lunedì 9 maggio 2022

Trilogia "Cosa resta degli eroi" di Richard K. Morgan - letture


 La primavera è sempre un momento difficile per i prof. Lo è in particolare per me, poiché la natura mi è ostile e il mio amore per tutto ciò che è verde non è ricambiato se non con una profusione di fioriture a cui sono allergica. Da tre anni, poi questo periodo coincide con il mio impegno all'interno di un concorso per racconti, cosa che mi piace assai fare, ma che richiede tempo ed energia. Infine, questa primavera in particolare è gravida di problemi imprevisti. Per parafrasare il titolo del romanzo di cui sto per parlarvi, l'acciaio sopravvive, io forse no.
In tempi come questi, l'ideale per me è trovare una storia che mi prenda e mi porti via, in un altrove. Sostituisca il mio immaginario con il suo al punto che qualcosa mi rimarrà per sempre dentro e di alcune idee e suggestioni non potrò mai più liberarmi.
È intuibile che si tratta di un tipo di magia che non sempre, anzi raramente, si verifica. Ma qualche volta sì. A volte i libri chiamano, quelli giusti al momento giusto. Era capitato qualche anno fa con la Trilogia della Luna  e in parte con La quinta stagione. È capitato di nuovo con la trilogia di Richard K. Morgan "Cosa resta degli eroi", composta dai romanzi L'acciaio sopravvive, Il gelo comanda e L'oscurità profana.


Cosa resta degli eroi?
Per parlare di questa trilogia forse conviene partire dal titolo e volgerlo in domanda.
Si apre il primo romanzo e l'impressione è di trovarsi a leggere un sequel di cui però sia stata gettata via la prima parte. Questo riguarda sia la trama che lo stile. Siamo infatti gettati in un mondo complicato e coerente in cui, però, nessuno si ferma a spiegarci qualcosa. Avete in mente quegli spiegoni che ammorbano il fantasy? Non ci sono. Neppure l'ombra. Avete in mente quelle note finali con il lessico, le liste di personaggi, le genealogie? Bruciate prima di approdare alla stampa. Se ti orienti bene, in caso contrario, beh, questo non era il libro che stavi cercando.
Perché in letteratura la forma è contenuto.
La buona notizia è che i protagonisti sono messi peggio del lettore. Quello che capiamo è che sono eroi, sì, ma di una guerra ormai finita. Una classica guerra da fantasy in cui è accaduto tutto quello che ci aspetta in un fantasy. Un nemico inumano è sorto per distruggere e banchettare con i cadaveri delle brave persone, le genti libere si sono unite, hanno sconfitto i nemici e poi una delle genti libere se ne è andata in un altrove indefinito lasciando il mondo all'umanità (ricorda qualcosa?). Peccato che l'umanità non faccia proprio un buon uso del suddetto mondo. Sono riesplosi i conflitti interni, il mercato degli schiavi va alla grande, il bigottismo pure (con spruzzate di fondamentalismo) e per chi non si conforma c'è l'esilio oppure l'impalamento (o le meduse carnivore dell'imperatore). Ringil, Egar e Archeth sono eroi decaduti della guerra ormai finita. Ringil, spadaccino che sa fare bene una sola cosa, uccidere, è ai ferri corti con la propria famiglia per questa sua abitudine di preferir gli uomini alle donne. Egar, il classico barbaro da fantasy, ha nostalgia della civiltà raffinata del sud conosciuta durante la guerra. Archeth, poi, è una mezzosangue, da parte di padre appartiene all'arcana stirpe non umana che ha abbandonato la terra. Lei è rimasta indietro insieme a strane creature meccaniche senzienti che sembrano sapere tutto, ma non volerlo dire.
Fin qui nulla di nuovo. Le storie sono piene di eroi disillusi che vengono richiamati all'azione. È che qui degli eroi è rimasto ben poco. Se Egar tutto sommato non desidera che mettersi ancora una volta alla prova, per gli altri è più complicato. Nella violenza di Ringil, sempre più difficile da tenere a bada, c'è ben poco di eroico, è qualcosa di oscuro, pauroso con cui è sempre più difficile convivere. Archeth è una figura in bilico, sempre sul punto di diventare qualcosa. Qualcosa che forse non vogliamo diventi. Eppure loro sono gli eroi. Ringil in particolare è l'eroe prescelto da tutti quanti. Da un'oscura popolazione non umana che sembra voler approfittare della partenza del popolo di Archeth per riprendere il controllo del mondo. Dal popolo di Archeth stesso, atavico nemico del popolo di cui sopra, che gli ha donato una spada, chiamata in simpatia "L'amica dei corvi", ma che potrebbe essere un po' più di una semplice lama. Dagli dei, disposti a tutto, anche a truccare la sorte e a accordarsi tra loro per trame di cui gli uomini sono all'oscuro. Da potenze più antiche e spaventose degli dei, i cui piani risultano inintelligibili. Ognuno vuole qualcosa di diverso dal proprio eroe e di cosa voglia Ringil poco importa.
Ne risulta una storia densa, pensata per lettori esperti, in grado di fiutare le false piste e a districarsi tra i cliché del fantasy, ma anche cupa come raramente se ne è viste. Per dare un'idea, al confronto Il trono di spade è la versione animata della Disney con gli animaletti canterini. Suppongo che siano libri che o disturbano al punto tale che li si abbandona o ci si abbandona a loro. E se ci si abbandona, tradiscono ben poco. Non c'è nulla di scontato nella trama o nelle ambientazioni e nulla è lasciato al caso. Il finale, poi, di rara compiutezza. Non sono tira le fila di tutto, ma da un paio di zampata finali che lascia quel retrogusto di tristezza dolce tipico delle grandi storie.

 Di sesso e violenza - fammi ragionare senza dirmi che mi vuoi fare ragionare
È inutile girarsi attorno. C'è molta violenza in questi libri. Una violenza che fa male per quanto è vera, per quanto è plausibile, al netto degli dei e dei salti dimensionali. Un paio di scene sono pugni nello stomaco difficili da sopportare. Anche perché non è detto che vedano i protagonisti come vittime o spettatori. Potrebbero ad esempio essere i carnefici. Potrebbero aver ucciso dei bambini. O autorizzato uno stupro di gruppo. Per dire.
C'è anche molto sesso. Molto descritto. Molte di queste scene di sesso sono omosessuali. Probabilmente al termine della trilogia molti lettori saranno entrati in contatto con più scene di sesso gay in queste pagine che in tutta la loro vita.
Ora, una volta avvisato il lettore di questo (chi vuole tenersene alla larga se ne tenga alla larga) forse è il caso di ragionarci un po'.
Perché le scene sono sempre funzionali alla storia e rendono questa trilogia qualcosa di diverso dal mero intrattenimento.
La violenza, dicevo, è sempre vera violenza. È qualcosa che in guerra succede, anche adesso, mentre scrivo queste righe. È esattamente ciò che fa gli uomini alla guerra. Ringil potrebbe essere una bella persona. Lo sappiamo, lo vediamo. Sappiamo esattamente come sarebbe senza la guerra (e i pregiudizi), un uomo malinconico, incline alla depressione, forse, con i suoi lati oscuri, ma in linea di massima gentile e protettivo. Purtroppo per lui c'è la guerra. Ci sono quegli scoppi di violenza incontrollabile che fanno parte di lui. Alla fine del primo libro ho pensato che ucciderlo sarebbe stato un atto di pietà. Nel secondo libro ho iniziato ad augurarmi che qualcuno lo uccidesse in fretta. Poi ho pensato che si meritava anche un po' di tortura. Eppure Ringil è un eroe di guerra. Fa quello che fanno gli eroi di guerra. Distoglie lo sguardo dagli stupri e dai saccheggi, ordina che le città vengano messe a ferro e fuoco. C'è davvero un grande disegno? Un piano per cui, attraverso una violenza inevitabile, si arriva alla pace? Cosa giustifica la guerra? Queste domande riecheggiano per tutta la trilogia senza che vengano mai poste. L'autore non è qui per farti la morale. L'autore è qui perché la tua morale si faccia delle domande. Quanti Ringil ci sono in giro adesso? Che cosa farebbe a te lettore la guerra? La domanda, purtroppo, è meno teorica del previsto...

Poi c'è il sesso. Tanto. Esplicito. Molto di questo è sesso gay. Ora, non so perché l'autore abbia calcato così la mano. Sono tutte scene funzionali e ben scritte, tutte portano qualcosa. Ringil e Archeth in particolare sono personaggi sempre rivestiti da maschere autoimposte che solo tra le lenzuola, a volte, si lasciano andare. Eppure è indubbio che tutto potrebbe essere meno esplicito. 
Questo è quello che ho notato io. Molte delle scene di sesso etero sono scene, se non di violenza, in cui i rapporti di forza non sono paritari. Ci sono (per fortuna) pochi stupri descritti, ma ci sono molti postumi di stupro e molti rapporti con prostitute (anche variamente costrette al loro ruolo). Sono cose che succedono, in guerra sopratutto. Ci sono molte scene di sesso gay. In alcune i rapporti di forza non sono per nulla limpidi, ma ce n'è una grande varietà. C'è violenza a stento repressa, frustrazione, ma anche dolcezza, tenerezza, amore. Il tutto mentre fuori dalle camere da letto "frocio" rimane l'insulto preferito, un delitto per cui essere puniti, magari anche messi a morte. Ecco, credo che non serva aggiungere altro.
Morgan tutto vuole meno farci la morale. Ma da quello che scrive alcune domande sorgono. Il suo mondo assomiglia al nostro nelle sue parti peggiori e questo è bene tenerlo ben a mente.

Due note di stile
Questi libri sono scritti bene. Sono scritti talmente bene che un paio di cose vale la pena di sottolinearle. Sono tre volumi. Il primo appena sotto le 500 pagine, l'ultimo di 800. Sono tante pagine. Altri autori avrebbero fatto per questa storia 20 volumi da 500 pagine. Morgan non allunga il brodo. Non si dilunga. E non ha paura che il lettore si perda. Quando finisce un capitolo e ne inizia un altro il lettore non sa mai bene dove si troverà. Ci sono sempre delle cose che accadono tra un capitolo e l'altro e che semplicemente vengono saltate. Si racconta solo ciò che porta avanti la storia o porta un cambiamento nel personaggio. Il resto via. Morgan tratta in ogni modo il suo lettore come un adulto attento. Non edulcora niente, non lo prende per mano, non offre spiegoni, salta il superfluo. E la cosa funziona. Benissimo.
Se avesse scritto lui Il trono di spade ce la saremmo cavata in tre libri.

I primi due libri hanno ciascuno un "momento di verità" fortissimo. Il "momento di verità" è qualcosa che in realtà trovo tanto nella teoria e meno nella pratica. È quel momento al centro della storia in cui si acquisiscono dei punti fermi sulla vicenda, in cui il protagonista raggiunge, appunto, la verità. Nei primi due libri coincidono a due epifanie, sia per il lettore che per il protagonista. Si arriva lì e la storia non è più la stessa. Da un punto di vista meramente stilistico è davvero qualcosa che colpisce e che dovrebbe essere citato in molti manuali di scrittura. Per i lettori. Beh, nel primo libro arriva un pugno allo stomaco molto forte, immagino che da lì in poi le carte siano in tavola, se si vuole proseguire con la lettura, che dire, Morgan ci aveva avvisato...

Come concludere?
Questi libri mi sono piaciuti. Oddio, piaciuti è forse una parola sbagliata, dato che lasciano un senso di serpeggiante malessere di cui è difficile liberarsi. Sono un'esperienza di lettura. Molto forti e per nulla gratuiti. Prima di prenderli in mano bisogna essere consapevoli di cosa si va a leggere. Però stanno al fantasy di consumo come Shining di Kubrick sta alla massa dei film horror. 


Se invece vi va di leggere qualcosa di mio (niente sesso, poca violenza, meno qualità di scrittura), c'è il nuovo capitolo de L'assedio degli angeli.

domenica 24 aprile 2022

Le cose crollano - l'alba della letteratura africana moderna


 Non finirò mai di ringraziare il gruppo di lettura che quasi ogni mese mi butta fuori dalla mia confort zone e mi porta a leggere libri che non solo io da sola non avrei mai scelto, ma di cui a volte ignoravo persino l'esistenza. A volte mi schianto contro queste letture come una canoa sugli scogli, a volte mi si aprono dei mondi. Questo è un libro del secondo gruppo.

Chinua Achebe
Le cose crollano 

Appare nel 1958 questo romanzo che, pur essendo scritto in lingua inglese, racconta per la prima volta al pubblico occidentale cosa sia stato per un villaggio del corso del Niger l'incontro con la cultura europea.
Chinua Achebe scriveva, io credo, principalmente per la propria gente, per raccontare un mondo ancora vivo nella memoria dei più anziani, ma destinato a sparire per sempre, sostituito non solo dalla modernità, ma, sopratutto, da una narrazione eurocentrica. Quel tipo di narrazione che dice in primis agli africani stessi, che gli europei hanno portato la civiltà e la scienza facendoli uscire da uno stato di natura primitivo in cui vivevano come animali.

Achebe ci porta quindi in un villaggio igbo dove facciamo la conoscenza con Okonkwo, un personaggio sfaccettato e tutt'altro che primitivo. Figlio di un uomo debole e povero, Okonkwo vuole infatti diventare uno stimato capo villaggio, essere un emblema di successo e virilità. È ossessionato dall'idea di mostrarsi debole ed è quindi inflessibile con tutti, anche con se stesso. È violento con le mogli, ma allo stesso tempo ama teneramente la figlia più cagionevole, è incline a scoppi d'ira, ma si sottomette senza proteste alle leggi del clan. Seguendo l'ascesa di Okonkwo entriamo nel suo mondo. Si tratta di una società tribale perfettamente funzionante. Il mondo degli uomini e quello delle donne hanno sfere d'influenza diverse. Coltivazioni maschili e coltivazioni femminili, culti e leggi differenziate. Una società che non si può definire "primitiva", ma è stratificata e complessa. Ha durezze difficilmente comprensibili per noi, i gemelli che vengono abbandonati nella foresta, le dispute tra clan risolte con il sacrificio di un ragazzo. D'altro canto una donna maltrattata può ricorrere contro il marito o anche ripudiarlo. Il tocco del grande scrittore fa sì che tutta questa parte non sia per nulla noiosa. Il romanzo conta meno di duecento pagine, e l'autore riesce a prendere il lettore per mano e fargli percepire come assolutamente naturale il mondo di Okonkwo. I numerosi termini in lingua igbo sono ben contestualizzati e quasi non è necessario utilizzare il glossario finale.

A causa di un omicidio involontario Okonkwo rimane in esilio sette anni. Al proprio ritorno scopre che i missionari bianchi sono giunti nel suo villaggio. E le cose crollano.
I missionari, esattamente come gli abitanti del villaggio, sono sempre descritti come individui. C'è chi cerca di capire la cultura locale, chi si pone come autorità superiore, chi impone leggi che neppure vengono spiegate. Non è uno scontro violento, non è un'invasione. E tuttavia le cose crollano ugualmente. Tutta la società tradizionale si basava sul sacro, erano gli dei e gli oracoli ad amministrare la giustizia e a regolare i conflitti. Se la sfera del sacro viene messa in discussione anche la violenza non è più arginata. Crollano i tabù. Persino il serpente sacro può essere ucciso. Achebe è molto attento a non distribuire merito o colpe. I gemelli vengono salvati, i fuori casta vengono accolti nella chiesa, ma tutta la società tradizionale non può che soccombere, e Okonkwo con essa.

La lettura di questo romanzo mi ha profondamente affascinato e ne è evidente l'importanza storica. È stata la prima volta che nel panorama letterario in lingua inglese un africano raccontava la propria gente dal proprio punto di vista. I personaggi de Le cose crollano non sono eroi, non sono vittime e non sono selvaggi. Sono semplicemente persone, esponenti di una cultura altra che finirà schiacciata dal colonialismo. Il tutto è raccontato con una prosa estremamente scorrevole e moderna. Tutti noi del gruppo di lettura abbiamo approcciato il libro con un certo timore. L'età del testo e la distanza culturale ci faceva temere in classico "mattonazzo" e invece ce lo siamo bevuti tutti d'un fiato. Achebe è un grande scrittore, di quelli in grado di rendere accessibile qualsiasi narrazione. A tutto si aggiunge l'urgenza comunicativa. Abbiamo discusso sull'intento dell'autore. Probabilmente ne aveva più di uno. Achebe scrive negli anni '50 di eventi di sessant'anni prima, di un mondo già scomparso di cui stavano sparendo gli ultimi testimoni. C'è, per certi versi, la stessa urgenza delle testimonianze della seconda guerra mondiale, la consapevolezza che quello era l'ultimo momento utile per raccontare qualcosa di cui si rischiava di perdere la memoria per sempre. È un libro necessario. Lo era quando è stato scritto, ma lo è ancora.

Voi lo avete letto?
Che rapporto avete con la letteratura africana?


Se invece volete leggere qualcosa di decisamente più disimpegnato, ecco il nuovo capitolo de L'assedio degli Angeli

martedì 12 aprile 2022

Caro scrittore che per la prima volta stai partecipando a un concorso letterario


 Caro scrittore che stai per mandare il tuo racconto per la prima volta a un concorso,

Come vedi ti chiamo "scrittore" e non "aspirante scrittore", perché lo sei già. Lo so che lo sei già. Dobbiamo solo accorgercene noi. Con noi non intendo un noi generico "noi lettori" ma "noi pre giuria dei concorsi letterari". Chi siamo?

Siamo il tuo primo ostacolo da superare, quelli che dobbiamo stabilire se il tuo racconto non sia l'uno su mille che ce la fa, ma l'uno su dieci/venti/trenta che ha la possibilità di farcela.

Il concorso a cui stai per spedire il tuo racconto non ha una pre giuria? Cambia concorso.

Devi sapere, dunque, che i concorsi seri sono conosciuti come tale e quindi la gente partecipa. A centinaia. A diverse centinaia. Serve quindi che qualcuno inizi a separare il grano dalla pula in modo da arrivare a una rosa di finalisti (cinque, dieci, venti, dipende dai casi e dai concorsi) tra i quali la giuria, quella vera e spesso titolata, sceglierà il prescelto. L'Eletto. Siamo, quindi, il livello 1 del videogioco, il mostro appena fuori dalla locanda, il primo ostacolo che il tuo racconto dovrà superare. Per quanto il goblin zoppo sia molto più trattabile di un drago, è comunque il primo mostro da superare. Non lo puoi eludere o ingannare. E anche la sua affettacani arrugginita (tipica arma in dotazione al goblin zoppo) i suoi danni li può fare. Quindi lascia che il goblin stesso ti dia qualche consiglio.

La grammatica ti è amica. Hai la grande idea innovativa? Benissimo. Facciamo dal secondo racconto. Magari anche dal terzo. Tutti i pittori d'avanguardia sono partiti dall'accademia. Lo so, la colpa è nostra, non della tua geniale istanza di rinnovamento della lingua. Ma capiscici. Al centoquattresimo racconto ci parte l'embolo al terzo congiuntivo sbagliato. Di fronte alla punteggiatura atipica non riconosciamo il genio. I nostri vicini, però, potrebbero riconoscere la bestemmia.

È questo il concorso che stai cercando? Cioè, è molto interessante la tua introspezione esistenziale che parte da quella volta che ti sei reso conto di essere andato al lavoro con i calzini spaiati. Ma se il concorso è sul giallo devi darci un giallo. Al centosessantesimo racconto il mistero del calzino scomparso e tutta la sua metafora dello smarrimento interiore ci prende poco. Siamo gente grezza. Se il racconto è horror dacci un horror, se è fantascienza, fantascienza. Siamo gente gretta, che predilige l'ovvio e il prevedibile. Certo. Ma comunque da noi dei passare.

Qual è l'occhio che sta guardando? Chi racconta la storia? Tu? Il demiurgo onnisciente che sta sopra le pagine? Benissimo. Un narratore impersonale che segue i personaggi come un documentarista neutro che deve guardare il leone inseguire la gazzella senza tifare per l'uno o per l'altro e senza conoscere l'esito della caccia? Benissimo. Siamo dentro la testa di un personaggio e guardiamo il mondo con i suoi occhi nonostante la terza persona? Benissimo. Siamo il personaggio, è il suo sguardo che vediamo, la sua voce che sentiamo, in una sorta di estatica comunione mistica? Benissimo. Ma il minestrone no. Le montagne russe narrative in cui da dio onnisciente in tre righe ci incarniamo in uno sguardo per poi rifletterci in un altro e infine frammentarci in infinite identità? Grazie, no. Lo so, lo so, ci sono sperimentazioni, ci sono grandi scrittori. Facciamo al secondo racconto, dai. Questa volta no.

Dacci un finale che sia un finale. Il finale aperto, apertissimo, in cui sta al lettore capire chi è l'assassino, fino magari a sospettare di essere lui stesso il carnefice? Bello, ma facciamo al prossimo. L'horror vago e inquietante, così vago e inquietante che forse c'è un mostro in cantina, forse in cantina c'è un cimitero indiano, forse la cantina esiste solo nella mente del personaggio, forse il personaggio è la cantina, forse il lettore alla fine deve capire di essere una cantina? Bello, ma facciamo al prossimo. Il super paradosso temporale in cui forse il figlio ha partorito il nonno, l'uomo del futuro è stato l'avo fondatore che ha inseminato un ominide per dare origine ai sapiens, ma magari è tutto un sogno dovuto alla peperonata? Bello, ma facciamo al prossimo. Non è un racconto, ma il primo capitolo della tua grande saga in dieci volumi in cui tutto sarà chiaro all'ultima pagina delle cinquecento tre del tomo conclusivo? Abbi pazienza. Un racconto è un racconto, una cosa piccola e finita in sé. Può avere tante chiavi di lettura, un finale moderatamente aperto, ma non può essere un antipasto di un banchetto che non mangeremo mai. Siamo gretti e limitati, dici? Beh, cosa ti aspetti da un globlin zoppo?

Dacci una storia, uno sguardo o un personaggio. Possibilmente tutto di questo, ma almeno una cosa. Cosa ci rimane in testa a lettura finita? Cosa ci farà ricordare proprio il tuo racconto tra le centinaia? Basta un guizzo, un lampo d'emozione, un personaggio per cui tifare, un motivo per girare pagina. Perché ti dirò la verità. Al duecentosedicesimo racconto siamo stanchi. La tentazione di leggere solo le prime dieci righe è enorme. Siamo pigri, dici? Beh, siamo al duecentosedicesimo, direi che siamo stanchi. Siamo umani. Quindi se il tuo genio sta nel narrare la noia in modo noioso, beh, forse riuscirai ad annoiarci. Tieni desta la nostra attenzione e forse riuscirai a passare.

Dopo tutto noi siamo goblin zoppi un po' particolari. Quello che desideriamo è essere sconfitti da un racconto degno. Che ci rimanga dentro anche mesi, anni, dopo la lettura. Qualcuno a cui inchinarci e da far passare. Qualcuno di degno di andare ad affrontare i draghi.

Buona fortuna!



Piccole note finali per i lettori abituali.

Portate pazienza, ho poco tempo per tutto, compresa la web sfera. Vi penso, vi leggo anche se spesso non commento.

Per chi volesse, ecco un nuovo capitolo (ancora non passato al vaglio di nessun goblin zoppo) de L'assedio degli angeli

martedì 29 marzo 2022

Da dove nascono le storie


 Mia figlia mi ha appena ricordato che sto per compiere 42 anni e pertanto inizio ad avere un'età tale da poter fare archeologia personale. Scoprire oggetti dimenticati che portano a galla ricordi, echi di una vita ormai dimenticata.

Ho quasi 42 anni e scrivo storie. A volte come una bambina, per me stessa, per consolarmi (lo ammetto, in questi giorni spengo i programmi di informazione e vado avanti con una storia del tutto inutile a livello editoriale, che sto scrivendo solo per consolarmi) a volte con la speranza di intrattenere altri, solo per il fatto di avere qualcosa da raccontare.
Non so dove sia Il Mondo Da Cui Arrivano le Storie. Ho spesso la sensazione che ci sia, però, un posto, un universo parallelo, un luogo della mente da cui le storie filtrano, già finite e concluse in se stesse. Io devo dipanarle, osservarle e trovare la forma migliore con cui raccontarle.
Alcune storie sono con me da così tanto tempo che mi sembra che ci siano sempre state. Ma non è così. C'è stato un momento preciso in cui ho deciso di dedicare del tempo a fermare in parole quelle storie intraviste (non è una metafora) dal finestrino di un treno.

Qualche mese fa a casa dei miei genitori mia figlia ha dato prova di quel talento tipico dei bambini di ritrovare cose che si ritenevano perdute. Nello specifico, la mia collezione di cartoline. Dagli anni delle medie in poi ogni volta che andavo da qualche parte portavo a casa delle cartoline, oggetto antico e ormai desueto, che poi usavo come segnalibri. Sull'onda del mio ritrovato entusiasmo per la lettura e alla ferma decisione di leggere di più, in barba agli impegni scolastici, genitoriali, alle pandemie e alle guerre globali, ho portato a casa la collezione per utilizzarla di nuovo allo scopo per cui era stata destinata. Per gli ultimi dieci libri, quindi, ho pescato a caso dalla pila, ho confrontato le immagini e ho scelto la cartolina migliore per quella lettura.
Per l'ultimo libro iniziato (L'acciaio sopravvive di Richard Morgan, di cui suppongo riparlerò qui appena terminata tutta la trilogia) ho estratto questo:
La cartolina mi aiuta a stabilire una cronologia precisa. Rappresenta il castello di Edimburgo. Ero al primo anno di università quando ci sono stata. Il primo di una serie di viaggi in giro per l’Europa in compagnia della mia più vecchia amica. Viaggi piuttosto avventurosi, sui mezzi pubblici, con gli zaini a spalla, ancora senza cellulari davvero funzionanti, con le guide cartacee da consultare e l'elenco degli ostelli della gioventù su cui cercare un posto in cui dormire.
A pensarci a mente fredda quel viaggio fu piuttosto disagevole. Lunghissime tratte in treno e in bus, orari dei traghetti non facilissimi da decifrare. Tre giorni bloccati in un porticciolo di un'isoletta perché nelle Ebridi vent'anni fa durante il fine settimana non si muoveva niente. Il clima scozzese non proprio solare. Un pernottamento a dir poco avventuroso a Edimburgo in un ostello ricavato in una chiesa sconsacrata, con la doccia nella cripta e i letti ammassati nella navata. Eppure entrambe lo ricordiamo come qualcosa di magico. E quei lunghi, lunghissimi spostamenti attraverso la Scozia, in cui pian piano un altro mondo si sovrapponeva a quello che stavo vedendo.
Al castello di Edimburgo, ricordo, ho comprato un quaderno con lo scopo preciso di scriverci sopra una storia. Più o meno in contemporanea devo aver appuntato questa cartina sul retro di una cartolina. Chissà perché non ho usato il quaderno. Probabilmente l'ho fatto in treno, nella tratta di rientro da Edimburgo a Newcastle e la cartolina era più comoda. Chissà cosa pensavo di farci davvero.
Quella storia, quella con protagonista quel Soren di cui avevo segnato il villaggio natale, non l'ho mai terminata. Ne ricordo a grandi linee l'idea centrale, un giovane eroe che per caso entra in contatto con un oggetto magico che gli dona l'immortalità. Tutti i suoi compagni muoiono e lui si trova a vagare come un fantasma per la sua stessa terra, fino a che una ragazza non se ne innamora. L'incantesimo, però, si spezza e lui non può che guardarlo invecchiare e morire sotto i suoi occhi.
L'ottimismo di fondo e l'allegria tipica delle mie storie c'erano già tutte...
Non l'ho scritta, quella. Ho tentato di scriverne un'altra, una complicata epopea che si svolgeva in gran parte ad Haymal, la città alla confluenza tra i due fiumi.
Poi c'è stato un altro viaggio, ormai alla fine della mia carriera universitaria, con la stessa amica del primo, nei Paesi Baltici. Di nuovo improbabili spostamenti sui mezzi pubblici, piogge improvvise, zaini che pesano. Una bottiglietta d'acqua marca Hermise. E di colpo quella vecchia cartina dove la mia mente continuava a viaggiare si è allargata. Ho "visto" cosa c'era a est della linea di margine, sono entrata nel Leynlared. Dove sono ambientati i quattro ebook che trovate qui a lato, La spada di Emarana, La luna delle foglie cadenti, Prima che venga il gelo e Nulla che non sia già mio. Da soli formano una piccola epopea. La stessa che continua nei racconti finali de La spada, il cuore e lo zaffiro. L'antologia, per altro, è ora disponibile sia in formato cartaceo che digitale, sia in formato epub che kindle. Tutte le informazioni qui.
Chissà se me ne rendevo conto, mentre tracciavo rapidamente quegli appunti sul retro di una cartolina che da quei posti non me ne sarei mai andata?

Voi avete una data di nascita per le vostre storie?

Se invece volete venire con me in un altrove differente, qui un nuovo capitolo de L'assedio degli Angeli.

venerdì 18 marzo 2022

Libri di donne per il mese delle donne

 




Non è una scelta consapevole, ma negli ultimi tempi sto leggendo (o ascoltando) molti più libri scritti da donne, molto diversi tra loro. Ma marzo è il momento migliore per presentare tre tra le mie ultime letture.

Karoline Kan
Sotto cieli rossi

Questo è sicuramente uno dei libri più interessanti e attuali che mi sia capitano in mano ultimamente. Si tratta dell'autobiografia di una ragazza  cinese del 1989. Nata in un piccolo villaggio è una "bambina illegale", una seconda figlia nata in piena politica del figlio unico. Anche se la sua nascita viene presto legalizzata, cresce con la consapevolezza che la propria nazione. Questo probabilmente incide nel suo essere sempre più scettica verso ciò che il regime le impone e attratta dall'occidente in un modo non sempre critico. Del resto la sua è una storia, un punto di vista, senza pretese di universalità. Nonostante i difetti è un libro che racconta benissimo la Cina d'oggi che in trent'anni è passata dalla realtà agricola tradizionale (i racconti dei primi anni '90 sembrano quelli di mio nonno) alle megalopoli. Ovviamente lo sguardo è quello di una ragazza, che come tale deve, più di ogni altra cosa compiacere la propria famiglia. Quindi farsi onore negli studi va bene, salvo poi sposarsi quando lo dicono mamma e papà. L'autrice e protagonista è divisa tra oriente e occidente, tra tradizioni che le appartengono, anche quando le trova antiquate e ingiuste e un occidente sognato e idealizzato. 


Simone de Beauvoir
Memorie di una ragazza perbene
Altra autobiografia, ma di altra epoca e altro spessore intellettuale. Questo, meglio dirlo subito, non è un libro facile. Non solo l'autrice, Simone de Beauvoir, famosa (chissà poi perché) per essere stata la compagna di Sartre (ma non fatevi ingannare, questa frase non la descrive), non è una persona facile, ma è una filosofa, che riflette sulla propria vita con gli occhi della filosofia. Per affrontare la lettura bisogna quindi prepararsi a pagine dense, fitte fitte di parole. Uno di quei libri su cui stai due ore e scopri che hai letto venti righe. Però che venti righe. Innanzi tutto è un bellissimo racconto d'epoca, il viaggio in una Francia che non c'è. E poi c'è la storia di Simone, analizzata da Simone stessa, una che non si crea un monumento addosso, ma che si esamina, si interroga, si sforza di capire i propri comportamenti. Lei era una figlia dell'alta borghesia parigina, impoveritasi con la prima guerra mondiale. Quella che per il padre è una disgrazia, per lei è la strada per la libertà. Perché il padre non può garantirle un buon matrimonio, quindi Simone deve studiare per prepararsi a una vita di lavoro. Simone nei libri trova se stessa, mette in discussione via via tutte le idee con cui era cresciuta, scopre un femminismo di cui prima persino ignorava l'esistenza. La sua migliore amica, al contrario, è apparentemente una privilegiata. È rimasta ricca e quindi destinata al matrimonio. Per lei lo studio è un capriccio che la famiglia sopporta mal volentieri. Specchiarsi continuamente negli occhi di un'amica che, sempre considerata un modello, diventa via via una prigioniera e poi una vittima, diventa per Simone un necessario e doloroso viaggio nella consapevolezza.


Bernardine Evaristo
Ragazza, donna, altro
Con questo libro siamo invece nel campo della pura narrazione. Dodici vite di donna si intersecano a Londra.
Sono mamme, figlie, immigrate, donne d'affari, attiviste LGBT+, artiste. Sono tutte donne e tutte di colore. Dodici storie dolorose e dolci, figure a cui ci affeziona facilmente, anche quando sono molto diverse da noi e fanno scelte molto lontane dalle nostre. Nella loro diversità tutte queste figure sono raccontate con affetto e rispetto. Rispetto per le difficoltà, sempre presenti, anche quando sembra di avere davanti delle figure di successo. Perché per una donna, per di più nera, ci sarà sempre qualche difficoltà in più, qualche storia che non va di raccontare, qualche silenzio che non va di spiegare. Nonostante i molti temi dolorosi affrontati, la narrazione non rinuncia all'ironia (memorabile la descrizione delle discussioni nella casa occupata), al sorriso benevolo e a un pizzico d'ottimismo. Perché la vita è dolorosa e spesso non perdona, ma a volta porta doni inaspettati, serenità difficilmente raggiunte e sorrisi che valgono molte lacrime. Un libro da leggere e rileggere, non solo a marzo.

Li conoscete, li avete letti? Quali libri di autrici consigliate? Quali sono i vostri preferiti?

Se invece volete leggere qualcosa di mio. Beh, non perdetevi L'autunno dei cinghiali assassini



martedì 8 marzo 2022

L'autunno dei cinghiali assassini


 

Come si racconta una pandemia?

Posso mai io raccontare tutta una pandemia? No, ovviamente. L'autunno scorso, però, ho preso una decisione. Avrei raccontato la pandemia che mi si stava scatenando intorno. E gli eroi della mia storia sarebbero stati dei ragazzini, quelli che vedevo ogni giorno, i miei alunni. Eroi silenziosi e bistrattati, chiusi in casa, con le loro aspirazioni sociali o sportive negate, con regole sempre più ostili da seguire a scuola. La zona rossa, in cui si va a scuola solo se si ha Bisogni Educativi Speciali, se no si segue da casa. E in entrambi i casi si è scontenti.

Mentre prendevo questa decisione c'è stato un alluvione, che si è portato via parecchie cose, un ponte importante vicino a dove abito, ma anche un cimitero. Ecco, quella era una meravigliosa idea per un racconto. Che sarebbe stato un horror che iniziava con un cimitero portato via da un alluvione.

Poi i miei genitori si sono ammalati di covid e io sono finita in quarantena a casa loro. Ne siamo usciti tutti. Io in quei quindici giorni avevano preso accordi per prendere un gattino e avevo finito il racconto. Ha quindi una genesi avventurosa ed è stato scritto "in tempo reale", aggiornando gli eventi narrati all'ambientazione che intanto si evolveva.

A scuola stiamo lavorando sul progetto "Capsula del tempo", vogliamo fare una cassetta da aprire in futuro per ricordare questi anni strani, dolorosi e a tratti surreali. Se ne facessi una io ci metterei dentro questo racconto.

Per me è importante, per come è nato, per cosa racconta, perché, insieme a un racconto scritto poco dopo, ha dato il via a una serie di nuove narrazioni che spero vedranno via via la luce (una che mi inorgoglisce particolarmente vedrà la luce tra qualche mese).

Credo, in tutta onestà, che sia un buon racconto, uno di quelli che invecchierà bene e che, leggendolo anche tra qualche anno, farà appassionare alle avventure di Tom e Lars e farà riflettere su quanto abbiamo vissuto.

Voi però leggetelo ora!

Nel link qui sotto trovate tutti i formati in cui è disponibile (cioè tutti o quasi)

L'autunno dei cinghiali assassini

Delos Digital - collana Innsmouth

Come sempre, un grazie speciale a tutto lo staff di Delos Digital e in particolare a Luigi Pachì, che si è occupato di questa pubblicazione.

venerdì 4 marzo 2022

Tutto troppo vicino


 

Questa foto è di mercoledì 23 febbraio.

I bambini, mia figlia e i miei due nipoti giocavano in cortile vestiti da carnevale, piccola compensazione delle tante feste anche quest'anno cancellate a causa covid. Io, mia cognata, docente di lingua e letteratura russa ,e la vicina ucraina discutevamo della situazione. La Russia che avrebbe allentato la tensione con la promessa che l'Ucraina non sarebbe entrata nella NATO e il riconoscimento dell'autonomia di Crimea e Donbass. Preoccupazione presente, ma moderata.

Lunedì la mia vicina era quasi in lacrime. Sua mamma, circa ottant'anni, che abita a quattro ore d'auto dalla Polonia ha dormito in cantina. Non si era messa in macchina giovedì al deflagrare del conflitto: alla sua età non se l'era sentita di mettersi in auto. Così lontana dal confine russo non pensava che il conflitto la raggiungesse e, per lo stesso motivo, sua figlia non era partita per recuperarla. Ora suonavano gli allarmi e la benzina scarseggiava. 

Mercoledì a casa del figlio della vicina è arrivata una mamma con due bambine, stessa cosa da una conoscente di un collega.

Tutte le guerre sono crudeli allo stesso modo e tutte le vittime sono solo vittime. Non si può fare una classifica della sofferenza e queste persone di cui sono a conoscenza sono molto meno allo sbaraglio di molte altre. E tuttavia persino nel Vangelo esiste un concetto di prossimità come propria area di influenza. Fa parte della nostra natura umana essere più colpiti da ciò che è vicino. E qui le cose si stanno facendo tutte troppo vicine.

Non riesco a rimanere serena ed equidistante in questo momento. Giovedì scorso a scuola i ragazzi volevano approfondire la situazione. E io, scellerata, ho ripetuto il mio mantra "andiamo direttamente alle fonti". Andiamo a leggere una traduzione affidabile del discorso di Putin. Ok. Da che l'ho fatto sono disposta ad ascoltare tutti i i discorsi sugli errori dell'occidente (e a dare anche ragione) solo nel momento in cui nessuno più mi minaccerà con le armi atomiche.

Detto questo, rimane il fatto che non c'è una classifica del dolore. Una mamma russa in ansia per un figlio al fronte di cui non ha notizie è vittima tanto quanto chi scappa senza avere notizie dei propri cari. Sono ignorante in materia. Lo ammetto. Ho bisogno di pensieri semplici. Se hai perso la tua casa per la guerra sei un profugo e stai dalla parte delle vittime da aiutare. Non importa che lingua parli, ucraino, russo, afgano, fosse pure venusiano. 

Intanto si moltiplicano iniziative di dubbio buon senso o addirittura di dubbia onestà. Per una raccolta di beni di prima necessità indetta dal comune e che ha uno scopo e una destinazione precisa, iniziano raccolte fondi per soldi che finiranno chissà a chi per chissà cosa. Per azioni di boicottaggio più o meno sensate, ma di cui comunque vedo il senso (rimuovere gli atleti russi dalle competizioni sportive può far sorgere domande di patria ma tutela anche gli atleti stessi che non possono essere obbligati a prendere posizioni né essere esposti a gesti inconsulti) e altre che di senso non ne hanno proprio. Davvero non è il caso di parlare di autori russi? Davvero bisogna accostargli degli autori ucraini? E quindi? Sempre un libro di un autore tedesco e uno di autore ebreo? Uno statunitense e un cubano? Uno cinese e uno tibetano? Facciamo piuttosto vodka e coca cola, che la capisco di più e, di questi tempi anche l'alcol ha il suo richiamo (nota per genitori di miei alunni: non sono astemia, ma non mi sono mai ubriacata, tranquilli). 

È tutto troppo vicino perché sia "solo una delle tante altre guerre per cui non hai mosso un dito" (che poi, che dito mai potrei muovere che abbia un effetto, per questa o altre guerre?). A scuola io e una mia collega abbiamo deciso di parlarne in compresenza. Perché se non rimane l'elefante nella stanza. Non ha senso studiare il settecento, i torti e le ragioni nella rivoluzione francese e non dedicare nemmeno un minuto ai fatti che comunque imperano nella nostra informazione. E tuttavia è difficile trovare le parole giuste, le distanze giuste. Per questo lo facciamo insieme, per correggerci a vicenda, compensarci, cercare di fare in modo che il buon senso prevalga.

Non so bene che buon senso possa prevalere. È tutto troppo veloce e troppo vicino. Ma alcune cose le so.

Leggere e conoscere una cultura non fa mai male. Ci vogliono più conferenze che parlino di libri. Russi. Ma anche armeni, nigeriani, equadoregni. Leggere e parlare di libri non può mai fare male. Chi perde la propria casa e fugge va aiutato, a prescindere dal colore della pelle, della lingua e dalla provenienza. Confondere una parte per il tutto è sempre sbagliato. Un singolo non è una nazione o uno stato. Come io sono italiana, ma non mafiosa, così è assurdo parlare di ucraini nazisti o di russi guerrafondai. Tutto ciò è di una banalità disarmante e tuttavia posso solo raccomandare a me stessa quello che raccomando ai miei alunni quando stanno scrivendo una risposta di storia o di geografia. Parti dall'ovvio, non dare nulla per scontato, non dimenticarti le basi. Neppure quelle dell'umanità.


Se qualcuno non si fosse ancora stancato di leggere qualcosa di mio, ecco il nuovo capitolo del L'assedio degli angeli.

Tra qualche mese qualcos'altro di mio arriverà su carta. Poche pagine, ma di cui sono davvero felice, perché significa, almeno una volta, almeno con un racconto, stare a fianco dei giganti.

martedì 22 febbraio 2022

Crescere nella pandemia


 Ci sono piccoli fatti di per se insignificanti che però fungono da campanelli d'allarme.

Nelle ultime settimane a scuola sto raccogliendo strani indizi che suscitano domande che sto condividendo con amici e colleghi alla ricerca di una chiave di letture. 

Le cose sono andate all'incirca così. Dopo il solito ciclo di lezioni mi appresto a correggere le verifiche di geografia. Ora geografia è di solito una materia "amica". Piace, permette di immaginare viaggi, esperienze, si presta a mille approfondimenti e collegamenti interdisciplinari. Non è una materia che in generale metta ansia, né io voglio che lo sia. Deve essere una di quelle materie in cui più o meno tutti, se ne hanno la volontà, possano cavarsela, dove sono più propensa ad aggiungere piuttosto che a togliere. Insomma, per andare male bisogna proprio impegnarsi. E poi le classi di questi anni sono le migliori che si potessero sognare di questi tempi. Neppure so più come si fa a mettere una nota disciplinare. Quindi nell'assoluta non volontà di infierire ho confezionato una verifica sulla Germania che prevedesse una lettura di cartina (con possibilità di consultare quella del libro) e delle domande sul passato della Germania, studiato attraverso video, film, giochi di immedesimazione. Una di quelle verifiche in cui ci sia aspetta di distribuire otto a pioggia. Ed ecco quindi la mia costernazione nello scoprire che Berlino si trova nella Pianura Padana, Vienna sta in Germania, il muro di Berlino era alto 550 m o anche 155 km. La cosa più strabiliante era che le risposte erano del tutto indipendenti dallo studio. La cartina era data e ben leggibile. Il discorso sul muro di Berlino poteva essere sostanzialmente corretto fino alle dimensioni dello stesso.

L'esperienza mi ha insegnato che alcune risposte deliranti hanno origine dal fraintendimento di qualcosa di effettivamente detto o fatto in classe, ma qui si andava troppo nel mondo parallelo perché l'origine fosse quella. Qualche giorno dopo mi trovo a parlare della dominazione austriaca su Milano. Tra dove insegno e Milano ci sono circa 40 minuti d'auto. Ho pertanto la malaugurata idea di chiedere a che punto della strada si scavalli dal Piemonte alla Lombardia, per far capire come da noi si fosse in un altro stato. Al piovere delle risposte inizio a segnare alla lavagna i paesi che secondo loro si incontrano tra il Lago d'Orta e Milano. C'è chi ci fa fare il gran tour del Piemonte e chi punta diretto verso la Svizzera. Salta fuori che la maggior parte di loro a Milano non c'è mai stata. Oppure ci sono stati da bambini, nel mitico e lontano mondo pre pandemia.

Ormai viviamo da due anni nella bolla pandemica. Due anni di viaggi mancati, di prossimità, affetti stretti, tamponi e mascherine. Due anni di DaD a singhiozzo. Per me sono due anni tra i 40 e i 42, ma per loro sono due anni tra i 10 e il 12, tra l'infanzia e l'adolescenza. Due anni in cui il virtuale ha sopravanzato il reale, cui Milano è lontanissima, può stare accanto a Berlino, tanto sono entrambe irraggiungibili. Due anni di esperienze mancate. Ieri un'alunna commentava un libro letto ambientato a Londra. Si stupiva di leggere di suoi coetanei (quasi 13 anni) che andavano da soli in metropolitana o salivano sulla ruota panoramica. Lei la città non ricorda di averla mai vista e la sola idea le fa paura, il luna park è un'esperienza lontanissima, dell'infanzia e di un mondo forse ormai finito. Fino a qualche anno fa gli alunni di seconda media spasimavano per visitare Londra o Parigi, ora è un sogno irraggiungibile. Non solo, queste città generano più paura che desiderio.

Li osserviamo giocare all'intervallo nel grande cortile che per fortuna abbiamo, ben diviso in modo che ogni bolla/classe abbia il suo spazio, e vediamo come giochino come farebbero bambini di 8/9 anni. Fanno tenerezza, giocano a sparviero o a prendersi. Si organizzano, raramente litigano, anche perché i loro rapporti sono strettissimi all'interno della bolla, se si vedono fuori da scuola spesso lo fanno solo tra compagni di classe o addirittura tra quelli seduti più vicini, per limitare i contatti. Poi c'è il contraltare d'ansia. La psicologa scolastica ha l'agenda piena. Abbiamo una percentuale non trascurabile di ragazzi che che faticano a uscire di casa per venire a scuola, incapaci di affrontare il mondo. Siamo una scuola piccola e quindi cerchiamo di non perderli, di andarceli a cercare, di recuperarli, ma stiamo parlando di un ragazzo ogni 20/25 studenti, una percentuale mai vista.

L'unica osservazione che riesco a fare ora è che non si cresce chiusi nella propria camera. Si può apprendere, ci si può istruire, ma non si cresce. Quello che manca a questi ragazzi è il contatto con l'esterno, il confronto tra il personale e il generale. Quel minimo si esperienza empirica che ti ha scattare un campanello d'allarme se stai scrivendo che un muro è alto mezzo chilometro o che Berlino sta verso Pavia. I miei alunni hanno 12/13 anni. Sono abbastanza ottimista sul fatto che ne usciranno. Sono resilienti. Hanno attraversato dolori, quasi tutti la pandemia l'hanno vista da vicino, a molti ha portato lutti. Non sono bimbi viziati. Sono educati e volenterosi. Quello che manca è solo il contatto col mondo esterno. Due anni, però, credo sia il limite massimo che si possa sopportare, specie a quest'età. Perché questa condizione è pericolosa a più livelli. L'adolescenza è l'età della scoperta, del sé, degli altri, del mondo oltre e a volte in opposizione alla famiglia. Non la si può affrontare con il timore per tutto ciò che è esterno. Metà dei ragazzi ha sintomi da ansia da controllo, li abbiamo anche noi adulti, ma dovremmo avere gli strumenti per affrontare la cosa, cosa che non si può pretendere a 12 o 13 anni. Ma mi spaventa ancor di più la difficoltà nel riconoscere il plausibile generata dalla mancanza di esperienze concrete. I miei alunni, poi, sono ragazzi di campagna. Vanno per boschi, si muovono in bicicletta, hanno discrete abilità pratiche. Ma nella loro inesperienza è facilissimo convincerli di qualsiasi cosa. Oggi di un posizionamento improbabile di una città, domani di chissà cosa. Google è l'unico detentore delle verità su un mondo esterno che forse non esiste e che comunque non li riguarda. Perché, ed è la cosa più triste, faticano non solo a immaginare una vita diversa, ma anche a sognarla o a desiderarla. Che l'idea di visitare Londra metta paura forse è peggio di pensare che Berlino stia verso Pavia.

Per chi volesse una storia (solo un po') meno angosciante, ecco un nuovo capitolo de L'assedio degli angeli.

domenica 13 febbraio 2022

Paolo e Francesca (quelli di Dante) nella canzone italiana

 Torno alla blogsfera dopo quel periodo di tormenta scolastica che sono gli scrutini. Per quanto della scuola io mi lamenti diffusamente anche qui, per le condizioni folli della scuola pandemica, per la burocrazia malevola e degna delle peggiori maledizioni che la affligge e a volte anche per le situazioni surreali che mi trovo a gestire, insegnare mi piace molto. E mi piace anche per motivi poco ovvi. Non mi annoio mai e, con la scusa di preparare delle lezioni, a volte posso dedicarmi a esplorare argomenti che piacciono principalmente a me. A intervalli regolari i miei alunni si trovano a cerca dei riferimenti letterari nelle canzoni. L'idea pedagogica alla base è che la letteratura è sempre viva, parla a tutti e diventa patrimonio culturale comune. La verità è che per me è un'occasione per approfondire il mondo della canzone italiana e per scoprire qualcosa di nuovo. Lo avevo già fatto per Ulisse, adesso l'ho rifatto per Dante.

In realtà quello che ho proposto ai miei alunni è stato un gioco molto più circoscritto. Cercare delle canzoni che contenessero un esplicito riferimento al famosissimo passo dell'Inferno dedicato a Paolo e Francesca, capire la canzone e dire con quale personaggio dell'episodio il cantante si immedesima nella canzone.

Ecco i risultati.

Jovanotti
Serenata rap
Mi fa un po' impressione scoprire che questa canzone della mia giovinezza sia ormai un classico datato e che Jovanotti, anzi, Lorenzo Cherubini sia per i miei alunni "roba da vecchi che piace a mia nonna". In ogni caso eccoci qui, l'autore si appropria di Dante ma non dell'Inferno. Vuole essere un Paolo senza peccato. La sua Francesca la vuole sposare e condurre con lei un'eternità di paradiso in cui non c'è alcun fraintendimento, alcuna ombra, nessun Gianciotto.


Antonello Venditti
Ci vorrebbe un amico
Se la canzone di prima è vecchia, questa è antidiluviana, eppure ha riscosso più successo. Venditti è un Paolo deluso da Dante e dall'amor cortese. La sua Franscesca invece che andare all'inferno con lui è scappata con un altro e lui rischia seriamente di trasformarsi in Gianciotto. E non c'è nessun Virgilio all'orizzonte che lo tiri fuori dalla sua personale selva oscura.


Raf
Un tempo indefinito
Ha avuto il più basso indice di gradimento da parte dei miei alunni e, devo dire, anche da parte mia. Ci è sembrata un po' il soliloquio egocentrico di un tipo a cui della sua lei non importa nulla, rimane indefinita come il tempo del titolo, e nel suo delirio di onnipotenza paragona il suo sentimento a quello di Paolo.


 Clementino
Tributo a Dante – Amor ch'a nullo amato amar perdona
Miglior successo sulla classe e sulla prof ha avuto questo pezzo, parte di un spettacolo presentato dall'Istituto Italiano di Cultura a San Pietroburgo. Qui lo sguardo del cantante è più vicino a quello di Dante ed è l'unica delle canzoni ascoltate che ricorda la pessima fine della storia di Paolo e Francesca. L'unica in cui riverbera il dolore di chi ha visto nascere qualcosa di bello poi finito in tragedia


Claver Gold, Murubutu e Giuliano Palma

Inferno

Questa è fuggita all'attenta ricerca dei miei alunni. Abbiamo di nuovo il punto di vista di Paolo e c'è l'idea del peccato inevitabile e dell'Inferno come unico luogo sicuro dell'amore.


Alla fine è inevitabile concludere che non solo Dante parla a tutti e può ancora emozionare, ma è comunque lui il più moderno. È lui che la storia di Paolo e Francesca la fa narrare a Francesca. E ci regala così una splendida figura di donna, gentile e peccatrice insieme, disposta a pregare per Dante, ma non a pentirsi, che non è sedotta né seduttrice, ma che sceglie Paolo a dispetto di tutti, anche di Dio.

Se volete leggere qualcosa di decisamente meno alto, qui il nuovo capitolo de l'Assedio degli angeli

sabato 29 gennaio 2022

Facciamolo strano (in narrativa)


 
Ci sono libri che si leggono per la trama appassionate e libri che si leggono per la costruzione ingegnosa, per non dire eccentrica.

Per questo post cercherò di fare un po' mente locale per raccontarvi dei libri dall'architettura narrativa più strana in cui mi sia imbattuta ultimamente.
Attenzione, escludo a prescindere i grandi classici della sperimentazione di inizio novecento e in generale tutto ciò che si può già trovare comodo comodo in un manuale di letteratura.
E sopratutto voglio pormi una domanda: fino a che punto è lecito sperimentare, o, meglio, fino a che punto la stranezza dell'architettura narrativa è effettivamente funzionale allo scopo che l'autore si prefigge?
Pronti? Via!

S. LA NAVE DI TESEO - J.J. Abrams, Doug Dorst

Difficile presentarlo se non come un libro-game per adulti. C'è un romanzo con un mistero e le note a margine di chi lo sta leggendo, più tutta una serie di allegati che aiutano a risolvere gli enigmi. L'oggetto in sé è meraviglioso e dà lustro a qualsiasi libreria.
Funziona?
Non lo so. Nel senso che io ho avuto proprio problemi tecnici. Alcune scritte sono minuscole, sono storte e il libri e gli allegati sono scomodi da maneggiare. La trama è talmente frammentata (ogni colore è una linea temporale, oltre a quella del romanzo "originale") che non mi catturato al punto da giustificare la fatica che richiedeva. Ho finito per disinnamorarmene e metterlo in libreria "dove sta tanto bene".

LE SETTE MORTI DI EVELYN HARDCASTLE - Stuard Turton

Anche questo romanzo ricorda la struttura del libro-game. C'è un tizio che rimane imprigionato in un "altrove" che ha la forma di una magione nobiliare inglese particolarmente triste. Sa che alla sera Evelyn Hardcastle sarà uccisa e lui deve scoprire chi è il colpevole. La giornata si ripete sempre uguale, è lui a cambiare, trovandosi ogni giorno in un corpo differente. Del suo passato non ricorda nulla, ma se troverà l'assassino uscirà dal loop e forse troverà se stesso, ma ha solo sette "vite" per riuscirci.
Una cartina permette al lettore di provare ad risolvere l'enigma prima (o al posto) del malcapitato protagonista.
Funziona?
A me ha divertito molto, nonostante una spiegazione finale sui creatori del loop temporale non troppo fantasiosa. L'ho trovato molto ludico, al punto che ne ho preso spunto per creare un'avventura interattiva per role-game (anche se ho scelto una giornata decisamente più solare da ripetere in loop). 
Siamo nell'ambito dell'intrattenimento puro, non c'è alcuna riflessione, neppure oziosa. Però mi ha intrattenuto con successo.

ANIMA - Wajdi Moyawad

Ho acquistato questo romanzo molto intrigata dalle premesse. Un giallo il cui punto di vista sia interamente affidato ad animali che osservano quanto accade agli esseri umani.
Funziona?
Per me è un secco no.
Non funziona perché gli animali non pensano da animali, non offrono un punto di vista non umano. L'impressione che mi ha dato è quella di un cineasta alle prime armi che voglia darsi un lustro e che quindi piazzi la telecamera in angolazioni improbabili, alcune riuscite, altre meno, ma tutte strane. Al di là dell'allungare moltissimo il brodo (si sa, i serpenti, i ragni, i coyote etc tendono ad allontanarsi all'arrivo degli esseri umani e quindi seguire i personaggi umani con la telecamera piazzata su di loro non è il massimo) non c'è valore aggiunto. È una storia di uomini, che uccidono per motivazioni umane. Questa idea degli animali è darsi un tocco di stranezza un lustro di filosofia a buon mercato. Oltre tutto l'espediente non è usato come meriterebbe. Un serpente striscia per la scena di un crimine? Il capitolo è pieno di termini tecnici forensi che ovviamente il serpente conosce e sopratutto il suo percepire il mondo è umano. Un serpente sente le temperature, le vibrazioni nel terreno, che meraviglioso virtuosismo narrativo potrebbe uscire con il serpente come punto di vista. Invece no, deve solo portarsi dietro la telecamera. Per me questo è un no senza appello, anche al di là del mio gusto. Un libro troppo pretenzioso per quello che realmente offre.

ACQUADOLCE - Akwaeke Emezi

Ada è una giovane nigeriana che ben presto si trova a vivere all'estero. Dentro di lei, però, abitano degli spiriti. O forse Ada ha problemi psichiatrici e una personalità scissa. Di certo sono questi spiriti/personalità a raccontare la storia che si dipana tra Africa e USA.
Funziona?
Decisamente sì.
Ok, forse per me, lettrice europea limitata l'impressione è stata che ci fosse troppa carne al fuoco. La storia di un giovane studentessa nigeriana negli USA da sola, con tutti i problemi di identità e integrazione l'avrei trovata interessante di per sé, senza gli spiriti. Ma d'altro canto io sono appassionata di antropologia culturale e tutto l'aspetto più spirituale mi interessava molto. Quindi mi sono trovata a voler approfondire entrambe le anime del romanzo, o forse a considerarle separatamente, quando invece avrei dovuto godermi l'insieme. Insomma non mi ha soddisfatto al 101%, ma è davvero un gran romanzo e l'io narrativo affidato agli spiriti che (forse) infestano la protagonista è ciò che lo fa funzionare.

HYPERION e LA CADUTA DI HYPERION - Dan Simmons
Cosa succede se si prende la struttura medioevale de I racconti di Canterbury, la si mescola con la vita e le poesie del poeta Keats e si frulla tutto con la fantascienza, le Intelligenze Artificiali e si condisce con una spruzzata di navi volanti? Si ottengono i romanzi Hyperion e La caduta di Hyperion. 
Gli ingredienti sono tali da far tremare i polsi anche al più folle autore di fantascienza e la domanda che sorge spontanea è: che cosa mai si sia bevuto e fumano Simmons per pensare di metterli insieme?
Funziona?
Hyperion e la Caduta di Hyperion sono del 1989/1990, sono quindi più di trent'anni che questi romanzi girano, tradotti e ristampati in tutto il mondo e questa direi che è già una risposta. Il risultato infatti è un romanzo ipnotico che bombarda di continue suggestioni, sempre diverse. Forse non tutto è chiarissimo, non tutte le sue parti funzionano allo stesso modo, ma è una narrazione che non lascia indifferenti. È uno di quei libri che si prende un pezzo dell'immaginario di chi legge e non lo lascia più. Ho terminato la lettura con la sensazione di esserne rimasta ipnotizzata e ho dovuto andarmi a leggere le poesie di Keats perché avevo la sensazione che non avrei potuto continuare a vivere senza. Probabilmente tra i libri citati in questo post è quello che funziona di più, che ha retto meglio alla prova del tempo (vedremo Acquadolce tra trent'anni com'è messo) e che maggiormente ha incontrato il mio gusto. C'è da dire che Simmons ha tentato anche esperimenti più strani (Ilium), ma non altrettanto riusciti.

L'ORDA DEL VENTO -Alain Damasio

Il premio per il romanzo dalla struttura più strana che io abbia mai letto lo vince, senza se e senza ma, questo romanzo del 2004. Lo si apre e si scopre che le pagine scorrono al contrario. Ops... Siamo in un mondo altro percorso da venti in tempesta e l'Orda ha proprio il compito di raggiungere il punto in cui il vento si origina. Quindi è un solo un normale fantasy? Non proprio. Ci vuole un po' per capire il meccanismo per cui le voci narranti si alternano, precedute da arcani simboli. Ma la cosa più sconcertante in assoluto è rendersi conto che la cosa più importante in questa narrazione è in realtà la punteggiatura!
Funziona?
Ebbene sì. Si arriva in fondo e si scopre che ognuna delle stranezze del romanzo aveva una sua ragione d'essere ed era assolutamente motivata dalla trama, a partire dalle pagine al contrario. 
Ne risulta necessariamente una lettura impegnativa. Questo, unito a una trama non proprio leggera, rende il libro oggettivamente pesantino. L'impressione finale è che al lettore venga richiesta una fatica ricambiata solo in parte, perché il libro non offre qualcosa che faccia sentire il lettore davvero arricchito, come accade per Acquadolce e Hyperion. Tuttavia in Francia è stato un enorme successo, per cui può darsi che il limite sia mio. Ah, dimenticavo. L'edizione francese è provvista di colonna sonora, con tanto di cd allegato e suppongo che questo regali un'ulteriore chiave di comprensione che al lettore italiano manca.

Avete letto qualcuno di questi romanzi? Come lo avete trovato? Ma, sopratutto, avete letto qualcosa di ancora più strano?

Se vi accontentate di una lettura, più tradizionale, ecco il mio nuovo capitolo de l'Assedio degli Angeli

lunedì 17 gennaio 2022

A volte ritornano – Un altro giro di DAD


 

La fine delle vacanze di Natale ha riacceso i riflettori sulle scuole.

Il primo effetto è che tutti si sono sentiti in dovere di dire la loro, sopratutto quelli che a scuola non ci vanno da ere geologiche. Così si è sentito tutto un valzer di ipotesi. Centri commerciali aperti per saldi, ma scuole chiuse. DAD per tutti, che fa bene. DAD per nessuno perché fa danni. Niente DAD, recupero a giugno, magari anche a luglio o ad agosto, quando ci si rende conto che quasi tutti i docenti a giugno fanno esami. E comunque i prof sono quasi tutti attaccati al loro stipendio (come ha risposto un docente, il nostro però è un amore platonico, vista l'entità dello stesso), non hanno voglia di lavorare, se la DAD non funziona è perché non si sono aggiornati e via così.

Premesso che ciò che penso della DAD in qualsiasi sua forma, alternata, integrata, carpiata e (sempre) arrangiata, è riassumibile in "tutto il male possibile" alla fine ciò che è stato partorito un regolamento di rara complicazione. Sei contatto? Sì, ma quanto sei contatto? Sei vaccinato? Sì, ma quanto sei vaccinato? Sei bambino? Sì, ma quanto sei bambino? Sei positivo? Sì, ma in quanti siete positivi in classe? Il tutto va frullato in arcani calcoli, invocazioni a divinità del grande oltre e il risultato è il destino della classe e quello del singolo, dato che le quarantene sono diventate di una durata assai variabile. Questo è in teoria.

La pratica?

Ogni mattino arriva, in un'orario variabile da mentre stai andando a scuola a dopo due ore che sei in classe, l'aggiornamento ufficiale. Pallino, Caio e Sempronia seguono da casa, Pallino ha il papà positivo, Caio il compagno di calcio, Sempronia non si sa. Ma a questo punto il tam tam mi ha già detto che Sempronia ha fatto un rapido casalingo che è risultato positivo e attende quello ufficiale. Ovviamente privacy alla mano nessuno dovrebbe sapere niente, ma Sempronia a scritto a Tizia, che lo ha detto a Cosina, che l'ha rivelato al compagno che a questo punto lo sa tutta la scuola. La privacy è la prima vittima di Omicron.

A questo punto iniziamo a preparare il collegamento per Pallino, Caio e Sempronia con annessa invocazione al Grande Oltre perché tutto funzioni. Intanto il gruppo a scuola... Non ho idea di cosa faccia il gruppo a scuola perché io sto invocando potenze infere per far apparire i tre Distanziati sulla Lim della classe. Il Fato mi ha dotato di ragazzi giudiziosi e comunque non ho alternative.

Il collegamento si attiva. Inizia l'abituale seduta spiritica. Pallino mi senti? Bzzz... Bzz... Caio mi vedi? Sempronia... Qui arriva la parte più surreale. Quella in cui almeno uno dei Distanziati del giorno non sta bene ma "mi connetto lo stesso, prof, che almeno è compagnia". Questo dà un senso a tutto. Cerchiamo di essere per i Distanziati una tacca più interessanti del soffitto della stanza in cui sono in isolamento. Sento che è una lotta dura. C'è sicuramente una crepa sul quel soffitto che a tratti è più interessante della mia voce, ma mi impegno per sconfiggerla. 

Inizia quindi la lezione mista. Quella in cui devi passare tra i banchi a controllare i presenti e in contemporanea scrivere ai Distanziati e in contemporanea controllare il volume perché tutti sentano tutti. Ah, il volume. Ovviamente indosso la mascherina FFP2 carpiata e rinforzata che non lascia passare niente, sopratutto la voce. Quindi sono microfono munita. Quel tipo di microfoni che a me fanno molto "Non è la RAI" dei tempi d'oro. Che però fa interferenza con il microfono del computer collegato alla LIM. Quindi c'è un punto preciso in cui tutti sentono. Appena più lontano dal computer e i Distanziati sono persi. Appena più vicini e partono dei fischi inenarrabili che potrebbero in effetti essere le lamentele degli antichi del Grande Oltre, giustamente disturbati da tutte le mie irripetibili imprecazioni.

E poi, quando la lezione è in qualche modo partita, arriva il momento più temuto. Oltre a Pallino, Caio e Sempronia ci sono altri 2/3 assenti di cui ci sono notizie vaghe e non verificabili. Ciccio si è fatto male. Tizia mi ha detto, ma non mi ricordo se faceva il vaccino o il tampone, una cosa così. Una cosa così. Peccato che entri la segretaria ad avvisare che un membro della classe è risultato positivo. La privacy è già morta, tanto è evidente che Tizia ha fatto il tampone e non il vaccino, visto che Ciccio nel frattempo ha scritto sulla piattaforma il perché e il percome della sua assenza e lo stato di salute della sua famiglia fino al cugino di quinto grado.

Però Tizia è positiva ed è stata in classe nelle 48 ore precedenti. Il ripetente, l'unico di tutta la classe che non è sempre stato più che ligio sull'uso della mascherina sbianca. "Secondo lei qualcuno morirà?". Acc... Cerco le parole per rassicurarlo. Non faccio a tempo a chiedermi se ho raggiunto lo scopo, che ha un'altra domanda. "Ma per la merenda che facciamo?". Forse temeva la morte per inedia. In effetti è una bella domanda. Mandiamo la segretari a chiedere, perché l'unica certezza è che ora tutta la classe deve indossare la FFP2. Chi non l'ha con sé chiede se deve andare a casa. Il fatto che più tardi ci sia verifica è solo una curiosa coincidenza. Qualcun altro mi chiede se i genitori hanno fatto bene a non vaccinarlo. 

A questo punto l'ora sta per finire e un'anima bella mi domanda se c'è una proroga alla scadenza al lavoro di gruppo che nel mentre avrebbero dovuto svolgere. Quindi, mentre le fanciulle si lamentano della minore bellezza delle loro FFP2 rispetto alle chirurgiche arcobaleno che sfoggiavano prima, inizio a ricapitolare. Il gruppo uno è tutto presente. Il gruppo due condivide con Pallino e Caio, che tanto sono autonomi nel lavorare da casa su file condiviso. Sempronia e Ciccio sarebbero autonomi, ma una ha la febbre, l'altro è infortunato. Tizia sappiamo che è positiva, ma non abbiamo idea di come stia. "Prof, ma questo non può essere l'ultimo voto del quadrimestre". No, non può essere, è evidente. "Brzz... Brzz... Ma mica interrg..Zggart...ftang...". No, è evidente, se no evochiamo il grande Chtulu. Scappo prima di rivelare l'unica soluzione possibile: farsi bastare i voti già presenti con un arrotondamento a favore di studente. E comunque ho la mascherina sempre indosso da 5 ore, ho sete, fame ed è decisamente il momento di andare a fare un tampone.

In tutta onestà, dopo questa bella giornatina ritengo che fosse meglio la DAD per tutti? No. Comunque no. Perché almeno c'è la speranza del ritorno in classe, perché ormai ho perso il conto degli alunni con problemi ansiosi. Perché è assurdo che i centri commerciali siano aperti per i saldi e che le scuole siano chiuse. Perché il confronto diretto, la condivisione delle paure, la richiesta estemporanea di informazioni e rassicurazioni sono molto più facili in presenza e valgono più delle nozioni. Però è pur vero che ho classi di una correttezza esemplare, ancora poche assenze tra i colleghi e quindi non mi sento di dire che la mia posizione sia l'unica giusta.

E poi magari domani riesco davvero ad evocare un Grande Antico.

PS:per quanto tutto ciò nella sua globalità sia reale, ogni riferimento a persone precise è fittizio.

PPS: se qualcuno vuole una storia altrettanto fantasy, ma diversa, c'è il nuovo capitolo de L'assedio degli angeli


venerdì 7 gennaio 2022

La preistoria è donna – letture

 


Sono laureata in archeologia del neolitico e ogni volta che apro un testo delle elementari e leggo i capitoli dedicati alla preistoria rischia di partirmi un embolo.

Al di là del fatto che sulla neolitizzazione gli autori sono fermi alla preistoria (battutona) della scienza e ignorano l'influenza di cosucce tipo la fine di un'era glaciale e almeno trent'anni di studi, i capitoli del "come si viveva" fanno accapponare la pelle. Uomini cacciatori e donne raccoglitrici la fanno da padrone, con illustrazioni che mostrano donne sul fondo delle caverne o delle capanne circondate da figli e fieri uomini barbuti intenti ad abbattere i mammut. Sono sempre uomini quelli che nelle illustrazioni dipingono le caverne e tutti coloro rappresentati come capi. Sappiamo da almeno trent'anni che la situazione era molto più articolata, ma non riusciamo a mettere le piume ai dinosauri, figuriamoci se riusciamo a revisionare la figura della donna nella preistoria.


Se non hai la barba il mammut non lo cacci. Bonus se sei a torso nudo nella neve

Se non sei uomo il mammut non lo dipingi


Questo libro, scritto da Mrylene Patou-Mathis, un'esperta di neandertal, vuole distruggere una volta per tutte questi stereotipi. Ci riesce? Non come avrei voluto, purtroppo.

Partiamo da quello che "ci dice la scienza", ma ve lo spiego io e non l'autrice. Purtroppo non ho la pretesa, ma la certezza di essere più chiara.

La donna nella preistoria - quello che sappiamo

Partiamo da un dato. Sulla società preistorica sappiamo poco. Società preistorica è già un errore. Per il solo homo sapiens il paleolitico (il periodo precedente all'agricoltura) è durato circa 30000 anni. Fate un po' voi quante culture ci possono essere in 30000 anni. Quindi tutte le osservazioni si riferiscono a quanto ritrovato, a quei singoli casi in quei singoli luoghi.

Il primo dato importante è che nel paleolitico il dimorfismo sessuale era minore. In particolare altezza e sviluppo muscolare erano simili. Stando ai resti scheletrici studiati sia uomini che donne camminavano molto e avevano muscolature sviluppate. Nei neandertal in particolare sia uomini che donne avevano la muscolatura delle braccia particolarmente sviluppata e simile a quella che si osserva oggi nei lanciatori di giavellotto. Supponendo che non fossero olimpionici, è plausibile che sia uomini che donne cacciassero con la lancia. Per quanto riguarda i sapiens, la muscolatura "da lancia" è presente in alcuni scheletri maschili e in pochi femminili (tra quelli ritrovati). Sia uomini che donne, però, avevano muscolature possenti e sembrano aver avuto accesso a una dieta ricca di proteine (in molti momenti della storia le bambine sono state nutrite meno e/o con cibi meno proteici). Molte delle sepolture ritrovate hanno un corredo, oggetti che si suppone che siano preziosi, pietre non presenti in quella zona, collane fatte con canini di cervo e cuffiette fatte con conchiglie (in zone in cui quei molluschi non vivono). Lo stesso corredo si trova sia nelle sepolture maschili che quelle femminili. Quindi dai resti scheletrici non possiamo dire che le donne si occupassero solo dell'accudimento né che avessero un ruolo subalterno.

Pochissimo possiamo dire sulla cultura del paleolitico europeo, però abbiamo un certo numero di oggetti artistici tra pitture, statuine di pietra, d'osso, avorio e argilla cruda.  La maggior parte di questi oggetti rappresenta animali. Al secondo posto ci sono le figure femminili, spesso con grandi seni, a volte con ventri prominenti (incinte?), altre stilizzate. Le figure maschili riconoscibili come tali sono una minoranza di casi. Ci sono scene di caccia in cui solo alcuni personaggi hanno gli attributi maschili in evidenza, gli altri personaggi, quindi, potrebbero essere femminili. Possiamo concludere che nel mondo mentale dell'epoca, quale che fosse, la donna c'era ed era importante.

Non sappiamo molto su chi facesse cosa nei clan paleolitici. Sappiamo che nella Francia delle grotte dipinte doveva esserci una certa divisione dei ruoli. Le pitture hanno una qualità tale che presuppongono artisti specializzati. Non abbiamo la più pallida idea di chi fossero, se giovani, vecchi, maschi o femmine. Ci sono studi sulle dimensioni dei negativi delle mani presenti in molte grotte per determinare il sesso dell'artista, ma sull'affidabilità non ci metterei una mano altrui su una candela, figuriamoci la mia sul fuoco (le donne sarebbero ben rappresentate).

Se andiamo avanti verso il presente le cose si complicano. Vendiamo che in passato le tombe venivano sempre attribuite a uomini se erano presenti delle armi. Poi sono spuntate le analisi genetiche e ops, alcuni di quei re, principi e cavalieri erano regine, principesse e cavallerizze. Questo è particolarmente vero per il nord Europa e le steppe euroasiatiche. In questo momento si stanno studiando in modo particolare le sepolture della Scizia, dove pare ci fosse una sorta di casta di donne guerriere e provette cavallerizze (a oggi abbiamo una trentina di tombe che contenevano con certezza donne cavallerizze che avevano ricevuto traumi in battaglia).

Insomma, sono sostanzialmente d'accordo con la tesi di fondo del saggio. La storia e la preistoria sono state studiate per lo più da uomini immersi o cresciuti in una società maschilista e questo sguardo ha condizionato le loro conclusioni. È già una trentina d'anni che gli scienziati segnalano che non è così, ma al grande pubblico questo non è arrivato. Questo saggio vorrebbe essere proprio un ponte tra le ricerche moderne e l'immaginario collettivo, ma...

La preistoria è donna – una critica spero costruttiva

È molto triste per me criticare un libro su cui avevo grandi aspettative e di cui condivido i contenuti. Però questo saggio ha dei problemi e credo che sia il caso di metterli in luce.

Innanzi tutto il tono generale. La parte dedicata agli studi sul paleolitico è solo un capitolo, per quanto sia il più corposo è circa un quarto del totale. Prima c'è una lunga carrellata sulla cultura misogina che intride l'occidente (piuttosto impressionante devo dire), poi una carrellata veloce sullo stato degli studi per il periodo che va dal neolitico all'era cristiana e infine una conclusione. Il problema è che il capitolo sulla preistoria è un altro testo.

Il primo e i due capitoli finali sono quel saggio divulgativo che suppongo questo testo vuole essere. Alla portata di tutti, ben documentati ma necessariamente poco approfonditi, scritti con un linguaggio tale da poter essere letti con una buona cultura di base, ma non necessariamente specialistici. Il capitolo sul paleolitico, invece, dove l'autrice nuota nelle sue acque, è estremamente specialistico. Si fa riferimento a una serie notevole di opere d'arte, sepolture, immagini parietali senza uno straccio di apparato iconografico e con una descrizione sommaria. Si dà per scontato che il lettore quei reperti o quei siti li conosca. Perché in effetti sono molto famosi, se si ha una laurea in materia. Ma se inizio a parlarvi del corredo del Principe dei Balzi Rossi dando per scontato che lo conosciate, delle differenze tra le varie "veneri" gravettiane segnandole solo con il sito di ritrovamento, senza un'immagine, o delle differenze tra tra i resti ossei di Qafzeh e quelli de La Chapelle aux Saint senza segnalare dove si trovino questi posti e la (notevole) differenza di datazione le persone in grado di seguirmi calano. Fare confronti iconografici tra pitture parietali a memoria (non sono immagini immediatamente reperibili su google) non è facilissimo per me che quelle pitture le ho studiate, figuriamoci per il lettore medio. È un gran peccato, perché ovviamente quel capitolo è quello più interessante e quello che avrebbe dovuto arrivare di più.

Mi ha poi molto indispettito il perdersi dell'autrice in ipotesi basate sul nulla. Non me lo aspettavo, essendo l'autrice una studiosa di fama. Purtroppo sulla preistoria ci sono un sacco di cose che semplicemente non sappiamo e su ciò che non sappiamo, a mio parere, sarebbe meglio tacere. Possiamo lanciarci in suggestioni, ma devono rimanere tale. Non ci sono prove di una società matrilineare nella preistoria (che non vuol dire che non ci sia stata, solo che non ci sono prove), non ci sono prove che le "veneri" fossero realizzate da donne per le donne. Non ci sono prove del fatto che la società paleolitica fosse pacifica e priva di conflitti. Non ci sono prove per un sacco di suggestioni, in cui l'autrice si dilunga, a volte sfiorando il ridicolo. Che per tutto il paleolitico (ricordiamo 30000 anni per i soli sapiens) non ci si sia mai resi conto del ruolo del maschio nella procreazione ma che questo sia avvenuto solo nel neolitico osservano il bestiame non ci credo neppure se si alza uno scheletro paleolitico a spiegarmelo di persona. Insomma, l'autrice finisce per prestare il fianco alle critiche che sono state mosse già in passato a studi femministi sulla preistoria, volare troppo di fantasia. Di questo mi spiace tantissimo, anche perché i dati sono assai più interessanti delle ipotesi vaghe.

Insomma, attendevo con trepidazione questo libro che speravo fosse un saggio epocale, chiaro e in grado di dare una bella rinfrescata all'immaginario preistorico. Che non sia così mi spiace.

Presto mia figlia inizierà le elementari e spero, ma dubito, che possa trovare sul suo libro illustrazioni di questo tipo:

Ricostruzione artistica basata sui resti scheletrici di una cacciatrice
preistorica amerinda da poco ritrovata.


Per chi invece vuole leggere qualcosa di mio, qui un nuovo capitolo de L'Assedio degli angeli