mercoledì 7 luglio 2021

Letture inaspettate

 È da un po' che non scrivevo più di libri, qui, preferendo le mini recensioni su Instagram o Facebook. Ogni tanto, però, capitano dei libri su cui vale la pena soffermarsi. E l'estate è il momento migliore per consigliare libri, sopratutto quelli meno conosciuti

Ecco dunque tre libri sorprendenti, molto diversi tra loro, che mi sento di consigliare per la vostra estate. Sono accumunati, però, da due caratteristiche, la brevità e, sopratutto, lo sguardo femminile delle protagoniste, donne ai margini della storia, che la sanno guardare e raccontare in modo differente

Timandra – Thodoros Kallifatidis, Crocetti Editore
Questo è stato proprio un libro a sorpresa. Acquistato mentre stavo già uscendo da una libreria, scritto da un autore di cui non sapevo niente, di un editore di cui non ho mai letto alcun libro.
Ora so che Thodoros Kallifatidis è un greco immigrato in Svezia, dove ha studiato filosofia e scrive in svedese narrativa e poesia. Una persona che non deve avere una mente semplice e che non ci regala un'opera semplice.
Timandra è un'etera nell'Atene del suo massimo splendore. Nell'antica Atene il matrimonio era una faccenda di famiglia che nulla aveva a che fare con l'amore. Del resto le brave ragazze di Atene erano semi analfabete spose bambine che non lasciavano la casa se non in occasione di festività religiose. Nella patria della filosofia e della scienza l'amore era un estetismo intellettuale che andava ricercato altrove. Nei bei ragazzi o nelle etere, donne istruite ai piaceri del corpo e della mente. Ma le etere, loro, cosa cercavano?
Timandra è una di loro. Viene istruita fin da bambina alla filosofia, alle scienze e alla politica, oltre che a come incantare gli uomini. E il mondo degli uomini lo guarda da fuori, con distacco. Al contrario delle altre donne può muoversi liberamente ad Atene, ma non fa davvero parte della Polis, non ha alcun potere decisionale, se finirà nei libri di storia sarà in modo incidentale, come nota a pié di pagina, fatto non secondario in una società ossessionata dall'immortalità. I grandi uomini ai suoi occhi sono solo uomini, fallibili, meschini persino quelli destinati a giganteggiare nei millenni. E tuttavia anche Timandra finisce per innamorarsi, dell'uomo più controverso di Atene, Alcibiade. Condottiero cresciuto come un predestinato al punto da credersi al di sopra di ogni regola. L'uomo che forse, più di ogni altro, ha decretato la fine di Atene.
Timandra è un romanzo di estremo fascino, ma non è semplice.
Non è semplice Timandra, donna libera, fiera, in grado di discutere di filosofia con Socrate, ma pronta a lasciare tutto solo per rimanere a fianco all'uomo che si è scelta nel momento della sconfitta.
Non è semplice il contesto in cui la vicenda è calata, una sorta di ubriacatura intellettuale, simile per certi versi ad alcuni momenti del nostro rinascimento, in cui sembra che a un certo punto gli stessi pensatori perdano il contatto con la realtà, portando di fatto la città e tutto il loro mondo alla rovina. Qualcosa che affascina e spaventa, perché rimane il dubbio, non so quanto voluto dall'autore, che l'estrema libertà di pensiero non possa che condurre all'autodistruzione. 
Non è semplice, per nulla, la figura di Alcibiade, personaggio che nonostante tutto non si riesce a odiare, che non si capisce se sia troppo semplice o troppo complicato, in grado di far perdere la testa persino a Socrate. Un uomo che tutti desiderano (anche e sopratutto carnalmente) e a cui tutti addebitano ogni colpa, appena la sua fortuna gira.
Questo è quindi un romanzo meditativo, a cui avvicinarsi con la giusta predisposizione d'animo, ma che offre moltissimi spunti di riflessione.
Raccomandatissimo un bel ripasso di storia e filosofia greca, perché Timandra non si perde in spiegoni e dà per scontato che il lettore abbia presente i fatti e i personaggi (anche minori) a cui si riferisce.



La madre – Grazia Deledda (diverse edizioni disponibili)
Grazie agli audiolibri ho recuperato alcuni classici imperdibili che invece mi ero persa. Ho ascoltato Canne al vento, che mi era piaciuto, sì, ma fino a un certo punto. Con quello credevo chiusa la pratica Deledda, avevo messo la spunta all'unica donna italiana premio nobel per la letteratura con quello che pensavo un a mai più rivederci. Poi il gruppo di lettura mi ha portato a sbattere contro a La madre come a un treno in corsa. 
Ecco, questo, ho pensato ad ascolto concluso, è un capovolavoro da premio nobel.

La madre del titolo è una donna che giganteggia per tutto il romanzo, aleggia sugli altri personaggi, si impone nell'immaginario del lettore. È una donna di origini umilissime, di fatto violentata da un vecchio parente che si è trovata a sposare. Subito vedova ha iniziato a vivere per il figlio, Paulo, che riesce a far entrare nel seminario in cui lavora come serva. Attraverso Paulo, ottiene il suo riscatto sociale. Tornare nel suo paese natale, nella Sardegna profonda di inizio secolo come la madre del parroco. Ma qui succede qualcosa di inimmaginabile per la donna. Paulo si innamora dell'unica donna nubile di buona famiglia del paese. E qui la madre entra in crisi. Perché la cosa più razionale da fare è riportare Paulo sulla retta via, perché uno scandalo in quel contesto sociale è inimmaginabile. Ma si insinua il dubbio. Non è forse degno di amare, il suo Paulo, degno di essere amato da una donna a cui non riesce a muovere davvero una critica? Ecco che nel profondo della Sardegna di inizio secolo nel cuore di una donna che non ha mai messo in dubbio le regole di una società che nei suoi confronti è sempre stata durissima, si insinua il dubbio. E il dubbio (il vento?) è l'altro grande protagonista del libro. Il dubbio che la via seguita non sia l'unica giusta, che ci sia altro, pulsioni antiche e profonde, quelle del cuore, ma anche quelle del passato, i fantasmi, a cui non ci si possa sottrarre. Un mondo che si fa di colpo più sfumato e complicato. Il tutto è raccontato in una stile estremamente cinematografico, come se fosse un enorme piano sequenza. Scopriamo così i tentennamenti di Paulo, prete per professione, senza vera fede persino quando tutti asseriscono che abbia compiuto un miracolo, l'improvviso arrogarsi di un ruolo da protagonista della donna da lui amata, i sogni ancora inconsapevoli delle conseguenze di un ragazzetto che vuole farsi prete.

Ho trovato questo romanzo estremamente moderno, sia nello stile che nei personaggi. Un dramma, alla fine, quello di Paulo, ancora attuale e quello dell'autrice uno sguardo sulla società di grande lucidità. Se non avete ancora letto questo libro, fatelo. Se non avete ancora letto Grazia Deledda scegliete questo romanzo.


Venivamo tutte per mare – Julie Otsuka, Bollati Bordighieri editore

Libro esile, ma assai particolare, questo, che regala un significato tutto nuovo alla definizione di "romanzo corale".

Si tratta dell'unico romanzo che io abbia mai letto scritto alla prima persona plurale. "Noi" sono le immigrate giapponesi negli USA tra le due guerre. La Otsuka prova a costruire una sorta di narrazione collettiva, come se le voci di tutte le donne arrivate per mare, spose per procura si mescolassero e si uniscono. Ogni tanto ne emerge una. Una di noi... inizia un paragrafo. Un'altra di noi... Le storie si intrecciano, si mescolano, si confondono. Destini diversi, alcuni tragici, altri felici, accomunati dalla nostalgia per la terra natale, il lento, ma inesorabile perdere contatto con le proprie radici, il tentativo, a volte riuscito e a volte no, di costruirsi una vita diversa, forse migliore. E poi figli che sono in parte figli di una nuova terra, che hanno per lingua madre un'altra lingua, che non conoscono, non capiscono e spesso rifiutano le tradizioni materne. Storie di immigrazioni così diverse e così simili a quelle di tutte le altre immigrate, di ogni tempo in ogni luogo. Salvo poi mutare di colpo. Perché con l'entrata in guerra degli USA tutti i giapponesi vengono segregati. Spariscono. Vengono portanti via nella notte. Rimangono banchi vuoti nelle aule scolastiche, serrande di negozi chiusi, animali domestici abbandonati di cui, forse, qualcun altro si prenderà cura. E la sorpresa dei vicini che diventa pian piano indifferenza, come se quelle vite, in fondo, non ci fossero mai state. Mentre al lettore non resta che constatare quanto sia facile, in ogni tempo e in ogni luogo, far sparire un'intera minoranza senza che quasi nessuno protesti.

Una lettura (o un ascolto) breve ma intenso, che a distanza di mesi ancora mi rimane dentro

lunedì 28 giugno 2021

Mystfest2021

 




Partire all'avventura, senza sapere bene cosa aspettarsi, spaventata dal dover guidare in autostrada, dalla mia timidezza, tornare piena di gratitudine, ubriaca di incontri, di risate, di storie, di libri e di idee nuove. Questo è stato per me il Mystfest 2021, vissuto dal ruolo (molto privilegiato) della pregiurata.

Nell'incapacità di dare un ordine ai pensieri, mi limiterò alle cose essenziali.

Il Mystfest e la sua organizzazione

Io non oso immaginare quanta fatica ci voglia a organizzare un festival del genere, di questi tempi, cercando di far sentire ciascuno a casa, ciascuno coccolato, a proprio agio, in modo che vada via con un grande desiderio di tornare. Però so che il Mystfest c'è riuscito. Simonetta Salvetti, la direttrice del festival, e tutto lo staff hanno la mia più grande ammirazione. Sono riusciti a creare un evento in cui ci si sentiva a casa e si poteva passare con grande naturalezza dalle risate più grasse alla riflessione. Era tutto curato nei minimi dettaglia, al punto che quando un gatto nero ha fatto la sua comparsa dietro al palco, mentre parlavano i giallisti era difficile pensare che il suo ingresso non fosse stato sapientemente coreografato.

Il Fondo Giallo della Biblioteca di Cattolica
Vi sono custoditi tutti i gialli editi in Italia
Praticamente il mio paradiso è così.


Franco Forte, il Giallo Mondadori e tutti i suoi autori
Avevo già avuto modo di incontrare Franco Forte e di conoscerlo per la gran persona che è, ma non avevo mai avuto modo di sentirlo parlare così a lungo, anche in ambiente informale. Franco Forte è il direttore di diverse collane di Mondadori e autore poliedrico, ma è anche, sopratutto, il papà letterario di un sacco di scrittori. Autori che ha letto, incoraggiato, di cui ha favorito l'incontro, che promuove, quando arrivano alla pubblicazione, con evidente piacere. Si dice che in ambito scolastico che una classe prenda il carattere dell'insegnante più carismatico o più presente. Evidentemente funziona così anche nel giallo. Quello che ho trovato in tutti è stato il piacere di incontrarsi, di parlare di storie, di leggersi a vicenda, di raccontare progetti in corsa. Ho scoperto che molto collaborazioni, magari sfociate poi in libri scritti a quattro mani, sono nate a Cattolica intorno a un tavolo. Perché alla fine gli scrittori sono in primo luogo lettori e quello che sognano davvero sono tante storie nuove. 

Roberto Saviano
L'incontro più toccante, anche da un punto di vista umano, è stato quello con Roberto Saviano. Chi, ormai, non ha letto i suoi libri, non l'ha visto parlare in televisione? Però dal vivo è un'altra cosa. E per un motivo molto semplice. Lui vive sotto scorta e lo vedi. Lo vedi in faccia quando dice che è stanco, che ha rinunciato a quindici anni della sua vita. Gli vedi gli occhi, non solo non hai alcun dubbio sulla sua sincerità, ma vorresti andare ad abbracciarlo. Non puoi, non solo per le norme covid, ma anche perché la scorta te lo impedirebbe. La scorta che è lì, che ti controlla prima di andare al firmacopie. Che se lo porta via, quando gli altri autori vanno a bere qualcosa insieme. E tu di colpo ti chiedi cosa significhi davvero vivere sotto scorta, molto meno libero che il libertà vigilata, è un regime di massima sicurezza che sarebbe duro anche se ci fosse alla base qualcosa da scontare.


Il Gran Giallo Città di Cattolica
Io poi ero lì per quello, per il premio per il racconto giallo. Innanzi tutto ho scoperto una cosa. Avevo già vissuto il Gran Giallo da finalista. Ebbene, da pregiurata me lo sono goduta mille volte di più. Con tanta emozione, perché quest'anno ho tifato visceralmente per alcuni racconti. Quest'anno, come ho già scritto, c'erano racconti che giocavano in un altro campionato rispetto agli altri e in quegli altri ci metto anche i miei, di racconti. Testi autoriali, che rimangono dentro che non sono "solo dei racconti".


Il vincitore sarà pubblicato su Giallo Mondadori, ma io spero davvero che almeno tutti e tre i racconti finiti sul podio abbiano uno spazio di pubblicazione. O magari che vengano ampliati e diventino romanzi. Perché questi sono dieci racconti tutti bellissimi e alcuni mi hanno proprio rapito il cuore. Mentirei se dicessi che tutti i 202 racconti partecipanti meritavano una lettura. Ma questi (e altri) hanno ripagato di gran lunga la fatica. Visto che li ho letti vorrei spendere una parola almeno sui primi tre.
3°classificato - La scacchiera di Jo'Burg
È il Sud Africa che non ti aspetti. Il Sud Africa di chi non ha patria, perché ha un genitore bianco e uno nero. In due comunità che ancora fanno fatica a integrarsi, questi sono i figli di nessuno. Bambini che in passato non avrebbero dovuto nascere, essendo i matrimoni misti vietati e che sono esuli nella loro stessa terra, dal momento che nessuna comunità li riconosce. Mi auguro che questo racconto venga ampliato, diventi un romanzo. Quando lo ritroverete da qualche parte leggetelo, perché ne vale la pena.
2°classificato – Un fatto terribile
Questa racconto è un'opera d'arte. Da sbattere in faccia a chi ancora considera quella di genere letteratura di serie b. È di sicuro il più autoriale, il più raffinato come scrittura, quello che crea l'atmosfera più densa e immersiva. Un paesino del sud, parecchi decenni fa, un fatto semplice nell'abisso di dolore che scatena. Dell'autrice, Matraxia Simona, sentiremo ancora parlare.
1°classificato – Fine pena mai
Ci vuole coraggio, un enorme coraggio per scegliere come protagonista un ergastolano, mafioso non pentito che si trova a indagare su delle uccisioni avvenute in carcere e a collaborare con la direttrice dello stesso, che della mafia è stata vittima. Un racconto che si regge su equilibri perfetti, ci porta dentro il carcere, mondo parallelo con le sue ritualità e sul suo lessico. Da leggere assolutamente.


domenica 20 giugno 2021

Verso il Mystfest 2021 come pregiurata del Gran Giallo


 

Giacché questo è l'anno degli imprevisti è bene non vendere la pelle dell'orso prima di averlo catturato.

Quindi forse, se, se, se, se... giovedì partirò per uno di quegli eventi che nella vita di una mamma sono rari e memorabili quanto le eclissi solari. Un fine settimana con un'amica!

L'occasione? Ovviamente eccezionale: la partecipazione al Mystfest di Cattolica in quanto membro della pregiuria che ha aiutato a individuare i dieci racconti finalisti del Gran Giallo Città di Cattolica.

Ecco, quella di leggere i racconti partecipanti a un concorso è un'esperienza che, almeno una volta, chiunque voglia scrivere a livello professionale dovrebbe fare.

Innanzi tutto perché è un rapido bombardamento di stili diversi, idee narrative e personaggi. Il Gran Giallo Città di Cattolica è tra i più prestigiosi concorsi per racconti gialli presenti in Italia. Tutti partecipanti, tranne i più sprovveduti, sanno che non basta un buon racconto. Ce ne vuole uno memorabile, che catalizzi l'attenzione della giuria e spicchi tra tutti gli altri (tanti) partecipanti. Quindi ogni autore si ingegna cerca trovate, strategie, personaggi . Non tutto funziona, ma è come fare un corso di scrittura accelerato. Da fuori, poi, è molto più facile capire cosa funziona e cosa no.

È un bel bagno di umiltà. Ci sono racconti che, dal mio punto di vista, giocavano a un altro campionato. Un campionato, purtroppo, a cui non ho (ancora) avuto accesso. E non fatevi abbagliare dal mio tono tranquillo. Il mio ego di scrittrice di racconti è piuttosto imponente. È il genere che frequento di più, che amo di più, di cui pubblico di più. Come scrittrice di racconti io mi sento brava. Ma alcuni lo sono più di me. E mi piange il cuore all'idea che il vincitore sia uno solo. Mi fa anche bene, però. Nella rosa dei finalisti ci sono racconti che ho amato tantissimo e tra cui non saprei scegliere. Per fortuna persone più qualificare di me avranno il compito di stabilire una graduatoria. Quindi ogni volta che sono arrivata in finale a un concorso, anche se non ho vinto, ho scritto qualcosa che qualcuno ha amato.

Rappacifica con il mondo dell'editoria italiana. Perché so come ho letto i racconti. Senza sapere chi li avesse scritti, cercando la massima oggettività. Perché so che tutti hanno lavorato come me. E quindi no, non è vero che è tutto un magna magna e che tutto è pilotato. Questi sono bravi. Tanto.

Da uno spaccato del nostro tempo che non mi aspettavo mi arrivasse con questa forza. La maggior parte die racconti, suppongo, sono stati scritti durante la pandemia. Molti sono ambientati in questi mesi di panademia, ma, al contrario di quanto capitava l'anno scorso, il virus non domina mai la narrazione. La nomina la stanchezza, la tristezza. I protagonisti quest'anno sono per lo più investigatori già sconfitti dalla vita, perché, comunque vada, la felicità è a loro preclusa. Ho perso il conto dei racconti in cui il protagonista ha subito un gravissimo lutto famigliare, quasi sempre il figlio. È un tema trasversale,  si trova nei racconti peggiori come nei migliori. È la tristezza all'ennesima potenza, il lutto più pervasivo e lacerante che possiamo immaginare. Questi racconti, non (solo) i finalisti, tutti quanti formano un canto di lutto collettivo. E questo mi ha toccato e commosso nel profondo.

Il consiglio che darei a chi sogna di entrare l'anno prossimo nella rosa dei finalisti? Non trascurate l'impaginazione. Sembra una sciocchezza. Ma abbiate pietà dei poveri pregiurati che leggono tutte le centinaia di racconti in poche settimane, per lo più alla sera. Un racconto scritto in corpo 8, con interlinea 0,7 e i dialoghi che non è chiaro dove iniziano e dove finiscono non bendispone. Poi cerchiamo di essere oggettivi e distaccati, magari quel racconti dall'apparenza illeggibile è un capolavoro, ma se inizia a farmi tirar giù santi solo per re impostarlo in un formato leggibile!

Intanto i miei migliori in bocca al lupo a tutti e dieci i finalisti. Dire "che vinca il migliore" implica che ci sia un migliore, ma io avrei davvero difficoltà a scegliere

martedì 15 giugno 2021

L’anno che ci ha fatto capire cos’è la scuola


 

Quest’anno scolastico non è finito. Si è afflosciato. Svuotato lentamente. Adagiato.

Si è addormentato lentamente, come fanno i bambini, quando continuano a sbadigliare, ma protestano di non avere sonno. 

Gli ultimi sono stati giorni strani. Gli scrutini sono stati fatti con un anticipo mai visto. E quindi ci siano trovati ad andare a scuola con i programmi chiusi, le medie fatte, persino il conto delle assenze già cristallizzato.

Si è creato uno strano clima di autogestione, con le classi che stavano per lo più all’aperto, passeggiate al posto delle lezioni, cineforum su proposta dei ragazzi, ma sembrava che nessuno avesse davvero voglia di porre fine a tutto questo. Nessuno aveva più voglia di studiare, ma la voglia di venire a scuola, quella non era passata. Perché questo, in fin dei conti, è stato l’anno in cui abbiamo capito che la scuola è molto di più della somma degli insegnamenti che vi vengono impartiti.

Questo è stato un anno di follia didattica (spero) difficilmente uguagliabile.

Ho fatto lezione in una ex mensa, con una colonna in mezzo che bloccava a tre ragazzi la visione della lavagna, in un ambiente in cui ogni parola rimbomba, senza LIM, ma con un computer collegato a un proiettore che proiettava (appunto) nell’unico punto del muro in cui batteva il sole.

Ho fatto lezione da casa gli alunni a scuola.

Ho fatto lezione da scuola agli alunni a casa.

Ho fatto lezione a scuola con tutti gli alunni a casa e un alunno collegato via web.

Ho fatto lezione a scuola a classi con un gruppetto a scuola e la maggior parte a casa.

Ho fatto lezione a scuola a classi con la maggioranza a scuola e un gruppetto a casa.

Ho fatto da supporto a lezioni fatte da casa a un gruppo a casa e uno a scuola.

Ho fatto lezione da scuola ai ragazzi a scuola ma via web.

Credo sinceramente di aver provato tutte le combinazioni di DDI (Didattica Digitale Integrata) possibili, con vette di particolare improbabilità. Ho assistito da scuola insieme a un ragazzo audioleso a una lezione fatta da remoto dal docente di musica in cui in teoria sarebbe stato importante capire quale fosse la nota suonata dal docente a casa e trasmessaci dalla LIM. Per riuscire a far interagire la classe che rimbomba con un esperto esterno ho dovuto tenere 24 ragazzi, tutti presenti, ciascuno collegato al proprio dispositivo, con cuffie e microfono e in questo modo facevano anche le domande a me che stavo a due metri di distanza. Questo del resto è stato anche l’anno in cui gli Ipad sono sbarcati a scuola e ci siamo trovati tutti con la nostra piccola astronave in mano. A un certo punto è diventato più facile comunicare con l’Australia che con il vicino di banco.

In tutto questo non ci siamo risparmiati un alluvione di quelli da far passare tutta una giornata a rintracciare parenti e amici, per assicurarsi che stessero bene e una nevicata che ha isolato l'asilo di mia figlia e ha reso il rientro a casa un'odissea di oltre due ore, invece che gli abituali 15 minuti.

Mai come quest’anno ho sentito che la scuola è quel posto, reale o virtuale, in cui passiamo tantissimo tempo. E è un tempo che non può essere di sofferenza. Soprattutto se già il mondo intorno sembra impazzito, se l’angoscia raspa con forza alle porte della nostra mente. Quasi tutti, a turno, per lo più per contatti esterni alla scuola, siamo finiti in quarantena. E quando si è chiusi in casa, isolati anche dai propri cari, il tempo non passa più. L’ho vissuto io, ma ho avuto anche ragazzi, unici positivi in famiglia, che sono stati messi in isolamento nella propria stanza, da soli, con il collegamento con la scuola come unica finestra di socialità. Quasi tutti, a turno, siamo stati angosciati per la salute dei nostri cari. A volte, purtroppo, la preoccupazione è finita con un lutto.

Mai come quest’anno ho avuto la percezione del fatto che la scuola non è un luogo ma un tempo, uno spazio di vita. E non può essere un tempo buttato, un buco nero di noia. Deve essere, necessariamente, un tempo di qualità. Una frazione di vita intensa.

Questo era anche l’anno della sperimentazione senza zaino. Che in parte è morta di covid, perché non abbiamo derogato alle regole di distanziamento, che hanno resto impossibile quella condivisione di spazi e materiali che è parte integrante della metodologia. Dal momento, poi, che a scuola non si poteva lasciare niente, che ogni ragazzo doveva avere la propria dotazione personale e ogni prestito doveva passare dalla pulizia del materiale, si è trasformata in una scuola con sempre più zaino. Ai libri e ai quaderni si è aggiunto l’ipad e qualsiasi altro materiale si dovesse usare. Interi plastici dovevano andare a casa e tornare con gli alunni ogni giorno.

Il senza zaino, però, è stato almeno un pretesto per sperimentare. In un mondo di colpo così spaventoso non potevo avere paura di provare a fare. Cosa? Qualsiasi cosa che ci permettesse di imparare stando bene. Partendo dal presupposto che se stavo bene e mi divertivo io probabilmente sarebbero stati bene anche i ragazzi, questo è stato l’anno in cui ho provato più cose nuove. Forse è stato l’anno in cui mi è passata definitivamente la paura di non riuscire a fare tutto, dato che con questi continui cambi di regole e modalità sembrava pura utopia finire quanto programmato a settembre. Per assurdo, è stato l’anno in cui abbiamo terminato gli argomenti da affrontare prima dei giorni di lezione.

Abbiamo provato quindi.

Abbiamo costruito vulcani facendo a gara tra i ragazzi a scuola e quelli a casa a chi li finiva prima. Abbiamo decostruito in ogni modo possibile i poemi epici e abbiamo stabilito che quest’anno in nostro eroe è Ettore. Perché in fondo, in mezzo a una pandemia, vogliamo qualcuno che combatta per noi per farci coraggio, pronto a morire piuttosto che abbandonarci. I ciclopi e le sirene li lasciamo per tempi migliori. Abbiamo (cercato) di imparare i verbi saltellando nel cortile della scuola. Abbiamo cercando di rendere viva la storia, un po’ più vicina e meno astratta e del resto lo sgomento dei medioevali di fronte alla peste non era così diverso dal nostro. 

Abbiamo provato e abbiamo cercato. Non sempre siamo riusciti nel nostro intento. Solo il futuro mi dirà se i ragazzi hanno nonostante tutto imparato.

Eppure questo è stato un anno di cui ricorderò il tempo scuola con simpatia, se non con piacere. Perché in alcuni momenti è stato quasi il mio tempo migliore.

Prof pronta per lezione di storia

Elaborato di francese sopravvissuto al volo

Duello omerico in corso

Invasione vichinga

Scriptorium medioevale




Vulcani pronti all'eruzione
(diligentemente distanziati anche loro)


Quello che ho imparato quest'anno, anche grazie ai miei alunni, è che non possiamo scegliere il tempo che ci è dato da vivere. A volte, solo a volte, possiamo scegliere come viverlo.

E comunque, ora la scuola è finita. È iniziata la scuola estate...
Noi oggi a lezione...






domenica 16 maggio 2021

La svolta degli audiolibri + Doppio Sogno – Piovono Libri


 Se potessi avere un superpotere in questo momento sceglierei il teletrasporto, oppure la possibilità di bloccare il tempo.
Il tempo è, per noi fortunati nelle parti di mondo fortunate (nonostante la pandemia a volte è bene ricordare e noi stessi che lo siamo, fortunati), il bene più prezioso e più difficile da acquistare. Al netto dei disagi del contingente, rifarei tutte le scelte di vita che mi hanno portato al mio qui ed ora. Tuttavia il tempo mi sfugge dalle mani, cerco di raggranellarlo minuto per minuto per farne un gruzzoletto da spendere in una corsa, una puntata di una serie tv o un libro.
Il problema della lettura, poi, è che è un'attività esigente in fatto di tempo. Non le piace tutto. Il tempo della lettura deve essere tempo calmo, di una quantità tale che permetta di entrare in una storia. Deve poter contare su un'illuminazione decente. Non deve essere sfruttato in contemporanea da una qualsivoglia altra attività. Deve essere del tempo in cui il tasso di stanchezza mi permetta ancora di afferrare le più elementari regole di grammatica e di sintassi per permettersi di capire cosa io stia leggendo. È un tempo raro, dunque, e che finisce per andare in conflitto con il gruzzoletto di un altro tempo prezioso, quello della scrittura (che è scarsa, sporadica, poco convinta, ma comunque c'è).
La Giratempo di Harry Potter purtroppo non l'hanno ancora inventata, ma un mezzo per moltiplicare il tempo di lettura esiste e si chiama audiolibro.

domenica 9 maggio 2021

La società dei gatti filosofi – racconto giallo – parte terza


 Parte prima

Parte seconda


TERZA E ULTIMA PARTE 

      – Lo studente – disse il mezzo bracco, tornato al cortile della propria casa.

       – Sei sicuro? – chiese Ipazia.

Non lo avrebbe mai ammesso, ma aveva apprezzato le sue carezze.

– Come sono sicuro che la donna che ho fatto cadere ha tre amanti che usano tre profumi diversi – rispose piccato il cane.

I gatti accettarono in silenzio lo svelamento di quella verità.

– E ora cosa facciamo? Gli uomini sono come reclusi che guardano ombre sulla parete di una caverna credendo che quello sia il mondo. Come li porteremo sulla strada del Vero? – domandò Platone.

– Al diavolo gli uomini, facciamoci giustizia noi – soffiò Protagora.

– No, le leggi della città vanno sempre seguite, persino quando non è facile – dissentì Socrate.

– Noi siamo gatti, non soggetti alle leggi degli uomini – lo rintuzzò Protagora.

– Ma l’assassino è un uomo, soggetto alle leggi degli uomini ed è dagli uomini che deve essere punito – lo rintuzzò Socrate.

– Basta, litigare non serve a niente, qui serve un piano – si intromise Democrito. 

– E come lo faremo, il piano? – si lamentò Epicuro, la cui scarsa energia era già stata messa a dura prova dagli eventi della giornata. – Non abbiamo la possibilità, da gatti, di consegnare il colpevole alla giustizia.

– Che poi la giustizia degli uomini non sempre è Giustizia, come la cicuta sta a dimostrare – ammise controvoglia Socrate.

– Abbiamo raggiunto la Verità, siamo usciti dalla caverna, non possiamo accontentarci di questo? – chiese Platone.

– Col cavolo che mi accontento! – arruffò la coda Democrito.

– Ma è nella filosofia, non nell’azione, che dobbiamo trovare la nostra consolazione – disse Seneca.

– Come no? E accettare di ucciderci se un imperatore ce lo ordina? – replicò secco il gatto nero.

– Come sempre, con la logica potremo uscirne – si intromise Aristotele, facendo sfoggio della propria autorità. – Quale può essere stato il movente del nipote?

– Solo uno, il denaro – rispose Parmenide a cui piacevano le verità assolute.

– Molto bene. E a chi altro sta a cuore il denaro di Alberica? – chiese Democrito.

– Agli altri eredi.

Lo studente, che di nome faceva Costantino, odiava quel giorno più che mai la vecchia zia morta. Il suo libretto universitario languiva, erano mesi che non vedeva inchiostro e con il cessare degli esami superati era cessato anche il flusso di denaro dalle tasche del padre alle sue. La zia non solo gli aveva negato ogni prestito, ma aveva ribadito la sua intenzione di lasciare tutto ai gatti. La dose letale di sonnifero nel the era stata solo giustizia e non ne provava alcun rimorso. Sopratutto alla luce degli ultimi eventi. Dei gioielli che secondo i precisi calcoli di tutti gli eredi la vecchia era in possesso non restava traccia. Costantino aveva rischiato l’ergastolo per duecento euro malcontati trovati in un cassetto, già preparati per pagare un’imminente visita specialistica, e due ninnoli. Considerato come stavano le cose, avrebbe dovuto prenderla a scarpate quella gattina bianca che era sicuramente una delle beneficiarie dei pingui conti in banca della zia.

Invece no. L’aveva vezzeggiata nell’appartamento della vecchia e ora, di ritorno dal funerale, era stato colpito dal fatto di ritrovarsela sullo zerbino di casa, tutta fusa e moine. Aveva un pelo serico, piacevole da accarezzare e verdi occhi adoranti. Forse, in fin dei conti, qualcosa dalla vecchia megera  lo aveva ereditato e come lei odiava le persone, ma aveva un debole per i gatti. La bestiola lo guardò talmente adorante che fu impossibile per Costantino non portarsela in casa.


Nella casa del padre di famiglia una finestra socchiusa c’era sempre. I due bambini avevano un’età che permetteva loro di giocare con le maniglie, senza però la forza necessaria per richiudere poi per bene ciò che avevano aperto. L’uomo, che si chiamava Ernesto, non si stupì, quindi di trovarne una spalancata, quando rientrò dal funerale.

Era di pessimo umore. Sarebbe stato solo giusto se a pagare le esequie della zia fosse stata l’associazione a cui alla fine sarebbe andato tutto. E invece niente. Lo scapolo aveva esibito la suo status di disoccupato con l’orgoglio con cui si espone una medaglia al valore e lo studente il suo lavoro non ancora pervenuto con la stessa ostentazione. Quindi era stato lui a fare tutto, con la sola eccezione dei fiori che, almeno quelli, erano stati messi da associate ed ex alunni. Anche volendo andare al risparmio aveva dovuto accettare che la bara non potesse essere di cartone e che gli operai che l’avevano calata andavano pur pagati, per non parlare di quella maledetta lapide sulla tomba. Non c’era proprio stato verso di farla in plastica. Tutti soldi usciti dalle sue tasche. Difficile, in quel frangente, non pensare in maniera ossessiva ai gioielli della zia. Che da qualche parte dovevano pur esserci. 

Un vecchio album di foto sporgeva appena dalla libreria. Non lo prendeva in mano da decenni.

Eccola lì, zia Alberica, con un gingillo diverso a ogni pranzo di famiglia. E che pietre. Agate e smeraldi e diamanti per decine di migliaia di euro. Quei gioielli dovevano pur essere da qualche parte. Cassette di sicurezza non ne risultavano. Dovevano essere ancora in casa…

Moglie e figli non erano ancora rientrati e Ernesto prese a passeggiare per casa, nel tentativo di raccogliere le idee. Sul frigorifero era appuntato, attaccato con un magnete, il numero di telefono di Costantino. Prima della dipartita della zia Ernesto neppure si ricordava di quel parente, aveva dovuto recuperare il suo numero di telefono da una comune conoscente e, prima di memorizzarlo nella rubrica del cellulare, lo aveva appuntato su un post-it. Strano, era sicuro di averlo buttato, quel post-it. Invece no, un po’ spiegazzato, ma giallo e ben visibile, capeggiava sul frigorifero. Costantino…

Sullo scapolo non c’era da fare affidamento, ma Costantino, sotto quel sorriso da bravo ragazzo, era un dritto. Forse i gioielli stavano in un nascondiglio a cui ancora non avevano pensato, ma mettendocisi in due… Senza che lo scapolo ne sapesse niente…

Sul tavolo, la moglie aveva lasciato uno dei suoi giornali femminili, aperto sulla pagina dedicata ai problemi burocratici. L’articolo iniziava con una parola assai minacciosa. Successione.

Se i gioielli ufficialmente non esistevano, pensò Ernesto, nessuno poteva far pagare loro la successione. A dimostrare la loro esistenza c’erano solo quelle vecchie foto.

Forse, pensò, poteva cavarsela da solo, anche se non sapeva proprio dove cominciare a pensare… Il post-it giallo era proprio in evidenza… Ma certo non poteva chiamare Costantino e parlare al telefono di come frodare il fisco.

Si rimise il cappotto e uscì di casa.

– Platone può dire quel che vuole, ma noi sì che sappiamo come funziona la mente umana – disse Gorgia, soddisfatto.

– Col cavolo che gli uomini tendono al bene, al denaro tendono e a poco altro – confermò Protagora.

– Tendono anche all’accoppiamento – riconobbe Democrito, anche lui soddisfatto.

Non c’erano che i sofisti per manipolare le persone.


Quella sera stessa, due ore dopo, Costantino fu dichiarato in stato di fermo e il caso della professoressa gattara morta riaperto.

Era capitato che, mentre Ernesto era nella casa dello studente per parlare dei gioielli scomparsi, fosse entrata nel salotto una gattina bianca con la zampina impigliata in una catenina d’oro. Curiosamente, la bestiola aveva scelto di saltare in grembo al padre di famiglia, che pure mal sopportava i gatti e lo dimostrava in ogni occasione. Era stato Ernesto, quindi, a disbrogliare la zampa della micetta, trovandosi in mano la catenella del battesimo della zia. Da lì a chiamare la polizia, più per togliersi di torno un competitore per la già magra eredità che non per un effettivo sospetto di omicidio, era stata solo questione di minuti.

Per quanto indaffarata, anche la polizia di paese sapeva trarre le sue conclusioni quando aveva una donna che, per quanto anziana, era stata trovata morta quando solo il giorno prima appariva in discreta saluto e un nipote trovato in possesso di un gioiello così personale della defunta. Due domande ben piazzate e lo studente era crollato. In mezzo alla confessione era anche riuscito a proferire un’invettiva contro la zia che, non paga di aver devoluto ai gatti quasi tutto ciò che aveva, si era mangiata anche i gioielli più preziosi.


Come c’era da aspettarsi, della vicenda si parlò parecchio in paese. Per ovvi motivi il più interessato alla questione era Ernesto.

– Certo che la tua famiglia è proprio terribile. La zia spilorcia e il cugino omicida – commentò sua moglie due giorni dopo, leggendo il giornale.

– Io mi chiedo piuttosto che fine abbiano fatto quei gioielli. Una parure di diamante mica evapora – mugugnò Ernesto, arrivando subito al punto che gli interessava.

– Sa che ti dico? – replicò la moglie. – Quel tuo altro cugino, il finto tonto? Secondo me, zitto zitto, i gioielli se li è intascati lui.

Ai gatti dei gioielli non importava nulla, ma apprezzarono la visione, dall’alto del tetto della centrale di polizia, di Costantino condotto fuori ammanettato e diretto in carcere.

– In fin dei conti non sempre la giustizia della città elargisce la cicuta ai giusti – commentò tronfio Socrate.

– Solo perché siamo intervenuti noi gatti, per gli uomini tutto è opinione – disse Protagora.

– Tuttavia la Verità esiste, perfetta e immutabile – chiosò Parmenide.

– Quanto hai ragione – annuì Platone.

– Non illudetevi, tutto muta – sussurrò Eraclito.

Democrito non disse nulla. La soddisfazione stava già cedendo il posto al rimpianto. Mai più notti nella cesta della biancheria sporca, né ciotole di latte al risveglio. Con un sospiro, socchiuse gli occhi color topazio. Proprio del colore della grossa pietra che chiudeva il suo collare. Quello di Ipazia era decorato con brillanti. Per Parmenide la vecchia signora aveva scelto l’ametista, che ben si intonava al suo pelo da certosino, mentre gli occhi blu di Aristotele erano ripresi dagli zaffiri. Tutti i gatti della colonia portavano il proprio nome ricamato sul collare con filo d’oro e d’argento.


– FINE –


Spero che la lettura filosofelina vi abbia intrattenuto un poco in questa primavera dai toni autunnali.


PS: tutte le immagini utilizzate a inizio capitolo sono state reperite in rete, contrassegnate come riutilizzabili a fini non commerciali.