venerdì 21 settembre 2018

Una storia particolare

Quest'estate ho scritto una storia con l'intento preciso, tra le altre cose, di pubblicarla sul blog.
Adesso, però, sono giorni che rimando il momento, trovando scuse più o meno valide (è troppo lunga, saranno almeno 15/20 puntate...), per non affrontare il fatto che il realtà è l'idea di farla leggere in sé che mi imbarazza...

Andiamo con ordine a circoscrivere i fatti.

Questa storia nasce come costola della "scrittura privata" che mi ha tenuto impegnata per qualche mese, che, a sua volta, nasce, tecnicamente, come una fanfiction, cioè come elaborazione di personaggi non originali e senza autorizzazione. Il fatto che la scrittura privata non fosse pubblicabile, in realtà, per me, è stato un enorme sollievo, mi ha permesso di giocare e sperimentare come in altre circostanze non mi sarei concessa e le storie prodotte hanno acquisito un senso particolare per me e le altre persone coinvolte.

Questa, però, è una storia "costola". Uno stranissimo ibrido. Vi sono personaggi che non ho creato io,  circa la metà di quelli totali, ma sono raccontati in un contesto talmente staccato dalla storia originale che, cambiando i nomi, risulterebbero del tutto autonomi. Al massimo "ispirati a". La vicenda è del tutto indipendente rispetto a quella da cui ho "rubato" parte dei personaggi. Il piano originale, infatti, prevedeva la pubblicazione sul blog con i personaggi indicati con solo l'iniziale del nome puntato (il che ha previsto un certo lavoro per evitare sovrapposizioni). Questo per un mio scrupolo sentimentale a non volerli immaginare con un nome differente.

È una storia talmente profondamente mia che quasi me ne vergogno.
Parla di sport, di cosa significhi dedicarci la propria vita con il rischio di non farcela. 
Parla di chi non ce l'ha fatta e di chi ha proseguito la corsa da solo.
Parla di adolescenti, guardati per lo più dall'esterno, da chi dovrebbe essere "super partes" ma, così, facendo dovrebbe abdicare alla propria umanità.
Parla di adolescenti, dei loro drammi spesso negati, di dolori nascosti, di punti di rottura.

Allo stesso tempo è una storia così poco mia che me ne vergogno.
Non ha davvero nulla a che fare con quella da cui ho preso parte dei personaggi, che è ambientata circa 15 anni dopo ciò che racconto io, ma quello che volevo raccontare aveva senso solo mantenendo la nazionalità di questi personaggi. Mi sono quindi trovata con un'ambientazione che non mi appartiene, la Russia dei prima anni 2000.
Già di base odio ambientare storie in luoghi del mondo reale in cui non sono stata. Ho bisogno quanto meno di aver respirato quell'aria per poter tentare di riprodurla su carta. Purtroppo, però, non potevo andare a San Pietroburgo solo per questo racconto. L'effetto che ho ottenuto è stato "film italiano con pochi fondi", cioè un racconto quasi tutto in interni. Per carità non penso che questa gente stia molto all'aperto, considerato la vita che fa e il clima, ma qui si è trattato di una fuga bella e buona.
Oltre tutto, ambientare una storia in quegli anni in Russia con personaggi adulti e adolescenti significa che gli adulti sono cresciuti in Unione Sovietica e gli adolescenti in Russia. E questa non è una cosa da poco. Non si può ignorare, ma raccontarla così dall'esterno, per pura immaginazione, è quanto meno arrogante.

Infine tutto questo è nato per quello che doveva essere un gioco leggero nato da uno spunto narrativo dello spessore della carta velina usurata. A un certo punto, però, ha smesso di essere solo un gioco. Di certo ha smesso di essere leggero.
Questa storia in particolare ha una prima parte quasi disneyana, tanto sembra leggera e a lieto fine. Nella seconda, però, le cose si complicano parecchio e si toccano alcune tematiche non proprio soft. Ho cercato di trattare questi aspetti con la massima sensibilità possibile, ma il rischio scivolone è comunque sempre in agguato.

Quindi, ricapitolando, ho una storia che è profondamente mia nelle tematiche, ma che mi ha costretto a inoltrarmi in mondi che sento di non controllare e di non aver davvero il diritto di narrare.
Parla di sport, adolescenza e adulti che hanno a che fare con adolescenti e cercano in qualche modo di traghettarli verso l'età adulta. È lunga e andrà spezzata in almeno quindici capitoli.
La volete leggere?

martedì 18 settembre 2018

Considerazioni sull'insegnare ai tempi di internet


Vivendo nel mondo di oggi e non in una qualche astrazione ipotetica (dove pare vivere molta gente che parla di scuola) mi sembra assurdo insegnare come se la rete non esistesse. 
Internet esiste, è pervasivo e il nostro dovere di insegnanti è guidare i ragazzi a viverlo come un mezzo utile, con i suoi pro e i suoi contro, come qualsiasi altra cosa.
Ci si aspetterebbe, però, che ragazzi che hanno un accesso illimitato alle informazioni abbiano una  certa facilità nel reperire le stesse. 
Errore.
O, meglio, le cose non sono lineari come sembrano.
Durante le vacanze i miei alunni dovevano produrre un cartellone che doveva servire a presentare un personaggio del rinascimento scelto da una lista secondo una schema prefissato. Davo quindi per scontato che le informazioni le avrebbero reperite in rete, mentre lo schema li avrebbe obbligati a un minimo di rielaborazione e ad evitare il copia in colla.

Nei risultati non non mi aspettavo l'effetto forbice.
Una minoranza di ragazzi ha in effetti acquisito un numero di informazioni impressionanti. Ci sono ragazzi per cui internet apre dei mondi. Mondi che a volte non sono in grado di governare, in cui non è troppo saggio avventurarsi da soli. Ragazzi che potrebbero tranquillamente trovare le istruzioni per costruirsi una bomba batteriologica in cantina e realizzarla davvero, per dire. Nello specifico, ragazzi che sono tornati dalla "missione" con un numero di informazioni degne di un medio corso monografico universitario.
All'estremo opposto ci sono coloro che pur avendo accesso a tutte le informazioni del mondo non sono in grado di utilizzarle. Persone che potrebbero avere già aperta davanti una pagina che spiega come preparare un antidoto al veleno che hanno accidentalmente assunto e neppure accorgersene. Non per cattiva volontà, per incapacità di discriminare il plausibile dal decisamente folle, che non sanno discernere l'affidabilità di una fonte e ritengono che un sito che si chiama "www.glialienisonotranoi.it" possa essere il massimo dell'affidabilità. Nello specifico, ragazzi che sull'implausibile rinascimentale hanno trovato cose scartate pure da Dan Brown. Così il povero Leonardo da Vinci è diventato "quello della mitragliatrice", inventore solo ed esclusivamente della mitragliatrice con cui "ha rivoluzionato la storia militare del rinascimento".
In mezzo c'è il gruppo dell'informazione monca. Quelli che magari sul personaggio da indagare hanno trovato una vera perla, ma hanno perso di vista il contesto generale. Per un ragazzo Lorenzo il Magnifico è stato solo un poeta. Mi ha fatto un bellissimo commento al Canto di Bacco e Arianna, ma se lo immaginava squattrinato nella sua stanzetta, con la penna in mano tutto il giorno.
Mi ha colpito come il normale rendimento scolastico non fosse poi quella grande discriminante per rientrare in uno dei tre gruppi. C'è piuttosto chi ha già sviluppato senso critico, che appartiene al primo gruppo, chi si lascia volentieri suggestionare da qualcosa di così bello che vuole a tutti i costi che sia vero, chi si interessa a un particolare e dimentica il resto. Nell'approccio alla rete dei miei alunni c'è più sensibilità caratteriale, quindi, che approccio allo studio.
Mi chiedo se questo non spieghi il motivo per cui anche gente con un livello di istruzione tutt'altro che disprezzabile "abbocchi" alle più improbabili delle bufale. C'è un evidente meccanismo psicologico che ci porta, in rete, a cercare conferma delle idee che ci piacciono, piuttosto che a ricercare l'informazione corretta. Così l'appassionato d'armi ha trovato conferma del fatto che Leonardo da Vinci fosse stato solo un progettista di armi. Il ragazzo che dice di diffidare dei potenti e dei politici ha trovato solo il Lorenzo il Magnifico poeta.
Questa cosa mi ha fatto riflettere, perché è evidente che è dall'età che hanno i miei alunni che bisogno insegnare loro a diffidare dalle sciocchezze della rete. E a quanto pare il livello di istruzione, se vogliamo, riportato alla loro età, il "voto", non è l'unica discriminante.

Il possibile, ma non reale, presente nella rete ha fascino. E tutti vorremmo credere che ciò che ci affascina, o che conferma le nostre idee, sia vero. Dove tutto è virtuale è più difficile trovare le ancore alla realtà.
Bisogna in qualche modo insegnare ai ragazzi a essere dei "detective del reale", dei segugi della rete capaci ci fiutare la pista giusta senza farsi distrarre dall'allettante, dal curioso o dal sensazionale.
O il drammatico sospetto che non sia per nulla facile.

giovedì 13 settembre 2018

Romanzo, sceneggiatura, film


Un paio di settimane fa mi è capitato di vedere in rapida successione due film apparentemente diversissimi che hanno in comune, in realtà due elementi. Il film sono L'esorcista e Mission.
Le caratteristiche in comune sono che entrambi hanno nei gesuiti dei personaggi positivi (infatti ho commentato col marito che era "la settimana dello spottone gesuita") e di entrambi esiste un romanzo scritto dallo stesso autore della sceneggiatura del film.
Avevo letto e già parlato sul blog del romanzo L'esorcista qui.
Non conoscevo invece l'esistenza di un romanzo legato al film Mission, se non che, appena dopo averlo rivisto mi sono imbattuta in una bancarella di usati posta sotto la scuola in cui dovevo fare una riunione. La copertina con la faccia di Robert De Niro in costumi di scena e il titolo "La Missione" mi hanno lasciato pochi dubbi e ho investito quindi un euro per adottarlo. Ho scoperto così che l'autore del romanzo e lo sceneggiatore coincidono e che l'autore, Robert Bolt, ha collaborato in modo attivo al film, così come lo scrittore/sceneggiatore de L'esorcista.

Sono quindi due curiosi casi di studio, perché in entrambi i casi abbiamo due autori con una storia ben chiara in mente, a cui evidentemente tengono, ne curano la sceneggiatura e la affidano a un regista senza però rimanere del tutto tagliati fuori dalla produzione. Ci si aspetterebbe una trasposizioni cinematografica molto fedele e in effetti le cose che accadono sono più o meno quelle, ma il sapore del film è diverso.

L'esorcista è un film d'inquietudine e un romanzo di malinconia.
Ho molto apprezzato il film. Non me lo aspettavo. Non sono un'amante dell'horror sullo schermo, mi fa appunto orrore. Invece non l'ho trovato spaventoso o disgustoso, ma sottilmente disturbante, con delle scelte registiche e di fotografia meravigliose (l'uso della luce in primis).
Il film è la storia di una bambina che cambia personalità e viene posseduta dal demonio, di una madre in crisi e di un prete sconfitto che non sa che pesci pigliare.
Il romanzo è la storia di un prete in crisi che cerca disperatamente un senso per la propria vita e le proprie scelte, che viene interpellato da una donna disperata per via della misteriosa malattia della figlia.
Cambia il focus della storia.
Ho trovato il personaggio di padre Karras molto meno incisivo nel film di quanto non sia nel libro. Nel romanzo la storia è principalmente la sua. La sua morte (spoiler?) alla fine ha un sapore agrodolce. Non solo perché permette alla bambina di tornare se stessa, ma perché se esiste il demonio, allora esiste anche Dio e la sua vita ha avuto senso. La stessa morte, nello stesso modo, mi ha colpito assai meno nel film. È necessaria per la salvezza di Regan, è quello che ci sta a cuore. La morte di Karras nel romanzo mi ha commosso, nel film quasi mi è venuto da pensare "depresso com'era, meglio così..."
Anche la madre risulta parecchio sottotono rispetto alla sua corrispettiva cartacea. Per ovvie ragioni di tempo non viene approfondito il suo passato, il contrasto tra una vita apparentemente perfetta di attrice di successo e il dolore segreto per un figlio perduto.
Ci guadagna invece la piccola Regan che nel romanzo è importante solo per l'importanza che gli danno gli altri, ma non è quasi mai in scena da sola. Nel romanzo Regan è un enigma da risolvere, non qualcuno per cui tifare. Nella pellicola, invece, beh, non c'è nessuno che abbia visto il film che non ricordi Regan. Lei è il centro, dolce, inquietante e spaventosa, a seconda dei momenti.
La trama è identica eppure l'impressione è di avere a che fare con due storie diverse, ugualmente interessanti.

Anche per quanto riguarda Mission tra libro e film c'è un cambiamento di focus. Anzi, a ben vedere, anche se il rapporto tra le due opere è più stretto (l'autore fin dall'inizio ha lavorato alle due versioni, per il cinema e per la libreria) le differenze di trama sono maggiori.
Mission è un film che narra la storia di due uomini diversi, un commerciante di schiavi e un missionario le cui vite andranno a convergere fino a che entrambi moriranno insieme agli indios di una missione.
Mission è un romanzo che narra la storia di un giovane che diventa mercante di schiavi in sud America e poi cambia vita fino a morire insieme agli indios della missione fondata da un prete che ha contribuito a cambiargli la vita.
Nel film Mendoza, il commerciante di schiavi, e padre Gabriel, il gesuita, sono due protagonisti alla pari. Hanno all'incirca la stessa età. La storia inizia poco prima che Mendoza uccida il fratello e padre Gabriel, volendo, può diventare per lui un sostituto del fratello perduto. Per Gabriel Mendoza è solo un'altra pecorella che gli viene affidata da Dio.
Nel romanzo seguiamo le vicende di Mendoza da quando è ragazzino, scopriamo come diventi mercenario e commerciante di schiavi suo malgrado, per mantenere il fratello minore, ma siamo anche inquietati da tratti francamente da serial killer del suo carattere. Padre Gabriel entra in scena molto dopo ed è più anziano di Mendoza, al punto da vedere nel ormai ex mercenario il figlio che non ha mai avuto.
Il romanzo chiarisce la natura del legame speciale tra Mendoza e il fratello e per certi versi il dolore dell'uomo alla morte di quest'ultimo è ancora più lacerante, guardando il film è però evidente che questo pregresso era ben chiaro ad attori e regista. Non viene mostrato, ma, quando ne si conosce l'esistenza lo si intuisce negli sguardi e nelle azioni.
Padre Gabriel è meglio tratteggiato nel romanzo, in cui conosciamo la vicenda personale e vocazionale, tuttavia il personaggio risulta più incisivo nel film. Un attore può rendere memorabile un ruolo al di là di come è stato scritto, persino tradendo l'idea con cui era stato pensato.
Sia l'autore che il regista, secondo me, avevano ben chiaro in mente il rischio "mattone indigeribile" insito nella vicenda. La pellicola vira al lirico, si appoggia alle musiche di Morricone, alla fotografia, alle sequenze silenziose. Il romanzo al contrario scarnifica all'osso le parte descrittive, è un susseguirsi di scene d'azione (per lo più assenti nella pellicola) ha il sapore del romanzo d'avventura ottocentesco.

Quest'analisi rafforza la mia idea che sia impossibile e ingiusto giudicare un film alla luce del romanzo da cui è tratto. Anche nei casi in cui la sceneggiatura è scritta dallo stesso romanziere, il mezzo film e la mano del regista portano il focus altrove. Un attore azzeccato rende il proprio personaggio più forte di quanto non fosse stato pensato e catalizza su di sé l'attenzione dello spettatore. 
Ancora meno senso ha dire "il libro è sempre meglio". Il romanzo L'esorcista è stato una gradevolissima sorpresa che mi sento di consigliare. Il romanzo Mission è leggero e godibile, specie se piace il genere avventura, ma di sicuro non è un libro di spessore.
Mi riservo di cercare, se mi capiterà l'occasione, un romanzo il cui autore è poi diventato regista della trasposizione cinematografica per vedere se anche in quel caso vi è un inevitabile cambiamento di focus.

lunedì 10 settembre 2018

Inizio anno scolastico

...E si riprende il viaggio.
Mi verrebbe da continuare con i versi di una poesia di Ungaretti, ma non è ne allegra ne ben augurante.

Ho scelto invece una canzone e il video associato, che ho dedicato ai miei alunni.
La rigiro a voi, dedicata a tutti coloro che sono alle prese con un inizio o una ripartenza, in questo mondo che sembra a volte remare contro.


giovedì 6 settembre 2018

Cose che mi spaventano


Quest'estate, sopratutto nei momenti di stasi che il mio organismo mi ha imposto, ho degnato i social di più sguardi di quanti sarebbe, forse, sano indirizzarvici.
Perché i social altro non sono che la versione amplificata del bar di paese. E chi vive in paese lo sa che al bar si va per lamentarsi. Per dare la colpa di tutti i propri guai a qualcuno. Non è che necessariamente siano dei rancorosi quelli che tra un caffè e un bicchiere di bianco elevano le loro lamentele, spesso colorite. È che quello è il luogo per esprimere il peggio, non il meglio. Andate al bar dopo una partita di calcio e scoprirete subito tutto quello che non ha funzionato, con epiteti molto coloriti rivolti ad allenatori e giocatori. Andate in un bar di un piccolo paese e subito sarete informati di tutto ciò che non va e di tutte le magagne personali degli amministratori. Magari quegli stessi interlocutori sono fierissimi del posto in cui vivono e stimano le persone che denigrano, ma al bar, tra un caffè e una birra, si fa a gara a raccontarsi il peggio.
I social sono tutto ciò, ma amplificato. Il rancore, a volte l'odio che vi si respira non sono lo specchio esatto di chi ha postato quei contenuti. Il mondo reale, ne sono sicura, è ancora molto migliore di quello virtuale.
E tuttavia tutto questo rancore mi spaventa. Mi spaventa in modo indicibile.

Farò un solo esempio di una cosa piccola, che spero non vada a urtare troppe sensibilità, per spiegare il mio disagio.
A poche ore dal crollo del ponte Morandi a Genova, quando ancora il conto delle vittime era in aggiornamento ha iniziato a circolare su Fb un'immagine correlata da una scritta.
L'immagine era quella di un cane che veniva calato tra le macerie e la scritta era, con diverse varianti, "con che coraggio ora non lo farete entrare al ristorante".
Io, amante degli animali e dei cani in particolare, ne sono stata profondamente urtata, per diversi motivi.
– Si stavano ancora contando i morti. Una delle famiglie in quel momento disperse (poi trovati morti) veniva da un paese vicino al mio, erano persone note per cui si stava in pensiero. Chissà quanti altri erano in quelle condizioni di ansia e attesa. In quel momento di dolore pubblicare in bacheca non un messaggio di cordoglio, ma di accusa e neppure diretta verso i veri o presunti responsabili del disastro mi è sembrato oltremodo fuori luogo.
– Si gettava un'accusa, in un momento di dolore, verso una categoria, quelli che non vogliono i cani al ristorante, che non aveva davvero nulla a che fare con l'accaduto. A me i cani non danno alcun fastidio, ad alcuni sì. Magari queste persone possono essere sgradevoli, ma non avevano nulla a che fare con i morti di Genova. Il mio amico terrorizzato dai cani e che, pertanto, non ha piacere ad averne uno sotto il tavolo al ristorante non ha sabotato in alcun modo il ponte Morandi. Correlare due cose che non hanno alcun nesso tra loro è quanto meno un errore logico. Qui, però, all'errore si è unito lo sfruttamento a caldo di una tragedia.
– La foto riportata non era stata scattata a Genova e neppure in Italia. I cani tra le macerie del ponte Morandi c'erano davvero a cercare le persone, ma non sono diventati delle star social. Chissà, magari non erano belli come quello ritratto nell'immagine che circolava.

L'idea che una tragedia possa essere sfruttata, non mi viene parola migliore, per una campagna anche giusta, mi ha disgustato. Mi ha disgustato il tono della frase che non era "ricordiamoci di quanto ci aiutano i cani quando siamo in difficoltà", ma era di accusa. Un'accusa, ribadisco, rivolta a una categoria di persone che magari si può legittimamente trovare sgradevole, ma che è del tutto esterna a quanto accaduto.

Questo è un esempio piccolo. Potrei farne molti altri. 
Potrebbero essere reazioni legate all'arrivo dei migranti o al ferimento di svariate persone, tra cui una bambina, in un'estate in cui sparare o lanciare cose contro chi appare diverso sembra sia diventato un sport. Non mi addentro su questo perché sono temi assai più sensibili, magari ho anche meno il quadro della situazione, sicuramente rischierei di essere più aggressiva.

Mi spaventa che il dolore e i morti passino in secondo piano.
Mi spaventa che in un momento in cui dovrebbe vincere la solidarietà o il legittimo sdegno per chi può aver causato un dramma ci si rivolga invece con odio verso un "nemico" che magari nulla a che fare con quanto accaduto.
Mi spaventa che non importi neppure se la "prova" presentata sia attinente oppure no.
Nell'epoca dell'immagine non posso che ricordare le vecchie lezioni di greco antico, che ricordavano che "oida" può voler dire "è vero perché l'ho visto", ma anche "è falso, perché l'ho visto, ma gli occhi ingannano".
Lunedì i miei alunni rientrano in classe. Loro vivono immersi nella virtualità della rete. Come farò a comunicare loro il mio disagio, addirittura la mia paura, per questo bar di paese amplificato in cui ormai siamo immersi?
Come farò a spiegare loro che "l'ho visto", spesso può significare anche "è falso"?

lunedì 3 settembre 2018

Fantasy a Km0 – Né a Dio né al Diavolo, L'angelo d'autunno

Ma che belli che sono i fantasy di casa nostra!
In un genere che soffre moltissimo di esterofilia ho trovato negli ultimi tempi delle bellissime sorprese proprio nei fantasy scritti a pochi km da me.

Né a Dio né al Diavolo

Non sono una fan dei vampiri, lo ammetto, ma come ci stanno bene i vampiri a Biella. Ok, no, non è Biella è Biveno, ma essendo io piemontese non è facile fregarmi.
Che sia o no Biella, la cosa che mi ha incantata di questo romanzo è la naturalezza con cui i vampiri di Aislinn abitano la provincia italiana, come se non vi fosse mai stata Transilvania alcuna e da sempre si muovessero in Piemonte. Sono perfetti, meravigliosamente adattati a interagire con il sottobosco culturale dei metallari/giocatori di ruolo di cui anch'io, anche se non molto metallara, faccio parte.
Leggendo da una parte mi sembrava di rivivere la mia vecchia campagna di gioco di ruolo di Vampiri (Vampiri a Novara nel nostro caso). Dall'altra parte era così facile tornare alla me stessa di qualche anno fa, a certe amicizie, a certi pub, e sentire quasi che forse in quegli anni un vampiro vero avrei potuto averlo sfiorato, tanto Aislinn riesce ad ancorarli a quella realtà.
Sicuramente, leggendo questo romanzo, su di me ha giocato un po' l'effetto nostalgia, la sensazione di leggere una vicenda fantastica ma, per assurdo, così vicina al mio vissuto che quasi avrebbe potuto essere vera.
Poi però c'è la prosa. Diciamocelo chiaramente, la prosa del fantasy, sopratutto quello tradotto, è spesso sciatta. Bruttarella. Ci sono libri che ho amato, perché comunque a me il fantastico piace, ma che ho chiuso con un sospiro che diceva "se solo fosse stato scritto meglio". C'è anche quest'idea che solo perché un romanzo è leggero, è dichiaratamente d'intrattenimento, deve essere scritto in modo semplice. Aislinn sa scrivere in modo elegante. È un piacere da leggere. Perché "scorrevole" e "leggero" non vuol dire "piatto".
Né a Dio né al Diavolo è stato il mio "libro da vacanza", quello che mi ha portato con la testa altrove, facendomi uscire dai ritmi mentali dell'anno scolastico. 
È esattamente quello che la copertina promette, una storia con i vampiri e i metallari nella provincia piemontese. Forse non è quella che con spocchia viene definita "alta letteratura". Però funziona alla grande. E ha una prosa che si legge con piacere.
Uno di quei libri che non cambia la vita, ma che si chiude con dispiacere e di cui si aspetta un seguito quanto prima.

L'angelo dell'autunno

Era da un po' di tempo, invece, che aspettavo il momento giusto per recensire L'angelo dell'autunno.
Davide Camparsi l'ho conosciuto grazie al Trofeo Rill è mi è subito sembrato un Autore. Uno di quelli da tenere per d'occhio e di cui poter dire, al momento giusto "io l'ho conosciuto quando ha iniziato". Perché non è bravo, di più.
Ho preso il libro a scatola chiusa e non mi aspettato, in tutta sincerità, un fantasy-fantasy. Di quelli in un universo altro, con regole loro proprie. Chissà poi perché mi aspettavo fantascienza o un urban fantasy.
Beh, se Aislinn mi ha dimostrato che i vampiri a Biella  Biveno ci stanno benissimo, Davide mi dimostra che anche gli italiani il fantasy-fantasy lo sanno scrivere.
Qui siamo in un inizio di saga. Un mondo (una parte di mondo) fatta a cerchi concentrici, in ciascuno dei quali è sempre, perennemente, una stagione. Ovviamente l'Inverno è il posto dei reietti, dove c'è solo freddo e sofferenza, mentre via via che si va verso il calduccio aumenta la qualità della vita e, suppongo, lo status sociale. Solo che non sempre le cose sono state così e, guarda, caso, la scrittura e la lettura sono proibite proibitissime. Siamo solo al capitolo uno, ma è evidente che le cose non sono semplici come appaiono.
L'impianto narrativo, devo dire, è molto classico. C'è un ragazzo che si trova nei guai, ma a ben vendere è forse il prescelto. C'è un gruppo di avventurieri, disillusi agenti dello status quo, in cui il ragazzo capita e c'è una missione, che probabilmente non è la cosa più giusta del mondo da portare a termine.
C'è, però, un gran lavoro di caratterizzazione dei personaggi e la capacità di creare il "sapore" dell'atmosfera. L'angelo dell'Autunno è uno di quei libri in cui ci si immerge e che tengono desto il nostro senso del meraviglioso e dell'avventura.
Anche in questo caso, uno di quei libri di cui si aspetta con ansia il seguito.


Questi due romanzi, poi, sono scritti non sono da autori italiani, ma da autori che conosco di persona, ed è sempre strano leggere le pagine di chi così facilmente immagini alla tastiera, intento a scriverli.
Da un lato sono libri che si leggono con uno strano senso di competizione, persino con un occhio più critico. Perché diventiamo terribili, noi autori italiani, quando leggiamo altri autori italiani e ci inoltriamo nello stesso genere che bazzichiamo anche noi.
Dall'altro c'è la paura della delusione. Quel "E poi lo incontro e se il libro non mi è piaciuto? Lo dico, non lo dico, ignoro?"
Ecco, questi sono due libri che mi hanno fatto dimenticare i loro autori. Mi hanno fatto entrare nella storia, mi hanno portato con i loro personaggi e che siano "fantasy a km0" lo ricordo adesso, non mentre li leggevo. Se la giocano con molti best seller internazionali, alla faccia di chi dice che il fantasy non è roba nostra.

mercoledì 29 agosto 2018

Riflessi scrittorei


Le vacanze, quando finalmente sono arrivate, ci hanno portato in montagna.
Sarà che tutti dicono che i bambini devono essere portati al mare, ma sui monti, negli ultimi anni, per far fronte alla concorrenza, si sono super attrezzati per i pupattoli. 
Passeggino o zainetto e si arriva comodi comodi in posti come quello in foto, dove davvero fatico a provare nostalgia per l'odore della crema abbronzante, le meduse, la paura che il cucciolo si perda nella spiaggia, la sabbia ovunque, insomma, tutti quegli elementi che costellano i miei ricordi di "vacanza estiva al mare per bambini".
Con molto coraggio, il marito ha portato in lettura gli scritti della combriccola della scrittura privata e quindi ho potuto raccogliere tutti i pareri dei miei, questa volta letteralmente, quattro lettori. Gente che mi conosce, che legge quello che scrivo abitualmente, e che ha letto questo esperimento, sapendo che per me il gioco era anche liberarmi di qualsiasi paletto editoriale.
Devo dire che tirare le fila è piuttosto spiazzante e mi ha fatto scoprire cose della mia scrittura di cui probabilmente non ero del tutto consapevole.
Eccone qui alcune, alla rinfusa.

– Non c'è davvero modo di farmi scrivere qualcosa che vada oltre a un bacetto. Non importa quanto disinibiti possano essere i miei personaggi, non importa se i lettori sono quattro e non si fanno alcun problema. Su questa cosa prima o poi bisognerà lavorare seriamente, credo.

– Permettersi di mettere più di se stessi nei personaggi perché tanto mi leggono in quattro che già mi conoscono è stato un errore gravissimo.
Reazione del marito:
"Questo personaggio è come te quando hai il ciclo. Uguale. Mi viene voglia di prenderlo a sprangate. Ti sopporto perché ti ho sposato e sono pochi giorni al mese, ma pure leggere queste paranoie? Ogni volta che arriva il suo punto di vista mi vien male"
E io non sapevo se volevo uccidere per questa reazione me stessa, il marito o il personaggio.
Timida domanda finale:
"Ma alla fine non gli hai voluto bene neppure un po'?"
"No"

– Lasciata a me stessa sono terribilmente melensa. Mi faccio venire il diabete da sola.

– Lasciata a me stessa mi annoio a scrivere descrizioni, ma poi ne sento la mancanza.

– Non importa se leggeranno in 4 e se so che costoro non sono stati nei luoghi in cui si muovono i miei personaggi. Sono terribilmente a disagio nell'ambientare una storia in un luogo reale che non ho visitato. Il risultato è che chiudo i personaggi in casa o comunque in ambienti chiusi, come certi film italiani a basso budget che sono ambienti solo in interni. Cosa che per altro ho sempre detestato.

– Quando penso a una storia sono come il protagonista di "Mattatoio n°5", continuo a passare da un momento all'altro della vita dei miei personaggi, magari su un'arco temporale di trenta o più anni. Tuttavia non mi sembra che la coerenza interna venga meno. A volte racconto conseguenze di cause che ancora non conosco, ma che di certo ci sono.

– Il mio registro è il malinconico, lasciata a me stessa niente drammoni, niente scoppi di risa. Cieli grigi. A volte mi faccio noia da sola.

– Il lettore ideale influenza molto la scrittura, se poi il lettore ideale è una persona concreta è tutto più scoperto.
"Questo è il personaggio preferito di X, devo assolutamente metterci questa cosa che X mi ha raccontato".
Insomma fanservice allo stato puro. Paradossalmente credo che il personaggio in questione ne sia stato molto arricchito.

– Devo lavorare di più sulla gestualità dei personaggi. Come si muovono, come camminano, le pose tipiche. Me le perdo via e rischio che diventino creature di puro pensiero, anche quando si tratta di individui che invece si esprimono molto con la fisicità.

– Nel tornare a scrivere un racconto per un concorso mi è venuta l'ansia.
"Oddio ora non so più scrivere per un pubblico generico". E ho pensato che sono proprio le frasi per cui il marito prenderebbe a sprangate me e i miei personaggi. E quindi ho finito il racconto. Vedremo poi che fine farà.

Voi come vi vedete riflessi nella vostra scrittura?