giovedì 22 aprile 2021

La società dei gatti filosofi – Racconto giallo – Parte Prima

 

Non stiamo a ripeterci la fatica che questo periodo comporta.

Per stemperare, vi regalo un racconto ritrovato sul fondo dei miei cassetti.


LA SOCIETÀ DEI GATTI FILOSOFI


– Potrebbe anche essere omicidio.

– L’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere – disse Parmenide. – O è o non è omicidio.

– Tuttavia non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume, la verità di oggi non è la verità di ieri – dissentì Eraclito.

– Per gli uomini è vero ciò che a loro pare vero – commentò Protagora.

– Io so solo di non sapere – si lamentò Socrate.

– Se moto e spazio non sono che illusioni, l’omicidio stesso non è che l’ennesima menzogna dei sensi – sbuffò Zenone.

– Non siamo che degli sciocchi che guardano ombre riflesse su una parete – concordò Platone.

– Che prove hai che sia omicidio, Democrito? – domandò Aristotele.

Non aveva alcuna simpatia per Democrito, ma era pur sempre uno spirito pratico. A lasciar parlare gli altri ben presto si sarebbero trovati a disquisire sull’esistenza e la forma degli dei, invece che della morte dell’unica persona che per loro avesse davvero importanza.


Un osservatore distratto, a dire il vero anche uno attento, non avrebbe mai potuto immaginare il genere di discussione che si stava svolgendo nel vicolo. Occhi umani avrebbero visto soltanto alcuni membri di quella che era conosciuta tra i due zampe come La colonia felina di via del Cimitero, gatti dall’ottimo aspetto per essere dei randagi, ben pasciuti e col pelo lucido. Ciascuno di loro aveva persino un collare con il proprio nome ricamato a mano e decorato con brillantini. Tanta prosperità era data dall’incessante opera della professoressa Alberica Zirconi, docente di filosofia antica in pensione, che da da oltre dieci anni nutriva e vezzeggiava la colonia. A ciascun gatto aveva dato il nome di uno dei suoi filosofi prediletti, con qualche problema con le gattine, giacché le filosofe antiche erano in schiacciante minoranza e aveva dovuto per le femmine sconfinare in altre arti. Ogni giorno passava ore in via del Cimitero, parlando a ciascun animale dell’origine del proprio nome. La signora, tuttavia, nonostante avesse osservato con piacere l’aspetto tronfio e massiccio di Platone o l’indole votata al piacere di Epicuro, per non parlare del pessimo carattere di Dionige, non aveva mai compreso in pieno l’effetto del proprio agire e quanta della personalità dei filosofi fosse filtrata in quella dei gatti. Né mai avrebbe potuto farlo. Era stata trovato morta, distesa sul divano di casa propria, con un’espressione tranquilla in volto che aveva fatto asserire al medico legale che se ne era andata come non si usava più “per vecchiaia”. Benché la dipartita della professoressa non minacciasse direttamente la sopravvivenza della colonia – la donna si era assicurata da tempo di costituire un’associazione, Gli amici della colonia di via del Cimitero – l’evento era tale da turbare non poco i quadrupedi. Anche perché almeno uno di loro non era affatto certo che fosse la vecchiaia l’unica colpevole.


– Ipazia ha fatto un sopralluogo e vi dirà cos’ha notato – disse Democrito.

Era un micione nero con grandi occhi color topazio e aveva capito da tempo che tra gli umani trovava più benevolenza la leziosa Ipazia, bianca e con sangue d’angora neppure troppo diluito. Con due moine e un paio di fusa Ipazia riusciva ad arrivare ovunque volesse, ricevendo coccole dove a Democrito sarebbero arrivati oggetti contundenti. Lei era riuscita a entrare nella casa della professoressa tra le gambe della polizia scientifica e a curiosare in giro, ricevendo anche un buffetto dal pacioso, ma non troppo acuto, medico legale.

Platone, però, sbuffò.

– Ipazia, è un fatto che vedi omicidi ovunque, sopratutto se le vittime sono femmine – sbuffò.

– Non è colpa mia se gli individui dalla mente libera, sopratutto se sono femmine, sono più spesso vittime della violenza – replicò lei.

La irritava il fatto di affascinare più facilmente gli umani dei felini.

– Veniamo al dunque, Ipazia – la spronò Democrito.

Non era molto popolare tra i gatti, anche se andava un pochino meglio che con gli uomini, ma tutti ammettevano che quasi sempre aveva ragione, sia pure in modo approssimativo e involuto. Quindi, anche se lo criticavano, i gatti erano disposti a dargli la loro attenzione.

– Il decesso è stato stimato nel tardo pomeriggio di ieri – riprese la gatta. – La professoressa è stata trovata accoccolata sul divano, apparentemente addormentata, con espressione serena. Però ho visto che a fianco del lavello c’erano a scolare due tazze da the, del servizio buono.

Tutti i gatti agitarono nervosi la coda.

– Come hanno spiegato questo gli uomini? – chiese Aristotele.

– Non ci hanno fatto caso – rispose mestamente Democrito. – Solo uno ha commentato che si era probabilmente fatta un the e che l’altra tazza era lì dal mattino.

Aristotele scosse il capo.

– Se due erano le tazze, per di più del servizio bello, due erano le persone. Sillogismo elementare.

– E un cassetto della camera era socchiuso – riferì ancora Ipazia. – E per terra, sempre in camera, ho trovato un sacchettino di lavanda.

– Qualcuno ha frugato nelle stanza, si è sforzato di mettere a posto, ma ha lasciato qualche particolare fuori posto – arguì Aristotele.

Democrito abbassò le orecchie in segno di approvazione per le parole del gatto siamese. Lui e Aristotele si trovano spesso su fronti opposti. Anche come gatto, il siamese godeva di maggior fortuna, esattamente come il filosofo ne aveva avuta per le proprie teorie. Tuttavia Democrito era abbastanza onesto a apprezzare i suoi sforzi logici.

– Gli umani non si sono accorti neanche di questo? – domandò Anassimandro.

– I sensi li ingannano, vedono solo ombre – commentò mesto Platone.

– Cerchiamo noi l’uomo! – propose Diogene, uscendo dalla piccola botte che era la sua tana.

Di tutti, era l’unico ad avere l’aspetto di un randagio, col pelo stazzonato e non poche cicatrici.

– E come mai lo troveremo, ammesso che esista, giacché tutto è mutevole e dipendente dal come viene osservato? – domandò Gorgia.

– Con la logica! – lo rimbeccò Aristotele, che mal lo sopportava.

– Con la maieutica – disse Socrate. – Estrarremo la verità da questa storia come un umano estrae i bocconcini dalla lattina.

– E come cominciamo? Tutto scorre e il prima e il dopo si confondono – piagnucolò Eraclito.

– Dall’osservazione dei fatti – soffiò Democrito, che iniziava ad innervosirsi.

Gli altri abbassarono le orecchie. Che a loro piacesse o no, il gatto nero aveva la stessa acutezza di pensiero del filosofo da cui prendeva il nome, che se ne era uscito a suo tempo con quell’improbabile teoria degli atomi, uguali per composizione e diversi per dimensione, che combinandosi in modo diverso davano origine a qualsiasi materiale. All’epoca nessuno ci avrebbe scommesso un’aringa marcita, peccato che poi era risultato che ci aveva azzeccato.

– Alberica ha servito il the nel servizio bello – iniziò Democrito. – Quindi ha avuto un ospite che conosceva e ha fatto entrare volontariamente. Non deve essere stato difficile per l’ospite versare qualcosa nella tazza di Alberica. Poi lei si sente stanca, lui o lei la aiuta a sistemarsi sul divano, dove passerà dal sonno alla morte. Intanto l’assassino cerca per tutta la casa ciò che era venuto a prendere e poi si allontana come se niente fosse.

– E nessuno dei vicini ha visto qualcuno entrare e uscire dalla casa di Alberica? – chiese Socrate?

Platone, un enorme persiano color crema, scosse il testone.

– I sensi mentono.

Democrito odiava trovarsi d’accordo con lui.

– Sì – disse di malavoglia. – Sopratutto se la via è abitata per lo più da gente frettolosa come i peggiori tra gli umani. Alberica abita al piano terra di un palazzo senza portineria. Nessuno dei vicini ricorda qualcuno in particolare. La polizia li ha interrogati senza troppa cura e loro senza troppa cura hanno risposto. Oltre tutto sappiamo che il cuore di Alberica si è fermato a metà pomeriggio, ma l’assassino potrebbe essere uscito dalla casa anche molto dopo, addirittura a notte.

Aristotele tossì con disgusto un piccolo grumo di pelo.

– Ci vorrebbe un cane, per seguire le tracce – disse, senza distogliere lo sguardo da ciò che aveva vomitato.

– I cani sono tutti dei cinici – scosse il capo Parmenide, sconsolato.

– Infatti il nostro Diogene ha dei contatti con dei randagi – fece notare Ipazia. – Sono sicura che si scambiano le pulci, ogni tanto.

Tutta la colonia guardò con disapprovazione in gatto spelacchiato. Non immaginavano arrivasse a tale depravazione. 

– Io me ne frego delle convenzioni – soffiò l’interessato. – E loro sono molto più bravi di noi a rovesciare i cassonetti.

– Non ci importano le motivazioni che stanno alla base delle tue frequentazioni – tagliò corto Democrito. – Ne conosci uno che abbia un buon fiuto?

– Quelli pensano tutti con il naso e non con la testa – rispose Diogene.

– Sì, ma nell’appartamento è passata parecchia gente, si tratta di seguire una traccia vecchia e confusa.

Diogene agitò la coda con tono pensoso.

– Potrei avere quello che fa per voi. Un mezzo bracco. Quello ti sa dire dall’odore anche che numero di scarpe indossa un umano, purché sia un maschio.

– E come fa? – chiese qualcuno.

– Più un piede è grosso e più puzza – tagliò corto il cinico.

domenica 11 aprile 2021

Lettera a trent'anni fa


 Cara Antonella,

è la sera dell'11 Aprile 1991. Domani avrai undici anni.

Lo so come sei. Hai da qualche mese iniziato a indossare il tuo primo paio di occhiali. Hanno la montatura tonda. Con gli occhi verdi e i capelli corti ti basterebbe tingere questi ultimi per essere il cosplay perfetto di Harry Potter. Ma tu a undici anni ancora non sai cos'è il cosplay e Harry Potter ancora non lo hanno scritto. Sei in anticipo sui tempi. Questo ti piacerebbe saperlo, se fosse possibile. Invece l'apparecchio ai denti che ti metteranno tra poco, quello no, non diventerà mai di moda. Sarà terribile proprio come temi. Con dei tiranti che vanno dall'arcata superiore a quella inferiore, rendendo doloroso anche parlare.

Non so dirti quanti dei tuoi problemi di relazione negli anni che ti aspettano dipenderanno in modo diretto dall'accoppiata occhiali-non-ancora-di-moda/apparecchio-che-non-permette-di-parlare. Suppongo parecchi. Ma tu sarai più propensa a dare la colpa a te stessa. In questo non cambierai moltissimo. E non credo che questa considerazione ora ti consola. Perché è bene essere chiari in questo momento. Il periodo che va dagli undici ai quindici anni sarà il peggiore dei tuoi prossimi trent'anni.

Sarai una piccola creatura informe, socialmente inetta, quasi incapace fisicamente di parlare, con un corpo sgraziato che ti farà lo sgarbo di produrre tette precoci e abbondanti del tutto incompatibili con il tuo carattere. Nei prossimi quattro anni della tua vita non riuscirai a stringere nessuna amicizia memorabile destinata a durare nel tempo e sperimenterai le prime cotte nella forma di amori impossibili di cui piangere in silenzio. Proverai alcune delusioni relazionali che ci metterai anni a elaborare. Per tutto questo periodo tuo padre andrà ripetendoti che tu non sei infelice. Perché la vera infelicità non la conosci e che i problemi veri sono altri.

Ecco, questa lettera non ha lo scopo di prepararti a quanto schifo ti farà la tua vita nel breve periodo. Questo non c'è proprio modo di evitarlo. Scrivo questa lettera perché a volto papà sbaglia. Ha ragione, ma sbaglia. 

Ha ragione, ovviamente, quando dice che ci sono problemi che ti attendono che sono molto più complicati da affrontare di quelli che ti aspettano a breve. Ma nei prossimi trent'anni non sarai mai infelice come lo sarai nei prossimi quattro.

A questo punto sarà il caso che mi presenti. È la sera dell'11 aprile del 2021, sono Antonella e sto per compiere quarantun anni. 

Porto ancora gli occhiali. Nei prossimi quattro anni scoprirai, tra le altre cose, di avere troppe allergie per essere compatibile con le lenti a contatto e, togliamoci subito il dente, insegno alle medie, come la mamma e il nonno.

Non buttarti dal balcone, ti prego. Per mamma e nonno insegnare è stato un ripiego. Ma a te piace. Davvero, non sto mentendo. Non è stato sempre facile. Diciamo che probabilmente era più facile entrare alla NASA che diventare insegnante di ruolo e ci sono state classi in grado di tirare fuori il peggio da me. Ma mi piace. Mi diverto. Non solo. L'essere stata così infelice alle scuole medie dà un senso diverso a quello che faccio.

Te la leggo negli occhi, quella domanda. Ma quindi i miei sogni? Sono diventata la copia di mia madre e di mio nonno, con un lavoro di ripiego e gli armadi pieni di rimpianti? Beh, gli armadi sono pieni di cose piegate male. Sai quei tentativi che fai per piegare bene le magliette? È inutile che tu ti ci metta d'impegno. Non ci riuscirai mai. Rinunciaci. Però i rimpianti occuperanno si e no un paio di ripiani.

Sono diventata davvero archeologa, sai? Ho partecipato a scavi archeologici in cui alcuni dormivano sui letti scolpiti delle tombe rupestri falische e altri in cui si mangiavano fette di formaggio con mani sporchissime di terra. Ma, a conti fatti, mi diverto più ora a insegnare che allora a scavare. Non che scavare si sia rivelata una delusione. È stato fighissimo. Ma insegnare lo è di più. Perché lo faccio a modo mio. Oggi, ad esempio, ho preparato i listelli di legno per preparare degli aquiloni giganti. Questo, sai, non è un gran periodo, per il mondo in generale. Molti dei miei alunni sono infelici come lo ero io, qualcuno forse di più. I ricordi di alcune lezioni sono le cose migliori che ti resteranno dei prossimi anni. Mi piace pensare di poter generale, almeno a volte, almeno in qualcuno, quello stesso genere di ricordi.

Probabilmente sei già a dormire a quest'ora. Anche questo non migliorerà molto, temo. Gallina sei e gallina rimarrai. Continuerai a spegnerti dopo cena e ad addormentarti a un'ora in cui per altri la vita inizia. Probabilmente prima di andare a dormire hai giocato con le barbie. Te ne vergogni molto, di giocare ancora con le barbie, ma non riesci a farne a meno. Le tue barbie non bevono in the, certo. Adesso stai guardando i Cavalieri dello Zodiaco e con le barbie hai costruito una fanfiction delle puntate appena viste. Non sai cos'è una fanfiction. Lo so, lascia stare. Hai inventato una storia alternativa con la stessa ambientazione. Te ne vergogni molto, sia dei Cavalieri dello Zodiaco che delle barbie. Ti hanno detto che crescendo dovrai smettere di fare quelle cose. Guardare cartoni animati, giocare e inventare storie. 

Sai una cosa? Mentono.

Intanto i cartoni animati adesso basta chiamarli anime e non sono più cose da bambini. Quanto al resto... Tra qualche mese leggerai un libro che ti cambierà la vita. Si intitola Il Signore degli anelli. Ti folgorerà per molti motivi e renderà di gran lunga più tollerabili gli anni che ti aspettano. Farà sbocciare dentro di te tutta una serie di pensieri nuovi, che non sapevi di poter pensare. Uno di questi è che è stato scritto da un adulto e che lo hai cercato nella biblioteca dei ragazzi e ti hanno detto che sta nella sezione adulti. Quindi è stato scritto da un adulto per degli adulti. Un adulto che non ha rinunciato a creare storie e storie ben diverse da quelle depresse di gente depressa che legge tua mamma. Storie che, un domani questo pensiero ti sembrerà una bestemmia, ma, adesso, credimi, è importante, sembrano più simili ai Cavalieri dello Zodiaco che a quello che legge tua mamma. Quindi ci sono adulti che non hanno rinunciato a inventare storie che piacessero loro. Solo, non le mettono in scena con le barbie, le mettono in scena nella loro mente. Tu non smetterai di giocare con le bambole perché sei diventata grande, ma perché riuscirai a giocare facendo a meno delle bambole.

Passerà parecchio tempo prima che tu possa arrivare a pensare di scrivere quelle storie. Ancora adesso mi sembra puerile scrivere le vicende che metto in scena nella mia testa. Anche se a volte me le pubblicano, me le pagano addirittura.

Ti dirò un altra cosa. A te piace tantissimo giocare. E per questo continuerai a farlo. 

No, non gioco più con le barbie. Ma in effetti le mie barbie interpretavano ruoli. Oggi lascio da parte le barbi e gioco direttamente con i ruoli. E con i dadi. E con tabelle, manuali e altre persone. Ci ho conosciuto il marito, così.

Lo so che non mi credi. Ma in realtà la scoperta che c'erano dei giochi da giocare che sembravano inventati apposta per te è stata una delle cose che ha segnato la fine di quel periodo terribile. Perché hai trovato altra gente con i tuoi stessi interessi. E hai ricominciato a farti amici veri. Quelli che ti stanno mandando messaggini mentre scrivi questo post, ad esempio. Ah, anche le amiche che a undici anni avevi già sono rimaste.

Quindi eccoci qui. I prossimi anni saranno un disastro. Ti sentirai imbarazzante, brutta e sbagliata. Una serie di persone farà in modo farti sentire così. Ma ci saranno delle cose di cui ti innamorerai davvero. Delle storie che leggerai. Delle cose che scoprirai che adori fare, anche se non sei davvero portata per questo. E saranno quelle a salvarti. Le cose che ami e di cui ti vergogni.

Ci metterai una vita intera a convincerti che non sei più quella creatura inetta, brutta e imbarazzante. In alcuni casi non ci riuscirai e la cosa avrà degli effetti quasi comici. Per assurdo che possa sembrare, ad esempio, un giorno tua figlia giocherà con i trofei che hai vinto praticando atletica. Non dirmi che sei negata per lo sport. Lo so così bene che mi considero ancora negata per lo sport. Ma quella cosa che fai quando sei troppo nervosa, correre, beh, quello è sport.

Le maggior parti delle cose che ami e che, prima o poi, ti porteranno alle persone che ami, le scoprirai tutte nei prossimi quattro anni. Non piaceranno ai tuoi compagni, i tuoi genitori non le capiranno. Ti diranno nel migliore dei casi di smettere di sognare a occhi aperti. Eppure sono quelle le cose che ti salveranno e ti porteranno, a questa soglia dei quarantun anni in cui, in fondo, con te stessa non stai così male.

Ah, un'ultima cosa.

Tra qualche tempo, finita la tortura con l'apparecchio per l'arcata dentale superiore, ti proporranno quello per l'arcata inferiore. Prevede dei tiranti esterni che vanno a formare un oggetto di tortura che va legato dietro la nuca. Tuo padre dirà che con i denti storti nessuno si innamorerà di te. Il dentista che i denti, troppo storti, inizieranno a caderti e ti faranno male per tutta la vita. Evitarlo sarà la tua prima battaglia da combattere per te stessa. Perché dovrai capire che nella vita a volte la cosa più difficile è opporsi a chi agisce in tutta coscienza per il tuo bene.

Ora stai per compiere quarantun anni. I denti dell'arcata inferiore sono storti, ma sono tutti al loro posto. Non c'è neppure una carie. Non hai mai sofferto di mal di denti, se non quando ti hanno estratto quelli del giudizio. Tuo marito sta accarezzando il tuo gatto.

martedì 6 aprile 2021

Lampi di luce dalla zona rossa


 La Zona Rossa continua.

Pare che, per il Piemonte, la prospettiva migliore sia uscirne per fine mese. 

Se non altro domani le scuole fino alla prima media riapriranno. Non fraintendetemi, non sono di quelle che vogliono la scuola aperta sempre e comunque a ogni condizione. A ottobre/novembre, ad esempio, una chiusura sarebbe stata auspicabile. Ma adesso, almeno nella zona dove lavoro io, tutto il personale docente ha avuto almeno una dose di vaccino (che non dà l'immunità perché per entrare a regime bisogna attendere qualche settimana dalla seconda dose, ma è comunque meglio di niente). E, sopratutto, le attività produttive non hanno chiuso. Quindi i bambini, la mia compresa, hanno in media frequentato più gente diversa di quanto facessero andando a scuola, sballottati tra nonni, baby sitter e parenti vari, individui fragili compresi. Bastava sentire qualche alunno di DaD "scusi, la rete non regge, ci sono qui anche i miei quattro cugini e i due vicini di casa, visto che la nostra connessione è la migliore...". Mia figlia stava in parte con me, in parte con un baby sitter, in parte con i nonni, in parte con gli zii, insomma, un inevitabile delirio di contatti che, a livello di mero rischio, mi è sembrata una cura peggiore del male.

Io me la sono passata tutto sommato meno peggio del previsto. Il mio baby sitter è stato catturato al momento giusto, la scuola è riuscita a garantire ai docenti genitori la possibilità di lavorare da casa almeno per alcuni giorni a settimana, garantendo allo stesso tempo la possibilità di frequenza per gli alunni con bisogni educativi speciali. Ai ragazzi era stato dato il famoso ipad/astronave in comodato d'uso, cosa che ha almeno garantito a tutti un mezzo pratico e resistente per la DaD. Nulla si è potuto fare per le connessioni più ballerine che, in una zona di paesini sparsi tra boschi e colline di granito, hanno poco a che fare con la volontà di famiglie e istituzioni. Come l'anno scorso eravamo in mano a Eolo, inteso non come fornitore di servizi, ma proprio come dio dei venti, perché col brutto tempo nei paesini internet non va e in molti giorni la rete sembra più che altro alimentata a bestemmie. Quindi abbiamo ripreso il balletto del ti vedo/non ti vedo/vedo solo il soffitto/vedo solo il tuo gatto. Devo dire però che gli animali domestici, i miei compresi, sono stati tutti disciplinati e hanno seguito le lezioni con una certa costanza.

Questo ovviamente non ha impedito scene al limite del delirio, come avere la figlia in crisi di nostalgia per l'asilo e gli amichetti in piena ora di geografia, consolata poi dai miei alunni in DaD (ho ancora il dubbio se firmarla come educazione civica). Peggio ancora, un increscioso incidente con il vasino in un'ora non coperta dal baby sitter. La mia spiegazione è stata una cosa del tipo "... Quindi il carattere di Ulisse è caratterizzato dalla curiosità... Ok, ragazzi, spengo la telecamera un attimo... E dall'intelligenza... Eh, ma qui c'è pipì ovunque... E dal sapersela cavare in ogni occasione... Evitiamo almeno di metterci i piedi dentro...". Ovviamente queste settimane di DaD sono state anche le settimane dei colloqui con i genitori, dei consigli di classe, del cambiamento di lavoro del marito... Tutto sommato l'esserne usciti vivi ha del miracoloso. 

Sono state anche le settimane in cui qui in Piemonte la campagna vaccinale ha finalmente ingranato. I suoceri hanno ricevuto entrambi la prima dose, mia mamma sta smaltendo i postumi della sua unica somministrazione. Mio padre è stato rimandato a data da destinarsi per aver da poco fatto un'anestesia totale, ma ha fatto la conta degli anticorpi, li ha ancora talmente alti che è stato chiamato per partecipare a uno studio sulle varianti (di cui onestamente ho capito poco, ma va bene così). Da oggi, poi, sono state aperte le prenotazioni anche per la fascia d'età 60-69 anni. Tutte le vaccinazioni sono state eseguite nel punto di somministrazione più vicino al domicilio e al momento tutti parlano di gentilezza e professionalità da parte del personale. Per la prima volta sembra davvero che qualcosa si stia muovendo nella direzione giusta. Spero solo di non illudermi.

Spero ora di rimettermi sui binari di ritmi più sostenibili, che mi permettano, tra le altre cose, di continuare ad vivere il blog e a leggere i post altrui. Questo spazio esiste da un sacco di tempo e mi scoccerebbe davvero perderlo per una cosa futile come una pandemia, insomma!

In queste settimane di stop ho anche saltato l'abituale rubrica "piovono libri" dedicata ai classici letti col gruppo di lettura. Anche se solo poche righe, però, il libro del mese le merita.

Tre camere a Manhattan – G. Simenon
Questa è stata una lettura sconcertante.
O, meglio sconcertante la lettura del romanzo, ma ancor di più la lettura delle recensioni trovate on-line.
In una New York desolata, fatta di gente che si sfiora senza vedersi, due anime perdute si incontrano per caso. Lui è un attore francese appena mollato dalla moglie. Lei la ex moglie di un diplomatico con problemi di salute e di alcolismo. Finiscono per attrarsi e non riuscire più a fare a meno l'una dell'altra. Tutto bene? Insomma. Lui la pesta, quasi la violenta e la tradisce appena lei si allontana. Lei lo capisce, lo consola e si sottomette. A me è sembrato l'inizio di una storia di soprusi e di violenza domestica. Peccato che Simenon pare si sia ispirato alla propria storia d'amore con quella che sarebbe diventata la sua seconda moglie (poveretta). E ancora più peccato che la maggior parte delle recensioni ne parli come di una storia d'amore. Addirittura lui è percepito come "dolce" o "un'anima bella". questo mi ha lasciato un profondo senso di malessere. 
Il libro è assai ben scritto. L'atmosfera, la desolazione, l'attrazione sono rese assai bene. Però credo che nel 2021 non si possa definire una storia in cui lui prende a pugni lei "una bella storia d'amore". Non possiamo dire che è un libro ben scritto su una passione intensa ma insana? Cosa ne pensate?


venerdì 2 aprile 2021

Buona Pasqua di rinascita e vaccini


 Un caro augurio di Buona Pasqua a tutti.

Il blog si è preso un periodo di pausa forzata causa Didattica a Distanza e chiusura asili.

A questo giro non so se usciremo tutti migliori, speriamo più immunizzati, dato che finalmente, almeno qui da dove scrivo, la campagna vaccinale sembra aver ingranato.


venerdì 12 marzo 2021

Zone rosse e altre storie alternative


 È venerdì. 

Ore 14.20 nel momento in cui inizio questo post.

Il governatore del Piemonte ha dichiarato che da lunedì saremo in zona rossa con le scuole di ogni ordine e grado chiuse. È arrivata un'ordinanza firmata? No.

I ragazzi che hanno bisogni educativi speciali, lavorano in rapporto uno a uno con gli insegnanti di sostegno, hanno genitori impegnati in servizi essenziali o hanno gravi e comprovati problemi di connessione (qui ci sono paeselli in cui non prende nulla, si può comunicare solo con i segnali di fumo) possono comunque frequentare? Non si sa.

I genitori con figli piccoli possono chiedere di lavorare da casa, ma il datore di lavoro può negare questa possibilità? Non si sa.

Sarà già attivo il bonus baby sitter? Non si sa. E, se no, un/una baby sitter che venisse da comune vicino (il mio ha tremila abitanti) potrà farlo senza rischiare sanzioni? Non si sa.

Io sono fortunata, sia chiaro. Appena si è sparsa la voce della quasi certa caduta in zona rossa si è aperta una caccia al baby sitter che le cacce alla volpe inglesi al contrario sono scampagnate da dilettanti. Mamme come bracconieri appostate al telefono pronte a catturare la prima persona disponibile. Io ho catturato il mio, anche se ancora non so che orari dovrà fare (è ben diverso se lavorerò da casa o da scuola), quali saranno esattamente le sue mansioni (idem come sopra), come verrà pagato e se rischierà una multa. Insomma, particolari da poco.

Ai miei alunni con bisogni educativi speciali non saputo dire se lunedì devono venire a scuola o meno. 

Intanto però ho fatto il vaccino (motivo per cui ho saltato il post di settimana scorsa). Inaspettatamente tutto il servizio prenotazioni e la campagna vaccinale per il personale scolastico ha funzionato fin qui con un'efficienza sorprendente. Un portale non troppo cervellotico per prenotarsi, tempi umani per avere l'appuntamento (per me due settimane dopo la prenotazione). Personale gentilissimo, massima attenzione all'anamnesi, quindi ho "beneficiato" di un doppio periodo di osservazione a causa dell'allergia che in questo periodo mi accompagno. Ho anche avuto effetti collaterali contenuti, rispetto alla media, mal di testa, un po' di fastidio al braccio, ma nulla più. Vogliamo quindi negarci una bella sferzata di emozione? Volete sapere dove è stato somministrato il lotto di vaccino che ieri è stato ritirato? Nel mio centro vaccinale, ovvio! Devo dire che con una mamma finita in rianimazione ai primi di gennaio per embolia polmonare la notizia di possibili complicazioni proprio in questo senso un tocco di ansia me lo ha dato. Mezz'oretta fa sono riuscita a risalire al numero di lotto della mia vaccinazione e pare non corrispondere con quello incriminato, che comunque è stato usato fino al giorno prima. Insomma, non ci neghiamo niente...

In questo clima di pre apocalisse, il mio ultimo racconto pubblicato si inserisce perfettamente!


È già in preordine, ma esce il 18 marzo per Acheron Book l'antologia Fascisti da Yuggoth.

Di cosa si tratta? Di una serie di racconti ambientati in un universo alternativo in cui i fascisti si siano alleati con gli alieni per conquistare il mondo.

L'intento dell'antologia è dichiaratamente antifascista e contro a qualsiasi tipo di discriminazione. Il libro è curatissimo, con un'impaginazione fenomenale che fanno un bellissimo oggetto regalo.

Dentro c'è un mio racconto, In fondo al lago.

Probabilmente l'ambientazione vi sembrerà un po' assurda, magari anche ridicola, eppure, che dire, se devo pensare ai cinque racconti che mi sono venuti meglio, probabilmente In fondo al lago che lo metto dentro.

Alieni o non alieni, è un racconto molto mio, ambientato sul Lago d'Orta. Il protagonista è il podestà di Castelli Cusiani, un uomo fascista per convenienza, che crede di avere un controllo totale sulla propria amante, figlia di un dissidente. Ma, si sa, alla fine arriva per tutti il momento di scegliere da che parte stare.

Che cosa state aspettando?

Ordinatelo  qui

lunedì 1 marzo 2021

Provare a scrivere fantascienza


In questi giorni c'è, quasi, aria di primavera. Bellissimo? Come il solito dipende dai punti di vista. I queste giornate insolitamente calde insieme ai bucaneve sono fioriti i noccioli e le betulle. Ottima cosa, non fosse che sono allergica.
Quindi allergia, scarsa capacità respiratoria, più mascherina ffp2. Uguale mal di testa cosmico. Questa settimana, dunque mi si poteva trovare in due condizioni. Totalmente rimbambita dall'allergia e dal mal di testa oppure totalmente rimbambita dalla combo antistaminici + antinfiammatori. Almeno, però, nel secondo caso ero di buon umore, del tutto andata, intenta a contare unicorni immaginari sul soffitto, ma di buon umore.
In queste condizioni non ho scritto né letto molto.
Da un punto di vista intellettuale questa è stata una settimana in cui ho fissato il vuoto contando gli unicorni.
Prima, tuttavia, ho provato a scrivere fantascienza.

sabato 20 febbraio 2021

Una donna – Piovono libri


 Ci sono libri in cui, senza il gruppo di lettura, non mi sarei mai imbattuta.

Nel caso specifico, questo sarebbe stato qualcosa di più di un peccato. Sarebbe stato un delitto. La prima domanda che mi sono posta, quando ho terminato Una donna è stata: come è stato possibile che io non l'abbia letto prima?

Ho fatto il liceo classico, ho una laurea che mi permette di insegnare lettere, eppure né nei miei studi, né in nessuna delle antologie scolastiche che ogni anno mi passano per le mani mi sono mai imbattuta in brani tratti da questo romanzo. Credo che nel libro del liceo fosse a malapena citato, all'università è pur vero che portavo un corso monografico sull'epica rinascimentale, ma non ricordo che a Sibilla Aleramo fosse dedicata una particolare attenzione. Nelle antologie scolastiche che mi vengono proposte non l'ho mai trovato. Insomma, tutto fa pensare che sia un'opera minore, superata. Invece la prima cosa che mi è chiara appena chiuso il volume (o, più precisamente, appena finito di ascoltare su Audible) è che merita di stare tra le grandi opere del primo novecento. Subito dopo Una donna ho ascolto Orlando di Virginia Woolf, opera più giovane di poco più di vent'anni. Lo stile e le tematiche sono diversissime, certo. Ma non c'è un valore assoluto per cui il libro della Woolf debba essere ancora universalmente noto, e quello della Aleramo per lo più dimenticato. È uno dei grandi romanzi di inizio novecento, ma, in qualche modo, ce ne siamo dimenticati.

Edito nel 1906, una donna è il racconto autobiografico delle motivazioni che hanno spinto l'autrice a una scelta già difficile oggi, figuriamoci all'epoca, lasciare il marito e il figlio ancora bambino.

C'è quindi, sicuramente, anche un intento apologetico. L'autrice scrive per suo figlio, immaginando che un giorno, da adulto, voglia comprendere le ragioni della madre, e di certo vuole porsi ai suoi occhi nella miglior luce possibile. Tuttavia c'è anche una capacità di analisi acutissima di una società che, ahimè, in alcuni tratti è cambiata meno di quando non mi piacerebbe pensare.

Rina (vero nome di Sibilla Aleramo), si trasferisce con la famiglia in un paese del sud dove il padre sarà il direttore di una fabbrica. Questo, però, è l'inizio della fine della famiglia. Si trovano infatti isolati in un contesto diverso dal loro, che non capisco e non vogliono capire. Mentre il padre cerca consolazione tra le braccia di un'amante, la madre cade in una depressione che la porterà nel giro di breve a tentare il suicidio e poi a essere rinchiusa in una clinica psichiatrica. Abbandonati gli studi, Rina si trova, ragazzina, a tenere la contabilità della fabbrica e ad attirare le attenzioni di un impiegato. Questi, seguendo la consuetudine, per chiedere in moglie la ragazza, la violenta e lei, ritenendo che non vi fosse altra scelta possibile, finisce per sposarlo. Inizia così un piccolo inferno quotidiano da cui la donna saprà sottrarsi solo molti anni dopo, lasciando il marito e il figlio.

Sono moltissimi gli aspetti che mi hanno colpito. In primo luogo la descrizione perfetta dell'ipocrisia borghese, in cui tutto viene sacrificato all'apparenza. È un mondo in cui nessuno è felice. È evidente che nella narrazione il marito è il principale antagonista, la fonte di quasi tutte le sofferenze di Sibilla. Ma se fosse lui a narrare la storia? Avremmo un'analoga infelicità. Un uomo che agisce come gli insegnano le convenzioni e l'opportunità. Che non capisce perché la moglie non tra piacere dalle sue attenzioni sessuali, né dal benessere che comunque le garantisce. Privo di istruzione com'è, non capisce le sue aspirazioni intellettuali, in breve, non sa motivare un'infelicità che finisce per gravare su suo animo. Inizia a farsi strada l'idea, quindi, che l'emancipazione femminile, con tutto quello che ne consegue, a partire dall'abolizione di vecchi tabù sul sesso e l'educazione sessuale andrebbe a giovamento non solo delle donne, da della società intera. Personalmente non riesco a capire come con donne più realizzate e serene gli uomini potrebbero essere meno felici.

Ogni libro, poi risuona diverso a ogni lettore. Alcuni aspetti di questo romanzo hanno toccato in me corde molto personali, altri hanno fatto emergere riflessioni più generali. L'ho letto da mamma in mezzo a una pandemia. A un certo punto della vicenda, il marito, pazzo di gelosia, costringe la protagonista a una vita da reclusa in casa insieme al figlio. E tutti trovano la cosa normale. Non le manca niente, ha persino un aiuto in casa. Una donna non dovrebbe essere felice di potersi dedicare interamente al proprio figlio, senza altre preoccupazioni, reclusa in casa? Ora, durante il lockdown, per motivi diversi, molte donne si sono trovate recluse in casa con i figli, mentre molto più spesso i mariti continuavano a recarsi al lavoro. Appena osavano lamentarsi, magari solo du fb, in sedicenti gruppi di autoaiuto per mamme, era tutto un coro, molto spesso formato da altre donne a ripetere che dovevano essere felici. Una donna reclusa in casa con i figli DEVE  essere felice. L'esperienza della pandemia, che ha riportato indietro la condizione della donna italiana di non so di quanti anni, ne sono prova i dati su i posti di lavoro femminili persi, mi ha fatto toccare con mano quanto questa convinzione sia ancora radicata nel nostro paese. Il lavoro femminile dopo la maternità è ancora visto come qualcosa dettato da una pura necessità economica. Qualcosa, come in alcune vecchie battute sul sesso che si fa "non per piace mio, ma perché lo vuole iddio (o, in questo caso, il conto in banca)". Ecco no. Sibilla Aleramo nel 1906 dice qualcosa che ancora oggi non universalmente riconosciuto. Una madre può avere altre ambizioni oltre a quelle di accudire la prole. E una madre soddisfatta della propria vita e del proprio lavoro sarà probabilmente una madre migliore.

Mi rendo conto che ora, nel 2021 abbiamo bisogno di altre Sibille Aleramo che dicano con altrettanta chiarezza che si può amare i propri figli e il proprio lavoro. Non sono cose escludenti. Il lavoro femminile è qualcosa di più di una mera questione economica. È, ancora, un vantaggio per tutta la società. Perché non credo che madri a cui viene proposto come unico modello quello dell'autosacrificio possano essere buone madri. Saranno più facilmente donne frustrate e incattivite che difficilmente cresceranno figli equilibrati. Ovviamente questo non implica che sia sacrosanto il desiderio opposto, quello di rinunciare al lavoro per dedicarsi ai figli, se è un desiderio. Ma in questa maledetta pandemia ho visto con i miei occhi donne bacchettate da altre donne solo per aver detto che a loro mancava il lavoro e non solo per i soldi. Considerate colpevoli per aver osato lamentarsi del fatto di essere bloccate in casa h24 con i figli. Un anno fa mi sarebbe sembrato ridicolo scriverlo, ma oggi scopro che non lo è. Una donna può essere una buona madre anche se non desidera annullarsi totalmente e rinunciare a tutte le proprie ambizioni professionali. Di più, molto figli stanno meglio con madri che lavorano, soddisfatte del proprio impiego, piuttosto che con casalinghe frustrate.

Questo lunghissimo post, in realtà, non fa che raschiare la superficie dei pensieri sorti con la lettura di questo romanzo, infatti la riunione del gruppo di lettura è stata chiusa alla fine più per sfinimento fisico (tutti arriviamo al venerdì sera sfatti) che per esaurimento delle tematiche.

Non a tutti la protagonista è stata simpatica, ad esempio. A tratti neppure a me. Si tratta, ai nostri occhi, quasi di una sposa bambina, rimasta immatura, capricciosa, con a volte una supponenza smisurata. Il libro ha anche una funzione apologetica. Lei vuole mostrarsi nella luce migliore possibile e la sensazione è che ogni tanto ometta, nasconda, giri a sua vantaggio delle situazioni. Durante le terribili scene di violenza domestica mi sono trovata a pensare se fossero vere, se fosse possibile una tale brutalità o non stesse ingigantendo per giustificare la sua fuga. E poi mi sono sentita un mostro. Io, donna del 2021, abituata tutti i santi novembre a sensibilizzare contro la violenza sulle donne leggo una scena di violenza domestica e il mio primo pensiero è "starà esagerando"? Credo che questo, più di ogni altro mi abbia dato la misura di quanto una certa cultura in Italia sia ancora pervasiva, persino dentro di me.

Alla fine l'unica cosa che mi sento di dire per concludere è che è una lettura necessaria. Un romanzo che dovrebbe stare tra quelli imperdibili del primo novecento e che invece in tanti si dimenticano anche di citare in nota.

domenica 14 febbraio 2021

Lo zen, la scuola e le astronavi


 San Valentino ci regala una giornata di luce abbagliante e una valanga di ricordi inquietanti.

Qua in Piemonte iniziano le vacanze di Carnevale. Un anno fa così finiva la normalità. Finiva senza che ne accorgessimo davvero, con inquietanti notizie che comunque pensavamo non ci avrebbero toccato davvero e feste che non sospettavamo sarebbero state le ultime. Finivano, per noi prof, con compiti assegnati di cui poi nessuno si sarebbe ricordato, con classi che si salutavano e non si sarebbero più riunite. Alcuni dei miei alunni delle terze medie dell'anno scorso non si sono più rivisti.

Poi è cambiato tutto per tutti. Per la scuola nulla è stato più come prima. Siamo entrati in flusso di mutamento costante che prevede rapide improvvise, secche non segnate sulle mappe, cascate quando meno uno se lo aspettava. Nel tentativo di traghettare le mie terze medie verso una parvenza di fine ciclo di istruzione che avesse senso almeno ai loro occhi ho avuto varie tentazioni. Ubriacarmi ogni volta che la ministra cambiava idea. Ma, nonostante i miei geni veneti, avrei rischiato l'alcolismo. Dedicarmi allo shopping compulsivo ogni volta che cambiava idea. Ma il mio conto sarebbe andato in rosso. Quindi ho tirato giù santi e scoperto a cosa servono i farmaci contro l'acidità di stomaco.

A inizio anno scolastico ho pensato che non ce la potevo fare a vivere così. Inutile tentare di governare il flusso. Sarei stata foglia nella corrente. Imperturbabile. Banchi a rotelle, rime buccali, autocertificazioni, misurazione della febbre? Mi sono imposta a non farmi toccare da nulla su cui non avessi il controllo. Se un ministro si fosse svegliato dicendo che avremmo dovuto insegnare a testa in giù, attaccati al soffitto, nell'impossibilità di far presente il mio punto di vista, avrei dedicato le mie energie solo a controllare la sicurezza dell'imbracatura.

Con questo spirito ho iniziato la sperimentazione senza zaino. Che si è trasformata in "molto più zaino" perché ora la trasgressione non è più bigiare (giuro, ho sentito alunni dire che le vacanze di Natale sono state troppo lunghe), ma scambiarsi una matita, tutti devono portare tutto (e per tutto si intende tutto, anche il proprio elmo, ad esempio)


Ma, in questi tempi straordinari, a scuola si sono viste cose straordinarie. Non solo sono arrivati termoscanner, gel sanificanti, flacconi d'alcool, cose che già da sole mi sembravano fantascienza.

Sono arrivati gli Ipad. Cammionate di Ipad. Se ne parlava da inizio anno, ma una parte di me non ci aveva davvero creduto fino a che non sono entrata in aula insegnanti e ho visto pile di confezioni di Ipad sul tavolo. Li ho guardati come gli scimmioni di 2001 Odissea Nello Spazio guardavano il monolite.

Qualche giorno dopo tutti i miei alunni della classe senza zaino avevano il loro Ipad. Che dovevano attivare e io non avevo la più pallida idea di come si facesse. L'unica cosa a cui riuscivo a pensare era che a me la scuola, da studente o da docente, non ha mai dato in comodato d'uso neppure una penna. Non certo un Ipad con tanto di tastiera e apposita penna. Poi, mentre cercavo di non tirar giù santi nel tentativo di attivare i maledetti monoliti, ho iniziato a pensare a come potessi requisirne uno. Purtroppo gli alunni sono ormai avvezzi al draconiano regolamento anti covid, figuriamoci se incappano in un comportamento tale da permettermi di sequestrare loro l'aggeggio.

Dal giorno seguente, mentre gli Ipad iniziavano ad allargarsi a macchia d'olio in tutte le classi della scuola, i miei alunni erano tutti muniti di monolito alieno funzionante. La prima impressione è stata quella di guardare dalla bicicletta le evoluzioni delle astronavi. Come cavolo faccio a insegnare a quelli delle astronavi? Poi è arrivata la vocina antipatica che mi ha detto "rendilo noioso e tutto sarà gestibile". Poco etico, forse, ma funzionale. Un bel foglio condiviso con tutti e via di esercizi. Tutti vedono le modifiche di tutti e per me è meraviglioso. Per loro forse meno, ma riusciamo a far atterrare tutte le astronavi senza drammi e danni.

I giorni successivi prendo coraggio. Quanto sarà diverso il mio Mc dal loro Ipad? Dopo dieci minuti in cui non riesco a salvare nel formato desiderato un file di testo mi arrendo all'evidenza. Sono ferma alla pietra levigata e invece loro hanno il teletrasporto. Fotografano i miei appunti alla lavagna e li imprementano con i loro. Ricalcano le cartine in digitali e parlano di app di cui io neppure conosco l'esistenza.

Cerco di convincermi che non è davvero necessario conoscere tutte le tappe di un processo per guidare un risultato. Riusciamo in qualche modo a realizzare dei grafici in digitale, ma non saprei dire come abbiamo fatto. 

Intanto sono già passate delle settimane, gli Ipad sono dilagati e ho scoperto che il mio essere foglia aiuta. Non mi sono posta una serie di problemi e non so dire se non li ho visti o non si sono presentati. Non ci sono state battaglie con gli Ipad come armi. Se durante le lezioni i ragazzi in realtà hanno giocato a Fortnite in rete lo hanno fatto così bene che non solo non me ne sono accorta, ma di fatto hanno esercitato delle competenze (la parola magica della scuola degli ultimi anni). Del resto i risultati delle verifiche fatte tramite l'astronave dimostrano che se sono andati contestualmente a fare controlli in rete, qualcosa è andato storto. In compenso diamo ormai per scontato di poter consultare il web quando ci pare per cercare qualsiasi cosa e mi sono trovata non so bene come in un surreale lavoro di gruppo in cui ogni ragazzo stava in silenzio nel proprio banco chattando con i compagni. In teoria io potevo supervisionare in contemporanea tutte le chat, ma dopo tutto la cosa importante era solo che sapessero che io potevo farlo.


La cosa che davvero mi scoccia è che le astronavi sono sbarcate ormai da settimane e non ho avuto occasione di sequestrarne neppure una. Non ho ancora capito come funzionino la maggior parte delle app e invidio in modo viscerale il loro programma di grafica e la facilità con cui i ragazzi lo usano. 

Quindi domani vado a investire due anni di bonus docenti in un'astronave. Sperando che i miei alunni mi facciano un corso accelerato di pilotaggio.

domenica 7 febbraio 2021

# i gatti consigliano e il Salotto di Baker Street


 Senza un motivo sensato e ragionato, sono approdata su Instagram. O, meglio, per seguire meglio un'amica ho scoperto che avevo fatto un account anni fa e mai più utilizzato. Perché all'uso di un social bisogna dare un senso. Quindi va bene buttare un po' di foto a casa, adoro fare foto a casa, ma poi?

domenica 31 gennaio 2021

Questioni di atmosfera – provare a scrivere horror




 Questa è stata una settimana di infinita stanchezza, che ha coinciso con il caotico momento degli scrutini. È da lunedì che mi sembra di aggirarmi come un bradipo catalettico, con la stessa capacità di concentrazione e di pensiero astratto.
    In realtà alcune cose sembrano pian pianino se non sistemarsi, assestarsi e quindi credo che la mia attuale bradipite sia principalmente stanchezza arretrata. È un anno, ormai, che sia dentro alla pandemia. Un anno che, per mia figlia, è una frazione tutt'altro che trascurabile della sua vita. L'ultima festicciola con altri bambini esterni alla cerchia più stretta della famiglia è stata quella del carnevale 2020. Di alcune esperienze banali non ha neppure memoria, perché non le ha mai sperimentate o perché il tempo trascorso per lei è troppo lungo per ricordarle. Un film visto al cinema, una cena in pizzeria, andare a trovare i cugini in Lombardia (di questo ha un ricordo molto vago), provare uno sport di squadra... Per noi grandi è un anno di preoccupazioni, un anno di amici o parenti malati, lontani, di notizie difficoltose, di impossibilità di staccare davvero. E non se ne vede ancora la fine, con la fatica che si accumula sopra la fatica. È così per tutti, ma ormai più che il desiderio di solidarietà, prevale quello di rintanarsi ciascuno nel proprio cantuccio, cercando andare avanti come si può.
    Nonostante questi pensieri nebbiosi, questi giorni in realtà non sono stati da buttare. È arrivato il secondo contratto dell'anno, anche questo per un racconto, anche questo per un horror.

sabato 23 gennaio 2021

Helgoland di Carlo Rovelli – Letture



Quasi tutti, perché ormai se n'è appropriata la cultura pop, conoscono il paradosso del gatto di Schrodinger. C'è un gatto chiuso in una scatola insieme a un meccanismo che, solo nel caso avvenga un evento quantistico, può rilasciare del veleno. Guardando la scatola da fuori non c'è modo di sapere come stia il gatto che va quindi considerato sia vivo che morto. Schrodinger era una brutta persona, ce lo dice Rovelli stesso "aveva una non celata predilezione per le ragazze preadolescenti" e quindi il gatto è vivo o è morto (o entrambi). È così in tutti i libri che trattino di fisica quantistica, tranne in questo. Rovelli vuole così disperatamente piacere che il gatto è sveglio o addormentato.

domenica 17 gennaio 2021

Il castello dei destini incrociati – Piovono libri

 – Idea fotografica rubata a Elena –

 In un inizio anno così complicato non era questo il libro che mi meritavo.

domenica 10 gennaio 2021

Pubblicherò il mio racconto della pandemia. E sarà un horror


 


Avevo chiesto al 2021 un po' di noia.

Devo aver sbagliato qualcosa nella mia richiesta. Mi trovo al giorno dieci del nuovo anno con quel tipo di stanchezza che pesa sulla mente come sul corpo, alla ricerca del freno d'emergenza che faccia bloccare il nuovo anno e mi permetta di correre altrove, alla ricerca di giornate diverse che mi traghettino verso il futuro.

Ma non possiamo scegliere il tempo in cui vivere, possiamo solo scegliere come viverlo. Visto che questo è, di nuovo, per me un tempo di attesa di notizie, di medici che chiamano quando possono, se possono e se va tutto bene non chiamano, tento, come riesco, di cercare la bellezza che ci circonda. Non so se davvero la bellezza ci salverà, so però che sono grata alla possibilità di muoversi per 30 km se si abita in comuni di meno di 5000 abitanti. Il mio ne fa 3000, lo amo molto, ma ormai ne conosco ogni albero. 

Sono andata quindi alla ricerca del bello dietro casa (o sopra casa) e vi regalo qualche scatto di ciò che ho trovato.