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martedì 22 febbraio 2022

Crescere nella pandemia


 Ci sono piccoli fatti di per se insignificanti che però fungono da campanelli d'allarme.

Nelle ultime settimane a scuola sto raccogliendo strani indizi che suscitano domande che sto condividendo con amici e colleghi alla ricerca di una chiave di letture. 

Le cose sono andate all'incirca così. Dopo il solito ciclo di lezioni mi appresto a correggere le verifiche di geografia. Ora geografia è di solito una materia "amica". Piace, permette di immaginare viaggi, esperienze, si presta a mille approfondimenti e collegamenti interdisciplinari. Non è una materia che in generale metta ansia, né io voglio che lo sia. Deve essere una di quelle materie in cui più o meno tutti, se ne hanno la volontà, possano cavarsela, dove sono più propensa ad aggiungere piuttosto che a togliere. Insomma, per andare male bisogna proprio impegnarsi. E poi le classi di questi anni sono le migliori che si potessero sognare di questi tempi. Neppure so più come si fa a mettere una nota disciplinare. Quindi nell'assoluta non volontà di infierire ho confezionato una verifica sulla Germania che prevedesse una lettura di cartina (con possibilità di consultare quella del libro) e delle domande sul passato della Germania, studiato attraverso video, film, giochi di immedesimazione. Una di quelle verifiche in cui ci sia aspetta di distribuire otto a pioggia. Ed ecco quindi la mia costernazione nello scoprire che Berlino si trova nella Pianura Padana, Vienna sta in Germania, il muro di Berlino era alto 550 m o anche 155 km. La cosa più strabiliante era che le risposte erano del tutto indipendenti dallo studio. La cartina era data e ben leggibile. Il discorso sul muro di Berlino poteva essere sostanzialmente corretto fino alle dimensioni dello stesso.

L'esperienza mi ha insegnato che alcune risposte deliranti hanno origine dal fraintendimento di qualcosa di effettivamente detto o fatto in classe, ma qui si andava troppo nel mondo parallelo perché l'origine fosse quella. Qualche giorno dopo mi trovo a parlare della dominazione austriaca su Milano. Tra dove insegno e Milano ci sono circa 40 minuti d'auto. Ho pertanto la malaugurata idea di chiedere a che punto della strada si scavalli dal Piemonte alla Lombardia, per far capire come da noi si fosse in un altro stato. Al piovere delle risposte inizio a segnare alla lavagna i paesi che secondo loro si incontrano tra il Lago d'Orta e Milano. C'è chi ci fa fare il gran tour del Piemonte e chi punta diretto verso la Svizzera. Salta fuori che la maggior parte di loro a Milano non c'è mai stata. Oppure ci sono stati da bambini, nel mitico e lontano mondo pre pandemia.

Ormai viviamo da due anni nella bolla pandemica. Due anni di viaggi mancati, di prossimità, affetti stretti, tamponi e mascherine. Due anni di DaD a singhiozzo. Per me sono due anni tra i 40 e i 42, ma per loro sono due anni tra i 10 e il 12, tra l'infanzia e l'adolescenza. Due anni in cui il virtuale ha sopravanzato il reale, cui Milano è lontanissima, può stare accanto a Berlino, tanto sono entrambe irraggiungibili. Due anni di esperienze mancate. Ieri un'alunna commentava un libro letto ambientato a Londra. Si stupiva di leggere di suoi coetanei (quasi 13 anni) che andavano da soli in metropolitana o salivano sulla ruota panoramica. Lei la città non ricorda di averla mai vista e la sola idea le fa paura, il luna park è un'esperienza lontanissima, dell'infanzia e di un mondo forse ormai finito. Fino a qualche anno fa gli alunni di seconda media spasimavano per visitare Londra o Parigi, ora è un sogno irraggiungibile. Non solo, queste città generano più paura che desiderio.

Li osserviamo giocare all'intervallo nel grande cortile che per fortuna abbiamo, ben diviso in modo che ogni bolla/classe abbia il suo spazio, e vediamo come giochino come farebbero bambini di 8/9 anni. Fanno tenerezza, giocano a sparviero o a prendersi. Si organizzano, raramente litigano, anche perché i loro rapporti sono strettissimi all'interno della bolla, se si vedono fuori da scuola spesso lo fanno solo tra compagni di classe o addirittura tra quelli seduti più vicini, per limitare i contatti. Poi c'è il contraltare d'ansia. La psicologa scolastica ha l'agenda piena. Abbiamo una percentuale non trascurabile di ragazzi che che faticano a uscire di casa per venire a scuola, incapaci di affrontare il mondo. Siamo una scuola piccola e quindi cerchiamo di non perderli, di andarceli a cercare, di recuperarli, ma stiamo parlando di un ragazzo ogni 20/25 studenti, una percentuale mai vista.

L'unica osservazione che riesco a fare ora è che non si cresce chiusi nella propria camera. Si può apprendere, ci si può istruire, ma non si cresce. Quello che manca a questi ragazzi è il contatto con l'esterno, il confronto tra il personale e il generale. Quel minimo si esperienza empirica che ti ha scattare un campanello d'allarme se stai scrivendo che un muro è alto mezzo chilometro o che Berlino sta verso Pavia. I miei alunni hanno 12/13 anni. Sono abbastanza ottimista sul fatto che ne usciranno. Sono resilienti. Hanno attraversato dolori, quasi tutti la pandemia l'hanno vista da vicino, a molti ha portato lutti. Non sono bimbi viziati. Sono educati e volenterosi. Quello che manca è solo il contatto col mondo esterno. Due anni, però, credo sia il limite massimo che si possa sopportare, specie a quest'età. Perché questa condizione è pericolosa a più livelli. L'adolescenza è l'età della scoperta, del sé, degli altri, del mondo oltre e a volte in opposizione alla famiglia. Non la si può affrontare con il timore per tutto ciò che è esterno. Metà dei ragazzi ha sintomi da ansia da controllo, li abbiamo anche noi adulti, ma dovremmo avere gli strumenti per affrontare la cosa, cosa che non si può pretendere a 12 o 13 anni. Ma mi spaventa ancor di più la difficoltà nel riconoscere il plausibile generata dalla mancanza di esperienze concrete. I miei alunni, poi, sono ragazzi di campagna. Vanno per boschi, si muovono in bicicletta, hanno discrete abilità pratiche. Ma nella loro inesperienza è facilissimo convincerli di qualsiasi cosa. Oggi di un posizionamento improbabile di una città, domani di chissà cosa. Google è l'unico detentore delle verità su un mondo esterno che forse non esiste e che comunque non li riguarda. Perché, ed è la cosa più triste, faticano non solo a immaginare una vita diversa, ma anche a sognarla o a desiderarla. Che l'idea di visitare Londra metta paura forse è peggio di pensare che Berlino stia verso Pavia.

Per chi volesse una storia (solo un po') meno angosciante, ecco un nuovo capitolo de L'assedio degli angeli.

domenica 13 febbraio 2022

Paolo e Francesca (quelli di Dante) nella canzone italiana

 Torno alla blogsfera dopo quel periodo di tormenta scolastica che sono gli scrutini. Per quanto della scuola io mi lamenti diffusamente anche qui, per le condizioni folli della scuola pandemica, per la burocrazia malevola e degna delle peggiori maledizioni che la affligge e a volte anche per le situazioni surreali che mi trovo a gestire, insegnare mi piace molto. E mi piace anche per motivi poco ovvi. Non mi annoio mai e, con la scusa di preparare delle lezioni, a volte posso dedicarmi a esplorare argomenti che piacciono principalmente a me. A intervalli regolari i miei alunni si trovano a cerca dei riferimenti letterari nelle canzoni. L'idea pedagogica alla base è che la letteratura è sempre viva, parla a tutti e diventa patrimonio culturale comune. La verità è che per me è un'occasione per approfondire il mondo della canzone italiana e per scoprire qualcosa di nuovo. Lo avevo già fatto per Ulisse, adesso l'ho rifatto per Dante.

In realtà quello che ho proposto ai miei alunni è stato un gioco molto più circoscritto. Cercare delle canzoni che contenessero un esplicito riferimento al famosissimo passo dell'Inferno dedicato a Paolo e Francesca, capire la canzone e dire con quale personaggio dell'episodio il cantante si immedesima nella canzone.

Ecco i risultati.

Jovanotti
Serenata rap
Mi fa un po' impressione scoprire che questa canzone della mia giovinezza sia ormai un classico datato e che Jovanotti, anzi, Lorenzo Cherubini sia per i miei alunni "roba da vecchi che piace a mia nonna". In ogni caso eccoci qui, l'autore si appropria di Dante ma non dell'Inferno. Vuole essere un Paolo senza peccato. La sua Francesca la vuole sposare e condurre con lei un'eternità di paradiso in cui non c'è alcun fraintendimento, alcuna ombra, nessun Gianciotto.


Antonello Venditti
Ci vorrebbe un amico
Se la canzone di prima è vecchia, questa è antidiluviana, eppure ha riscosso più successo. Venditti è un Paolo deluso da Dante e dall'amor cortese. La sua Franscesca invece che andare all'inferno con lui è scappata con un altro e lui rischia seriamente di trasformarsi in Gianciotto. E non c'è nessun Virgilio all'orizzonte che lo tiri fuori dalla sua personale selva oscura.


Raf
Un tempo indefinito
Ha avuto il più basso indice di gradimento da parte dei miei alunni e, devo dire, anche da parte mia. Ci è sembrata un po' il soliloquio egocentrico di un tipo a cui della sua lei non importa nulla, rimane indefinita come il tempo del titolo, e nel suo delirio di onnipotenza paragona il suo sentimento a quello di Paolo.


 Clementino
Tributo a Dante – Amor ch'a nullo amato amar perdona
Miglior successo sulla classe e sulla prof ha avuto questo pezzo, parte di un spettacolo presentato dall'Istituto Italiano di Cultura a San Pietroburgo. Qui lo sguardo del cantante è più vicino a quello di Dante ed è l'unica delle canzoni ascoltate che ricorda la pessima fine della storia di Paolo e Francesca. L'unica in cui riverbera il dolore di chi ha visto nascere qualcosa di bello poi finito in tragedia


Claver Gold, Murubutu e Giuliano Palma

Inferno

Questa è fuggita all'attenta ricerca dei miei alunni. Abbiamo di nuovo il punto di vista di Paolo e c'è l'idea del peccato inevitabile e dell'Inferno come unico luogo sicuro dell'amore.


Alla fine è inevitabile concludere che non solo Dante parla a tutti e può ancora emozionare, ma è comunque lui il più moderno. È lui che la storia di Paolo e Francesca la fa narrare a Francesca. E ci regala così una splendida figura di donna, gentile e peccatrice insieme, disposta a pregare per Dante, ma non a pentirsi, che non è sedotta né seduttrice, ma che sceglie Paolo a dispetto di tutti, anche di Dio.

Se volete leggere qualcosa di decisamente meno alto, qui il nuovo capitolo de l'Assedio degli angeli

lunedì 17 gennaio 2022

A volte ritornano – Un altro giro di DAD


 

La fine delle vacanze di Natale ha riacceso i riflettori sulle scuole.

Il primo effetto è che tutti si sono sentiti in dovere di dire la loro, sopratutto quelli che a scuola non ci vanno da ere geologiche. Così si è sentito tutto un valzer di ipotesi. Centri commerciali aperti per saldi, ma scuole chiuse. DAD per tutti, che fa bene. DAD per nessuno perché fa danni. Niente DAD, recupero a giugno, magari anche a luglio o ad agosto, quando ci si rende conto che quasi tutti i docenti a giugno fanno esami. E comunque i prof sono quasi tutti attaccati al loro stipendio (come ha risposto un docente, il nostro però è un amore platonico, vista l'entità dello stesso), non hanno voglia di lavorare, se la DAD non funziona è perché non si sono aggiornati e via così.

Premesso che ciò che penso della DAD in qualsiasi sua forma, alternata, integrata, carpiata e (sempre) arrangiata, è riassumibile in "tutto il male possibile" alla fine ciò che è stato partorito un regolamento di rara complicazione. Sei contatto? Sì, ma quanto sei contatto? Sei vaccinato? Sì, ma quanto sei vaccinato? Sei bambino? Sì, ma quanto sei bambino? Sei positivo? Sì, ma in quanti siete positivi in classe? Il tutto va frullato in arcani calcoli, invocazioni a divinità del grande oltre e il risultato è il destino della classe e quello del singolo, dato che le quarantene sono diventate di una durata assai variabile. Questo è in teoria.

La pratica?

Ogni mattino arriva, in un'orario variabile da mentre stai andando a scuola a dopo due ore che sei in classe, l'aggiornamento ufficiale. Pallino, Caio e Sempronia seguono da casa, Pallino ha il papà positivo, Caio il compagno di calcio, Sempronia non si sa. Ma a questo punto il tam tam mi ha già detto che Sempronia ha fatto un rapido casalingo che è risultato positivo e attende quello ufficiale. Ovviamente privacy alla mano nessuno dovrebbe sapere niente, ma Sempronia a scritto a Tizia, che lo ha detto a Cosina, che l'ha rivelato al compagno che a questo punto lo sa tutta la scuola. La privacy è la prima vittima di Omicron.

A questo punto iniziamo a preparare il collegamento per Pallino, Caio e Sempronia con annessa invocazione al Grande Oltre perché tutto funzioni. Intanto il gruppo a scuola... Non ho idea di cosa faccia il gruppo a scuola perché io sto invocando potenze infere per far apparire i tre Distanziati sulla Lim della classe. Il Fato mi ha dotato di ragazzi giudiziosi e comunque non ho alternative.

Il collegamento si attiva. Inizia l'abituale seduta spiritica. Pallino mi senti? Bzzz... Bzz... Caio mi vedi? Sempronia... Qui arriva la parte più surreale. Quella in cui almeno uno dei Distanziati del giorno non sta bene ma "mi connetto lo stesso, prof, che almeno è compagnia". Questo dà un senso a tutto. Cerchiamo di essere per i Distanziati una tacca più interessanti del soffitto della stanza in cui sono in isolamento. Sento che è una lotta dura. C'è sicuramente una crepa sul quel soffitto che a tratti è più interessante della mia voce, ma mi impegno per sconfiggerla. 

Inizia quindi la lezione mista. Quella in cui devi passare tra i banchi a controllare i presenti e in contemporanea scrivere ai Distanziati e in contemporanea controllare il volume perché tutti sentano tutti. Ah, il volume. Ovviamente indosso la mascherina FFP2 carpiata e rinforzata che non lascia passare niente, sopratutto la voce. Quindi sono microfono munita. Quel tipo di microfoni che a me fanno molto "Non è la RAI" dei tempi d'oro. Che però fa interferenza con il microfono del computer collegato alla LIM. Quindi c'è un punto preciso in cui tutti sentono. Appena più lontano dal computer e i Distanziati sono persi. Appena più vicini e partono dei fischi inenarrabili che potrebbero in effetti essere le lamentele degli antichi del Grande Oltre, giustamente disturbati da tutte le mie irripetibili imprecazioni.

E poi, quando la lezione è in qualche modo partita, arriva il momento più temuto. Oltre a Pallino, Caio e Sempronia ci sono altri 2/3 assenti di cui ci sono notizie vaghe e non verificabili. Ciccio si è fatto male. Tizia mi ha detto, ma non mi ricordo se faceva il vaccino o il tampone, una cosa così. Una cosa così. Peccato che entri la segretaria ad avvisare che un membro della classe è risultato positivo. La privacy è già morta, tanto è evidente che Tizia ha fatto il tampone e non il vaccino, visto che Ciccio nel frattempo ha scritto sulla piattaforma il perché e il percome della sua assenza e lo stato di salute della sua famiglia fino al cugino di quinto grado.

Però Tizia è positiva ed è stata in classe nelle 48 ore precedenti. Il ripetente, l'unico di tutta la classe che non è sempre stato più che ligio sull'uso della mascherina sbianca. "Secondo lei qualcuno morirà?". Acc... Cerco le parole per rassicurarlo. Non faccio a tempo a chiedermi se ho raggiunto lo scopo, che ha un'altra domanda. "Ma per la merenda che facciamo?". Forse temeva la morte per inedia. In effetti è una bella domanda. Mandiamo la segretari a chiedere, perché l'unica certezza è che ora tutta la classe deve indossare la FFP2. Chi non l'ha con sé chiede se deve andare a casa. Il fatto che più tardi ci sia verifica è solo una curiosa coincidenza. Qualcun altro mi chiede se i genitori hanno fatto bene a non vaccinarlo. 

A questo punto l'ora sta per finire e un'anima bella mi domanda se c'è una proroga alla scadenza al lavoro di gruppo che nel mentre avrebbero dovuto svolgere. Quindi, mentre le fanciulle si lamentano della minore bellezza delle loro FFP2 rispetto alle chirurgiche arcobaleno che sfoggiavano prima, inizio a ricapitolare. Il gruppo uno è tutto presente. Il gruppo due condivide con Pallino e Caio, che tanto sono autonomi nel lavorare da casa su file condiviso. Sempronia e Ciccio sarebbero autonomi, ma una ha la febbre, l'altro è infortunato. Tizia sappiamo che è positiva, ma non abbiamo idea di come stia. "Prof, ma questo non può essere l'ultimo voto del quadrimestre". No, non può essere, è evidente. "Brzz... Brzz... Ma mica interrg..Zggart...ftang...". No, è evidente, se no evochiamo il grande Chtulu. Scappo prima di rivelare l'unica soluzione possibile: farsi bastare i voti già presenti con un arrotondamento a favore di studente. E comunque ho la mascherina sempre indosso da 5 ore, ho sete, fame ed è decisamente il momento di andare a fare un tampone.

In tutta onestà, dopo questa bella giornatina ritengo che fosse meglio la DAD per tutti? No. Comunque no. Perché almeno c'è la speranza del ritorno in classe, perché ormai ho perso il conto degli alunni con problemi ansiosi. Perché è assurdo che i centri commerciali siano aperti per i saldi e che le scuole siano chiuse. Perché il confronto diretto, la condivisione delle paure, la richiesta estemporanea di informazioni e rassicurazioni sono molto più facili in presenza e valgono più delle nozioni. Però è pur vero che ho classi di una correttezza esemplare, ancora poche assenze tra i colleghi e quindi non mi sento di dire che la mia posizione sia l'unica giusta.

E poi magari domani riesco davvero ad evocare un Grande Antico.

PS:per quanto tutto ciò nella sua globalità sia reale, ogni riferimento a persone precise è fittizio.

PPS: se qualcuno vuole una storia altrettanto fantasy, ma diversa, c'è il nuovo capitolo de L'assedio degli angeli


venerdì 3 settembre 2021

Settembre



Come tutti gli insegnanti  ho un rapporto conflittuale con settembre, la paura e la voglia di andare.

E poi settembre, qua sul lago, con questa luce, con i primi funghi che verso fine mese iniziano a spuntare nei boschi, come si fa a non amarlo?

Ma andiamo con ordine.



 Ieri la figlioletta ha compiuto cinque anni.
Uno di quei momento in cui ti investe il treno dei luoghi comuni e sono tutti veri. Sembra ieri. Com'è possibile? Come ho fatto a non accorgermene, mi sono girata che appena camminava? Come siamo passati dalle prime paroline al pensare a dove iscriverla alla primaria? Eppure il tempo trascorso me lo ricorda la mia spalla infortunata, la bicicletta già sostituita con una più grande che ci guarda da un angolo del cortile, le tacche sul metro della cameretta a segnalare la statura crescente.
E anche qui la voglia e la paura di gettarsi nel futuro.
Domani la prima vera festicciola con alcune amichette. La prima perché il covid maledetto ci ha negato quella dell'anno scorso e quella dei tre anni, per lei, è di una vita fa. E quindi eccomi. Mi sembra di armare un esercito fantasy. Bacchette magiche schierate, rigorosamente con le paillettes, battaglioni di palloccini, mitragliatore di bolle di sapone. E nel preparare la sensazione che mi divertirò almeno quanto le bambine, con la differenza che avrò il rimpianto di non aver più, di non poter avere mai più, cinque anni.

Ma settembre è, ovviamente, il mese della ripartenza scolastica. E come si riparte?

Con tanta buona volontà e sperando in bene.

Questo, è in sostanza, il riassunto del Collegio Docenti. I mezzi di trasporto non sono stati potenziati. Le classi non sono diventate meno numerose (per fortuna nel mio istituto questo è un problema relativo). Insomma, si fa come l'anno scorso, si spera nel vaccino e ci si affida al santo di fiducia.

Rispetto all'anno scorso c'è un po' più di sicurezza nelle procedure da seguire: autocertificazioni, sanificazioni, spazi separati, didattica all'aperto, ipad non ci fanno più paura. Manca un po' quella fiducia (almeno da parte mia) di una ripartenza davvero definitiva. Perché il mio entusiasmo di settembre nel tornare in classe è finito a ottobre con classi in quarantena, colleghi ammalati e la paura costante di portare il virus a casa. Speriamo nelle mascherine e nel vaccino, speriamo, ma mentirei se dicessi che sono del tutto tranquilla.

Ho voglia di ripartire, di ritrovare i ragazzi. Di inventarmi qualcosa da fare. Di sperimentare. Ho voglia di una scuola che sia scuola, anche se per vedere i sorrisi bisognerà aspettare ancora un po'.


Settembre è anche il momento dei bilanci dell'estate e, dato che qui si parla principalmente di libri, anche di bilanci di lettura.

Per essere stata un'estate un po' anomala (solo i tre giorni a Venezia di vacanza vera e propria con tutta la famiglia), tra audiolibri, romanzi e fumetti (dovrei darmi un tono e parlare di graphic novel) sono abbastanza soddisfatta. Ho terminato una dozzina di volumi, di cui un paio che superavano il limite psicologico delle 500 pagine.

Della trilogia rinascimentale di Forcellino ho già parlato, quindi, tra gli altri, scelgo come libro top dell'estate


Franco Forte e Vincenzo Vizzini – L'uranio di Mussolini

Non sapevo bene cosa aspettarmi da questo romanzo, che mi ha davvero conquistato. Negli anni '30 Mussolini aveva forse la possibilità di realizzare un'arma rivoluzionaria (o, meglio, aveva la possibilità di realizzarla un tale Fermi), serviva però un materiale, l'Uranio, che per fortuna si è rivelato di difficile reperibilità. Il romanzo ruota sulle difficoltà di portare l'uranio in Italia, ma questo è quasi un pretesto per portare il lettore dentro un'indagine della Sicilia degli anni del fascismo. Quando ho acquistato il romanzo l'ambientazione era ciò che più mi intrigava. Invece mi sono innamorata dei personaggi, Vincenzo, ex reduce di guerra, poliziotto che combatte una sua personale crociata contro le ingiustizie e Franco, convintissimo fascista, lombrosiano, perché a lui, figlio di una prostituta, il fascismo ha comunque dato delle opportunità. Pensavo fosse principalmente un libro di intrattenimento, e forse lo è, ma lavora sul piano dell'inquietudine. Erode le certezze e i preconcetti del lettore, perché quale che sia la sua lettura del periodo fascista, il romanzo ne mette in luce varie sfaccettature. Quindi sì, ci si può affezionare anche a un fascista, si può pensare che sia proprio una brava persona. E poi pensare che stava per mettere la bomba atomica nelle mani di un dittatore che non vedeva l'ora di provare nuove armi in Etiopia. Si termina la lettura soddisfatti per la risoluzione dell'indagine interna, ma con un'inquietudine che non passa facilmente. Perché la storia è un affare maledettamente complicato e questo romanzo ha il gran pregio di ricordarcelo.


martedì 15 giugno 2021

L’anno che ci ha fatto capire cos’è la scuola


 

Quest’anno scolastico non è finito. Si è afflosciato. Svuotato lentamente. Adagiato.

Si è addormentato lentamente, come fanno i bambini, quando continuano a sbadigliare, ma protestano di non avere sonno. 

Gli ultimi sono stati giorni strani. Gli scrutini sono stati fatti con un anticipo mai visto. E quindi ci siano trovati ad andare a scuola con i programmi chiusi, le medie fatte, persino il conto delle assenze già cristallizzato.

Si è creato uno strano clima di autogestione, con le classi che stavano per lo più all’aperto, passeggiate al posto delle lezioni, cineforum su proposta dei ragazzi, ma sembrava che nessuno avesse davvero voglia di porre fine a tutto questo. Nessuno aveva più voglia di studiare, ma la voglia di venire a scuola, quella non era passata. Perché questo, in fin dei conti, è stato l’anno in cui abbiamo capito che la scuola è molto di più della somma degli insegnamenti che vi vengono impartiti.

Questo è stato un anno di follia didattica (spero) difficilmente uguagliabile.

Ho fatto lezione in una ex mensa, con una colonna in mezzo che bloccava a tre ragazzi la visione della lavagna, in un ambiente in cui ogni parola rimbomba, senza LIM, ma con un computer collegato a un proiettore che proiettava (appunto) nell’unico punto del muro in cui batteva il sole.

Ho fatto lezione da casa gli alunni a scuola.

Ho fatto lezione da scuola agli alunni a casa.

Ho fatto lezione a scuola con tutti gli alunni a casa e un alunno collegato via web.

Ho fatto lezione a scuola a classi con un gruppetto a scuola e la maggior parte a casa.

Ho fatto lezione a scuola a classi con la maggioranza a scuola e un gruppetto a casa.

Ho fatto da supporto a lezioni fatte da casa a un gruppo a casa e uno a scuola.

Ho fatto lezione da scuola ai ragazzi a scuola ma via web.

Credo sinceramente di aver provato tutte le combinazioni di DDI (Didattica Digitale Integrata) possibili, con vette di particolare improbabilità. Ho assistito da scuola insieme a un ragazzo audioleso a una lezione fatta da remoto dal docente di musica in cui in teoria sarebbe stato importante capire quale fosse la nota suonata dal docente a casa e trasmessaci dalla LIM. Per riuscire a far interagire la classe che rimbomba con un esperto esterno ho dovuto tenere 24 ragazzi, tutti presenti, ciascuno collegato al proprio dispositivo, con cuffie e microfono e in questo modo facevano anche le domande a me che stavo a due metri di distanza. Questo del resto è stato anche l’anno in cui gli Ipad sono sbarcati a scuola e ci siamo trovati tutti con la nostra piccola astronave in mano. A un certo punto è diventato più facile comunicare con l’Australia che con il vicino di banco.

In tutto questo non ci siamo risparmiati un alluvione di quelli da far passare tutta una giornata a rintracciare parenti e amici, per assicurarsi che stessero bene e una nevicata che ha isolato l'asilo di mia figlia e ha reso il rientro a casa un'odissea di oltre due ore, invece che gli abituali 15 minuti.

Mai come quest’anno ho sentito che la scuola è quel posto, reale o virtuale, in cui passiamo tantissimo tempo. E è un tempo che non può essere di sofferenza. Soprattutto se già il mondo intorno sembra impazzito, se l’angoscia raspa con forza alle porte della nostra mente. Quasi tutti, a turno, per lo più per contatti esterni alla scuola, siamo finiti in quarantena. E quando si è chiusi in casa, isolati anche dai propri cari, il tempo non passa più. L’ho vissuto io, ma ho avuto anche ragazzi, unici positivi in famiglia, che sono stati messi in isolamento nella propria stanza, da soli, con il collegamento con la scuola come unica finestra di socialità. Quasi tutti, a turno, siamo stati angosciati per la salute dei nostri cari. A volte, purtroppo, la preoccupazione è finita con un lutto.

Mai come quest’anno ho avuto la percezione del fatto che la scuola non è un luogo ma un tempo, uno spazio di vita. E non può essere un tempo buttato, un buco nero di noia. Deve essere, necessariamente, un tempo di qualità. Una frazione di vita intensa.

Questo era anche l’anno della sperimentazione senza zaino. Che in parte è morta di covid, perché non abbiamo derogato alle regole di distanziamento, che hanno resto impossibile quella condivisione di spazi e materiali che è parte integrante della metodologia. Dal momento, poi, che a scuola non si poteva lasciare niente, che ogni ragazzo doveva avere la propria dotazione personale e ogni prestito doveva passare dalla pulizia del materiale, si è trasformata in una scuola con sempre più zaino. Ai libri e ai quaderni si è aggiunto l’ipad e qualsiasi altro materiale si dovesse usare. Interi plastici dovevano andare a casa e tornare con gli alunni ogni giorno.

Il senza zaino, però, è stato almeno un pretesto per sperimentare. In un mondo di colpo così spaventoso non potevo avere paura di provare a fare. Cosa? Qualsiasi cosa che ci permettesse di imparare stando bene. Partendo dal presupposto che se stavo bene e mi divertivo io probabilmente sarebbero stati bene anche i ragazzi, questo è stato l’anno in cui ho provato più cose nuove. Forse è stato l’anno in cui mi è passata definitivamente la paura di non riuscire a fare tutto, dato che con questi continui cambi di regole e modalità sembrava pura utopia finire quanto programmato a settembre. Per assurdo, è stato l’anno in cui abbiamo terminato gli argomenti da affrontare prima dei giorni di lezione.

Abbiamo provato quindi.

Abbiamo costruito vulcani facendo a gara tra i ragazzi a scuola e quelli a casa a chi li finiva prima. Abbiamo decostruito in ogni modo possibile i poemi epici e abbiamo stabilito che quest’anno in nostro eroe è Ettore. Perché in fondo, in mezzo a una pandemia, vogliamo qualcuno che combatta per noi per farci coraggio, pronto a morire piuttosto che abbandonarci. I ciclopi e le sirene li lasciamo per tempi migliori. Abbiamo (cercato) di imparare i verbi saltellando nel cortile della scuola. Abbiamo cercando di rendere viva la storia, un po’ più vicina e meno astratta e del resto lo sgomento dei medioevali di fronte alla peste non era così diverso dal nostro. 

Abbiamo provato e abbiamo cercato. Non sempre siamo riusciti nel nostro intento. Solo il futuro mi dirà se i ragazzi hanno nonostante tutto imparato.

Eppure questo è stato un anno di cui ricorderò il tempo scuola con simpatia, se non con piacere. Perché in alcuni momenti è stato quasi il mio tempo migliore.

Prof pronta per lezione di storia

Elaborato di francese sopravvissuto al volo

Duello omerico in corso

Invasione vichinga

Scriptorium medioevale




Vulcani pronti all'eruzione
(diligentemente distanziati anche loro)


Quello che ho imparato quest'anno, anche grazie ai miei alunni, è che non possiamo scegliere il tempo che ci è dato da vivere. A volte, solo a volte, possiamo scegliere come viverlo.

E comunque, ora la scuola è finita. È iniziata la scuola estate...
Noi oggi a lezione...






martedì 6 aprile 2021

Lampi di luce dalla zona rossa


 La Zona Rossa continua.

Pare che, per il Piemonte, la prospettiva migliore sia uscirne per fine mese. 

Se non altro domani le scuole fino alla prima media riapriranno. Non fraintendetemi, non sono di quelle che vogliono la scuola aperta sempre e comunque a ogni condizione. A ottobre/novembre, ad esempio, una chiusura sarebbe stata auspicabile. Ma adesso, almeno nella zona dove lavoro io, tutto il personale docente ha avuto almeno una dose di vaccino (che non dà l'immunità perché per entrare a regime bisogna attendere qualche settimana dalla seconda dose, ma è comunque meglio di niente). E, sopratutto, le attività produttive non hanno chiuso. Quindi i bambini, la mia compresa, hanno in media frequentato più gente diversa di quanto facessero andando a scuola, sballottati tra nonni, baby sitter e parenti vari, individui fragili compresi. Bastava sentire qualche alunno di DaD "scusi, la rete non regge, ci sono qui anche i miei quattro cugini e i due vicini di casa, visto che la nostra connessione è la migliore...". Mia figlia stava in parte con me, in parte con un baby sitter, in parte con i nonni, in parte con gli zii, insomma, un inevitabile delirio di contatti che, a livello di mero rischio, mi è sembrata una cura peggiore del male.

Io me la sono passata tutto sommato meno peggio del previsto. Il mio baby sitter è stato catturato al momento giusto, la scuola è riuscita a garantire ai docenti genitori la possibilità di lavorare da casa almeno per alcuni giorni a settimana, garantendo allo stesso tempo la possibilità di frequenza per gli alunni con bisogni educativi speciali. Ai ragazzi era stato dato il famoso ipad/astronave in comodato d'uso, cosa che ha almeno garantito a tutti un mezzo pratico e resistente per la DaD. Nulla si è potuto fare per le connessioni più ballerine che, in una zona di paesini sparsi tra boschi e colline di granito, hanno poco a che fare con la volontà di famiglie e istituzioni. Come l'anno scorso eravamo in mano a Eolo, inteso non come fornitore di servizi, ma proprio come dio dei venti, perché col brutto tempo nei paesini internet non va e in molti giorni la rete sembra più che altro alimentata a bestemmie. Quindi abbiamo ripreso il balletto del ti vedo/non ti vedo/vedo solo il soffitto/vedo solo il tuo gatto. Devo dire però che gli animali domestici, i miei compresi, sono stati tutti disciplinati e hanno seguito le lezioni con una certa costanza.

Questo ovviamente non ha impedito scene al limite del delirio, come avere la figlia in crisi di nostalgia per l'asilo e gli amichetti in piena ora di geografia, consolata poi dai miei alunni in DaD (ho ancora il dubbio se firmarla come educazione civica). Peggio ancora, un increscioso incidente con il vasino in un'ora non coperta dal baby sitter. La mia spiegazione è stata una cosa del tipo "... Quindi il carattere di Ulisse è caratterizzato dalla curiosità... Ok, ragazzi, spengo la telecamera un attimo... E dall'intelligenza... Eh, ma qui c'è pipì ovunque... E dal sapersela cavare in ogni occasione... Evitiamo almeno di metterci i piedi dentro...". Ovviamente queste settimane di DaD sono state anche le settimane dei colloqui con i genitori, dei consigli di classe, del cambiamento di lavoro del marito... Tutto sommato l'esserne usciti vivi ha del miracoloso. 

Sono state anche le settimane in cui qui in Piemonte la campagna vaccinale ha finalmente ingranato. I suoceri hanno ricevuto entrambi la prima dose, mia mamma sta smaltendo i postumi della sua unica somministrazione. Mio padre è stato rimandato a data da destinarsi per aver da poco fatto un'anestesia totale, ma ha fatto la conta degli anticorpi, li ha ancora talmente alti che è stato chiamato per partecipare a uno studio sulle varianti (di cui onestamente ho capito poco, ma va bene così). Da oggi, poi, sono state aperte le prenotazioni anche per la fascia d'età 60-69 anni. Tutte le vaccinazioni sono state eseguite nel punto di somministrazione più vicino al domicilio e al momento tutti parlano di gentilezza e professionalità da parte del personale. Per la prima volta sembra davvero che qualcosa si stia muovendo nella direzione giusta. Spero solo di non illudermi.

Spero ora di rimettermi sui binari di ritmi più sostenibili, che mi permettano, tra le altre cose, di continuare ad vivere il blog e a leggere i post altrui. Questo spazio esiste da un sacco di tempo e mi scoccerebbe davvero perderlo per una cosa futile come una pandemia, insomma!

In queste settimane di stop ho anche saltato l'abituale rubrica "piovono libri" dedicata ai classici letti col gruppo di lettura. Anche se solo poche righe, però, il libro del mese le merita.

Tre camere a Manhattan – G. Simenon
Questa è stata una lettura sconcertante.
O, meglio sconcertante la lettura del romanzo, ma ancor di più la lettura delle recensioni trovate on-line.
In una New York desolata, fatta di gente che si sfiora senza vedersi, due anime perdute si incontrano per caso. Lui è un attore francese appena mollato dalla moglie. Lei la ex moglie di un diplomatico con problemi di salute e di alcolismo. Finiscono per attrarsi e non riuscire più a fare a meno l'una dell'altra. Tutto bene? Insomma. Lui la pesta, quasi la violenta e la tradisce appena lei si allontana. Lei lo capisce, lo consola e si sottomette. A me è sembrato l'inizio di una storia di soprusi e di violenza domestica. Peccato che Simenon pare si sia ispirato alla propria storia d'amore con quella che sarebbe diventata la sua seconda moglie (poveretta). E ancora più peccato che la maggior parte delle recensioni ne parli come di una storia d'amore. Addirittura lui è percepito come "dolce" o "un'anima bella". questo mi ha lasciato un profondo senso di malessere. 
Il libro è assai ben scritto. L'atmosfera, la desolazione, l'attrazione sono rese assai bene. Però credo che nel 2021 non si possa definire una storia in cui lui prende a pugni lei "una bella storia d'amore". Non possiamo dire che è un libro ben scritto su una passione intensa ma insana? Cosa ne pensate?


domenica 14 febbraio 2021

Lo zen, la scuola e le astronavi


 San Valentino ci regala una giornata di luce abbagliante e una valanga di ricordi inquietanti.

Qua in Piemonte iniziano le vacanze di Carnevale. Un anno fa così finiva la normalità. Finiva senza che ne accorgessimo davvero, con inquietanti notizie che comunque pensavamo non ci avrebbero toccato davvero e feste che non sospettavamo sarebbero state le ultime. Finivano, per noi prof, con compiti assegnati di cui poi nessuno si sarebbe ricordato, con classi che si salutavano e non si sarebbero più riunite. Alcuni dei miei alunni delle terze medie dell'anno scorso non si sono più rivisti.

Poi è cambiato tutto per tutti. Per la scuola nulla è stato più come prima. Siamo entrati in flusso di mutamento costante che prevede rapide improvvise, secche non segnate sulle mappe, cascate quando meno uno se lo aspettava. Nel tentativo di traghettare le mie terze medie verso una parvenza di fine ciclo di istruzione che avesse senso almeno ai loro occhi ho avuto varie tentazioni. Ubriacarmi ogni volta che la ministra cambiava idea. Ma, nonostante i miei geni veneti, avrei rischiato l'alcolismo. Dedicarmi allo shopping compulsivo ogni volta che cambiava idea. Ma il mio conto sarebbe andato in rosso. Quindi ho tirato giù santi e scoperto a cosa servono i farmaci contro l'acidità di stomaco.

A inizio anno scolastico ho pensato che non ce la potevo fare a vivere così. Inutile tentare di governare il flusso. Sarei stata foglia nella corrente. Imperturbabile. Banchi a rotelle, rime buccali, autocertificazioni, misurazione della febbre? Mi sono imposta a non farmi toccare da nulla su cui non avessi il controllo. Se un ministro si fosse svegliato dicendo che avremmo dovuto insegnare a testa in giù, attaccati al soffitto, nell'impossibilità di far presente il mio punto di vista, avrei dedicato le mie energie solo a controllare la sicurezza dell'imbracatura.

Con questo spirito ho iniziato la sperimentazione senza zaino. Che si è trasformata in "molto più zaino" perché ora la trasgressione non è più bigiare (giuro, ho sentito alunni dire che le vacanze di Natale sono state troppo lunghe), ma scambiarsi una matita, tutti devono portare tutto (e per tutto si intende tutto, anche il proprio elmo, ad esempio)


Ma, in questi tempi straordinari, a scuola si sono viste cose straordinarie. Non solo sono arrivati termoscanner, gel sanificanti, flacconi d'alcool, cose che già da sole mi sembravano fantascienza.

Sono arrivati gli Ipad. Cammionate di Ipad. Se ne parlava da inizio anno, ma una parte di me non ci aveva davvero creduto fino a che non sono entrata in aula insegnanti e ho visto pile di confezioni di Ipad sul tavolo. Li ho guardati come gli scimmioni di 2001 Odissea Nello Spazio guardavano il monolite.

Qualche giorno dopo tutti i miei alunni della classe senza zaino avevano il loro Ipad. Che dovevano attivare e io non avevo la più pallida idea di come si facesse. L'unica cosa a cui riuscivo a pensare era che a me la scuola, da studente o da docente, non ha mai dato in comodato d'uso neppure una penna. Non certo un Ipad con tanto di tastiera e apposita penna. Poi, mentre cercavo di non tirar giù santi nel tentativo di attivare i maledetti monoliti, ho iniziato a pensare a come potessi requisirne uno. Purtroppo gli alunni sono ormai avvezzi al draconiano regolamento anti covid, figuriamoci se incappano in un comportamento tale da permettermi di sequestrare loro l'aggeggio.

Dal giorno seguente, mentre gli Ipad iniziavano ad allargarsi a macchia d'olio in tutte le classi della scuola, i miei alunni erano tutti muniti di monolito alieno funzionante. La prima impressione è stata quella di guardare dalla bicicletta le evoluzioni delle astronavi. Come cavolo faccio a insegnare a quelli delle astronavi? Poi è arrivata la vocina antipatica che mi ha detto "rendilo noioso e tutto sarà gestibile". Poco etico, forse, ma funzionale. Un bel foglio condiviso con tutti e via di esercizi. Tutti vedono le modifiche di tutti e per me è meraviglioso. Per loro forse meno, ma riusciamo a far atterrare tutte le astronavi senza drammi e danni.

I giorni successivi prendo coraggio. Quanto sarà diverso il mio Mc dal loro Ipad? Dopo dieci minuti in cui non riesco a salvare nel formato desiderato un file di testo mi arrendo all'evidenza. Sono ferma alla pietra levigata e invece loro hanno il teletrasporto. Fotografano i miei appunti alla lavagna e li imprementano con i loro. Ricalcano le cartine in digitali e parlano di app di cui io neppure conosco l'esistenza.

Cerco di convincermi che non è davvero necessario conoscere tutte le tappe di un processo per guidare un risultato. Riusciamo in qualche modo a realizzare dei grafici in digitale, ma non saprei dire come abbiamo fatto. 

Intanto sono già passate delle settimane, gli Ipad sono dilagati e ho scoperto che il mio essere foglia aiuta. Non mi sono posta una serie di problemi e non so dire se non li ho visti o non si sono presentati. Non ci sono state battaglie con gli Ipad come armi. Se durante le lezioni i ragazzi in realtà hanno giocato a Fortnite in rete lo hanno fatto così bene che non solo non me ne sono accorta, ma di fatto hanno esercitato delle competenze (la parola magica della scuola degli ultimi anni). Del resto i risultati delle verifiche fatte tramite l'astronave dimostrano che se sono andati contestualmente a fare controlli in rete, qualcosa è andato storto. In compenso diamo ormai per scontato di poter consultare il web quando ci pare per cercare qualsiasi cosa e mi sono trovata non so bene come in un surreale lavoro di gruppo in cui ogni ragazzo stava in silenzio nel proprio banco chattando con i compagni. In teoria io potevo supervisionare in contemporanea tutte le chat, ma dopo tutto la cosa importante era solo che sapessero che io potevo farlo.


La cosa che davvero mi scoccia è che le astronavi sono sbarcate ormai da settimane e non ho avuto occasione di sequestrarne neppure una. Non ho ancora capito come funzionino la maggior parte delle app e invidio in modo viscerale il loro programma di grafica e la facilità con cui i ragazzi lo usano. 

Quindi domani vado a investire due anni di bonus docenti in un'astronave. Sperando che i miei alunni mi facciano un corso accelerato di pilotaggio.

domenica 22 novembre 2020

Di DDI, DAD, Didattica capovolta, incrociata e spesso arrangiata


 La DaD dello scorso anno scolastico l'ho odiata con tutte le mie forze.
Sia chiaro, ero consapevole che fosse necessaria, ero consapevole che andasse portata avanti in un certo modo e alcuni risultati li abbiamo anche ottenuti. Però l'ho odiata. Ho odiato dover improvvisare da un momento all'altro qualcosa di cui non mi sentivo pronta. Ho odiato perdere di colpo il contatto umano che caratterizza il mio lavoro per trovarmi a fare esattamente ciò che per tutta la vita avevo rifuggito, un lavoro che mi portasse a stare giornate intere a fissare un monitor.

Quest'anno, almeno a settembre mi sono illusa.
Illusa che ce l'avremmo fatta in presenza.
Ho visto cose che una prof pensava impossibile. Non solo carta igienica in abbondanza in ogni bagno (in realtà non non ne abbiamo mai avuto carenza), ma disinfettante ovunque, carta ovunque, un livello di pulizia tale che sui pavimenti si sarebbe potuto mangiare. Addirittura il report della pulizia delle maniglie. Aree ben delimitare per l'intervallo, percorsi di ingresso e di uscita differenti. Un grado di organizzazione tale da farmi davvero sperare.
Poi li ho visti arrivare, gli alunni. Stipati come sempre nei pulmini, tutti mescolati. E ho capito che no, la mia era stata, appunto, un'illusione.
Infine nella mia zona è saltato del tutto il tracciamento. Qualche settimana fa si è arrivati all'assurdo che un esito di un tampone poteva arrivare anche due settimane dopo la richiesta, quando l'ipotetica quarantena per i contatti era bella che finita. Intorno a me ho perso il conto della gente ammalata e tutti i nostri bei disinfettanti scolastici nulla hanno potuto.

giovedì 17 settembre 2020

Oida


 Permettetemi un altro post da prof.
Dopo tutto in questi giorni non riesco a essere molto più che una prof. Anzi, è già tanto se riesco a essere questo. Lunedì è stato il primo giorno di scuola e già mi è stato quasi fatali. Si, sa, noi donne siamo condannate a crampi mensili più o meno molesti, più o meno persistenti. Ecco, volete mica che i crampi mi lasciassero sola proprio in questo primo giorno di scuola di era Covid. Quindi sono venuti con me, più molesti e più persistenti. Io, le mascherine, il disinfettante, le cinque ore filate perché i colleghi ancora non ce li hanno dati e i crampi.
Il tutto con il bidello che doveva misurare la febbre, ma noi stavamo facendo attività all'aperto e all'aperto il termometro faceva il timido e non voleva collaborare. Allora siamo tornati dentro e abbiamo lasciato tutte le porte aperte come da manuale. Un uccellino ci ha seguito e poi non sapeva più uscire e continua a sbattere contro il vetro dell'unica finestre chiusa. Quindi ho abbandonato la classe, sono uscita, mi sono fatta vedere dall'altra parte del vetro, ho minacciato la bestiola, che finalmente ha trovato, almeno lei, la strada per la libertà.
Insomma, un primo giorno di scuola che già fa epopea.

lunedì 7 settembre 2020

Adesso però ripartiamo


 Ok, ci siamo.

Il sierologico l'ho fatto, il corso covid pure, la scuola si è attrezzata sfruttando ogni angolo disponibile, i banchi a rotelle arriveranno, i docenti che mancano forse. È ora di ripartire.

Non so chi passi di qui a leggere. Di sicuro colleghi, magari anche ragazzi. Non importa, questo è per voi, per chiunque nei prossimi mesi si trovi a dover frequentare la scuola.

sabato 29 agosto 2020

Verso la ripartenza


 

Ecco, questa sono io che guardo il nuovo anno scolastico, senza la più pallida idea di cosa ci sia sotto la nebbia.

Girando per la rete, sembra che ognuno abbia la propria certezza, sappia additare con sicurezza i colpevoli. Come al solito a me le certezze mancano e i miei desideri confliggono. Voglio sicurezza e una scuola che sia davvero scuola, sia per mia figlia che per me. Voglio sicurezza, ma anche la mia vita di prima. Ho letto che solo il 10% della popolazione, anche potendo, vorrebbe tornare al vecchio stile di vita. Beh, sapete una cosa? A me la mia vita, così com'era strutturata dopo 40 anni di tentativi, piaceva. Mi piaceva il mio lavoro per come si svolgeva (in classe). Mi piaceva vedere gli amici almeno una volta alla settimana. Mi piaceva che mia figlia facesse sport e frequentasse altri bimbi. Tutto molto banale e piccolo borghese, certo, ma mi piaceva. Però mi piace anche non finire all'ospedale e sopratutto non veder finire all'ospedale nessuno dei miei cari, grazie tante.

Quindi sono consapevole che i miei desideri confliggano e ho questa sensazione di inoltrarmi in un periodo in cui non mi piacerà fare ciò che è giusto fare. Poi c'è la nebbia che avvolge la scuola.

Sia agli atti. Ringrazio il cielo di non essere preside, di non essere vicepreside, animatore digitale, responsabile di alcunché e di arrogarmi il privilegio di potermi lamentare di decisioni che non devo prendere io.

venerdì 19 giugno 2020

La notte dopo gli esami (on line)



Riemergo, dopo oltre un mese di assenza social.

Tra l'altro blogger nel frattempo si è aggiornato, adesso ha un'interfaccia bellissima, ma non trovo niente!

Rieccomi, comunque, più o meno viva. In questo mese si sono sommate più cose, ma due hanno condizionato la mia vita, l'approssimarsi degli esami di terza media e la mia partecipazione come pre giuria al premio Gran Giallo Città di Cattolica, con i suoi oltre 130 racconti da leggere. Entrambe sono state esperienze interessanti, a loro modo totalizzanti. Di certo, però, l'esperienza degli esami on-line spero di non rifarla mai nella vita.

venerdì 24 aprile 2020

Il perché del 25 Aprile raccontato dai miei alunni.

Oggi sfrutto i miei alunni.
Avendo due terze medie da far lavorare a distanza li ho sguinzagliati per gli archivi on-line e le loro soffitte per cercare una risposta a una semplice domanda: ha senso festeggiare il 25 aprile? Che cosa è esattamente finito quel giorno del 1945?
Il compito quindi era capire cosa fosse successo nel nostro territorio, da Novara, nostro capoluogo di provincia, ai laghi dal 1943 al 1945.
Ogni gruppetto in autonomia ha scelto un taglio da dare al lavoro. C'è chi ha scelto di lavorare su un luogo in particolare, chi sulle brigate partigiane, perché magari aveva un bisnonno partigiano. Tra tutti i lavori ne ho scelto uno che non è il più bello esteticamente, non è il più personale (alcuni affondano davvero nella storia famigliare) ma è il più completo rispetto al tema che il gruppo si è dato: sono stati uccisi degli ebrei sul nostro territorio?













Se pensiamo che parliamo di un territorio estremamente ridotto, tra il Lago Maggiore e il Lago d'Orta, non urbano, credo che questi numeri facciano davvero impressione.
Ho chiesto poi di evidenziare su una cartina con tutte le uccisioni censite, siano state le vittime ebrei o partigiani catturati (esecuzioni, non azioni di guerra)


Nella nostra zona, quella dei laghi, non c'è praticamente paese in cui i nazifascisti non abbiano ucciso qualcuno.
Il 25 aprile ha messo fine a tutto questo.
Non credo serva aggiungere altro.

martedì 7 aprile 2020

Racconti nel tempo del Coronavirus /7


L'EPOPEA DELLA DIDATTICA A DISTANZA

La prima cosa da imparare per entrare nel fantastico mondo della Didattica a Distanza sono due parole, da ripetere ossessivamente come "metti la cera, togli la cera". Sicrona e Asincrona.
Proviamo insieme.
Sincrona e Asincrona.
Sincrona e Asincrona
Sincrona e Asincrona.
...
Arrivati a cento proseguite la lettura.
La didattica sincrona è quella in videoconferenza ed è la mia croce. Lo è per due motivi. La prima sono i salti mortali per gestire due lavori con figlia. Quindi nei giorni in cui mio marito non è in ditta lui si alza all'alba per iniziare a fare il papà alle 16, ora in cui partono le mie lezioni live sulla piattaforma, per altro ottima, Meet di GSuite. La seconda sono le connessioni dei ragazzi.
I miei alunni abitano in paesini e in frazioni di paesini. Chi è stato sul Lago d'Orta sa che c'è un'enorme rupe di granito a strapiombo sopra cui c'è un santuario. Chi è passato in auto sopra o sotto la rupe sa che è uno di quei luoghi d'Italia, pare non l'unico, dove le frequenze radio si annodano su loro stesse. In pratica qualsiasi cosa tu stia ascoltando si trasforma in Radio Maria. Un gruppo cospicuo di miei alunni abita in prossimità della rupe e per tutti loro la connessione è in mano a Eolo, inteso come dio greco dei venti e del caos, non come fornitore di servizi.
Le ragazze sono tutte apparizioni mistiche. Figure confuse dalla lunga chioma e circonfuse di luce. I ragazzi non hanno neppure l'aura angelica, sono sbiaditi fantasmi.
Va un po' meglio a chi abita nel paese principale, in centro, salvo a un'alunna che si affida al wi del comune, ma per farlo deve stare praticamente a cavalcioni della balaustra del balcone.
Le spiegazioni funzionano tramite i ripetitori. Alunni di centro paese che riassumono e ripetono poi per gli altri. Ho anche pensato a registrare le spiegazioni live, ma sarebbe uno straziante sequenza di Mi senti?... Bzzz...? Chi mi sente scriva in chat... Tanto vale registrare spiegazioni di notte, come del resto già faccio.
Per interrogare mi hanno consigliato il piccolo gruppo. Oggi ho interrogato. L'ultimo gruppo sembrava una barzelletta di quelle vecchie sui carabinieri. Uno mi sentiva ma non aveva il microfono. L'altro non mi sentiva ma io sentivo lui. La terza andava a scatti e la quarta non aveva studiato e cercava disperatamente di carpire delle informazioni dagli altri tre. 
Nel gruppo dei cittadini, invece, è saltata la connessione a me. Una delle mie alunne migliori ha parlato per cinque minuti buoni al nulla, mentre io tiravo giù santi nel tentativo di far ripartire tutto.
Infine ci sono le due sorelle che usano una stessa connessione senza telecamera e io non riconosco mai dalla voce con quale delle due sto parlando.
Ci sono anche degli altri effetti collaterali delle interrogazioni Live a cui non avevo pensato. Il Solito Noto non aveva studiato. Sono partita con cazziatone prima di rendermi conto che era sintonizzato dalla cucina. Dalle sue spalle è partito il cazziatone di sua madre e lui è stato preso tipo farcitura del panino. Più tardi ho pensato che deve esistere anche una privacy del cazziatone scolastico e dell'esposizione della propria ignoranza.
La cosa abbastanza straordinaria è che tra un bzzz... e l'altro è che i miei alunni, salvo il Solito Noto e pochi altri avevano studiato. Del resto nulla di ciò che sto facendo avrebbe senso e scopo se loro non fossero così maturi e diligenti e un sacco di problemi che leggo in giro, dagli assenteisti ai disturbatori di chat per ora non li ho visti neppure col binocolo.

Me la cavo decisamente meglio con la didattica Asincrona. 
Lì è una questione di organizzazione e perdita dei freni inibitori.
Perdita della paura di farsi inquadrare e registrare da una telecamera sapendo che poi il video sarà buttato nella rete e tornerà chissà dove e chissà quando. Diciamocelo, non siamo proprio dei fiori di bellezza. Io ho i capelli un po' rosa e un po' con la ricrescita, per dire.
Perdita della paura dell'imperfezione. Se dovessi rifare un video ogni volta che si sente un rumore di fondo, dal cognato trombettista al piano di sotto, alle grida della figliola, non ne uscirei più. Quindi si sentono messaggini che squillano (con una madre disabile no, il cellulare in questi giorni non lo metto in silenzioso mai), mi impapino, ma vado avanti. Se non lo facessi a ore improbabili sarebbe anche divertente. Come parlare per sette minuti di una delle poesie più brevi della nostra letteratura:

Mi rimane, lo ammetto, il sospetto che i famigliari contruibuiscano non poco alla produzione dei lavori dei ragazzi, ma alla fine, perché no? Se tutta una famiglia studia Ungaretti o il futurismo, che male c'è?
A proposito, ecco il futurismo in chiave quarantena:
Infine, se c'è una lancia da spezzare in favore della Didattica a Distanza è la possibilità di di personalizzare davvero la didattica, proponendo percorsi diversi per ciascun alunno e seguendoli passo a passo.
Però ora è mezzanotte e devo ancora cercare dei materiali per le lezioni asincrone di domani (e no, domani mattina non potrò dormire...)

Ricordatevi però che martedì prossimo uscirà in ebook il mio doppio racconto, Prima che venga il gelo.
Per allora avrò quarant'anni, compiuti il giorno di Pasqua.
Pare che il mio regalo si nasconda già in casa: un abito adatto all'occasione, quindi un pigiama.
Però, spulciando l'elenco degli esercizi che fanno consegna a domicilio per i miei genitori è saltato fuori anche quello di un ristorante che un po' un monumento della gastronomia della zona. Quindi un uccellino mi ha detto di non affannarmi con il pranzo di Pasqua. Alla fine questi quarant'anni in quarantena magari non saranno neppure così deprimenti.

martedì 25 giugno 2019

Riflessioni di fine anno scolastico


A fine anno scolastico mi sento un po' come il pontile della foto: letteralmente a pezzi, ma ancora rivolta a qualcosa di bello, che non sono, non solo, le vacanze.

Si è concluso per i ragazzi, ma non ancora per noi, un anno impegnativo, in cui per la prima volta la burocrazia mi è pesata più della didattica. 
Sarà un po' stato il laboratorio PON, con i suoi moduli dal significato imperscrutabile (cosa servirà mai segnalare con precisione maniacale quanti giorni ciascun ragazzo aderente al laboratorio è entrato in ritardo? E, davvero, tutti i documenti dei genitori dei ragazzi, compresi quelli che vivono altrove? Neppure dovessimo usare questi alunni per chissà quale esperimento segreto...), un po' la necessità di rendicontare in modo univoco tutti i progetti di un comprensivo che ha mille piccole sedi.  Sarà, ma per me che sono una di quelle prof che va già in panico quando deve contare i soldi per la gita, tutta questa mole di dati da gestire mi fa sentire uno sciatore da barzelletta che cerca di scendere dalla montagna più velocemente dell'enorme palla di neve subito dietro. E si sa già nelle barzellette chi vince in questi casi...

E poi ci sono questi ragazzi, figli di un mondo in evoluzione, nati da genitori analogici in un mondo digitale di cui non conoscono rischi e regole, sballottati in un presente incerto dalle prospettive nebbiose, spesso con troppe ansie sulle spalle, di cui non sanno farsi carico. Etichettati in un sistema che sulla carta vuole l'inclusione, ma di fatto li divide in pacchetti e pacchettini, H, BES, DSA, DHD, con il PEI e il PDP, sigle che a me ricordano quelle degli additivi chimici sulle etichette di certe bevande dai colori fluo. Ormai ogni libro di testo, ogni programma didattico, ha il suo contenuto diviso per pacchettini, da associare ciascuno alla giusta sigla, dimenticandosi che in fondo sempre di pre adolescenti stiamo parlando.

Quali riflessioni mi rimangono di quest'anno scolastico?

La rivincita del concreto nel mondo del digitale
A me piace lavorare col supporto digitale, per quanto imbranata io sia. Ho un blog didattico, uso tutti i supporti che trovo, eppure quest'anno più che mai ho riflettuto su quanto serva a questi ragazzi usare le mani. Fare. Toccare. Provare.
I miei sono ragazzi di campagna, grazie al cielo. Vanno in bicicletta, nuotano nel lago, vedono i nonni che fanno l'orto. Non so se si rendano conto di quanto siano fortunati per tutto questo. Tuttavia la loro vita esperienziale è mediata dallo schermo. Io capisco poco del fenomeno degli yuotuber. Mi sembrano per lo più di una noia abissale. Gente che parla davanti a una telecamera. Ma forse rispondono a un bisogno elementare: avere qualcuno che ci parli. Permettendoci di illuderci che lo faccia guardandoci negli occhi.
E allora facciamoli uscire questi ragazzi dalle loro camerette, facciamoli toccare il mondo.
Una delle esperienze più belle di quest'anno, di cui sarò sempre grata alla collega che l'ha proposta, è stata la gita in miniera, di cui ho già avuto modo di parlare sul blog. Entrare in una miniera, solo con la luce dei caschetti e poi spegnerli è una cosa che non si dimentica.
Ma mi ha anche sorpreso l'entusiasmo che i ragazzi hanno profuso in ogni attività che permettesse loro di costruire, persino i modellini di inferno, purgatorio e paradiso. O come si riguardano alcune cose create l'anno scorso. 
Questo dopo tutto è un mondo in cui quasi non si stampano più neppure le foto delle cerimonie. Rimane tutto a schermo, perso nella nuvola. L'idea creare qualcosa che rimanga nel mondo fisico acquista una sua dimensione nuova se guardata con gli occhi di questa generazione.

Custodi della terra che abitiamo
Se mi leggete da un po', non avete bisogno che vi ribadisca come la penso su un sacco di cose.
L'idea di dividere l'umanità in "noi" e "loro" mi fa ribrezzo. L'idea di classificare "loro" in base all'origine mi spaventa.
L'istantanea più bella di quest'anno scolastico, è quella dei ragazzi sulla spiaggia del lago. Il lago che abbiamo studiato e, nel nostro piccolo valorizzato, con il famoso e famigerato progetto PON. Ragazzi dalla pelle di svariate sfumature, dal bianco latte all'ebano, con cognomi e origini che vanno dall'Est Europa al centro dell'Africa. Ma quella è la loro spiaggia. È loro perché ci vanno a sguazzare, a prendere il sole, a giocare a pallavolo. È loro perché adesso ne conoscono la storia. È loro perché sanno quanto è fragile l'ecosistema lacustre e sanno che dovranno avere delle attenzioni se vorranno continuare a poterci sguazzare e giocare. 
Non riesco a capire che importanza possa avere il da dove vengano. Sono qui. Sono una risorsa.
Ho scoperto che è molto più facile spiegare le cose partendo da ciò che è vicino, se è possibile. Qualcosa di tangibile, a portata di mano. Funziona per tutti, anche per chi è nato nei posti più disparati.
Si parla tanto di integrazione e io non so mai bene cosa dovrei fare. Ma voler bene al posto in cui si vive, conoscerlo e proteggerlo mi sembra un buon punto di partenza.

Senza zaino ma non senza fonti
Non il prossimo anno, ma quello dopo approderanno nella mia scuola media dei bambini che hanno fatto le elementari "senza zaino". Dato che quell'anno le prime toccheranno a me non c'è tanto da fare diatribe culturali pro o contro. I miei alunni saranno formati secondo il metodo senza zaino e quindi dovrò esserlo anch'io, se non altro per sapere come sono abituati a lavorare.
Quest'anno ho iniziato a studiare per capire innanzi tutto di cosa si tratta. In pratica, per quello che ho capito, che è ancora poco, è un metodo di derivazione montessoriana che privilegia l'apprendimento cooperativo e il lavoro in classe rispetto allo studio casalingo.
Mi sento ancora molto ignorante e non sempre sono d'accordo con quello che leggo e studio, anche se ho un grande rispetto per le maestre delle primarie da cui verranno i miei alunni. Ad esempio io mi trovo bene con il metodo della "classe capovolta" che tutti mi dicono essere simile come impronta generale, ma in realtà parte dall'assunto che gli alunni studino (o almeno leggano) in autonomia a casa il materiale fornito dall'insegnante prima della lezione vera e propria, che quindi è più applicativa (detto più semplicemente: a casa si lavora e pure tanto).
Quello in cui sicuramente non sono d'accordo è eliminare i libri di testo, sopratutto in alcune materie.
So che alcune scuole senza zaino preferiscono far acquistare dei supporti (tipo tablet) piuttosto che dei testi e spesso si appoggiano poi a dei libri di testo "autoprodotti". Cosa che va benissimo in alcune discipline. Nel mio istituto circola già un bel libro di arte "home made". Forse si potrebbe eliminare l'antologia a favore di un utilizzo migliore dei testi della biblioteca scolastica, evitando l'acquisto di un libro scomodo, pesante sia sul piano economico che su quello fisico e di cui di fatto se utilizzo un terzo è tanto.
Ma il libro di storia? Io non saprei produrre un manuale scolastico neppure per la storia antica (che tanto alle medie non si fa più), che è il mio ambito specifico di studi. Figuriamoci per il resto. E se poi arriva un collega negazionista? O un collega di scienze che pensa che la medicina "tradizionale" sia tutta da buttare e che si possa curare il cancro con l'acqua di rose? Perché diciamocelo, professori così ne esistono. Quindi non vorrei mai alimentare, anziché contrastare, uno dei grandi mali del nostro tempo, quello che vuole l'opinione equiparata al fatto. Tutto sommato di questi tempo il caro, vecchio manuale, controllato da qualche cattedratico docente universitario o chi per esso, ma controllato, me lo terrei caro.
Su questo fronte, quindi, sono in cammino, studio, mi guardo in giro, penso.
Alla faccia di chi dice che gli insegnanti hanno tre mesi di vacanze...