sabato 18 settembre 2021

Di nuove metodologia didattiche e dei loro inaspettati esiti


 La scuola dove lavoro si è sempre distinta per sperimentazione didattica.
Capovolgiamo, stiamo senza zaino, facciamo didattica all'aperto, forniamo astronavi ipad e, dopo l'anno scorso nulla ci può più spaventare. O quasi.
Quest'anno proveremo una nuova formula di UDA. UDA sta per Unità di Apprendimento, che qui tra BES, PDP, CdC ormai parliamo con un codice segreto comprensibile solo a noi Insegnanti Iniziati.
Per queste UDA, che non sono UDA generiche, trovate chissà dove, è venuta una docente universitaria per spiegarcene il funzionamento.
Ora, dato che io sono come formazione quasi più una scienziata prestata alle umane lettere, ho l'idea che qualsiasi cosa va prima sperimentata, osservata e bisogna vederne i risultati prima di applicarli su larga scala.

Quindi l'anno scorso iniziato la mia sperimentazione UDA domestica su mia figlia.
Nucleo fondante: musica
Le ho proposto la domanda generativa: secondo te cos'è la musica?
Ho ascoltato la sua risposta ingenua (mica tanto "è l'aria che si muove con un ritmo che ti fa ballare").
L'ho portata in una scuola perché una maestra qualificata sostituisse la sua idea ingenua con una più fondata.
Ho dato mandato alla maestra perché mia figlia potesse scegliere quale branca della musica approfondire secondo il suo genuino interesse. Questo, dice la formatrice, è essenziale perché la libera scelta e l'assunzione dell'impegno aiutano molto lo studente ad applicarsi con costanza su qualcosa che davvero a loro interessa.
La scuola in questione ha svariati corsi, praticamente ogni strumento dall'arpa al flicorno, ma dato che la maestra di propedeutica è anche la docente di pianoforte e che da dietro la porta chiusa io ogni tanto sentivo strimpellare, pensavo a una scelta un po' indirizzata.
Avevo anche ragionato su dove piazzare un pianoforte in casa e già accarezzavo l'idea di una pianista.
Poi c'è il fatto che mio nipote, che abita al piano di sotto, è violoncellista e fin da piccolissima mia figlia ha potuto osservare e ascoltare il violoncello. Che poi è il mio strumento preferito. In teoria sarebbe il caso di evitare il confronto interno, ma insomma, il violoncello è proprio un bello strumento.
Poi c'è stato il momento in cui mia figlia ha visto il film Pixar Coco e la chitarra sembrava il massimo dei suoi sogni. Come suono la chitarra mi piace meno di tanti altri strumenti, ma ammetto che sia pratica, maneggevole e meno costosa di altre cose.
Insomma, ogni venerdì portavo mia figlia a propedeutica serena e sicura della metodologia didattica da me scelta.
Alla fine del percorso di propedeutica, a luglio inoltrato, ecco uscire tutte sorridenti dalla stanzetta figlia e maestra. È arrivato quindi il momento della scelta del "gruppo d'interesse" in cui approfondire la branca della materia ritenuta più interessante. Certo, in periodo covid sarà un "gruppo d'interesse" singolo, figlia e docente, ma va beh.
Dentro di me spero con tutto il cuore che non sia il violino.
Il violino, all'inizio, ha lo stesso suono di un gatto a cui venga pestata la coda. Abbiamo già due gatti in casa, grazie.
La maestra conosce questa mia remora e quindi esordisce subito con un poco incoraggiante:
"Tranquilla, non è il violino".


E così eccoci alla seconda lezione.
Dopo aver spiegato i fondamentali, il maestro (bravissimo) sorride e propone:
"Proviamo una canzoncina?"
E io penso a una cosa tipo Fra Martino. 
Insomma, mia figlia ha 5 anni, ci sarà una qualche canzoncina che si possa ritmare con la batteria.
Poi la canzoncina parte.

Oggi, ovviamente, la pargola si è presentata con in mano le bacchette, pronta a esercitarsi...
Pare che questo metodo garantisca impegno e entusiasmo da parte degli studenti.
Ora, per qualche motivo, sono un po' timorosa all'idea di proporlo a scuola...


venerdì 3 settembre 2021

Settembre



Come tutti gli insegnanti  ho un rapporto conflittuale con settembre, la paura e la voglia di andare.

E poi settembre, qua sul lago, con questa luce, con i primi funghi che verso fine mese iniziano a spuntare nei boschi, come si fa a non amarlo?

Ma andiamo con ordine.



 Ieri la figlioletta ha compiuto cinque anni.
Uno di quei momento in cui ti investe il treno dei luoghi comuni e sono tutti veri. Sembra ieri. Com'è possibile? Come ho fatto a non accorgermene, mi sono girata che appena camminava? Come siamo passati dalle prime paroline al pensare a dove iscriverla alla primaria? Eppure il tempo trascorso me lo ricorda la mia spalla infortunata, la bicicletta già sostituita con una più grande che ci guarda da un angolo del cortile, le tacche sul metro della cameretta a segnalare la statura crescente.
E anche qui la voglia e la paura di gettarsi nel futuro.
Domani la prima vera festicciola con alcune amichette. La prima perché il covid maledetto ci ha negato quella dell'anno scorso e quella dei tre anni, per lei, è di una vita fa. E quindi eccomi. Mi sembra di armare un esercito fantasy. Bacchette magiche schierate, rigorosamente con le paillettes, battaglioni di palloccini, mitragliatore di bolle di sapone. E nel preparare la sensazione che mi divertirò almeno quanto le bambine, con la differenza che avrò il rimpianto di non aver più, di non poter avere mai più, cinque anni.

Ma settembre è, ovviamente, il mese della ripartenza scolastica. E come si riparte?

Con tanta buona volontà e sperando in bene.

Questo, è in sostanza, il riassunto del Collegio Docenti. I mezzi di trasporto non sono stati potenziati. Le classi non sono diventate meno numerose (per fortuna nel mio istituto questo è un problema relativo). Insomma, si fa come l'anno scorso, si spera nel vaccino e ci si affida al santo di fiducia.

Rispetto all'anno scorso c'è un po' più di sicurezza nelle procedure da seguire: autocertificazioni, sanificazioni, spazi separati, didattica all'aperto, ipad non ci fanno più paura. Manca un po' quella fiducia (almeno da parte mia) di una ripartenza davvero definitiva. Perché il mio entusiasmo di settembre nel tornare in classe è finito a ottobre con classi in quarantena, colleghi ammalati e la paura costante di portare il virus a casa. Speriamo nelle mascherine e nel vaccino, speriamo, ma mentirei se dicessi che sono del tutto tranquilla.

Ho voglia di ripartire, di ritrovare i ragazzi. Di inventarmi qualcosa da fare. Di sperimentare. Ho voglia di una scuola che sia scuola, anche se per vedere i sorrisi bisognerà aspettare ancora un po'.


Settembre è anche il momento dei bilanci dell'estate e, dato che qui si parla principalmente di libri, anche di bilanci di lettura.

Per essere stata un'estate un po' anomala (solo i tre giorni a Venezia di vacanza vera e propria con tutta la famiglia), tra audiolibri, romanzi e fumetti (dovrei darmi un tono e parlare di graphic novel) sono abbastanza soddisfatta. Ho terminato una dozzina di volumi, di cui un paio che superavano il limite psicologico delle 500 pagine.

Della trilogia rinascimentale di Forcellino ho già parlato, quindi, tra gli altri, scelgo come libro top dell'estate


Franco Forte e Vincenzo Vizzini – L'uranio di Mussolini

Non sapevo bene cosa aspettarmi da questo romanzo, che mi ha davvero conquistato. Negli anni '30 Mussolini aveva forse la possibilità di realizzare un'arma rivoluzionaria (o, meglio, aveva la possibilità di realizzarla un tale Fermi), serviva però un materiale, l'Uranio, che per fortuna si è rivelato di difficile reperibilità. Il romanzo ruota sulle difficoltà di portare l'uranio in Italia, ma questo è quasi un pretesto per portare il lettore dentro un'indagine della Sicilia degli anni del fascismo. Quando ho acquistato il romanzo l'ambientazione era ciò che più mi intrigava. Invece mi sono innamorata dei personaggi, Vincenzo, ex reduce di guerra, poliziotto che combatte una sua personale crociata contro le ingiustizie e Franco, convintissimo fascista, lombrosiano, perché a lui, figlio di una prostituta, il fascismo ha comunque dato delle opportunità. Pensavo fosse principalmente un libro di intrattenimento, e forse lo è, ma lavora sul piano dell'inquietudine. Erode le certezze e i preconcetti del lettore, perché quale che sia la sua lettura del periodo fascista, il romanzo ne mette in luce varie sfaccettature. Quindi sì, ci si può affezionare anche a un fascista, si può pensare che sia proprio una brava persona. E poi pensare che stava per mettere la bomba atomica nelle mani di un dittatore che non vedeva l'ora di provare nuove armi in Etiopia. Si termina la lettura soddisfatti per la risoluzione dell'indagine interna, ma con un'inquietudine che non passa facilmente. Perché la storia è un affare maledettamente complicato e questo romanzo ha il gran pregio di ricordarcelo.


venerdì 27 agosto 2021

Venezia mon amour


 

Il mio consiglio di viaggio è quasi sempre Venezia.

L'idea che qualcuno non sia stato a Venezia mi causa una sorta dolore fisico, una spasmo a livello del ventre. Come si fa a vivere senza vedere Venezia?

A Venezia, per visitarla davvero, bisognerebbe andarci sempre d'autunno, con calma, dormendo al suo interno. Uno dei miei ricordi di viaggio più belli sarà sempre un fine settimana di Novembre a Venezia, dormendo nel mitico ostello de la Giudecca, in faccia a San Marco. Adesso che l'autunno sta per iniziare, quindi, il mio invito è ancora più pressante: andateci nelle prossime settimane a Venezia. Ancora non ci sono che turisti provenienti dall'Unione Europea, potete dormire dove mai avete sognato di potervi permettere di dormire (e al peggio, ho controllato, l'ostello a la Giudecca è sempre lì) per immergervi nella magia.

Perché Venezia è magica sempre. Anche in questo fine agosto strano, di battelli affollati come se la pandemia non ci fosse mai stata e assurdi valzer in nome del green pass (ho il cartaceo, il lettore non lo legge perché c'è una piegolina. Ho anche il digitale, aspetti che lo apro. No, questa visualizzazione no, proviamo l'altra. È saltata la rete, la app di lettura non va. Beh, vediamo se i dati del cartaceo corrispondono almeno ai documenti. Va beh entrate che si è fatta una coda che mi intasa tutta la calle...).

Perché a Venezia basta girare l'angolo per trovare campi deserti


Basta che arrivi la sera, perché il turista di giornata se ne vada


Perdendosi per altro i momenti migliori


Sono stata parecchie volte a Venezia. Ci sono stata con tutti i miei legami affettivi più forti e ogni volta ne ho scoperto aspetti nuovi. Andando con mia figlia ho trovato altri lati ancora. Cercare i parchi giochi della laguna mi ha regalato nuovi scorci.



E mi ha dato l'opportunità di fare quattro chiacchiere con alcune famigliole veneziane, che mi hanno spiegato il perché dei vaporetti affollati nonostante un numero di turisti decisamente gestibile (la mancata assunzione di un gran numero di stagionali) e mi hanno raccontato il loro difficile rapporto con l'automobile (non solo a Venezia non la puoi tenere, ma non puoi neppure imparare a guidare esercitandoti con i parenti, come facciamo noi sulla terra ferma).

Sempre la ricerca del parco giochi ci ha portato alla Biennale di Architettura, che si è rivelata divertentissima per i bambini.

(Meraviglioso il padiglione sull'acqua, in cui l'acqua piovana di veniva raccolta, incanalata, fatta piovere, usata per coltivare piante con cui venivano preparate tisane offerte ai visitatori).





E ovviamente non si possono dimenticare i libri della ormai famosissima libreria Acqua Alta



E la caccia agli animali fantastici dentro la basilica di San Marco



Venezia, forse più di ogni altra, è una città che va amata e che ricambia schiudendo i propri tesori nascosti appena fuori la calca dei turisti.



Non fatevi spaventare dalla sua fama di città cara, di trappola per turisti. Se ne avete la possibilità, mettete in valigia un paio di stivali (l'acqua alta può sempre fare capolino) e quest'autunno andata a Venezia.

mercoledì 4 agosto 2021

Cinquanta sfumature di rinascimento

 


Ci sono libri che si scelgono e libri che si impongono alla nostra attenzione. Libri che vengono da soli e libri che si muovono in branco. Libri che fanno da sottofondo e libri che segnano un momento.

Questo rimarrà il luglio dei romanzi sul rinascimento di Antonio Forcellino, nell'ordine:

Il secolo dei giganti – Il cavallo di bronzo

Il secolo dei giganti – Il colosso di marmo

Il secolo dei giganti – Il fermaglio di perla

Avevo già dedicato un'estate, alcuni anni fa, ai saggi dello storico dell'arte Forcellino sui grandi del rinascimento e ne conservo un ricordo assai piacevole. Per questo, trovando in offerta uno di questi romanzi lo avevo acquistato senza pensarci due volte. Poi però non lo avevo letto. Intanto si tratta di tre tomi da cinquecento pagine. Hanno un aspetto molto serioso. Sono divisi, come usavano gli storiografi del tempo, in base al papa che sedeva sul soglio pontificio. In fondo c'è il corposo elenco delle fonti utilizzate dall'autore. Insomma, a prima vista appaiono come interessanti mattoni. Non il libro più adatto a me in periodo scolastico e di certo non il tipico libro da ombrellone.

Ma, si sa, è proverbiale che non si debba mai giudicare un libro dalla copertina.

Perché il tratto più distintivo di Forcellino, che già si intravedeva nei saggi, ma che qui ha potuto scatenarsi, è il gusto per il pettegolezzo. Un pettegolezzo ben documentato, sia chiaro, che probabilmente nasconde decenni interi di studi specifici per stabilire chi andava a letto con chi e che ora impregna le pagine. 

Forcellino, va detto, racconta il rinascimento con l'ottica tutta sua. Ha un piede nella politica ed è sempre attento a spiegare con parole comprensibili ai non addetti ai lavori come micro eventi e macro eventi siano intrecciati, come un cannone che spara a Costantinopoli porti Verrocchio a indirizzare un giovano Leonardo alla fusione del bronzo. Ha un amore incondizionato verso l'arte,  a cui dedica pagine emozionanti, che incantano. E poi ha il gusto per un pettegolezzo non maligno, ma disincantato. Il rinascimento è stato, almeno secondo Forcellino, un tempo di amore libero e disinibito, del tutto slegato rispetto ai voti matrimoniali o ecclesiastici.

Ho iniziato il primo romanzo chiedendomi se potessi proporlo ai miei alunni (ne ho un paio appassionati di storia e lettura), ma al secondo capitolo, quando con molta disinvoltura un giovane Leonardo si fa sedurre letteralmente dal primo che incontra, ho capito che forse non era il caso. Devo ammettere, però, che mi sono divertita molto. Un po' per il modo che ha l'autore di presentare gli eventi:

"Il cardinale era considerato in curia un uomo morigerato. Prediligeva gli uomini, ma con discrezione, e aveva un'unica amante da cui aveva avuto una figlia".

E un po' per la disinvoltura e la mancanza di giudizio morale con cui vengono raccontate tresche e retroscena storici. E un po' per le due cose che riescono a far commuovere l'autore (e un po' anche me): l'arte e gli amori di lunga durata. I libri di Forcellino vanno letti, infatti, rigorosamente con un dispositivo a fianco per visualizzare le opere via via nominate, che sono tantissime. Leggendo il racconto delle storie e delle sofferenza che stavano dietro l'artista, il committente o il soggetto ritratto davvero quei quadri meravigliosi acquisiscono un valore aggiunto, sembrano più vivi e più vicini. Viene voglia di vederli o rivederli dal vivo e di sentirli palpitare. E poi, come dicevo, ci sono le storie d'amore di lunga durata. Quasi tutte atipiche, nate al di fuori dal matrimonio, spesso con protagonisti due uomini. Ecco, che l'amore potesse esistere, spesso resistere per decenni, quasi sempre semi nascosto, in quel tempo che è stato comunque di violenza e di sbandamento morale, ha qualcosa di sorprendente e miracoloso, come l'arte.

La trilogia di Forcellino si è rivelata quindi una piacevole scoperta. Non certo alta letteratura (a volte, per altro, non mi è chiarissima la scelta di raccontare alcuni fatti e sorvolare su altri), ma che racconta un rinascimento popolato da uomini non angiografati, complessi nei loro pensieri, nel loro agire, nel loro modo di fare arte e nel loro amare.

PS: ho ascoltato su audible anche un altro romanzo sul rinascimento, che si presentava come un libro da ombrellone, con una quarta di copertina che prometteva sesso e sangue. Ho riso moltissimo perché la scena di più hot lì prevedeva un bacetto sulle dita delle mani.

mercoledì 7 luglio 2021

Letture inaspettate

 È da un po' che non scrivevo più di libri, qui, preferendo le mini recensioni su Instagram o Facebook. Ogni tanto, però, capitano dei libri su cui vale la pena soffermarsi. E l'estate è il momento migliore per consigliare libri, sopratutto quelli meno conosciuti

Ecco dunque tre libri sorprendenti, molto diversi tra loro, che mi sento di consigliare per la vostra estate. Sono accumunati, però, da due caratteristiche, la brevità e, sopratutto, lo sguardo femminile delle protagoniste, donne ai margini della storia, che la sanno guardare e raccontare in modo differente

Timandra – Thodoros Kallifatidis, Crocetti Editore
Questo è stato proprio un libro a sorpresa. Acquistato mentre stavo già uscendo da una libreria, scritto da un autore di cui non sapevo niente, di un editore di cui non ho mai letto alcun libro.
Ora so che Thodoros Kallifatidis è un greco immigrato in Svezia, dove ha studiato filosofia e scrive in svedese narrativa e poesia. Una persona che non deve avere una mente semplice e che non ci regala un'opera semplice.
Timandra è un'etera nell'Atene del suo massimo splendore. Nell'antica Atene il matrimonio era una faccenda di famiglia che nulla aveva a che fare con l'amore. Del resto le brave ragazze di Atene erano semi analfabete spose bambine che non lasciavano la casa se non in occasione di festività religiose. Nella patria della filosofia e della scienza l'amore era un estetismo intellettuale che andava ricercato altrove. Nei bei ragazzi o nelle etere, donne istruite ai piaceri del corpo e della mente. Ma le etere, loro, cosa cercavano?
Timandra è una di loro. Viene istruita fin da bambina alla filosofia, alle scienze e alla politica, oltre che a come incantare gli uomini. E il mondo degli uomini lo guarda da fuori, con distacco. Al contrario delle altre donne può muoversi liberamente ad Atene, ma non fa davvero parte della Polis, non ha alcun potere decisionale, se finirà nei libri di storia sarà in modo incidentale, come nota a pié di pagina, fatto non secondario in una società ossessionata dall'immortalità. I grandi uomini ai suoi occhi sono solo uomini, fallibili, meschini persino quelli destinati a giganteggiare nei millenni. E tuttavia anche Timandra finisce per innamorarsi, dell'uomo più controverso di Atene, Alcibiade. Condottiero cresciuto come un predestinato al punto da credersi al di sopra di ogni regola. L'uomo che forse, più di ogni altro, ha decretato la fine di Atene.
Timandra è un romanzo di estremo fascino, ma non è semplice.
Non è semplice Timandra, donna libera, fiera, in grado di discutere di filosofia con Socrate, ma pronta a lasciare tutto solo per rimanere a fianco all'uomo che si è scelta nel momento della sconfitta.
Non è semplice il contesto in cui la vicenda è calata, una sorta di ubriacatura intellettuale, simile per certi versi ad alcuni momenti del nostro rinascimento, in cui sembra che a un certo punto gli stessi pensatori perdano il contatto con la realtà, portando di fatto la città e tutto il loro mondo alla rovina. Qualcosa che affascina e spaventa, perché rimane il dubbio, non so quanto voluto dall'autore, che l'estrema libertà di pensiero non possa che condurre all'autodistruzione. 
Non è semplice, per nulla, la figura di Alcibiade, personaggio che nonostante tutto non si riesce a odiare, che non si capisce se sia troppo semplice o troppo complicato, in grado di far perdere la testa persino a Socrate. Un uomo che tutti desiderano (anche e sopratutto carnalmente) e a cui tutti addebitano ogni colpa, appena la sua fortuna gira.
Questo è quindi un romanzo meditativo, a cui avvicinarsi con la giusta predisposizione d'animo, ma che offre moltissimi spunti di riflessione.
Raccomandatissimo un bel ripasso di storia e filosofia greca, perché Timandra non si perde in spiegoni e dà per scontato che il lettore abbia presente i fatti e i personaggi (anche minori) a cui si riferisce.



La madre – Grazia Deledda (diverse edizioni disponibili)
Grazie agli audiolibri ho recuperato alcuni classici imperdibili che invece mi ero persa. Ho ascoltato Canne al vento, che mi era piaciuto, sì, ma fino a un certo punto. Con quello credevo chiusa la pratica Deledda, avevo messo la spunta all'unica donna italiana premio nobel per la letteratura con quello che pensavo un a mai più rivederci. Poi il gruppo di lettura mi ha portato a sbattere contro a La madre come a un treno in corsa. 
Ecco, questo, ho pensato ad ascolto concluso, è un capovolavoro da premio nobel.

La madre del titolo è una donna che giganteggia per tutto il romanzo, aleggia sugli altri personaggi, si impone nell'immaginario del lettore. È una donna di origini umilissime, di fatto violentata da un vecchio parente che si è trovata a sposare. Subito vedova ha iniziato a vivere per il figlio, Paulo, che riesce a far entrare nel seminario in cui lavora come serva. Attraverso Paulo, ottiene il suo riscatto sociale. Tornare nel suo paese natale, nella Sardegna profonda di inizio secolo come la madre del parroco. Ma qui succede qualcosa di inimmaginabile per la donna. Paulo si innamora dell'unica donna nubile di buona famiglia del paese. E qui la madre entra in crisi. Perché la cosa più razionale da fare è riportare Paulo sulla retta via, perché uno scandalo in quel contesto sociale è inimmaginabile. Ma si insinua il dubbio. Non è forse degno di amare, il suo Paulo, degno di essere amato da una donna a cui non riesce a muovere davvero una critica? Ecco che nel profondo della Sardegna di inizio secolo nel cuore di una donna che non ha mai messo in dubbio le regole di una società che nei suoi confronti è sempre stata durissima, si insinua il dubbio. E il dubbio (il vento?) è l'altro grande protagonista del libro. Il dubbio che la via seguita non sia l'unica giusta, che ci sia altro, pulsioni antiche e profonde, quelle del cuore, ma anche quelle del passato, i fantasmi, a cui non ci si possa sottrarre. Un mondo che si fa di colpo più sfumato e complicato. Il tutto è raccontato in una stile estremamente cinematografico, come se fosse un enorme piano sequenza. Scopriamo così i tentennamenti di Paulo, prete per professione, senza vera fede persino quando tutti asseriscono che abbia compiuto un miracolo, l'improvviso arrogarsi di un ruolo da protagonista della donna da lui amata, i sogni ancora inconsapevoli delle conseguenze di un ragazzetto che vuole farsi prete.

Ho trovato questo romanzo estremamente moderno, sia nello stile che nei personaggi. Un dramma, alla fine, quello di Paulo, ancora attuale e quello dell'autrice uno sguardo sulla società di grande lucidità. Se non avete ancora letto questo libro, fatelo. Se non avete ancora letto Grazia Deledda scegliete questo romanzo.


Venivamo tutte per mare – Julie Otsuka, Bollati Bordighieri editore

Libro esile, ma assai particolare, questo, che regala un significato tutto nuovo alla definizione di "romanzo corale".

Si tratta dell'unico romanzo che io abbia mai letto scritto alla prima persona plurale. "Noi" sono le immigrate giapponesi negli USA tra le due guerre. La Otsuka prova a costruire una sorta di narrazione collettiva, come se le voci di tutte le donne arrivate per mare, spose per procura si mescolassero e si uniscono. Ogni tanto ne emerge una. Una di noi... inizia un paragrafo. Un'altra di noi... Le storie si intrecciano, si mescolano, si confondono. Destini diversi, alcuni tragici, altri felici, accomunati dalla nostalgia per la terra natale, il lento, ma inesorabile perdere contatto con le proprie radici, il tentativo, a volte riuscito e a volte no, di costruirsi una vita diversa, forse migliore. E poi figli che sono in parte figli di una nuova terra, che hanno per lingua madre un'altra lingua, che non conoscono, non capiscono e spesso rifiutano le tradizioni materne. Storie di immigrazioni così diverse e così simili a quelle di tutte le altre immigrate, di ogni tempo in ogni luogo. Salvo poi mutare di colpo. Perché con l'entrata in guerra degli USA tutti i giapponesi vengono segregati. Spariscono. Vengono portanti via nella notte. Rimangono banchi vuoti nelle aule scolastiche, serrande di negozi chiusi, animali domestici abbandonati di cui, forse, qualcun altro si prenderà cura. E la sorpresa dei vicini che diventa pian piano indifferenza, come se quelle vite, in fondo, non ci fossero mai state. Mentre al lettore non resta che constatare quanto sia facile, in ogni tempo e in ogni luogo, far sparire un'intera minoranza senza che quasi nessuno protesti.

Una lettura (o un ascolto) breve ma intenso, che a distanza di mesi ancora mi rimane dentro

lunedì 28 giugno 2021

Mystfest2021

 




Partire all'avventura, senza sapere bene cosa aspettarsi, spaventata dal dover guidare in autostrada, dalla mia timidezza, tornare piena di gratitudine, ubriaca di incontri, di risate, di storie, di libri e di idee nuove. Questo è stato per me il Mystfest 2021, vissuto dal ruolo (molto privilegiato) della pregiurata.

Nell'incapacità di dare un ordine ai pensieri, mi limiterò alle cose essenziali.

Il Mystfest e la sua organizzazione

Io non oso immaginare quanta fatica ci voglia a organizzare un festival del genere, di questi tempi, cercando di far sentire ciascuno a casa, ciascuno coccolato, a proprio agio, in modo che vada via con un grande desiderio di tornare. Però so che il Mystfest c'è riuscito. Simonetta Salvetti, la direttrice del festival, e tutto lo staff hanno la mia più grande ammirazione. Sono riusciti a creare un evento in cui ci si sentiva a casa e si poteva passare con grande naturalezza dalle risate più grasse alla riflessione. Era tutto curato nei minimi dettaglia, al punto che quando un gatto nero ha fatto la sua comparsa dietro al palco, mentre parlavano i giallisti era difficile pensare che il suo ingresso non fosse stato sapientemente coreografato.

Il Fondo Giallo della Biblioteca di Cattolica
Vi sono custoditi tutti i gialli editi in Italia
Praticamente il mio paradiso è così.


Franco Forte, il Giallo Mondadori e tutti i suoi autori
Avevo già avuto modo di incontrare Franco Forte e di conoscerlo per la gran persona che è, ma non avevo mai avuto modo di sentirlo parlare così a lungo, anche in ambiente informale. Franco Forte è il direttore di diverse collane di Mondadori e autore poliedrico, ma è anche, sopratutto, il papà letterario di un sacco di scrittori. Autori che ha letto, incoraggiato, di cui ha favorito l'incontro, che promuove, quando arrivano alla pubblicazione, con evidente piacere. Si dice che in ambito scolastico che una classe prenda il carattere dell'insegnante più carismatico o più presente. Evidentemente funziona così anche nel giallo. Quello che ho trovato in tutti è stato il piacere di incontrarsi, di parlare di storie, di leggersi a vicenda, di raccontare progetti in corsa. Ho scoperto che molto collaborazioni, magari sfociate poi in libri scritti a quattro mani, sono nate a Cattolica intorno a un tavolo. Perché alla fine gli scrittori sono in primo luogo lettori e quello che sognano davvero sono tante storie nuove. 

Roberto Saviano
L'incontro più toccante, anche da un punto di vista umano, è stato quello con Roberto Saviano. Chi, ormai, non ha letto i suoi libri, non l'ha visto parlare in televisione? Però dal vivo è un'altra cosa. E per un motivo molto semplice. Lui vive sotto scorta e lo vedi. Lo vedi in faccia quando dice che è stanco, che ha rinunciato a quindici anni della sua vita. Gli vedi gli occhi, non solo non hai alcun dubbio sulla sua sincerità, ma vorresti andare ad abbracciarlo. Non puoi, non solo per le norme covid, ma anche perché la scorta te lo impedirebbe. La scorta che è lì, che ti controlla prima di andare al firmacopie. Che se lo porta via, quando gli altri autori vanno a bere qualcosa insieme. E tu di colpo ti chiedi cosa significhi davvero vivere sotto scorta, molto meno libero che il libertà vigilata, è un regime di massima sicurezza che sarebbe duro anche se ci fosse alla base qualcosa da scontare.


Il Gran Giallo Città di Cattolica
Io poi ero lì per quello, per il premio per il racconto giallo. Innanzi tutto ho scoperto una cosa. Avevo già vissuto il Gran Giallo da finalista. Ebbene, da pregiurata me lo sono goduta mille volte di più. Con tanta emozione, perché quest'anno ho tifato visceralmente per alcuni racconti. Quest'anno, come ho già scritto, c'erano racconti che giocavano in un altro campionato rispetto agli altri e in quegli altri ci metto anche i miei, di racconti. Testi autoriali, che rimangono dentro che non sono "solo dei racconti".


Il vincitore sarà pubblicato su Giallo Mondadori, ma io spero davvero che almeno tutti e tre i racconti finiti sul podio abbiano uno spazio di pubblicazione. O magari che vengano ampliati e diventino romanzi. Perché questi sono dieci racconti tutti bellissimi e alcuni mi hanno proprio rapito il cuore. Mentirei se dicessi che tutti i 202 racconti partecipanti meritavano una lettura. Ma questi (e altri) hanno ripagato di gran lunga la fatica. Visto che li ho letti vorrei spendere una parola almeno sui primi tre.
3°classificato - La scacchiera di Jo'Burg
È il Sud Africa che non ti aspetti. Il Sud Africa di chi non ha patria, perché ha un genitore bianco e uno nero. In due comunità che ancora fanno fatica a integrarsi, questi sono i figli di nessuno. Bambini che in passato non avrebbero dovuto nascere, essendo i matrimoni misti vietati e che sono esuli nella loro stessa terra, dal momento che nessuna comunità li riconosce. Mi auguro che questo racconto venga ampliato, diventi un romanzo. Quando lo ritroverete da qualche parte leggetelo, perché ne vale la pena.
2°classificato – Un fatto terribile
Questa racconto è un'opera d'arte. Da sbattere in faccia a chi ancora considera quella di genere letteratura di serie b. È di sicuro il più autoriale, il più raffinato come scrittura, quello che crea l'atmosfera più densa e immersiva. Un paesino del sud, parecchi decenni fa, un fatto semplice nell'abisso di dolore che scatena. Dell'autrice, Matraxia Simona, sentiremo ancora parlare.
1°classificato – Fine pena mai
Ci vuole coraggio, un enorme coraggio per scegliere come protagonista un ergastolano, mafioso non pentito che si trova a indagare su delle uccisioni avvenute in carcere e a collaborare con la direttrice dello stesso, che della mafia è stata vittima. Un racconto che si regge su equilibri perfetti, ci porta dentro il carcere, mondo parallelo con le sue ritualità e sul suo lessico. Da leggere assolutamente.


domenica 20 giugno 2021

Verso il Mystfest 2021 come pregiurata del Gran Giallo


 

Giacché questo è l'anno degli imprevisti è bene non vendere la pelle dell'orso prima di averlo catturato.

Quindi forse, se, se, se, se... giovedì partirò per uno di quegli eventi che nella vita di una mamma sono rari e memorabili quanto le eclissi solari. Un fine settimana con un'amica!

L'occasione? Ovviamente eccezionale: la partecipazione al Mystfest di Cattolica in quanto membro della pregiuria che ha aiutato a individuare i dieci racconti finalisti del Gran Giallo Città di Cattolica.

Ecco, quella di leggere i racconti partecipanti a un concorso è un'esperienza che, almeno una volta, chiunque voglia scrivere a livello professionale dovrebbe fare.

Innanzi tutto perché è un rapido bombardamento di stili diversi, idee narrative e personaggi. Il Gran Giallo Città di Cattolica è tra i più prestigiosi concorsi per racconti gialli presenti in Italia. Tutti partecipanti, tranne i più sprovveduti, sanno che non basta un buon racconto. Ce ne vuole uno memorabile, che catalizzi l'attenzione della giuria e spicchi tra tutti gli altri (tanti) partecipanti. Quindi ogni autore si ingegna cerca trovate, strategie, personaggi . Non tutto funziona, ma è come fare un corso di scrittura accelerato. Da fuori, poi, è molto più facile capire cosa funziona e cosa no.

È un bel bagno di umiltà. Ci sono racconti che, dal mio punto di vista, giocavano a un altro campionato. Un campionato, purtroppo, a cui non ho (ancora) avuto accesso. E non fatevi abbagliare dal mio tono tranquillo. Il mio ego di scrittrice di racconti è piuttosto imponente. È il genere che frequento di più, che amo di più, di cui pubblico di più. Come scrittrice di racconti io mi sento brava. Ma alcuni lo sono più di me. E mi piange il cuore all'idea che il vincitore sia uno solo. Mi fa anche bene, però. Nella rosa dei finalisti ci sono racconti che ho amato tantissimo e tra cui non saprei scegliere. Per fortuna persone più qualificare di me avranno il compito di stabilire una graduatoria. Quindi ogni volta che sono arrivata in finale a un concorso, anche se non ho vinto, ho scritto qualcosa che qualcuno ha amato.

Rappacifica con il mondo dell'editoria italiana. Perché so come ho letto i racconti. Senza sapere chi li avesse scritti, cercando la massima oggettività. Perché so che tutti hanno lavorato come me. E quindi no, non è vero che è tutto un magna magna e che tutto è pilotato. Questi sono bravi. Tanto.

Da uno spaccato del nostro tempo che non mi aspettavo mi arrivasse con questa forza. La maggior parte die racconti, suppongo, sono stati scritti durante la pandemia. Molti sono ambientati in questi mesi di panademia, ma, al contrario di quanto capitava l'anno scorso, il virus non domina mai la narrazione. La nomina la stanchezza, la tristezza. I protagonisti quest'anno sono per lo più investigatori già sconfitti dalla vita, perché, comunque vada, la felicità è a loro preclusa. Ho perso il conto dei racconti in cui il protagonista ha subito un gravissimo lutto famigliare, quasi sempre il figlio. È un tema trasversale,  si trova nei racconti peggiori come nei migliori. È la tristezza all'ennesima potenza, il lutto più pervasivo e lacerante che possiamo immaginare. Questi racconti, non (solo) i finalisti, tutti quanti formano un canto di lutto collettivo. E questo mi ha toccato e commosso nel profondo.

Il consiglio che darei a chi sogna di entrare l'anno prossimo nella rosa dei finalisti? Non trascurate l'impaginazione. Sembra una sciocchezza. Ma abbiate pietà dei poveri pregiurati che leggono tutte le centinaia di racconti in poche settimane, per lo più alla sera. Un racconto scritto in corpo 8, con interlinea 0,7 e i dialoghi che non è chiaro dove iniziano e dove finiscono non bendispone. Poi cerchiamo di essere oggettivi e distaccati, magari quel racconti dall'apparenza illeggibile è un capolavoro, ma se inizia a farmi tirar giù santi solo per re impostarlo in un formato leggibile!

Intanto i miei migliori in bocca al lupo a tutti e dieci i finalisti. Dire "che vinca il migliore" implica che ci sia un migliore, ma io avrei davvero difficoltà a scegliere

martedì 15 giugno 2021

L’anno che ci ha fatto capire cos’è la scuola


 

Quest’anno scolastico non è finito. Si è afflosciato. Svuotato lentamente. Adagiato.

Si è addormentato lentamente, come fanno i bambini, quando continuano a sbadigliare, ma protestano di non avere sonno. 

Gli ultimi sono stati giorni strani. Gli scrutini sono stati fatti con un anticipo mai visto. E quindi ci siano trovati ad andare a scuola con i programmi chiusi, le medie fatte, persino il conto delle assenze già cristallizzato.

Si è creato uno strano clima di autogestione, con le classi che stavano per lo più all’aperto, passeggiate al posto delle lezioni, cineforum su proposta dei ragazzi, ma sembrava che nessuno avesse davvero voglia di porre fine a tutto questo. Nessuno aveva più voglia di studiare, ma la voglia di venire a scuola, quella non era passata. Perché questo, in fin dei conti, è stato l’anno in cui abbiamo capito che la scuola è molto di più della somma degli insegnamenti che vi vengono impartiti.

Questo è stato un anno di follia didattica (spero) difficilmente uguagliabile.

Ho fatto lezione in una ex mensa, con una colonna in mezzo che bloccava a tre ragazzi la visione della lavagna, in un ambiente in cui ogni parola rimbomba, senza LIM, ma con un computer collegato a un proiettore che proiettava (appunto) nell’unico punto del muro in cui batteva il sole.

Ho fatto lezione da casa gli alunni a scuola.

Ho fatto lezione da scuola agli alunni a casa.

Ho fatto lezione a scuola con tutti gli alunni a casa e un alunno collegato via web.

Ho fatto lezione a scuola a classi con un gruppetto a scuola e la maggior parte a casa.

Ho fatto lezione a scuola a classi con la maggioranza a scuola e un gruppetto a casa.

Ho fatto da supporto a lezioni fatte da casa a un gruppo a casa e uno a scuola.

Ho fatto lezione da scuola ai ragazzi a scuola ma via web.

Credo sinceramente di aver provato tutte le combinazioni di DDI (Didattica Digitale Integrata) possibili, con vette di particolare improbabilità. Ho assistito da scuola insieme a un ragazzo audioleso a una lezione fatta da remoto dal docente di musica in cui in teoria sarebbe stato importante capire quale fosse la nota suonata dal docente a casa e trasmessaci dalla LIM. Per riuscire a far interagire la classe che rimbomba con un esperto esterno ho dovuto tenere 24 ragazzi, tutti presenti, ciascuno collegato al proprio dispositivo, con cuffie e microfono e in questo modo facevano anche le domande a me che stavo a due metri di distanza. Questo del resto è stato anche l’anno in cui gli Ipad sono sbarcati a scuola e ci siamo trovati tutti con la nostra piccola astronave in mano. A un certo punto è diventato più facile comunicare con l’Australia che con il vicino di banco.

In tutto questo non ci siamo risparmiati un alluvione di quelli da far passare tutta una giornata a rintracciare parenti e amici, per assicurarsi che stessero bene e una nevicata che ha isolato l'asilo di mia figlia e ha reso il rientro a casa un'odissea di oltre due ore, invece che gli abituali 15 minuti.

Mai come quest’anno ho sentito che la scuola è quel posto, reale o virtuale, in cui passiamo tantissimo tempo. E è un tempo che non può essere di sofferenza. Soprattutto se già il mondo intorno sembra impazzito, se l’angoscia raspa con forza alle porte della nostra mente. Quasi tutti, a turno, per lo più per contatti esterni alla scuola, siamo finiti in quarantena. E quando si è chiusi in casa, isolati anche dai propri cari, il tempo non passa più. L’ho vissuto io, ma ho avuto anche ragazzi, unici positivi in famiglia, che sono stati messi in isolamento nella propria stanza, da soli, con il collegamento con la scuola come unica finestra di socialità. Quasi tutti, a turno, siamo stati angosciati per la salute dei nostri cari. A volte, purtroppo, la preoccupazione è finita con un lutto.

Mai come quest’anno ho avuto la percezione del fatto che la scuola non è un luogo ma un tempo, uno spazio di vita. E non può essere un tempo buttato, un buco nero di noia. Deve essere, necessariamente, un tempo di qualità. Una frazione di vita intensa.

Questo era anche l’anno della sperimentazione senza zaino. Che in parte è morta di covid, perché non abbiamo derogato alle regole di distanziamento, che hanno resto impossibile quella condivisione di spazi e materiali che è parte integrante della metodologia. Dal momento, poi, che a scuola non si poteva lasciare niente, che ogni ragazzo doveva avere la propria dotazione personale e ogni prestito doveva passare dalla pulizia del materiale, si è trasformata in una scuola con sempre più zaino. Ai libri e ai quaderni si è aggiunto l’ipad e qualsiasi altro materiale si dovesse usare. Interi plastici dovevano andare a casa e tornare con gli alunni ogni giorno.

Il senza zaino, però, è stato almeno un pretesto per sperimentare. In un mondo di colpo così spaventoso non potevo avere paura di provare a fare. Cosa? Qualsiasi cosa che ci permettesse di imparare stando bene. Partendo dal presupposto che se stavo bene e mi divertivo io probabilmente sarebbero stati bene anche i ragazzi, questo è stato l’anno in cui ho provato più cose nuove. Forse è stato l’anno in cui mi è passata definitivamente la paura di non riuscire a fare tutto, dato che con questi continui cambi di regole e modalità sembrava pura utopia finire quanto programmato a settembre. Per assurdo, è stato l’anno in cui abbiamo terminato gli argomenti da affrontare prima dei giorni di lezione.

Abbiamo provato quindi.

Abbiamo costruito vulcani facendo a gara tra i ragazzi a scuola e quelli a casa a chi li finiva prima. Abbiamo decostruito in ogni modo possibile i poemi epici e abbiamo stabilito che quest’anno in nostro eroe è Ettore. Perché in fondo, in mezzo a una pandemia, vogliamo qualcuno che combatta per noi per farci coraggio, pronto a morire piuttosto che abbandonarci. I ciclopi e le sirene li lasciamo per tempi migliori. Abbiamo (cercato) di imparare i verbi saltellando nel cortile della scuola. Abbiamo cercando di rendere viva la storia, un po’ più vicina e meno astratta e del resto lo sgomento dei medioevali di fronte alla peste non era così diverso dal nostro. 

Abbiamo provato e abbiamo cercato. Non sempre siamo riusciti nel nostro intento. Solo il futuro mi dirà se i ragazzi hanno nonostante tutto imparato.

Eppure questo è stato un anno di cui ricorderò il tempo scuola con simpatia, se non con piacere. Perché in alcuni momenti è stato quasi il mio tempo migliore.

Prof pronta per lezione di storia

Elaborato di francese sopravvissuto al volo

Duello omerico in corso

Invasione vichinga

Scriptorium medioevale




Vulcani pronti all'eruzione
(diligentemente distanziati anche loro)


Quello che ho imparato quest'anno, anche grazie ai miei alunni, è che non possiamo scegliere il tempo che ci è dato da vivere. A volte, solo a volte, possiamo scegliere come viverlo.

E comunque, ora la scuola è finita. È iniziata la scuola estate...
Noi oggi a lezione...






domenica 16 maggio 2021

La svolta degli audiolibri + Doppio Sogno – Piovono Libri


 Se potessi avere un superpotere in questo momento sceglierei il teletrasporto, oppure la possibilità di bloccare il tempo.
Il tempo è, per noi fortunati nelle parti di mondo fortunate (nonostante la pandemia a volte è bene ricordare e noi stessi che lo siamo, fortunati), il bene più prezioso e più difficile da acquistare. Al netto dei disagi del contingente, rifarei tutte le scelte di vita che mi hanno portato al mio qui ed ora. Tuttavia il tempo mi sfugge dalle mani, cerco di raggranellarlo minuto per minuto per farne un gruzzoletto da spendere in una corsa, una puntata di una serie tv o un libro.
Il problema della lettura, poi, è che è un'attività esigente in fatto di tempo. Non le piace tutto. Il tempo della lettura deve essere tempo calmo, di una quantità tale che permetta di entrare in una storia. Deve poter contare su un'illuminazione decente. Non deve essere sfruttato in contemporanea da una qualsivoglia altra attività. Deve essere del tempo in cui il tasso di stanchezza mi permetta ancora di afferrare le più elementari regole di grammatica e di sintassi per permettersi di capire cosa io stia leggendo. È un tempo raro, dunque, e che finisce per andare in conflitto con il gruzzoletto di un altro tempo prezioso, quello della scrittura (che è scarsa, sporadica, poco convinta, ma comunque c'è).
La Giratempo di Harry Potter purtroppo non l'hanno ancora inventata, ma un mezzo per moltiplicare il tempo di lettura esiste e si chiama audiolibro.

domenica 9 maggio 2021

La società dei gatti filosofi – racconto giallo – parte terza


 Parte prima

Parte seconda


TERZA E ULTIMA PARTE 

      – Lo studente – disse il mezzo bracco, tornato al cortile della propria casa.

       – Sei sicuro? – chiese Ipazia.

Non lo avrebbe mai ammesso, ma aveva apprezzato le sue carezze.

– Come sono sicuro che la donna che ho fatto cadere ha tre amanti che usano tre profumi diversi – rispose piccato il cane.

I gatti accettarono in silenzio lo svelamento di quella verità.

– E ora cosa facciamo? Gli uomini sono come reclusi che guardano ombre sulla parete di una caverna credendo che quello sia il mondo. Come li porteremo sulla strada del Vero? – domandò Platone.

– Al diavolo gli uomini, facciamoci giustizia noi – soffiò Protagora.

– No, le leggi della città vanno sempre seguite, persino quando non è facile – dissentì Socrate.

– Noi siamo gatti, non soggetti alle leggi degli uomini – lo rintuzzò Protagora.

– Ma l’assassino è un uomo, soggetto alle leggi degli uomini ed è dagli uomini che deve essere punito – lo rintuzzò Socrate.

– Basta, litigare non serve a niente, qui serve un piano – si intromise Democrito. 

– E come lo faremo, il piano? – si lamentò Epicuro, la cui scarsa energia era già stata messa a dura prova dagli eventi della giornata. – Non abbiamo la possibilità, da gatti, di consegnare il colpevole alla giustizia.

– Che poi la giustizia degli uomini non sempre è Giustizia, come la cicuta sta a dimostrare – ammise controvoglia Socrate.

– Abbiamo raggiunto la Verità, siamo usciti dalla caverna, non possiamo accontentarci di questo? – chiese Platone.

– Col cavolo che mi accontento! – arruffò la coda Democrito.

– Ma è nella filosofia, non nell’azione, che dobbiamo trovare la nostra consolazione – disse Seneca.

– Come no? E accettare di ucciderci se un imperatore ce lo ordina? – replicò secco il gatto nero.

– Come sempre, con la logica potremo uscirne – si intromise Aristotele, facendo sfoggio della propria autorità. – Quale può essere stato il movente del nipote?

– Solo uno, il denaro – rispose Parmenide a cui piacevano le verità assolute.

– Molto bene. E a chi altro sta a cuore il denaro di Alberica? – chiese Democrito.

– Agli altri eredi.

Lo studente, che di nome faceva Costantino, odiava quel giorno più che mai la vecchia zia morta. Il suo libretto universitario languiva, erano mesi che non vedeva inchiostro e con il cessare degli esami superati era cessato anche il flusso di denaro dalle tasche del padre alle sue. La zia non solo gli aveva negato ogni prestito, ma aveva ribadito la sua intenzione di lasciare tutto ai gatti. La dose letale di sonnifero nel the era stata solo giustizia e non ne provava alcun rimorso. Sopratutto alla luce degli ultimi eventi. Dei gioielli che secondo i precisi calcoli di tutti gli eredi la vecchia era in possesso non restava traccia. Costantino aveva rischiato l’ergastolo per duecento euro malcontati trovati in un cassetto, già preparati per pagare un’imminente visita specialistica, e due ninnoli. Considerato come stavano le cose, avrebbe dovuto prenderla a scarpate quella gattina bianca che era sicuramente una delle beneficiarie dei pingui conti in banca della zia.

Invece no. L’aveva vezzeggiata nell’appartamento della vecchia e ora, di ritorno dal funerale, era stato colpito dal fatto di ritrovarsela sullo zerbino di casa, tutta fusa e moine. Aveva un pelo serico, piacevole da accarezzare e verdi occhi adoranti. Forse, in fin dei conti, qualcosa dalla vecchia megera  lo aveva ereditato e come lei odiava le persone, ma aveva un debole per i gatti. La bestiola lo guardò talmente adorante che fu impossibile per Costantino non portarsela in casa.


Nella casa del padre di famiglia una finestra socchiusa c’era sempre. I due bambini avevano un’età che permetteva loro di giocare con le maniglie, senza però la forza necessaria per richiudere poi per bene ciò che avevano aperto. L’uomo, che si chiamava Ernesto, non si stupì, quindi di trovarne una spalancata, quando rientrò dal funerale.

Era di pessimo umore. Sarebbe stato solo giusto se a pagare le esequie della zia fosse stata l’associazione a cui alla fine sarebbe andato tutto. E invece niente. Lo scapolo aveva esibito la suo status di disoccupato con l’orgoglio con cui si espone una medaglia al valore e lo studente il suo lavoro non ancora pervenuto con la stessa ostentazione. Quindi era stato lui a fare tutto, con la sola eccezione dei fiori che, almeno quelli, erano stati messi da associate ed ex alunni. Anche volendo andare al risparmio aveva dovuto accettare che la bara non potesse essere di cartone e che gli operai che l’avevano calata andavano pur pagati, per non parlare di quella maledetta lapide sulla tomba. Non c’era proprio stato verso di farla in plastica. Tutti soldi usciti dalle sue tasche. Difficile, in quel frangente, non pensare in maniera ossessiva ai gioielli della zia. Che da qualche parte dovevano pur esserci. 

Un vecchio album di foto sporgeva appena dalla libreria. Non lo prendeva in mano da decenni.

Eccola lì, zia Alberica, con un gingillo diverso a ogni pranzo di famiglia. E che pietre. Agate e smeraldi e diamanti per decine di migliaia di euro. Quei gioielli dovevano pur essere da qualche parte. Cassette di sicurezza non ne risultavano. Dovevano essere ancora in casa…

Moglie e figli non erano ancora rientrati e Ernesto prese a passeggiare per casa, nel tentativo di raccogliere le idee. Sul frigorifero era appuntato, attaccato con un magnete, il numero di telefono di Costantino. Prima della dipartita della zia Ernesto neppure si ricordava di quel parente, aveva dovuto recuperare il suo numero di telefono da una comune conoscente e, prima di memorizzarlo nella rubrica del cellulare, lo aveva appuntato su un post-it. Strano, era sicuro di averlo buttato, quel post-it. Invece no, un po’ spiegazzato, ma giallo e ben visibile, capeggiava sul frigorifero. Costantino…

Sullo scapolo non c’era da fare affidamento, ma Costantino, sotto quel sorriso da bravo ragazzo, era un dritto. Forse i gioielli stavano in un nascondiglio a cui ancora non avevano pensato, ma mettendocisi in due… Senza che lo scapolo ne sapesse niente…

Sul tavolo, la moglie aveva lasciato uno dei suoi giornali femminili, aperto sulla pagina dedicata ai problemi burocratici. L’articolo iniziava con una parola assai minacciosa. Successione.

Se i gioielli ufficialmente non esistevano, pensò Ernesto, nessuno poteva far pagare loro la successione. A dimostrare la loro esistenza c’erano solo quelle vecchie foto.

Forse, pensò, poteva cavarsela da solo, anche se non sapeva proprio dove cominciare a pensare… Il post-it giallo era proprio in evidenza… Ma certo non poteva chiamare Costantino e parlare al telefono di come frodare il fisco.

Si rimise il cappotto e uscì di casa.

– Platone può dire quel che vuole, ma noi sì che sappiamo come funziona la mente umana – disse Gorgia, soddisfatto.

– Col cavolo che gli uomini tendono al bene, al denaro tendono e a poco altro – confermò Protagora.

– Tendono anche all’accoppiamento – riconobbe Democrito, anche lui soddisfatto.

Non c’erano che i sofisti per manipolare le persone.


Quella sera stessa, due ore dopo, Costantino fu dichiarato in stato di fermo e il caso della professoressa gattara morta riaperto.

Era capitato che, mentre Ernesto era nella casa dello studente per parlare dei gioielli scomparsi, fosse entrata nel salotto una gattina bianca con la zampina impigliata in una catenina d’oro. Curiosamente, la bestiola aveva scelto di saltare in grembo al padre di famiglia, che pure mal sopportava i gatti e lo dimostrava in ogni occasione. Era stato Ernesto, quindi, a disbrogliare la zampa della micetta, trovandosi in mano la catenella del battesimo della zia. Da lì a chiamare la polizia, più per togliersi di torno un competitore per la già magra eredità che non per un effettivo sospetto di omicidio, era stata solo questione di minuti.

Per quanto indaffarata, anche la polizia di paese sapeva trarre le sue conclusioni quando aveva una donna che, per quanto anziana, era stata trovata morta quando solo il giorno prima appariva in discreta saluto e un nipote trovato in possesso di un gioiello così personale della defunta. Due domande ben piazzate e lo studente era crollato. In mezzo alla confessione era anche riuscito a proferire un’invettiva contro la zia che, non paga di aver devoluto ai gatti quasi tutto ciò che aveva, si era mangiata anche i gioielli più preziosi.


Come c’era da aspettarsi, della vicenda si parlò parecchio in paese. Per ovvi motivi il più interessato alla questione era Ernesto.

– Certo che la tua famiglia è proprio terribile. La zia spilorcia e il cugino omicida – commentò sua moglie due giorni dopo, leggendo il giornale.

– Io mi chiedo piuttosto che fine abbiano fatto quei gioielli. Una parure di diamante mica evapora – mugugnò Ernesto, arrivando subito al punto che gli interessava.

– Sa che ti dico? – replicò la moglie. – Quel tuo altro cugino, il finto tonto? Secondo me, zitto zitto, i gioielli se li è intascati lui.

Ai gatti dei gioielli non importava nulla, ma apprezzarono la visione, dall’alto del tetto della centrale di polizia, di Costantino condotto fuori ammanettato e diretto in carcere.

– In fin dei conti non sempre la giustizia della città elargisce la cicuta ai giusti – commentò tronfio Socrate.

– Solo perché siamo intervenuti noi gatti, per gli uomini tutto è opinione – disse Protagora.

– Tuttavia la Verità esiste, perfetta e immutabile – chiosò Parmenide.

– Quanto hai ragione – annuì Platone.

– Non illudetevi, tutto muta – sussurrò Eraclito.

Democrito non disse nulla. La soddisfazione stava già cedendo il posto al rimpianto. Mai più notti nella cesta della biancheria sporca, né ciotole di latte al risveglio. Con un sospiro, socchiuse gli occhi color topazio. Proprio del colore della grossa pietra che chiudeva il suo collare. Quello di Ipazia era decorato con brillanti. Per Parmenide la vecchia signora aveva scelto l’ametista, che ben si intonava al suo pelo da certosino, mentre gli occhi blu di Aristotele erano ripresi dagli zaffiri. Tutti i gatti della colonia portavano il proprio nome ricamato sul collare con filo d’oro e d’argento.


– FINE –


Spero che la lettura filosofelina vi abbia intrattenuto un poco in questa primavera dai toni autunnali.


PS: tutte le immagini utilizzate a inizio capitolo sono state reperite in rete, contrassegnate come riutilizzabili a fini non commerciali.

mercoledì 28 aprile 2021

La società dei gatti filosofi – racconto giallo – parte seconda


 Parte prima

– Spiegatemi, io dovrei rischiare la pelliccia per aiutare un gruppo di gatti a trovare chi ha ucciso un essere umano? – chiese il mezzo bracco, perplesso.

Non era propriamente un randagio. Aveva cuccia in uno degli ultimi cortili del paese, il giardino malmesso di un anziano, con una rete che avrebbe necessitato una buona manutenzione e da cui l’animale entrava e usciva a piacimento. Nonostante il suo sangue da cacciatore, aveva un’età per cui inseguire i gatti aveva perso gran parte del suo fascino, tuttavia era pur sempre un cane, con una reputazione da difendere.

– Se ammazzassero il tuo umano tu resteresti a cuccia senza fare niente? – chiese, melliflua, Ipazia.

– Finirei al canile, probabilmente e con scarse possibilità di fare alcunché, salvo terminare i miei giorni in una gabbia.

– I cani sono schiavi per natura – sussurrò Aristotele a Protagora.

– Loro solo, tra tutti gli animali, non immaginano gli dei con la loro forma, ma con sembianze umane – replicò questi.

– In ogni caso io non posso introdurmi in un appartamento chiuso all’interno di un palazzo – tagliò corto il mezzo bracco.

– Cani, esseri inutili – sbuffò Platone.

– Non inutili, se si vuole rovesciare per bene un bidone dell’immondizia – replicò piccato l’animale.

– Questo è vero – ammise, magnanimo, Diogene, che apprezzava in modo particolare questa attività.


L’impossibilità di far entrare un mezzo bracco di venti chili in un appartamento chiuso all’interno di un condominio scoraggiò alcuni dei gatti, ma non tutti.

– Con la logica si può superare qualsiasi avversità – disse, ostinato, Aristotele. 

– Bisogna perseguire l’atarassia e discostarsi dall’eccesso di passioni – replicò Epicuro, che era del partito di lasciar perdere.

– La ricerca della verità è cosa ben più alta del lasciarsi andare alle passioni – lo rintuzzò Socrate.

– Basta tutti e tre, ragioniamo – li zittì Democrito, gonfiando la coda nera. – Secondo la polizia il decesso è naturale, l’appartamento non è sigillato, anzi, sarà un via vai di parenti. Ipazia può riuscire a entrare e a prendere qualcosa che l’assassino abbia toccato da far annusare al segugio, qui.

– Bracco – puntualizzò questi.

– Mezzo bracco – soffiò Democrito.

– Cosa può aver toccato l’assassino? – chiese Aristotele.

Quella, pensò Democrito, era una bella domanda.

– La tazza in cui ha bevuto il the – rispose Parmenide, fiero del proprio acume.

– Ma la tazza è stata lavata, tutto scorre e di fatto quella tazza non è più quella in cui l’assassino ha bevuto – lo rintuzzò Eraclito, scuotendo tronfio il suo faccione rosso.

– Avete ragione entrambi – intervenne Democrito, per bloccare un battibecco che avrebbe potuto durare in eterno. – Ma ragioniamo, ci sarà qualcos’altro che l’assassino avrà toccato in casa e che possiamo recuperare?

I gatti si impegnarono nel ragionamento, con lunghe digressioni sulla natura dell’odore, su cosa fosse, sul perché, benché i loro sensi fossero acuti, i cani fossero oggettivamente più bravi a rilevarli. Alla parola “oggettivamente”, ovviamente, Crizia si era inalberato, osservando che nulla è oggettivo. 

– I tovaglioli – esclamò infine Ipazia. – Alberica ha servito il the nel servizio bello. Avrà di sicuro offerto anche dei tovaglioli puliti.

Democrito abbassò le orecchie, colpito.

La vecchia professoressa non abitava lontano dal via del cimitero e ciascuno dei gatti era riuscito, una volta o l’altra, ad entrare nell’appartamento. Se poi la signora li trovava malati o feriti se li portava a casa per sovrintendere alle cure alla guarigione. Tutti loro, quindi, avevano un’idea delle abitudini della loro benefattrice.

– E se ha fatto in tempo a lavare le tazze, di certo si sarà occupata anche dei tovaglioli – continuò il gatto nero. – Il suo lo avrà ritirato per utilizzarlo di nuovo, mentre quello dell’ospite sarà stato messo tra le cose da lavare.

– Dove, se ci spicciamo, è possibile recuperarlo – terminò il ragionamento Aristotele.


Il corpo della professoressa Zirconi era stato rinvenuto in tarda mattinata e a metà pomeriggio il medico legale, oberato dal troppo lavoro aveva già dichiarato la naturalità del decesso. Alle diciotto la polizia aveva tolto i sigilli e alle diciannove i tre nipoti, uno scapolo quarantenne, un allampanato studente universitario e un giovane padre di famiglia, varcavano la soglia dell’appartamento. Tra i loro piedi, tutta fusa e moine, si faceva largo Ipazia, mentre più discretamente Democrito si infilava, non visto, oltre la porta.

– E questa chi è? – chiese lo studente, abbassandosi ad accarezzare la micetta.

– Uno dei gatti della colonia che la zia curava – sbuffò il padre di famiglia. – Se penso che tutti gli averi della vecchia finiranno all’associazione che cura le bestie mi vien voglia andare all’altro mondo per ammazzarla di nuovo. Io mi spacco la schiena per dar da mangiare ai miei figli e quella lascia tutto ai gatti.

– Non tutto tutto – lo contraddisse lo scapolo sovrappeso. – Il conto corrente e l’immobile.

– E dici poco? – lo rintuzzò il padre, sistemandosi gli occhiali. – Ha lavorato una vita intera, mangiava come un uccellino, mai una vacanza o uno svago, neppure la macchina ha mai avuto. Avrà accumulato centinaia di migliaia di euro, altroché. Io lo strozzerei, quel gatto, fossi in te.

Lo studente, un tipo alto e magro che odorava di quelle erbe che alcuni umani sono soliti fumare in luoghi appartati, stava facendo a Ipazia mucchio di coccole e si limitò a mugolare.

– La zia odiava tutti, tranne i gatti e i filosofi morti, che ti aspettavi? – bofonchiò.

– Guardate che i mobili, le opere d’arte e i gioielli sono nostri – replicò il tizio sovrappeso.

Ipazia pensò che avesse lo sguardo fintamente languido di certi maschi castrati troppo tardi, che finiscono per sublimare col cibo gli istinti a cui non possono più dare sfogo.

– Ma quali opere d’arte, la zia avrà speso una fortuna in libri di filosofia, ma a chi li vuoi vendere, quelli? Magari a qualche amico mio all’università, a un euro al chilo – mormorò lo studente, poco interessato alla conversazione. – Ci costerà più spostare la roba che c’è nell’appartamento.

– Sì, ma i gioielli? – chiese il grasso. – La zia era l’unica erede femmina della vecchia famiglia Zirconi, tutti i gioielli di sua madre, sua nonna, della sue zie sono per forza finiti a lei.

– Dammi retta, piuttosto che lasciarli a noi se li è mangiati – replicò, secco, il padre.

– Probabile – concordò il giovane.

Intanto, camminando nelle zone d’ombra, dove il suo mantello faceva tutt’uno con il buio, Democrito era arrivato fin nel bagno, dove in un angolo stava la cesta in vimini delle cose da lavare. Uno dei luoghi della casa più amati dai gatti. Il massimo era seguire Alberica per tutta la strada da via del cimitero al suo appartamento, infilarsi oltre la porta, farsi prendere per la collottola e sentirsi dire che doveva essere l’ultima volta. In teoria a quel punto si riceveva una ciotola di latte e si veniva gentilmente sbattuti fuori di casa, ma il più delle volte si riusciva a intrufolarsi in bagno e a infilarsi nella cesta delle cose da lavare. Democrito aveva passato lì più di una notte, comodo e al calduccio, per riemergere poi al mattino per ricevere una nuova ramanzina e una seconda tazza di latte. Tutto ciò era finito e gli umani, nell’altra stanza, si preoccupavano di oggetti freddi che neppure si potevano mangiare. Era difficile davvero accettare che fossero fatti degli stessi atomi che avevano composto Alberica. Gli dei, davvero, se pure esistevano, non erano affatto interessati a dispensare giustizia in terra. Quindi, concluse, toccava proprio a lui. 

Dentro la cesta c’erano i resti tristi di un’esistenza interrotta. L’ultima biancheria che la vecchia signora si era tolta, la federe del cuscino, un asciugamano del bagno. Ed, ecco, un tovagliolo con un ricamo di fiori, intonato al colore delle tazze da the.


– Ehi, ma c’era un altro gatto in casa!

– È nero, porta sfortuna!

– Ha un fazzoletto in bocca!

– Ma vi sembra? A quei gatti va già tutto e vengono pure a derubarci! Sbatti fuori quella randagia bianca, ci manca solo che ci attacchi la rogna!


Per essere il funerale di una donna tanto odiata dai suoi parenti, c’era davvero molta gente. Alberica non si era mai sposata, non aveva figli, forse non aveva mai amato nessuno, se non i suoi filosofi morti da millenni e i gatti, ma generazioni di ex alunni, tutte le donne dell’associazioni Amici della colonia felina, nonché vicini e conoscenti vari si erano sentiti in dovere di presenziare al funerale.

I gatti guardavano perplessi quel rito umano. I felini, filosofi o no, non hanno molta confidenza con l’ipocrisia. I più benevoli erano i sofisti.

– Come vedere, gli uomini sanno che una verità assoluta non esiste, solo l’apparire conta, lo specchiarsi in altri occhi umani – commentò Protagora.

– Ma fammi il piacere. Solo perché non conoscono la verità non vuol dire che non esista – ribatté Platone. – Il sole smette forse di brillare perché il cieco non lo vede?

– Smettetela di discutere! – li rimbrottò Aristotele. – Diogene, è il tuo momento.

I condolenti stavano in quel momento uscendo dalla chiesa, per riunirsi sul sagrato per offrire il loro poco sentito dolore agli assai poco affranti parenti.

– Andate! – incitò Democrito.

Dalla via laterale schizzò nella piazza della chiesa il gatto spelacchiato, seguito a ruota dal mezzo bracco, all’apparenza tutto concentrato nel tentativo di acchiapparlo. 

Diogene si infilò dritto nel capannello di persone, zigzagando poi tra le gambe della gente, in modo da dare l’opportunità al cane di annusare quanti più umani fosse possibile. 

Gatto e cane si insinuarono tra le persone vestite di nero, facendo svolazzare cappotti, cadere borsette e causando un’esplosione di esclamazioni assai poco consone al luogo e all’occasione. Diogene si infilò tra le gambe della moglie del nipote sposato di Alberica e il cane subito lo seguì, non calcolando la differenza di taglia. La donna si trovò con un mezzo bracco nelle sottane, finendo gambe all’aria e gridando, stabilirono i gatti, come un ratto appena catturato. Il cane non si fece scoraggiare, si scrollò di dosso il profumo vagamente vanigliato dell’umana e riprese la sua corsa, mentre ormai diverse paia di braccia cercavano di afferrarlo. Lo scapolo quarantenne sovrappeso, in un lampo di protagonismo, si gettò  verso l’animale come un portiere che tenti di parare il rigore decisivo, finendo solo per impattare di pancia con il lastricato grigio del sagrato.

– Vaglielo a spiegare a lui che il moto non esiste – sussurrò Epicuro a Zenone.

– Il fatto che una cosa sia un’illusione non vuol dire che non faccia male, anzi – replicò questi, senza scomporsi. – Chiedi a qualsiasi innamorato deluso.

Dal tetto più alto Democrito e Aristotele monitoravano la situazione, inarcando le code secondo il codice convenuto. Secondo i loro calcoli in breve tempo una qualche autorità sarebbe sopraggiunta e volevano evitare al loro alleato una visita al canile.

Visto il segnale, Diogene si strusciò un’ultima volta l’orecchio più malandato, quello con l’eczema in bella vista, contro il polpaccio della più truccata e impomatata delle donne presenti e poi schizzò in un vicolo alla massima velocità possibile. Il mezzo bracco travolse con entusiasmo la stessa signora, dando un morso affettuoso e pieno di bava alla borsetta firmata, e poi lo seguì verso le ombre.

Pochi minuti dopo i vigili, increduli, trovarono cinque contusi, tra cui lo scapolo a cui fu poi diagnosticata una costola incrinata, dieci isteriche e nessun animale. Sul quotidiano locale, il giorno dopo, un giornalista amatoriale, scrittore mancato, ipotizzò che uno dei gatti della colonia avesse voluto dare l’estremo saluto alla sua benefattrice, scontrandosi però con l’intransigenza di cani e uomini.