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domenica 13 febbraio 2022

Paolo e Francesca (quelli di Dante) nella canzone italiana

 Torno alla blogsfera dopo quel periodo di tormenta scolastica che sono gli scrutini. Per quanto della scuola io mi lamenti diffusamente anche qui, per le condizioni folli della scuola pandemica, per la burocrazia malevola e degna delle peggiori maledizioni che la affligge e a volte anche per le situazioni surreali che mi trovo a gestire, insegnare mi piace molto. E mi piace anche per motivi poco ovvi. Non mi annoio mai e, con la scusa di preparare delle lezioni, a volte posso dedicarmi a esplorare argomenti che piacciono principalmente a me. A intervalli regolari i miei alunni si trovano a cerca dei riferimenti letterari nelle canzoni. L'idea pedagogica alla base è che la letteratura è sempre viva, parla a tutti e diventa patrimonio culturale comune. La verità è che per me è un'occasione per approfondire il mondo della canzone italiana e per scoprire qualcosa di nuovo. Lo avevo già fatto per Ulisse, adesso l'ho rifatto per Dante.

In realtà quello che ho proposto ai miei alunni è stato un gioco molto più circoscritto. Cercare delle canzoni che contenessero un esplicito riferimento al famosissimo passo dell'Inferno dedicato a Paolo e Francesca, capire la canzone e dire con quale personaggio dell'episodio il cantante si immedesima nella canzone.

Ecco i risultati.

Jovanotti
Serenata rap
Mi fa un po' impressione scoprire che questa canzone della mia giovinezza sia ormai un classico datato e che Jovanotti, anzi, Lorenzo Cherubini sia per i miei alunni "roba da vecchi che piace a mia nonna". In ogni caso eccoci qui, l'autore si appropria di Dante ma non dell'Inferno. Vuole essere un Paolo senza peccato. La sua Francesca la vuole sposare e condurre con lei un'eternità di paradiso in cui non c'è alcun fraintendimento, alcuna ombra, nessun Gianciotto.


Antonello Venditti
Ci vorrebbe un amico
Se la canzone di prima è vecchia, questa è antidiluviana, eppure ha riscosso più successo. Venditti è un Paolo deluso da Dante e dall'amor cortese. La sua Franscesca invece che andare all'inferno con lui è scappata con un altro e lui rischia seriamente di trasformarsi in Gianciotto. E non c'è nessun Virgilio all'orizzonte che lo tiri fuori dalla sua personale selva oscura.


Raf
Un tempo indefinito
Ha avuto il più basso indice di gradimento da parte dei miei alunni e, devo dire, anche da parte mia. Ci è sembrata un po' il soliloquio egocentrico di un tipo a cui della sua lei non importa nulla, rimane indefinita come il tempo del titolo, e nel suo delirio di onnipotenza paragona il suo sentimento a quello di Paolo.


 Clementino
Tributo a Dante – Amor ch'a nullo amato amar perdona
Miglior successo sulla classe e sulla prof ha avuto questo pezzo, parte di un spettacolo presentato dall'Istituto Italiano di Cultura a San Pietroburgo. Qui lo sguardo del cantante è più vicino a quello di Dante ed è l'unica delle canzoni ascoltate che ricorda la pessima fine della storia di Paolo e Francesca. L'unica in cui riverbera il dolore di chi ha visto nascere qualcosa di bello poi finito in tragedia


Claver Gold, Murubutu e Giuliano Palma

Inferno

Questa è fuggita all'attenta ricerca dei miei alunni. Abbiamo di nuovo il punto di vista di Paolo e c'è l'idea del peccato inevitabile e dell'Inferno come unico luogo sicuro dell'amore.


Alla fine è inevitabile concludere che non solo Dante parla a tutti e può ancora emozionare, ma è comunque lui il più moderno. È lui che la storia di Paolo e Francesca la fa narrare a Francesca. E ci regala così una splendida figura di donna, gentile e peccatrice insieme, disposta a pregare per Dante, ma non a pentirsi, che non è sedotta né seduttrice, ma che sceglie Paolo a dispetto di tutti, anche di Dio.

Se volete leggere qualcosa di decisamente meno alto, qui il nuovo capitolo de l'Assedio degli angeli

domenica 29 novembre 2020

All'origine della violenza contro le donne – una questione (anche) di linguaggio


 Alla fine di novembre partecipo spesso a iniziative per l'eliminazione della violenza contro le donne e spesso scrivo qualcosa in merito.
Quest'anno avevo deciso di non farlo. In parte perché mi sembra che alla fine si rigirino sempre gli stessi discorsi, in parte perché poi la giornata dedicata finisce per diventare una delle tante "giornate della" in cui si deve fare qualcosa (sopratutto a scuola o a livello istituzionale), bisogna far vedere che lo si è fatto e poi si va avanti come niente. Tuttavia tra la cronaca mi ha servito talmente tante polemiche, talmente tante cose da farmi venire l'ulcera, che alla fine vale la pena di ribadire qualche concetto.

giovedì 17 settembre 2020

Oida


 Permettetemi un altro post da prof.
Dopo tutto in questi giorni non riesco a essere molto più che una prof. Anzi, è già tanto se riesco a essere questo. Lunedì è stato il primo giorno di scuola e già mi è stato quasi fatali. Si, sa, noi donne siamo condannate a crampi mensili più o meno molesti, più o meno persistenti. Ecco, volete mica che i crampi mi lasciassero sola proprio in questo primo giorno di scuola di era Covid. Quindi sono venuti con me, più molesti e più persistenti. Io, le mascherine, il disinfettante, le cinque ore filate perché i colleghi ancora non ce li hanno dati e i crampi.
Il tutto con il bidello che doveva misurare la febbre, ma noi stavamo facendo attività all'aperto e all'aperto il termometro faceva il timido e non voleva collaborare. Allora siamo tornati dentro e abbiamo lasciato tutte le porte aperte come da manuale. Un uccellino ci ha seguito e poi non sapeva più uscire e continua a sbattere contro il vetro dell'unica finestre chiusa. Quindi ho abbandonato la classe, sono uscita, mi sono fatta vedere dall'altra parte del vetro, ho minacciato la bestiola, che finalmente ha trovato, almeno lei, la strada per la libertà.
Insomma, un primo giorno di scuola che già fa epopea.

domenica 10 novembre 2019

A Casale Monferrato a parlare di Ursula K. Le Guin – Parte seconda, chi era Ursula K. Le Guin?


CHI ERA URSULA K. LE GUIN


Il disegno che ho scelto credo rappresenti bene chi era per me Ursula K. Le Guin.
È stata una sorta di "nonna virtuale" che attraverso i suoi scritti, dall'alta parte del mare, mi ha accompagnato dall'infanzia fino all'età adulta, facendomi capire che tipo di donna avrei voluto diventare. Dopo tutto, tra lei e la nonna che ho conosciuto c'erano solo tre anni di differenza e davvero, anagraficamente avrei potuto essere sua nipote.

Ursula, però, non è mai stata una signora normale, come me la immaginavo io da bambina, una donna che dopo una formazione più o meno come quella di tutti gli altri ha deciso di mettersi a scrivere.
È stata sicuramente estremamente fortunata a poter vivere in un ambiente stimolante all'ennesima potenza, in contatto (e parliamo degli anni '20 e '30 del novecento) con la diversità culturale nel senso più ampio del termine. A lei il merito, però di aver condensato e trasmesso questa ricchezza in idee tanto forti da attraversare il tempo e lo spazio e plasmare la mente di una ragazzina di provincia come me, cresciuta tanto dopo, ma priva (come il 99% dell'umanità) di quello straordinario humus culturale in cui è cresciuta lei.

Come scrivevo nel post precedente, lei si è sempre firmata Ursula K. Le Guin. K sta per il suo cognome paterno, Kroeber, un nome che chiunque mastichi un po' di antropologia conosce (a me comunque ci sono voluti decenni per collegare i puntini).
Quindi ora un po' di antropologia di base. Semplificando all'inverosimile, non mi accoltellino gli antropologi culturali veri, l'antropologia si forma nei primi decenni del novecento con lo studio di popolazioni dalla cultura ancora molto differente da quella occidentale. Hanno estrema importanza gli studi  effettuati tra le popolazioni siberiane e quelli sulle popolazioni native americane. Alfred Kroeber il papà di Ursula studia i nativi americani.
Ora, per quanto ho capito io, Kroeber separa gli aspetti culturali da quelli biologici organici. Secondo lui una cultura non dipende dalla biologia delle persone che vivono quella cultura e i modelli culturali non possono riprendere quelli biologici. Il suo saggio principale è del 1917, un periodo, per intenderci, in cui si parlava tranquillamente di "popoli primitivi", "razze umane" e altre amenità simili, scindere nel 1917 l'aspetto biologico da quello culturale non è scontato e spazza via un bel po' delle idee che allora andavano per la maggiore.
La mamma di Ursula, invece, era una scrittrice, Theodora, (nell'America degli anni '10 del novecento) che voleva scrivere la storia dell'ultimo esponente di una popolazione nativa. Inevitabilmente incontra nel lavoro di documentazione incontra Alfred. Lei è già vedova con due figli, non ho capito come (credo che in famiglia avessero i super poteri), si specializza anche in psicologia e nel mentre sposa Alfred.
Non dimentichiamoci in questa storia di Ishi, l'ultimo esponente della propria popolazione, che, messo in contatto da Theodora con Alfred, inizia a lavorare con lui. Non ho trovato molte notizie su Ishi in una lingua a me comprensibile, ma dalla foto presente su wikipedia direi che lo troviamo in parecchi romanzi della Le Guin, sia come figura archetipa (qualcuno di totalmente isolato dalla propria cultura di appartenenza e che studia per interagire alla pari con un universo culturale che comunque non sarà mai suo e non lo accetterà mai del tutto), sia a livello di tratti somatici.

La famiglia Kroeber passa gli inverni in università e le estati in mezzo al nulla, in un ranch da cui passavano nativi americani, gente dalle più varie provenienze e idee e fisici del calibro di Robert Oppenheimer.
Il che mi spiega probabilmente due cose. I romanzi di fantascienza della Le Guin tengono conto della teoria della relatività meglio della maggior parte degli altri e si addentrano più di altri nella fisica e nella matematica delle teorie proposte per la tecnologia del futuro. Nonostante questo, lei diceva spesso nelle interviste che la fisica moderna la affascinava, ma la capiva solo fino a un certo punto. Suppongo sia vero, se il tuo metro di paragone è il direttore del progetto Manhattan.
In ogni caso, pur affascinata dalla fisica, Ursula decide di studiare letteratura, perché la stimola, le viene meglio e vuole scrivere "storie affascinanti e strane di quella che chiamano fantascienza". Immagino che nel suo contesto famigliare fosse un sogno molto meno eccentrico di altre cose.

Ursula studia quindi letteratura rinascimentale francese e italiana e conosce uno storico francese, Charles Le Guin, che sposa. Decide di dare priorità alla carriera del marito e "come ripiego" insegna francese all'università, e inizia a pubblicare regolarmente dopo la nascita del secondo dei suoi tre figli.
Questa è una cosa che mi ha sempre colpito.
Nelle sue storie ci sono persone che compiono le più svariate scelte di vita, dal lasciare tutto e andare su un altro pianeta come ambasciatore, tagliando i ponti con tutto ciò che hai conosciuto al vivere soli e liberi. Ci sono tuttavia un tot di personaggi femminili che hanno spiccati interesse intellettuali e/o professionali. Alcune di queste donne non desiderano la maternità, altre sì, e questo non è quasi mai in conflitto con la loro crescita professionale e intellettuale. Non sempre la cosa è indolore, ma è sempre un equilibrio possibile. Ora, considerando la storia personale sua e di sua madre mi viene da presupporre che lei non proponesse tanto un obiettivo da raggiungere, ma qualcosa che già sapeva possibile. Dopo tutto sua madre, vedova, con due figli, diventa una psicologa di una certa fama. Lei si intestardisce con la scrittura quando ha già dei figli.
È ovvio che tutto ciò non sarebbe stato possibile se non venisse da un'ambiente agiato, ma parliamo comunque della fine degli anni '50 / inizi anni '60, quando le moglie non erano esattamente incoraggiate ad avere una propria carriera.
Infine, non so perché e non ho mai trovato una sua dichiarazione a riguardo, lei si firmerà sempre Ursula K. Le Guin, dando quindi precedenza al cognome del marito. Cosa curiosa per una scrittrice femminista. Non so se comunque il cognome Kroeber rimaneva piuttosto impegnativo e Le Guin suonava a tutti gli effetti molto bene. Considerando il caratterino della signora in questione (ci terrà a far sapere a tutti che una volta l'hanno costretta a firmarsi solo U.K. Le Guin per non far capire che era una lei, ci è rimasta malissimo e se l'è legato al dito per i successivi sessanta anni circa), credo però che l'essersi legata a Charles fosse una cosa che faceva parte della sua identità personale.

A questo punto dire "si interessa di filosofie orientali" fa molto New Age e non mi pare sia il caso. Meglio dire che studia a fondo il taoismo, le teorie anarchiche pacifiche (pur non riconoscendosi mai in tali idee e continua a interessarsi delle discipline in cui è cresciuta immersa, psicologia e antropologia.
Tutto ciò fluisce senza soluzione di continuità in tutti i suoi scritti, che siano storie "per bambini" o riflessioni sulla società.
Un occhio attento, conoscendo tutto ciò che l'ha influenzata, ne segue le tracce nei suoi scritti e che tuttavia, a ben vendere, sono riflessioni in forma narrativa di chi ha visto come testimone l'incontro di civiltà diverse con la consapevolezza che qualsiasi pretesa di superiorità è illusoria fino ad apparire ridicola.

Non c'era probabilmente altra forma che il fantastico in senso lato e il fantascientifico e il fantasy in senso più stretto per imbrigliare le riflessioni sulla società e sui singoli di questa donna.

Dire che ha voluto elevare la letteratura di genere verso una letteratura più alta mi sembra ridicolo.
La sua speculazione ha forma letteraria. E dato che al mercato letterario piace incasellare romanzi e racconti in generi, lei si è trovata a scrivere Fantasy e Fantascienza. Con buona pace, per altro, di chi li considerava generi contrapposti e inconciliabili.

Di certo la sua formazione così particolare, il contesto in cui è cresciuta, le ha dato una consapevolezza diversa. Mi chiedo come osservasse le ragazze della sua generazione, magari le sue compagne di studi, perfettamente immerse nel proprio contesto culturale, lei che già sapeva che il contesto culturale è tutto sommato un accidente che ci è capitato, pieno di convenzioni ridicole. La immagino aggirarsi per gli anni '50 come certe protagoniste di suoi racconti, aliene in un mondo straniero, che si sforzano di comportarsi come si conviene perché offendere gratuitamente gli altri è sempre brutto, e intanto annotano, ragionano, si sforzano di capire sempre pregiudizi.
È questo sguardo sul mondo, quello di chi a quel mondo non appartiene mai del tutto e che tuttavia non ha l'arroganza di definirsi superiore, che più di qualsiasi altra cosa mi è rimasto addosso.

Come tutte le nonne, alla fine mi ha insegnato un modo di pensare.


lunedì 18 marzo 2019

Due cose che so (davvero) sui cambiamenti climatici


Dopo le manifestazioni di venerdì, dopo aver letto e ascoltato, prima incuriosita e poi sempre più basita alcune polemiche, sento di dover dire la mia.

In tempi non sospetti, siamo nel 2000, due volte alla settimana facevo una sorta di viaggio iniziatico. Entravo nella facoltà di Scienze Naturali dell'Università di Pisa, prendevo prima lo scalone insieme a decine se non centinaia di studenti, ma poi deviavo verso un corridoio secondario. Prendevo una scaletta stretta, attraversavo un corridoietto con sulle pareti teschi che prima erano di animali vari, poi di scimmie e poi decisamente umani, facevo un'altra scaletta e infine arrivavo al laboratorio di Ecologia Preistorica, insieme agli altri 5 coraggiosi studenti. Io e un giovane sardo eravamo gli unici a provenire da quello strano corso di multifacoltà che era Conservazione dei Beni Culturali, gli altri erano scienziati di Scienze Naturali e ogni tanto, ma abbastanza spesso, si univano strane figure straniere che prendevano un sacco di appunti.

Ecologia Preistorica, di cui credo ci fossero 5 cattedre sparse in tutto il mondo, è la disciplina che studia il cambiamento del clima e suoi effetti sugli ecosistemi nel tempo.
Le strane figure straniere erano climatologi che volevano creare modelli sul cambiamento climatico in atto partendo dagli unici dati possibili: i cambiamenti climatici del passato.

Alla luce di questo credo di sapere un paio di cosette interessanti, inquietanti e scienticamente corrette sul cambiamento climatico.

Riassumendo.

Cambiamento climatico per principianti

Il clima non è fisso è immutabile, le ere glaciali lo stanno a dimostrare, ha delle ciclicità che grossomodo durano 100000 anni e sono dovute, parrebbe, all'attività solare. Il riscaldamento globale in atto, però, non è causato dal sole. Non è causato da particolari attività vulcaniche, l'altro grande imputato, meteoriti non ne sono cadute. Resta sono l'uomo.

Un cambiamento climatico globale con effetti macroscopici sugli ecosistemi è dovuto a un cambiamento minimo delle temperature medie. 5 gradi in media di più o di meno sono più che sufficienti a determinare un'era glaciale o un riscaldamento globale.
Quindi quando si parla di un grado o due in più di media, no, non è poco.

La grossa differenza non la fanno gli inverni ma le estati. In particolare il ghiaccio che si accumula o si scioglie durante l'estate. Quindi "guarda che freddo ha fatto quest'inverno, riscaldamento globale un corno" non ha alcun senso. L'unica domanda utile è: i ghiacciai perenni sono più grossi o più piccoli?

Che cosa ci aspetta?

I modelli realizzati sui cambiamenti climatici del passato ci dicono alcune cose inquietanti:

Quando il clima si fa più freddo, il cambiamento è più graduale e senza fenomeni climatici estremi, invece verso il caldo il cambiamento è repentino, con effetti traumatici per gli ecosistemi.

Il ghiaccio si scioglie e il mare si alza. Prima piano piano e poi di botto. Nell'ultimo grande riscaldamento globale, la fine dell'era glaciale, a un certo punto il mare si è alzato di 100 metri in 100 anni. Questo vuol dire letteralmente veder sparire intere pianure. Il Mar Nero era una pianura abitata. A un certo punto il Mediterraneo è tracimato oltre i Dardanelli, allagandolo di botto. Questo evento traumatico probabilmente noi lo chiamiamo "Diluvio universale", nel senso che i miti sul diluvio universale, più o meno diffusi ovunque probabilmente raccontano proprio questo terribile innalzamento del livello marino.
Sempre intorno al 2000 alcuni scienziati per sensibilizzare l'opinione pubblica mandarono in onda un finto spot di una immobiliare che proponeva dei palazzi chiamati "Mare Domani" posti mi pare nell'entroterra romagnolo. La pubblicità diceva che erano un ottimo investimento, perché nel 2030 sarebbero stati proprio in riva al mare.
Non so voi, ma io una cosa del genere non ci tengo a viverla.
Vi ricordo che per un Noè che si è salvato c'è un sacco di gente che non ce l'ha fatta.
Voi come siete messi con la preparazione dell'arca?

Quando tanta acqua proveniente dallo scioglimento dei ghiacciai arriva in mare, è acqua fredda. E questo va a incasinare le correnti oceaniche. Tutti alle medie, spero, abbiamo studiato gli effetti benefici sul clima europeo della Corrente del Golfo. Vogliamo toglierli?
Ora, questo è già accaduto circa 10000 anni fa, ma i nostri antenati non ci hanno lasciato grandi documenti scritti per capire come abbia influito sulla loro vita (certo, sappiamo che gran parte degli animali di cui si nutrivano si sono estinti e loro hanno dovuto rassegnarsi a zappare la terra...).
Però sappiamo dalle indagini sui pollini che nel bel mezzo del riscaldamento globale, mentre il mare si alzava, fiorivano in centro Europa ogni tanto delle piante artiche. Vuol dire che globalmente faceva più caldo, ma che qui c'erano dei periodi davvero molto freddi. Presumibilmente ciò era dovuto all'incasinarsi delle correnti oceaniche.
Voi le serre ce le avete pronte?

Ma io questa cosa non la vedo! Ce ne preoccupiamo solo per gli orsi bianchi?

Non la vedete? Io sì. Nel senso che ascolto quello che dicono gli agricoltori della mia zona, il Piemonte. La risicultura è in crisi perché abbiamo dei periodi di siccità inaudita che mette a rischio l'allagamento delle risaie. L'industria del vino è in crisi perché le viti di nebbiolo (quello del Barolo) iniziano a risentire dei cambiamenti. Le vendemmie sono più scarse e la qualità del vino minore.
Sono piccoli segnali di un cambiamento in atto. Ricordo che all'inizio il cambiamento sembra minimo e poi si fa inarrestabile.
Pensate davvero all'impatto che ha il fatto che le colture tradizionali di una zona nel giro di pochi potrebbero non essere più adatte per quel posto...

E gli orsi bianchi... Gli orsi bianchi, poverini, sono un passo davanti a noi. Nel senso che ne sono già morti davvero tanti. Quelli che non sono morti sono nati già in un periodo di magra. Alcuni hanno reimparato a cacciare sulla terra ferma. Hanno incontrato le altre popolazioni di orsi, scoprendo di essere ancora interfertili e sta spuntando "l'orso grigino", una sorta di specie ibrida nata da questi incontri. Insomma, gli orsi, globalmente e come specie ce la faranno.
Ma io ho esordito con "ne sono già morti davvero tanti".
Anche l'umanità globalmente e come specie penso ce la possa fare. Ma con quante perdite?

Ma l'impatto di ciò che posso fare io è minimo!

Insomma. Nel senso, ci sono cose che se le fa una persona sola tanto vale, ma se le facciamo tutti le cose cambiano.

Le mucche (anche i maiali e tutti gli animali a basso tasso di riproduzione) inquinano e bevono tanto. Questo è un fatto. Ridurre se non eliminare il consumo di carne o di certe carni un impatto globale ce l'ha.
A me personalmente la bistecca piace e trovo che la carne abbia un valore anche culturale. Però preferisco consumarne decisamente meno, proveniente da allevamenti sensati e controllati, perché comunque l'arca non la so costruire.

Le auto inquinano. Gli aerei inquinano. Preferire mezzi di trasporto a minor impatto ambientale avrebbe un effetto sia locale (il Nord Italia è tra le aree con l'aria peggiore dell'Europa) che globale. Questo non vuol dire girare tutti in bicicletta, se non è possibile, ma preferire i motori meno inquinanti, cercare di far viaggiare meno auto quando possibile, preferire, quando possibile il treno all'aereo.

I rifiuti bene non fanno, la plastica in particolar modo, quindi ridurre la produzione di rifiuti ha un effetto benefico locale.

Queste tre cose le possono fare tutti e, se le fanno tutti, c'è davvero un effetto sia locale che globale. Basta, non basta? Di certo aiuta. Su una sfida che si gioca sul mezzo grado globale io direi che tutto ciò che si può fare va fatto.

Ma tanto i giovani sono stati manipolati, volevano solo saltare la scuola...

Può essere.
Abbiamo appena finito di lamentarci dei trapper che inneggiano alla droga e dobbiamo iniziare a lamentarci di chi inneggia a inquinare meno?

Questi giovani attivisti smuoveranno degli interessi? Certo, come i giovani cantanti, i giovani attori, i giovani olimpionici, insomma, tutti coloro che si trovano alla ribalta molto giovani.
Quindi, o mettiamo il limite dei 18 anni per qualsiasi cosa, sport e cinema inclusi, o accettiamo il fatto che a 15, 16 anni (età a cui non troppo tempo fa ci si sposava e si andava in guerra) uno possa dire la sua. Ovviamente si muoveranno anche degli interessi. Ma tra un giovane trapper che inneggia alla droga e un giovane attivista che promuove uno stile di vita più compatibile con la nostra sopravvivenza io non ho dubbi su chi scegliere.

Ho seguito molto poco il fenomeno Greta perché dall'alto della mia spocchia non ritenevo di aver bisogno di essere sensibilizzata ulteriormente. Farei comunque notare che la ragazza ha 16 anni e non 6 e che ci sono in attività e ci sono stati fior fior di scienziati con sindromi dello spettro autistico.
È triste che ci sia bisogno di un simbolo, eccolo tutto.


In ogni caso l'unica domanda utile è:
cosa stiamo facendo in merito a riscaldamento globale? A che punto siete con la costruzione dell'arca?

lunedì 25 febbraio 2019

Non esaustiva storia della donna guerriera in letteratura

Fin dall'inizio del mio rapporto con la lettura o, meglio, del mio rapporto con la narrazione, ho subito il fascino delle donne guerriere. Bimba avventurosa, inevitabilmente mi riconoscevo con chi sceglieva la spada, piuttosto che con chi sveniva per amore. 
Non sono certo l'unica, dal momento che la donna guerriera è presente nelle narrazioni fin dall'alba della letteratura, anzi, è un classico che riscuote successo da millenni e  mi è venuto il desiderio di osservarne l'evoluzione (o la non evoluzione) nel tempo.
Si parte

Atalanta
L'antica Grecia, terra di rara misoginia, ci ha regalato dei personaggi femminili di intramontabile fascino.
Non mancano, ovviamente, le donne guerriere, prime tra tutte le Amazzoni. Le amazzoni formano, però, una sorta di "contro società" da cui gli uomini sono esclusi e le donne tutte addestrate alla guerra. Le amazzoni, quindi, sono "la norma a casa propria".
Atalanta, invece è la capostipite di tutte le donne guerriere. Abbandonata dal padre che voleva un maschietto, è stata salvata da Artemide, che ne ha fatto una guerriera.
Atalanta partecipa alla spedizione degli argonauti e si distingue in praticamente qualsiasi impresa si cimenti. Al contrario delle eroine che verranno dopo, non si nega qualche avventuretta qua e là, ricavandone, pare, anche un figlioletto. 
Alla fine, il padre non può che riaccoglierla in famiglia, ma questo punto alla donna tocca maritarsi. Se l'amore in sé non è stata la sua rovina, il matrimonio lo è, ma non nel senso che potremmo pensare. Lo sposo è infatti profondamente innamorato di lei e viene ricambiato con una passione travolgente. Così travolgente che i due si concedono all'amore nel tempio di Cibele, dea vendicativa che li trasforma in leoni (maschi, perché pare che al tempo i greci considerassero leoni e leonesse due specie differenti).
È lei la capostipite di una schiera di donne guerriere, quasi tutte imbattibili solo fino a che non riscoprono la propria femminilità e l'amore, che le porta alla rovina, anche se in realtà la bella Atalanta non ha mai negato la propria femminilità. Si è solo fatta trascinare dalla passione e per questo gli antichi dei greci non hanno pietà.

Camilla
Come Atalanta era protetta da Artemide, la Camilla dell'Eneide, altrettanto abbandonata, è protetta da Diana. Vive con altre donne nei boschi, vestita di pelli di animali. Turno, nel cercare alleati contro Enea, le arruola tra le sue fila, ma evidentemente dimentica di fornire loro equipaggiamento. Camilla, infatti, si distrae ad ammirare la stoffa degli abiti di un nemico ucciso e questo le è fatale. Colpita da una freccia, muore tra le braccia della più fedele delle sue donne. 
Non è l'amore, quindi, a rovinare a Camilla, quanto la curiosità per qualcosa a cui, lei, abituata alle pelli di animali, non era adusa. Con qualche rotolo di stoffa in dono, insomma, Turno avrebbe salvato l'alleata e magari vinto la guerra...

Bradamante
Storia diversa è quella della Bradamante dell'Orlando Furioso di Ariosto, personaggio presente, in realtà, anche nell'Orlando Innamorato. Innanzi tutto non sono noti particolari drammi famigliari. Pare abbia una madre che la aspetta a casa ed è un membro riconosciuto della famiglia. Nessun particolare dramma neppure nella carriera come paladina di Carlo Magno, ruolo che ricopre con riconosciuto successo. Neppure l'amore è l'anticamera di un destino funesto, dal momento che da suo figlio si originerà la casa d'Este. Insomma, in mezzo a tante storie tragiche, Bradamante è la dimostrazione che essere donna e guerriera si può.

Clorinda
Tasso è più tragico di Ariosto in tutto, figuriamoci se non lo è con la propria donna guerriera!
Clorinda, la vergine combattente de la Gerusalemme Liberata, ha una storia famigliare quanto meno travagliata. Figlia dei sovrani d'Etiopia è però bionda e di pelle chiara. La madre (chissà perché) si convince che il marito non l'avrebbe presa bene e la sostituisce con un più appropriato neonato di colore. La affida al servo eunuco che si dimentica di fare l'unica cosa che la regina gli aveva chiesto, cioè battezzare la bambina. Seguono una serie di presagi funesti e problemi d'identità. Mi devo essere persa qualche passaggio, ma alla fine la figlia di sovrani cristiani, cresciuta da un ex schiavo eunuco, si trova ad essere una combattente nell'esercito mussulmano che protegge Gerusalemme dai cristiani. Qui Clorinda subisce il tipico mobbing che colpisce le donne in carriera e, a parità di abilità, non ottiene il posto che sente di meritare e tenta un'azione notturna in solitaria. Tancredi, guerriero cristiano innamorato di lei, non la riconosce e la ferisce a morte. Prima della dipartita, tuttavia, Clorinda riesce a farsi battezzare. La storia di Clorinda è tragica dall'inizio alla fine e non c'è mai stata per lei alcuna speranza di lieto fine.

Capitan Tempesta
Saltiamo al 1905 per trovare, dalla penna di E. Salgari, Eleonora, duchessa d'Eboli, erede letteraria diretta di Bradamante. Siamo nel XVI secolo, Eleonora è stata addestrata al combattimento dal padre, che non ci trovava nulla di male. Quando il suo fidanzato viene fatto prigioniero dei turchi a Cipro lei si travesta da uomo per andarlo a salvare.
Storia anomala per la trama quanto per la protagonista, la vicenda inizia praticamente dove le altre finiscono. Nel giro di pochi capitoli Eleonora, considerata da tutti un uomo di estremo valore, viene ferita e la sua identità rivelata a un certo numero di personaggi. Questi per la maggior parte non fanno una piega e, preso atto che sono rimasti in pochissimi europei in una Cipro ormai in mano turca, che in qualche modo devono portare a casa la pelle e che Eleonora sembra avere le idee migliori sul come, ne accettano la leadership senza battere ciglio.  Si salveranno quasi tutti, meno il famoso fidanzato. C'è da dire, però, che Eleonora ha fatto innamorare di sé un principe siriano che ci mette poco a decidere di lasciare tutto, titolo e religione compresa, per andare a vivere da lei.
Il romanzo ha anche un seguito, Il leone di Damasco (che non ho letto e risulta introvabile), in cui apprendiamo che Eleonora e il suo bello hanno messo su famiglia, ma non appeso la spada al chiodo e, in caso di necessità, lei è sempre in grado di tornare a combattere per salvare la pelle ai suoi cari. Un caso più unico che raro in cui vocazione guerriera e famiglia riescono a conciliarsi.

Non mi sono noti esempi italiani più recenti di donne guerriere, anche se l'archetipo continua a vivere nel nostro immaginario. Tutte le persone della mia generazione conoscono ovviamente Lady Oscar, che risulta parente di Clorinda, una figura tragica destinata a morire nel momento stesso in cui accetta la propria femminilità. 
Una piccola curiosità. Da tempo sospettavo che la figura di Lady Oscar non fosse poi così folle a livello storico. Questo perché sapevo che il governo rivoluzionario francese si era premurato di vietare la carriera militare alle donne, regola che doveva pur essere stata promulgata sulla base di un qualche precedente. Scrivendo questo post ho scoperta che negli stessi anni (appena dopo in realtà) nell'esercito russo una donna è diventata ufficiale di cavalleria. Pluridecorata, ne è uscita vivissima e ha scritto anche un libro di memorie.

Rimanendo in ambito prettamente letterario, ho scelto queste cinque figure in quanto figlie della letteratura italiana, ad eccezione di Atalanta, che è comunque la capostipite di tutte le altre. 
Mi ha colpito il fatto che 3 su 5 muoiono tragicamente, anche se nessuna è effettivamente tradita dal fatto di essere donna. Virgilio prova a dirci che Camilla è distratta dal gusto femminile per le belle stoffe, ma mi sembra un po' un arrampicarsi sugli specchi. Atalanta viene punita per la propria lussuria insieme al marito e il suo passato guerriero ha poco a che fare con questo destino, mentre Clorinda è vittima di un tragico equivoco. Tutte e tre le decedute, però, hanno avuto infanzie tragiche, come a dire che la donna guerriera se la può cavare benissimo, purché cresciuta in un ambiente non disfunzionale (come tutti, insomma)!

L'archetipo della donna guerriera rimane vivissimo nella narrativa fantasy, che ce ne regala di splendide, dalla Eowyn de Il signore degli anelli fino alla Brienne di Tarth de Il trono di spade. Non ho fatto una ricerca approfondita in merito, ma mi sembra che la sopravvivenza media delle donne guerriere nel fantasy moderno sia superiore a quelle della letteratura del passato.

Mi manca invece, un racconto sulle donne guerriere di oggi. Mi viene segnalato un film documentario sulle combattenti curde e poco altro, quando forse, invece, ci sarebbe parecchio da dire su una carriera, quella militare, oggi possibile, ma di certo non facile per le donne.

Voi cosa ne pensate di questi personaggi?


mercoledì 14 marzo 2018

Viaggio nei viaggi di Ulisse nella canzone

Ogni tanto capita di fare una lezione più per propria curiosità che per ragionato intento didattico. Oltre tutto non è neppure detto che poi esca male. E così io e la mia valente prof di sostegno (nel senso che spesso e volentieri quella che ha bisogno di sostengo sono io e non la classe) ci siamo inoltrate nell'Ulisse della canzone (non solo) italiana.
Che ci fossero parecchie canzoni ispirate alla figura di Ulisse lo sapevo, quante non lo sospettavo. Alcune le conoscevo, ma non le avevo mai ascoltate, altre sono state del tutto una sorpresa.
Voglio condividere qui qualche tappa e qualche considerazione

Ulisse – Enrico Ruggeri
Bella canzone, ma che mi racconto un Ulisse particolarmente antipatico. Insomma, Penelope, è vero che ti ho tradito e ti lascio a casa ad aspettare, ma cosa ci vuoi fare, sono nato marinaio, se non puoi capirmi non è colpa mia, è una mancanza tua.
Premio pazienza a Penelope. Se ero al posto di questa santa donna, Ulisse finiva soffocato con la famosa tela.

Odysseus – Francesco Guccini
Che io ami Guccini l'ho scritto anche nel post scorso, quindi questa è tra le canzoni che conoscevo. E niente, questo Ulisse vecchio, nato contadino, che ha scoperto il mare e l'avventura e, ormai vecchio, non riesce più a rimettere in fila i ricordi mi commuove sempre. Anche se immagino che anche questa Penelope sia parecchio esaurita.

Itaca – Francesco Camattini
Autore e canzone mi erano del tutto sconosciuti. Mi sono innamorata all'istante di questa canzone, adattamento, scopro di una poesia di Kavafis. Valore aggiunto alle mie orecchie, la presenza del violoncello, il mio strumento preferito in assoluto.
"La gloria di non essere eroe", chissà che non sia più facile non essere eroe che esserlo davvero. Che bello pensare a un Ulisse alternativo che volge lo sguardo a Itaca, brutta e povera e scopre la difficoltà di non essere eroe.

Itaca – Lucio Dalla
Classico sempre piacevole da riascoltare. Qui ad avere la parola sono i rematori della nave di Ulisse. Ho un rapporto ambivalente con l'ultima strofa. Da una parte riconosco in questo finale il sentire di tanti lavoratori che si lamentano, si lamentano, ma sotto sotto sono soddisfatti della barca per cui stanno remando e del viaggio che stanno compiendo. Dall'altra credo davvero che il marinaio voglia solo tornare a casa, dopo una guerra che non ha scelto e viva come una maledizione la fame di avventure e di conoscenze dell'Ulisse di turno.

 Penelope – Joan Manuel Serrat
Contributo, questo, della collega di sostegno/spagnolo.
Purtroppo il mio spagnolo non mi permette di apprezzarla al meglio. Mi è stato spiegato che racconta la solitudine di Penelope che, è inevitabile, neppure il ritorno di Ulisse ormai può colmare.

Mi sono imbattuta poi in Caparezza, che non ha nessuna intenzione di fare come Ulisse e cederebbe volentieri alle sirene, nel concept album della PFM, da cui forse mi aspettavo un guizzo in più, ma che mi riservo di ascoltare con più calma. Ho vagato nel web alla ricerca di una canzone di Tiziano Ferro che mi era stata segnalata, ma non ho trovato, imbattendomi invece in un'esperimento rap che, però, di Ulisse mi pare porti solo il nome.
Nella necessità di tornare alla mia Itaca ho tralasciato chissà quali altre canzoni, ma mi sono concessa una pausa con la vecchissima parodia del Quartetto Cetra, che mi ha ancora strappato un sorriso

Non mi resta, a questo punto, che chiedere a voi cosa ne pensate di questo viaggio musical/letterario

sabato 9 dicembre 2017

La mia esperienza di prof "capovolta"


Quest'anno ho deciso di modificare, almeno in parte il mio metodo di insegnamento e di sperimentare in modo un po' più scientifico per storia e un po' più a macchia di leopardo per italiano e geografia la metodologia della "classe capovolta".
Essendo all'inizio di un nuovo ciclo (quest'anno ho due prime medie) devo dire che l'esigenze era principalmente mia. In particolare volevo:

– programmare meglio le attività, in modo da arrivare in classe con uno schema pre impostato da seguire, prevedendo la possibilità di arrivare a scuola dopo notti in bianco senza sapere neppure se ho indosso abiti oppure ancora il pigiama.

– snellire le parti di lezione frontale, che spesso sono noiose sia per me che per i ragazzi

– avere delle griglie di valutazione il più possibile oggettive per evitare contestazioni nei voti, ma anche per snellire la parte di correzione

Devo dire di aver scelto la classe capovolta invece di altre metodologie perché ho avuto la possibilità, più casuale che cercata, di seguire un percorso di formazione e, effettivamente, dopo il primo impatto un po' straniante, l'impostazione mi è piaciuta.

Un po' di teoria

Nel mondo dell'insegnamento in questi anni, in realtà c'è parecchio fermento e si stanno provando diverse nuove metodologie. Il rischio è di saperne poco di tutte e di finire a confondere un po' tutto. Nel corpo docenti, la "classe capovolta" è conosciuta come "quella dei video", il che è vero solo in parte o, comunque, non è l'uso dei video l'essenza della classe capovolta.

L'idea base è quella di spostare a casa l'apprendimento teorico e di dedicare se non tutto, almeno in larga parte il tempo scuola ad attività pratiche/di approfondimento. Queste attività vengono sempre valutate secondo delle griglie di correzione che vengono a priori condivise con i ragazzi. La valutazione di queste attività punta molto sul processo di apprendimento e meno sulle conoscenze (si prendono punti non solo se si sanno le cose, ma anche se si è ragionato bene sul come impararle). A fine di unità di apprendimento c'è comunque la classica verifica sommativa/interrogazione per valutare le conoscenze apprese.
Non è necessario, in linea teorica, un supporto informatico o la presenza di video lezioni, ma a livello pratico è più comodo creare un sito/blog su cui i ragazzi possano trovare di volta in volta le informazioni e i video sono effettivamente più comodi. Permettono, infatti, di essere creati o scelti ad hoc e, sopratutto, possono essere guardati dai ragazzi più volte, anche dal cellulare, in momenti in cui non potrebbero studiare. In particolare i video aiutano quella fascia di ragazzi che per vari motivi hanno difficoltà nello studio, ma sono motivati a migliorare, perché permettono più visioni o di rivedere solo la parte più difficile da memorizzare/capire.



Un po' di miti da sfatare

La classe capovolta viene usata anche nella metodologia "senza zaino", ma di base non lo è. I libri di testo si usano eccome, sia per studiare a casa le parti teoriche, sia per le esercitazioni in classe.

La classe capovolta non è una metodologia a "zero compiti a casa", al contrario, ogni volta a casa i ragazzi devono studiare e rispondere a delle domande di comprensione del testo/del video.

Non è una metodologia "adatta solo alle elementari", anzi nasce in ambienti di scuola superiore. Se devo proprio trovare un difetto, necessita un'autonomia che i miei ragazzi in prima media spesso non hanno ancora

Non è una metodologia in cui si lavora solo in gruppo e "sono sempre i soliti a lavorare", innanzi tutto le esercitazioni sono le più diverse, si alternano esercitazioni in solitaria, a coppia e a piccoli gruppi (solitamente 3 o massimo 4 membri). Nel caso delle esercitazioni a gruppi nelle griglie di valutazioni ci sono sempre voci del tipo "tutti hanno contribuito al lavoro", "tutti hanno apportato idee costruttive". I ragazzi quindi sanno che per prendere un bel voto tutti devono lavorare e il prof, ovviamente, è lì per vigilare che la cosa avvenga davvero. Per questo è importante che i famigerati "lavori di gruppo" avvengano sempre e solo in classe, dato che il docente deve valutare non solo il prodotto finito, ma anche il processo.

La mia esperienza

È all'inizio, quindi mi riservo a fine anno di dare un giudizio più motivato, per il momento, però, ne sono molto contenta.

La difficoltà principale che trovo è che i manuali scolastici non sono ottimizzati per questa metodologia. In generale prevedono che il prof passi la maggior parte del suo tempo a spiegare quello che c'è scritto, il che è un controsenso, perché un testo scolastico dovrebbe essere comprensibile dai ragazzi, invece il lessico usato non è alla portata della maggior parte dei miei studenti. Quindi non posso dire loro solo di leggere quelle pagine, perché molti di loro le trovano troppo complicate. Inoltre i libri non forniscono molte idee per le esercitazioni, cosa di cui io sono sempre a caccia.

Per ovviare a queste problematiche ho deciso, avendo comunque molte ore per classe, di raggruppare le materie, in modo da avere sempre almeno due moduli orari nello stesso giorno da dedicare a quella disciplina (facciamo storia due ore consecutive, geografia una sola volta alla settimana ma due ore consecutive e così vie). In questo modo riesco a fornire quel surplus di spiegazione all'inizio o alla fine delle due ore e mi rimane comunque il tempo per le esercitazioni.

Non uso in modo esclusivo i video e, comunque, salvo rare eccezioni, non li creo io, sia per una questione di tempistica (ci vogliono parecchie ore per realizzare un buon video didattico da 5 minuti), sia perché la mia voce, registrata, risulta molto acuta (ancora più che all'ascolto dal vivo). Fortunatamente, almeno per storia, ci sono ottimi video, come quelli curati dalla Treccani o quelli di Rai Storia.
(PS: ho scoperto inoltre che, anche sulle ragazzine delle nuove generazioni il buon Alberto Angela ha il suo fascino)

Cerco di mettere molta attenzione nella creazione delle esercitazione, cercando di avere ben in mente cosa voglio che loro imparino, sia a livello di contenuti che di metodo di studio. Io lavoro alle medie, quindi ritengo che il mio dovere principale sia insegnare a studiare, non posso pretendere che sappiano già fare collegamenti e reperire informazioni in rete, devo essere io a guidarli.


Non voglio essere ipocrita, la mia scelta è stata all'80% egoistica e al 20% didattica.
A giugno, non avendo esami, ho preparato la maggior parte delle esercitazione e dei compiti di realtà, che è il grosso del lavoro del docente capovolto.  Quindi adesso vivo un po' di rendita e gestisco meglio le mie scarse energie.
Esperienze pregresse mi hanno fatto un po' temere le contestazioni dei voti da parte dei genitori. Il fatto che venga condivisa una griglia di correzione, nota ai ragazzi ben prima dell'esecuzione della prova è per me un sollievo tale che sto usando lo stesso metodo anche per altre prove. Bisogna stare ben attenti a calibrarla bene e sopratutto di attenercisi. Da un lato mi manca un po' quella parte di "valutare le condizioni del momento del ragazzo", dall'altro, avendo più valutazioni, anche una prova andata storta per una giornata no pesa meno.
Ho più prove da correggere, ma meno elaborati (spesso realizzati a gruppi o a coppie) e, con le griglie, sono più rapidi da correggere. Ritengo comunque che la mia sopravvivenza su questo piano (a settembre già mi vedevo svenire sui temi alle due di notte, cosa che per fortuna non sta accadendo) sia dovuta al fatto che ho classi poco numerose. Inoltre, essendo in una scuola a tempo prolungato, ho italiano solo in una classe.
C'è una parte di creatività, sia da parte mia nel progettare le esercitazioni/compiti di realtà, sia da parte dei ragazzi nel realizzarli, cosa che per me è importante.
I docenti che stanno usando questa metodologia sono molto attivi in rete, in un'ottica di condivisione dei materiali e delle idee. Io sento il bisogno sia di questo scambio di idee sia del loro entusiasmo.

Quindi, ecco, essere una prof capovolta senza dubbio aiuta me. Spero che aiuti un po' anche i miei studenti.

Maggiori informazioni, se ancora ne desiderate dopo questo post fiume, le trovate sul mio blog didattico

lunedì 27 marzo 2017

La mia vita da dislessica


Le mille e passa visualizzazioni che il post sulla dislessia ha raccolto in poche ore mi hanno convinta che forse vale la pena di raccontare qualcosa di più di cosa significhi essere uno strano esemplare di letterato dislessico, perché in fondo è curioso, da prof, leggere moltissima letteratura in merito, scritta da qualcuno che ha studiato moltissimo la questione, sa esattamente quali neuroni si attivino a lui mentre legge e quali a me, ma non abbia mai provato che cosa significhi davvero questo.

Piccola premessa noiosa da prof
Innanzi tutto un'infarinatura di neuroscienze. La dislessia è un diverso funzionamento del cervello. Nel riconoscimento delle immagini e nell'associazione tra queste e la loro concettualizzazione lavorano aree del cervello diverse da quelle dalla maggioranza. Questo accade più o meno a una fetta della popolazione stimabile tra il 2% e il 5%. Perché? Non si sa, ma si presume che sia vantaggioso avere una fetta di popolazione con percorsi mentali differenti (giuro che questa spiegazione l'ho letta e mi è piaciuta, ma magari è solo un caso). Questi percorsi mentali differenti di solito interferiscono poco nella vita spiccia, se non nell'apprendimento delle lingue scritte perché per il dislessico è più difficile associare il suono al simbolo e quindi a riconoscere una parola e a ricordarne la grafia. Più difficile ma non impossibile. Per questo si parla di DISTURBO SPECIFICO DELL'APPRENDIMENTO. Disturbo, perché ostacola ma non impedisce, specifico perché è una difficoltà circoscritta. L'intelligenza non ha nulla a che vedere con i disturbi specifici dell'apprendimento (che oltre alla dislessia, sono disgrafia e discalculia), tanto che possono essere diagnosticati solo in presenza di un quoziente intellettivo pari o superiore alla norma.
Fine premessa noiosa.

La mia vita da dislessica
La mia vita da studentessa ha avuto tre fasi.

Fase uno – La negazione, leggere non mi interessa.
Non c'era nessun motivo per cui io non imparassi a leggere. Avevo iniziato a parlare molto presto ed ero figlia e nipote da insegnante. Giusto per darvi un'idea, mio nonno ci ha lasciato qualcosa di più di cinquemila volumi, tra cui alcuni esemplari antichi. A casa nostra di libri ce n'erano meno, forse all'epoca neppure mille, ma una volta ne ho contati cinquanta solo in bagno. Mia mamma, come ho già raccontato, era una convinta femminista e come tale più che convinta dell'importanza della cultura. Ogni sera mi leggeva pagine di libri, mi mostrava fumetti, mi raccontava storie. Tutte le mie amiche erano bimbe prodigio che ben prima delle elementari leggevano, chi a tre, chi a quattro anni. Io no. Guardavo le parole e quegli assurdi segnetti non mi dicevano nulla.
Ora, io non mi ricordo esattamente cosa provassi, ma so che in prima elementare, superata la fase della sillabazione, leggere mi sembrava uno sforzo insostenibile. Per un po' mi la sono cavata perché in qualche modo convincevo qualcuno a leggere ad alta voce le frasi che poi io avrei dovuto leggere e le ripetevo a memoria, ma con l'allungarsi dei testi la cosa non è stata più sostenibile. Quindi mia madre si è dovuta arrendere all'evidenza. Non leggevo. O, meglio, dal suo punto di vista "non volevo leggere". Probabilmente pur di non ammettere di non riuscire lo dicevo anch'io. Ricordo di aver pronunciato frasi come "leggere è inutile". Credo che mia madre ci fece un mezzo esaurimento nervoso. Comunque alla fine sfoderò un'arma pedagogica imbattibile: il taglio della televisione. Non avrei più guardato nulla fino a che non avessi imparato a leggere. Ho imparato a leggere.
Non so dire quali risorse intellettive abbia sfoderato, ma è chiaro che se a un bambino degli anni '80 tagli i cartoni animati questo farà di tutto per riaverli. Era molto di più che non poter guardare la televisione, era la morte sociale, l'impossibilità di partecipare a una cultura comune. Per dare un'idea del trauma culturale, posso dire che moltissimo tempo dopo, all'università ho passato una sera intera a farmi raccontare come finivano le varie serie che avevo abbandonato forzatamente e i pezzi mancanti. Il mio premio fu guardare l'ultima l'ultima puntata di Georgie, ci ho poi messo, appunto, decenni per sapere cos'era accaduto nel mentre, perché nel momento del veto la protagonista stava andando in Europa vestita da uomo e la ritrovai poi di nuovo in Australia.
Comunque ero uscita dalla fase uno.

Fase due – la bambina distratta
Negli anni ottanta non c'erano bambini dislessici, c'erano bambini distratti. Il fatto è che io sono davvero distratta, ma non era la distrazione il mio problema. Ma non puoi convincere la maestra che, davvero, davvero, il testo lo hai riletto cinque volte, se poi devi ammettere di aver dimenticato il libro di matematica. Avevo un serio problema di credibilità. Aggravato e non mitigato dal fatto di aver trovato delle strategie per la lettura. Un po' avevo imparato a leggere e un po' avevo imparato a barare. Mai, mai alzare la mano per proporsi di leggere dal libro di testo. Proporsi di leggere dai compiti. Perché? Perché non leggevo, re inventavo di sana pianta cercando di ricordare cosa avessi scritto davvero. Abitudine pericolosa che in anni successivi mi ha portato a non fare proprio i compiti per inventare al momento. Memorabile la volta (alle medie) in cui la prof si è distratta e mi ha chiesto di rileggere un compito che in realtà non avevo mai scritto (ripetuto parola per parola, ma sudando freddo). 
Il fatto di cavarmela con la lettura ad alta voce non mi rendeva più facile la scrittura. Il dettato era il mio incubo costante. Il giorno del dettato speravo sempre di stare male. Invocavo l'esame del sangue per saltare le prime ore, le più a rischio perché "meglio farlo quando si è freschi". Per il tema rileggevo un'infinità di volte. Usavo meno della metà del tempo per scrivere e tutto il resto per correggere. Perdevo comunque una quantità di errori, ma era sempre meglio del dettato. Questo gettava davvero nello sconforto la maestra (che per altro ho come amica di fb e forse mi legge pure, nel caso sappi che davvero non te ne voglio, sei stata una gran maestra e ti devo moltissimo, tra cui l'amore per la storia) perché, come disse a un colloquio, ero sveglia, volenterosa, interessata e questo neo dell'ortografia proprio non si spiegava. Oggi sappiamo che questo è proprio il classico sintomo di dislessia, ma allora era sintomo di una strana distrazione a fasi alterne, perché invece in matematica non avevo alcun problema. Ovviamente io ero la prima a credere alla storia della distrazione e non mi spiegavo la cosa. Perché la matematica mi annoiava assai di più, ero consapevole di distrarmi mille volte di più mentre facevo esercizi di matematica eppure niente, lì non sbagliavo.
All'inizio della quarta elementare la mia famiglia si è trasferita e io sono entrata nella terza e definitiva fase della mia vita da studentessa.

Fase tre – la studentessa dall'oscuro segreto
Nella nuova classe non mi sono fatta amici. In effetti non me li sono fatta sul serio fino alle superiori. Quindi è iniziata una lunga fase di deserto affettivo mitigata dalle amiche di prima che ancora frequentavo (e che sono tutt'ora tali) e dalla lettura. Essendoci trasferiti vicino ai nonni ho impattato con i famosi cinquemila volumi. Nei primi tempi abitavamo da loro e io non avevo amici, non avevo posti in cui andare, non avevo i miei giochi, dispersi nel trasloco, ma avevo libero accesso ai libri. Come ho già raccontato, mi sono imbattuta in una prima edizione illustrata di Capitan Tempesta di Salgari. Una meraviglia per gli occhi, con la copertina liberty e tavole dai tratti fiabeschi. Noi degli anni ottanta, cresciuti con cartoni animati come, appunto, Georgie e Lady Oscar avevamo un'idea tutta nostra di cosa fosse adatto a noi e quella storia piena di ammazzamenti in cui era la fanciulla ad andare a salvare il suo bello aveva per me un fascino tale da farmi superare la fatica che ancora provavo per la lettura. E ovviamente finito un libro ne volli un altro e un altro ancora.
Ecco, c'è una differenza enorme tra saper leggere e leggere per ore e ore al giorno. Si acquisisce una famigliarità con la parola scritta che non può avere in altro modo.
A pochi mesi dal cambio scuola ero completamente trasformata. Da alunna titubante a prima della classe, pur con un oscuro segreto.
Il fatto è che la lettura compulsiva dell'opera omnia di Salgari e Verne mi aveva fatto fare il salto di qualità. Ora leggevo, anche se, appunto riconoscendo le parole e non scomponendole. Cioè a una velocità da studente universitario e non da bambina di nove anni. In più la mia strategia di sopravvivenza fino ad allora era basata sulla memoria. Quindi di colpo ero una bambina dalla lettura veloce e la memoria di ferro. Con una certa attitudine a improvvisare compiti non fatti. Le mie pagelle sono state del tutto rivoluzionate. Come se appartenessero a un'altra persona. Credo che i miei siano ancora convinti che quel trasferimento che mi ha distrutto emotivamente sia stato un bene per me, perché "mi ha sbloccata". Sinceramente stavo meglio con meno libri e più amici, ma almeno i miei erano contenti ed era qualcosa.
Il problema era che io sapevo che quello era un inganno. Che io non ero davvero così brava e non sarei potuta andare avanti senza in qualche modo barare. 
Innanzi tutto pur con tutto il mio impegno l'ortografia è sempre stata ed è tutt'ora un problema. Ho imbroccato una serie di prof illuminati che prendevano la cosa con filosofia. Sul liceo c'è stata una profezia del mio prof di prima media "per forza andrà al classico. Al primo tema prenderà quattro, poi o smetterà di fare errori o smetteranno di valutarli". Quel "per forza andrà al classico" mi ha forse cambiato la vita. Perché voleva dire che potevo farcela
Lingue straniere sono e sempre saranno un incubo. Di fatto si tratta di rifare il folle lavoro di memorizzazione fatto per l'italiano. Imparare a memoria la grafia di ogni singola parola senza che questa abbia senso. Per ogni lingua. E si arriva al punto in cui imparare a memoria è più facile di fare un altro sforzo di apprendimento. Sono sopravvissuta al classico e al greco in università imparando a memoria la letteratura greca e fingendo di tradurre. Una particolare memoria a medio termine che ora forse non saprei più neppure attivare. Ecco quello che mi sono detta "La letteratura greca è un numero finito di testi, il programma ne prevede ancora meno e fai prima a impararli a memoria". Lo so che è una follia, ma tra l'otto/nove di letteratura e il quattro nei test di grammatica me la sono sempre cavata senza debiti. Non ho idea di cosa pensasse la prof di una studentessa che non sapeva scrivere correttamente un paradigma che fosse uno, ma poi sembrava arrabattarsi a tradurre e conosceva benissimo la letteratura. Certo, ho ancora degli incubi sull'esame di greco all'università. Ma appurato che il prof faceva sempre tradurre un pezzo da una tragedia e sempre dai primi duecento versi, si è poi trattato di imparare a memoria qualche migliaio di versi greci e fingerli di tradurli. Ho persino preso 28.
Per tutto il liceo, però, ho avuto la sensazione avere un oscuro segreto, di giocare sempre sul filo di un rasoio. Non solo per la dislessia, un po' era caratteriale, il mio ostinarmi a fare i compiti di matematica solo in bus andando a scuola era puro amore per il rischio, tanto per dirne una. Ma non mi tornava il fatto che materie che non mi piacevano e in cui non mi applicavo, come matematica, mi riuscissero semplici, mentre in altre a cui dedicavo quasi tutto il mio tempo, come le lingue straniere, era tanto se ottenevo un sei stiracchiato. C'era la costante sensazione di innaffiare alcuni campi con acqua di mare, con una sproporzione tra sforzo e risultato ai limiti del paradosso e che non poteva risolversi con un semplice "non sono portata". Una sgradevole consapevolezza di non essere pienamente padrona dei miei mezzi, con qualcosa che sfuggiva allo studio, all'impegno e alla volontà. Il tutto unito a una testardaggine che mi portava ad incaponirmi e tutto sommato a trovare più interessanti proprio quelle materie il cui controllo continuava a sfuggirmi. C'è stato del masochismo, suppongo, nel perseverare col greco e col latino anche all'università.

Cosa resta di tutto questo
Questo lunghissimo post è stato un parto, perché non è poi così facile parlare di se stessi. Però ho pensato che c'è interesse per l'argomento, ci sono migliaia di esperti, ma magari un occhio interno aiuta. Può aiutare gli studenti che pensando di non potercela fare e i professori che non sanno che pesci pigliare. In realtà non c'è nulla nello studio per cui la dislessia sia un impedimento. Però, c'è un però. Rimane indelebile un'insicurezza di fondo. Pensate di passare tutta la vita senza saper dire se avete consegnato il compito in classe, il curriculum o l'inedito da valutare con o senza qualche terribile strafalcione. Senza saperlo dire neppure con il testo davanti. Non si è mai, mai sicuri di se stessi e del proprio operato. Incaponirsi per notti intere a ricopiare i verbi irregolari francesi e poi prendere l'insufficienza a fronte magari di un dieci in matematica senza aver mai fatto un esercizio. Mi sarebbe piaciuto, davvero, che qualcuno mi avesse detto che non era colpa mia. 
Essere terrorizzati, tutt'ora, dal leggere in pubblico, dover arrivare sempre preparati. Mi è capitato di reinventare sul momento il pezzo di un mio racconto che dovevo leggere in pubblico per paura di impapinarmi sulle mie stesse parole. 
Sbagliare, costantemente, queste maledette password, anche con qualcuno di fianco che te le detta (io odio, odio, odio le password).
Tutto questo non è un dramma, attenzione. Non lo è per niente, se non solo gli altri a fartelo pesare come un dramma. Mi pesa molto di più essere miope come una talpa. Quella è una limitazione. Oltre tutto il computer non annulla il problema, ma lo semplifica moltissimo, anche solo perché scrivendo a computer si associa ad ogni parola anche un movimento delle dita e su quello paiono non esserci problemi di automatismi. Essere dislessici vuol dire avere un modo di pensare alternativo, se c'è più di una strada per arrivare a una soluzione state certi che scelgo la meno battuta, sulle mia strade scendono obelischi e si si aprono inaspettati scorci narrativi. 
Pero, prof che passate di qui, genitori di dislessici, non ponete freni alle possibilità dei vostri figli/alunni, ma cercate anche di capire quel surplus di insicurezza che deriva dal non sapere cosa si ha davvero scritto su un foglio.

martedì 14 febbraio 2017

Il lungo viaggio dei miti

A casa mia si legge Le Scienze. 
Prima una madre biologa e poi un marito farmacista. Le Scienze per me è parte del normale arredo di casa, una cosa che do quasi per scontata, come che ogni giorno si debba cenare. Io non leggo tutti gli articoli, ma sono affascinata dall'infinitamente piccolo, sono cresciuta con la biologia e l'etologia e sono deliziata dall'evoluzione umana e dagli articoli più attinenti con quello che fu il mio campo di studi, l'archeologia preistorica.
Questo mese, però, c'è un articolo di Julien d'Huy che ha deliziato la narratrice che è in me.
Che alcune storie mitiche si ripetessero quasi uguali in popolazioni molto diverse è un fatto noto da tempo. Jung spiegava questo fatto con "l'inconscio collettivo", un inconscio simbolico condiviso da tutti gli uomini, derivato forse da comuni antenati.
Un approccio un po' più analitico ha fatto osservare che alcuni miti, come quello della "grande caccia", in cui un cacciatore sta per uccidere un animale che scopre però essere un suo parente/una creatura sacra e viene fermato da una divinità che trasforma cacciatore e animale in costellazione è presente in Africa, in Europa, in America del Nord, in alcune regioni dell'Asia, ma non in Australia (dove non c'è alcun canguro celeste). Gli animali cambiano di poco, o sono orsi o sono cervi o simili e anche le costellazioni interessate sono sempre quelle, Orione per il cacciatore, l'Orsa Maggiore per l'animale, qualche volta si inseriscono le Pleiadi. 
Secondo gli studi paleontologici, la migrazione che ha portato l'uomo moderno in Australia è avvenuta prima di quella che ha portato l'uomo dalla Siberia al Nord America. 
L'ipotesi di lavoro è quindi che il mito della Grande Caccia si sia creato in un qualche momento tra la migrazione in Australia (indicativamente 60000 anni fa) e quella in America (indicativamente tra 28000 e 13000 anni fa in più ondate) e abbia viaggiato insieme ai migranti, trasformandosi e adattandosi all'ambiente che essi trovavano, fino ad arrivare fino a noi.
Lo studio è stato poi applicato ad altri miti che in base all'area di diffusione sono stati messi in relazione con le migrazioni umane per cercare di capirne l'età e l'origine.

La cosa che trovo estremamente affascinante è che noi continuiamo a raccontarci storie che hanno almeno 20000 anni, se non di più. Nate in un'epoca in cui ancora i mammut calpestavano la terra e i Neanderthal abitavano l'Europa e che tuttavia ancora ci parlano e ci raccontano qualcosa di noi.
Il mito della Grande Caccia ci sembra lontano, appartiene a un mondo perduto in cui la sopravvivenza derivava dalle prede catturate e sentiamo tutti i millenni che ci separano da quel tempo. Un'altro dei miti analizzati, però, si è rivelato assai antico e moderno insieme.
Diffuso anch'esso più o meno ovunque ad eccezione dell'Australia ha almeno 30000 anni e pare nato da qualche parte verso l'attuale Somalia. Parla di un uomo che, per alleviare la propria solitudine, scolpisce una statua dalle fattezze di una bellissima donna e tramite la magia/l'intervento divino la statua prende vita, con esiti a volte lievi, a volte nefasti.
Frankestein? 
O il recentissimo film Ex Machina che di fatto riprende quasi paro paro la versione primigenia del mito.
Mi ha colpito l'idea che oggi si possa andare al cinema a vedere una storia che gira da 30000 anni. 
Ho pensato a quante futili siano le divisioni che oggi ci paiono insormontabili. Se è 30000 anni che ci raccontiamo sempre le stesse storie è perché l'umanità è evidentemente sempre uguale a se stessa. All'epoca dei mammut e dei cacciatori raccoglitori sognavamo ed avevamo paura di creare un uomo artificiale, esattamente come ora. Poco importa se allora a dargli autocoscienza erano gli dei e oggi l'informatica. Se tornassimo indietro a quel tempo, quindi, tolte le barriere linguistiche non troveremmo persone tanto diverse da noi, addirittura scopriremmo di avere già una mitologia comune.
Quindi non venitemi a dire che non potremo mai capire chi ha una diversa origine, una diversa religione o una diversa cultura perché "sono diversi". Siamo sempre noi, esseri umani, che intorno al fuoco o seduti sulle comode poltrone di un cinema ci raccontiamo le stesse storie di sempre.

Tutto ciò mi ha fatto pensare anche all'intrinseca forza delle storie. Se questo studio ha ragione (è una ricerca agli inizi, di cui questo articolo è una delle prime pubblicazioni), qualcuno in Somalia, circa 30000 anni fa, forse prima, ha raccontato una storia che è piaciuta così tanto che qualcun altro, spostandosi l'ha rinarrata. Di gruppo in gruppo, di villaggio in villaggio, qualcuno ha aggiunto qualcosa o ha cambiato un nome. La donna scolpita nel tronco di un albero sacro è diventata qui una statua di pietra, là un'effige d'argilla. Da qualche parte la donna e l'artista vivevano felici, altrove hanno preferito un finale drammatico. Eppure qualcuno ha avuto l'idea, ha narrato per primo la storia che oggi ancora circola. Credo sia un pensiero che metta nella giusta prospettiva le nostre misere velleità letterarie. Noi cosa sogniamo, 100 lettori, 10000 lettori, 10000? Valer due righe su Wikipedia? Che misera forza possono avere, anche nel migliore dei casi le nostre storie rispetto a quella del cacciatore africano di 30000 anni fa!
Oppure, magari, storie simili nascono ancora. E non sono, si badi bene, grandi opere letterarie, ma nude storie, che i padri raccontano ai figli e questi ai loro figli e così via. In non so più quale film si presentava un futuro post apocalittico in cui i sopravvissuti, intorno al fuoco, si raccontavano e mettevano in scena Guerre Stellari. Ecco, se penso alle storie di oggi che possono avere la forza di sfidare la storia e essere raccontate e riraccontate, penso più al cinema popolare che alla letteratura. Penso che tra mille anni è più probabile che girino ancora delle versioni di una complicata relazione che finisce con una donna che dice "domani è un altro giorno", o di un cattivo mascherato che, sfidando il giovane eroe a duello gli riveli "io sono tuo padre", piuttosto che i così detti grandi romanzi.

Al di là delle mie divagazioni sui miti che potranno sopravvivere tra mille o diecimila anni, questo articolo mi ha profondamente affascinato e anche consolato, col pensiero che, oltre qualsiasi barriera geografica e culturale, potremo sempre riconoscerci nelle nostre storie archetipe, e volevo condividerlo con voi.

domenica 16 ottobre 2016

Il testo di canzone come testo letterario – Saccenza non richiesta

Bob Dylan non è il mio cantante preferito. In parte per un motivo puramente soggettivo, non mi entusiasma il suo tono di voce, tanto che apprezzo molto di più le cover delle sue canzoni cantate da altri (ho lo stesso problema con Capossela, la cui voce proprio non mi piace). In parte perché il mio inglese è pessimo e devo appoggiarmi a delle traduzioni per comprenderne i testi, di cui comunque mi sfugge qualche riferimento. Tuttavia il nobel a Bob Dylan non mi ha né stupito né scandalizzato.
Scrive? Sì. Il suoi testi hanno avuto una vasta influenza sul mondo intellettuale e non solo? Sì.
Quindi che problema c'è?
Il problema è, ovviamente, se i testi di canzone siano o non siano letteratura.

Io non sono una critica letteraria, ma ora sono abilita e arruolata per insegnare letteratura, potenzialmente anche nei licei e, per come la vedo io, il problema proprio non si pone, per tutta una serie di motivi.
Da un lato moltissimo del materiale che troviamo nei libri di letteratura è circolato principalmente musicato, ma in molti casi non ci è giunta la trascrizione della parte musicale. Secondo il mio prof di letteratura dell'università questo è continuato almeno fino al '600 avanzato. La Gerusalemme Liberata ha avuto successo sopratutto in forma musicale (in questo caso abbiamo anche la parte musicale) e quasi tutto Metastasio veniva cantato. Andando più indietro è difficile reperire notizie certe, ma Dante stesso ci informa che le sue poesie circolavano in forma musicata. Fa un po' ridere a pensarci adesso, ma è possibile che fosse considerato come una sorta di cantautore o, meglio, paroliere (non abbiamo prova del fatto che lui cantasse le proprie poesie).
Al di là di questo, ciò che fa di un testo un testo letterario è la consapevolezza.
Consapevolezza di inserirsi in una tradizione, che può essere esaltata, oppure distrutta, ma comunque viene tenuta presente.
Consapevolezza nell'utilizzo dei mezzi tecnici per veicolare il proprio messaggio. Che può anche essere "nulla ha senso", ma comunque esiste ed è inscindibile dalla forma, poiché nella letteratura la forma è sostanza.
Consapevolezza di tentare qualcosa di nuovo, che può essere anche essere il riprendere una tradizione.
Quindi, secondo me se un testo è consapevole della tradizione precedente, la forma è utilizzata in modo coerente con il messaggio proposto e cerca di essere in qualche modo innovativo è un testo letterario. Probabilmente bastano anche solo i primi due punti, il terzo ne fa un gran testo letterario.

Io non conosco abbastanza Bob Dylan e la letteratura angloamericana per scrivere qualcosa di sensato sui suoi testi, ma conosco assai meglio i testi dei cantautori italiani e la tradizione letteraria italiana e francese per proporvi un esempio un po' più nostrano di quello che intendo.

LA BALLADE DE PENDUS / LA BALLATA DEGLI IMPICCATI

Una delle poesie più commuoventi di sempre, secondo me, è la Ballade de pendus di François Villon, un testo così potente che è l'unico che io conosca a memoria in francese antico (sì, lo so, ho gusti allegri).
È stata scritta nella seconda metà del XV secolo e, secondo la tradizione, il poeta (che doveva essere un bel tipetto) l'ha composta in carcere in attesa della propria esecuzione, dopo aver ferito in una rissa un uomo di potere (fu poi graziato all'utimo). Non ci sono evidenze storiche che le cose andarono proprio così, l'unica prova è il testo stesso. A parlare sono proprio gli impiccati che si rivolgono ai passanti. In un periodo turbolento e disperato come il basso medioevo francese immagino che le impiccagioni fossero relativamente comuni e i benpensanti si difendessero da quella vista considerando i condannati altro da sé, creature non proprio umane, che si sono meritate la propria sorte.
Villon ribalta questo punto di vista e gli impiccati si rivolgono ai passati chiamandoli "Fratelli umani che vivete dopo di noi". È una poesia che colpisce nel profondo proprio perché fa appello a questo sentimento di comune umanità che ci obbliga ad alzare lo sguardo verso i condannati, i cui corpi sono marciti e mangiati dai corvi e a riconoscerli come nostri fratelli. Ci obbliga a chiederci davvero quanto siamo migliori di loro.
Leggetela e commuovetevi (se non lo fate siete delle brutte persone).

Frères humains qui après nous vivez,
N'ayez les cuers contre nous endurcis,
Car, se pitié de nous povres avez,
Dieu en aura plus tost de vous mercis.
Vous nous voiez cy attachez cinq, six:
Quant de la char, que trop avons nourrie,
Elle est pieça devoree et pourrie,
Et nous, les os, devenons cendre et pouldre.
De nostre mal personne ne s'en rie;
Mais priez Dieu que tous nous veuille absouldre!

Se vous clamons, freres, pas n'en devez
Avoir desdaing, quoy que fusmes occis
Par justice. Toutefois, cous sçavez
Que tous hommes n'ont pas bon sens rassis;
Excusez nous, puis que sommes transis,
Envers le fils de la Vierge Marie,
Que sa grâce ne soit pour nous tarie,
Nous preservant de l'infernale fouldre.
Nous sommes mors, ame ne nous harie;
Mais priez Dieu que tous nous veuille absouldre!

La pluye nous a buez et lavez,
Et le soleil dessechiez et noircis;
Pies, corbeaulx nous ont les yeux cavez,
Et arrachié la barbe et les sourcis.
Jamis nul temps nous ne sommes assis;
Puis ça, puis la, comme le vent varie,
A son plaisir sans cesser nous charie,
Plus becquetez d'oyseaulx que dez a couldre.
Ne soiez donc de nostre confrarie;
Mais priez Dieu que tous nous veuille absouldre!

Prince Jhesus, qui sur tous a maistrie,
Garde qu'enfer n'ait de nous seigneurie:
A luy n'ayons que faire ne que souldre.
Hommes, ici n'a point de mocquerie;
Mais priez Dieu que tous nous vueille absouldre!

Fratelli umani, che siete ancora vivi
non abbiate i cuori insensibili verso di noi
perchè, se pietà di noi poveri avrete
dio sarà clemente con voi
voi ci vedete qui appesi, cinque, sei
quanto alla carne che abbiamo tanto soddisfatto
lei è gia divorata e decomposta
e noi, le nostre ossa deventano cenere e polvere
nessuno ride del nostro male
ma pregate dio che ci voglia perdonare

Se vi chiamiamo fratelli non ne dovete
avere indignazione anche se siamo stati uccisi
dalla giustizia...tuttavia sapete
che molti uomini non hanno il buon senso
scusateci, poichè siamo morti
invece il figlio della vergine maria
que la sua grazie non sarà terminata per noi
ci salva dall'inferno
siamo morti, nessuno ci infastidisca
ma pregate dio che ci voglia perdonare

La pioggia ci ha sciaquati e lavati
e il sole seccati e anneriti
gazze corvi ci hanno cavato gli occhi
e strappato barba e sopracciglia
non abbiamo mai un momento di tempo
di qua, di la come cambia il vento
a suo piacere senza fermare il nostro movimento
più bucati dagli uccelli che dei ditali
quindi non sarete mai uguali a noi
ma pregate dio che ci voglia perdonare

O gesù che su tutti noi hai potere
guarda che inferno ci è capitato
a lui non dobbiamo niente
uomini questo è il punto chiave
ma pregate dio che ci voglia perdonare.

Nel 1968 Fabrizio de André presenta il proprio secondo disco da studio Tutti morimmo a stento, uno dei primi concept album italiani, incentrato sull'allegro tema della morte. Una delle canzoni si intitola proprio come la poesia di Villon e ad essa si rifà, La ballata degli impiccati (scritta con Giuseppe Bentivoglio).
Non si tratta, però, di una traduzione o di una trasposizione musicale (come lo stesso de André fa con S'i fossi foco di Cecco Angiolieri e con altre poesie), ma di una rielaborazione che per certi versi stravolge il senso della poesia originale.
Villon apriva la sua opera con questo disperato "Fratelli umani", de André e Bentivoglio si mettono a loro volta dal punto di vista dei condannati a morte, condannati a morte, però, che rimarcano non la propria similitudine, ma la propria differenza rispetto agli "altri".
Tutti morimmo a stento, così si apre la canzone, mettendo l'accento sul dolore che nel nome della giustizia degli uomini hanno inflitto ad altri uomini. I condannati a morte di André e Bentivoglio hanno pochissima benevolenza nei confronti dei propri carnefici, anzi, i benpensanti, che si sentono superiori e diversi, sono oggetto di un odio esacerbato a cui neppure la morte può porre fine.

Coltiviamo per tutti un rancore
che ha l'odore del sangue rappreso
ciò che allora chiamammo dolore
è solo un discorso sospeso

Tra i due testi sono passati secoli. Agli occhi dei due autori del 1968 la pena di morte è, davvero, un retaggio medioevale che, in quel momento assai più che ai tempi di Villon, crea solo fratture nel tessuto sociale, esacerbando un'illusoria distinzione tra i "giusti" e gli "sbagliati".

Prima che fosse finita
ricordammo a chi vive ancora
che il prezzo fu la vita
per il male fatto in un'ora

Insomma, nel 1400 aveva senso ricordare che i condannati a morte sono uomini come gli altri, nel novecento avanzato ormai questo dovremmo saperlo e sarebbe il caso di finirla e basta con le condanne a morte.
Quello che mi interessa notare, qui, però, è che questa non è un'operazione musicale o ideologica, ma squisitamente letteraria in cui ci si riallaccia a una tradizione precedente e la si rielabora per dire altro che abbia senso nel qui ed ora dell'autore.
Per ragionare sul testo di de André/Bentivoglio e andare a fondo (ben più di come abbia fatto adesso) devo fare la stessa operazione che faccio, per esempio quando spiego ai miei alunni come Foscolo in In morte del fratello Giovanni (oggi tutti esempi allegri) abbia ripreso un carme di Catullo e lo abbia rielaborato secondo il proprio sentire e il proprio qui ed ora.
Il testo che ho scelto può non piacere (l'ho scelto perché si prestava, ma, ad esempio, non è tra i miei preferiti), può non essere grande letteratura ma è sicuramente letteratura. E se un domani si perdessero tutte le registrazioni e la partitura, potremmo comunque ragionarci su senza, in fin dei conti, perderci molto.

A proposito, vale anche il discorso contrario. Il testo di Villon funziona molto bene anche come canzone...


Questo invece è quello di De André


Infine, dato che tutto è partito da Bob Dylan, chiudiamo il cerchio con una sua canzone tradotta e interpretata da De André.


Buon Nobel a tutti!