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mercoledì 1 giugno 2022

Il mio racconto "La nave di Hilde" su Urania "L'ultimo cerchio del paradiso"


 Sono ancora qui!

Chi lo avrebbe mai detto? Io, ad esempio, ad un certo punto ne ho dubito. Perché Maggio è, sempre, "il mese che uccide tutti i prof". È una corsa a ostacoli tra i documenti da compilare, tutti in ordine e tutti bene (alcuni hanno dei non trascurabili valori legali nel remoto caso in cui qualche famiglia facesse ricorso). Quest'anno poi ho anche pescato un paio di non trascurabili carte imprevisti tipo "mio papà si rompe un ginocchio e si prende, di nuovo, il covid" o "arrivo in classe di alunni ucraini con evidenti tracce di stress post traumatico e non parlanti alcuna lingua a me nota", questa da leggersi anche come "chi lo avrebbe mai detto, ti trovi a spiegare Napoleone con il traduttore di Google!". Maggio quindi è stato incasinato e surreale, come ormai è tipico della mia vita, ma un po' più del solito. Però sono ancora qui. E, lo posso scrivere nero su bianco, su Urania.


Su Urania di giugno, infatti, in coda al romanzo "L'ultimo cerchio del Paradiso" c'è un mio racconto, La nave di Hilde.

Non farò finta di non esserne super felice e orgogliosa. Io pubblico poco, pochissimo. Pubblico poco per vari motivi che dipendono principalmente da me. Come autrice voglio fare l'autrice, non l'ufficio stampa, l'addetta alle pubbliche relazioni, la promoter. Non propongo i miei scritti ad editori che non si occupino di questi aspetti. Peggio. Non propongo i miei scritti per pubblicazioni che non stimo. Io, nel mio piccolo, quel poco che faccio, voglio che stia là dove sono i miei miti. E i miei miti in fatto di fantascienza oggi si chiamano Le Guin, McMaster Bujold, Jemisin, McDonald, solo per citare i primi che mi vengono in mente. Di ciascuno di questi autori ho almeno un volume appartenente a una collana di Urania. Quindi che uno dei miei racconti stia su Urania è, né più né meno, uno dei sogni della mia vita che si realizza. Poi, sia chiaro, mi crea anche tantissima ansia da prestazione. Perché il racconto non è in coda a un romanzo qualsiasi, ma uno inedito in Italia, per cui c'è non poca attesa, come testimoniano i commenti al Blog di Urania. Il che giustifica il mio entusiasmo e la mia paura. Non prego che il mio racconto sia letto. So già che verrà letto. Devo "solo" sperare che piaccia.


La nave di Hilde

Da dove nascono i racconti? Dall'inconscio, ovviamente, dallo scantinato della mente, dove le idee fermentano e poi risalgono con la loro forma già concreta fino alla mente cosciente. Ma a volte c'è qualcosa, un fatto concreto che permette di aprire la porta che conduce in cantina e permette al racconto di uscire con più facilità. In molti casi per me è un'arrabbiatura. Un'arrabbiatura specifica, quando ho a che fare con una storia di cui secondo me è stato buttato il potenziale. Quando si risveglia prepotente la parte meno trattabile del mio carattere che urla a gran voce "io però l'avrei fatta meglio". "Ah sì?" ribatte la Beghina, l'organizzatrice della mia mente, "Allora fallo".

Nel caso specifico questo racconto viene da un film La nave sepolta . L'idea di base mi sembrava bellissima, sopratutto per me che ho studiato archeologia. C'è una nave sepolta nel tuo giardino. Qualcuno deve tirarla fuori. Non si sa cosa c'è dentro. Non si sa cosa c'è dentro di te, cosa verrà fuori da te mentre scavi la nave. Bellissimo. Il film l'ho lasciato a metà. Una noia abissale. Lunghissimo, come sono lunghissime e prolisse le storie oggi che vanno sulle piattaforme e sembra che il montaggio se lo siano tutti dimenticati.

Facciamo una cosa più breve, quindi. Però che bella la nave che emerge pian piano. Aliena col suo provenire da un altro tempo. Aliena, con il suo provenire da un altro tempo. A forma di manta, non di nave. Non è bellissimo un relitto a forma di manta che fluttua nello spazio? Cosa dare per poterci salire, per essere la prima salirci? Che cosa ci scoprirei di me stesa? Quanto è pericoloso? Ed eccola emergere dal mio inconscio, già completa, la bellissima nave che viene da un altro tempo che fluttua nello spazio e la piccola storia che ci gira intorno.

Un amico mi ha chiesto quanto questo racconto sia ispirato alla canzone La casa di Hilde di de Gregori. Non lo so. Ma ovviamente conoscevo anche la canzone e una parte nella fermentazione dell'idea deve pur averla avuta.

So invece da dove viene un personaggio, l'unico personaggio che io abbia preso (quasi) pari pari dalla realtà. Il gatto Calibano è il gatto di mio marito (Orlando Calibano Nerone, Primo del Suo Nome):



E Calibano ci presenta una chicca che voglio condividere con voi, il libro che sto terminando: I sogni si spiegano da soli della mia amata Ursula K.Le Guin.

Perché in qualche modo gli scritti della Le Guin arrivano a me sempre al momento giusto, né prima né dopo. Da bambina quelli per bambini, da adolescente quelli da adolescente e da adulta sempre quelli giusti. E così ora in questa raccolta di scritti è arrivato a me il piccolo saggio sulle madri scrittrici. Che mi ricorda, ci ricorda, che è un falso mito quello che i libri siano "figli" e come tali escludano la possibilità di altri figli. Che le donne possono essere madri, rimanere senza figli e dedicarsi alla carriera, anche intellettuali o possono essere madri e dedicarsi alla carriera intellettuale. Essere madri e scrittrici, buone o pessime, come madri e come scrittrici a seconda del proprio talento e del proprio impegno e non pessime per forza in una cosa, dato che si è anche l'altra.

È stato bello, oggi, leggere queste frasi:

"I bambini piccoli mangiano i libri. Ma poi sputano dei pezzetti che possono essere incollati (...) e quindi la cosa è sì, terribile, ma non così terribile".

E quindi oggi, proprio oggi, esce nella collana che pubblica i miei miti letterari, un racconto confezionato secondo le indicazioni del mio Mito letterario: incollando i pezzettini (di vita, di idee) smangiucchiate da mia figlia nel bel mezzo di una pandemia mondiale.


Per chi volesse leggere qualcos'altro (sempre fatto a partire da pezzettini masticati e incollati), c'è il nuovo capitolo de L'assedio degli angeli

martedì 8 marzo 2022

L'autunno dei cinghiali assassini


 

Come si racconta una pandemia?

Posso mai io raccontare tutta una pandemia? No, ovviamente. L'autunno scorso, però, ho preso una decisione. Avrei raccontato la pandemia che mi si stava scatenando intorno. E gli eroi della mia storia sarebbero stati dei ragazzini, quelli che vedevo ogni giorno, i miei alunni. Eroi silenziosi e bistrattati, chiusi in casa, con le loro aspirazioni sociali o sportive negate, con regole sempre più ostili da seguire a scuola. La zona rossa, in cui si va a scuola solo se si ha Bisogni Educativi Speciali, se no si segue da casa. E in entrambi i casi si è scontenti.

Mentre prendevo questa decisione c'è stato un alluvione, che si è portato via parecchie cose, un ponte importante vicino a dove abito, ma anche un cimitero. Ecco, quella era una meravigliosa idea per un racconto. Che sarebbe stato un horror che iniziava con un cimitero portato via da un alluvione.

Poi i miei genitori si sono ammalati di covid e io sono finita in quarantena a casa loro. Ne siamo usciti tutti. Io in quei quindici giorni avevano preso accordi per prendere un gattino e avevo finito il racconto. Ha quindi una genesi avventurosa ed è stato scritto "in tempo reale", aggiornando gli eventi narrati all'ambientazione che intanto si evolveva.

A scuola stiamo lavorando sul progetto "Capsula del tempo", vogliamo fare una cassetta da aprire in futuro per ricordare questi anni strani, dolorosi e a tratti surreali. Se ne facessi una io ci metterei dentro questo racconto.

Per me è importante, per come è nato, per cosa racconta, perché, insieme a un racconto scritto poco dopo, ha dato il via a una serie di nuove narrazioni che spero vedranno via via la luce (una che mi inorgoglisce particolarmente vedrà la luce tra qualche mese).

Credo, in tutta onestà, che sia un buon racconto, uno di quelli che invecchierà bene e che, leggendolo anche tra qualche anno, farà appassionare alle avventure di Tom e Lars e farà riflettere su quanto abbiamo vissuto.

Voi però leggetelo ora!

Nel link qui sotto trovate tutti i formati in cui è disponibile (cioè tutti o quasi)

L'autunno dei cinghiali assassini

Delos Digital - collana Innsmouth

Come sempre, un grazie speciale a tutto lo staff di Delos Digital e in particolare a Luigi Pachì, che si è occupato di questa pubblicazione.

mercoledì 29 settembre 2021

Torna Sherlock Holmes!


 

A ottobre torno in edicola!

Anzi, torna il mio Sherlock Holmes e in buona compagnia. Esce infatti, a cura di Luigi Pachì, un nuovo volume di Giallo Mondadori Sherlock

SHERLOCK HOLMES – Indagini fuori Londra

Vi trovate sette avventure scritte da altrettanti autori autori italiani e tutte accomunate dal fatto che il nostro si trova lontano dalla sua fumosa Londra.

Per quanto mi riguarda, troverete la prima avventura in assoluto che io ho scritto per Sherlock Holmes e che segna quindi l'inizio del suo stabile e felice (almeno per me) accasarsi nel mio palazzo mentale.

Insieme io, Holmes e Watson siamo andati a Parigi, città che amo e conosco più di Londra, per un'indagine che si dipana tra sessioni di pittura in plein air e l'animo femminile. 

A questo racconto sono legate due curiosità. 

Quando l'ho scritto ho ideato un delitto con un'arma improvvisata che si trovava in quel momento in casa mia. Per essere giallisti, infatti, ho imparato che non è necessario tanto essere dei potenziali investigatori (nella mia mente Holmes ha avuto tutto l'agio di commentare la mia palese incapacità deduttiva) quanto dei potenziali assassini. La domanda giusta, da un punto di vista narrativo, infatti non è "come risolverei un delitto?" ma "io come fare fuori una persona garantendomi ampi margini di possibilità di farla franca?" Nel corso degli anni ho immaginato tutta una serie di delitti, alcuni dei quali virtualmente perfetti. Sono nella vita una persona abbastanza mite, più tendente all'autodistruzione che alla vendetta e non ho mai avuto la tentazione di fare davvero fuori qualcuno. Dalle poche persone che ho davvero detestato mi è sempre bastato allontanarmi. Tuttavia, se volete un consiglio spassionato da una professionista del settore, la risposta è: funghi. Facili da reperire, basta andare nei boschi di questo periodo. Facili da somministrare, in alcuni casi la dose letale è minima. Facili da spacciare per intossicazione involontaria, basta assicurarsi che nell'arco delle ultime 24h la vittima abbia mangiato altri funghi e sarà impossibile capire che quello letale è stato ingerito dopo. Come vedete sono una persona pratica e diretta. Una mia amica ha la stessa attitudine professionale (scrive cene con delitto, non fa la killer, sia chiaro), ma è più elegante e consiglia un bel risotto mescolato con un ramo di oleandro. Per questo racconto non ho usato il veleno (alla lunga annoia) ma mi sono assicurata che fosse un delitto che io sarei in linea teorica in grado di commettere. 

La seconda curiosità è che in questo racconto è nascosta una citazione. Più che una citazione è proprio la riscrittura di un brano di un libro giallo che mi è particolarmente caro. Pur essendo, una volta svelato, palese, nessuno lo ha indovinato subito, anche chi ha letto il racconto apposta per risolvere l'indovinello.

Non vi resta che leggerlo e provare voi stessi!

lunedì 28 giugno 2021

Mystfest2021

 




Partire all'avventura, senza sapere bene cosa aspettarsi, spaventata dal dover guidare in autostrada, dalla mia timidezza, tornare piena di gratitudine, ubriaca di incontri, di risate, di storie, di libri e di idee nuove. Questo è stato per me il Mystfest 2021, vissuto dal ruolo (molto privilegiato) della pregiurata.

Nell'incapacità di dare un ordine ai pensieri, mi limiterò alle cose essenziali.

Il Mystfest e la sua organizzazione

Io non oso immaginare quanta fatica ci voglia a organizzare un festival del genere, di questi tempi, cercando di far sentire ciascuno a casa, ciascuno coccolato, a proprio agio, in modo che vada via con un grande desiderio di tornare. Però so che il Mystfest c'è riuscito. Simonetta Salvetti, la direttrice del festival, e tutto lo staff hanno la mia più grande ammirazione. Sono riusciti a creare un evento in cui ci si sentiva a casa e si poteva passare con grande naturalezza dalle risate più grasse alla riflessione. Era tutto curato nei minimi dettaglia, al punto che quando un gatto nero ha fatto la sua comparsa dietro al palco, mentre parlavano i giallisti era difficile pensare che il suo ingresso non fosse stato sapientemente coreografato.

Il Fondo Giallo della Biblioteca di Cattolica
Vi sono custoditi tutti i gialli editi in Italia
Praticamente il mio paradiso è così.


Franco Forte, il Giallo Mondadori e tutti i suoi autori
Avevo già avuto modo di incontrare Franco Forte e di conoscerlo per la gran persona che è, ma non avevo mai avuto modo di sentirlo parlare così a lungo, anche in ambiente informale. Franco Forte è il direttore di diverse collane di Mondadori e autore poliedrico, ma è anche, sopratutto, il papà letterario di un sacco di scrittori. Autori che ha letto, incoraggiato, di cui ha favorito l'incontro, che promuove, quando arrivano alla pubblicazione, con evidente piacere. Si dice che in ambito scolastico che una classe prenda il carattere dell'insegnante più carismatico o più presente. Evidentemente funziona così anche nel giallo. Quello che ho trovato in tutti è stato il piacere di incontrarsi, di parlare di storie, di leggersi a vicenda, di raccontare progetti in corsa. Ho scoperto che molto collaborazioni, magari sfociate poi in libri scritti a quattro mani, sono nate a Cattolica intorno a un tavolo. Perché alla fine gli scrittori sono in primo luogo lettori e quello che sognano davvero sono tante storie nuove. 

Roberto Saviano
L'incontro più toccante, anche da un punto di vista umano, è stato quello con Roberto Saviano. Chi, ormai, non ha letto i suoi libri, non l'ha visto parlare in televisione? Però dal vivo è un'altra cosa. E per un motivo molto semplice. Lui vive sotto scorta e lo vedi. Lo vedi in faccia quando dice che è stanco, che ha rinunciato a quindici anni della sua vita. Gli vedi gli occhi, non solo non hai alcun dubbio sulla sua sincerità, ma vorresti andare ad abbracciarlo. Non puoi, non solo per le norme covid, ma anche perché la scorta te lo impedirebbe. La scorta che è lì, che ti controlla prima di andare al firmacopie. Che se lo porta via, quando gli altri autori vanno a bere qualcosa insieme. E tu di colpo ti chiedi cosa significhi davvero vivere sotto scorta, molto meno libero che il libertà vigilata, è un regime di massima sicurezza che sarebbe duro anche se ci fosse alla base qualcosa da scontare.


Il Gran Giallo Città di Cattolica
Io poi ero lì per quello, per il premio per il racconto giallo. Innanzi tutto ho scoperto una cosa. Avevo già vissuto il Gran Giallo da finalista. Ebbene, da pregiurata me lo sono goduta mille volte di più. Con tanta emozione, perché quest'anno ho tifato visceralmente per alcuni racconti. Quest'anno, come ho già scritto, c'erano racconti che giocavano in un altro campionato rispetto agli altri e in quegli altri ci metto anche i miei, di racconti. Testi autoriali, che rimangono dentro che non sono "solo dei racconti".


Il vincitore sarà pubblicato su Giallo Mondadori, ma io spero davvero che almeno tutti e tre i racconti finiti sul podio abbiano uno spazio di pubblicazione. O magari che vengano ampliati e diventino romanzi. Perché questi sono dieci racconti tutti bellissimi e alcuni mi hanno proprio rapito il cuore. Mentirei se dicessi che tutti i 202 racconti partecipanti meritavano una lettura. Ma questi (e altri) hanno ripagato di gran lunga la fatica. Visto che li ho letti vorrei spendere una parola almeno sui primi tre.
3°classificato - La scacchiera di Jo'Burg
È il Sud Africa che non ti aspetti. Il Sud Africa di chi non ha patria, perché ha un genitore bianco e uno nero. In due comunità che ancora fanno fatica a integrarsi, questi sono i figli di nessuno. Bambini che in passato non avrebbero dovuto nascere, essendo i matrimoni misti vietati e che sono esuli nella loro stessa terra, dal momento che nessuna comunità li riconosce. Mi auguro che questo racconto venga ampliato, diventi un romanzo. Quando lo ritroverete da qualche parte leggetelo, perché ne vale la pena.
2°classificato – Un fatto terribile
Questa racconto è un'opera d'arte. Da sbattere in faccia a chi ancora considera quella di genere letteratura di serie b. È di sicuro il più autoriale, il più raffinato come scrittura, quello che crea l'atmosfera più densa e immersiva. Un paesino del sud, parecchi decenni fa, un fatto semplice nell'abisso di dolore che scatena. Dell'autrice, Matraxia Simona, sentiremo ancora parlare.
1°classificato – Fine pena mai
Ci vuole coraggio, un enorme coraggio per scegliere come protagonista un ergastolano, mafioso non pentito che si trova a indagare su delle uccisioni avvenute in carcere e a collaborare con la direttrice dello stesso, che della mafia è stata vittima. Un racconto che si regge su equilibri perfetti, ci porta dentro il carcere, mondo parallelo con le sue ritualità e sul suo lessico. Da leggere assolutamente.


domenica 20 giugno 2021

Verso il Mystfest 2021 come pregiurata del Gran Giallo


 

Giacché questo è l'anno degli imprevisti è bene non vendere la pelle dell'orso prima di averlo catturato.

Quindi forse, se, se, se, se... giovedì partirò per uno di quegli eventi che nella vita di una mamma sono rari e memorabili quanto le eclissi solari. Un fine settimana con un'amica!

L'occasione? Ovviamente eccezionale: la partecipazione al Mystfest di Cattolica in quanto membro della pregiuria che ha aiutato a individuare i dieci racconti finalisti del Gran Giallo Città di Cattolica.

Ecco, quella di leggere i racconti partecipanti a un concorso è un'esperienza che, almeno una volta, chiunque voglia scrivere a livello professionale dovrebbe fare.

Innanzi tutto perché è un rapido bombardamento di stili diversi, idee narrative e personaggi. Il Gran Giallo Città di Cattolica è tra i più prestigiosi concorsi per racconti gialli presenti in Italia. Tutti partecipanti, tranne i più sprovveduti, sanno che non basta un buon racconto. Ce ne vuole uno memorabile, che catalizzi l'attenzione della giuria e spicchi tra tutti gli altri (tanti) partecipanti. Quindi ogni autore si ingegna cerca trovate, strategie, personaggi . Non tutto funziona, ma è come fare un corso di scrittura accelerato. Da fuori, poi, è molto più facile capire cosa funziona e cosa no.

È un bel bagno di umiltà. Ci sono racconti che, dal mio punto di vista, giocavano a un altro campionato. Un campionato, purtroppo, a cui non ho (ancora) avuto accesso. E non fatevi abbagliare dal mio tono tranquillo. Il mio ego di scrittrice di racconti è piuttosto imponente. È il genere che frequento di più, che amo di più, di cui pubblico di più. Come scrittrice di racconti io mi sento brava. Ma alcuni lo sono più di me. E mi piange il cuore all'idea che il vincitore sia uno solo. Mi fa anche bene, però. Nella rosa dei finalisti ci sono racconti che ho amato tantissimo e tra cui non saprei scegliere. Per fortuna persone più qualificare di me avranno il compito di stabilire una graduatoria. Quindi ogni volta che sono arrivata in finale a un concorso, anche se non ho vinto, ho scritto qualcosa che qualcuno ha amato.

Rappacifica con il mondo dell'editoria italiana. Perché so come ho letto i racconti. Senza sapere chi li avesse scritti, cercando la massima oggettività. Perché so che tutti hanno lavorato come me. E quindi no, non è vero che è tutto un magna magna e che tutto è pilotato. Questi sono bravi. Tanto.

Da uno spaccato del nostro tempo che non mi aspettavo mi arrivasse con questa forza. La maggior parte die racconti, suppongo, sono stati scritti durante la pandemia. Molti sono ambientati in questi mesi di panademia, ma, al contrario di quanto capitava l'anno scorso, il virus non domina mai la narrazione. La nomina la stanchezza, la tristezza. I protagonisti quest'anno sono per lo più investigatori già sconfitti dalla vita, perché, comunque vada, la felicità è a loro preclusa. Ho perso il conto dei racconti in cui il protagonista ha subito un gravissimo lutto famigliare, quasi sempre il figlio. È un tema trasversale,  si trova nei racconti peggiori come nei migliori. È la tristezza all'ennesima potenza, il lutto più pervasivo e lacerante che possiamo immaginare. Questi racconti, non (solo) i finalisti, tutti quanti formano un canto di lutto collettivo. E questo mi ha toccato e commosso nel profondo.

Il consiglio che darei a chi sogna di entrare l'anno prossimo nella rosa dei finalisti? Non trascurate l'impaginazione. Sembra una sciocchezza. Ma abbiate pietà dei poveri pregiurati che leggono tutte le centinaia di racconti in poche settimane, per lo più alla sera. Un racconto scritto in corpo 8, con interlinea 0,7 e i dialoghi che non è chiaro dove iniziano e dove finiscono non bendispone. Poi cerchiamo di essere oggettivi e distaccati, magari quel racconti dall'apparenza illeggibile è un capolavoro, ma se inizia a farmi tirar giù santi solo per re impostarlo in un formato leggibile!

Intanto i miei migliori in bocca al lupo a tutti e dieci i finalisti. Dire "che vinca il migliore" implica che ci sia un migliore, ma io avrei davvero difficoltà a scegliere

domenica 9 maggio 2021

La società dei gatti filosofi – racconto giallo – parte terza


 Parte prima

Parte seconda


TERZA E ULTIMA PARTE 

      – Lo studente – disse il mezzo bracco, tornato al cortile della propria casa.

       – Sei sicuro? – chiese Ipazia.

Non lo avrebbe mai ammesso, ma aveva apprezzato le sue carezze.

– Come sono sicuro che la donna che ho fatto cadere ha tre amanti che usano tre profumi diversi – rispose piccato il cane.

I gatti accettarono in silenzio lo svelamento di quella verità.

– E ora cosa facciamo? Gli uomini sono come reclusi che guardano ombre sulla parete di una caverna credendo che quello sia il mondo. Come li porteremo sulla strada del Vero? – domandò Platone.

– Al diavolo gli uomini, facciamoci giustizia noi – soffiò Protagora.

– No, le leggi della città vanno sempre seguite, persino quando non è facile – dissentì Socrate.

– Noi siamo gatti, non soggetti alle leggi degli uomini – lo rintuzzò Protagora.

– Ma l’assassino è un uomo, soggetto alle leggi degli uomini ed è dagli uomini che deve essere punito – lo rintuzzò Socrate.

– Basta, litigare non serve a niente, qui serve un piano – si intromise Democrito. 

– E come lo faremo, il piano? – si lamentò Epicuro, la cui scarsa energia era già stata messa a dura prova dagli eventi della giornata. – Non abbiamo la possibilità, da gatti, di consegnare il colpevole alla giustizia.

– Che poi la giustizia degli uomini non sempre è Giustizia, come la cicuta sta a dimostrare – ammise controvoglia Socrate.

– Abbiamo raggiunto la Verità, siamo usciti dalla caverna, non possiamo accontentarci di questo? – chiese Platone.

– Col cavolo che mi accontento! – arruffò la coda Democrito.

– Ma è nella filosofia, non nell’azione, che dobbiamo trovare la nostra consolazione – disse Seneca.

– Come no? E accettare di ucciderci se un imperatore ce lo ordina? – replicò secco il gatto nero.

– Come sempre, con la logica potremo uscirne – si intromise Aristotele, facendo sfoggio della propria autorità. – Quale può essere stato il movente del nipote?

– Solo uno, il denaro – rispose Parmenide a cui piacevano le verità assolute.

– Molto bene. E a chi altro sta a cuore il denaro di Alberica? – chiese Democrito.

– Agli altri eredi.

Lo studente, che di nome faceva Costantino, odiava quel giorno più che mai la vecchia zia morta. Il suo libretto universitario languiva, erano mesi che non vedeva inchiostro e con il cessare degli esami superati era cessato anche il flusso di denaro dalle tasche del padre alle sue. La zia non solo gli aveva negato ogni prestito, ma aveva ribadito la sua intenzione di lasciare tutto ai gatti. La dose letale di sonnifero nel the era stata solo giustizia e non ne provava alcun rimorso. Sopratutto alla luce degli ultimi eventi. Dei gioielli che secondo i precisi calcoli di tutti gli eredi la vecchia era in possesso non restava traccia. Costantino aveva rischiato l’ergastolo per duecento euro malcontati trovati in un cassetto, già preparati per pagare un’imminente visita specialistica, e due ninnoli. Considerato come stavano le cose, avrebbe dovuto prenderla a scarpate quella gattina bianca che era sicuramente una delle beneficiarie dei pingui conti in banca della zia.

Invece no. L’aveva vezzeggiata nell’appartamento della vecchia e ora, di ritorno dal funerale, era stato colpito dal fatto di ritrovarsela sullo zerbino di casa, tutta fusa e moine. Aveva un pelo serico, piacevole da accarezzare e verdi occhi adoranti. Forse, in fin dei conti, qualcosa dalla vecchia megera  lo aveva ereditato e come lei odiava le persone, ma aveva un debole per i gatti. La bestiola lo guardò talmente adorante che fu impossibile per Costantino non portarsela in casa.


Nella casa del padre di famiglia una finestra socchiusa c’era sempre. I due bambini avevano un’età che permetteva loro di giocare con le maniglie, senza però la forza necessaria per richiudere poi per bene ciò che avevano aperto. L’uomo, che si chiamava Ernesto, non si stupì, quindi di trovarne una spalancata, quando rientrò dal funerale.

Era di pessimo umore. Sarebbe stato solo giusto se a pagare le esequie della zia fosse stata l’associazione a cui alla fine sarebbe andato tutto. E invece niente. Lo scapolo aveva esibito la suo status di disoccupato con l’orgoglio con cui si espone una medaglia al valore e lo studente il suo lavoro non ancora pervenuto con la stessa ostentazione. Quindi era stato lui a fare tutto, con la sola eccezione dei fiori che, almeno quelli, erano stati messi da associate ed ex alunni. Anche volendo andare al risparmio aveva dovuto accettare che la bara non potesse essere di cartone e che gli operai che l’avevano calata andavano pur pagati, per non parlare di quella maledetta lapide sulla tomba. Non c’era proprio stato verso di farla in plastica. Tutti soldi usciti dalle sue tasche. Difficile, in quel frangente, non pensare in maniera ossessiva ai gioielli della zia. Che da qualche parte dovevano pur esserci. 

Un vecchio album di foto sporgeva appena dalla libreria. Non lo prendeva in mano da decenni.

Eccola lì, zia Alberica, con un gingillo diverso a ogni pranzo di famiglia. E che pietre. Agate e smeraldi e diamanti per decine di migliaia di euro. Quei gioielli dovevano pur essere da qualche parte. Cassette di sicurezza non ne risultavano. Dovevano essere ancora in casa…

Moglie e figli non erano ancora rientrati e Ernesto prese a passeggiare per casa, nel tentativo di raccogliere le idee. Sul frigorifero era appuntato, attaccato con un magnete, il numero di telefono di Costantino. Prima della dipartita della zia Ernesto neppure si ricordava di quel parente, aveva dovuto recuperare il suo numero di telefono da una comune conoscente e, prima di memorizzarlo nella rubrica del cellulare, lo aveva appuntato su un post-it. Strano, era sicuro di averlo buttato, quel post-it. Invece no, un po’ spiegazzato, ma giallo e ben visibile, capeggiava sul frigorifero. Costantino…

Sullo scapolo non c’era da fare affidamento, ma Costantino, sotto quel sorriso da bravo ragazzo, era un dritto. Forse i gioielli stavano in un nascondiglio a cui ancora non avevano pensato, ma mettendocisi in due… Senza che lo scapolo ne sapesse niente…

Sul tavolo, la moglie aveva lasciato uno dei suoi giornali femminili, aperto sulla pagina dedicata ai problemi burocratici. L’articolo iniziava con una parola assai minacciosa. Successione.

Se i gioielli ufficialmente non esistevano, pensò Ernesto, nessuno poteva far pagare loro la successione. A dimostrare la loro esistenza c’erano solo quelle vecchie foto.

Forse, pensò, poteva cavarsela da solo, anche se non sapeva proprio dove cominciare a pensare… Il post-it giallo era proprio in evidenza… Ma certo non poteva chiamare Costantino e parlare al telefono di come frodare il fisco.

Si rimise il cappotto e uscì di casa.

– Platone può dire quel che vuole, ma noi sì che sappiamo come funziona la mente umana – disse Gorgia, soddisfatto.

– Col cavolo che gli uomini tendono al bene, al denaro tendono e a poco altro – confermò Protagora.

– Tendono anche all’accoppiamento – riconobbe Democrito, anche lui soddisfatto.

Non c’erano che i sofisti per manipolare le persone.


Quella sera stessa, due ore dopo, Costantino fu dichiarato in stato di fermo e il caso della professoressa gattara morta riaperto.

Era capitato che, mentre Ernesto era nella casa dello studente per parlare dei gioielli scomparsi, fosse entrata nel salotto una gattina bianca con la zampina impigliata in una catenina d’oro. Curiosamente, la bestiola aveva scelto di saltare in grembo al padre di famiglia, che pure mal sopportava i gatti e lo dimostrava in ogni occasione. Era stato Ernesto, quindi, a disbrogliare la zampa della micetta, trovandosi in mano la catenella del battesimo della zia. Da lì a chiamare la polizia, più per togliersi di torno un competitore per la già magra eredità che non per un effettivo sospetto di omicidio, era stata solo questione di minuti.

Per quanto indaffarata, anche la polizia di paese sapeva trarre le sue conclusioni quando aveva una donna che, per quanto anziana, era stata trovata morta quando solo il giorno prima appariva in discreta saluto e un nipote trovato in possesso di un gioiello così personale della defunta. Due domande ben piazzate e lo studente era crollato. In mezzo alla confessione era anche riuscito a proferire un’invettiva contro la zia che, non paga di aver devoluto ai gatti quasi tutto ciò che aveva, si era mangiata anche i gioielli più preziosi.


Come c’era da aspettarsi, della vicenda si parlò parecchio in paese. Per ovvi motivi il più interessato alla questione era Ernesto.

– Certo che la tua famiglia è proprio terribile. La zia spilorcia e il cugino omicida – commentò sua moglie due giorni dopo, leggendo il giornale.

– Io mi chiedo piuttosto che fine abbiano fatto quei gioielli. Una parure di diamante mica evapora – mugugnò Ernesto, arrivando subito al punto che gli interessava.

– Sa che ti dico? – replicò la moglie. – Quel tuo altro cugino, il finto tonto? Secondo me, zitto zitto, i gioielli se li è intascati lui.

Ai gatti dei gioielli non importava nulla, ma apprezzarono la visione, dall’alto del tetto della centrale di polizia, di Costantino condotto fuori ammanettato e diretto in carcere.

– In fin dei conti non sempre la giustizia della città elargisce la cicuta ai giusti – commentò tronfio Socrate.

– Solo perché siamo intervenuti noi gatti, per gli uomini tutto è opinione – disse Protagora.

– Tuttavia la Verità esiste, perfetta e immutabile – chiosò Parmenide.

– Quanto hai ragione – annuì Platone.

– Non illudetevi, tutto muta – sussurrò Eraclito.

Democrito non disse nulla. La soddisfazione stava già cedendo il posto al rimpianto. Mai più notti nella cesta della biancheria sporca, né ciotole di latte al risveglio. Con un sospiro, socchiuse gli occhi color topazio. Proprio del colore della grossa pietra che chiudeva il suo collare. Quello di Ipazia era decorato con brillanti. Per Parmenide la vecchia signora aveva scelto l’ametista, che ben si intonava al suo pelo da certosino, mentre gli occhi blu di Aristotele erano ripresi dagli zaffiri. Tutti i gatti della colonia portavano il proprio nome ricamato sul collare con filo d’oro e d’argento.


– FINE –


Spero che la lettura filosofelina vi abbia intrattenuto un poco in questa primavera dai toni autunnali.


PS: tutte le immagini utilizzate a inizio capitolo sono state reperite in rete, contrassegnate come riutilizzabili a fini non commerciali.

mercoledì 28 aprile 2021

La società dei gatti filosofi – racconto giallo – parte seconda


 Parte prima

– Spiegatemi, io dovrei rischiare la pelliccia per aiutare un gruppo di gatti a trovare chi ha ucciso un essere umano? – chiese il mezzo bracco, perplesso.

Non era propriamente un randagio. Aveva cuccia in uno degli ultimi cortili del paese, il giardino malmesso di un anziano, con una rete che avrebbe necessitato una buona manutenzione e da cui l’animale entrava e usciva a piacimento. Nonostante il suo sangue da cacciatore, aveva un’età per cui inseguire i gatti aveva perso gran parte del suo fascino, tuttavia era pur sempre un cane, con una reputazione da difendere.

– Se ammazzassero il tuo umano tu resteresti a cuccia senza fare niente? – chiese, melliflua, Ipazia.

– Finirei al canile, probabilmente e con scarse possibilità di fare alcunché, salvo terminare i miei giorni in una gabbia.

– I cani sono schiavi per natura – sussurrò Aristotele a Protagora.

– Loro solo, tra tutti gli animali, non immaginano gli dei con la loro forma, ma con sembianze umane – replicò questi.

– In ogni caso io non posso introdurmi in un appartamento chiuso all’interno di un palazzo – tagliò corto il mezzo bracco.

– Cani, esseri inutili – sbuffò Platone.

– Non inutili, se si vuole rovesciare per bene un bidone dell’immondizia – replicò piccato l’animale.

– Questo è vero – ammise, magnanimo, Diogene, che apprezzava in modo particolare questa attività.


L’impossibilità di far entrare un mezzo bracco di venti chili in un appartamento chiuso all’interno di un condominio scoraggiò alcuni dei gatti, ma non tutti.

– Con la logica si può superare qualsiasi avversità – disse, ostinato, Aristotele. 

– Bisogna perseguire l’atarassia e discostarsi dall’eccesso di passioni – replicò Epicuro, che era del partito di lasciar perdere.

– La ricerca della verità è cosa ben più alta del lasciarsi andare alle passioni – lo rintuzzò Socrate.

– Basta tutti e tre, ragioniamo – li zittì Democrito, gonfiando la coda nera. – Secondo la polizia il decesso è naturale, l’appartamento non è sigillato, anzi, sarà un via vai di parenti. Ipazia può riuscire a entrare e a prendere qualcosa che l’assassino abbia toccato da far annusare al segugio, qui.

– Bracco – puntualizzò questi.

– Mezzo bracco – soffiò Democrito.

– Cosa può aver toccato l’assassino? – chiese Aristotele.

Quella, pensò Democrito, era una bella domanda.

– La tazza in cui ha bevuto il the – rispose Parmenide, fiero del proprio acume.

– Ma la tazza è stata lavata, tutto scorre e di fatto quella tazza non è più quella in cui l’assassino ha bevuto – lo rintuzzò Eraclito, scuotendo tronfio il suo faccione rosso.

– Avete ragione entrambi – intervenne Democrito, per bloccare un battibecco che avrebbe potuto durare in eterno. – Ma ragioniamo, ci sarà qualcos’altro che l’assassino avrà toccato in casa e che possiamo recuperare?

I gatti si impegnarono nel ragionamento, con lunghe digressioni sulla natura dell’odore, su cosa fosse, sul perché, benché i loro sensi fossero acuti, i cani fossero oggettivamente più bravi a rilevarli. Alla parola “oggettivamente”, ovviamente, Crizia si era inalberato, osservando che nulla è oggettivo. 

– I tovaglioli – esclamò infine Ipazia. – Alberica ha servito il the nel servizio bello. Avrà di sicuro offerto anche dei tovaglioli puliti.

Democrito abbassò le orecchie, colpito.

La vecchia professoressa non abitava lontano dal via del cimitero e ciascuno dei gatti era riuscito, una volta o l’altra, ad entrare nell’appartamento. Se poi la signora li trovava malati o feriti se li portava a casa per sovrintendere alle cure alla guarigione. Tutti loro, quindi, avevano un’idea delle abitudini della loro benefattrice.

– E se ha fatto in tempo a lavare le tazze, di certo si sarà occupata anche dei tovaglioli – continuò il gatto nero. – Il suo lo avrà ritirato per utilizzarlo di nuovo, mentre quello dell’ospite sarà stato messo tra le cose da lavare.

– Dove, se ci spicciamo, è possibile recuperarlo – terminò il ragionamento Aristotele.


Il corpo della professoressa Zirconi era stato rinvenuto in tarda mattinata e a metà pomeriggio il medico legale, oberato dal troppo lavoro aveva già dichiarato la naturalità del decesso. Alle diciotto la polizia aveva tolto i sigilli e alle diciannove i tre nipoti, uno scapolo quarantenne, un allampanato studente universitario e un giovane padre di famiglia, varcavano la soglia dell’appartamento. Tra i loro piedi, tutta fusa e moine, si faceva largo Ipazia, mentre più discretamente Democrito si infilava, non visto, oltre la porta.

– E questa chi è? – chiese lo studente, abbassandosi ad accarezzare la micetta.

– Uno dei gatti della colonia che la zia curava – sbuffò il padre di famiglia. – Se penso che tutti gli averi della vecchia finiranno all’associazione che cura le bestie mi vien voglia andare all’altro mondo per ammazzarla di nuovo. Io mi spacco la schiena per dar da mangiare ai miei figli e quella lascia tutto ai gatti.

– Non tutto tutto – lo contraddisse lo scapolo sovrappeso. – Il conto corrente e l’immobile.

– E dici poco? – lo rintuzzò il padre, sistemandosi gli occhiali. – Ha lavorato una vita intera, mangiava come un uccellino, mai una vacanza o uno svago, neppure la macchina ha mai avuto. Avrà accumulato centinaia di migliaia di euro, altroché. Io lo strozzerei, quel gatto, fossi in te.

Lo studente, un tipo alto e magro che odorava di quelle erbe che alcuni umani sono soliti fumare in luoghi appartati, stava facendo a Ipazia mucchio di coccole e si limitò a mugolare.

– La zia odiava tutti, tranne i gatti e i filosofi morti, che ti aspettavi? – bofonchiò.

– Guardate che i mobili, le opere d’arte e i gioielli sono nostri – replicò il tizio sovrappeso.

Ipazia pensò che avesse lo sguardo fintamente languido di certi maschi castrati troppo tardi, che finiscono per sublimare col cibo gli istinti a cui non possono più dare sfogo.

– Ma quali opere d’arte, la zia avrà speso una fortuna in libri di filosofia, ma a chi li vuoi vendere, quelli? Magari a qualche amico mio all’università, a un euro al chilo – mormorò lo studente, poco interessato alla conversazione. – Ci costerà più spostare la roba che c’è nell’appartamento.

– Sì, ma i gioielli? – chiese il grasso. – La zia era l’unica erede femmina della vecchia famiglia Zirconi, tutti i gioielli di sua madre, sua nonna, della sue zie sono per forza finiti a lei.

– Dammi retta, piuttosto che lasciarli a noi se li è mangiati – replicò, secco, il padre.

– Probabile – concordò il giovane.

Intanto, camminando nelle zone d’ombra, dove il suo mantello faceva tutt’uno con il buio, Democrito era arrivato fin nel bagno, dove in un angolo stava la cesta in vimini delle cose da lavare. Uno dei luoghi della casa più amati dai gatti. Il massimo era seguire Alberica per tutta la strada da via del cimitero al suo appartamento, infilarsi oltre la porta, farsi prendere per la collottola e sentirsi dire che doveva essere l’ultima volta. In teoria a quel punto si riceveva una ciotola di latte e si veniva gentilmente sbattuti fuori di casa, ma il più delle volte si riusciva a intrufolarsi in bagno e a infilarsi nella cesta delle cose da lavare. Democrito aveva passato lì più di una notte, comodo e al calduccio, per riemergere poi al mattino per ricevere una nuova ramanzina e una seconda tazza di latte. Tutto ciò era finito e gli umani, nell’altra stanza, si preoccupavano di oggetti freddi che neppure si potevano mangiare. Era difficile davvero accettare che fossero fatti degli stessi atomi che avevano composto Alberica. Gli dei, davvero, se pure esistevano, non erano affatto interessati a dispensare giustizia in terra. Quindi, concluse, toccava proprio a lui. 

Dentro la cesta c’erano i resti tristi di un’esistenza interrotta. L’ultima biancheria che la vecchia signora si era tolta, la federe del cuscino, un asciugamano del bagno. Ed, ecco, un tovagliolo con un ricamo di fiori, intonato al colore delle tazze da the.


– Ehi, ma c’era un altro gatto in casa!

– È nero, porta sfortuna!

– Ha un fazzoletto in bocca!

– Ma vi sembra? A quei gatti va già tutto e vengono pure a derubarci! Sbatti fuori quella randagia bianca, ci manca solo che ci attacchi la rogna!


Per essere il funerale di una donna tanto odiata dai suoi parenti, c’era davvero molta gente. Alberica non si era mai sposata, non aveva figli, forse non aveva mai amato nessuno, se non i suoi filosofi morti da millenni e i gatti, ma generazioni di ex alunni, tutte le donne dell’associazioni Amici della colonia felina, nonché vicini e conoscenti vari si erano sentiti in dovere di presenziare al funerale.

I gatti guardavano perplessi quel rito umano. I felini, filosofi o no, non hanno molta confidenza con l’ipocrisia. I più benevoli erano i sofisti.

– Come vedere, gli uomini sanno che una verità assoluta non esiste, solo l’apparire conta, lo specchiarsi in altri occhi umani – commentò Protagora.

– Ma fammi il piacere. Solo perché non conoscono la verità non vuol dire che non esista – ribatté Platone. – Il sole smette forse di brillare perché il cieco non lo vede?

– Smettetela di discutere! – li rimbrottò Aristotele. – Diogene, è il tuo momento.

I condolenti stavano in quel momento uscendo dalla chiesa, per riunirsi sul sagrato per offrire il loro poco sentito dolore agli assai poco affranti parenti.

– Andate! – incitò Democrito.

Dalla via laterale schizzò nella piazza della chiesa il gatto spelacchiato, seguito a ruota dal mezzo bracco, all’apparenza tutto concentrato nel tentativo di acchiapparlo. 

Diogene si infilò dritto nel capannello di persone, zigzagando poi tra le gambe della gente, in modo da dare l’opportunità al cane di annusare quanti più umani fosse possibile. 

Gatto e cane si insinuarono tra le persone vestite di nero, facendo svolazzare cappotti, cadere borsette e causando un’esplosione di esclamazioni assai poco consone al luogo e all’occasione. Diogene si infilò tra le gambe della moglie del nipote sposato di Alberica e il cane subito lo seguì, non calcolando la differenza di taglia. La donna si trovò con un mezzo bracco nelle sottane, finendo gambe all’aria e gridando, stabilirono i gatti, come un ratto appena catturato. Il cane non si fece scoraggiare, si scrollò di dosso il profumo vagamente vanigliato dell’umana e riprese la sua corsa, mentre ormai diverse paia di braccia cercavano di afferrarlo. Lo scapolo quarantenne sovrappeso, in un lampo di protagonismo, si gettò  verso l’animale come un portiere che tenti di parare il rigore decisivo, finendo solo per impattare di pancia con il lastricato grigio del sagrato.

– Vaglielo a spiegare a lui che il moto non esiste – sussurrò Epicuro a Zenone.

– Il fatto che una cosa sia un’illusione non vuol dire che non faccia male, anzi – replicò questi, senza scomporsi. – Chiedi a qualsiasi innamorato deluso.

Dal tetto più alto Democrito e Aristotele monitoravano la situazione, inarcando le code secondo il codice convenuto. Secondo i loro calcoli in breve tempo una qualche autorità sarebbe sopraggiunta e volevano evitare al loro alleato una visita al canile.

Visto il segnale, Diogene si strusciò un’ultima volta l’orecchio più malandato, quello con l’eczema in bella vista, contro il polpaccio della più truccata e impomatata delle donne presenti e poi schizzò in un vicolo alla massima velocità possibile. Il mezzo bracco travolse con entusiasmo la stessa signora, dando un morso affettuoso e pieno di bava alla borsetta firmata, e poi lo seguì verso le ombre.

Pochi minuti dopo i vigili, increduli, trovarono cinque contusi, tra cui lo scapolo a cui fu poi diagnosticata una costola incrinata, dieci isteriche e nessun animale. Sul quotidiano locale, il giorno dopo, un giornalista amatoriale, scrittore mancato, ipotizzò che uno dei gatti della colonia avesse voluto dare l’estremo saluto alla sua benefattrice, scontrandosi però con l’intransigenza di cani e uomini.


venerdì 12 marzo 2021

Zone rosse e altre storie alternative


 È venerdì. 

Ore 14.20 nel momento in cui inizio questo post.

Il governatore del Piemonte ha dichiarato che da lunedì saremo in zona rossa con le scuole di ogni ordine e grado chiuse. È arrivata un'ordinanza firmata? No.

I ragazzi che hanno bisogni educativi speciali, lavorano in rapporto uno a uno con gli insegnanti di sostegno, hanno genitori impegnati in servizi essenziali o hanno gravi e comprovati problemi di connessione (qui ci sono paeselli in cui non prende nulla, si può comunicare solo con i segnali di fumo) possono comunque frequentare? Non si sa.

I genitori con figli piccoli possono chiedere di lavorare da casa, ma il datore di lavoro può negare questa possibilità? Non si sa.

Sarà già attivo il bonus baby sitter? Non si sa. E, se no, un/una baby sitter che venisse da comune vicino (il mio ha tremila abitanti) potrà farlo senza rischiare sanzioni? Non si sa.

Io sono fortunata, sia chiaro. Appena si è sparsa la voce della quasi certa caduta in zona rossa si è aperta una caccia al baby sitter che le cacce alla volpe inglesi al contrario sono scampagnate da dilettanti. Mamme come bracconieri appostate al telefono pronte a catturare la prima persona disponibile. Io ho catturato il mio, anche se ancora non so che orari dovrà fare (è ben diverso se lavorerò da casa o da scuola), quali saranno esattamente le sue mansioni (idem come sopra), come verrà pagato e se rischierà una multa. Insomma, particolari da poco.

Ai miei alunni con bisogni educativi speciali non saputo dire se lunedì devono venire a scuola o meno. 

Intanto però ho fatto il vaccino (motivo per cui ho saltato il post di settimana scorsa). Inaspettatamente tutto il servizio prenotazioni e la campagna vaccinale per il personale scolastico ha funzionato fin qui con un'efficienza sorprendente. Un portale non troppo cervellotico per prenotarsi, tempi umani per avere l'appuntamento (per me due settimane dopo la prenotazione). Personale gentilissimo, massima attenzione all'anamnesi, quindi ho "beneficiato" di un doppio periodo di osservazione a causa dell'allergia che in questo periodo mi accompagno. Ho anche avuto effetti collaterali contenuti, rispetto alla media, mal di testa, un po' di fastidio al braccio, ma nulla più. Vogliamo quindi negarci una bella sferzata di emozione? Volete sapere dove è stato somministrato il lotto di vaccino che ieri è stato ritirato? Nel mio centro vaccinale, ovvio! Devo dire che con una mamma finita in rianimazione ai primi di gennaio per embolia polmonare la notizia di possibili complicazioni proprio in questo senso un tocco di ansia me lo ha dato. Mezz'oretta fa sono riuscita a risalire al numero di lotto della mia vaccinazione e pare non corrispondere con quello incriminato, che comunque è stato usato fino al giorno prima. Insomma, non ci neghiamo niente...

In questo clima di pre apocalisse, il mio ultimo racconto pubblicato si inserisce perfettamente!


È già in preordine, ma esce il 18 marzo per Acheron Book l'antologia Fascisti da Yuggoth.

Di cosa si tratta? Di una serie di racconti ambientati in un universo alternativo in cui i fascisti si siano alleati con gli alieni per conquistare il mondo.

L'intento dell'antologia è dichiaratamente antifascista e contro a qualsiasi tipo di discriminazione. Il libro è curatissimo, con un'impaginazione fenomenale che fanno un bellissimo oggetto regalo.

Dentro c'è un mio racconto, In fondo al lago.

Probabilmente l'ambientazione vi sembrerà un po' assurda, magari anche ridicola, eppure, che dire, se devo pensare ai cinque racconti che mi sono venuti meglio, probabilmente In fondo al lago che lo metto dentro.

Alieni o non alieni, è un racconto molto mio, ambientato sul Lago d'Orta. Il protagonista è il podestà di Castelli Cusiani, un uomo fascista per convenienza, che crede di avere un controllo totale sulla propria amante, figlia di un dissidente. Ma, si sa, alla fine arriva per tutti il momento di scegliere da che parte stare.

Che cosa state aspettando?

Ordinatelo  qui

domenica 13 dicembre 2020

Io sono leggenda – Piovono libri


 Ottima idea, ottima idea davvero quella di proporre al gruppo di lettura questo libro nel pieno di una pandemia.

A mia discolpa posso dire che sono cinque anni che propongo questo romanzo. La scelta del libro da leggere avviene tramite una doppia estrazione e poi per votazione tra i due titoli. Che io ricordi Io sono leggenda non era mai stato estratta e io (l'ho già detto che sono testarda?) l'ho puntualmente riproposto ogni settembre. Fatalmente è arrivato il suo momento nel pieno della seconda ondata.

Io sono leggenda tornato agli onori della cronaca tredici anni or sono per una trasposizione cinematografica che, letto l'originale, ci azzecca poco, infatti, è un romanzo del 1954 che parte dal racconto di una pandemia. 

domenica 6 dicembre 2020

Come il sogno di volare – il mio racconto su Hyperborea.live

 


In questo 2020 poteva forse mancare l'improvvisa, precoce e abbondante nevicata? Ovviamente no. Le parole d'ordine le ha dette il premier Conte durante la conferenza stampa. Arrivato a "gli impianti sciistici rimarranno chiusi" il primo fiocco è sceso dal cielo.
Raramente da noi nevica così presto. Anche sulle nostre montagne la neve naturale già per l'8 dicembre è più un evento che routine. Ma è il 2020 e le regole non valgono. Devo dire che qui in zona arancione abbiamo un po' tutti accolto la neve con gioia fanciullesca, come una spolverata di novità più che come una fioccata di disagi. Non che siano mancati. L'asilo di mia figlia è rimasto isolato, raggiungerlo (e tornare indietro) non è stato facilissimo, ma i bambini l'hanno presa come una meravigliosa avventura (la mia con il vago disappunto "ma la merenda"?). Del resto siamo già passati da un alluvione, da queste parti, ormai non è certo una nevicata a spaventarci (anche se lo spazzaneve impantanato in mezzo a una strada che la mia Yaris percorreva tranquilla ancora mi mancava).
Questo clima di colpo fiabesco mi sembra perfetto per introdurre la mia ultima collaborazione.

la rivista on-line Hyperborea dell'associazione Italian Sword & Socercery ha infatti pubblicato il mio racconto Come il sogno di volare.

Gli autori raccontano spesso di aver sognato le proprie storie. A me è successo una sola volta, con questo racconto. Infatti è del tutto atipico nella mia produzione, un horror con tanto di vampiri.
Razionalmente potrei dire che è la mia reazione alle storie con adolescenti che "vissero per sempre non morti e contenti" (sì, non è un racconto recente). Ma la verità è che mi sono svegliata terrorizzata con l'immagine di un aereo che precipitava in mare.
Non l'ho pensato, l'ho solo scritto.
Forse per questo è rimasto così tanto nei miei archivi, l'ho sempre ritenuto un buon racconto, ma molto lontano dai luoghi, anche editoriali, che ero solita frequentare. Alla fine ha trovato casa. Ne sono assolutamente felice.

In quest'anno così folle è bello poter condividere un racconto, senza preoccuparsi di costi o distribuzione. Farlo con quello che io da sola non potrei fare, una veste grafica elegante e le giuste illustrazioni. Quindi eccolo qui, giusto a un click di distanza:


Con un'impaginazione infinitamente più raffazzonata, invece, per chi vuole, c'è anche il capitolo finale de Racconto di Pratile

lunedì 9 novembre 2020

Siamo ancora qui


 Siamo ancora qui, tutti quanti, il che è il meglio che possa chiedere dopo le ultime due settimane.
Quello che è capitato l'ho già raccontato su Fb, anche per dare informazioni a parenti e amici lontani.
I miei genitori si sono sentiti male, sono andata da loro, mia mamma faticava a respirare. Ho chiamato l'ambulanza e non ci voleva chissà quale intuizione per capire che era covid. Mia madre è stata ricoverata, mio padre aveva parametri di saturazione migliori ed è rimasto a casa. Io non sono più tornata a casa, non me la sentivo di mettere in pericolo marito, figlia e suoceri né di lasciare mio padre solo.

giovedì 9 luglio 2020

Dall'altra parte della barricata



Tre anni fa, a inizio estate, mi muovevo verso Cattolica come finalista del Gran Giallo Città di Cattolica, il premio letterario che tutti vorrebbero vincere (non l'ho vinto, ma già andare in finale è una gran cosa).
I motivi? 
Tanto per dirne uno ne ho conosciuto l'esistenza ben prima di iniziare a scrivere gialli perché sull'antologia scolastica di uno dei miei primi anni di insegnamento c'era un racconto che aveva vinto questo concorso. La giuria di qualità, poi, è di quelle che fanno gelare il sangue solo a leggerne i nomi. Almeno un mio racconto, almeno una volta nella vita, è stato letto da Franco Forte, Valerio Massimo Manfredi, Carlo Lucarelli, Andrea Pinketts. È già, nel suo piccolo, una cosa da raccontare ai nipoti.
Quest'anno il Myfest mi ha regalato un'altra esperienza di quelle da mettere nel cassetto speciale della memoria, anche se non so se ai nipoti interesserà mai, dato che ho fatto parte della pre giuria.

venerdì 3 luglio 2020

Letture per l'estate – Le cronache delle Ley




Sono del tutto incapace di promuovere i miei scritti, questo è un fatto.

Non mi capacito del fatto di inciampare così spesso da persone che lo fanno per me, con le parole che vorrei usare io e che, invece, io non so usare.
Questa volta il mio grazie va a Andrea Guido Silvi che ha dedicato ai miei racconti il pezzo che tutti gli autori sognano. Lo trovate qui

mercoledì 6 maggio 2020

Racconti nel tempo del Coronavirus/10


E finalmente si tornò ad uscir di casa.
In attesa di poter tornare dagli amici a due gambe ci si consola con quelli a quattro zampe. Questa foto è stata scattata questa mattina, a circa un quarto d'ora di cammino da casa. Sono venuti i vitellini, le galline e i cavalli a salutarci. Un vitellino si è dilungato a chiacchierare con mia figlia in mucchese stretto, mentre la cavalla bianca ha accettato molto signorilmente la nostra mela. Ieri siamo andati a trovare i "congiunti onorari" ovvero i quattro asinelli dello zio. Al rientro la piccola ha fatto il lavoretto dell'asilo: mettere in un barattolo qualcosa che rappresentasse l'emozione del momento e il barattolo è stato tutto riempito di un bel giallo gioia.

Certo, non è proprio tutto gioioso in questa "fase 2". Qui, nel Piemonte non ancora al riparo dai contagi, tutti mi sembrano muoversi con grande cautela, tra restrizioni e problemi pratici. Con il rientro al lavoro la gestione dei figli è ancora più difficoltosa, in pratica le uniche opzioni sono: trascurare la sicurezza e mandare i bambini dai nonni, lasciarli a casa da soli se sono più grandicelli, rimanere a casa rinunciando allo stipendio. Chi come me cerca di barcamenarsi tra telelavoro e prole inizia a pensare alla casalinghitudine come un sogno. Va bene tutto e ci si adatta. Ma immagino che molte giovani coppie in questo momento stiano decidendo di non avere figli o di non farne un secondo, semplicemente perché se l'unica opzione possibile in caso di emergenza è rinunciare a uno stipendio la cosa diventa impraticabile.
Lo so che torno spesso su questo tema, ma sono piuttosto arrabbiata.
Ieri parecchie nonne sono passate con nipotini davanti al cancello di casa e (a distanza) mi hanno detto che sono disposte ad ammalarsi pur di permettere ai figli di lavorare. Non mi sembra davvero che possa essere questa una via praticabile. So perfettamente che ora le scuole non possono aprire in sicurezza, ma ci devono essere delle alternative praticabili (congedi simil maternità, par time alternati, servizi di baby sitteraggio a prezzo calmierato magari per occupare gli studenti universitari, insomma, qualcosa).

Io mi barcameno come posso, inizio a desiderare in modo morboso la fine della didattica a distanza, che pure, una volta capiti i fondamentali, funziona e dà anche soddisfazioni insperate. Sono solo stanca, di una stanchezza che ormai si accumula su altra stanchezza che sta su altra stanchezza. Ora sto facendo pausa dopo un pomeriggio di riunione. Nel mentre ho placato un pianto disperato, steso la pasta per la pizza per la cena e ritirato le lenzuola. E tutto questo è stato possibile solo perché il mio super marito ha preso appositamente ferie. Se no, come è successo ieri, avrei fatto lezione con la bimba in braccio, parlando per altro di un argomento notoriamente adatto alla prima infanzia: gli effetti della bomba atomica (ovviamente non ho potuto far partire il filmato che avevo preparato e che conteneva parecchie immagini crude). Non riesco neanche a immaginare quanto siano stanchi i genitori in situazioni più complicate della mia, con spazi ristretti o bambini che necessitano di attenzioni speciali.

Inutile dire che scrivere non è neanche un'opzione considerabile.
Per fortuna ho scritto in passato. Ho inviato un racconto a un concorso e magari proverò a far partecipare un romanzo a una selezione. Intanto proseguono anche le pubblicazioni con Delos Digital.
Settimana prossima esce l'ultimo racconto della mia mini saga fantasy Fino alla morte e oltre
Ecco qua la copertina.
Ne sono molto contenta. Sono contenta di aver trovato questa fotografia, che credo esprima appieno il cuore del racconto. In ogni copertina precedente c'era una spada. Infilzata nel terreno, gettata tra le foglie, in mezzo alla tormenta. Ora la spada è impugnata, le decisioni sono prese. Tuttavia la fotografia è molto cupa.
Ecco, questo credo sia necessario dirlo. Non aspettatevi un lieto fine. Questa è una storia di amori impossibili e di scelte che hanno prezzi di pagare. Lo è fino alla fine. 
A volte, l'unica cosa che si può fare è del proprio meglio. Anche se non è sufficiente.

Settimana prossima, per il lancio ufficiale, vi potrò dire qualcosa di più!