mercoledì 28 aprile 2021

La società dei gatti filosofi – racconto giallo – parte seconda


 Parte prima

– Spiegatemi, io dovrei rischiare la pelliccia per aiutare un gruppo di gatti a trovare chi ha ucciso un essere umano? – chiese il mezzo bracco, perplesso.

Non era propriamente un randagio. Aveva cuccia in uno degli ultimi cortili del paese, il giardino malmesso di un anziano, con una rete che avrebbe necessitato una buona manutenzione e da cui l’animale entrava e usciva a piacimento. Nonostante il suo sangue da cacciatore, aveva un’età per cui inseguire i gatti aveva perso gran parte del suo fascino, tuttavia era pur sempre un cane, con una reputazione da difendere.

– Se ammazzassero il tuo umano tu resteresti a cuccia senza fare niente? – chiese, melliflua, Ipazia.

– Finirei al canile, probabilmente e con scarse possibilità di fare alcunché, salvo terminare i miei giorni in una gabbia.

– I cani sono schiavi per natura – sussurrò Aristotele a Protagora.

– Loro solo, tra tutti gli animali, non immaginano gli dei con la loro forma, ma con sembianze umane – replicò questi.

– In ogni caso io non posso introdurmi in un appartamento chiuso all’interno di un palazzo – tagliò corto il mezzo bracco.

– Cani, esseri inutili – sbuffò Platone.

– Non inutili, se si vuole rovesciare per bene un bidone dell’immondizia – replicò piccato l’animale.

– Questo è vero – ammise, magnanimo, Diogene, che apprezzava in modo particolare questa attività.


L’impossibilità di far entrare un mezzo bracco di venti chili in un appartamento chiuso all’interno di un condominio scoraggiò alcuni dei gatti, ma non tutti.

– Con la logica si può superare qualsiasi avversità – disse, ostinato, Aristotele. 

– Bisogna perseguire l’atarassia e discostarsi dall’eccesso di passioni – replicò Epicuro, che era del partito di lasciar perdere.

– La ricerca della verità è cosa ben più alta del lasciarsi andare alle passioni – lo rintuzzò Socrate.

– Basta tutti e tre, ragioniamo – li zittì Democrito, gonfiando la coda nera. – Secondo la polizia il decesso è naturale, l’appartamento non è sigillato, anzi, sarà un via vai di parenti. Ipazia può riuscire a entrare e a prendere qualcosa che l’assassino abbia toccato da far annusare al segugio, qui.

– Bracco – puntualizzò questi.

– Mezzo bracco – soffiò Democrito.

– Cosa può aver toccato l’assassino? – chiese Aristotele.

Quella, pensò Democrito, era una bella domanda.

– La tazza in cui ha bevuto il the – rispose Parmenide, fiero del proprio acume.

– Ma la tazza è stata lavata, tutto scorre e di fatto quella tazza non è più quella in cui l’assassino ha bevuto – lo rintuzzò Eraclito, scuotendo tronfio il suo faccione rosso.

– Avete ragione entrambi – intervenne Democrito, per bloccare un battibecco che avrebbe potuto durare in eterno. – Ma ragioniamo, ci sarà qualcos’altro che l’assassino avrà toccato in casa e che possiamo recuperare?

I gatti si impegnarono nel ragionamento, con lunghe digressioni sulla natura dell’odore, su cosa fosse, sul perché, benché i loro sensi fossero acuti, i cani fossero oggettivamente più bravi a rilevarli. Alla parola “oggettivamente”, ovviamente, Crizia si era inalberato, osservando che nulla è oggettivo. 

– I tovaglioli – esclamò infine Ipazia. – Alberica ha servito il the nel servizio bello. Avrà di sicuro offerto anche dei tovaglioli puliti.

Democrito abbassò le orecchie, colpito.

La vecchia professoressa non abitava lontano dal via del cimitero e ciascuno dei gatti era riuscito, una volta o l’altra, ad entrare nell’appartamento. Se poi la signora li trovava malati o feriti se li portava a casa per sovrintendere alle cure alla guarigione. Tutti loro, quindi, avevano un’idea delle abitudini della loro benefattrice.

– E se ha fatto in tempo a lavare le tazze, di certo si sarà occupata anche dei tovaglioli – continuò il gatto nero. – Il suo lo avrà ritirato per utilizzarlo di nuovo, mentre quello dell’ospite sarà stato messo tra le cose da lavare.

– Dove, se ci spicciamo, è possibile recuperarlo – terminò il ragionamento Aristotele.


Il corpo della professoressa Zirconi era stato rinvenuto in tarda mattinata e a metà pomeriggio il medico legale, oberato dal troppo lavoro aveva già dichiarato la naturalità del decesso. Alle diciotto la polizia aveva tolto i sigilli e alle diciannove i tre nipoti, uno scapolo quarantenne, un allampanato studente universitario e un giovane padre di famiglia, varcavano la soglia dell’appartamento. Tra i loro piedi, tutta fusa e moine, si faceva largo Ipazia, mentre più discretamente Democrito si infilava, non visto, oltre la porta.

– E questa chi è? – chiese lo studente, abbassandosi ad accarezzare la micetta.

– Uno dei gatti della colonia che la zia curava – sbuffò il padre di famiglia. – Se penso che tutti gli averi della vecchia finiranno all’associazione che cura le bestie mi vien voglia andare all’altro mondo per ammazzarla di nuovo. Io mi spacco la schiena per dar da mangiare ai miei figli e quella lascia tutto ai gatti.

– Non tutto tutto – lo contraddisse lo scapolo sovrappeso. – Il conto corrente e l’immobile.

– E dici poco? – lo rintuzzò il padre, sistemandosi gli occhiali. – Ha lavorato una vita intera, mangiava come un uccellino, mai una vacanza o uno svago, neppure la macchina ha mai avuto. Avrà accumulato centinaia di migliaia di euro, altroché. Io lo strozzerei, quel gatto, fossi in te.

Lo studente, un tipo alto e magro che odorava di quelle erbe che alcuni umani sono soliti fumare in luoghi appartati, stava facendo a Ipazia mucchio di coccole e si limitò a mugolare.

– La zia odiava tutti, tranne i gatti e i filosofi morti, che ti aspettavi? – bofonchiò.

– Guardate che i mobili, le opere d’arte e i gioielli sono nostri – replicò il tizio sovrappeso.

Ipazia pensò che avesse lo sguardo fintamente languido di certi maschi castrati troppo tardi, che finiscono per sublimare col cibo gli istinti a cui non possono più dare sfogo.

– Ma quali opere d’arte, la zia avrà speso una fortuna in libri di filosofia, ma a chi li vuoi vendere, quelli? Magari a qualche amico mio all’università, a un euro al chilo – mormorò lo studente, poco interessato alla conversazione. – Ci costerà più spostare la roba che c’è nell’appartamento.

– Sì, ma i gioielli? – chiese il grasso. – La zia era l’unica erede femmina della vecchia famiglia Zirconi, tutti i gioielli di sua madre, sua nonna, della sue zie sono per forza finiti a lei.

– Dammi retta, piuttosto che lasciarli a noi se li è mangiati – replicò, secco, il padre.

– Probabile – concordò il giovane.

Intanto, camminando nelle zone d’ombra, dove il suo mantello faceva tutt’uno con il buio, Democrito era arrivato fin nel bagno, dove in un angolo stava la cesta in vimini delle cose da lavare. Uno dei luoghi della casa più amati dai gatti. Il massimo era seguire Alberica per tutta la strada da via del cimitero al suo appartamento, infilarsi oltre la porta, farsi prendere per la collottola e sentirsi dire che doveva essere l’ultima volta. In teoria a quel punto si riceveva una ciotola di latte e si veniva gentilmente sbattuti fuori di casa, ma il più delle volte si riusciva a intrufolarsi in bagno e a infilarsi nella cesta delle cose da lavare. Democrito aveva passato lì più di una notte, comodo e al calduccio, per riemergere poi al mattino per ricevere una nuova ramanzina e una seconda tazza di latte. Tutto ciò era finito e gli umani, nell’altra stanza, si preoccupavano di oggetti freddi che neppure si potevano mangiare. Era difficile davvero accettare che fossero fatti degli stessi atomi che avevano composto Alberica. Gli dei, davvero, se pure esistevano, non erano affatto interessati a dispensare giustizia in terra. Quindi, concluse, toccava proprio a lui. 

Dentro la cesta c’erano i resti tristi di un’esistenza interrotta. L’ultima biancheria che la vecchia signora si era tolta, la federe del cuscino, un asciugamano del bagno. Ed, ecco, un tovagliolo con un ricamo di fiori, intonato al colore delle tazze da the.


– Ehi, ma c’era un altro gatto in casa!

– È nero, porta sfortuna!

– Ha un fazzoletto in bocca!

– Ma vi sembra? A quei gatti va già tutto e vengono pure a derubarci! Sbatti fuori quella randagia bianca, ci manca solo che ci attacchi la rogna!


Per essere il funerale di una donna tanto odiata dai suoi parenti, c’era davvero molta gente. Alberica non si era mai sposata, non aveva figli, forse non aveva mai amato nessuno, se non i suoi filosofi morti da millenni e i gatti, ma generazioni di ex alunni, tutte le donne dell’associazioni Amici della colonia felina, nonché vicini e conoscenti vari si erano sentiti in dovere di presenziare al funerale.

I gatti guardavano perplessi quel rito umano. I felini, filosofi o no, non hanno molta confidenza con l’ipocrisia. I più benevoli erano i sofisti.

– Come vedere, gli uomini sanno che una verità assoluta non esiste, solo l’apparire conta, lo specchiarsi in altri occhi umani – commentò Protagora.

– Ma fammi il piacere. Solo perché non conoscono la verità non vuol dire che non esista – ribatté Platone. – Il sole smette forse di brillare perché il cieco non lo vede?

– Smettetela di discutere! – li rimbrottò Aristotele. – Diogene, è il tuo momento.

I condolenti stavano in quel momento uscendo dalla chiesa, per riunirsi sul sagrato per offrire il loro poco sentito dolore agli assai poco affranti parenti.

– Andate! – incitò Democrito.

Dalla via laterale schizzò nella piazza della chiesa il gatto spelacchiato, seguito a ruota dal mezzo bracco, all’apparenza tutto concentrato nel tentativo di acchiapparlo. 

Diogene si infilò dritto nel capannello di persone, zigzagando poi tra le gambe della gente, in modo da dare l’opportunità al cane di annusare quanti più umani fosse possibile. 

Gatto e cane si insinuarono tra le persone vestite di nero, facendo svolazzare cappotti, cadere borsette e causando un’esplosione di esclamazioni assai poco consone al luogo e all’occasione. Diogene si infilò tra le gambe della moglie del nipote sposato di Alberica e il cane subito lo seguì, non calcolando la differenza di taglia. La donna si trovò con un mezzo bracco nelle sottane, finendo gambe all’aria e gridando, stabilirono i gatti, come un ratto appena catturato. Il cane non si fece scoraggiare, si scrollò di dosso il profumo vagamente vanigliato dell’umana e riprese la sua corsa, mentre ormai diverse paia di braccia cercavano di afferrarlo. Lo scapolo quarantenne sovrappeso, in un lampo di protagonismo, si gettò  verso l’animale come un portiere che tenti di parare il rigore decisivo, finendo solo per impattare di pancia con il lastricato grigio del sagrato.

– Vaglielo a spiegare a lui che il moto non esiste – sussurrò Epicuro a Zenone.

– Il fatto che una cosa sia un’illusione non vuol dire che non faccia male, anzi – replicò questi, senza scomporsi. – Chiedi a qualsiasi innamorato deluso.

Dal tetto più alto Democrito e Aristotele monitoravano la situazione, inarcando le code secondo il codice convenuto. Secondo i loro calcoli in breve tempo una qualche autorità sarebbe sopraggiunta e volevano evitare al loro alleato una visita al canile.

Visto il segnale, Diogene si strusciò un’ultima volta l’orecchio più malandato, quello con l’eczema in bella vista, contro il polpaccio della più truccata e impomatata delle donne presenti e poi schizzò in un vicolo alla massima velocità possibile. Il mezzo bracco travolse con entusiasmo la stessa signora, dando un morso affettuoso e pieno di bava alla borsetta firmata, e poi lo seguì verso le ombre.

Pochi minuti dopo i vigili, increduli, trovarono cinque contusi, tra cui lo scapolo a cui fu poi diagnosticata una costola incrinata, dieci isteriche e nessun animale. Sul quotidiano locale, il giorno dopo, un giornalista amatoriale, scrittore mancato, ipotizzò che uno dei gatti della colonia avesse voluto dare l’estremo saluto alla sua benefattrice, scontrandosi però con l’intransigenza di cani e uomini.


4 commenti:

  1. Veramente bello questo racconto. Un'idea originale e divertente. Non vedo l'ora di leggere il finale. Grazie!

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  2. Molto bene. E la terza parte?

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  3. Hai mai pensato di scrivere per il teatro? Funzionano molto bene i tuoi dialoghi!

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