sabato 15 giugno 2019

Un amore – Piovono Libri



Un cinquantenne irrisolto, in crisi di mezza età, frequentatore abituale di prostitute, vorrebbe averne una a sua completa disposizione e si inventa di esserne innamorato. Lei ne farebbe volentieri a meno, ma i soldi di lui sono comodi. Seguono 300 pagine di film mentali con saltuari elogi della prostituzione minorile.

Questa, ridotta all'osso è la trama di Un amore, romanzo di Dino Buzzati, libro del mese del gruppo di lettura, che mi ha lasciato con poche certezze e molti "non lo so".

Non posso dire di essere un'esperta di Dino Buzzati, di cui ho letto Il deserto dei Tartari e molti racconti (alcuni li amo parecchio). Non avevo mai sentito parlare di questo romanzo. Un libro quasi dimenticato, prova ne è la copia che ho preso il prestito nella biblioteca del paese, riesumata dopo un certo lavoro di ricerca e che non era più stata data in lettura dal 1988.

"Non so" credo sia il commento che più mi è venuto alle labbra, leggendolo. La storia è quella che ho riassunto. 300 ossessive pagine nella mente di un cinquantenne irrisolto che vorrebbe a sua disposizione una giovane prostituta. Lei gli racconta un sacco di storie per coprire probabilmente una verità di estremo squallore di cui a lui non importa niente, lui continua a farsi improbabili film in testa su di lei, sulla vita che conduce, sulle sue motivazioni e in fin dei conti sui sentimenti che prova. Perché è ovvio che "amore", a dispetto del titolo ,non è il sentimenti che porta Dorigo a immaginare che per lei forse la cosa migliore sarebbe essere investita da un tram e finire mutilata (!) e che, d'altra parte, non lo spinge mai a fargli una proposta concreta che dia a questa ragazza almeno la speranza di una possibile vita diversa.
Il fatto di rimanere per tutte le 300 pagine (un po' più o un po' meno a seconda dell'edizione) nella testa non proprio centrata di lui nega a questo romanzo la possibilità di farsi davvero indagine sociale. C'è molta più Milano, città in cui è ambientato, molta più analisi di una società che cambia in Venere Privata di Scerbanenco.
Questa è la storia di un'ossessione che, però, non diventa neppure estrema come, per dire, in Lolila. Alla fine quella di Dorigo è una sbandata che sì, magari gli vale qualche commento di disapprovazione, ma nulla di più. Non ne compromette la rispettabilità sociale, né la vita professionale. Dopo l'ultima pagina può tranquillamente allontanarsi da lei, la cui vita è comunque appena un poco peggiore rispetto all'inizio della storia, trovare un'altra casa d'appuntamenti (così, bella, così pulita, così comoda, spendere così poco per avere una minorenne compiacente...) e riprendere a fare esattamente ciò che faceva prima dell'inizio della vicenda.

Quello che mi resta, davvero, della lettura sono due cose. La sensazione che di Dorigo in fondo sia pieno il mondo. Uomini a cui non importa nulla di creare un vero contatto umano con chicchessia, preferendone il mero utilizzo e le proprie fantasie. Uomini che neppure si rendono conto dei danni che fanno al prossimo. Uomini per cui, ho pensato, anche l'Inferno è un'inutile spreco di energia. Non so da quanta percentuale di gente così sia composta l'umanità. Se sono la maggior parte, allora hanno ragione gli antichi greci "la cosa migliore è non nascere affatto e, se nati, morire il prima possibile". Insomma, estinguiamoci subito e liberiamo il mondo dalla nostra inutilità. 
L'altra è comunque l'apprezzamento stilistico. 

Buzzati è un autore sperimentale e qui si butta nel flusso di coscienza, si lancia in costrutti grammaticali particolari, utilizza in modo alternativo la punteggiatura e la sintassi. Il risultato non mi è dispiaciuto. Certo, 300 pagine di film mentali improbabili sono comunque troppe, ma in generale scorrono via bene. Dorigo, se non altro, riempie la sua inutilità di belle frasi.

Non so, non l'ho capito, forse non conosco abbastanza l'autore o forse sono tonta io, quale fosse il fine di Buzzati, cosa lo abbia spinto a scrivere questo libro. 
Il buttare la vita in attesa di qualcosa che non arriverà mai, in questo caso un amore, è un tema caro a Buzzati ma non mi sembra che sia questo o solo questo il punto. C'è qualcosa che mi sfugge, come se il romanzo stesso si fermasse sulla soglia di una potenzialità.
Quella di Dorigo per Laide è troppo debole per essere un'ossessione che valga la pena di indagare. Non c'è analisi sociale, perché tutto è filtrato dalle fantasiose elaborazione dell'uomo, al punto che Laide rimane inconoscibile per noi come per Dorigo.
L'interesse dell'autore pare quindi concentrato su Dorigo, un uomo che, dal mio punto di vista non meriterebbe certo un romanzo. Il fatto che comunque il lettore non scopra le conseguenze che questa sbandata avrà sulla sua vita, ammesso che ne abbia, lo rendono ai mei occhi ancora meno interessante. Non riesco a empatizzare con lui, non riesco a compatirlo, ma neppure mi fa arrabbiare. È una creatura del tutto inutile, che non incide nella vita di nessuno (alla fine Laide era nei guai prima, è nei guai durante e nei guai rimarrà anche dopo la fine di questa non relazione). E quindi non riesco a capire fino in fondo perché regalare tutta questa bella prosa alla descrizione dell'inutilità.

Qualcuno lo ha letto e mi offre una migliore chiave di lettura?

domenica 9 giugno 2019

Questo è il nostro lago


C'è una parola che in questi ultimi anni scolastici aleggia nelle scuole, pronunciata con desiderio e timore: PON.
I PON sono progetti finanziati dalla Comunità Europea che permettono di attivare laboratori non banali con risorse che sono di norma fantascienza. Ma... Ma... Ma... Tra il dire il fare c'è di mezzo la burocrazia.
Così capita sovente che un progetto scritto in un momento venga approvato tre anni scolastici dopo, con tutto un corpo docenti cambiato, con tutto da riadattare in corsa. Capita che un PON sullo studio e la valorizzazione dell'ecosistema lacustre finisca nelle mani di un'insegnante di lettere di formazione storica che da quel momento si mette a inseguire ricercatori dell'Istituto Nazionale di Ricerca. Capita che tra un'immersione e una conferenza internazionale una ricercatrice finisca per incantare la docente di lettere con la storia straordinaria delle cozze del lago d'Orta, tornate in modo avventuroso dopo la bonifica che ha ridato vita a un lago che prima era morto. Capita che poi la burocrazia dell'Istituto Nazionale di Ricerca, quella della scuola e quella del PON siano del tutto inconciliabili e si debba rifare tutto da capo. Capita che si trovi un gruppo di ragazzi interessato, disposto a spendere un pomeriggio a settimana per tutto un quadrimestre per studiare l'ecosistema del lago, ma che per iscriversi al suddetto PON si debba portare ogni sorta di documento di padre, madre e così via credo fino alla settima generazione, e tu vai a spiegarlo a un sistema informatico che ci sono situazioni in cui una madre, per dire, può risiedere in Africa.

Può capitare alla fine, in una mattina di giugno, che tutto acquisisca un senso, quando questi ragazzi che sono nati o hanno i genitori nati non importa dove si appropriano della spiaggia che è la LORO spiaggia, quella in cui tutte le estati vanno a fare il bagno. Questi ragazzi troppo spesso accusati, solo per il fatto di appartenere a una determinata fascia di età, di essere tutti dei delinquenti potenziali, o, quanto meno, vandali in pectore. Invece loro hanno visto una bacheca dismessa proprio davanti al molo della spiaggia e per quella bacheca hanno preparato un pannello bilingue (lavorando con GIMP sui computer della scuola, il che è stata un'odissea nell'odissea, tra file scomparsi all'improvviso e esclamazioni sconfortate "io il grafico nella vita mai!") per spiegare la straordinaria storia del Lago d'Orta.
E sono stati loro a spiegare ai giornalisti che sin dagli anni '30 del novecento il Lago d'Orta si era trasformato in una gigantesca pozza d'acido ed è stato poi stato oggetto di uno dei più grandi progetti di bonifica riusciti del mondo. Hanno raccontato di come il ripopolamento stia ancora avvenendo per gradi, di come come per ultime siano arrivate le cozze e di quanto sia forte questo progetto per cui sulle cozze viene messo un microchip perché in caso di rilascio di sostanze inquinanti i molluschi si muovono in modo particolare e quindi vengono usate come sentinelle.

E mentre si mettevano in posa, giustamente fieri del lavoro svolto, io pensavo che il senso di appartenenza ha poco a che vedere col luogo in cui sei nato o da cui vengono i tuoi genitori e molto con il luogo che ami, che vuoi conoscere e di cui vuoi prenderti cura. Più permettiamo ai ragazzi di farlo, più diamo loro gli strumenti per capire e più naturalmente si preoccuperanno di proteggere e valorizzare invece che di danneggiare.

E, alla fine, il mio insegnare sta tutto qui, nel sentire un ragazzo che ha partecipato al progetto dire a un altro che non ci ha partecipato "ma lo sai che se butti un liquido nel lago ci sta per nove anni? E poi ci devo fare il bagno anch'io..."
Perché alla fine, questo non è più "il lago", ma è davvero "il nostro lago".

Non posso farvi vedere i ragazzi che hanno lavorato al progetto, perché alcuni di loro non hanno l'autorizzazione per la diffusione delle foto via social (è già stata una corsa reperire quelle per il cartaceo...), ma il pannello ve lo faccio vedere. Lo hanno fatto ragazzi delle medie, non periti grafici o  studenti del liceo artistico. Adesso sta alla Spiaggia di Lagna, comune di San Maurizio, sulla bacheca proprio davanti al pontile.


Un grazie speciale ai ragazzi, a Monica Spadacini di Ecomuseo del Lago d'Orta e alla dott.ssa Riccardi, esperta di ecosistemi lacustri.

martedì 28 maggio 2019

Gli Spiriti non dimenticano (un ricordo di Vittorio Zucconi)


È difficile che si incontri un autore perché parla proprio di una cosa che non ci piace.
Eppure il mio incontro con Vittorio Zucconi è stato proprio così. 
Sono da sempre di quegli italiani che seguono il calcio solo per i mondiali e più che altro per fare conversazione. Così, in occasione di un qualche mondiale della mia adolescenza, quale non ricordo, ho iniziato a leggere qualcosa sul giornale che circolava per casa, La Repubblica. E mi sono imbattuta negli articoli di Vittorio Zucconi che rimarrà per me colui che mi obbligato a guardare almeno i risultati delle partite per capire di cosa parlasse. Perché le parole di Zucconi, la sua ironia piena di buon senso, mi hanno stregato e ho iniziato a leggere quasi qualsiasi cosa scrivesse, compresi gli articoli sul calcio. Ricordo che in Erasmus usavo la mia ora quotidiana di connessione per leggere una serie di blog, tra cui il suo, dedicato in gran parte al calcio.

Naturalmente dal calcio sono passata a leggere Zucconi anche su argomenti un po' più seri e, in tempi più recenti, ad ascoltarlo alla radio. Proprio su radio Capital, a modo suo, aveva informato gli ascoltatori sulle sue condizioni di salute, parlando di un "lungo, speriamo lunghissimo, ultimo viaggio verso l'Ovest". La sua apparente leggerezza non mi aveva ingannato neppure per un istante (le dirette che da giornaliere si erano fatte saltuarie mi avevano già detto tutto), ma ne ho ammirato tantissimo il coraggio.

Di lui, però, mi rimane un ricordo particolare, legato a un libro, preso in biblioteca quando avevo diciassette o diciotto anni, Gli spiriti non dimenticano
Non lo prendo in mano da allora, eppure è uno di quei libri apparentemente non così memorabile e che, pure, rimane impresso a così tanti anni di distanza. 
Vado a memoria in questa mia quasi recensione, quindi abbiate pietà.

Gli spiriti non dimenticano racconta in uno stile che è a metà tra l'inchiesta giornalistica e il romanzo, la vita del capo Sioux Cavallo Pazzo.
Ricordo che ciò che mi era rimasto impresso era proprio l'approccio. Zucconi non finge di essere altro che un giornalista italiano. Il suo lavoro di documentazione è stato minuzioso, ma il suo sguardo è non può essere diversamente, quello di un europeo, lontanissimo dalla realtà degli indiani delle grandi praterie. Si sforza di immaginarsi come doveva essere la vita, come dovesse essere il sentire di quelle genti (ricordo in particolare un passaggio su quanto dovesse essere bello essere bambini tra i sioux) ma quando questo sforzo di immaginazione diventa eccessivo non lo forza. Cavallo Pazzo era un capo ma anche uno sciamano. L'aspetto religioso agli occhi della sua gente era più importante di quello militare. Cosa significasse davvero essere uno sciamano, anzi un "uomo strano", Zucconi non lo sa. Non tira a caso. Non inventa. Lì si ferma la parte romanzata. Riporta affermazioni di chi ne sa più di lui, ma ammette il limite oltre al quale non può spingersi.
Questo libro, letto da ragazza, mi ha aperto un mondo. Di lì a poco mi sarei appassionata, sia pure senza mai approfondire oltre un tot, alla storia dei nativi americani. Ma mi ha anche insegnato un metodo.
Non si può fingere di essere ciò che non si è. L'immedesimazione porta a rendere vividi sulla pagina personaggi diversissimi da noi e tuttavia esiste un limite oltre cui non ci si può spingere.
Ne Gli spiriti non dimenticano c'è un tentativo di ricostruzione non solo della storia, ma anche della psicologia e dei pensieri di Cavallo Pazzo. Fin dove è possibile a un giornalista italiano. Non di meno, non di più.

Vittorio Zucconi era ironico fino ad essere provocatorio. Sapeva fare il suo mestiere, che era il giornalista. Raccontava ciò che sapeva e su questo esprimeva delle opinioni, a volte trancianti. Ma si fermava sempre prima di fare un passo in terra incognita e sentenziare su ciò che non conosceva.
Per questo, più di qualsiasi altra cosa, mi mancherà moltissimo.

giovedì 23 maggio 2019

Considerazioni sparse e ondivaghe sul finale di Game of Thrones


Ne ha parlato tutto il mondo, posso forse astenermi dal dire la mia su una serie che comunque ha segnato l'immaginario globale e si è imposta ben oltre i confini degli amanti del genere?
E allora via, si comincia!
Ovviamente, leggete solo se avete visto tutto.

PIÙ DELL'ONOR POTÈ IL BUGET (e lo spoiler)
Non tutto funziona in questo finale di stagione. Lo hanno detto più o meno tutti e lo dico anch'io, che pure non ho disdegnato questi episodi finali. È oggettivo, tuttavia, che alcuni personaggi avrebbero avuto bisogno di una scrittura più delicata e sopratutto, di più minutaggio per giustificare meglio agli occhi del pubblico l'evoluzione del proprio carattere. Sappiamo tutti di chi sto parlando. Daenerys è sempre stata quella che ha guardato il fratello fritto vivo dall'oro fuso senza battere ciglio, che non ha mai versato una lacrime per la gente uccisa, insomma, tanto centrata non è mai stata, ma è chiaro che il ribaltone da eroina a dittatrice avrebbe avuto bisogno di una scrittura migliore. E allo stesso modo ci sono capacità di personaggi che si perdono per strada, draghi che cadono per una freccetta e altri immortali e tante altre cose che tornano poco.
O meglio, tornano poco se non si considerano due fattori.
Il primo è il vil denaro. Questa serie aveva un budget enorme per una serie televisiva, ma risicato considerati gli effetti speciali che si sono dovuti mettere in campo. I draghi costano, quasi come se fossero veri, forse di più. Ogni singola scaglia inquadrata costa. È evidente che la maggior parte delle scelte operate in questa stagione sono state obbligate e definite dal vil denaro.
La serie è durata esattamente i minuti che poteva permettersi di durare, non uno di più, con tutti i problemi di accelerazione della scrittura che abbiamo notato.
Io avrei adorato, adorato davvero, vedere le armate del Re della Notte scendere fino a prendere d'assedio Approdo del Re. Ma avrebbe voluto dire mostrare tale armata di giorno, con tutti i suoi cavalli, mammut e giganti non morti fatti al computer. Ci siamo lamentati un po' tutti di quanto fosse buia la puntata tre. Ma col buio l'esercito del morti lo puoi immaginare, senza far vedere, i tre draghi sono sagome nere contro la luna e, sopratutto, se tutti i morti si disintegrano alla fine della terza puntata non sono in scena nelle tre successive. E si risparmia.
Però c'erano tre draghi, che erano ancora troppi e un metalupo, sempre fatto al computer. E quindi un drago muore nel minor numero di scene possibili e il metalupo viene praticamente abbandonato sulla piazzola dell'autostrada del re.
È giusto? È sbagliato?
Una serie televisiva deve fare utili, temo, e alcune delle soluzioni adottate per gestire tempistiche e ristrettezze non mi sono neppure dispiaciute. Comunque sia, la risposta più ovvia alla maggior parte delle domande sul perché sia state fatte determinate scelte è "per risparmiare".
Al Gioco del Trono si vince se si è pratici. E infatti si vede che quello che davvero ha fatto poker è Bronn, il mercenario taglia gole da quattro soldi che finisce per diventare maestro del conio.

Poi c'è stato il problema degli spoiler. Ora, chiunque abbia un minimo di talento narrativo, capisce che non era il destino di Arya uccidere il Re della Notte, né quello di Bran finire sul trono. 
In un momento imprecisata precedente alla stagione sette erano stati divulgati in rete dei riassunti di come sarebbero stati gli episodi delle due stagioni finali. Io li avevo letti prima della stagione sette e vi posso assicurare che per quella erano precisi al 100%. Ciò mi fa pensare che anche i riassunti degli ultimi episodi venissero da una fonte certa. Ora, se questa fuga di notizie è arrivata in mano mia, comodamente in italiano, chissà in quante altre mani è arrivata. E quindi hanno evidentemente cercato di modificare il più possibile, tenendo (più o meno) conto del pregresso. Il destino finale (chi vive e chi muore) è stato rispettato per il 90% dei personaggi, ma alcuni ruoli sono cambiati. E le forzature si vedono. Per quanto sia magnifico il discorso di Tyrion sul potere delle storie è evidente che il sovrano-veggente-semi immortale è una trovata dell'ultimo minuto per un personaggio che non si sapeva più dove mettere. E che il Signore della Luce sarà anche un dio un po' orbo, ma non aveva resuscitato Jon per fargli fare l'osservatore attonito degli eventi (per quanto il destino di Jon, eroe impotente e sconfitto, mi sia piaciuto particolarmente). Così come tutto questo sforzo di Arya per diventare nessuno e cambiare faccia diventa inutile quando il tuo nemico è il re dei non morti che, letteralmente, non guarda in faccia a nessuno (per quanto, anche qui, abbia amato il fatto che sia stata Arya a ucciderlo).
Anche qui, è un bene o un male? Fosse rimasto quel finale, sicuramente più giustificato dalla logica interna, molti avrebbero detto che era scontato. Adesso alcune cose non tornano, ma do atto agli sceneggiatori di averci provato al meglio a giustificare un finale di ripiego. Per quanto la scelta di Bran re di Westeros sia quanto di più improbabile si possa immaginare, il discorso di Tyrion che porta a tale scelta rimane magnifico.

Non so se Martin finirà mai i romanzi. Se lo farà, non avrà problemi di budget né di spoiler. Ma faccio una facile previsione: qualcuno si lamenterà lo stesso.



IL FANTASY VINCE QUANDO È TRATTATO COME UN GENERE ADULTO
Chi guarda il Trono di Spade ama i giochi di potere, le svolte di trama non banali e le personalità sfaccettate. Ci sono gli amanti del fantasy di vecchia data, gli incalliti giocatori di ruolo (ciao, miei simili!) ma c'è anche un sacco di altra gente.
Quindi, per favore, basta dire che il fantasy è roba per ragazzini o adulti immaturi. È un genere che ragiona sull'uomo. Proprio perché lo toglie dalle contingenze del presente o del contesto storico, può indagarne l'animo. E quando lo fa con occhio adulto e disincantato genera storie non banali che interessano, intrattengono (non è una parolaccia, intrattenere) persone anche molto diverse tra loro.
Sarebbe ora che questa evidenza saltasse agli occhi anche in Italia.



IL MASCHILISMO SPIAZZANTE DI ALCUNI COMMENTI
Ai miei occhi uno dei pregi del Trono di Spade è sempre stata la presenza di molti personaggi femminili molto diversi tra loro. Non c'è un modo giusto di essere donna nel Trono di Spade e non ci sono solo streghe o sante. Ci sono figure sfaccettate, personaggi che fanno il loro percorso, la loro evoluzione verso la luce o versa la tenebra. Spesso, fin troppo spesso, devo dire, le donne sono vittime di soprusi e violenza. Una volta ho letto un commento che diceva che Martin era ossessionato dallo stupro, destino piuttosto comune ai personaggi femminili della storia, subito o solo rischiato. Non so se sia vero, cioè, non so in un contesto di guerra senza regole come quello descritto le cose andassero meglio, personalmente ne dubito. Di certo la serie si è contraddistinta per scene piuttosto esplicite, anche di violenza.
Con queste premesse non ero preparata alle polemiche relative a due scene di sesso, per altro per niente esplicito, presenti in questa serie. Poi ho capito. Va bene la donna forte. Va bene guerriera. Va bene persino se assassina, ma che prenda l'iniziativa no!
L'attrice che interpreta Arya ha superato i vent'anni, il personaggio della serie che all'inizio dovrebbe essere sui 12 anni (nei libri è più piccola, ma mi pare che nella serie sia dichiarato così), arrivata all'ottava stagione è tranquillamente maggiorenne, sopratutto per gli standard di una società dell'epoca. E poi, chiariamoci, questa qualche puntata fa ha fatto una strage e ha cotto resti umani dentro dei dolcetti. Ma che decida (lei!) di portarsi a letto un bravo ragazzo che le ha sempre sfarfallato dietro no!
Per non parlare di Brienne, che cosa mai non le darebbe il diritto di portarsi a letto l'uomo che desidera dalla stagione 2 o 3 (prima che lo ammazzino, dato che ha una croce sopra grossa come una montagna)?
I commenti in rete mi hanno lasciato basita. 
Commenti sul loro aspetto fisico. Parliamo di una guerriera e un'assassina. Sopracciglia e trucco sono davvero delle priorità per personaggi come loro? 
Commenti del tipo "ma era meglio lasciare platonico l'amore tra Brienne e Jamie". Cioè lei se lo mangia con gli occhi da anni e quando ne ha l'occasione non dovrebbe farsi avanti? Come se la sessualità sminuisse...
Niente, nella mente dello spettatore medio la donna o è vittima, o è sedotta o è asessuata. Nel terzo caso deve rimanere asessuata o perché non ha standard di bellezza adeguati o perché la sessualità la sminuisce...
Sono e rimango basita.


UN'AMARA RIFLESSIONE SULL'AMORE
Arrivata alla fine, se devo trarre un bilancio su quello che questa storia porta a livello di messaggio, è che l'amore passionale finisce sempre in tragedia.
Non so se Martin modificherà la cosa nei romanzi, ma nella serie non c'è una singola storia di passione che non sia finita in tragedia. Come viene detto, gli ultimi vent'anni di guerra sono dovuti al fatto che Lyanna Stark si innamora, riamata, dell'uomo sbagliato.
Quindi non solo l'amore travolgente è una tragedia personale, ma addirittura globale, la causa ultima della guerra. Questo senza contare gli innumerevoli crimini commessi da Jamie per amore, l'estremo sacrificio (e tutte le sue disgrazie precedenti) di se Jorah Mormont e via discorrendo. Non si salva nessuno. Neppure Jon. Persino lui con un po' più di lucidità avrebbe potuto evitare qualche migliaio di morti. L'amore passionale è sempre e solo distruttivo.
Le coppie che funzionano sono quelle decise dal caso, Sam e Gilly, che si trovano insieme senza averlo preventivato o Ned Stark a Chaterine, sposati per politica. Coppie che imparano a conoscersi e a stimarsi, fino a scoprire un reciproco e saldo affetto.  Si salva l'affetto famigliare, quello tra fratelli (se non è incestuoso) e poco altro.
Non so, sono una vecchia romantica, io. 
Ammiro la coerenza con cui gli autori (ma sospetto che qui ci sia lo zampino di Martin, proprio perché la tesi è portata avanti in modo granitico) che, senza farcelo pesare, si può persino non farci caso, ci raccontano una storia in cui tutte le disgrazie peggiori vengono fatte per amore e in cui la passione non ha mai un ruolo positivo. E tuttavia la cosa mi intristisce. Continua a sperare in un modo in cui l'essere amati (anche con passione) possa renderci migliori.

lunedì 20 maggio 2019

A Vercelli Fantastica




È stato stranissimo rivestire i panni dell'autrice, dopo così tanto tempo.
Prendere l'auto per andare a Vercelli, in quella stessa libreria in cui era stata organizzata una delle primissime presentazioni del mio primo romanzo, La roccia nel cuore. Ritrovare il bravissimo Alessandro Barbaglia, ormai romanziere affermato e tutto lo staff della libreria Mondadori.
Ascoltare un autore che per noi che ci muoviamo nei mondi fantastici è quasi di culto, come Dario Tonani.
Sedermi di nuovo a un tavolo con altri autori, i bravissimi Giulia Abbate e Maurizio Ferrero, per parlare di Trofeo RiLL e dell'antologia che grazie a quel trofeo è nata, La spada, il cuore e lo zaffiro.

Credo che la prima cosa a colpire tutti, chi presentava, chi parlava e chi ascoltava sia stata la naturalezza del nostro entusiasmo per la realtà di RiLL. Perché davvero, in un mondo editoriale in cui spesso è così difficile orientarsi, trovare un realtà che non solo dà spazio a tutti, ma che coltiva i propri autori, promuovendoli per anni (la mia antologia ormai è datata 2016...) è davvero qualcosa di raro. Senza RiLL io non sarei stata lì, ovviamente, ma sono davvero tantissimi gli autori che da questa realtà hanno preso il via e continuano a riconoscerla come la loro casa.

E quindi eccomi lì, di nuovo, dopo tanto tempo, grazie a RiLL a parlare dei miei racconto fantasy atipici, editorialmente improbabili, con i miei personaggi feriti, che i mostri li hanno dentro.
Non ero più abituata a parlare in pubblico. Ho perso in sintesi e in fluidità. Spero almeno che le mie frasi abbiano avuto un capo e una coda.
Mentre parlavo, la puppattola correva in giro, saltellava, esternava pure troppo il proprio entusiasmo e alla fine si è infilata nella zona degli oratori come fosse un'autrice di fama. Palesemente, la timidezza è qualcosa che non le è stato dato. Neppure la discrezione, temo.

Quello di come far quadrare la cose, lavoro-pupattola-scrittura, è un problema aperto. Dal punto di vista della gestione famigliare l'esperimento di ieri ha funzionato in parte e è stato evidente come basti un nonno malato e un pomeriggio di pioggia per rendere tutto più faticoso. Di certo, i racconti dell'antologia, meglio il mondo che c'è dietro a quei racconti, mi sta chiamando con forza prepotente. Un "torna a casa" piuttosto difficile da ignorare.
Nei giorni scorsi ho chiuso i conti con una storia che mi ha ossessionato per mesi. Tecnicamente è una fanfiction e come tale vive una sua vita propria, su un sito dedicato, ma in barba a chi pensa che amatoriale voglia dire "facile" si è trattato di un racconto che ho a lungo dubitato di riuscire a scrivere. 
Adesso è ora di tornare a casa. Di finire la riscrittura del romanzo legato all'ambientazione fantasy di cui oggi qualcuno mi ha chiesto conto e cercare seriamente una veste editoriale per le troppe cose finite che stanno nel mio cassetto.

L'altra cosa evidente è che è stato bello. Bello trovarsi in un evento ben organizzato. Bello vedere l'attenzione del pubblico. Bello avere uno spazio per le mie storie.

domenica 12 maggio 2019

Appuntamento con il buio


La primavera scolastica dei prof si può riassumere con una sola parola: fatica.
Non starò a tediarvi con tutti i noiosi motivi che mi hanno tenuto lontana dal blog. Finisce sempre che, mentre i fiori sbocciano, ci sia tanto da fare.
C'è anche qualcosa di più sottile. Il desiderio di chiudere i cerchi, tirare le fila dei progetti, in termini di risultati misurabili e budget, ma anche, sempre di più di senso. Arrivare a guardare la fine di un percorso durato o uno o più anni scolastici con la sensazione che ne sia valsa la pena.
In questo mondo di ragazzini disumani che si dedicano al pestaggio ricreativo, noi prof, forse più di altri, cerchiamo un segnale che ci dica che abbiamo aiutato a instillare una goccia di empatia, il seme di un dubbio. Perché alla fine è questo lo scopo ultimo del nostro lavoro, al di là dei complementi dell'analisi logica, le giuste date delle guerre napoleoniche e altre amenità che si dimenticheranno comunque già nel momento esatto del suono della campanella.
Portarli alla fine di un percorso salvaguardando la loro umanità.

Non so, ovviamente, trarre un bilancio del mio lavoro, cosa si porteranno davvero verso il futuro questi miei ragazzini che mediamente studiano, mediamente si impegnano e già questo, a sentire quel che si dice in giro, li rende appartenenti a una specie in via d'estinzione. So però che, alla fine di questo percorso scolastico, ho avuto il privilegio di condividere con loro un'esperienza, perché, grazie a una collega intraprendente, li abbiamo portati al buio.

Quello che manca, spesso, a questa generazione che vive il virtuale come un faccia del reale, è l'esperienza diretta. Il trovarsi nudi, spogliati dalle loro armature di schermi a cospetto con se stessi. Manca sempre di più anche a noi, che pure siamo cresciuti in un mondo differente.
E quindi mi sento di consigliarla anche a voi, quest'esperienza che ho avuto la possibilità di condividere con i miei alunni: andate in miniera.

Andateci a piedi, partendo dalle case dove partivano i lavoratori, spesso di notte, con i loro attrezzi sulle spalle. Salite a piedi, attenti a non inciampare, senza paura della fatica, pensando che quella che per noi è la gita per loro era solo l'inizio di una giornata che prevedeva poi 8/10 ore di lavoro.

E poi entrate, con caschetto e mantellina, in una miniera. Ce ne sono parecchie visitabili in Italia. Ma, se possibile, sceglietene una attrezzata il meno possibile. Con una guida esperta, in sicurezza, ma con la luce più bassa possibile, quello che basta a non inciampare. Con l'acqua che scende dall'alto e scorre a rigagnoli sotto i vostri piedi.
Non importa in quanti siete, potete essere anche con un gruppetto di tredicenni. Le chiacchiere finiscono presto, durano due svolte. Poi si inizia a sentire l'odore della roccia, la temperatura che nulla  più a che fare con quella dell'esterno, il rumore dell'acqua. Si inizia a sentire il rumore dei passi. Si inizia a riconoscere quello distintivo di ciascuno dei presenti.

E quando si è arrivati abbastanza in fondo da chiedersi se, senza guida, si sarebbe in grado di uscire, si possono spegnere le luci. Magari una per volta, come un viaggio nel tempo luminoso. Via l'impianto elettrico che rende la miniera fruibile al turismo e si rimane con le luci dei caschetti, ognuno responsabile della propria visione. Poi la lanterna, con la candela o qualcosa che simuli la lampada a petrolio. E poi il buio.

A questo punto non c'è più bisogno di immaginare. Tutte le letture fatte a scuola, così noiose, acquisiscono un senso diverso. Perché siamo lì, come sono stati generazioni di lavoratori prima di noi. Al buio. All'umidità. Nella polvere. Per rubare alla montagna una ricchezza che finiva in altre mani.
Come succede ancora, ovunque sia l'unica alternativa al non avere niente.

Io non lo so se sia servita, questa esperienza, ai miei ragazzi. Se l'abbiano vissuta con lo stesso distacco con cui si visita un sito archeologico, anche se alcuni di loro sono nipoti o bisnipoti di scalpellini, o se qualcosa sia entrato dentro.

Era di proprietà inglese, la miniera che abbiamo visitato, quella di Pieve Vergone, da cui si estraeva l'oro. A leggere i documenti degli inglesi, ci lavoravano degli "indigeni" dall'idioma incomprensibile. Sporchi, brutali ancora più che brutti, forse neppure, ai loro occhi, umani. Questo accadeva poco più di cent'anni fa.
Forse a tutti farebbe bene, di questi tempi, un appuntamento con il buio.


PICCOLA NOTA FINALE AUTOPROMOZIONALE
Domenica prossima, 19 maggio, alle ore 17.00 sarò a VERCELLI FANTASTICA presso la libreria Mondadori di Vercelli per parlare della mia esperienza con Trofeo RiLL e dell'antologia "La spada, il cuore e lo zaffiro".

martedì 16 aprile 2019

E poi...


I colloqui con i genitori...
E poi...
Il corso sulle Unità di Apprendimento (ci avessi capito qualcosa...)
E poi...
Il corso sulla Metodologia Senza Zaino (bello, da ragionarci su, da scriverci qualche post...)
E poi...
Il corso sull'Autostima (grazie, sempre un gran bisogno di autostima, ma proprio adesso...)
E poi...
I consigli di classe (verbali, altro che scrittura creativa...)
E poi...
Le riunioni per le nuove adozioni dei libri di testo (e magari leggerli e guardarli i libri prima di decidere...)
E poi...
Il PON sull'ambiente, con il CNR, le cozze di lago e il comune da contattare (e qui più che un post ci esce un romanzo...)

Se trovo un altro che dice che gli insegnanti non lavorano lo tiro sotto con l'auto, prendetela pure come una confessione, che in galera magari dormo un po'...

Volevo però ringraziarvi dei tanti bei consigli che mi avete dato sia in coda al post precedente che privatamente. È stato molto bello vedere tante persone che ci tengono a me, mi consigliano un sacco di cose, alcune davvero interessanti!

E poi a questo punto conviene che parta con gli auguri, che qui è un attimo ed è subito uovo e colomba (e vacanza, qualche giorno di benedetta vacanza).

TANTI CARI AUGURI DI BUONA PASQUA!!!