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lunedì 13 marzo 2023

È giusto leggere libri scritti da "brutte persone"?


 Mi piace il blog, nonostante tutto, perché mi permette la riflessione lenta, dilazionata nel tempo. Qualcosa di molto diverso dal frenetico botta e risposta dei social. Immediati, veloci, dove in un attimo ci si infiamma e, quasi sempre, ci si arrocca su posizioni che il confronto serve a radicalizzare piuttosto che a mutare.
Nell'ultimo post la riflessione sulla modifica ai testi di Dahl ha portato nei commenti tutta una serie di riflessioni e diramazioni di dibattito di cui vi sono estremamente grata. E da quel fluire di discussioni mi è sorta un'altra domanda: è giusto leggere libri di autori dalle opinioni discutibili, disturbanti o, peggio ancora, ai limiti del reato?

Io oggi fatico a immaginare una grande casa editrice che faccia in grande stile il lancio di un autore che sia apertamente antisemita, razzista fino a incitare all'odio razziale, sessista fino a teorizzare la totale sottomissione della donna. E, sinceramente mi va benissimo così. Sarei in imbarazzo ad acquistare il libro di un autore che inneggia al ritorno del nazismo e se per caso mi dovesse piacere proverei un po' di disgusto per me stessa.

Però... Però...

Ho appena terminato questo libro:

Mary Renault, per me, è la miglior scrittrice di romanzi storici ambientati nell'antica Grecia. Questo, Fuoco dal cielo, non è il suo più riuscito, a mio parere, ma Le ultime gocce di vino e La maschera di Apollo stanno nel mio olimpo personale. Non vedo l'ora di intaccare Il ragazzo persiano di cui ho sempre sentito un gran bene. Leggendo pigramente la quarta di copertina non posso non notare che l'autrice si è stabilita in sud Africa nel 1948 e vi è rimasta fino alla morte. Ci sono ragioni comprensibili per questa sua scelta, dato che voleva vivere in pace con la propria compagna in un momento in cui in Inghilterra non era ancora possibile. Ma è un fatto che lei abbia vissuto per decenni nel Sud Africa dell'apartheid. E su questo io (il mio approfondimento, lo ammetto, è molto superficiale) ho trovato solo una dichiarazione molto blanda in cui dice che l'apartheid ha avuto un impatto scarso nella sua vita e non ne ha mai tratto vantaggio. Ai miei occhi l'aver scelto di vivere proprio nel paese dell'apartheid avendo un sacco di altri posti dove andare mi fa sospettare che il razzismo non fosse poi un pensiero così lontano dal suo. E niente, comunque non vedo l'ora di iniziare Il ragazzo persiano.
Passiamo ora a ciò che sto ascoltando. L'abbonamento ad audible si è rivelata per me una scelta felice. Ha dato un altro fascino alle faccende di casa, sopratutto al continuo stendere, piegare, ritirare i panni. Audible mi permette di spaziare secondo l'estro dei miei gusti ondivaghi, la mia curiosità per tutto. Ci ho ascoltato classiconi (ho appena finito Grandi Speranze), libri per ragazzi, saggi di botanica e biografie di alpinisti. Se non mi piace posso cambiare in pochi rapidi click. Oggi ho iniziato un racconto lungo di Lovecraft. Basta un rapido giro su wikipedia per constatare che l'autore era razzista, antisemita e simpatizzante del fascismo. Troverei abbastanza difficile tollerare una discussione con il signor Lovecraft. Ma è un fatto che il suo racconto non mi dispiaccia affatto.

Vivo quindi questa idiosincrasia personale. Non acquisto e non leggo autori viventi il cui pensiero mi sia noto e mi risulti particolarmente disturbante e invece lo faccio senza troppi problemi con gli autori ormai morti. Non pretendo che ci sia un agire morale in questo, è solo una questione di disagio personale. E anche questa distinzione è molto sfumata e non trovo una bussola morale che mi guidi. Nella mia adolescente un'autrice di libri di consumo che mi ha affascinato è stata Marion Zimmer Bradley. Mi ha affascinato per l'evidente ambiguità morale di alcuni suoi personaggi e di alcune situazioni raccontate. Erano disturbanti e, pertanto, interessanti. Ricordo in particolare un ragazzino abusato da un adulto che per varie ragioni era intoccabile. Più avanti il ragazzino e l'adulto in questione si trovano per forza di cose a collaborare. Ne usciva il ritratto di un uomo contorto, pericoloso eppure sofferente e umano, difficile da incasellare come come totalmente negativo. Alla fine si sacrificava per gli altri. Uscì, anni dopo, che il marito dell'autrice era implicato in un bruttissimo giro di pedofilia e che lei probabilmente sapeva e lo aveva protetto. Alla luce di questo retroscena i suoi libri appaiono ancora più ambigui e disturbanti. Però fatico comunque a non dedicare loro neppure un po' di affetto.

Alla fine ho riflessioni, non verità da offrire. In un mondo ideale i libri dovrebbero essere pubblicati tutti con pseudonimi. Esistere come opera pura, del tutto staccati dal proprio autore. Del resto il tempo agisce proprio così, lava via sempre più la presa dell'autore sull'opera e libera il testo. Certo, ci sono sempre doverosi studi che spiegano perché proprio quell'autore in quel dato tempo abbia scritto quelle parole. Ma l'opera ne è sempre più svincolata. Se Dante fosse o no un usuraio, se avesse o no sottratto del denaro pubblico era una questione molto importante per i fiorentini del suo tempo. Lo è molto meno per noi. Possiamo serenamente leggere la Commedia senza chiederci se tutte le accuse che hanno portato Dante all'esilio fossero false. Le opere che più stridono con la nostra sensibilià odierna si mettono in qualche modo fuori gioco da sole. Non presenterei ai miei alunni come lettura di piacere (ben contestualizzata è un altro discorso) Il fardello dell'uomo bianco di Kipling, ma trovo un'idiozia non proporre Il libro della giungla. 

Idealmente, ogni libro dovrebbe essere spiegato solo con se stesso e appartenere a un autore ignoto. Perché è un fatto che brutte persone abbiano scritto libri bellissimi. Però quando la "brutta persona" è più vicina a noi a livello temporale o geografico è più difficile o mi è più difficile ignorare la biografia dell'autore.

Credo che continuerò a comportarmi come sempre. Se l'autore è vivente ed è noto per idee che mi risultano particolarmente disturbanti non so se acquisterò un suo libro, sopratutto per non foraggiarlo. Se è morto mi porrò assai meno problemi, come del resto ho sempre fatto. Insomma, ho ragionato, ma non ho concluso niente.
Voi come vi ponete di fronte ai libri scritti da brutte persone?

domenica 26 febbraio 2023

Parole mobili e parole inamovibili - La mia opinione sul caso delle correzioni a Roald Dahl


 Mi inserisco di nuovo a gamba tesa in una polemica in corso per esporre la mia ininfluente opinione.
Il caso è questo. Le nuove edizione alle opere per ragazzi di Roald Dahl, il famoso autore de La fabbrica di cioccolato conterranno delle modifiche linguistiche (non ci saranno parole come "grasso", "brutto" o "nano") e, almeno in un caso, contenutistiche. La protagonista del libro Matilda, ad esempio, da oggi in poi leggerà Jane Austen e non autori maschi in odore di colonialismo.
La scelta è motivata dal fatto che Dahl è sì un eccezionale scrittore per bambini e ragazzi, ma non sempre politicamente corretto, anzi, per dirla tutta alcune sue opinioni erano del tutto censurabili. Si vuole quindi proporre ai ragazzi di oggi testi che non usino difetti fisici come spregiativi e portino messaggi positivi e più inclusivi.
La polemica è scattata per due motivi. I cambiamenti sono stati fatti sugli originali e non su edizioni ridotte, adattate o tradotte. Inoltre le nuove versioni saranno a breve le uniche in commercio. In altre parole la nuova versione sostituirà del tutto quella vecchia e non sarà possibile recuperare i testi originali.

Menti migliori della mia hanno già affrontato la questione in lungo o in largo e, tuttavia, mi sembra che le varie argomentazioni proposte abbiano mancato un punto.
Ho cercato di guardare la questione da un'angolazione leggermente diversa.
Il punto per me non è che queste modifiche sono state fatte. Testi ridotti e adattati sono sempre esistiti. Da ragazzina tutti i Dumas che ho letto erano in versione ridotta e adattata. Nessuno sano di mente darebbe i Tre Moschettieri in versione integrale a una bambina di nove anni. Più avanti ho avuto accesso agli originali e infine ho avuto in mano anche la versione in francese. La cosa inquietante è che le modifiche sostituiscono del tutto l'originale. Mettiamo il caso le vecchie edizioni pian piano spariscano. La nuova versione sarà l'unica nota. Matilda avrà letto sempre e solo Jan Austen. Se da un lato mi intriga la visione di un filologo del futuro che ricostruisce il testo de La fabbrica di cioccolato come si fa con un'opera parziale di Aristotele, dall'altro mi inquieta.

In quali casi un'opera viene modificata in via definitiva senza il consenso dell'autore?
Nel campo delle arti figurative gli esempi non mancano. Basti pensare alle famose foglie di fico che di fatto tante opere le hanno salvate, rendendole tollerabili. 
Ma in letteratura?
Nessuno, mai, modificherebbe in via definiti Dante o Manzoni. 
Qualcuno potrebbe obiettare che Dante o Manzoni si riferiscono a un pubblico adulto, che a quindi più strumenti per contestualizzare l'opera.
Io rispondo che forse c'è un altro motivo. Dante o Manzoni sono considerati letteratura. I loro libri hanno un valore estetico. Pertanto le parole che li compongono sono inamovibili. Possono essere tradotti, ovviamente, adattati e ridotti, ma non modificati in originale
E Dahl?
Beh, Dahl scrive per bambini, suvvia. Non importa che La fabbrica del cioccolato sia in giro dal 1964, costantemente edita e letta, mentre un sacco di romanzi vincitori di importanti riconoscimenti siano stati nel mentre del tutto dimenticati. Che valore estetico potranno mai avere le sue parole? Insomma, non è proprio letteratura.
Se fatichiamo a riconoscere una validità letteraria e quindi estetica alla letteratura di genere, alla fantascienza, al giallo, vorremo mica porci il problema per la letteratura per l'infanzia.
Perché è evidente: se un libro è considerato letteratura, le parole con cui è stato scritto sono importanti. Anche quando solo disturbanti. Anche quando sono palesemente obsolete. A volte gli si mette a fianco la versione in lingua moderna. Ma si continua a proporre l'originale per il suo valore estetico.
Se una parola è interscambiabile con un'altra allora non ha alcun valore artistico. A Dahl si riconosce l'intuizione del buon artigiano, dell'onesto intrattenitore che viene quindi adattato al gusto corrente. Non è, però, uno scrittore.
È questo l'aspetto che più di ogni altro mi amareggia in questa vicenda.

Se scrivi per ragazzi non fai letteratura, neppure se sei Roald Dahl.

domenica 19 febbraio 2023

Storie naturali - Letture


 A metà febbraio è arrivata la prima folgorazione letteraria del 2023: Storie Naturali di Primo Levi.

Insegno alle medie, è ovvio che io abbia letto Primo Levi. Ogni anno leggo in classi passi da Se questo è un uomo, La tregua e I sommersi e i salvati. Ogni anno convinco un certo numero di miei alunni ad abbandonare gli ultimi scampoli della loro innocenza pre adolescenziale sulla lettura integrale di Se questo è un uomo. E ogni anno penso che Primo Levi sia stato un grande scrittore prima ancora che un grande testimone, perché la sua penna scava, scarnifica, entra dentro di noi mettendoci di fronte all'orrore del nazismo e dei campi di concentramento. E tuttavia, come moltissima altra gente, pare, non mi ero messa a cerca i libri in cui Primo Levi è solo scrittore. Male, molto male.

Questa nuova edizione è corredata da una lunga (troppo) prefazione che alla fine cerca di dire "siccome Primo Levi è un grande scrittore, la sua fantascienza non è fantascienza". Perché siamo in Italia e si sa, da noi fantascienza è una brutta parola. Infatti si premurano di ricordarci che la prima edizione di questo libro è uscita sotto pseudonimo e con una fascetta che recitava: "fantascienza?".
La risposa avrebbe dovuto essere: "Fantascienza!". Dovremmo andarne fieri e i racconti dovrebbero essere inseriti in tutte le antologie scolastiche. Invece non ne ho mai trovato neppure uno.

Si tratta, quindi, di racconti di fantascienza, brevi e folgoranti che prendono spunto, appunto, dalle scienze naturali. Racconti ambientati, quasi tutti, in un futuro quasi prossimo, all'apparenza rassicurante, in cui però si insinua l'angoscia.
Si scopre quindi che le tenie hanno una loro sorta di letteratura. Loro, parassiti umani, percepiscono il corpo ospite come un universo/divinità. Qualcuna quasi ne intuisce la natura vivente e vorrebbe comunicare con l'essere umano che la ospita. Ma sono parassiti e come tali espulsi e rifiutati.
Oppure un lichene può incidentalmente rivelare che le automobili hanno un sesso e quindi, presumibilmente, un io, e chissà, forse sono loro a causare almeno alcuni degli incidenti.

Come sempre accade, il vissuto e il dramma umano dell'autore si insinua nella storie, quasi come fumo che penetri pian piano da sotto una porta. Molti dei racconti sono ambientati in futuro prossimo, apparentemente rassicurante, popolato da persone dai nomi tedeschi. È in questo mondo che vengono commercializzati i mirabolanti brevetti della NATCA, subito distorti in usi meschini. Quindi una sorta di stampante 3D in grado di replicare qualsiasi cosa viene immediatamente utilizzata per produrre diamanti e poi per duplicare la propria moglie. E sono abbastanza sicura che sì, se si riuscisse davvero a parlare e a contrattare con gli animali, uno dei primi usi sarebbe il contrabbando di droga. 
A volte, però, le cose si fanno ancora più inquietanti. Non sarebbe bellissimo convertire il dolore in piacere? La visione che ce ne dà Levi è orrorifica ed è fin troppo facile immaginare in un contesto preciso esperimenti simili, con un fine preciso. In questi racconti, tuttavia, le semplici meschinità umane, in primis l'avidità, in qualche modo sembrano sventare sul nascere qualsiasi piano su grande scala.

Qua e là appaiono racconti più leggeri e divertenti, su tutti quello del comitato preposto alla creazione dell'uomo. Una riunione di stampo aziendale di emissari divini alle prese con l'arduo compito di costruire un essere superiore, che qualcuno vuole insetto, qualcuno rettile e qualcuno acquatico. Alla fine l'uomo dovrebbe essere un uccello, volante, quindi privo del concetto stesso di frontiera, influenzato dalla sessualità solo per brevi periodi all'anno, ma paritario nella gestione della prole e del nido. Quando la scelta sembra fatta, ecco che arriva la notizia che, all'insaputa di tutti, l'uomo è già stato creato. Resta il dubbio che l'uomo uccello (a me piaceva anche il progetto con i serpenti filosofi) potesse essere migliore...

Da un punto meramente stilistico, i racconti non sono invecchiati di un giorno. La prosa scorre e solo di tanto in tanto, quando in effetti ci si rende conto di avere in casa qualche ritrovato NATCA, ci si rende conto che in effetti questa raccolta è stata pubblicata nel 1966 e contiene racconti ancora più vecchi. Poco male, sta attraversando gli anni con ancora più grazia della donna in criostasi di uno dei racconti più ironici.

L'unica cosa che non si spiega è perché, appunto, questi racconti non siano in tutte le antologie scolastiche a dare pubblica dimostrazione di quanto versatile sia la prosa di Primo Levi, di quanto sia Autore e non solo (importantissimo) testimone. 

Recuperatelo e leggetelo!

mercoledì 1 febbraio 2023

Spare, il minore – letture

(la macchia scura a fianco è il persiano, finalmente
guarito dalla dermatite allergica)

 
A volte i libri più improbabili sono le giuste compagnie nei momenti più improbabili. Nei primi giorni di covid, quando anche volendo non potevo fare molto di più che stare a letto, Spare, la discussa "non proprio autobiografia" del principe Harry è stato una buona fonte di intrattenimento e argomento di discussione via cellulare col marito.

Ho comprato Spare principalmente per il suo non essere del tutto un'autobiografia. La penna che da voce al principe Harry, l'uomo che si compiace di dire di aver terminato un solo libro nella sua vita, è J.R.Moehringer, la penna dietro alla (non) autobiografia di Agassi Open (e sospetto anche dietro ad altre autobiografie). Un signor scrittore in grado di rendere universali eventi prettamente personali, con una capacità di analisi della psiche umana davvero invidiabile. Insomma, dovendo mettere per iscritto la sua vita, Harry si è rivolto al migliore sulla piazza. Un punto per lui. E poi, al netto del pettegolezzo, Harry è quasi mio coetaneo, ha quattro anni meno di me. Mi intrigava non poco l'idea di vedere gli eventi degli ultimi decenni con gli occhi di un coetaneo ma da un'angolazione unica. Possiamo dirci quel che vogliamo sulla monarchia britannica, può non interessarci il pettegolezzo, ma sfido chiunque a dire che quello di un principe non sia un punto di vista sul mondo particolare, per non dire unico.

Ebbene, cosa emerge da Spare?
Innanzi tutto in me è emerso un dubbio. Non so dire quanto Moehringer abbia accentuato, se lo abbia fatto, alcuni tratti, ma spesso mi sono chiesta se Harry abbia davvero approvato, abbia riletto il libro che ne è uscito (come per certi alunni prima che consegnino la verifica. "Sei sicuro? È proprio quello che volevi scrivere?").
Il ritratto che ne esce è di un uomo profondamente irrisolto, fermo emotivamente a quando aveva dodici anni, alla morte della madre. Diana aleggia in maniera ossessiva dalla prima all'ultima pagina. Un fantasma senza forma, perché per sua stessa ammissione Harry ha rimosso i ricordi autentici che ha di lei. Ma questa mancanza, questo lutto non elaborato si mangia pian piano tutto. L'ambiente famigliare che Harry delinea è, come facile immaginare, piuttosto freddo e poco incline all'empatia, ma non drammaticamente distaccato. Il contrasto emerge e si fa insanabile in una mancanza di empatia bidirezionale. La famiglia non capisce lo stato d'animo di Harry che doveva essere mandato in terapia per direttissima subito dopo il lutto, non anni e anni dopo, dopo uno stratificarsi di comportamenti disfunzionali e autodistruttivi. Ma anche Harry non capisce la capacità dei membri della sua famiglia di andare oltre, di adattarsi allo status quo e di accettare un ruolo che non hanno scelto, sicuramente a tratti scomodo, ma in qualche modo ineluttabile. Qui c'è forse la prima e la più grande contraddizione del libro. 500 pagine per raccontarsi come uomo, per non farsi vedere come principe, per fuggire al suo ruolo di principe. Firmato "principe Harry".

Il grande nemico di Harry sono i media. Ecco credo che questa sia la parte forse più profonda della vicenda, perché davvero noi non possiamo sapere quanto peso abbiano sulla vita dei reali. Per Harry sono loro gli assassini della madre (suppongo sia anche vero, se le indagini hanno stabilito che la principessa fuggiva da un inseguimento). Di certo i giornali lo hanno braccato dal primo giorno della sua vita e gli hanno mostrato il corpo della madre agonizzante, hanno reso difficile ogni giorno della sua vita. Nulla da stupirsi se i momenti migliori Harry li ha trascorsi nel cuore dell'Africa, nel delta dell'Okavango, luogo per cui si percepisce un amore autentico, fatto di desiderio di preservare la natura, ma anche di assenza di stampa. Quello che davvero Harry non perdona alla sua famiglia è di essere venuti a patti con la stampa, aver accettato l'esistenza dei giornalisti, aver imparato a gestirli e persino a indirizzarli. La sua è una posizione umanamente comprensibile, ma realisticamente irrealizzabile. E, da fuori, posso capire l'insofferenza dei suoi famigliari, proprio quanto la salute di Elisabetta declinava, una pandemia mondiale scuoteva il globo, per il suo pretendere una vita reale, sì, ma senza stampa. Al netto di questo va dato atto ad Harry che il comportamento di molti giornalisti è inqualificabile, forse chiunque di noi sarebbe sbroccato, chissà...

Alla fine l'impressione che mi sono fatta di Harry è di una persona genuinamente di buon cuore, che si appassiona facilmente a cause che può comprendere e si fa in quattro per ciò che crede, ma che ha la maturità di certi miei alunni di terza media.
I guai che si caccia sembrano la versione amplificata all'ennesima potenza di quelli in cui potrebbero cacciarsi i più immaturi dei miei studenti in gita. È ovvio che c'è del patologico in questo, una sorta di spirale autodistruttiva "odio la stampa - mi metto in condizione da far uscire le peggio notizie su di me -odio ancor di più la stampa", ma è difficile per me non immaginarmelo in versione alunno in gita.
"Prof... Per quella festa in maschera era rimasto un solo costume e quindi l'ho preso... In effetti da nazista forse non era il caso... Ma io non pensavo, prof..."
"Prof... Sa in questa settimana sulla neve... Forse sciare in jeans leggeri non è stata una grande idea... Prof, mi brucia proprio lì sotto, cosa faccio?"
"Prof... Ma insomma eravamo solo noi in camera, e va beh, quelli dell'altra scuola che abbiamo conosciuto ieri... Va bene, giravo nudo, chi avrebbe immaginato che poi mettessero le mie foto in rete..."
"Prof... Ma non è che l'ho fatto per offendere, lei sa che non sono razzista, mi è uscito di chiamarlo così, è solo che stavano riprendendo proprio in quel momento..."
"Prof... Sa quella cosa di non accettare cioccolatini dagli sconosciuti? Ecco, in effetti potrei aver assunto qualcosa..."
Il problema è che in nessuna di queste occasioni (raccontate da lui medesimo!) Harry aveva quattordici anni. Per carità per chi non ha a che fare ogni giorno con quattordicenni che si comportano così può anche risultare un simpatico cazzone. Ma del tutto inadatto al proprio ruolo. Che non ha scelto, per carità, però...
Il risultato è che si ride parecchio, ma di lui, povero Harry, che beve come una spugna (questa cosa passa quasi in sottotraccia, come se non fosse di per se un problema), prova una quantità imbarazzante di droghe, per lo più in situazioni poco opportune e non ne azzecca una giusta.
Fa simpatia perché non è mai malevolo e non danneggia mai altri che se stesso, però...

Il tutto è raccontato, come ci si aspettava, con maestria. Non c'è la profondità di Open e forse è anche mancata la sintonia giusta tra narratore e penna, chissà. A volte certe frasi troppo perfette stridono proprio con la faciloneria di Harry. Probabilmente non è l'opera di cui Moehringer andrà più fiero (anche se immagino che ne abbia ricavato valangate di denaro) ma è comunque un libro scritto da chi le parole le sa usare. Se poi la persona che viene raccontata sia o non sia degna di lettura, beh, questo sta a ogni lettore deciderlo.
Io, lo ammetto, mi sono divertita.                                       

venerdì 12 agosto 2022

Di Sandman, del potere del Sogno, di strane polemiche su Morte


 Per noi che cerchiamo nelle storie un riflesso di noi stessi e che pensiamo da sempre che nulla possa realizzarsi nel mondo reale senza prima essere stato sognato, Sandman è un mito da sempre. Un fumetto di nicchia, che appena si legge si fa amare. Lo sanno bene gli editori che lo propongono in pratici volumetti al costo di un medio organo interno l'uno. Ma la lettura di Sandman è, per noi, semplicemente imprescindibile. Ora, con l'adattamento di Netflix, Sandman si appresta a diventare di tutti, senza neppure snaturarsi del tutto.


Sandman – l'adattamento

Chiunque abbia letto il fumetto, anche solo di sfuggita, ha pensato che non fosse possibile adattarlo per lo schermo, grande o piccolo che fosse. Il problema non era (solo) visivo. Il problema è una struttura atipica, con un personaggio principale, Morfeo o Sogno degli Eterni, il signore dei sogni, non solo a tratti respingente, ma anche spesso assente. Molte storie o digressioni, infatti relegano la presenza di Sogno a mero osservatore o deus ex machina finale o semplice comprimario. Le storie in Sandman si intrecciano, si sfiorano e si sfilacciano senza molto rispetto per le aspettative dei lettori. Cambiano continuamente di tono. Un attimo prima si sorride, poi si scivola nel grottesco e poi di colpo tutto si fa lirico. Questo senza perdere mai di vista il fatto che il tutto è una meditazione, a tratti profonda, sul potere dell'immaginario e gli effetti che il sogno ha sulla vita reale. Infine, per quanto assurdo possa sembrare, Sandman era una creatura di Vertigo, una costola di DC Comics. Cioè Sandman si muoveva nello stesso universo di Superman e Batman e con le sue più varie diramazioni, interagendoci direttamente.
Al netto di quest'ultima parte (per meri motivi di diritto d'autore), l'adattamento Netfix riesce a rendere tutto questo.
Il merito va senza dubbio alla supervisione di Neil Gaiman, il papà di Sandman, ma anche a un approccio insolitamente rispettoso verso il materiale di partenza.
Certo, non tutto funziona a dovere, a un certo punto il Signore dei Sogni sfida Lucifero a un duello magico che fa terribilmente Merlino vs Maga Magò (distruggendo con un solo pensiero l'intensità del momento), ma l'essenziale è rimasto.

Sogno degli Eterni è rimasto Sogno. Una creatura inumana, a tratti infantile e capricciosa, crudele, con inaspettati lampi di dolcezza. Mai avrei pensato che un attore avrebbe davvero potuto dare vita a Sogno, ma tutto, dalle sue movenze ai suoi sguardi rimanda al fumetto. L'attore ha fatto uno straordinario lavoro col proprio corpo cosicché basta un movimento ed ecco entrare in scena il Signore dei Sogni. In generale, l'impressione è che nessun attore sia fuori parte e questo, da solo, è un enorme risultato.

Sandman è rimasto Sandman. Semplificato, addolcito, ma non snaturato. Le storie hanno le stesse caratteristiche di quelle del fumetto (di cui rispettano per altro la sequenza e i titoli dei singoli episodi). Sono è un protagonista spesso assente, il tono varia di momento in momento. Si sorride di Caino e Abele, si scivola nel grottesco alla ritrovo per Serial Killer, si hanno momenti genuinamente horror (da cui il giustificato divieto ai minori di anni 18) per poi sciogliersi nella dolcezza o aprirsi a riflessioni non banali. Dopo un certo disorientamento iniziale in tutto risulta ipnotico. Sandman rimane un'esperienza intellettuale che non permette una fruizione passiva.

Non so dire se piacerà al grande pubblico. Le trame sono state semplificate al punto che possono essere seguite senza perdercisi e l'impianto visivo è tale da catturare. Rimane una narrazione atipica. So che vale comunque sempre la pena di inoltrarsi delle terre del Sogno.

Improbabili polemiche

Sogno appartiene alla "simpatica" famiglia degli Eterni di cui fa parte anche sua sorella Morte. Morte è, senza se e senza ma, il personaggio più amato della serie. Una ragazzetta dall'abbigliamento gotico, ma dal carattere solare, che compie con dolcezza il suo dovere: offrire un sorriso che faciliti il momento del trapasso. Tra tutti gli Eterni, Morte è quella che maggiormente ha in simpatia l'umanità, di cui conosce grandezze e meschinità. E tutti noi lettori vorremmo trovare lei al termine del nostro cammino. Ora, per la serie è stata scelta un'attrice di colore e questo ha scatenato un putiferio.
È politica di Netflix quella di aumentare i personaggi di colore all'interno delle storie (anche i personaggi GLBT, ma già di base questi non mancavano in Sandman). Fatto in maniera acritica ha portato dei risultati quanto meno discutibili. Da poco è disponibile sulla piattaforma anche un adattamento di Persuasione di Jane Austen dove alcuni elementi sono "stati resi più moderni" quindi abbiamo prima del 1820 capitani che salvano balene in difficoltà e una ricca fetta della nobiltà terriera di colore. L'effetto, purtroppo, è quello della parodia involontaria. Non funziona perché forzato e posticcio. Qui abbiamo la personificazione della Morte che, con la benedizione del suo creatore, viene affidata a un'attrice di colore. A una brava attrice di colore, che riesce a restituire tutto il calore della sua pallida controparte cartacea. Quindi trovo assurdo che un sacco di gente si sia sentita tradita dalla scelta. "Non è questione di razzismo, ma di immaginario" dicono, ma no, non mi convince.
Innanzi tutto è importante offrire una varietà di etnie, orientamenti sessuali, credi religiosi e condizioni fisiche e psichiche. Come dice Sandman l'immaginario plasma la realtà. Un immaginario in cui personaggi "fighi" siano di diverse appartenenze, vivano diverse peculiarità plasma l'idea che il tuo vicino di banco di colore/buddista/gay/disabile possa non essere solo "quello di colore/buddista/gay/disabile" ma una persona interessante a prescindere. È importante per chiunque sia minoranza vedere la rappresentazione in veste positiva di chi è simile a lui. Ci sono casi in cui questa sovraesposizione delle minoranze non è opportuna (vedasi contesti storici) oppure in cui un cambio di etnia/orientamento sessuale sarebbe un palese tradimento dell'idea originale dell'autore. Per dire Galadriel nera e lesbica no, perché il buon Tolkien non ha la possibilità di dire la sua su un personaggi che ha creato, immaginato in un determinato modo e molto amato. Ma se l'autore stesso approva, l'attrice scelta è brava, che problema c'è?
Sono rimasta molto sorpresa da queste polemiche, espresse anche da persone di cui ho stima e l'unico pensiero che ho avuto in merito è che per molti il colore della pelle è ancora importante. Se si sono innamorati di un personaggi bianco non lo possono amare allo stesso modo nero. E questo mi ha messo molta tristezza.
Voi che ne pensate?

Se invece volete qualcosa di mio, ecco qui un nuovo capitolo

giovedì 28 luglio 2022

Le rose di Versailles vs Lady Oscar


 In questo torrido luglio ho iniziato e cancellato un certo numero di post. I motivi sono molteplici, ma uno è stato centrale. Un fatto che non potevo ignorare e per cui mi sono resa conto di non avere parole.
È mancata una mia alunna. Ex alunna a essere precisi, ma dopo tre anni a incontrarla tutti i giorni i due anni trascorsi dall'ultimo giorno di scuola media per me non contano. Come prof non avevo mai affrontato il lutto diretto e mi sono trovata impreparata, del tutto incapace di usare le parole con cui ogni giorno lavoro.
Non posso, semplicemente non posso, parlare di lei e dello strazio di vedere una vita spegnersi per malattia a sedici anni.
Posso tornare a usare le parole ora, per scrivere qualcosa che lei, sempre interessata durante le ore di storia e appassionata frequentatrice del mio laboratorio di fumetto, potrebbe apprezzare.
Per quel poco che può valere, Angelica, questo post è scritto pensando a te.

Le rose di Versailles

Giunta quasi al termine della monumentale opera di Riyoko Ikeda, La finestra di Orfeo, mi sono detta che era arrivato il momento di affrontare la lettura del suo manga più famoso, quel Le rose di Versailles del 1973 da cui è tratta la famosissima serie animata Lady Oscar.
Non lo avevo mai fatto per paura. Per me lady Oscar è stata un'opera fondamentale. Come credo tutta la mia generazione è stato il primo approccio con tutta una serie di tematiche "adulte". Non solo Lady Oscar ha contribuito al mio amore per la storia, è stata la prima narrazione da me incontrata che ragionasse sui ruoli di genere, che parlasse di pedofilia e violenza sessuale. Chi della mia generazione non è stato traumatizzato da André che strappa la maglietta a Oscar, dalla morte di Charlotte, data in sposa a undici anni, dalla stessa tragica fine dei protagonisti? 
Sapevo per altro che l'autrice del manga non era soddisfatta della resa della serie animata. Com'era possibile? Insomma, per me Lady Oscar non si poteva toccare e il manga non lo volevo leggere temendo chissà quali delusioni.

Invece nessuna delusione.
Il manga è datato. La ricostruzione storica è impeccabile negli eventi, ma approssimativa nei disegni (le divise con i pantaloni a zampa di elefante!). I personaggi sono spesso eccessivi nei loro drammi. Tutto vero. Però! È una lettura molto scorrevole che in poche vignette riesce a trascinarti nella narrazione, restituire la sensazione di un'epoca. L'immersione nello spirito del tempo, poi è molto più raffinata di quanto avvenga in molte altre narrazioni storiche. I personaggi ascoltano musica del loro tempo, leggono la letteratura del loro tempo, ci si immedesimano e, più o meno inconsciamente modellano il loro comportamento in base a quelle influenze culturali. Nonostante io non sia più la ragazzina che piangeva disperatamente per la morte di André e di Oscar ho dovuto tenere un pacchetto di fazzoletti a portata di mano. Personaggi eccessivi oppure no, i momenti lacrimuccia non sono affatto mancati!
Ma perché l'autrice è scontenta della trasposizione animata?

Le rose di Versailles vs Lady Oscar
La differenza macroscopica tra manga e serie animata è di impostazione ed è evidente già dai rispettivi titoli. Chi è la protagonista di Lady Oscar? Oscar, è evidente, la bambina su cui il padre "mise un fioretto e un fiocco blu", cresciuta come un maschio per diventare un membro delle guardie reali. Ne Le rose di Versailles le protagoniste sono, ovviamente, Le Rose. Non solo Oscar, quindi, ma anche Maria Antonietta, Rosalie e Jeanne. Tutti personaggi presenti anche nell'anime, ma che nel manga sono protagoniste alla pari, quattro figure femminili diversissime che in modo diversissimo reagiscono agli eventi che porteranno alla Rivoluzione. Ma non è questo, ovviamente, ad aver indispettito la mangaka. 
Le differenze, quelle serie, riguardano la resa dei personaggi, a partire da Oscar.
Oscar
La sorpresa più grande della lettura è stato scoprire che la Oscar del manga è un personaggio diverso.
Ricordate la donna che vive come un uomo, che vuole essere indipendente come un uomo, che reprime i propri sentimenti femminili perché femminili e che arriva ad allontanare il fido André perché "voglio dimostrare di valere quanto un uomo senza il tuo aiuto"? Non c'è.
Oscar nel manga cresce come un uomo, viene instradata alla carriera militare, ma è molto più consapevole di se stessa. Sa di non poter compete con gli uomini su un piano prettamente fisico e, pertanto, sa quanto André l'aiuti e non smette mai di ringraziarlo per questo. Sopratutto è consapevole di una femminilità che non rinnega mai, se non di sfuggita, solo di fronte all'amore di altre donne che non può ricambiare (ancora di più che nella serie, Oscar non ha alcun problema di identità di genere, non è confusa per l'educazione maschile ricevuta, è solo più colta delle sue coetanee). E l'amore? Quello è un affare assai più complicato, per motivi più sottili. Sposarsi vorrebbe dire rinunciare a una vita che a Oscar piace, al privilegio di agire con libertà e quindi si sottrae al gioco dei matrimoni e delle seduzioni che la renderebbero vulnerabile. Ha paura di lasciarsi andare, in parte per educazione, in parte per carattere. Ma, semplicemente, l'uomo di cui si innamora, Fersen, ama un'altra, la regina. Oscar non vivrebbe mai un compromesso. Oscar è un'illuminista fino al midollo, crede nella ragione in grado di dominare le passioni, la storia dimostra che questo è impossibile, ma Oscar vive con coerenza fino alla fine. Sopratutto, l'Oscar del manga è un personaggio profondamente intellettuale, che si avvicina agli ideali della rivoluzione e li persegue senza tentennamenti. Due passaggi in particolare dell'anime devono aver fatto infuriare l'autrice.
Nella serie animata Oscar lascia la guida della guardia della regina per prendere il comando della guardia francese per dimostrare a se stessa di valere come un uomo. Nel manga lo fa perché non vuole più essere "una bambola della nobiltà", vuole servire il popolo francese e non la famiglia reale insieme a soldati di estrazione popolare. Una bella differenza.
Nella serie animata il 13 luglio 1789, quando la guardia francese deciderà di schierarsi con il popolo, Oscar lascia la scelta ad André, finalmente ha acconsentito di amarlo e quindi lega il suo destino a lui. Tutto molto romantico, certo, ma insomma... Nel manga è evidente a tutti quanti la conoscono da che parte sta Oscar, che convince i suoi soldati a disertare con un discorso meraviglioso sulla necessità di schierarsi per la rivoluzione. L'aspetto sentimentale della vicenda è centrale anche nel manga, ma Oscar è un'eroina illuminista, non romantica. Persino il suo avvicinarsi ad André è dettato dal suo rendersi conto che la gentilezza vale più della prestanza (eh sì, è evidente nel manga che il povero André da un punto di vista prettamente fisico ad Oscar non piaccia un gran che...).
Anche la famosa scena della camicetta è diversa da quella che ha segnato la mia adolescente e, ragionando, probabilmente, scritta negli anni '70 in Giappone, per l'autrice era essenziale nel suo significato originale.
Nell'anime la scena è più o meno questa. André è da sempre innamorato di Oscar, che lo ignora. Lei dice che lascerà la scorta della regina per dimostrare di valere davvero come un uomo e di non volerlo più al suo fianco. Lui va fuori di testa, le forza un bacio, la trascina in camera, le strappa i vestiti e solo quando vede il terrore nei suoi occhi si ferma. Se ne va lasciandola in lacrime e mormorando "una rosa è sempre una rosa". È una scena molto violenta, uno stupro mancato, che chiunque abbia visto ricorda per sempre. La situazione è diversa nel manga, per certi versi molto meno forte. Oscar si è incontrata con Fersen, ma non è riuscita a districare il groviglio dei propri sentimenti. André ne approfitta per dichiararsi, la abbraccia e la bacia. Lei è troppo stupita per reagire e lui, convinto che le cose vadano come desidera, la porta in camera, inizia a svestirsi e quando Oscar dice no si ferma. La scena è tesa, André sta per perdere il controllo, Oscar è troppo frastornata per essere lucida, ma tutto si ferma al netto rifiuto di lei. Credo che questo fosse fondamentale per l'autrice, perché nella cultura popolare giapponese la donna che dice no e invece intende sì era (in parte lo è ancora) molto comune. Leggendo manga ci si imbatte abbastanza facilmente in baci estorti con quella che a occhi occidentali è una violenza inaccettabile e che sono considerati invece una prova d'amore. Insomma, una radicata cultura della prepotenza maschile, estremamente pericolosa. La Ikeda, femminista degli anni '70, mostra con André un personaggio diverso che sa che un no è un no e con Oscar una donna consapevole. Non importa quanto lui sia innamorato e carino, quanto avanti sia andata la cosa ("ma lei era consenziente, si era lasciata baciare" vi ricorda qualcosa?), una donna ha sempre il diritto dire no. Un messaggio importante (non solo in Giappone, non solo negli anni '70) che immagino l'autrice non abbia avuto piacere a vedere trasformata in quel modo, per quanto riuscita a livello narrativo risulti la scena in questione.
Altri personaggi travisati
Anche altri personaggi risultano diversi nel manga. Tra tutti il padre di Oscar. Nel manga risulta un personaggio estremamente sfaccettato e interessante. Nobile fino al midollo, si sente superiore a qualsiasi regola, vuole che la figlia sia trattata da maschio, anche solo per far valere il proprio capriccio. Ma Oscar crescendo diventa davvero quel figlio mancato, la persona con cui può avere un dialogo, uno scontro intellettuale. La vede avvicinarsi alle idee rivoluzionarie e, per rimanendo fino alla fine fedele alla corona, non può non ammirare la coerenza della figlia. È quasi commuovente il suo desiderio finale di trovarle marito, motivato proprio dal comprendere la strada che Oscar sta prendendo, un estremo tentativo di sottrarla alla propria sorte. Ovviamente non può permettere ad André di proporsi come marito, ma non fa molto per ostacolare un'eventuale relazione discreta tra i due. Anche in questo caso risulta meno iconico del padre padrone della serie animata, ma molto più interessante.
Una maggiore aderenza storica
La serie animata si prende parecchie libertà. Inserisce episodi romanzeschi e scene d'azione che, per loro dinamica, sono incompatibili con le regole dell'epoca. Attenzione, anche la serie animata rispetta tutte le date, tutte le svolte storiche, ma ci sono tentativi di rapimento di Maria Antonietta e duelli mai avvenuti, personaggi che trascendono il loro ruolo storico. Tutti peccatucci facilmente perdonabili (con l'unica eccezione, ai miei occhi, dei fondali delle ultime puntate in cui si vede una Parigi moderna, con monumenti che all'epoca ancora non c'erano). Il manga non transige sugli eventi, calca molto la mano sugli aspetti romantici, esaspera situazioni, ma non le inventa. La nuova edizione in cofanetto è ricca di note che spiegano come molti elementi della trama siano presi pari pari dalle cronache del tempo.
Insomma, come spesso accade l'opera originale e la sua trasposizione divergono in aspetti non secondari. Io sono cresciuta con la serie animata e non la posso certo rinnegare ora. Per altro in molte sue scelte acquisisce una forza nell'imprimersi nell'immaginario maggiore di quella del manga. Tuttavia comprendo ora perché l'autrice non sia stata soddisfatta e se devo scegliere tra le due Oscar, preferisco quella più intellettuale e consapevole del manga.

L'angolo della curiosità. Ma una Oscar poteva davvero esistere?
Oscar è un personaggio d'invenzione, ma già da ragazzina mi sono chiesta se un personaggio del genere in quell'epoca avrebbe potuto esistere. Ebbene, la risposta che mi sono data è sì.
Tecnicamente il padre di Oscar sfrutta una serie di vuoti legislativi. Innanzi tutto è un nobile di altissimo lignaggio, imparentato con la famiglia reale e quindi può fare un po' quel che vuole. Ma, attenzione, una norma specifica che vieta alle donne di arruolarsi fu promulgata in Francia proprio negli anni della rivoluzione. Quindi, a logica, prima nessuno lo vietava. Non solo, pochi anni dopo la morte di Oscar una donna combatté nelle guerre napoleoniche, ma contro la Francia! Si tratta di Nadezda Andreevna Durova, ufficiale dell'esercito russo. Autrice delle proprie memorie, credo sia stata la fonte d'ispirazione diretta di Oscar che si rivela così un personaggio molto meno inverosimile di quanto si possa pensare!

Le rose di Versailles vs La finestra di Orfeo
Sto completando in questi giorno la lettura dell'altra grande opera della Ikeda, La finestra di Orfeo che affronta, nella sua parte finale la rivoluzione russa. Si tratta di un'opera che richiede una lettura molto più attenta, corale, ricchissima di personaggi, minuziosa nella ricostruzione storica. Nonostante tra le due opere gli anni intercorsi non siano moltissimi alla lettura saltano subito agli occhi delle differenze notevoli che meriterebbero un post a sé. Qualcuno però vale la pena di sottolinearla. La Ikeda ha molta più pietà e comprensione per i nobili francesi che per quelli russi. Nella Francia di fine '700 i nobili erano vittime di un sistema e non avevano gli strumenti per rendersi conto di quanto sta accadendo, degli effetti dei loro comportamenti sulla popolazione. In Russia a inizio novecento non ci sono alibi. Per Maria Antonietta e Luigi simpatizziamo, per i Romanov non c'è alcuna pietà.
È molto più facile vivere da uomo nel '700 che nel 1900. La protagonista de La finestra di Orfeo è Julius, che la madre cresce come un maschio per ingannare il marito e fargli ereditare la di lui fortuna. Come Oscar, Julius non ha scelto questa strada, ma al contrario di Oscar la subisce e non ha vie di fuga. Non può rivelarsi come donna a nessuno(finirebbe in prigione come truffatrice), subisce un destino che la schiaccia. In generale la società borghese dei primi del '900 sembra quasi peggio di quella francese del novecento. L'unico valore è il denaro, tutti indossano una maschera e nessun personaggio si salva dall'ipocrisia. Sotto questo peso le personalità cedono e si sfaldano. Quasi nessuno ha l'integrità morale dei personaggi de Le rose di Versailles, ognuno deve venire a patti (o impazzire) con le proprie meschinità.
Insomma, non lasciatevi ingannare dal fatto che entrambe le opere raccontano una rivoluzione e hanno una protagonista bionda in abiti maschili. Sono molto diverse. Entrambi imprescindibili, ma non si può proprio dire che la Ikeda racconti sempre la stessa storia.

Infine, se volete leggere qualcosa di mio, cliccate qui

lunedì 20 giugno 2022

Mystfest 2022 - Al Gran Giallo Città di Cattolica


 
Anche quest'anno il Mystfest, il festival del giallo e del mistero della città di Cattolica è stato un turbine di incontri, stimoli, incontri, libri, sorrisi, fotografie e ancora libri, racconti, illustrazioni. Si vedono sogni che diventano realtà e non si può impedirsi di sognare. Ripaga delle ore in colonna per rientrare, dei mille problemi logistici e pratici che già c'erano e che la trasferta ha acuito, ripaga della fatica di aver letto in un mese e mezzo 181 racconti.

La mia veste, anche quest'anno, era infatti quella di membro della pre giuria del Gran Giallo Città di Cattolica, uno dei più importanti, se non il più importante concorso per racconti gialli. Insieme ai miei eroici compagni di avventura abbiamo letto in forma anonima tutti i racconti e stilato delle rapide schede. Incrociando i dati delle schede sono emersi i dieci finalisti, letti, in forma altrettanto anonima dalla super giuria di qualità composta da Franco Forte, Simonetta Salvetti, Barbara Baraldi, Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo, Maurizio de Giovanni, Carlo Lucarelli, Valerio Massimo Manfredi e Ilaria Tuti. Un meccanismo che tutela al massimo il concorrente e che permette davvero al talento di emergere. 
Anche l'esperienza di lettura immersiva di racconti anonimi è estremamente interessante, ad ogni file aperto potrebbe esserci il nuovo Camilleri oppure un ragazzino delle medie che scrive un racconto per la prima volta. Non è una battuta. Alcuni racconti mi avevano dato proprio l'impressione di essere stati scritti da ragazzini, non per la prosa, che era corretta e scorrevole, quanto per l'impaginazione che era uguale a quella di tanti lavori che ricevo in veste di prof. E infatti sul palco è stato assegnato un premio speciale alla più giovane concorrente: una ragazzina di quinta elementare, autrice per altro di un racconto pregevole. Forse sarà lei la nuova Camilleri, tra qualche anno.
Ogni edizione, poi, i racconti sono un piccolo specchio dell'Italia. Questo è il terzo anno che lavoro in pre giuria. L'anno scorso i racconti erano per lo più tristi. Pochi raccontavano direttamente il covid, ma quasi tutti parlavano di morte e di perdite. Un 10% o forse più del racconti aveva un protagonista alle prese con elaborazione del lutto per la morte del figlio. Quest'anno, con questo difficile tentare di uscire dall'emergenza solo per trovarci al cospetto con una guerra, c'è stato un ripiegamento verso temi più leggeri. Pochissime (magari pregevoli, ma pochissime in termini numerici sul totale) storie di criminalità organizzata, quasi tutte storie intime, storie di tradimenti. Un 10% dei racconti aveva all'incirca questa trama: lei tradisce lui, rimane incinta, l'amante lo viene a sapere, va in panico e la uccide. La cosa curiosa è che non ricordo un singolo racconto su oltre 200 dell'anno scorso con una trama simile. Ci devono essere correnti sotterranee, un sentire comune che in qualche modo emerge. Inconsciamente, forse, vorremmo una storia di corna come maggior problema da affrontare.
Su 181 racconti, poi, è un privilegio trovare quelli che ti rimangono dentro quelli che sei stato onorato di leggere. Non tutti destinati a vincere, a volte per delle concause di motivi, troppo eccentrici rispetto al genere, non abbastanza articolati, ma tutti in grado di regalare emozioni.
Vorrei quindi ringraziare tutti gli autori finalisti (più qualcun altro che però per me rimarrà sempre anonimo) per i racconti e le emozioni:

Per fortuna non toccava a me scegliere il vincitore. Quest'anno, esattamente come i precedenti, sarei stata in difficoltà. Se un racconto arriva in finale a un concorso così vuol dire che è piaciuto e anche tanto. Infatti la cosa più bella è andare a dire agli autori quanto mi sia piaciuto il racconto. L'unico problema è che io sono davvero poco fisionomista, se non ho mai incontrato quella persona, l'ho vista in alto sul palco e poi la incontro nella penombra della sera non è detto che la riconosca!

Il Mystfest non è solo questo, ovviamente.
Quest'anno c'era un sacco di fantascienza, genere che io amo molto e uno degli incontri più emozionanti è stato quello con Franco Brambilla, il copertinista di Urania. Che tu sia un mostro sacro o un esordiente, lui farà sempre la copertina centrata su quello che hai scritto, spesso, per i mostri sacri, più belle e più coerenti di quelle delle blasonate edizioni in lingua originale.
Mi ha grandemente affascinato il gruppo di autori della collana Segretissimo, una collana di romanzi di spionaggio che non ho mai letto e che non so se mai leggerò, che nasconde un gruppo di autori super appassionati in grado di disquisire di giubbotti antiproiettili, calibri di armi in dotazione alle forze speciali e inquietanti scenari geopolitici. E non immaginateveli tutti come ex agenti segreti appena tornati dal fronte, possono essere ragazze, giovani autori timidi, oppure scrittori ben scafati anche in un sacco di altri generi. Certo che contro di loro in una rissa non mi mettetevi mai, neanche contro chi ha un aspetto davvero inoffensivo. Sono tra i massimi esperti italiani di esplosivi!
Come sempre mi sono innamorata dell'inaspettato. Sono partita per comprare dei libri e ne ho acquistati (anche) degli altri. Ecco quindi una grapich novel. L'autore vietnamita, nato in un campo profughi tailandese, si è trasferito con la famiglia negli USA, con tutte le difficoltà del caso, ma non fa una triste storia su una difficile integrazione bensì racconta un comig out felice. Perché, dice, bisogna passare l'idea che quando riveli qualcosa di te alle persone che ami, quello deve essere un bel momento.


Succede poi che vai a una presentazione di due autori che conosci e stimi (Andrea Franco e Diego di Dio, ciao, siete nella lista di letture), ne incontri un terzo mai sentito. Pensi che il suo libro sia perfetto per un amico che fa il compleanno. Solo che poi nel rientro ti trovi in coda in autostrada, non stai guidando e quel libro di cui ignoravi l'esistenza è il più in alto nello zaino. E niente, arrivi a casa e lo hai finito e non vedi l'ora di leggerne il seguito.


Se invece qualcuno vuole leggere qualcosa di mio, ecco un nuovo capitolo.

lunedì 9 maggio 2022

Trilogia "Cosa resta degli eroi" di Richard K. Morgan - letture


 La primavera è sempre un momento difficile per i prof. Lo è in particolare per me, poiché la natura mi è ostile e il mio amore per tutto ciò che è verde non è ricambiato se non con una profusione di fioriture a cui sono allergica. Da tre anni, poi questo periodo coincide con il mio impegno all'interno di un concorso per racconti, cosa che mi piace assai fare, ma che richiede tempo ed energia. Infine, questa primavera in particolare è gravida di problemi imprevisti. Per parafrasare il titolo del romanzo di cui sto per parlarvi, l'acciaio sopravvive, io forse no.
In tempi come questi, l'ideale per me è trovare una storia che mi prenda e mi porti via, in un altrove. Sostituisca il mio immaginario con il suo al punto che qualcosa mi rimarrà per sempre dentro e di alcune idee e suggestioni non potrò mai più liberarmi.
È intuibile che si tratta di un tipo di magia che non sempre, anzi raramente, si verifica. Ma qualche volta sì. A volte i libri chiamano, quelli giusti al momento giusto. Era capitato qualche anno fa con la Trilogia della Luna  e in parte con La quinta stagione. È capitato di nuovo con la trilogia di Richard K. Morgan "Cosa resta degli eroi", composta dai romanzi L'acciaio sopravvive, Il gelo comanda e L'oscurità profana.


Cosa resta degli eroi?
Per parlare di questa trilogia forse conviene partire dal titolo e volgerlo in domanda.
Si apre il primo romanzo e l'impressione è di trovarsi a leggere un sequel di cui però sia stata gettata via la prima parte. Questo riguarda sia la trama che lo stile. Siamo infatti gettati in un mondo complicato e coerente in cui, però, nessuno si ferma a spiegarci qualcosa. Avete in mente quegli spiegoni che ammorbano il fantasy? Non ci sono. Neppure l'ombra. Avete in mente quelle note finali con il lessico, le liste di personaggi, le genealogie? Bruciate prima di approdare alla stampa. Se ti orienti bene, in caso contrario, beh, questo non era il libro che stavi cercando.
Perché in letteratura la forma è contenuto.
La buona notizia è che i protagonisti sono messi peggio del lettore. Quello che capiamo è che sono eroi, sì, ma di una guerra ormai finita. Una classica guerra da fantasy in cui è accaduto tutto quello che ci aspetta in un fantasy. Un nemico inumano è sorto per distruggere e banchettare con i cadaveri delle brave persone, le genti libere si sono unite, hanno sconfitto i nemici e poi una delle genti libere se ne è andata in un altrove indefinito lasciando il mondo all'umanità (ricorda qualcosa?). Peccato che l'umanità non faccia proprio un buon uso del suddetto mondo. Sono riesplosi i conflitti interni, il mercato degli schiavi va alla grande, il bigottismo pure (con spruzzate di fondamentalismo) e per chi non si conforma c'è l'esilio oppure l'impalamento (o le meduse carnivore dell'imperatore). Ringil, Egar e Archeth sono eroi decaduti della guerra ormai finita. Ringil, spadaccino che sa fare bene una sola cosa, uccidere, è ai ferri corti con la propria famiglia per questa sua abitudine di preferir gli uomini alle donne. Egar, il classico barbaro da fantasy, ha nostalgia della civiltà raffinata del sud conosciuta durante la guerra. Archeth, poi, è una mezzosangue, da parte di padre appartiene all'arcana stirpe non umana che ha abbandonato la terra. Lei è rimasta indietro insieme a strane creature meccaniche senzienti che sembrano sapere tutto, ma non volerlo dire.
Fin qui nulla di nuovo. Le storie sono piene di eroi disillusi che vengono richiamati all'azione. È che qui degli eroi è rimasto ben poco. Se Egar tutto sommato non desidera che mettersi ancora una volta alla prova, per gli altri è più complicato. Nella violenza di Ringil, sempre più difficile da tenere a bada, c'è ben poco di eroico, è qualcosa di oscuro, pauroso con cui è sempre più difficile convivere. Archeth è una figura in bilico, sempre sul punto di diventare qualcosa. Qualcosa che forse non vogliamo diventi. Eppure loro sono gli eroi. Ringil in particolare è l'eroe prescelto da tutti quanti. Da un'oscura popolazione non umana che sembra voler approfittare della partenza del popolo di Archeth per riprendere il controllo del mondo. Dal popolo di Archeth stesso, atavico nemico del popolo di cui sopra, che gli ha donato una spada, chiamata in simpatia "L'amica dei corvi", ma che potrebbe essere un po' più di una semplice lama. Dagli dei, disposti a tutto, anche a truccare la sorte e a accordarsi tra loro per trame di cui gli uomini sono all'oscuro. Da potenze più antiche e spaventose degli dei, i cui piani risultano inintelligibili. Ognuno vuole qualcosa di diverso dal proprio eroe e di cosa voglia Ringil poco importa.
Ne risulta una storia densa, pensata per lettori esperti, in grado di fiutare le false piste e a districarsi tra i cliché del fantasy, ma anche cupa come raramente se ne è viste. Per dare un'idea, al confronto Il trono di spade è la versione animata della Disney con gli animaletti canterini. Suppongo che siano libri che o disturbano al punto tale che li si abbandona o ci si abbandona a loro. E se ci si abbandona, tradiscono ben poco. Non c'è nulla di scontato nella trama o nelle ambientazioni e nulla è lasciato al caso. Il finale, poi, di rara compiutezza. Non sono tira le fila di tutto, ma da un paio di zampata finali che lascia quel retrogusto di tristezza dolce tipico delle grandi storie.

 Di sesso e violenza - fammi ragionare senza dirmi che mi vuoi fare ragionare
È inutile girarsi attorno. C'è molta violenza in questi libri. Una violenza che fa male per quanto è vera, per quanto è plausibile, al netto degli dei e dei salti dimensionali. Un paio di scene sono pugni nello stomaco difficili da sopportare. Anche perché non è detto che vedano i protagonisti come vittime o spettatori. Potrebbero ad esempio essere i carnefici. Potrebbero aver ucciso dei bambini. O autorizzato uno stupro di gruppo. Per dire.
C'è anche molto sesso. Molto descritto. Molte di queste scene di sesso sono omosessuali. Probabilmente al termine della trilogia molti lettori saranno entrati in contatto con più scene di sesso gay in queste pagine che in tutta la loro vita.
Ora, una volta avvisato il lettore di questo (chi vuole tenersene alla larga se ne tenga alla larga) forse è il caso di ragionarci un po'.
Perché le scene sono sempre funzionali alla storia e rendono questa trilogia qualcosa di diverso dal mero intrattenimento.
La violenza, dicevo, è sempre vera violenza. È qualcosa che in guerra succede, anche adesso, mentre scrivo queste righe. È esattamente ciò che fa gli uomini alla guerra. Ringil potrebbe essere una bella persona. Lo sappiamo, lo vediamo. Sappiamo esattamente come sarebbe senza la guerra (e i pregiudizi), un uomo malinconico, incline alla depressione, forse, con i suoi lati oscuri, ma in linea di massima gentile e protettivo. Purtroppo per lui c'è la guerra. Ci sono quegli scoppi di violenza incontrollabile che fanno parte di lui. Alla fine del primo libro ho pensato che ucciderlo sarebbe stato un atto di pietà. Nel secondo libro ho iniziato ad augurarmi che qualcuno lo uccidesse in fretta. Poi ho pensato che si meritava anche un po' di tortura. Eppure Ringil è un eroe di guerra. Fa quello che fanno gli eroi di guerra. Distoglie lo sguardo dagli stupri e dai saccheggi, ordina che le città vengano messe a ferro e fuoco. C'è davvero un grande disegno? Un piano per cui, attraverso una violenza inevitabile, si arriva alla pace? Cosa giustifica la guerra? Queste domande riecheggiano per tutta la trilogia senza che vengano mai poste. L'autore non è qui per farti la morale. L'autore è qui perché la tua morale si faccia delle domande. Quanti Ringil ci sono in giro adesso? Che cosa farebbe a te lettore la guerra? La domanda, purtroppo, è meno teorica del previsto...

Poi c'è il sesso. Tanto. Esplicito. Molto di questo è sesso gay. Ora, non so perché l'autore abbia calcato così la mano. Sono tutte scene funzionali e ben scritte, tutte portano qualcosa. Ringil e Archeth in particolare sono personaggi sempre rivestiti da maschere autoimposte che solo tra le lenzuola, a volte, si lasciano andare. Eppure è indubbio che tutto potrebbe essere meno esplicito. 
Questo è quello che ho notato io. Molte delle scene di sesso etero sono scene, se non di violenza, in cui i rapporti di forza non sono paritari. Ci sono (per fortuna) pochi stupri descritti, ma ci sono molti postumi di stupro e molti rapporti con prostitute (anche variamente costrette al loro ruolo). Sono cose che succedono, in guerra sopratutto. Ci sono molte scene di sesso gay. In alcune i rapporti di forza non sono per nulla limpidi, ma ce n'è una grande varietà. C'è violenza a stento repressa, frustrazione, ma anche dolcezza, tenerezza, amore. Il tutto mentre fuori dalle camere da letto "frocio" rimane l'insulto preferito, un delitto per cui essere puniti, magari anche messi a morte. Ecco, credo che non serva aggiungere altro.
Morgan tutto vuole meno farci la morale. Ma da quello che scrive alcune domande sorgono. Il suo mondo assomiglia al nostro nelle sue parti peggiori e questo è bene tenerlo ben a mente.

Due note di stile
Questi libri sono scritti bene. Sono scritti talmente bene che un paio di cose vale la pena di sottolinearle. Sono tre volumi. Il primo appena sotto le 500 pagine, l'ultimo di 800. Sono tante pagine. Altri autori avrebbero fatto per questa storia 20 volumi da 500 pagine. Morgan non allunga il brodo. Non si dilunga. E non ha paura che il lettore si perda. Quando finisce un capitolo e ne inizia un altro il lettore non sa mai bene dove si troverà. Ci sono sempre delle cose che accadono tra un capitolo e l'altro e che semplicemente vengono saltate. Si racconta solo ciò che porta avanti la storia o porta un cambiamento nel personaggio. Il resto via. Morgan tratta in ogni modo il suo lettore come un adulto attento. Non edulcora niente, non lo prende per mano, non offre spiegoni, salta il superfluo. E la cosa funziona. Benissimo.
Se avesse scritto lui Il trono di spade ce la saremmo cavata in tre libri.

I primi due libri hanno ciascuno un "momento di verità" fortissimo. Il "momento di verità" è qualcosa che in realtà trovo tanto nella teoria e meno nella pratica. È quel momento al centro della storia in cui si acquisiscono dei punti fermi sulla vicenda, in cui il protagonista raggiunge, appunto, la verità. Nei primi due libri coincidono a due epifanie, sia per il lettore che per il protagonista. Si arriva lì e la storia non è più la stessa. Da un punto di vista meramente stilistico è davvero qualcosa che colpisce e che dovrebbe essere citato in molti manuali di scrittura. Per i lettori. Beh, nel primo libro arriva un pugno allo stomaco molto forte, immagino che da lì in poi le carte siano in tavola, se si vuole proseguire con la lettura, che dire, Morgan ci aveva avvisato...

Come concludere?
Questi libri mi sono piaciuti. Oddio, piaciuti è forse una parola sbagliata, dato che lasciano un senso di serpeggiante malessere di cui è difficile liberarsi. Sono un'esperienza di lettura. Molto forti e per nulla gratuiti. Prima di prenderli in mano bisogna essere consapevoli di cosa si va a leggere. Però stanno al fantasy di consumo come Shining di Kubrick sta alla massa dei film horror. 


Se invece vi va di leggere qualcosa di mio (niente sesso, poca violenza, meno qualità di scrittura), c'è il nuovo capitolo de L'assedio degli angeli.

domenica 24 aprile 2022

Le cose crollano - l'alba della letteratura africana moderna


 Non finirò mai di ringraziare il gruppo di lettura che quasi ogni mese mi butta fuori dalla mia confort zone e mi porta a leggere libri che non solo io da sola non avrei mai scelto, ma di cui a volte ignoravo persino l'esistenza. A volte mi schianto contro queste letture come una canoa sugli scogli, a volte mi si aprono dei mondi. Questo è un libro del secondo gruppo.

Chinua Achebe
Le cose crollano 

Appare nel 1958 questo romanzo che, pur essendo scritto in lingua inglese, racconta per la prima volta al pubblico occidentale cosa sia stato per un villaggio del corso del Niger l'incontro con la cultura europea.
Chinua Achebe scriveva, io credo, principalmente per la propria gente, per raccontare un mondo ancora vivo nella memoria dei più anziani, ma destinato a sparire per sempre, sostituito non solo dalla modernità, ma, sopratutto, da una narrazione eurocentrica. Quel tipo di narrazione che dice in primis agli africani stessi, che gli europei hanno portato la civiltà e la scienza facendoli uscire da uno stato di natura primitivo in cui vivevano come animali.

Achebe ci porta quindi in un villaggio igbo dove facciamo la conoscenza con Okonkwo, un personaggio sfaccettato e tutt'altro che primitivo. Figlio di un uomo debole e povero, Okonkwo vuole infatti diventare uno stimato capo villaggio, essere un emblema di successo e virilità. È ossessionato dall'idea di mostrarsi debole ed è quindi inflessibile con tutti, anche con se stesso. È violento con le mogli, ma allo stesso tempo ama teneramente la figlia più cagionevole, è incline a scoppi d'ira, ma si sottomette senza proteste alle leggi del clan. Seguendo l'ascesa di Okonkwo entriamo nel suo mondo. Si tratta di una società tribale perfettamente funzionante. Il mondo degli uomini e quello delle donne hanno sfere d'influenza diverse. Coltivazioni maschili e coltivazioni femminili, culti e leggi differenziate. Una società che non si può definire "primitiva", ma è stratificata e complessa. Ha durezze difficilmente comprensibili per noi, i gemelli che vengono abbandonati nella foresta, le dispute tra clan risolte con il sacrificio di un ragazzo. D'altro canto una donna maltrattata può ricorrere contro il marito o anche ripudiarlo. Il tocco del grande scrittore fa sì che tutta questa parte non sia per nulla noiosa. Il romanzo conta meno di duecento pagine, e l'autore riesce a prendere il lettore per mano e fargli percepire come assolutamente naturale il mondo di Okonkwo. I numerosi termini in lingua igbo sono ben contestualizzati e quasi non è necessario utilizzare il glossario finale.

A causa di un omicidio involontario Okonkwo rimane in esilio sette anni. Al proprio ritorno scopre che i missionari bianchi sono giunti nel suo villaggio. E le cose crollano.
I missionari, esattamente come gli abitanti del villaggio, sono sempre descritti come individui. C'è chi cerca di capire la cultura locale, chi si pone come autorità superiore, chi impone leggi che neppure vengono spiegate. Non è uno scontro violento, non è un'invasione. E tuttavia le cose crollano ugualmente. Tutta la società tradizionale si basava sul sacro, erano gli dei e gli oracoli ad amministrare la giustizia e a regolare i conflitti. Se la sfera del sacro viene messa in discussione anche la violenza non è più arginata. Crollano i tabù. Persino il serpente sacro può essere ucciso. Achebe è molto attento a non distribuire merito o colpe. I gemelli vengono salvati, i fuori casta vengono accolti nella chiesa, ma tutta la società tradizionale non può che soccombere, e Okonkwo con essa.

La lettura di questo romanzo mi ha profondamente affascinato e ne è evidente l'importanza storica. È stata la prima volta che nel panorama letterario in lingua inglese un africano raccontava la propria gente dal proprio punto di vista. I personaggi de Le cose crollano non sono eroi, non sono vittime e non sono selvaggi. Sono semplicemente persone, esponenti di una cultura altra che finirà schiacciata dal colonialismo. Il tutto è raccontato con una prosa estremamente scorrevole e moderna. Tutti noi del gruppo di lettura abbiamo approcciato il libro con un certo timore. L'età del testo e la distanza culturale ci faceva temere in classico "mattonazzo" e invece ce lo siamo bevuti tutti d'un fiato. Achebe è un grande scrittore, di quelli in grado di rendere accessibile qualsiasi narrazione. A tutto si aggiunge l'urgenza comunicativa. Abbiamo discusso sull'intento dell'autore. Probabilmente ne aveva più di uno. Achebe scrive negli anni '50 di eventi di sessant'anni prima, di un mondo già scomparso di cui stavano sparendo gli ultimi testimoni. C'è, per certi versi, la stessa urgenza delle testimonianze della seconda guerra mondiale, la consapevolezza che quello era l'ultimo momento utile per raccontare qualcosa di cui si rischiava di perdere la memoria per sempre. È un libro necessario. Lo era quando è stato scritto, ma lo è ancora.

Voi lo avete letto?
Che rapporto avete con la letteratura africana?


Se invece volete leggere qualcosa di decisamente più disimpegnato, ecco il nuovo capitolo de L'assedio degli Angeli

venerdì 18 marzo 2022

Libri di donne per il mese delle donne

 




Non è una scelta consapevole, ma negli ultimi tempi sto leggendo (o ascoltando) molti più libri scritti da donne, molto diversi tra loro. Ma marzo è il momento migliore per presentare tre tra le mie ultime letture.

Karoline Kan
Sotto cieli rossi

Questo è sicuramente uno dei libri più interessanti e attuali che mi sia capitano in mano ultimamente. Si tratta dell'autobiografia di una ragazza  cinese del 1989. Nata in un piccolo villaggio è una "bambina illegale", una seconda figlia nata in piena politica del figlio unico. Anche se la sua nascita viene presto legalizzata, cresce con la consapevolezza che la propria nazione. Questo probabilmente incide nel suo essere sempre più scettica verso ciò che il regime le impone e attratta dall'occidente in un modo non sempre critico. Del resto la sua è una storia, un punto di vista, senza pretese di universalità. Nonostante i difetti è un libro che racconta benissimo la Cina d'oggi che in trent'anni è passata dalla realtà agricola tradizionale (i racconti dei primi anni '90 sembrano quelli di mio nonno) alle megalopoli. Ovviamente lo sguardo è quello di una ragazza, che come tale deve, più di ogni altra cosa compiacere la propria famiglia. Quindi farsi onore negli studi va bene, salvo poi sposarsi quando lo dicono mamma e papà. L'autrice e protagonista è divisa tra oriente e occidente, tra tradizioni che le appartengono, anche quando le trova antiquate e ingiuste e un occidente sognato e idealizzato. 


Simone de Beauvoir
Memorie di una ragazza perbene
Altra autobiografia, ma di altra epoca e altro spessore intellettuale. Questo, meglio dirlo subito, non è un libro facile. Non solo l'autrice, Simone de Beauvoir, famosa (chissà poi perché) per essere stata la compagna di Sartre (ma non fatevi ingannare, questa frase non la descrive), non è una persona facile, ma è una filosofa, che riflette sulla propria vita con gli occhi della filosofia. Per affrontare la lettura bisogna quindi prepararsi a pagine dense, fitte fitte di parole. Uno di quei libri su cui stai due ore e scopri che hai letto venti righe. Però che venti righe. Innanzi tutto è un bellissimo racconto d'epoca, il viaggio in una Francia che non c'è. E poi c'è la storia di Simone, analizzata da Simone stessa, una che non si crea un monumento addosso, ma che si esamina, si interroga, si sforza di capire i propri comportamenti. Lei era una figlia dell'alta borghesia parigina, impoveritasi con la prima guerra mondiale. Quella che per il padre è una disgrazia, per lei è la strada per la libertà. Perché il padre non può garantirle un buon matrimonio, quindi Simone deve studiare per prepararsi a una vita di lavoro. Simone nei libri trova se stessa, mette in discussione via via tutte le idee con cui era cresciuta, scopre un femminismo di cui prima persino ignorava l'esistenza. La sua migliore amica, al contrario, è apparentemente una privilegiata. È rimasta ricca e quindi destinata al matrimonio. Per lei lo studio è un capriccio che la famiglia sopporta mal volentieri. Specchiarsi continuamente negli occhi di un'amica che, sempre considerata un modello, diventa via via una prigioniera e poi una vittima, diventa per Simone un necessario e doloroso viaggio nella consapevolezza.


Bernardine Evaristo
Ragazza, donna, altro
Con questo libro siamo invece nel campo della pura narrazione. Dodici vite di donna si intersecano a Londra.
Sono mamme, figlie, immigrate, donne d'affari, attiviste LGBT+, artiste. Sono tutte donne e tutte di colore. Dodici storie dolorose e dolci, figure a cui ci affeziona facilmente, anche quando sono molto diverse da noi e fanno scelte molto lontane dalle nostre. Nella loro diversità tutte queste figure sono raccontate con affetto e rispetto. Rispetto per le difficoltà, sempre presenti, anche quando sembra di avere davanti delle figure di successo. Perché per una donna, per di più nera, ci sarà sempre qualche difficoltà in più, qualche storia che non va di raccontare, qualche silenzio che non va di spiegare. Nonostante i molti temi dolorosi affrontati, la narrazione non rinuncia all'ironia (memorabile la descrizione delle discussioni nella casa occupata), al sorriso benevolo e a un pizzico d'ottimismo. Perché la vita è dolorosa e spesso non perdona, ma a volta porta doni inaspettati, serenità difficilmente raggiunte e sorrisi che valgono molte lacrime. Un libro da leggere e rileggere, non solo a marzo.

Li conoscete, li avete letti? Quali libri di autrici consigliate? Quali sono i vostri preferiti?

Se invece volete leggere qualcosa di mio. Beh, non perdetevi L'autunno dei cinghiali assassini



sabato 29 gennaio 2022

Facciamolo strano (in narrativa)


 
Ci sono libri che si leggono per la trama appassionate e libri che si leggono per la costruzione ingegnosa, per non dire eccentrica.

Per questo post cercherò di fare un po' mente locale per raccontarvi dei libri dall'architettura narrativa più strana in cui mi sia imbattuta ultimamente.
Attenzione, escludo a prescindere i grandi classici della sperimentazione di inizio novecento e in generale tutto ciò che si può già trovare comodo comodo in un manuale di letteratura.
E sopratutto voglio pormi una domanda: fino a che punto è lecito sperimentare, o, meglio, fino a che punto la stranezza dell'architettura narrativa è effettivamente funzionale allo scopo che l'autore si prefigge?
Pronti? Via!

S. LA NAVE DI TESEO - J.J. Abrams, Doug Dorst

Difficile presentarlo se non come un libro-game per adulti. C'è un romanzo con un mistero e le note a margine di chi lo sta leggendo, più tutta una serie di allegati che aiutano a risolvere gli enigmi. L'oggetto in sé è meraviglioso e dà lustro a qualsiasi libreria.
Funziona?
Non lo so. Nel senso che io ho avuto proprio problemi tecnici. Alcune scritte sono minuscole, sono storte e il libri e gli allegati sono scomodi da maneggiare. La trama è talmente frammentata (ogni colore è una linea temporale, oltre a quella del romanzo "originale") che non mi catturato al punto da giustificare la fatica che richiedeva. Ho finito per disinnamorarmene e metterlo in libreria "dove sta tanto bene".

LE SETTE MORTI DI EVELYN HARDCASTLE - Stuard Turton

Anche questo romanzo ricorda la struttura del libro-game. C'è un tizio che rimane imprigionato in un "altrove" che ha la forma di una magione nobiliare inglese particolarmente triste. Sa che alla sera Evelyn Hardcastle sarà uccisa e lui deve scoprire chi è il colpevole. La giornata si ripete sempre uguale, è lui a cambiare, trovandosi ogni giorno in un corpo differente. Del suo passato non ricorda nulla, ma se troverà l'assassino uscirà dal loop e forse troverà se stesso, ma ha solo sette "vite" per riuscirci.
Una cartina permette al lettore di provare ad risolvere l'enigma prima (o al posto) del malcapitato protagonista.
Funziona?
A me ha divertito molto, nonostante una spiegazione finale sui creatori del loop temporale non troppo fantasiosa. L'ho trovato molto ludico, al punto che ne ho preso spunto per creare un'avventura interattiva per role-game (anche se ho scelto una giornata decisamente più solare da ripetere in loop). 
Siamo nell'ambito dell'intrattenimento puro, non c'è alcuna riflessione, neppure oziosa. Però mi ha intrattenuto con successo.

ANIMA - Wajdi Moyawad

Ho acquistato questo romanzo molto intrigata dalle premesse. Un giallo il cui punto di vista sia interamente affidato ad animali che osservano quanto accade agli esseri umani.
Funziona?
Per me è un secco no.
Non funziona perché gli animali non pensano da animali, non offrono un punto di vista non umano. L'impressione che mi ha dato è quella di un cineasta alle prime armi che voglia darsi un lustro e che quindi piazzi la telecamera in angolazioni improbabili, alcune riuscite, altre meno, ma tutte strane. Al di là dell'allungare moltissimo il brodo (si sa, i serpenti, i ragni, i coyote etc tendono ad allontanarsi all'arrivo degli esseri umani e quindi seguire i personaggi umani con la telecamera piazzata su di loro non è il massimo) non c'è valore aggiunto. È una storia di uomini, che uccidono per motivazioni umane. Questa idea degli animali è darsi un tocco di stranezza un lustro di filosofia a buon mercato. Oltre tutto l'espediente non è usato come meriterebbe. Un serpente striscia per la scena di un crimine? Il capitolo è pieno di termini tecnici forensi che ovviamente il serpente conosce e sopratutto il suo percepire il mondo è umano. Un serpente sente le temperature, le vibrazioni nel terreno, che meraviglioso virtuosismo narrativo potrebbe uscire con il serpente come punto di vista. Invece no, deve solo portarsi dietro la telecamera. Per me questo è un no senza appello, anche al di là del mio gusto. Un libro troppo pretenzioso per quello che realmente offre.

ACQUADOLCE - Akwaeke Emezi

Ada è una giovane nigeriana che ben presto si trova a vivere all'estero. Dentro di lei, però, abitano degli spiriti. O forse Ada ha problemi psichiatrici e una personalità scissa. Di certo sono questi spiriti/personalità a raccontare la storia che si dipana tra Africa e USA.
Funziona?
Decisamente sì.
Ok, forse per me, lettrice europea limitata l'impressione è stata che ci fosse troppa carne al fuoco. La storia di un giovane studentessa nigeriana negli USA da sola, con tutti i problemi di identità e integrazione l'avrei trovata interessante di per sé, senza gli spiriti. Ma d'altro canto io sono appassionata di antropologia culturale e tutto l'aspetto più spirituale mi interessava molto. Quindi mi sono trovata a voler approfondire entrambe le anime del romanzo, o forse a considerarle separatamente, quando invece avrei dovuto godermi l'insieme. Insomma non mi ha soddisfatto al 101%, ma è davvero un gran romanzo e l'io narrativo affidato agli spiriti che (forse) infestano la protagonista è ciò che lo fa funzionare.

HYPERION e LA CADUTA DI HYPERION - Dan Simmons
Cosa succede se si prende la struttura medioevale de I racconti di Canterbury, la si mescola con la vita e le poesie del poeta Keats e si frulla tutto con la fantascienza, le Intelligenze Artificiali e si condisce con una spruzzata di navi volanti? Si ottengono i romanzi Hyperion e La caduta di Hyperion. 
Gli ingredienti sono tali da far tremare i polsi anche al più folle autore di fantascienza e la domanda che sorge spontanea è: che cosa mai si sia bevuto e fumano Simmons per pensare di metterli insieme?
Funziona?
Hyperion e la Caduta di Hyperion sono del 1989/1990, sono quindi più di trent'anni che questi romanzi girano, tradotti e ristampati in tutto il mondo e questa direi che è già una risposta. Il risultato infatti è un romanzo ipnotico che bombarda di continue suggestioni, sempre diverse. Forse non tutto è chiarissimo, non tutte le sue parti funzionano allo stesso modo, ma è una narrazione che non lascia indifferenti. È uno di quei libri che si prende un pezzo dell'immaginario di chi legge e non lo lascia più. Ho terminato la lettura con la sensazione di esserne rimasta ipnotizzata e ho dovuto andarmi a leggere le poesie di Keats perché avevo la sensazione che non avrei potuto continuare a vivere senza. Probabilmente tra i libri citati in questo post è quello che funziona di più, che ha retto meglio alla prova del tempo (vedremo Acquadolce tra trent'anni com'è messo) e che maggiormente ha incontrato il mio gusto. C'è da dire che Simmons ha tentato anche esperimenti più strani (Ilium), ma non altrettanto riusciti.

L'ORDA DEL VENTO -Alain Damasio

Il premio per il romanzo dalla struttura più strana che io abbia mai letto lo vince, senza se e senza ma, questo romanzo del 2004. Lo si apre e si scopre che le pagine scorrono al contrario. Ops... Siamo in un mondo altro percorso da venti in tempesta e l'Orda ha proprio il compito di raggiungere il punto in cui il vento si origina. Quindi è un solo un normale fantasy? Non proprio. Ci vuole un po' per capire il meccanismo per cui le voci narranti si alternano, precedute da arcani simboli. Ma la cosa più sconcertante in assoluto è rendersi conto che la cosa più importante in questa narrazione è in realtà la punteggiatura!
Funziona?
Ebbene sì. Si arriva in fondo e si scopre che ognuna delle stranezze del romanzo aveva una sua ragione d'essere ed era assolutamente motivata dalla trama, a partire dalle pagine al contrario. 
Ne risulta necessariamente una lettura impegnativa. Questo, unito a una trama non proprio leggera, rende il libro oggettivamente pesantino. L'impressione finale è che al lettore venga richiesta una fatica ricambiata solo in parte, perché il libro non offre qualcosa che faccia sentire il lettore davvero arricchito, come accade per Acquadolce e Hyperion. Tuttavia in Francia è stato un enorme successo, per cui può darsi che il limite sia mio. Ah, dimenticavo. L'edizione francese è provvista di colonna sonora, con tanto di cd allegato e suppongo che questo regali un'ulteriore chiave di comprensione che al lettore italiano manca.

Avete letto qualcuno di questi romanzi? Come lo avete trovato? Ma, sopratutto, avete letto qualcosa di ancora più strano?

Se vi accontentate di una lettura, più tradizionale, ecco il mio nuovo capitolo de l'Assedio degli Angeli