venerdì 14 dicembre 2018

Padrone del tuo destino – racconto a puntate, capitolo 11

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo 5

Capitolo 6

Capitolo 7

Capitolo 8

Capitolo 9

Capitolo 10


Courchevel – Agosto 2002
– Sono meravigliose! Guarda quanta neve… Sono come la Siberia, ma in verticale!
– Non siamo un po’ troppo bassi? Non è che rischiamo…?
– No, K., goditi il panorama, una buona volta – disse Y.
Sorrideva ed erano giorni che non lo faceva.
Ma l’emozione dei due ragazzi, la prima volta che sorvolavano le Alpi era una cosa che andava vista. Non avevano alcuna esperienza di montagne e in quel momento sembrava che si potesse mettere una mano fuori dal finestrino e sfiorare una vetta o raccogliere una manciata di neve da un ghiacciaio. Il suo lavoro, dopo tutto, era anche questo, accompagnare dei ragazzi in giro per il mondo, far vedere loro cose che senza il pattinaggio non avrebbero mai potuto neppure immaginare. E a volte il loro viso in quelle occasioni ripagava di tutto. Y. si lamentava moltissimo delle continue trasferte, dei fusi orari, della scomodità dei voli e degli alberghi, ma in realtà era una delle cose che preferiva. Quando gli capitava di vedere immagini come quella della faccia di V. praticamente schiacciata contro il finestrino dell’aereo, gli occhi enormi nel tentativo di assorbire tutto, era difficile dire che non ne valesse la pena. Cosa che, invece, aveva pensato di continuo nel mese precedente.
Le cose erano andate esattamente come L. aveva predetto. Maledetta donna che aveva quasi sempre ragione. Il ragazzo che aveva messo incinta E. si era dileguato appena saputa la notizia, a diciannove anni si era trincerato dietro la famiglia, a un padre che giurava che non fosse stato il suo figlio, che non avrebbe mai fatto alcun test per sincerarsene e che comunque lei era una poco di buono. Una facile, che andava con tutti, compreso un ragazzetto figlio di un delinquente. Queste cose Y. le aveva sapute in prima persona perché i genitori di E. erano interessati solo al fatto che non si sapesse niente e quindi erano stati ben disposti a mascherare il tutto come un infortunio sportivo e lasciare nelle sue mani l’intera gestione della cosa. E con quello, la voglia di schiaffeggiare E. gli era passata del tutto. 
La ragazza non aveva mai pianto, tra tutti, sembrava l’unica ad aver mantenuto intatta la propria dignità. Una volta Y. aveva visto un film su Anna Bolena. Ekaterina si era avviata a tutte le visite mediche e anche alla clinica privata e di comprovata discrezione esattamente con lo sguardo che aveva Anna Bolena in quel film quando saliva sul patibolo. Ma, dopo tutto, E. era una regina. Lo era sempre stata e avrebbe continuato ad esserlo. Per certi versi, Y. non era mai stato tanto orgoglioso di lei, anche se era quasi certo di averla persa. Erano stati i suoi genitori a spingerla a pattinare, era stato il loro sogno vederla diventare una campionessa. Non c’era nulla di male in questo, la maggior parte dei ragazzini iniziava uno sport per gli stessi motivi. Ma di certo Y. al posto suo non avrebbe più fatto nulla per compiacerli. In altri tempi, quando era lui a pattinare, una ragazza di quel talento non sarebbe stata lasciata andare. A costo di ricorrere alle minacce o ai ricatti. Lo aveva visto succedere. Un talento doveva per forza servire alla causa sovietica. Adesso, però, vivevano nel tempo della libertà. E, forse, anche quello di non sviluppare il proprio talento era un diritto.
– Allacciatevi le cinture, stiamo per atterrare – disse ai ragazzi.
Intercettò i loro sguardi di colpo ansiosi. Per K. era la seconda gara internazionale, per V. era tutto nuovo.
– Oh, certo, qualcuno riderà di voi – disse. – Perché siete impacciati e il vostro inglese, sopratutto quello di V., è tutt’altro che perfetto. Ma solo fino a che non sarete scesi in pista. E in ogni caso la maggior parte dei ragazzi che incontrerete è esattamente come voi, si sentono stranieri, sono in ansia per la gara e non sanno come comportarsi. Siete qui per vincere, questo è certo, ma anche per imparare a gestirvi nel mondo. Ed è una buona occasione per iniziare a fare amicizia con altri atleti che magari pattineranno con voi per anni.
– Io non ci faccio amicizia con i nemici – ribatté K.
– E quando mai tu fai amicizia? – sospirò Y. – Comunque non devi per forza legare con gli avversari diretti, ci sono le ragazze e i ragazzi delle coppie di artistico e di danza. Magari succede un miracolo e trovi qualcuno che non ti è insopportabile.
Quello che pensava davvero era del tutto censurabile. Qualcuno che ti cacci la lingua in bocca e migliori un po’ il tuo umore. Y. aveva seguito per quattro anni un atleta che aveva una relazione segreta con un pattinatore canadese che faceva danza su ghiaccio. Mai avuto un ragazzo così desideroso qualificarsi per le competizioni internazionali. Per D., all’epoca, era stato un avversario quasi imbattibile. Y. era diventato amico del tecnico canadese ed entrambi avevano convenuto che era una delle situazioni più facili che a un allenatore potesse capitare. Atleti motivati che avrebbero fatto qualsiasi cosa per evitare che la notizia trapelasse.
K., però, si limitò a sbuffare, guardando con malcelata preoccupazione la pista che si avvicinava.



Bene, o, almeno, meglio del previsto.
Alla mattina dell’ultimo giorno di gara, K. guidava la classifica e V. era al terzo posto. Il siberiano il primo giorno era parso ancora un po’ frastornato dalle troppe novità, dagli gli annunci di gara in inglese che non sempre capiva agli gli avversari che avevano tutti più esperienza, anche quelli più giovani, e sapevano come intimidire. Si era adattato in fretta, però. La malinconia che lo avvolgeva da che E. non veniva più in pista non era sparita, ma la sua innata curiosità lo aveva portato già quel pomeriggio a esplorare il paesino francese, che poi era una manciata di case di legno circondate dai monti, ed era tornato in compagnia di un inglese e una polacca con cui comunicava con un misto di russo, inglese e gesti. Courchevel era infinitamente più sicuro di una qualsiasi festa a casa di E. e i ragazzi erano tutti atleti con le stesse esigenze e responsabilità e Y. era stato ben felice di lasciarlo alla trasgressione di una pizza senza adulti alle calcagna. 
K., ovviamente, era più ombroso ma le cose non giravano così male. Divideva la camera con V., ma a quanto pareva non si erano ancora azzuffati e il fatto di dominare la gara aiutava. Aveva persino scambiato due parole con un ragazzo americano. Nulla di più che informazioni banali sulla provenienza e la specialità di gara, il ragazzo faceva coppia di figura e a quanto pareva era in fuga dalle crisi d’ansia della propria partner, ma, dato che si trattava di K., era un successo non da poco.
Adesso, durante l’allenamento pre gara, si muoveva sicuro, con la convinzione di non poter che confermare le prestazioni precedenti. Quello che invece andò ad abbracciare il ghiaccio fu V., nel tentativo di provare la sua sempre incerta combinazione.
– Vieni qui, ragazzo – lo chiamò, a fine allenamento.
– Ho fatto schifo, vero? – disse V., con uno di quei sorrisi che ormai il tecnico riconosceva come “schermo anti sfuriata”.
– Abbastanza. Quindi non strafare. Fai il doppio dopo il Lutz. Se cadi sulla prima combinazione non ne esci più. 
– Sì, ma vincere sarebbe impossibile.
– Mantieni la terza posizione. È la tua prima gara internazionale. Se vai a podio in tutte e due le qualificazioni entri di sicuro in finale.
L’espressione del ragazzo non era affatto convinta.
– Che cosa c’è?
V. si guardò intorno, riluttante a parlare.
– Non pensavo che fosse così, una gara internazionale.
– Così come?
– Diversa dalle nostre… Piena di cose, di persone… Io vorrei… Conquistarmi il diritto di restare in questo mondo?
– Allora vedi di mantenere la posizione e non fare idiozie.
Eppure stava pensando qualcosa e Y. non sapeva se fosse un bene o un male. Per i ragazzi era la prima partecipazione al Grand Prix e quindi era un po’ la prima volta anche per lui, dato che, pur conoscendoli, non sapeva come avrebbero reagito alla tensione. K. era ringhioso e concentrato, come i giorni precedenti e come all’europeo, l’anno prima. Quindi Y. supponeva che andasse tutto bene. V. sembrava… Un segugio in un bosco troppo pieno di selvaggina. Attento ad ogni stimolo, teso e con un sottofondo d’inquietudine. Dal momento che non l’aveva mai visto così, Y. non aveva idea neppure di cosa fare o se aspettarsi un disastro o un miracolo. E un disastro andava evitato a tutti costi. Meglio una prestazione mediocre che una caduta rovinosa nella propria gara d’esordio.
Stavano pattinando tutti bene, maledizione a loro. L’inglese, che era quinto, piazzò anche lui una combinazione con due tripli, Loop e Toe Loop, che fece digrignare i denti a K., ma applaudire di cuore V. e si guadagnò un punteggio da podio sicuro.
Anche il quarto il classifica, un giapponese, gli asiatici stavano iniziando a diventare un problema, se la cavò in modo più che dignitoso.
V. si tolse la felpa, rivelando il costume bianco e grigio, e assestò un carezza al proprio peluche, come se fosse un cane vero.
– Tutte le ragazze sono già innamorate di te – gli disse Y., sperando di far leva sulla sua vanità. – Adesso vai a far vedere chi sei e ricordati che cosa ti ho detto.
V. annuì.
– Sì – sembrava che stesse per buttarsi nel vuoto. – I diritti qui si conquistano sul ghiaccio e se posso fare una cosa la devo fare.
Non erano le frasi che Y. aveva in mente, ma lo sguardo del ragazzo era cambiato del tutto. Sembrava ancora un segugio, ma che avesse trovato la sua preda.
Gli altoparlanti annunciarono il suo nome e Y. si godette lo sguardo degli altri tecnici quando il nome fu ripetuto anche come quello del coreografo del pezzo, insieme a quello di L. Le altre esibizioni erano state prove generali, la gara di V. era quella.
Il ragazzo partì benissimo. Lui, beh, Y. se n’era accorto subito. Ci sono atleti che sanno attirare gli sguardi, hanno un’eleganza innata. V., con i capelli lunghi e il costume chiaro sembrava un cigno o un angelo e nessuno poteva togliergli gli occhi di dosso. Questo, però, voleva dire che ogni sbavatura tecnica sarebbe stata notata. In una prestazione mediocre, un buon salto veniva apprezzato dai giudici. In una sublime una sbavatura poteva essere penalizzata moltissimo da una giuria esigente. E il sistema di valutazione era tale che l’umore dei giudici diventava un elemento determinante.
Ecco la combinazione… Y. ebbe la tentazione di chiudere gli occhi.
Triplo Luzt, perfetto. Triplo Toe Loop, atterraggio non meraviglioso, ma senza bisogno di appoggiare una mano. Altro che non strafare. Subito di seguito aveva un’altra combinazione, triplo Axel e doppio Toe Loop, la versione più facile di quella di K… No. Non la versione più facile. Triplo Axel, il triplo Axel ormai perfetto di V., e triplo Toe Loop. Maledetto siberiano. Ecco perché aveva insistito tanto per quella combinazione che non gli usciva così bene. Testa dura e ribelle. Avrebbe dovuto dirgli cos’aveva in mente! Quella era una cosa da far vedere in finale o ai mondiali, non alla prima gara. Ora tutti gli atleti avrebbero alzato l’asticella della difficoltà, rendendo le gare successive un incubo… Ma Y. non ci pensava davvero. Come tutti era ipnotizzato dalla piuma, l’angelo o quel che era e la sua caduta verso la dannazione. Finché non intercettò lo sguardo di K. Era come se qualcuno gli avesse sparato a tradimento nella schiena.

SULLE LAME DELLA STORIA.
E finalmente siamo arrivati alla gara!
Nel mondo reale V. e K. in Francia avrebbero incontrato la nostra Carolina Kostern, che è più o meno loro coetanea (ed è ancora competitiva, quasi l'ultima sopravvissuta di un'epoca passata).
In questi 16 anni in pattinaggio è cambiato parecchio. Il sistema di giudizio è cambiato, pesa molto di più l'aspetto tecnico e meno l'umore dei giudici di cui tanto si lamenta Y. Di conseguenza le combinazioni presentate dai miei personaggi oggi non sono più il top di gamma, come lo erano invece nel 2002.
Il vincitore del Grand Prix Juniores di quest'anno, però, è simile  come ci immaginiamo V. Ha 13 anni ed è un canadese di origine russa (lo sguardo finale di K. è più o meno lo stesso del  russo sedicenne campione del mondo in carica che si è visto portar via la vittoria da un ragazzetto...).
Gli manca ancora un po' di espressività, ma godetevi la sua esibizione nel corto.




lunedì 10 dicembre 2018

Scrittura emozionale con Antonio Ferrara


Era da tempo, e precisamente dalla lettura del saggio Scrivo dunque sono di Elisabetta Bucciarelli che desideravo fare un corso sulla scrittura emozionale.

Cos'è (o cosa ho capito che sia) la scrittura emozionale
La scrittura emozionale e, ovviamente, la scrittura delle emozioni. Cioè una serie di tecniche e esercizi mirati non alla costruzione di una trama o di un prodotto narrativo più o meno spendibile e leggibile, ma al fare emergere un vissuto. Una sorta di auto analisi, per certi versi, o l'apertura di un canale di comunicazione per riversare all'esterno e quindi far leggere ciò che per troppo tempo si è tenuto dentro.
Sapevo da tempo che la scrittura emozionale è usata in vari campi, anche come sorta di "primo contatto" tra terapisti e ragazzi problematici all'interno di percorsi psicoterapeutici di vario tipo.

Si tratta quindi di una materia delicata, che ha a che fare con le parti più sensibili dell'anima umana e quindi sapevo da tempo che non sono mille le persone che ne possono parlare e trattare con competenza. Dato che la mia vita di mamma - prof - scribacchina è già abbastanza sovraffollata di impegni così com'è, la possibilità di seguire un corso mi sembrava più affine alla fantascienza.

A fine anno scolastico scorso, però, è saltato fuori  un sondaggio su quali corsi d'aggiornamento avremmo voluto fare e, dato che chiedere non costa niente, ho proposto proprio un corso di scrittura emozionale giocandomi la carta "uno dei migliori abita a due passi da noi".

Antonio Ferrara è uno scrittore per ragazzi che in passato ha lavorato in comunità alloggio per minori e che si occupa, tra l'altro, di scrittura emozionale in collaborazione con uno psicoterapeuta dell'età evolutiva. Insomma, una persona che sa quello che fa e che oltre tutto abita a Novara, il nostro capoluogo di provincia.

E quindi, per una volta, il corso che volevo seguire si è trasformato in un corso d'aggiornamento!
Ora, spero che i colleghi che si sono trovati dentro non mi odino per questo, ma finalmente io ho capito come funziona la scrittura emozionale.

Il corso si articola in tre incontri, per il momento ne abbiamo fatto uno, in cui abbiamo provato un esercizio di scrittura emozionale.

Come funziona questo esercizio? Come si fa a portare le persone a scrivere dei loro sentimenti profondi anche se di base non si tratta scrittori o aspiranti tali?

Di fatto il "trucco" sta nei vincoli. Vengono date una serie di suggestioni indirizzanti e un tempo breve (10 minuti) che ti obbliga a focalizzarti sulla prima idea.

Nel caso specifico i vincoli stavano in un titolo dato e nell'obbligo di inserire tre parole e tre espressioni da una lista. Il titolo ci indirizzava verso la famiglia e la lista delle parole e delle espressioni riportava all'affetto e alla perdita.
Non è stato un caso, quindi, che, parlando con i colleghi alla fine, quasi tutti abbiano pensato a un lutto importante e agli affetti perduti. Alcuni hanno pensato a cose troppo personali per sentirsi di condividerle. Personalmente ho scartato la primissima idea per lo stesso motivo, una cosa a cui non pensavo da molto tempo, accaduta poco dopo la morte di mio nonno. 

Si tratta quindi di creare una serie di suggestioni e dare un tempo così limitato che si finisce per forza per stappare quelli che io chiamo "i tombini dell'inconscio" perché, nella fretta di terminare l'esercizio non c'è il tempo di capire esattamente cosa stiamo andando a stappare.

Mi riservo di scoprire nei prossimi due incontri e nello studio del materiale che ci è stato lasciato le ricadute didattiche di quello che mi sembra uno strumento potente e pericoloso.
A voler lavorare bene con dei ragazzi sulla scrittura emozionale credo sia necessaria la presenza di un insegnante che gli alunni percepiscano come una figura sicura. Il rischio, infatti, sopratutto lavorando con degli adolescenti è che non siano preparati alla carica emotiva che riversano sulla carta. Infatti i racconti di una collega che ha già provato con una sua classe un percorso simile ci dicono che a volte i suoi alunni si sono trovati a scrivere cose che a mente fredda non avrebbero voluto condividere.

Un'altra questione puramente didattica, ma non solo, se vogliamo, è che la scrittura emozionale non può essere valutata (o non può essere finalizzata a una narrativa spendibile). Meglio, non è detto che da questi esercizi non vengano fuori spunti e frasi riutilizzabili altrove, ma non è proprio questo lo scopo. È uno strumento di auto conoscenza. Io mi sono accorta, rileggendo il mio esercizio, di non essere stata sincera come avrei dovuto essere, perché comunque non ho staccato il mio io scribacchino e ho comunque tenuto un occhio sulla forma di ciò che stavo scrivendo. L'altro aspetto da tener presente è che si scatenano delle emozioni e ciò è sempre in qualche modo pericoloso.

Dato che so che siete curiosi, non posso che lasciarvi con i vincoli dell'esercizio proposto. Ricordate che il tempo a disposizione è di 10 minuti.

SCRIVERE QUALCOSA DI AUTOBIOGRAFICO.
TITOLO: NELLA CASA DI MIO PADRE ESISTONO DIVERSE DIMORE
PAROLE:
Lontano
levigato
buio
severo
riarso
abisso
serrato
riconoscente

ESPRESSIONI:
lungo il pendio franoso
importante e delicato
potenza lieve
tenerezza perduta
un abbraccio rapido e silenzioso
solo per non scomparire
scrivo i miei giorni
parole affilate come coltelli
per sempre 
un topo e una montagna

venerdì 7 dicembre 2018

Padrone del tuo destino – racconto a puntate, capitolo 10

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo 5

Capitolo 6

Capitolo 7

Capitolo 8

Capitolo 9


San Pitroburgo – Luglio 2002

– Ma guardatevi! Manca un mese alla vostra prima gara e G. potrebbe battervi entrambi a occhi chiusi! – ruggì Y.
Sia V. che K. si guardarono i pattini con l’identica espressione da cucciolo avvilito. 
Ecco perché era così maledettamente snervante lavorare con gli juniores. Adolescenti. Uno in crisi d’identità e con nostalgia di casa e l’altro in piena sindrome da abbandono. Ancora una volta il tecnico pensò che l’addestramento dei cani sarebbe stata una carriera molto più adatta a lui. Molto più rilassante.
– Y. – lo chiamò D., avvicinandosi. – C’è E. in ufficio. Vuole parlarti in privato.
– Eh, alla buonora.
Non la vedeva in pratica da un mese e mezzo. Era stata via con i suoi, una pausa concordata. Era tornata in pista un paio di volte, poi si era data malata, poi un altro paio di allenamenti e poi ancora malata. Quell’apparire a sprazzi, non dare confidenza a nessuno e poi sparire di nuovo era la causa delle pessime prove di V. Che sorrideva come sempre, si entusiasmava per qualsiasi cazzata come sempre e poi ogni tanto si perdeva in se stesso, sospirando come un cagnolino abbandonato. E non era in grado di concentrarsi su alcunché, figuriamoci il pattinaggio.
– Ti lascio i due disgraziati, vedi di spremerli meglio di come sono riuscito a fare io.
E. lo aspettava seduta davanti alla scrivania. Non era in tuta, jeans e maglietta, nessuna intenzione di allenarsi, quindi. Maledetta adolescenza. 
– Cosa c’è, vuoi prolungare ancora la vacanza? – disse, sedendosi.
– Sono incinta.
Y. rimase del tutto immobile. Forse con la bocca aperta, come nei cartoni animati. Se era uno scherzo, era di pessimo gusto. Se non era uno scherzo ed era stato V… Lo avrebbe ammazzato.
– È successo quando ero via. Un amico di mio fratello venuto per studiare – disse lei, come se gli avesse letto nel pensiero. – L’ho appena scoperto. E sei la prima persona a cui mi è venuto in mente di dirlo.
Aveva ostentato sicurezza, fino a quel momento, ma sull’ultima frase la voce le si era incrinata. Suonava quasi come una richiesta di aiuto. Y. la allenava da che lei aveva dodici anni. negli ultimi anni era probabile che avesse passato più tempo con lui che con i suoi genitori, anche se non si poteva dire che parlassero gran che. Ma era abituata a contare su di lui. Solo che in quel momento Y. non aveva la più pallida idea di cosa fare.
– Vedremo di sistemare la cosa. Mia moglie ha decisamente più esperienza di me in merito a… – scosse il capo. – Devi dirlo ai tuoi, però.
– Sistemare le cose… E se io non volessi? – replicò lei.
Y. la fissò, sicuro di aver frainteso.
– E cosa vorresti fare? La mamma? A sedici anni? Buttando all’aria studio e carriera?
– Non sarei certo la prima. E avrei già diciassette anni, quando…
– Una donna vissuta, proprio. E il resto?
E. si strinse nelle spalle.
– È… Come l’Axel, no? Un salto nel vuoto… Ma io… Forse riuscirei ad amare qualcuno e a essere amata…
Si era stretta le braccia al petto. Altro che donna vissuta. Sembrava una bambina infreddolita, abbandonata sul ciglio di una strada.
Y. aveva una voglia quasi insopprimibile di darle un ceffone.
– Non è un gioco, questo, E. Hai sedici anni. Vai alle feste, bevi e fumi. Stai buttando all’aria una carriera sportiva per cui un sacco di gente ucciderebbe. E adesso pensi che una gravidanza possa essere un sballo più forte? Lo sa il grand’uomo che ti ha messo incinta? I tuoi lo sanno? Sei minorenne, non sei l’unica ad avere voce in capitolo, qui!
Lei sbatté le palpebre. Pur conoscendo il suo carattere non si era aspettata una sfuriata.
Y. scosse il capo.
– Pensaci su. Senti il tuo principe azzurro. Parla con i tuoi. In qualche modo una soluzione si trova.


– Ma quanti problemi che ti fai, Y. – sospirò sua moglie, mentre versava il the nella propria tazza. – La ragazzina va presa e fatta abortire, senza troppe storie. Ne va del tuo buon nome, oltre che della sua carriera. Chi ti affiderebbe più un’atleta, se si sapesse in giro?
– Non è così semplice. E comunque lei non è affidata a me, sta dai suoi, grazia al cielo.
– E pensi che la gente veda la differenza? Ascolta, adesso sarà sconvolta e magari sogna di fuggire con il principe azzurro che ha fatto la frittata che, a proposito, siamo proprio sicuri non sia il ragazzetto che dorme di là?
– Pare non sia lui.
– Bene. Vedi che appena lui si dilegua e i genitori minacciano di cacciarla di casa torna a più miti propositi. Due giorni in clinica, fai trapelare la voce di un infortunio, e non è successo niente. Tu hai di nuovo la tua atleta, lei la sua vita.
– E se lei non la rivolesse più, la sua vita?
– Se lei fa un esaurimento nervoso, beh, meglio adesso che più avanti, vuol dire che non è adatta a questa vita. Ti guardi intorno e ne tiri su un’altra.
– E. non è una ballerina di fila che si possa sostituire con un’audizione.
– Certo, e I. era destinato a diventare il pattinatore migliore che la Russia avesse mai visto e non più tardi di un mese fa «V. però ha doti che I. non ha mai avuto». Il problema è che ti affezioni, mentre gli atleti sono solo il tuo lavoro.
– Ma come cazzo fanno a essere solo lavoro, L! A volte mi chiedo che razza di donna io abbia sposato.
– E io mi chiedo come uno come te abbia potuto vincere un’olimpiade… Senti la famiglia della ragazza, che sarà d’accordo con me, e fatela abortire, volente o nolente. Alla lunga capirà che era la cosa migliore. E tu non farti il sangue amaro, nel corpo di ballo capita almeno una volta ogni cinque anni.
– E si riprendono, dopo?
L. si strinse nelle spalle.
– Alcune sì, altre no. È la vita.
Y. scosse il capo e intercettò con la coda dell’occhio un movimento di capelli chiari oltre la porta socchiusa della cucina.



Victor tornò in camera e aprì la finestra. A Salechard dalla finestra della camera in cui stava vedeva un cielo sconfinato, pieno di stelle di cui non conosceva il nome. In inverno, da bambino, aveva passato ore a immaginare di danzarci dentro, incontrando creature fantastiche. In quel periodo dell’anno, poi, il cielo era di uno strano colore, tra l’arancio e il violetto e solo nelle ore più buie si vedevano le stelle. A San Pietroburgo a metà luglio la notte era già tornata, anche se non lunghissima, e sembrava che le stelle non vi brillassero. Il cielo, poi, era solo un rettangolo stretto tra un palazzo e l’altro.
Era con Igor che E. era finita a letto? O con qualcun altro? Era importante? Era la prova che lei gli aveva chiesto, assumersi il rischio di una vita ribaltata di colpo? O semplicemente lui non ci aveva pensato? V. sapeva quanto fosse facile non pensare, nelle braccia di E. Ma lei, di sicuro, ci aveva pensato. Era un modo per fuggire. Non erano uguali, loro due. Pur provandoci con tutto se stesso, V. non riusciva a capire perché mai lei volesse fuggire proprio dalla vita che lui desiderava così tanto. Su una cosa, però, aveva avuto ragione. Erano soli, lo erano sempre stati, senza essere amati da nessuno. In quegli ultimi tempi lui si era illuso che le cose fossero cambiate. Lo sapeva che quella stanza, gli abiti, tutto ciò che Y. gli aveva messo a disposizione, non gli apparteneva. Le stesse attenzioni dell’allenatore erano subordinate ai suoi risultati. Ma l’affetto di E. si era illuso fosse diverso. 
La notte di luglio, a San Pietroburgo non era una vera notte, ma lo era di più dei giorni senza fine delle estati siberiane. Per la prima volta, V. sentì nostalgia di casa. Là, almeno, non aveva avuto illusioni che potessero spezzarsi. 



Mancava meno di un mese alla gara, la prima della sua carriera internazionale, ammesso di poterne avere una, ed era così difficile concentrarsi. Non funzionava neppure più il vecchio trucco per cui, sul ghiaccio, V. smetteva di pensare. Non serviva più neppure constatare come K. si fosse rimesso in riga e stesse approfittando della sua crisi. Andarsene dal pensionato doveva avergli fatto bene o gli faceva bene vederlo pattinare male. In ogni caso ormai a lui la combinazione che si era proposto riusciva quasi sempre, per non parlare della coreografia, le trottole e tutto il resto. V. si schiantava sul triplo Luzt ancora una volta su tre e solo raramente riusciva a ripartire per un secondo salto, figuriamoci un triplo…
Sospirò, fermandosi a metà pista, con il fiato corto e una bella voglia di mollare tutto. K. e G. stavano andando così bene… 
– Tutto bene? – gli gridò D.
Y. non c’era.
Ufficialmente E. era infortunata e lui la stava accompagnando a una visita medica. La seconda parte era vera, ma l’infortunio la ragazza l’aveva nell’anima e nel cuore. E chissà perché, lei che una famiglia l’aveva, aveva chiesto all’allenatore e non al padre o alla madre di accompagnarla…
– No – rispose. – Ho bisogno di dieci minuti di pausa.
D., al contrario di Y., le pause le concedeva. Non sbraitava tutto il tempo dietro agli errori commessi. Eppure, forse proprio per questo, V. sentiva una gran mancanza del tecnico più anziano.
– Tutto bene? – chiese di nuovo D., dieci minuti dopo.
V. non era tornato in pista, sedeva nella panca dell’atrio, con il cagnolino peluche in braccio, succhiando una caramella alla menta. Alcune cose neppure le caramelle alla menta riuscivano a migliorarle.
Si sforzò di annuire all’allenatore più giovane. Per la prima volta pensò che un po’ si somigliavano. D. era più alto di Y. e portava i capelli lunghi in una coda, come adesso faceva lui. Chissà se alla sua età anche lui sarebbe riuscito ad essere così sicuro di se stesso. 
– Y. mi ha detto che sei preoccupato per E., che sai cosa le sta succedendo – provò il tecnico.
V. annuì di nuovo. Non gli piaceva quel genere di discorso. A Salechard c’era sempre chi cercava di portarlo su quella strada. Persone a cui non gliene fregava niente di lui, stavano facendo un lavoro, al termine del quale gli davano magari un voto, da cui dipendeva a volte anche la sua possibilità di continuare a pattinare. Aveva imparato a sorridere sempre in quelle occasioni e a cercare di dire quello che volevano sentirsi dire. Un’esibizione, come durante le gare. Anche a San Pietroburgo, almeno all’inizio, era sembrata la strategia migliore. 
– Non mi va di parlare – disse, optando per la sincerità.
D. annuì e si sedette al suo fianco.
– Io ho detto a Y. di non portati qui in ogni modo possibile. Sai, tutti quegli stupidi pregiudizi… Adesso, invece, penso che mi spiacerebbe davvero tanto se tu pattinasti male. Chi sa qualcosa di te penserebbe che Y. ha fatto una cazzata e che non sei in grado di reggere la tensione, per gli altri saresti solo il “russo a rimorchio”.
– Il russo a rimorchio?
D. si strinse nelle spalle.
– La Russia ha tante scuole di pattinaggio, mica solo questa. Quindi tanti atleti, sopratutto juniores. È abbastanza normale che nelle gare del Grand Prix juniores ne capitino due, uno forte e uno debole, a rimorchio. Facile da battere. Io sono stato per anni il russo a rimorchio è non è una bella posizione. D’altro canto, se invece pattinassi bene, un sacco di gente ti vedrebbe. A chi sa qualcosa, a chi ti ha mormorato dietro, in questi mesi, la metteresti proprio in quel posto. Qualcuno, ci scommetto, lo faresti davvero felice. Tanti altri penserebbero solo che è bello vederti pattinare.
– Non dovresti tifare per K., dato che abita con te?
– Ah, ma io ho fatto più o meno lo stesso discorso anche a lui, così magari prende quel tanto di sicurezza che gli serve per cercarsi una camera altrove e smetto di chiudermi a chiave in bagno quando faccio la doccia per paura che mi venga a guardare le chiappe.
Questo riuscì a far sorridere V.
– Pensavo al bambino di E., che tutti pensano che è meglio se non nasce – si trovò a dire, senza volerlo davvero. – Anch’io voglio che tutto torni come prima e che lei torni ad allenarsi e a gareggiare… Lei quando pattina è… Una nota nella musica… Non credo ci siano altre persone così… Però… Io non so niente di mia madre. Sicuramente un sacco di gente pensava che era meglio se non fossi nato.
D. sospirò.
– Questa non è una decisione tua e non è un peso tuo – disse. – Ognuno di noi esiste o non esiste per una serie imponderabile di variabili. Puoi credere che sia il caso, o il destino, o Dio. Tu sei qui, adesso, e puoi dimostrare a tutti che la tua esistenza vale qualcosa. Non è una cosa che capiti a tutti. A me quell’occasione è stata sottratta.
– Non è vero, come ci avevi detto, che a quelle olimpiadi non avevi possibilità di andare a medaglia – concluse V.
Non tirava a indovinare. A casa di Y. c’era tutta la documentazione che serviva. D. non era diventato un grande campione da Juniores, ma non tutti gli atleti esplodono subito. Lo stava diventando, però, subito prima dell’infortunio.

– Fa male, sai, rendersi conto che una cosa era possibile, e non l’hai fatta – commentò l’allenatore. – Guardandosi indietro è tutto più facile. Quindi non giudicare male E., qualsiasi cosa decida di fare, o noi adulti, che annaspiamo quanto voi nel mare delle possibilità. E vivi la vita che hai a disposizione ora, perché nessuno ti assicura che tu la possa avere anche domani.

SULLE LAME DELLA STORIA
Eccoci arrivati al decimo capitolo.
Questo, senza dubbio, è stato per me uno dei pezzi più difficili da scrivere. Perché non ho risposte agli interrogativi di V. Credo che alla fine, il mio punto di vista coincida con quello di D. Non conosco gli assoluti, so solo che dobbiamo vivere la vita che abbiamo a disposizione adesso.

Per quanto riguarda il lato sportivo della storia, se vi ho incuriosito con il pattinaggio, questo è il fine settimana della finale del Grand Prix. Gli Juniores gareggiano nello stesso evento e la loro gara è interamente reperibile sull'apposito canale you tube. Hanno sui quattordici anni e fanno delle cose davvero impressionanti.

lunedì 3 dicembre 2018

I kill giants


In questi anni Bao è diventato senza ombra di dubbio il mio editore italiano preferito. Non si è limitato a fare il botto con Zerocalcare, ha reinvestito gli utili andando a cercare piccoli gioielli all'estero e coltivando i talenti italiani, dando ai propri autori una libertà espressiva che forse, adesso, solo il fumetto permette.

I kill giants è tornato con me da LuccaComics a dire il vero per iniziativa del marito, ha atteso un certo tempo nella pila dei libri da leggere e poi mi si è conficcato nel cuore.

Non si può raccontarlo senza dire troppo.
Barbara è una ragazzina problematica, con comportamenti oltre al limite del patologico. Lei uccide i giganti. Questa è l'unica cosa che racconta di sé per spiegare le sue azioni. Sa tutto dei giganti e gira con una borsa che contiene, a suo dire, un martello magico. Quello che chi la circonda non sa è che Barbara sta davvero combattendo e non solo le terribili bulle della sua classe, ma un mostro invincibile che sta portando via sua madre. A volte, l'unica vittoria possibile, è l'accettazione della sconfitta.

Se fosse un racconto, sarebbe lungo forse una quindicina di pagine e scadrebbe inevitabilmente nel melenso. Così, è la cosa migliore che mi sia capitata fra le mani che racconti i contraccolpi psicologici della malattia di un genitore su un figlio alle soglie dell'adolescenza.
I disegni integrano perfettamente il reale con il mondo mentale di Barbara, le creature che popolano i suoi incubi e i suoi sogni ad occhi aperti e si spingono a raccontare il non raccontabile, quell'incontro col titano che è il cuore del racconto. 
È il nuovo realismo magico del fumetto, che mescola senza soluzione di continuità ciò che avviene dentro e fuori dalla testa dei protagonisti perché quella è, a tutti gli effetti, la realtà che vivono.

Disegnata da un americano di origini giapponesi, anche graficamente I Kill Giants mescola l'estetica occidentale a quella tipica del manga, rendendo più tangibile un universo mentale come quello di Barbara, che si sarà fondato anche sul fumetto nipponico.

Al di là delle considerazioni estetiche, questa è un'opera che entra dentro, pur nella sua assoluta linearità. Racconta il dolore senza sconti, mostrandoci una ragazzina con cui è oggettivamente difficile trovare un canale di comunicazione, rabbiosa contro tutto e contro tutti. Racconta anche la fragilità e il dolore e l'importante di incaponirsi per crearlo, questo canale, continuare a presentarsi con una porta aperta, nonostante lei continui a sbatterla in faccia a tutti.

Da prof è una lettura dura. Perché quello che noi vediamo a scuola, spesso, è solo la rabbia. Troppo spesso non ne conosciamo neppure le cause profonde. Ci piace pensare che i ragazzini non abbiano veri problemi, quando invece, spesso, sono gravati da macigni. E troppo spesso non abbiamo la pazienza di Karen, la psicologa della scuola, che nonostante tutte le reazioni aggressive di Barbara continua a porgerle la sua mano tesa.

Mi ha colpito molto anche l'aspetto del bullismo. A distanza di pochissimo tempo, dopo Trottole, ecco un'altra storia che mi presenta un bullismo femminile violento e sadico, caratterizzato da un profondo desiderio di far soffrire la vittima, la cui unica colpa è di essere strana e sola. Da prof che in questo periodo si trova a fronteggiare situazioni di disagio a scuola, sono stata colpita dalla profonda volontà di ferire delle ragazze che aggrediscono Barbara. Forse, una cattiveria così, la si può avere solo a quell'età, ma mentirei sei dicessi che non ne sono stata disturbata. 

Al netto delle mie riflessioni, I kill Giants è da leggere. Racconta una pre adolescenza non edulcorata, trova il modo per avvicinarsi a ciò che quasi non si può narrare e ti entra dentro, imponendo al lettore la propria forza e anche la propria estetica.

Scopro preparando questa recensione, che Netflix ne ha tratto un film. Non l'ho visto. Spero che sia anche solo vagamente all'altezza dell'originale.

sabato 1 dicembre 2018

Padrone del tuo destino – racconto a puntate, capitolo 9

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo 5

Capitolo 6

Capitolo 7

Capitolo 8

      – Non ce la faccio – disse E., a carponi, con le mani sul ghiaccio.
– Sì che che la fai – la contraddisse Y. – Ce l’hai fatta ieri e anche settimana scorsa.
– Non ce la faccio – protestò di nuovo lei.
– Sarebbe tutto più facile se tu andassi a dormire a un’ora decente e conducessi una vita un po’ più regolata.
– E se invece non me ne fregasse un cazzo del tuo triplo Axel? – ringhiò lei.
– Vai a farti un giro, E. Poi riprendiamo.
Non gli piaceva la piega che stava prendendo E. Che si portasse dietro V. come fosse un cagnolino poteva andare. Quello che non andava bene era che tornasse a casa con gli abiti che puzzavano di fumo. Non che questo fosse un problema per le prestazioni del siberiano. L’incidente lo aveva spaventato. Era tornato in pista due giorni prima del termine stabilito. La sua droga, quella vera, era il ghiaccio. Ne aveva bisogno. Bisogno di sapere di essere bravo, bisogno di crogiolarsi nell’ammirazione degli spettatori. Fuori dalla pista scondinzolava dietro alla ragazza appena lei faceva un cenno, ma aveva declinato alcuni inviti serali. A quanto pareva, portarlo in pista con ancora i postumi del post sbornia, dopo quella festa, era servito. V. odiava farsi vedere cadere o sbagliare e quella, almeno, era un’ottima leva per un allenatore. 
E., invece, a quelle feste ci andava. A quanto pareva quella vita serale era molto più attrattiva, ai suoi occhi di sedicenne, di quella diurna tra pista e palestra. E in quelle feste circolava un po’ di tutto. Quelli che la ragazza frequentava erano giovani russi ricchi. La prima generazione cresciuta nell’agio. Famiglie che si erano arricchite in pochi anni e che davano ai figli ampia disponibilità economica, solo per dimostrare che potevano farlo. E, quindi, ragazzi che compravano tutto quello che potevano per lo stesso motivo. Y. non era un ingenuo, né aveva vissuto come un monaco. Si era ubriacato, aveva provato il fumo e aveva fatto le olimpiadi tra gli anni settanta e gli ottanta, quando girava di tutto. Ma i soldi erano pochi, le vittorie cose importanti e quindi prima si vinceva e poi, se mai, si festeggiava, comunque senza folleggiare. E. non aveva bisogno di vincere per accedere a tutto quello, era già suo di diritto. E forse, era stata per talmente tanto tempo la più brava che dava per scontato che avrebbe continuato ad esserlo. L’allenatore sperava con tutto se stesso che qualche bella sconfitta nelle prime gare internazionali la rimettesse in riga.
– Ehi, ragazzi, pausa, hanno appena consegnato i costumi! – gridò D., arrivando correndo a bordo pista.
Anche da lui non erano arrivate grandi notizie. Aveva borbottato per mezza giornata, ma ovviamente si era portato a casa K. Che a quanto pareva, quando pensava che nessuno potesse sentirlo, verso le due di notte, in una camera chiusa a chiave, piangeva disperato.
Di giorno, al palaghiaccio, K. mostrava la sua abituale maschera di supponenza, e fu con quella che si voltò, mentre V. quasi lo travolse nella foga di raggiungere l’uscita.
– Voglio vedere il mio del lungo, subito! – esclamò il siberiano.
G. lo guardò sogghignando, come se avesse dieci anni di più di lui, invece che sei mesi di meno.
– Pausa costumi, dunque – concesse Y.
Quando lui, Georgi e Kirill arrivarono nell’atrio per prendere in carico gli scatoloni appena consegnati, scoprirono che V. li aveva già aperti, come un cane che scava alla ricerca di un osso.
– Eccolo! – esclamò, trovando ciò che cercava.
Y. non poté fare a meno di sorridere. V. apriva i pacchetti con l’entusiasmo di un bambino di quattro anni. Era quasi certamente perché non l’aveva fatto per tutta una vita. Tuttavia era talmente immerso in quella sua gioia infantile che era difficile non rimanerne contagiati. Persino L. una paio di volte era tornata a casa con dei cioccolatini, minuscoli, dentro elaborati pacchetti per il puro gusto di vederglieli aprire.
– È bellissimo! – mormorò il ragazzo, con gli occhi che scintillavano.
Il costume era bianco e grigio, decorato con delle piume sulle spalle e i polsi. La coreografia del libero di V. era una rielaborazione, creata da lui e L., di quella della prima esibizione a cui Y. aveva assistito. Non più un fiocco di neve, ma una piuma, portata dal vento, destinata a sporcarsi. Il ragazzo aveva una forza interpretativa che non aveva mai visto e che al momento sopperiva alle carenze tecniche ancora presenti. L’allenatore sospettava che quello che V. metteva in scena fosse il racconto danzato di una perdita dell’innocenza. Qualcosa che forse aveva molto a che fare con i suoi pomeriggi con E…
– Ma dai! Con quello e i tuoi capelli sembrerai Odette – commentò K., che stava estraendo il suo costume da cosacco. – Y. deve averti scambiato per una delle ballerine di sua moglie.
V. stava per ribattere qualcosa, ma fu preceduto da G.
– Ma senti da che pulpito! – disse. – Intanto V. sta con E., alla faccia dell’essere una ballerina.
C’era del rammarico in quelle parole, che il ragazzo consolò accarezzando il proprio costume, che aveva dei fulmini sulle braccia, un omaggio non dichiarato a Harry Potter.
– Io non sono la ragazza di nessuno – disse E., che arrivava nell’atrio in quel momento. – Di certo non di un bambino di quattordici anni, per quanto grazioso.
Il costume bianco e grigio cadde a terra, mentre E., che si era già messa la tuta e dava per terminato l’allenamento, usciva con i propri pattini sulle spalle.
Due secondi dopo, V. la seguiva.
– Ehi, ho detto qualcosa di sbagliato? Non volevo… – mormorò G.
Y. gli mise una mano sulla spalla.
– Mai intromettersi nelle liti tra innamorati – disse. – A meno che non ci sia di mezzo una gara importante.



– Come sarebbe a dire che non sei la ragazza di nessuno? – disse V., mettendole una mano sulla spalla.
Erano proprio davanti alla panchina su cui si erano baciati la prima volta.
In quell’ultimo mese, poi, ogni scusa era buona, V. personalmente usava il fatto che lei lo aiutava con i compiti, per scivolare insieme nella camera di E., il sabato pomeriggio, o anche la sera subito dopo cena. Una volta aveva persino bigiato le lezioni. Non sempre c’erano stati i Nirvana, per fortuna, non sempre gli spinelli, sempre per fortuna, ma sempre erano finiti sul letto. Con sempre meno vestiti addosso. L’ultima volta era rimasta solo la biancheria. E. si era lamentata dei propri seni troppo piccoli e lui aveva ribadito quanto li trovasse perfetti, studiandoli attraverso il pizzo.
– Non è che il fatto di pomiciare ti dia un qualche potere su di me, ragazzino – disse lei, senza voltarsi.
– Ah, no? Quindi per te è che cosa… Un’abitudine? Una cosa che fai con tutti i tuoi amici?
Non si era mai sentito in quel modo. No, non era vero. Era lo stesso senso di dissanguamento che aveva provato l’anno precedente, quando aveva capito che suo padre, anche se era libero, non aveva la minima intenzione di vederlo. All’improvviso faceva freddo, anche se non era vero, e i colori intorno a lui si erano fatti smorti.
– Non sono cazzi tuoi quello che faccio o non faccio con gli altri – replicò E.
V. pensò che se ne sarebbe andata senza neppure voltarsi, invece si sedette sospirando sulla panchina.
– Noi ci facciamo compagnia, ragazzino, perché siamo uguali, nessuno ci vuole bene e non vogliamo bene a nessuno, non ha senso mentirci – disse, con voce dolce e triste.
– Io ti voglio bene – disse V., con tutta la sicurezza che seppe trovare.
– No, ragazzino. Noi non sappiamo neanche cosa via voler bene, perché non l’abbiamo mai provato. Siamo bravi a recitare una parte, sappiamo come sembrare adorabili. Ma non siamo «qualcuno» per le persone che abbiamo intorno, siamo «qualcosa». Atleti, una figlia da esibire, un problema da sistemare. E siamo abituati a pensare agli altri come «qualcosa». Lo so che è così anche per te, ragazzino. Persino quando pomiciamo, a volte non è me che stai abbracciando.
V. abbassò gli occhi fino a incontrare le proprie scarpe da ginnastica. Non erano del fratello di E., quelle, le aveva comprate lui stesso, con dei soldi che Y. gli aveva dato “come anticipo sui tuoi futuri guadagni”. Com’era possibile che quelle cose, che neppure lui riusciva a dire a se stesso con tanta chiarezza, uscissero da una ragazza che era, in apparenza, l’esatto opposto di lui? 
– Io però ti voglio bene – disse ancora, con ostinazione, forse per convincere se stesso che era vero.
– Davvero, ragazzino? Se davvero vuoi bene a una persona dovresti essere disposto a fare qualsiasi cosa per lei, anche a rinunciare alla cosa che ami più al mondo. Smetteresti di pattinare per me?
V. rialzò lo sguardo, per incrociare gli occhi seri di lei.
– Ma sei matta?
– Andiamocene. Prendiamo due cani e giriamo l’Europa come artisti di strada, sappiamo ballare, io so suonare. Andiamo il più lontano possibile da qua.
– È molto comodo dire queste cose quando si ha comunque un posto a cui fare ritorno – commentò V., piatto.
Non gli piaceva per nulla quella conversazione. Non gli piaceva la freddezza che vedeva nel viso di E., come se davvero fosse pronta a fare qualsiasi follia, solo per provare a se stessa di esistere. E lui la capiva quella sensazione, la necessità di spingersi oltre i propri limiti per sentire davvero che il sangue pulsava nelle sue vene. La provava ogni volta che scendeva in pista e infinitamente più forte quando c’era un pubblico. Cosa sarebbe accaduto se l’avesse persa, se un giorno anche pattinando non fosse riuscito a sentirsi vivo?
– Forse non siamo uguali come credi – disse.
Inaspettatamente, la mano di lei si posò sulla sua guancia.
– No, lo siamo, invece, ed è il motivo per cui tu non faresti davvero una sciocchezza per me – c’era molta tristezza in quelle parole. – Il sono «qualcosa» per te. Una porta per un mondo che non avevi mai visto e che ti piace da matti.
Si alzò dalla panchina, guardando la propria tuta.
– Devo andare, starò via qualche giorno con i miei – disse, come se fino a quel momento avessero parlato del tempo. – Non prendertela a male. Io non sono la tua ragazza, ma tu sei carino davvero.

V. la guardò allontanarsi verso la fermata dell’autobus. Sentiva le lacrime che gli colavano sulle guance. Io sono una porta per un mondo che non avevi mai visto e che ti piace da matti. Era davvero solo quello E., per lui? Ma era anche quello, senza dubbio. E il fatto che le parole di lei fossero vere le rendeva più taglienti. Facevano così male che forse neppure il suono delle lame dei pattini sul ghiaccio ne avrebbe attutito il dolore.

SULLE LAME DELLA STORIA.
E con questo capitolo siamo arrivati, senza che nessuno se ne sia reso conto, al punto di non ritorno, oltre al quale potremo solo stare a guardare chiedendoci, insieme a Y, cosa si sarebbe potuto fare di diverso e quando. Ma l'insieme delle piccole crepe sul ghiaccio delle anime dei protagonisti, ormai, stanno per creare fratture che non si potranno più evitare.

Al di là di queste fosche anticipazioni, mi sono divertita molto a mettere in scena anche qui un V. dai gusti estetici non proprio improntati all'immagine della virilità, ma che fa strage di cuori femminili (temo che E. sia la prima di una lunga serie).
Il costume bianco da cignetto è tra gli elementi che ho rubato:
(Non è V. che lo sta indossando)
E non è poi tanto diverso da quello sfoggiato al galà olimpico dalla medaglia d'oro, Yuzuro Hanyu: