica, la blasfemia mi disturba.
Si può.
Perché se gli angeli sono assolutamente dei decelebrati (pare che sia stato questo a spingere Dio a creare gli uomini), Gesù si può solo amare.
Ma andiamo con ordine. Biff è un bambino di Nazaret. Un bimbo del tutto normale, anche un po' sbruffone, ma il suo migliore amico si chiama Gesù. Gesù è un bimbo strano, che la fissa della giustizia, finirebbe facilmente per essere il più bullizzato di Nazaret, ma Biff ne diventa l'angelo custode. La forza di Biff, come personaggio e come narrazione, è tutta qui. Biff è un bambino e poi un uomo comune, vuole avere soldi e successo con le donne (almeno successo con le donne) ma sente che Gesù è qualcosa di diverso e di prezioso e va protetto. Attraverso i suoi occhi non si possono non provare gli stessi sentimenti per una creatura che è umanissima, ma dotata di un candore e di un senso di giustizia divino. La parte sull'infanzia è godibilissima. Gesù si esercita con miracoli più o meno riusciti (le resurrezioni danno sempre problemi), sia lui che Biff si innamorano senza speranza della bella Maddalena, detta Maddi, e si cacciano nei guai nel tentativo di circoncidere una statua romana. Segue una parte che ho trovato un po' meno riuscita sui viaggi in oriente alla ricerca dei tre re magi e  della loro saggezza. Poi c'è il ritorno, dove il romanzo si riprende alla grande e dove la risata si fa amara. Perché Biff non ha nessuna intenzione di arrendersi alla più volte predetta morte di Gesù. Oltre tutto il Gesù dei vangeli appare in questa parte di narrazione ancora più umano, concreto e amabile (delizioso il momento in cui scaccia i demoni, mandandoli a infestare dei maiali, scordando che i maiali appartengono a dei non ebrei che non apprezzano vedere indemoniati i loro futuri salami). E quindi Biff fa di tutto per salvarlo, inventa ogni sorta di piano per scongiurare la crocefissione e, quando l'ineluttabile accade, non regge. Anche se la cornice offre un lieto fine, quello del "vangelo secondo Biff" è amarissimo e, proprio per questo, perfetto.

domenica 19 aprile 2020

Racconti nel tempo del Coronavirus/8


Le cose che desidero e le cose che so (di non sapere)
In quest'ultima settimana in cui tutti parlano di fase 2 i miei desideri confliggono anche pesantemente con quello che so di ciò che mi sta accadendo intorno.

Odio cordialmente la Didattica a Distanza. Non dico che non funzioni, che non regali dei bei momenti, solo che non è il mio modo di intendere la scuola. Funzionicchia, nel mio caso, perché ho due terze medie composte da ragazzi autonomi e volenterosi, li conosco, quindi anche se non vedo i loro visi come vorrei, se a volte sento solo scariche elettrostatiche al posto della loro voce, sono in grado, in un certo modo, di colmare i vuoti e di interpretare gli spazi vuoti. L'idea di prendere due prima l'anno prossimo con questa modalità mi deprime fortemente. Ma mai quanto l'ipotesi, tutt'altro che remota, di dovermi mettere in aspettativa non retribuita nel caso mia figlia non possa tornare all'asilo, non possa avvalermi dell'aiuto dei nonni, per ovvi motivi sanitari e non trovi un baby sitter adeguatamente formato che non mi costi un medio organo interno ogni mese.
Quindi i miei desideri come prof e come mamma sono abbastanza chiari. Vorrei una normalizzazione almeno parziale, almeno per mia figlia, che in fatto di autonomia (socializzazione non so perché non può socializzare) perde pezzi ogni giorno.

Purtroppo non solo ho una spolverata di cultura scientifica, ma anche un marito infiltrato in Big Pharma. Lavora in un'industria chimico farmaceutica che ha contatti con i ministeri della salute di mezzo mondo.
Ovviamente loro non sono chiusi, perché fanno ad esempio antitumorali e nessuno vuole che cure salvavita si interrompano adesso per mancanza di farmaci, ma hanno anche i mezzi per prendere sul serio l'emergenza. Il marito, per fortuna, lavora spesso da casa, ma sappiamo cosa accade là.
Venerdì un dipendente è risultato positivo al tampone. Tutto il turno è stato messo in quarantena, la produzione bloccata per sanificazione. Verranno chiuse le aree caffé e qualsiasi altro posto dove si debba stare senza mascherina (ad esempio la mensa).
Ora, sono sicura che mettere in quarantena un intero turno, quindi rinunciare per 15 giorni a un bel numero di lavoratori e bloccare tutti per sanificare sia un bel danno economico. Eppure visto che è un'azienda di farmacisti in contatto con i ministeri, lo hanno fatto.

Questo per spiegare perché la fase due mi spaventi, al di là dei miei desideri.
Per quanto ne capisco io, se tutti fossero super diligenti (in Italia utopia), con mascherine adeguate (che non abbiamo nelle giuste quantità) e guanti, stare all'aperto e a distanza si potrebbe anche fare. Ma al chiuso è un disastro. Al chiuso gli ambienti sono piccoli, l'aria ristagna e non si può bere, prendere un caffé o mangiare con una mascherina. 
Quante aziende vorranno comportarsi come quella di mio marito? Quanto ci vorrà perché i luoghi di lavoro si trasformino in luoghi di contagio?
E le scuole?
Alle mie domande costanti le risposte di mio marito sono un continuo "non si sa". Se non lo sa lui temo non lo sappia nessuno.
Non si sa per quanto tempo, una volta superata la malattia si sia immuni. Forse tanto, forse poco. Chissà. Questo è un enorme problema anche per il vaccino. Ne basterà uno? O poi il virus muterà? Non si sa.
E i bambini? Ormai si sa che si ammalano poco. Ma perché? Mistero. Non sappiamo se siano asintomatici e quindi possibili untori (probabile) o abbiano a tutti gli effetti una carica virale bassa.
Non si sa perché siamo in una fase di emergenza, non riusciamo a fare tamponi a tutti in tempi non biblici, figuriamoci indagini a tappeto. Il massimo che ho visto sono stati dei questionari su base volontaria, cioè una fase assolutamente preliminare di studio epidemiologico serio.
Quanto ci vorrà per avere risposte? Mesi. 
Quindi per quanto vorrei una parvenza di normalità almeno per i bambini, l'idea di rimandarli a scuola senza sapere cosa questo possa comportare è da abbandonare. 
Al momento la mia migliore speranza risiede in una sorta di cappellino/caschetto per isolare la testa del bambino e evitare che si possano tocchicciare il viso. Tre mesi fa mi sarebbe sembrata follia, ora è una speranza. Potrebbero quanto meno andare al parchetto e rendersi conto che esistono ancora altri bambini al mondo.

Quindi per quanto io possa desiderare un "riapriamo le scuole ora!". In Italia, con le nostre strutture scolastiche, la nostra attitudine al rispetto delle regole, dei focolai ancora attivi e lo stato attuale delle conoscenze, non mi sembra una buona idea.
E lo dico con rammarico, eh...

Certo, un minimo di considerazione in più per i bambini che vada oltre al "se hanno problemi è colpa dei genitori" non mi farebbe schifo, eh.
Nella mia regione le tinte per capelli sono bene di prima necessità (due ciuffetti dei miei capelli sono tornati rosa), i vestiti per bimbi no. Mia figlia ha sfondato le scarpine. Con la sua velocità di crescita comprare scarpe in anticipo è impensabile. Ho controllato i negozi che fanno spedizioni sul mio territorio. Posso ordinare pasti stellati (fatto per il mio compleanno, lo ammetto), articoli per il giardino, per gli animali, modellistica varia, ma vestiti per i bimbi no. Vestiti firmati per adulti invece sì. Potrei persino ordinare una tutina per il gatto con consegna in due ore. Mi sono affidata a Amazon. Consegna 5 giugno. A una mamma che si è lamentata di questo è stato risposto che tanto i bimbi devono stare in casa, mica hanno bisogno di scarpe. Se hanno un giardino devono stare in casa lo stesso per rispetto di chi non ha un giardino (ma allora questo non dovrebbe valere anche per gli adulti a cui vengono venduti gli attrezzi per il giardinaggio con consegna in giornata)?
Ovviamente lo stesso problema delle scarpe si ripete per tutto il guardaroba, ma suppongo che possano girare nudi, visto che sta vendendo il caldo (sia chiaro, non voglio capi firmati prodotti ora, un qualsiasi fondo di magazzino della giusta dimensione mi andrebbe bene).
E allo stesso modo non sopporto che si cerchi di farmi credere che la colpa dei contagi che continuano in Piemonte sia di bambini come la vicina di casa che percorre con la sua biciclettina i duecento metri previsti in maniera ossessiva (alla faccia di un'altra idiozia che gira e che recita "non è il movimento che manca ai bimbi") e non delle aziende riaperte in deroga, delle segnalazioni dei medici di base perse, dei tamponi non fatti e dei malati mandati nelle strutture per anziani.

Oggi va un po' così, con i desideri che confliggono con quello che so,
Vorrei che tutti avessero un po' di pazienza con il prossimo.
Sono ancora una privilegiata, ho un lavoro sicuro, se il caso potrò perfino smettere di lavorare per un periodo e poi riprendere, una casa con giardino. Non vedo i miei genitori da metà febbraio, ma so che stanno bene.
 È normale e comprensibile che chi sta in un monolocale, ha perso il lavoro e/o ha dei cari malati abbia i nervi pronti a saltare.
Quello che non voglio è che ora si creano due tifoserie opposte, "state a casa, deficienti" contro "riapriamo tutto ora".
Non è tempo di creare tifoserie e giocare all'insulto più forte. 
Ci stanno le lamentele e gli sfoghi. Non per tutti aspettare ancora in questa situazione è facile. 
Il fatto di desiderare fortemente una cosa, però, non la rende automaticamente fattibile.
Oggi più che mai dobbiamo accettare che i nostri desideri, anche quando sono più che legittimi, come riprendere a lavorare, fare due passi, bere un caffè al bar, debbano aspettare.

In tutto questo credo di voler spendere due parole di ringraziamento all'amministrazione comunale del mio minuscolo borgo.
Intanto per la gentilezza delle comunicazioni. Invece di "se andate a fare la scampagnata sulla collina domestica vi mettiamo in galera" e cose del genere è arrivata "visto che non potete andare a fare l'abituale passeggiata sulla collina domestica vi mandiamo noi le foto" (per chi non lo sapesse, il nostro borgo ha una collina molto amata ed è abitudine locale salirci in cima spesso, per qualcuno era anche una passeggiata giornaliera).
Si è attivato un servizio a domicilio gratuito per i negozi di alimentari del borgo gestito da volontari che è comodo ed efficiente e si continuano a pensare strategie per fare comunità.
L'ultima iniziativa a me non sarebbe mai venuta in mente. Un volontario ha risistemato il cimitero, mandando la foto della tomba di famiglia a chi ne facesse richiesta. Io non ci avrei mai pensato, ma credo che per molti non andare a prendersi cura dei propri cari defunti sia una sofferenza e sapere che la tomba è ben tenuta e poterla vedere sia un sollievo.
Ecco, questo è un modo di vivere questo periodo che mi piace, con poche urla e un tentativo di venire incontro alle esigenze dei cittadini.

martedì 7 aprile 2020

Racconti nel tempo del Coronavirus /7


L'EPOPEA DELLA DIDATTICA A DISTANZA

La prima cosa da imparare per entrare nel fantastico mondo della Didattica a Distanza sono due parole, da ripetere ossessivamente come "metti la cera, togli la cera". Sicrona e Asincrona.
Proviamo insieme.
Sincrona e Asincrona.
Sincrona e Asincrona
Sincrona e Asincrona.
...
Arrivati a cento proseguite la lettura.
La didattica sincrona è quella in videoconferenza ed è la mia croce. Lo è per due motivi. La prima sono i salti mortali per gestire due lavori con figlia. Quindi nei giorni in cui mio marito non è in ditta lui si alza all'alba per iniziare a fare il papà alle 16, ora in cui partono le mie lezioni live sulla piattaforma, per altro ottima, Meet di GSuite. La seconda sono le connessioni dei ragazzi.
I miei alunni abitano in paesini e in frazioni di paesini. Chi è stato sul Lago d'Orta sa che c'è un'enorme rupe di granito a strapiombo sopra cui c'è un santuario. Chi è passato in auto sopra o sotto la rupe sa che è uno di quei luoghi d'Italia, pare non l'unico, dove le frequenze radio si annodano su loro stesse. In pratica qualsiasi cosa tu stia ascoltando si trasforma in Radio Maria. Un gruppo cospicuo di miei alunni abita in prossimità della rupe e per tutti loro la connessione è in mano a Eolo, inteso come dio greco dei venti e del caos, non come fornitore di servizi.
Le ragazze sono tutte apparizioni mistiche. Figure confuse dalla lunga chioma e circonfuse di luce. I ragazzi non hanno neppure l'aura angelica, sono sbiaditi fantasmi.
Va un po' meglio a chi abita nel paese principale, in centro, salvo a un'alunna che si affida al wi del comune, ma per farlo deve stare praticamente a cavalcioni della balaustra del balcone.
Le spiegazioni funzionano tramite i ripetitori. Alunni di centro paese che riassumono e ripetono poi per gli altri. Ho anche pensato a registrare le spiegazioni live, ma sarebbe uno straziante sequenza di Mi senti?... Bzzz...? Chi mi sente scriva in chat... Tanto vale registrare spiegazioni di notte, come del resto già faccio.
Per interrogare mi hanno consigliato il piccolo gruppo. Oggi ho interrogato. L'ultimo gruppo sembrava una barzelletta di quelle vecchie sui carabinieri. Uno mi sentiva ma non aveva il microfono. L'altro non mi sentiva ma io sentivo lui. La terza andava a scatti e la quarta non aveva studiato e cercava disperatamente di carpire delle informazioni dagli altri tre. 
Nel gruppo dei cittadini, invece, è saltata la connessione a me. Una delle mie alunne migliori ha parlato per cinque minuti buoni al nulla, mentre io tiravo giù santi nel tentativo di far ripartire tutto.
Infine ci sono le due sorelle che usano una stessa connessione senza telecamera e io non riconosco mai dalla voce con quale delle due sto parlando.
Ci sono anche degli altri effetti collaterali delle interrogazioni Live a cui non avevo pensato. Il Solito Noto non aveva studiato. Sono partita con cazziatone prima di rendermi conto che era sintonizzato dalla cucina. Dalle sue spalle è partito il cazziatone di sua madre e lui è stato preso tipo farcitura del panino. Più tardi ho pensato che deve esistere anche una privacy del cazziatone scolastico e dell'esposizione della propria ignoranza.
La cosa abbastanza straordinaria è che tra un bzzz... e l'altro è che i miei alunni, salvo il Solito Noto e pochi altri avevano studiato. Del resto nulla di ciò che sto facendo avrebbe senso e scopo se loro non fossero così maturi e diligenti e un sacco di problemi che leggo in giro, dagli assenteisti ai disturbatori di chat per ora non li ho visti neppure col binocolo.

Me la cavo decisamente meglio con la didattica Asincrona. 
Lì è una questione di organizzazione e perdita dei freni inibitori.
Perdita della paura di farsi inquadrare e registrare da una telecamera sapendo che poi il video sarà buttato nella rete e tornerà chissà dove e chissà quando. Diciamocelo, non siamo proprio dei fiori di bellezza. Io ho i capelli un po' rosa e un po' con la ricrescita, per dire.
Perdita della paura dell'imperfezione. Se dovessi rifare un video ogni volta che si sente un rumore di fondo, dal cognato trombettista al piano di sotto, alle grida della figliola, non ne uscirei più. Quindi si sentono messaggini che squillano (con una madre disabile no, il cellulare in questi giorni non lo metto in silenzioso mai), mi impapino, ma vado avanti. Se non lo facessi a ore improbabili sarebbe anche divertente. Come parlare per sette minuti di una delle poesie più brevi della nostra letteratura:

Mi rimane, lo ammetto, il sospetto che i famigliari contruibuiscano non poco alla produzione dei lavori dei ragazzi, ma alla fine, perché no? Se tutta una famiglia studia Ungaretti o il futurismo, che male c'è?
A proposito, ecco il futurismo in chiave quarantena:
Infine, se c'è una lancia da spezzare in favore della Didattica a Distanza è la possibilità di di personalizzare davvero la didattica, proponendo percorsi diversi per ciascun alunno e seguendoli passo a passo.
Però ora è mezzanotte e devo ancora cercare dei materiali per le lezioni asincrone di domani (e no, domani mattina non potrò dormire...)

Ricordatevi però che martedì prossimo uscirà in ebook il mio doppio racconto, Prima che venga il gelo.
Per allora avrò quarant'anni, compiuti il giorno di Pasqua.
Pare che il mio regalo si nasconda già in casa: un abito adatto all'occasione, quindi un pigiama.
Però, spulciando l'elenco degli esercizi che fanno consegna a domicilio per i miei genitori è saltato fuori anche quello di un ristorante che un po' un monumento della gastronomia della zona. Quindi un uccellino mi ha detto di non affannarmi con il pranzo di Pasqua. Alla fine questi quarant'anni in quarantena magari non saranno neppure così deprimenti.

martedì 31 marzo 2020

Racconti nel tempo del Coronavirus/6


Ammettiamolo. Siamo arrivati alla fase dell'accettazione sullo stare a casa.
Anzi, ci sono persino degli aspetti positivi.

Riformulo, se non ci fossero il coronavirus là fuori, se non ci fossero i problemi di gestione del telelavoro con una bimba, se mio marito alcuni giorni non dovesse andare in azienda forse gli aspetti positivi prevarrebbero.

Forse è il fatto che io e il marito siamo due nerd. Pare che una ricerca abbia rivelato che il nerd è tra le tipologie umane che meglio si adatta all'autoreclusione tecnologica. Forse perché parliamo una lingua tutta nostra e continuiamo a farlo anche adesso. Nel caso specifico è un misto di Alto Elfico e Klingon.
In effetti sostituire la corsa con un allenamento alla cyclette all'inizio mi sembrava l'apoteosi del deprimente, ma poi ho iniziato a rispolverare le vecchie serie di Star Trek mentre pedalavo. Sono all'inizio della quinta stagione di Nex Generation, quindi, se Netflix non mi abbandona, posso andare avanti ancora a lungo!


Ci sono cose, poi, che si possono fare solo in questa situazione. 
Non mi sono mai curata troppo del mio aspetto, ma in questi giorni, con qualche accorgimento per le viedeolezioni, mi sono tolta qualche sfizio. La mia divisa attuale è felpona con scritta nerd (appunto), calze a forma di gatto e capelli rosa. Sì, capelli rosa.
Quando avevo diciannove anni, andando a un'open day dell'università ho visto una ragazza con dei bellissimi capelli verdi e da allora ho pensato che sarebbe divertente almeno una volta nella vita avere dei capelli di colore improbabile. Però non ho mai osato. Alla fine ho deciso che era ora o mai più. Ho preso un colore temporaneo, di quelli che si schiariscono doccia dopo doccia e via. Il rosa non è stata proprio una scelta consapevole, diciamo che molti devono aver avuto la mia idea ed era rimasto quello o il blu elettrico. Niente verde, purtroppo.
L'unico rammarico è che sui capelli scuri non si vede. Quindi niente figlia rosa e, sopratutto, niente gatto colorato di rosa.

Poi ci sono le cose che stanno facendo più o meno tutti, come cucinare a più non posso. Mia figlia è una cuoca provetta, ormai, impasta, spiana col matterello, stende salse, decora. Per altro, per quello che facciamo e la sua età, la cucina ne esce molto meglio di quanto si potrebbe pensare. Apre le uova, mescola e prepara la pizza senza sporcare, al punto che ormai le posso affidare dei compiti mentre io faccio altro. Oggi per il tiramisù lei inzuppava i biscotti mentre io montavo a neve gli albumi, per la pizza le affido la salsa mentre taglio la mozzarella. Purtroppo anch'io, come mezzo mondo, ho finito il lievito, o, meglio, ho solo quello vanigliato per dolci. Spero nello spirito della prossima spesa o dovremo rinunciare alla pizza del sabato sera!

Questo, ovviamente, non vuol dire che tutto sia perfetto. La lista dei lavori creativi da fare con i bambini sta rapidamente finendo. Stiamo usando i preziosissimi colori (che forse sono tornati in vendita) in ogni modo possibile. Oggi abbiamo fatto dei pulcini usando la forchetta al posto del pennello. Ieri abbiamo soffiato gli acquarelli sul foglio con delle cannucce. Domani forse faremo degli stampini casalinghi. Se, però, esiste un limite alla creatività temo che lo raggiungeremo in fretta.

Fuori di casa, poi, il mondo è decisamente più ostile.
Ci sono le situazioni dolorose, quelle vere, quelle dei malati, degli operatori sanitari e di tutti coloro che comunque lavoro a contatto col pubblico, quelle di chi il mancato lavoro inizia davvero a sentirlo nel portafoglio.
Per questo, suppongo, i leoni da tastiera mi danno ancora più fastidio.
Tre categorie in particolare mi scatenano reazioni che, vista la situazione, è bene che io reprima.

– Chi non ha un lavoro che imponga di uscire e grida: "C'è troppa gente in giro! State a casa, cani!"
A parte che l'educazione non dovrebbe essere un optional, se non hai motivo per uscire come fai a dire che c'è troppa gente in giro? Io non ho idea di quanta gente ci sia in giro, dato che sto a casa. Mi viene da pensare che in barba a tutti i divieti si appostino in giro per osservare. Insomma, io esco una volta ogni dieci giorni per fare spesa come faccio a stabilire se la gente è troppa? Per altro l'ultima volta non ho fatto neppure un minuto di coda. Chi vedo col carrello semi vuoto magari ha fatto un mega ordine on-line, non esce da venti giorni, ma nel pacco così difficilmente prenotato mancavano proprio quelle due cose essenziali. Non ho gli strumenti per giudicare. Infine ho un marito che lavora nel farmaceutico, alcuni giorni deve andare in ditta. Ho già abbastanza preoccupazioni senza dover temere anche che venga insultato nel tragitto (da chi poi, però, le medicine le vuole e le vuole subito).
Quindi, per favore, se non avete un lavoro che vi ponga in una posizione da poter giudicare davvero, astenetevi. Se proprio dovete, ricordate almeno l'educazione.

– Chi se la prende a prescindere con i podisti.
C'è chi è assolutamente convinto che la colpa dell'attuale situazione sia dei podisti. Non dei podisti positivi che sono andati bellamente a correre in mezzo alla gente, si badi bene. I podisti, in generale, anche quelli che non corrono da chissà quanto. Girano post con un grado di livore tale che hai il terrore che esca da qualche parte una tua foto vecchia di vent'anni, di quando facevi atletica, più compromettente, di questi tempi, di una che ti ritragga nuda!

– Chi minimizza i disagi dei bambini.
Ecco, su questo non si scherza. I bambini possono essere intrattenuti, coccolati, possono essere sviati, si fa apprendimento a distanza, tutto bene, ma ne stanno risentendo. Sopratutto i figli unici, credo. Sopratutto quelli che vivono in appartamento.
Dopo un inizio abbastanza traumatico mia figlia si è più o meno adattata, ma va in panico ogni volta che un genitore esce di casa. I nonni, l'asilo e gli amichetti sono di fatto spariti. Nessuna spiegazione razionale può convincerla che il genitore tornerà. E quando poi questo avviene il non poterlo riabbracciare prima della decontaminazione è spiazzante e angosciante per lei. Sa che non si esce per via di un virus minuscolo che salta da una persona all'altra. Se vede il vicino di casa da lontano si spaventa. E, sia chiaro, noi ce la passiamo bene. Mia figlia è di carattere allegro, ha genitori creativi che si inventano mille giochi, una casa grande e un giardino ancora più grande. Muoversi per lei è un bisogno, non un optional e per chi non ha spazio è dura.
Quindi chi dice che a lamentarsi sono genitori che non li sanno gestire direi che quanto meno non ha figli.
Chi dice che i bambini in guerra se la passano peggio ha sicuramente ragione. Allora se vi tagliate non mettete un cerotto, chi ha un braccio amputato sta peggio. 
Chi dice che è l'unica privazione che abbiano mai provato farebbe bene a tacere. Non conosce assolutamente la realtà dei bambini italiani. Un terzo dei miei alunni ha già vissuto un lutto importante in famiglia o la malattia di uno dei genitori, tanto per dire. Per non parlare dei bambini adottati, che nel migliore dei casi (e sottolineo il migliore) è stato abbandonato. E mi fermo alla realtà che conosco.
Non metto assolutamente in discussione le norme che sono a tutela della salute di tutti. Ma non capisco chi reagisce insultando i genitori che pongono un problema reale.

Dopo questa parentesi seria, chiudo con una nota positiva.
Il 14 aprile esce Prima che venga il gelo, terzo ebook delle Cronache del Leynlared.
Contiene non uno, ma due racconti, ognuno introduce due nuovi personaggi che porteranno punti di vista del tutto nuovi alla vicenda. Entrambi questi nuovi personaggi sono tra i miei preferiti e non vedo l'ora di farveli conoscere!


giovedì 26 marzo 2020

Racconti nel tempo del Coronavirus/5


Si fa tanto parlare del Decamerone, in questi giorni.
Si rievocano le pagine dedicate alla grande peste del 1348 a Firenze. 
Si tende a dimenticare la cosa essenziale dell'opera di Boccaccio. A salvare quei ragazzi sono state le storie.

Adesso possiamo capirlo, vero?
Lo capiamo come si sta, chiusi anche in una casa confortevole, magari anche con le persone che ami, ma chiusi, con il morbo che attende là fuori. La capiamo la paura che si insinua nelle fessure delle pietre, la sentiamo anche noi.

Adesso lo capiamo meglio il racconto La maschera della morte rossa di Poe.
Il principe e la sua corte sono al sicuro nel castello, la morte, il morbo, è la fuori. Fanno festa per ingannare il tempo, ma il tempo non si fa ingannare dalla festa. Le porte si aprono o vengono aperte e la Morte Rossa penetra anche nel castello.

I ragazzi del Decamerone di Boccaccio non ingannano il tempo, non si può ingannare il tempo. Lo addomesticano, lo fanno amico, con le storie.
Le narrazioni amplificano il tempo, aprono finestre, varchi, si entra in un altro tempo narrativo, si lascia fuori il nostro, si lasci che scorra mentre noi, di fatto, siamo altrove.
Lo so che forse è una banalità, ma oggi la capiamo come non mai.

Le storie ci salvano la vita.

Alla fine, ne sono sempre più convinta, quello che offro ai miei ragazzi è narrazione, più che istruzione. Un modo per addomesticare un tempo che per loro è diventato nemico all'improvviso. Il lunedì trovano la lettura di un racconto (non ve le propongo qui, perché sono una lettrice pessima, ma questo passa il convento), il mercoledì dei lavori/gioco sulla poesia del novecento, hanno fatto il ritratto della Signorina Felicita di Guido Gozzano e ora devono raccontare una loro giornata in stile futurista (possono fare anche un disegno o un video, addirittura una coreografia di danza). Il martedì e il giovedì c'è la narrazione della storia, quella vera, della seconda guerra mondiale, che per loro è comunque narrazione. Non so quanto impareranno, non ho neppure capito davvero quanto mi interessi. So che voglio che addomestichino il tempo attraverso le narrazioni, che viaggino, anche con corpi costretti all'immobilità.

La vita di mia figlia è salvata dalla disney. La bella e la bestia è stato visto già non so quante volte, la storia viene poi amplificata all'infinito. Il gatto diventa la bestia, le piante del giardino la foresta intorno al castello. I mobili di casa possono prendere vita, proprio come quelli del palazzo incantato. Spero che un domani possa ricordare questo come un tempo magico, in cui ha vissuta come Belle, imprigionata, ma in un castello fatato.

Io ho del tutto abbandonato la scrittura, perché vi assicuro che i prof da casa lavorano il triplo e con la bimba non è sempre facilissimo fare tutto. Leggo a spizzichi e a bocconi. Qualche sera, però ci si ritrova con gli amici su Skype e si condivide una storia. Il solito gioco di ruolo è stato sostituito da uno più narrativo, una sorta di cluedo fantasy, ispirato a un romanzo che per altro non ho ancora recensito qui Le sette morti di Evelyn Hardcastle. Siccome io conduco il gioco non so dire esattamente se funzioni o se piaccia. Di certo aiuta me ad addomesticare il tempo, a fuggire in mondo altro, almeno qualche ora alla settimana. Il fatto, poi, che sia una fuga condivisa la rende ancora più preziosa.

Queste sono le mie storie per addomesticare il tempo, le vostre quali sono?

venerdì 20 marzo 2020

Racconti nel tempo del Coronavirus/4


Questa sarà la primavera più bella.
La primavera in cui tutte le uova nei nidi si schiuderanno indisturbate. Nessun papà o mamma uccello, o quasi, verrà risucchiato dalle turbine di un aereo.
I coniglietti dovranno preoccuparsi solo delle volpi. Tutti i cerbiatti potranno attraversare le strade indisturbati. I pesci e i delfini, magari perfino le foche, risaliranno fino ai porti. Le spiagge torneranno ai granchi e ai gabbiani. Sui monti gli orsi non dovranno più preoccuparsi di essere braccati se spaventano un incauto escursionista. Torneranno a flotte le farfalle, persino nei parchi cittadini dove, tra l'erba incolta qualche rana si troverà a saltare. Le api lavoreranno indisturbate tra i fiori che sbocceranno ovunque, nelle aiuole non più sfalciate, tra le crepe dell'asfalto non diserbate. Si udiranno di nuovo canti di uccelli dimenticati. Richiami di una fauna che finalmente potrà occuparsi solo dell'amore.

Ma non sarà per noi.
Non vedremo la maggior parte di quei fiori.
Non solcheremo i cieli di un azzurro immacolato.
Non ascolteremo i richiami degli uccelli, né vedremo gli animali coraggiosi riappropriarsi degli spazi che avevamo loro rubato.

Ci ricorderemo, forse, che non è per noi che i fiori sbocciano o che gli uccelli cantano.


I giorni si allungano uno sull'altro e a volte pesano. Anche se sono fortunata perché vivo in una casa grande con un giardino. Sono preoccupata, come tutti. Mi preoccupa sopratutto l'aumentare dell'aggressività generale, segno che questa reclusione forzata, pur necessaria, non fa bene alle nostre menti. Allora questo pensiero mi consola. Il cielo non è mai stato così azzurro. Persino in campagna si sente l'aria con un profumo diverso, dovuto al minor inquinamento. Questa pausa forzata speriamo ci salvi dall'epidemia, ma di sicuro fa bene alla nostra terra, a tutto ciò che ci circonda.

Ho deciso che cercherò di adottare una comunicazione positiva.
Sono una prof e una mamma. Non mi è facile, anche caratterialmente, non trasmettere ansia. Ma mi impegnerò a non farlo. Non sono un medico, non salvo vite. Ma mi rapporto tutti i giorni con dei ragazzi, con le loro famiglie e i colleghi. Il mio contribuito può essere quello di cercare di portare avanti una comunicazione serena.

Quindi oggi qui parlo di libri. I libri che ho letto a ridosso e durante queste giornata.
Purtroppo riesco a leggere molto poco, tra figlia e Didattica a Distanza (sempre maiuscola e incombente), ma qualcosa leggo. Anche le mie recensioni saranno mini, perché il tempo è tiranno, ma il mio mantra di questi giorni è "poco è meglio di niente".

CINQUE STORIE FERRARESI

Per puro caso anni fa mi sono trovata a Ferrara durante il festiva ebraico e ho fatto una visita guidata nella Ferrara ebraica. Un'esperienza indimenticabile. Eppure, anche in quell'occasione non ho letto Bassani. Lo confondevo con altri autori, colpa suppongo di un corso monografico all'università incentrato sull'epica rinascimentale, che mi ha fatto fare un po' un minestrone degli autori italiani del dopoguerra (quando devi sopravvivere e studiare tanto in poco tempo trascuri inevitabilmente ciò che il prof chiede meno). Male, molto male.
Questo libro mi ha fatto innamorare di Bassani, della sua Ferrara nebbiosa, delle mura su cui i giovani si intrattengono (e le ragazze rimangono incinte), delle storie che si intrecciano. Mi ha folgorato il ritratto di questa Ferrara fascistissima e ebrea che appena passata la guerra vuole dimenticare tutto, sia i fascisti che gli ebrei, seppellire le coscienze insieme ai morti. Mi ha folgorato lo sguardo lucidissimo di Bassani eppure, mi è parso, assai poco giudicante. Le sue sono storie di persone. Senza eroi. Senza innocenti. Tristi, ma di un tristezza a tratti quasi dolce, che non si può non amare.

MELUSINA
Il libro giusto nell'occasione sbagliata.
Questo è, per certi versi, il libro di Aislinn, autrice che stimo e blog amica oltre che quasi conterranea, che aspettavo.
Un libro duro, che non fa sconti, oscuro non per la parte fantastica, ma per quella reale, la provincia che opprime, il senso di impotenza di fronte alla malattia, il facile richiamo della droga.
Lui, dopo la morte di un amico, è caduto nel baratro della dipendenza. Lei è una malata terminale. Non è una storia d'amore. Ed è giusto così.
Mi sono resa conto leggendo che è in pratica il mio primo romanzo in cui la droga abbia una certa importanza. Fatta eccezione per Sherlock Holmes e il suo piccolo problema con la cocaina, in generale la dipendenza non mi affascina né incuriosisce in modo particolare. Forse per questo ho trovato davvero interessante e ben narrata la trama di Dario, un bravo ragazzo, un buono sotto ogni aspetto, che dopo aver assistito impotente alla morte dell'amico che aveva sempre aiutato si trova, neppure lui sa bene come, dipendente da un mix di droghe.
Ho iniziato a leggere questo libro il primo giorno di chiusura delle scuole, perché era tanto che aspettava e mi sembrava un buon momento. Col senno di poi non lo è stato. Nel senso che è un romanzo che prende molto ed è a tratti ansiogeno e inevitabilmente triste. La protagonista femminile è una malata terminale, ben consapevole del proprio destino. Ecco, in questi giorni così angoscianti mi sono resa conto che terminavo la lettura con più ansia di quando l'avevo cominciata. In tempi oscuri ho bisogno di libri più luminosi. Eppure è un bel romanzo, che consiglio. Magari quando la quarantena sarà finita.

L'ULTIMA NEVE
Questo racconto, invece, della blog amica Sandra, è invece il libro giusto al momento giusto.
È una storia d'amore garbata in una Milano di Marzo ancora imbiancata dalla neve. Ecco, è stato particolarmente bello leggere di un altro marzo, in una città viva, scompigliato dalla neve, in cui possono nascere amori e si possono sognare fughe al mare. Mi è piaciuta particolarmente la protagonista, una donna concreta, che non sogna il principe azzurro, ma una casa azzurra, indipendente e focalizzata su un obiettivo che non ha nulla a che vedere con un uomo. L'uomo arriva, come un dono inatteso, ma è bella l'idea che se la sarebbe cavata comunque.