lunedì 12 novembre 2018

Tra memorie e memorial – Trottole, letture



Il mio ricordo più triste legato al mio passato sportivo coincide con quello del mio miglior risultato.
Subito dopo la gara dei tremila ai campionati italiani a squadre, sotto un cielo che prometteva diluvio nell'autunno del mio primo anno di università. Ero arrivata settima, avevo fatto del mio meglio, che coincideva con il mio primato personale, eppure avevo negli occhi solo desolazione. La stessa che riconoscevo nello sguardo della ragazza arrivata quinta, che per altro era stata mia compagna di liceo (notare l'ironia di essere tra le prime dieci in Italia, ma comunque secondi nella propria scuola...).
Perché settima o quinta faceva poca differenza. Per entrare nel giro che contava davvero bisognava arrivare quanto meno terze. E non l'avevamo fatto, pur con tutto il nostro impegno. Il nostro tempo era finito. Ormai, per mantenere quel livello, bisognava scegliere, o lo sport o tutto il resto e, semplicemente, non valeva la pena di scegliere lo sport. 
Lo sapevo anche prima, per carità, quel risultato era meglio del prognostico di partenza, eppure era comunque la fine, la fine di una carriera agonistica, per quanto minore, che comunque aveva caratterizzato tutta la mia adolescenza. E la consapevolezza mi metteva una tristezza infinita. Avrei continuato a gareggiare ancora per qualche anno, ma sapevo già allora che non mi sarei mai più qualificata per una finale nazionale.
Non ho nessun altro ricordo triste dell'atletica. Per anni, il momento di uscire per andare a fare allenamento è stato il più bello della mia giornata. Perché la pista di atletica è stata uno dei primi posti a cui ho sentito di appartenere. 
Quanto ho iniziato ero alle medie. Ero più marginale che emarginata. Non ero bullizzata o presa in giro. Ero lasciata lì, a fare il soprammobile, con la sensazione di non capire quando i compagni mi parlavano e di non essere capita quando parlavo io. Loro leggevano Cioè e io, in quel periodo, l'epica medioevale. Al campo di atletica, per la prima volta, ho avuto la sensazione di avere il diritto di stare lì, di appartenere al gruppo. Sia pure di un argomento circoscritto, sapevo sempre di cosa si stava parlando. Persino le mie stranezze erano guardate con simpatia e valevano come quelle di qualsiasi altro.

Anche allora, tuttavia, ero consapevole che lo sport potesse essere un inferno. I più sfortunati, dal mio punto di vista, erano i figli dei campioni mancanti. Obbligati a forza da genitori che pensavano di saperla più lunga di tutti, allenatori compresi. Ragazzi che alle medie non potevano andare in gita perché non avrebbero potuto seguire la dieta imposta da papà, per dire. Poi c'erano gli allenatori tiranni. C'era una ragazza che in gara dovevo distanziare per forza, perché la sua allenatrice la insultava per tutto il tempo e quindi, se le stavo vicina, gli insulti li sentivo anch'io. Infine, c'erano le zone d'ombra più profonde, nelle quali non sono mai incappata direttamente, in parte per mera fortuna (allenatori sensati), fatte di farmaci presi sottobanco e infortuni trascurati, di cui pure ero consapevole.

Questa lunga introduzione per spiegare lo spirito con cui mi sono avvicinata a Trottole, che sapevo essere la storia autobiografica di una ragazza che ha vissuto il pattinaggio come un incubo (ovviamente non potevo perdermi, in questo periodo, la storia di una pattinatrice).
Ecco, forse è stato quello il mio errore di fondo, Trottole è la storia di un'adolescenza da incubo di cui il pattinaggio è solo una parte.
Per tutto il (ragguardevole) tomo non ho fatto che chiedermi perché mai Tillie non lasciasse uno sport che non le dava nulla. E che nessuno la obbligava a praticare.

Tillie esordisce dicendo di essere stata una campionessa di pattinaggio, ma, in tutta onestà, non è vero, o, meglio, lo è stata come io lo sono stata di atletica. Un'onesta praticante di medio livello. Non è quindi condannata dal proprio talento. Non è obbligata dalla famiglia, che anzi, vive in pattinaggio come un peso anche economico. Non è obbligata dall'allenatrice.
Semplicemente, il pattinaggio ha sempre fatto parte della vita di Tillie, è parte della sua identità. E quando capisce che in realtà quel mondo non le piace per niente (Tillie odia i costumi, non ammira nessun'atleta, trova umilianti le esibizioni) non riesce a staccarsi. E questo ovviamente non la aiuta. Alzarsi alle quattro del mattino, obbligata a due allenamenti al giorno non la aiuta a crearsi un giro di amici al di fuori dello sport, né ad andare bene a scuola.
La conosce bene quella sensazione di inseguire costantemente gli altri, non avere mai il tempo di fare tutto, di essere costantemente stremati (c'è stato un periodo in cui mi addormentavo ovunque, sopratutto nell'aula di scienze, più confortevole della nostra...).
A questo stato di costante spossatezza si aggiungono il bullismo, le molestie sessuali e le difficoltà di accettare e far accettare la propria identità sessuale. 
Nulla di strano che Tillie viva in uno stato che forse è più esaurimento che depressione, avviluppata in una spirale di tristezza da cui di fatto potrebbe liberarsi, ma non ha la forza di farlo.
Il risultato è tanto più vero quanto più incomprensibile. Il disagio di Tillie è palpabile, ha la forza del racconto della vita vissuta e spesso si ha la sensazione che possa andare a finire molto peggio di come in realtà è andata.
Dall'altra parte si vuole urlare a Tillie di piantarla lì di pattinare. Perché, davvero, non ha alcun motivo per farlo (se non, forse, la sua unica vera amicizia). Nessuno la obbliga. Eppure è così, a volte gli adolescenti sono i peggiori carnefici di se stessi. Tillie si obbliga a pattinare così come un'anoressica si obbligherebbe a non mangiare, solo per non perdere la sensazione di avere un minimo di controllo su se stessi.

Ne risulta una lettura intensa e a tratti insostenibile che ben dà l'idea, però, di quanto disagio possano provare adolescenti sorridenti, ragazzine che apparentemente hanno tutto per essere felici. E sono bravissime a simulare la felicità.

È un memorial, una storia personale che, come tale, non può essere presa come paradigma per tutti gli adolescenti che praticano uno sport a livello agonistico. La migliore amica di Tillie, ad esempio, avrebbe ben altro da dire sul pattinaggio. Lo sport, come qualsiasi altra cosa, a quell'età può essere una salvezza o una rovina.
Quello di cui io, ex adolescente sportiva, non mi ero mai resa conto, forse, è che può essere una rovina anche senza genitori o allenatori fanatici, senza infortuni disastrosi o torbidi retroscena.
Le gabbie peggiori ce le costruiamo sempre noi stessi.

giovedì 8 novembre 2018

Padrone del tuo destino – racconto a puntate, capitolo 6







San Pietroburgo – Maggio 2002

– Adesso abbiamo smesso di giocare – disse Y. ai suoi tre atleti, riuniti in una delle salette del palaghiaccio. – Sono arrivate le assegnazioni per il Grand Prix Juniores. L’anno scorso avete fatto una stagione di prova. Adesso si fa sul serio e mi aspetto che uno di voi tre vinca il Grand Prix.
G., K. e V. annuirono all’unisono, con gli sguardi seri. G. appollaiato sulla sedia in una di quelle sue posizioni assurde in cui gli arti si attorcigliavano tra loro ma da cui in qualche modo sapeva sempre districarsi, K. rigido e attento, pronto a balzare sull’attenti, V. in apparenza rilassato, ma con le mani che tormentavano il portafazzoletti di peluche. Bene, pensò Y., stavano prendendo la cosa sul serio. Il Grand Prix apriva la stagione internazionale e psicologicamente era un banco di prova fondamentale. Per gli juniores i ritmi erano un po’ meno serrati che per i senior, ma si veniva comunque sballottati per il mondo, costretti a gareggiare ancora sottosopra per il fuso orario e obbligati a dei testa a testa con gli altri atleti. Per esperienza, Y. sapeva che le rivalità peggiori nascevano durante il Grand Prix. E, in questo senso, le assegnazioni non li avevano favoriti.
– Partiamo subito con la prima tappa – spiegò. – Sia K. che V. vi parteciperanno, in Francia, a Courchevel, dal 21 al 25 agosto
I due ragazzi si guardarono, V. un po’ spaesato, K. minaccioso.
– G. andrà invece negli Stati Uniti un mese dopo e poi ognuno di voi si farà una tappa diversa, con mia grande gioia, che a ottobre non faccio un fine settimana che sia uno a casa, K. in Germania, V. in Cina e G. in Italia. Tutti e tre avete le carte per arrivare alla finale e sarei molto deluso di scoprire che il vincitore non sta adesso qui in questa stanza.
G. sospirò, stirandosi le braccia.
– Io mi chiamo fuori da questo – disse. – Farò del mio meglio e voglio entrare in finale, ma per vincere devo far fuori i miei compagni di allenamento.
– Puoi vederla come una sfortuna o una fortuna, G. – replicò Y., serio. – Se fossi nato in un qualsiasi altro stato del mondo saresti il migliore della tua nazione. Ma qui ti confronti ogni giorno con il meglio. Se riesci a tenere il loro passo, riesci a tenere il passo di chiunque e non ci sarà nessuno, là fuori, che potrà mai intimidirti.
Il ragazzo fece un sorriso poco convinto nel volto magro e affilato. Non era facile per niente la sua posizione. Lavorava più degli altri due, studiava più degli altri due, era l’unico ad avere dei voti decenti a scuola, e comunque non riusciva a primeggiare. Non era ancora riuscito a fare un triplo Axel come si doveva, mentre gli altri pensavano già a mettevano già nelle combinazioni. Y. al posto suo avrebbe pensato seriamente ad avvelenare il cibo della concorrenza e invece G. cercava in tutti i modi di farsi amici le due primedonne. 
K. invece sbuffò.
– Voglio modificare i programmi – disse. – Sono il più grande e il più bravo. Ho diritto a portare un programma più difficile di quello di V.
– Ah, sì? – replicò il tecnico. – I diritti voi tre ve li conquistate sul ghiaccio. Se potete fare una cosa dovete farla e poche storie. Mi aspetto di vedere il vostro meglio e solo la classifica finale ci dirà chi di voi è il più forte.
K. sostenne il suo sguardo.
– Vincerò io, non certo un bambino con il pupazzetto – sbuffò.
– Hai qualcosa da dire, V.? – chiese Y.
Il ragazzo era rimasto per tutto il tempo a fissare il peluche, ma ormai il tecnico lo conosceva abbastanza per sapere che stava ribollendo di rabbia.
– Voglio partire nel libero con una combinazione con due tripli – disse, alzando lo sguardo. – Triplo Lutz e triplo Toe Loop.
Yakov lo guardò perplesso.
– Non è che sia proprio il tuo cavallo di battaglia, il Lutz – commentò. – Ma sei libero di provarci. K?
– Io lo faccio dopo l’Axel il triplo Toe Loop.
Con una difficoltà ancora maggiore della combinazione proposta da V.
– Molto bene. La sfida è aperta.
I due ragazzi si fissarono senza parlare.
Nessuno dei due sarebbe progredito in quel modo senza l’altro. E tuttavia Y. doveva capire anche quale fosse il momento di fermarli, per evitare che si distruggessero a vicenda.
– Adesso filate a cambiarvi, vi aspetto in pista tra dieci minuti.


Era in ritardo, ok. I dieci minuti erano passati e V. avrebbe dovuto essere già in pista e non diretto ai distributori nell’atrio del palaghiaccio. È che aveva bisogno di schiarirsi le idee. E di caramelle alla menta. Poche cose non potevano essere migliorate dalle caramelle alla menta, quelle gommose, a forma di ditale, con la polvere di zucchero sopra. Ne teneva sempre un pacchetto infilato dentro al portafazzoletti, per averle a disposizione e evitare che gli venissero fregate. Non che ce ne fosse davvero il rischio, era solo una vecchia abitudine dei tempi in cui poteva trovarsi a scuola senza neanche l’ombra di un mozzicone di matita nell’astuccio. Si cacciò subito una caramella in bocca. Non aveva una gran voglia di andare in pista a schiantarsi con il Lutz. Era di gran lunga il salto che gli veniva peggio. Peggio perfino dell’Axel, che richiedeva più forza e concentrazione. Non avrebbe avuto davvero difficoltà, lui, a mettere a punto la combinazione che aveva proposto K. e questo era proprio il motivo per cui sapeva di doversi concentrare sul Lutz. Perché il Grand Prix voleva vincerlo. Non per battere K. Non gliene importava niente di lui, non davvero, anche se sul momento poteva essere irritante.
«Chi è quello?» avevano chiesto in molti, alle nazionali, la stagione precedente, quando era arrivato secondo. E lo avevano chiesto gli amici del fratello di E, due settimane prima, alla festa. E le risposte che aveva sentito sussurrare erano una variazione del tema: «il siberiano. Vive con l’allenatore perché pare che il padre sia un poco di buono. Era in istituto». Non era una cosa che volesse rinnegare, ma non sopportava le illazioni che seguivano, sopratutto quelle che aveva sentito a casa di E. «Tua sorella se lo porta in casa? Con tutto quello che si potrebbe portare via?». Non sarebbe stato molto più semplice se la risposta alla domanda «Chi è quello?» fosse diventata «Quello che ha vinto il Grand Prix Juniores al primo tentativo, a quattordici anni». Le illazioni sarebbero state diverse. «Y se lo tiene stretto, eh, il campioncino, non vuole neppure che stia in pensionato, vive con lui». «Ah, non era la stessa competizione che ha vinto anche tua sorella?». Sarebbe stato tutto più facile. E se avesse vinto abbastanza, a un certo punto non gliene sarebbe importato più niente a nessuno delle sue origini e certo avrebbero smesso di preoccuparsi per l’argenteria. Persino Y, i primi tempi, aveva tenuto tutti i cassetti e tutte le ante chiuse a chiave. Come se, per altro, appena arrivato a San Pietroburgo avesse già saputo come e dove rivendere gioielli e cucchiaini d’argento.
– Eh, ragazzino, hai intenzione di ignorarmi ancora per molto?
V sobbalzò, sentendo la voce di E.
Lei stava entrando in quel momento. Aveva indosso una banalissima tuta da allenamento, non era truccata, aveva i capelli raccolti in uno chignon e persino gli occhiali riposavista. Era l’E che lui era abituato a vedere tutti i giorni, bellissima così com’era. Non la ragazza nell’abito scintillante, con le labbra virate al violetto e le ciglia lunghe il doppio della sera della festa, con cui non sapeva bene come interagire. Non sapeva neppure dire se gli piacesse. Di certo non quanto gli piaceva ora.
– Non ti sto ignorando, pensavo che non mi volessi tra i piedi, non quando hai… B?
Il ragazzo con cui aveva ballato, che era al primo anno di università e certo non indossava vestiti di seconda mano. Lui era rimasto a guardarli inebetito, mentre il fratello di E, con quei suoi occhi così uguali a quelli della sorella, lo prendeva in giro e gli passava quella maledetta canna.
E. si strinse nelle spalle.
– Non sono abbastanza elegante per lui. E non ho abbastanza tette – disse, accennando al petto quasi piatto.
– A me piaci così.
Gli si avvicinò e gli passò una mano sulla guancia.

– Bene. Quindi vedi di smetterla di ignorarmi. Io odio essere ignorata.

CURIOSITÀ SULLE LAME DEL RACCONTO:
I nostri baby pattinatori hanno all'incirca l'età di Carolina Kostern che, infatti, V. e G. nel mondo reale avrebbero incontrato nella gara in Francia. Sì, ho controllato date e location dell'edizione juniores del 2002.
Il Grand Prix è la competizione principale della prima metà della stagione di pattinaggio. In pratica ogni atleta fa due gare in giro per il mondo e poi, intorno all'8 dicembre, c'è la finale, che assegna il primo premio importante della stagione.  Il Grand Prix Juniores si svolge da agosto ai primi di ottobre, quello Senior a ottobre e novembre, mentre la finale avviene all'interno dello stesso evento. In questo momento è in corso l'edizione 2018 e se volete avere un'idea di come stia andando, consiglio l'aggiornatissima pagina fb dell'ISU. Tra l'altro questo fine settimana esordisce nel circuito l'italiano Matteo Rizzo (nel pattinaggio di coppia alcuni italiani hanno già ben figurato nelle scorse settimane).
Questo vuol dire che un giovane pattinatore di belle speranze a 13 o 14 anni è già sballottato in giro per il mondo quasi ad ogni fine settimana. Non oso neppure immaginare quanto possa essere stressante.
Gli elementi tecnici che i nostri progettano di fare sono il top delle possibilità per gli juniores di quegli anni (un grazie a Manu che mi ha smontato i programmi di un paio di mondiali juniores d'annata).

mercoledì 7 novembre 2018

Lucca 2018 – considerazioni sparse



Organizzazione

Diamo il governo dell'Italia, o almeno la direzione della protezione civile, a chi ha organizzato il Lucca Comics di quest'anno.
Lucca Comics è un incubo organizzativo che spesso fa a pugni con le norme antiterrorismo. Decine di migliaia di persone che si riversano in una cittadina. In maschera. Armate. Gente che gira con archi funzionanti, spade magari non affilate ma di certo contundenti, fucili più veri del vero. Gente a volto coperto, con maschere improbabili dietro alle quali potrebbe nascondersi chiunque. Tanta gente. Un'inevitabile percentuale di cretini (mi sono ritrovata a sbraitare contro a due ragazzini intenti a scalare le mura, tanto per dire).
In passato ci sono stati dei problemi logistici non indifferenti, tanto che si è prospettato di annullare o spostare la fiera. Quest'anno, nonostante un'affluenza massiccia, per quello che ho potuto vedere, ha funzionato tutto.
La puppatola è mattiniera. Alle 7.30 del mattino noi saltellavamo in una città ancora deserta. E pulitissima. Impossibile immaginare l'invasione del giorno precedente. Non una cartaccia fuori posto, cestini (tanti) svuotati, strade lavate. Io non ho idea di quale mastodontica macchina organizzativa si sia mossa nella notte, so che alla sera, anche se in media il nerd è un animale poco sporchevole per il tessuto urbano, la città aveva i segni dell'invasione, al mattino no. Io vorrei tutta l'Italia curata da chi si occupava della pulizia di Lucca.
Dato che la pupattola al momento è in fissa con le ambulanze, abbiamo controllato tutte quelle che abbiamo trovato sul nostro cammino, spesso incontrando paramedici gentilissimi che ce le hanno fatte visitare. Posso assicurare quindi che erano tante, ciascuna con 3/4 persone pronte a intervenire, tutte piazzate in luoghi strategici.
C'era tanta, moltissima gente, ma non ho mai visto un vero intasamento, né ho avuto paura che il mio cucciolo d'uomo potesse essere spintonato o, peggio, calpestato.
Lucca Comics ha saputo imparare dai propri errori e sa agire in sinergia con la città che la ospita e con le forze dell'ordine in un modo che, purtroppo, in Italia non sempre avviene.



Il druido di Lucca

Mentre eravamo a Lucca Comics, purtroppo, si rincorrevano le notizie sui danni causati dal maltempo. In effetti, stando alle previsioni avrebbe dovuto esserci anche lì un tempo da tragedia. In pratica su tre giorni ha piovuto un pomeriggio. 
Vado a Lucca Comics quasi tutti gli anni da più di un decennio e, in effetti, di giornate di pioggia ne ricordo davvero poche. Lucca Comics per me è sole, girare sulle mura senza giacca, con sguardi di compatimento a chi è chiuso in costumi impellicciati. Cosa tutt'altro che scontata per una manifestazione che si svolge a fine ottobre.
Mi piace immaginare che non tutti i costumi siano finti, che da qualche parte si trovino in vacanza sulla nostra Terra ospiti provenienti da altre dimensioni. Magari qualche potente mago o druido in grado di comandare il tempo atmosferico. Di certo a lui o lei vanno i miei complimenti.


Il cosplayer ricco

Salto un'edizione e mi si arricchiscono i cosplayer!
Non so, suppongo di essere affezionata all'immagine romantica del giovane appassionato che si costruisce il costume in casa, arrangiandosi come può e lavorando d'inventiva (ho adorato i tic tac attaccati al coccodrillo di Capitan Uncino). Per questo non so dire davvero se mi sia piaciuto o no vedere parecchie persone con dei costumi da migliaia di euro. Di certo mi ha stupito. 
Quest'anno più che mai ho visto rifiniture di lusso, pellicce vere, piume di pavone a centinaia. Da un lato alcuni di questi costumi erano un piacere per gli occhi. Da un lato ho un po' nostalgia per la versione più artigianale e romantica del cosplay


A Lucca con la Pupattola

Portare la pupattola a Lucca è stato un discreto sforzo organizzativo (di cui parlerò in un articolo un po' più professionale), che ha comportato, tra le altre cose, una prenotazione con quasi un anno di anticipo e il trasporto a piedi per mezza città di un lettino da campeggio con annesso materasso (di certo non la cosa più strana da portarsi dietro a Lucca, ma neppure la più comoda). Portarla per lo più in spalla è stato un discreto sforzo fisico che sto tutt'ora pagando. Tuttavia la cosa importante è che ci siamo divertiti tutti e tre. Lei sicuramente ha un carattere che aiuta. Nessuna maschera, per quanto spaventosa, l'ha inquietata (se arriva un mostro lo schiacciamo col piedino!) e i viaggi non disturbano in modo particolare i suoi bioritmi. Si è divertita ad esplorare le mura e i padiglioni, ha portato a casa con orgoglio il dado palla gigante, i dinosauri di lego e due palloncini che non è stato così facile portare in auto. Non abbiamo fatto quasi tutto ciò che abbiamo desiderato fare, abbiamo fatto quasi tutti gli acquisti prefissati, abbiamo visitato tutti i padiglioni e le mostre che desideravamo vedere. Lucca con una pupattola, insomma, si può.


Qualche riflessione sul decoro urbano

Mentre ero a Lucca la rete mi avvisava che nel mio capoluogo di provincia, Novara, era stata approvata un'ordinanza sul decoro urbano. Si vietano, tra le altre cose, gli abiti succinti che "offendano il pubblico pudore", l'aggregarsi di più di tre persone sulle panchine dei parchi pubblici (cioè una famiglia con due bambini non può sedersi insieme a mangiare il gelato? Mah...), il crearsi di gruppetti di persone sulle strade (cioè il chiacchierare fuori da un locale in attesa che arrivino gli amici ritardatari? Mah...). Ho letto un'intervista al sindaco che diceva di essersi ispirato ad altre ordinanze simili, tra cui quella di Lucca. 
In quel momento a fianco a me passava una Lamù vestita di soli bichini e cornini. Un gruppetto di gente armata, tra cui un tizio in mimetica stile cespuglio, stava aspettato altri componenti del gruppo e poco più in là l'intero Trono di Spade attendeva di sfilare.
Sicuro il sindaco di Novara e quello di Lucca hanno la stessa idea di decoro urbano, ho pensato...

lunedì 5 novembre 2018

Lucca Comics 2018 – foto

Il primo dado da 20 non si scorda mai...


Mamma, andiamo a fargli una cara?



Ops, siamo finito dentro un film...

... Che poi questi giorni a Lucca non c'è un angolo di quiete...

... Non è un film! È uno sceneggiato televisivo!



Tic Tac!...Tic Tac!...

E poi dicono che la magia non esista...


lunedì 29 ottobre 2018

Colazione da Tiffany – Piovono Libri


Il gruppo di lettura, questa volta, ci ha portati a Colazione da Tiffany di Capote.

La riunione si è svolta venerdì sera, e il venerdì, con l'acquaticità, per me è una giornata campale, quindi mi sono persa la location vercellese della riunione, da cui mi è giunta comunque questa splendida fotografia e metà della discussione, dato che, nonostante la diretta fb, a un certo punto sono crollata.
Grazie, davvero grazie, a tutti coloro che ogni volta si adoperano per farmi sentire parte del gruppo nonostante le difficoltà logistiche.

Di Colazione da Tiffany tutti, bene o male, ricordiamo il film, pochi hanno davvero letto il cortissimo romanzo da cui è tratto, che ha tutt'altro sapore, oltre che una conclusione ben diversa.

Nel pieno della seconda guerra mondiale, Holly è una bellissima e giovanissima ragazza che si aggira per la New York che conta, alla ricerca di un marito (o al peggio anche un amante) ricco che posso mantenerla. Nel mentre si presta ad "accompagnare" ricchi signori o a far "compagnia" a carcerati di dubbia fama.
Proveniente da un passato poverissimo e squallido, con tanto di matrimonio quad'era poco più che bambina, Holly mi è sembrata una sorta di Ruby Rubacuori degli anni '40 a dimostrazione che i ricchi di ogni tempo finiscono per circondarsi di splendide ragazze disperate a cui dimenticano di chiedere l'età.
Agli occhi del narratore/vicino di casa, Holly è uno strano misto di ingenuità e cinismo, determinata a raggiungere il proprio risultato, del tutto incapace di calcolare i rischi a cui si espone e con troppa poco autostima per impegnarsi davvero in quella carriera cinematografica che forse potrebbe svoltarle la vita.
Holly risulta irritante e allo stesso tempo non si può temere per lei, che sembra viaggiare a grande velocità non certo verso un lieto fine, ma verso la tragedia. Il tono, però, rimane comunque leggero e, così come lo squallore della vita di Holly è accennato e mai mostrato, così il finale lascia aperta ogni possibilità, anche la speranza.

Mi ha colpito molto lo sguardo dell'autore, cinico e gentile allo stesso tempo. Cinico, perché ci mostra una società, nel pieno della seconda guerra mondiale, il cui unico interesse è quello di sistemarsi economicamente. A quello mirano Holly e la sua amica, ma anche il narratore, interessato a far carriera con la scrittura e a ben poco altro. Gentile, perché non c'è alcun giudizio morale, anzi, una certa indulgente simpatia per tutti, persino per gli "uomini vermi" di Holly. Non saprei dire se questo mi sia piaciuto del tutto, ma di certo è l'aspetto che più mi ha colpito.
Non è piaciuto per niente a un'altra lettrice, invece, che ci ha visto una sorta di apologia a un mondo maschile che vede la donna solo come un oggettino grazioso.
Non credo di essere del tutto d'accordo con lei, perché trovo Holly un personaggio descritto con rispetto. La cosa squallida, credo, è trovare le stesse dinamiche, le stesse ragazzine perdute nell'Italia di oggi.

Cosa rimane quindi di questo romanzo nel film che conosciamo tutti? In apparenza poco. Holly ha un altro aspetto, un'altra età, un'altra psicologia rispetto al personaggio del libro. Nella pellicola si viaggia diretti verso un consolate lieto fine. Eppure anche la pellicola non rinuncia al sottotesto, a una Holly che è stata una sposa bambina, in fuga da se stessa e che per mantenersi "intrattiene" gli uomini. Il film devia verso la fiaba. Il racconto no, rimane molto più ancorato a una realtà di infinito squallore sotto la sua patina dorata

venerdì 26 ottobre 2018

Padrone del tuo destino – racconto a puntate, capitolo 5

Dopo dei capitoli fin troppo lunghi, uno più breve in cui ritroviamo il punto di vista di Y. e le sue difficoltà a gestire un ruolo che non sente suo.

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4


Nel tragitto tra casa sua e quella della famiglia di E., Y. diede fondo a tutte le sue imprecazioni, in russo come in tutte le altre lingue che conosceva. E di alcune il suo vocabolario si limitava alle imprecazioni. La prima volta che lasciava uscire il ragazzino alla sera e quello si sentiva male. Sperando che non avesse bevuto. O fumato. Anche se per certi versi, per un atleta era meglio sperare in una sbornia, piuttosto che in un malanno. Magari non a quattordici anni, però.
Trovò V. piegato in due, intento a buttar fuori anche l’anima, sopra un cespuglio sul retro dell’elegante palazzo in cui abitava la famiglia di E. A tenergli la fronte non c’era la pattinatrice, ma un ragazzo alto sui diciotto anni che aveva i suoi stessi occhi blu. Occhi che si sgranarono in un viso che era la maschera dell’innocenza, appena si trovò davanti quello inferocito dell’allenatore.
– Può aver fatto qualche tiro di spinello. Nulla di che – provò a giustificarsi. – Non pensavo di dover fare da balia a mia sorella o ai suoi amici.
Quindi aveva fumato. E bevuto.
– Comunque adesso prende un po’ d’aria e si riprende – continuò il ragazzo. – Vero che va già meglio, V… Attento che quelle una volta erano le mie scarpe preferite.
Il ragazzo provò ad alzare la testa, ma desistette e tornò alle prese con le proteste del suo stomaco. Se quel tipo, come si chiamava…? fosse stato sottoposto in un modo qualsiasi all’autorità di Y. si sarebbe preso un ceffone.
– Tua sorella dov’è? – ringhiò.
– In casa, ha mal di testa.
V. si era inginocchiato a terra. A prescindere dall’età, i fisici dei pattinatori erano delicati, dovevano essere leggeri per saltare, con solo nervi e muscoli attaccati alle ossa. Si chiese se dovesse preoccuparsi sul serio.
– Adesso tu vai a controllare come sta tua sorella. Sono minorenni. Se lei o il ragazzo finiscono al pronto soccorso ti becchi una denuncia.
– No, si calmi… – biascicò il ragazzo. A quanto pareva Y. era ancora bravo a far paura. – Avranno fatto qualche tiro e non sono abituati… Se lo sa mio padre mi ammazza.
– Tuo padre non è un problema mio. Vai da lei. Subito.
Il giovane fece per aggiungere qualcosa, ma in un rigurgito di saggezza ci ripensò e corse via.
Y. rimase a osservare V. che cercava di rimettersi in piedi.
– Credi di riuscire ad arrivare all’auto? – gli chiese.
Il ragazzo alzò il viso stravolto.
– Sì, penso di sì.
Aveva risposto alla stesso modo la prima volta che aveva tentato di fare il triplo Axel e si era quasi ammazzato.

Non ci fu bisogno di portarlo al pronto soccorso. Bastò sbatterlo sotto la doccia e poi trascinarlo in cucina per fargli bere qualcosa di tiepido. Aveva una buona capacità di recupero, ma questo Y. lo sapeva già.
– Quindi, fammi capire, un ragazzo ti offre non sai neppure cosa da fumare e tu accetti? Dopo aver bevuto non si sa cosa che ti hanno messo nel bicchiere? – gli chiese Y.
V. alzò dal tavolo della cucina quei suoi occhi dal colore indefinibile, tra l’azzurro, il verde e il grigio, nella sua migliore interpretazione del cane bastonato.
– Lo stavano facendo tutti… E. voleva insegnarmi a ballare qualcosa di diverso da quello che si fa con L., ma è intervenuto suo fratello, dicendo che eravamo troppo rigidi e qualcun altro ci ha detto che con due tiri ci saremmo sciolti… Poi lei ha finito per ballare con quel ragazzo e io…
E tu per non pensare al fatto che avresti voluto uccidere quel tipo hai finito tutto quello che ti è stato messo in mano, terminò mentalmente Y. Che cazzo si diceva a un ragazzino, in queste situazioni? I. era stato la disciplina in persona e comunque lui ce l’aveva un padre adibito ai cazziatoni. 
– Senti, ragazzino, dovresti averlo già capito da un po’ che nella vita ci vuole un po’ di giudizio – sbuffò. – Non posso portarti in giro per il mondo con l’idea che questa scena patetica si ripeta, magari prima di una gara. Sono stato chiaro?
Sul viso di V. si dipinse un’espressione che Y. non gli aveva mai visto, qualcosa di molto simile al panico. Non piangeva, ma gli tremavano leggermente le labbra.
– Mi stai mandando via? – chiese il ragazzo.
– No, ti porto in pista domani mattina alle otto. Così ti rendi conto da te di quello che ho detto.
Un istante dopo, Y. si trovò stretto in un abbraccio, come non gli capitava… Beh, forse da che aveva l’età del ragazzo. Nell’incapacità di capire come dovesse reagire, si trovò a stringerlo a sua volta tra le braccia.

– Basta così, ragazzino, non è morto nessuno. Fammi sentire come sta quell’altra pazza.

martedì 23 ottobre 2018

Scrivere e riscrivere


Questi sono giorni in cui vivere tra due laghi significa essere privilegiati.
Ieri mattina sono andata a fare una visita oculistica e, appena uscita dalla studio, mi sono trovata davanti a questo panorama. A dire il vero io non vedevo nulla, perché avevo le pupille dilatate, ma ho trascorso l'ora e mezza che mi ha permesso di tornare a guidare in sicurezza in una sorta di quadro impressionistico dal meravigliosi colori. 
E in questi giorni di cieli tersi e foglie dorate mi sono buttata in un'impresa che era l'aria da tempo e che tuttavia un po' mi spaventa, la riscrittura del primo vero romanzo che io abbia portato a termine.

LC (così vive nei file del mio computer) è un fantasy dall'appeal editoriale pari a zero e tuttavia, per certi versi, è il romanzo della mia vita. 
Sono anni che giro attorno alla decisione di riscriverla. Ho scritto decine di racconti sull'ambientazione, che mi hanno permesso di ampliarla, approfondirla, di conoscere meglio i personaggi.
E tuttavia riprendere LC in mano mi faceva paura. Un parte di me era, è tuttora, preoccupata per il tempo e le energie da dedicare a un progetto che di fatto non ha un futuro spendibile. Dall'altro è la trama stessa che mi fa paura. Mi spaventa ciò che accade al protagonista, renderlo bene, con il giusto tono. Ci sono tematiche complesse. È una storia di incontro con il diverso. Due popoli che vengono a contatto e che devono evitare di distruggersi a vicenda, ma anche l'incontro tra persone. Persino l'incontro con quanto di inaspettato ognuno nasconde dentro di sé. Un fantasy, insomma, che non esplode nel classico scontro finale, ma implode.

I mesi di scrittura privata credo che mi abbiano dato una forte spinta in questa decisione. Alla fine chissenefrega della pubblicazione. Voglio che esista. Stampato anche solo dalla mia stampante. Voglio che questa storia esista perché è importante per me. E quindi voglio che esista nella migliore forma possibile.

Ho ripreso in mano la versione del 2005/2006.
Non era pessima. Ma adesso ci sono più di dieci anni di esperienza di scrittura sulle spalle.
La trama quella è e quella rimane, anche se adesso ho la sensazione di capire meglio gli avvenimenti. Come se alcuni passaggi all'epoca mi fossero rimasti oscuri. Insomma permane la sensazione che questo universo esista, da qualche parte e che si tratti solo di capirlo.
Ho aumentato i punti di vista da due a quattro. Di questo sono particolarmente soddisfatta perché per una santa volta ho due punti di vista femminili, molto diversi tra loro. Ho scritto moltissimi racconti su questa ambientazione, ma solo uno con un punto di vista femminile. In generale le donne finivano sempre per latitare. Qui ce ne sono parecchie interessanti, quella che mi sta più simpatica non è neppure tra i punti di vista, e connotano molto al femminile il romanzo. 
Inoltre, forse adesso sono pronta anche ad affrontare la parte più sentimentale della storia, parte che è tutt'altro che secondaria, anzi. L'amore, in effetti, è sempre stato uno dei temi portanti della vicenda e all'epoca della prima stesura la cosa un po' mi metteva a disagio, sopratutto l'amore distorto e possessivo che è la caratterista principale di uno dei più particolari personaggi della vicenda.
Quindi ho iniziato, senza temere l'infausto futuro editoriale.

Come sta andando?
Con fatica.
Sto facendo una fatica immane. Scrivo con una lentezza imbarazzante e i continui errori di battitura tradiscono la mia incertezza.
Ma è la mia storia. E quindi chissenefrega di tutto, la porterò a termine.

Qualcuno si è mai trovato in una situazione simile?