domenica 23 febbraio 2020

La luna delle foglie cadenti disponibile in ebook


Racconto lungo (33 pagine) disponibile dal 25 febbraio, già in pre ordine
1,99 €
In formato kindle su Amazon
In tutti gli altri formati sul Delos Store

La guerra civile è alle porte e nella Luna delle Foglie Cadenti molti sono destinati a morire.

Il giovane principe Amrod del Leynlared vive il viaggio verso la Ley del Nord per conoscere la sua promessa sposa undicenne come un’inevitabile tortura. Ma per quanto possa apparirgli odiosa la prospettiva di dover essere galante con una bambina che non potrà mai amare, il ragazzo non ha idea di quanto drammatico sarà il viaggio, che cambierà per sempre la sua vita e la storia del Leynlared.
Il giovane ha infatti scoperto una serie di ruberie da parte del governatore del Nord, leyler Turis, ai danni del leylord, e quando la notizia viene fatta incautamente trapelare la situazione precipita. Perché Turis possa prendere il potere, il leylord e suo figlio devono morire.

Continuano con questo racconto le Cronache delle Ley, iniziate con La spada di Emarana, che narrano le vicende di Amrod del Leynlared e dei suoi compagni durante la guerra civile delle Ley.

Siamo arrivati alla seconda uscita de Le Cronache delle Ley. È passato quasi un anno dagli eventi raccontati ne La spada di Emarana. Il principe Amrod non è più un ragazzo confuso, ma un giovane adolescente che deve prendere in mano la propria vita. Durante il viaggio nel nord, per conoscere la propria promessa sposa, tuttavia, tutto ciò che potrà andare storto andrà storto. Travolto dagli eventi, Amrod si trova a lottare per la propria vita e dovrà decidere molto in fretta che uomo desidera essere.

Con questo racconto Le Cronache delle Ley entrano nel vivo. Da qua in poi nulla sarà come prima.

Come ho già avuto modo di raccontare, queste storie hanno un posto speciale nel mio cuore. Tutti i personaggi, non sono quelli principali, mi sono molto cari. Vorrei davvero che più gente possibile li leggesse. Se passate di qui ogni tanto, se siete incuriositi dal mio blog, se non avete mai letto niente di mio, ecco, leggete questi racconti.
La luna delle foglie cadenti non è il mio racconto preferito, né il più personale (questo posto spetta a quello che chiuderà questa mini serie), anche se da un punto di vista tecnico ne sono abbastanza soddisfatta. È essenziale, però, per lo svolgersi degli eventi. Quindi, se volete leggere qualcosa di mio, iniziate da qui.

Per chi volesse, ricordo che Le Cronache delle Ley si comporranno di quatto ebook. 
La prima uscita, La spada di Emarana è già disponibile su tutti gli store on-line.
Gli stessi personaggi compaiono negli ultimi racconti dell'antologia La spada, il cuore e lo zaffiro edita da RiLL.

Queste storie sarebbero rimaste a tempo indeterminato nel mio computer senza Alberto Panicucci e Andrea Franco, ai quali va tutta la mia gratitudine.

Avrà la mia gratitudine anche chiunque volesse lasciare una recensione, ovunque ritenga meglio.

sabato 15 febbraio 2020

Le copertine de Le Cronache delle Ley


Ecco finalmente arrivata la copertina della seconda uscita de Le cronache delle Ley, La luna delle foglie cadenti, che sarà disponibile il 25 febbraio e ordinabile qualche giorno prima.

Altrettanto finalmente posso fare un post sulle copertine!

Uno dei (molti) motivi per cui il self per me ha sempre avuto pochissimo appeal è che non so fare tutto. Ho un rapporto conflittuale con la tecnologia, non saprei da che parte cominciare per impaginare un ebook, ho bisogno di un editor che quanto meno mi controlli il testo, non capisco una mazza di marketing e, non ultimo, non ho alcun talento grafico. So usare in modo molto basico GIMP, l'anno scorso i miei alunni hanno seguito un corso, in pratica ho imparato con loro e alla prova dei fatti è risultato che un dodicenne di medio talento se la cava meglio di me. Insomma, a ognuno il proprio mestiere. Affidarsi a un editore vuol dire (dovrebbe voler dire) poter contare su un grafico vero.

Le mie (ottime) esperienze precenti

Personalmente ho sempre avuto a che fare con editori con idee molto chiare sulle copertine, il che dal mio punto di vista è un bene, con un grado di interazione molto diverso.

Per la mia prima pubblicazione, La roccia nel cuore, mi è stato chiesto se avevo una foto che avrei voluto mettere in copertina. A distanza di anni il romanzo è stato ora ristampato e tra l'altro è ben distribuito nelle Coop del Piemonte. Lo vedo esposto quando vado a fare spesa e la fotografia, regalatami da un amico (grazie, Fabio!) continua a piacermi molto, anche se col senno di poi avrei dovuto fare qualche domanda in più sulla carta con cui sarebbe stata stampata. È risultata infatti un poco più scura dell'originale, sempre col senno di poi sarebbe bastato un minimo di lavoro sui filtri per un risultato migliore, ma né io né l'editore ci abbiamo pensato e va bene così.

Per l'antologia RiLL La spada, il cuore e lo zaffiro ci siamo appoggiati, come è consuetudine per le edizioni RiLL a un'illustratrice di ottima fama, Valeria de Caterini. Con lei c'è stato un bellissimo rapporto di collaborazione perché il personaggio rappresentato, che è lo stesso Amrod presente in questi ebook, avesse proprio gli abiti e la spada che io avevo in mente! 

Per quanto riguarda le altre opere pubblicate con Delos, invece, andando in collane molto connotate, le copertine non le ho scelte io, ma le ho trovate tutte estremamente sensate, coerenti la mia storia e sopratutto ben identificabili in uno store on-line. Sia per il romanzo che per i racconti si trattava sempre di avventure nell'universo di Sherlock Holmes e il lettore deve capirlo subito. Le copertine di Sherlockiana, poi, sono a mio parere veramente eleganti!

Le copertine de LE CRONACHE DELLE LEY (e tutti i miei ragionamenti annessi)

In questo caso, invece, si è agito in modo diverso, ma anche diverso era il caso. Qui abbiamo quattro ebook legati che escono, però, all'interno di una collana, Fantasy Tales. Devono apparire a prima vista sia coerenti con la collana sia con una connotazione più personale, che li faccia percepire immediatamente come collegati. Bisognava inoltre tener presente i tempi di lavorazione. RiLL mette sul mercato due antologie all'anno, Valeria de Caterini lavora mesi sulle copertine, Fantasy Tales pubblica più di un ebook al mese.
Quello che mi è stato proposto, e che ho trovato estremamente stimolante, è stato di scegliere liberamente delle immagini su uno store on-line (meglio chiarire, non ho idea del costo delle immagini, io le ho solo scelte, a tutto il resto ha pensato l'editore) che poi sarebbero state elaborate dal grafico della casa editrice.

All'inizio grande panico. Come orientarsi in un archivio di migliaia e miglia di immagini, fotografie e disegni? Che copertine volevo?

Per il fantasy le illustrazioni vanno per la maggiore. Nella mia esperienza di lettrice ho trovato copertine fantasy con illustrazioni bellissime

A oggi quella che considero una delle migliori copertine fantasy,
in quanto a coerenza con il testo
 E altre davvero imbarazzanti
Questo libro non contiene horror, non contiene mostri, vampiri
non parla neppure di morti. Ma è difficile crederlo.
In generale, tuttavia, ritengo che un'illustrazione abbia senso solo se fatta ad hoc, da qualcuno che ha letto il testo. Oltre tutto la mia amica Viola aveva già realizzato delle bellissime illustrazioni per questi racconti (purtroppo non adattabili come copertine). Insomma un disegno generico, genericamente "fantasy" non mi avrebbe mai soddisfatta. Ho capito che volevo delle fotografie, ma quali fotografie?

Che cosa volevo raccontare con queste copertine? Che cosa potevano avere in comune a livello visivo  queste storie?

I quattro ebook andranno a formare una sorta di piccola saga e, salvo decessi, i personaggi tornano da un racconto all'altro, ma ovviamente non potevo usare foto di persone.
Volendo trovare una sorta di "protagonista alternativo", ecco, si può seguire anche, racconto dopo racconto, la storia di una spada.
Nel primo ebook, La spada di Emarana, uno spadaccino si rende conto che il principe Amrod non potrà mai usare bene il pesante spadone del padre e gli trova pertanto un'arma alternativa. La spada del leylord, tuttavia, mantiene un potente valore simbolico e i suoi passaggi di mano, che cosa si debba fare di quella spada, hanno una parte non indifferente nei racconti successivi.
Ho deciso quindi che in ogni copertina ci sarebbe stata una spada.
Questa mi sembrava una soluzione all'esigenza di connotare questi ebook come appartenenti di diritto a una collana dal nome "fantasy tales" e a quella di creare una sorta di unità interna, che li facesse immediatamente percepire come legati.

 Ne La spada di Emarana il nevoso inverno delle Ley che fa da cornice agli ultimi eventi del racconto, quella in cui le armi vengono sfoderate.


Questa mi è sembrata quindi la fotografia migliore per iniziare una saga che è fantasy, ma in cui gli elementi magici sono minoritari. Ci introduce al freddo spietato delle Ley. La spada può essere quella di Torvin an'Parshi, il maestro d'armi, oppure quella di uno dei giovani coinvolti nella battaglia (simulata fino a un certo punto) che conclude la vicenda.

Per La luna delle foglie cadenti, ambientato nell'autunno successivo, la scelta è stata ancora più facile

Una spada, presumibilmente a terra, tra foglie cadute rispecchia lo spirito del racconto.
Per gli altri due ebook è stato più difficile, ma alla ho trovato delle foto con una spada in grado di dare un'idea di quello che avevo in mente.

Il terzo ebook si intitolerà Il posto della spada, ci saranno due nuovi personaggi, due ragazzi comuni che dovranno decidere se farsi coinvolgere e in che modo in una guerra incipiente. Dopo una votazione da parte di alcuni amici ospiti a casa, abbiamo scelto una spada appoggiata a una catasta di legno, che spero ben simboleggi le possibilità dei mei protagonisti.

Il quarto, Fino alla morte e oltre, avrà una copertina molto scura, con una spada impugnata da qualcuno che indossa un mantello. A quel punto, ormai, coloro che hanno deciso di portare una spada dovranno essere pronti a sguainarla, pagandone le conseguenze.

Insomma, sono davvero soddisfatta della riuscita delle copertine e di questa formula di collaborazione che mi ha lasciato come autrice tutta la parte creativa, mentre la casa editrice si è fatta carico di quella tecnica (e delle spese).

Che cosa ne pensate? Qualcuno ha altre esperienze con le copertine?

mercoledì 12 febbraio 2020

Le Cronache delle Ley – La luna delle foglie cadenti in arrivo il 25 febbraio


LE CRONACHE DELLE LEY
Sono gli amori impossibili quelli che cambiano il mondo,
ma per ogni scelta c'è sempre un prezzo e una conseguenza.

Che cosa sei disposto a dare per cambiare il tuo mondo?

Il 25 febbraio sarà disponibile il secondo ebook delle Cronache delle Ley, La luna delle foglie cadenti (di cui non ho ancora l'anteprima ufficiale della copertina), edito da Delos Digital in collaborazione con l'associazione RiLL.

Dopo La spada di Emarana, entriamo nel cuore della narrazione con eventi che cambieranno per sempre le sorti dei personaggi e del mondo in cui vivono.

Il giovane principe Amrod conosciuto nel racconto precedente è ormai cresciuto. Ha diciassette anni, è in viaggio per conoscere la propria promessa sposa ed è tempo per lui di pensare con serietà all'uomo che vuole essere. Il padre lo vorrebbe un deciso uomo d'azione, d'altro canto il governatore del Nord, padre della sua promessa, lo preferirebbe debole e manovrabile. Ma Amrod è legato a un amore impossibile, quello per il giovane intellettuale Luvan, che vorrebbe trasformarlo in un ideale monarca illuminato.
Più vicino ancora del peso del futuro, grava però sul principe quello di una congiura.
Nella Luna delle Foglie Cadenti, durante il viaggio nella Ley del Nord, tutte le certezze sono destinate a cadere, perché se è vero che sono gli amori impossibili quelli che cambiano il mondo, è anche vero che a volte il prezzo da pagare è troppo alto.

Dei cinque racconti di cui si compone questa raccolta di ebook, La luna delle foglie cadenti, è l'unico narrato dal punto di vista del principe Amrod e ci porta dritti dritti al momento in cui tutto ciò che poteva andare storto, beh, andrà storto.

Vi ho già raccontato come a tutti questi racconti io sia legata in modo particolare. Ognuno a modo suo è speciale, alcuni sono più speciali di altri. Questo è più speciale. Entrare nella testa di Amrod è sempre un viaggio difficile e interessante, perfino al sintassi di alcuni periodi di questo racconto hanno assunto una forma particolare per adattarsi rendere i pensieri della mente che li formulava. Inoltre a livello di mera trama questo è Il racconto. Da qui in poi tutto sarà tutto diverso, per sempre.

Per ingolosirvi ulteriormente vi lascio l'incipit del racconto

LA LUNA DELLE FOGLIE CADENTI

Le onde lievi riflettevano la luce del sole, dando l’impressione di essere su una distesa di ardente metallo fuso. Il mare era invece freddo e popolato di squali. 

Padre e figlio erano in piedi l’uno accanto all’altro, appoggiati al parapetto della nave, i capelli arruffati dall’aria già fredda della Luna delle Foglie Cadenti. Il leylord imponente, con la capigliatura rossa appena venata di grigio e lo spadone alla cintura che pareva una propaggine stessa del suo corpo. Le mani, appoggiate alla balaustra di legno, sembravano create per schiacciare teste di nemici. Le mani di suo figlio erano larghe forse un terzo e tremavano appena. Il ragazzo era alto quanto il padre, ma, esile com’era, quasi scompariva al suo fianco. Se vi erano somiglianze, nella linea diritta del naso, nella tonalità grigia degli occhi, contribuivano solo a farlo apparire l’ombra sbiadita del genitore. Entrambi fissavano l’acqua per evitare di guardarsi.


Ogni racconto è pensato per essere leggibile in piena autonomia, ma il bello di questo progetto con Delos Digital è poterli avere uno di seguito all'altro e nel giusto ordine.
Quindi, se ancora non l'avete fatto, correte a leggere il racconto precedente La spada di Emarana. Se poi voleste anche lasciare una recensione, ve ne sarò davvero grata!



mercoledì 5 febbraio 2020

Racconti di pioggia e di luna – Piovono Libri


Attenzione.
Di tutto il gruppo di lettura questo libro è piaciuto soltanto a me. Quindi la mia opinione è una sorta di anomalia statistica che non va presa in considerazione. 


"Luo Guanzhong compose il romanzo Sul bordo dell'acqua e per questo motivo i suoi discendenti per tre generazioni nacquero sordomuti. Murasaki Shikibu scrisse La storia di Genji e per questo finì per un certo periodo all'inferno... Anch'io per caso possedevo alcune futili storielle e quando le ho buttate giù esse hanno creato un mondo fantastico dove cantano i fagiani e i draghi combattono... Non vorrei che per questa colpa i miei discendenti nascessero senza naso o con il labbro leporino".
Così inizia "Racconti di pioggia e di luna", nove narrazioni fantastiche del Giappone del XVIII secolo e subito mi svela un segreto che avrebbe dovuto essermi rivelato molto tempo fa.
Scrivere è pericolosissimo. Si rischia di finire all'Inferno (per un certo tempo), pena tutto sommato minore che vedere figli nipoti e bisnipoti sordomuti o con il labbro leporino.
Non conosco abbastanza la cultura giapponese del tempo per capire esattamente perché una tale punizione gli dei infliggessero agli scrittori, ma capisco la pericolosità insita nella scrittura. Sovrapporre alla realtà una realtà altra, simile, ma più affasciante, in cui restare ammaliati e perdersi. E, del resto, come non sentire il richiamo di "un mondo fantastico dove cantano i fagiani e i draghi combattono"?

Io sono tra quelli, di certo, che rischiano di far condannare Ueda Akinari all'Inferno, perché io voglio perdermi in queste nove storie di fantasmi giapponesi pubblicate nel 1768 e che, pertanto, portano a un mondo lontanissimo, che non possiamo capire fino in fondo, ma da cui si può rimanere affascinati.

Il mondo di Akinari è quello, per me del tutto sconosciuto, della borghesia giapponese del '700, fatta più di mercanti che di samurai, dove la guerra esiste, appare, porta scompiglio in realtà operose che ne farebbero volentieri a meno. Un mondo, tuttavia, dove il regno degli spiriti inizia appena oltre la soglia di casa, dove è normale contrattare per farsi strada nel mondo mercantile, ma anche incontrare un fantasma o farsi sedurre da un mostro. Un mondo, insomma, dove il soprannaturale è in qualche modo ordinario, nessuno ti prende per pazzo se dici che sei perseguitato da un fantasma, anzi, molti si prodigheranno per aiutarti, come se due realtà così distanti, quella degli affari e quella degli spiriti, si sovrapponessero senza troppi problemi.
Ho trovato estremamente affascinante provare ad entrare in racconti così lontani da noi nel tempo e nello spazio, scritti per la borghesia istruita di un'epoca ormai scomparsa, pieni di riferimenti del tutto incomprensibili per noi. I racconti hanno però strutture simili, luoghi comuni che si rincorrono, che possono annoiare, ma che aiutano anche a puntellare il lettore moderno in questo universo, fare campi base di nozioni acquisite da cui poter andare in esplorazione.
Non credo possano piacere nel senso moderno del termine, ma possono affascinare.

La trama di alcuni racconti è ricorrente. Due persone, amici o coniugi vengono separati, si incontrano di nuovo, ma uno dei due (se coniugi la moglie) è un fantasma, benevolo o maligno a seconda delle circostanze della morte. Una delle cose che più mi ha colpito di questi racconti, ma che torna anche in altri (La passione del serpente) è che il protagonista è quello che definiremmo un inetto. Un figlio che non si è mai allontanato da casa, di buona volontà, con attitudine allo studio, ma caratterialmente poco adatto a farsi strada nel mondo. Un personaggio, insomma, proprio borghese, come ce lo aspetteremmo, un po' più a vanti nel tempo, in Europa. E verso questi personaggi l'autore sembra avere ogni sorta di simpatia. Il protagonista del racconto L'appuntamento dei crisantemi riesce finalmente a trovare un'anima affine, un samurai che morirà pur di tornare (fantasma) puntuale all'appuntamento. Questo scuote il protagonista al punto da trasformarlo in una sorta di eroe vendicatore. 
Un inetto è il protagonista de La passione del serpente, il figlio cadetto e imbranato di un mercante, di cui si innamora una demonessa serpente. Il giovane non fa che scappare, in modo un po' goffo, dalla sua sovrannaturale amante, eppure è guardato con evidente simpatia e l'autore si premura di rassicurarci sulla sua buona sorte finale.
Non è un uomo d'azione neppure il pittore del racconto che ho trovato più curioso, La carpa del sogno, un uomo il cui desiderio, esaudito, è quello di trasformarsi in un pesce in uno stagno (contento lui) e che finisce per essere pescato. Anch'egli, tuttavia, pur senza dar prova di eroismo, riesce a cavarsela e il suo premio è una lunga vita di meditazione delle carpe (che a me continua a sembrare più una maledizione).

In tutti i racconti emerge il ritratto di una società maschilista a livelli che probabilmente erano impensabili persino per l'Europa di quel tempo. Le donne sono creature incomprensibili "malvage per natura". Le mogli vengono dimenticate a casa per anni, mentre i mariti si rifanno una vita altrove salvo scoprire che, ops, loro sono morte nell'attesa (La casa fra gli sterpi). Oppure vengono sposate di malavoglia, cornificate in ogni modo possibile, ingannate e poi, ops, si trasformano in fantasmi vendicativi (La pentola di Kibitsu). Di sicuro è per la loro natura corrotta, non per l'esasperazione! Del resto se una donna viaggia da sola, mostra un certo qual spirito d'iniziativa e osa innamorarsi è di certo un mostro (La passione del serpente) e in quanto mostro femminile non c'è alternativa che ucciderla, anche se lei chiede solo amore e compagnia.
La cosa più sorprendente è che se a trasformarsi in un mostro è invece un uomo, il poveretto va compatito e aiutato qualsiasi cosa abbia fatto!
Il racconto senza dubbio più sorprendente è Il cappuccio blu, in cui si narra di un monaco pedofilo, necrofilo e cannibale che, poverino, va compreso e aiutato. Ripeto, pedofilo, necrofilo e cannibale. 
Le donne cornificate e derubate se si trasformano in fantasmi vendicativi lo fanno perché sono malvage!
Nel Il cappuccio blu un monaco ha perso la retta via non tanto perché si è invaghito di un giovane studente (non che sappia molto di monachesimo giapponese del XVIII secolo, ma già questo non mi sembra l'agire di un santo), ma perché alla morte di questi, prima "ne ha amato il corpo morto come faceva da vivo" e poi se l'è mangiato. A quel punto il monaco si è trasformato in un mostro che si aggira intorno ai villaggi e depreda i cimiteri per papparsi i defunti di giornata. Mentre in tutti gli altri racconti il mostro di turno era da eliminare senza pensarci due volte, qui no. Il monaco va fatto ragionare, compatito e riaccompagnato sulla via della preghiera. Alla faccia di due pesi e due misure!

Tutte queste vicende si svolgono in un mondo che è facile immaginare come le stampe giapponesi, di assoluta eleganza. Quasi tutto avviene di notte, sotto la luce della luna, tra il canto di uccelli notturni. La natura, con la sua bellezza umida e densa di vita, incornicia tutte le vicende e, tuttavia, è altro rispetto al mondo degli uomini. Sono pochi, monaci sapienti, o animi contemplativi, coloro che si muovono in armonia tra ciò che è umano e ciò che non lo è. Per il resto gli esseri umani sono creature per lo più passive, in un mondo che non capiscono, sbattacchiate tra gli eventi, desinati a cedere alla passioni. E sono le passioni, per lo più, a generale mostri. Il sovrannaturale, infatti, ha quasi sempre un'origine umana, qualcosa che è diventato troppo, come l'insaziabile (è il caso di dirlo) amore del monaco e che ha trasformato una persona in altro.

Va detto, per amore di verità, che sono racconti piuttosto lontani da noi, pieni di riferimenti a noi incomprensibili, rimandi a una cultura data per scontata e che non ci appartiene. A nessuno degli altri lettori è piaciuto. Io, invece, ne sono rimasta irrimediabilmente affascinata.

mercoledì 29 gennaio 2020

Due considerazioni sul giorno della memoria

Il saluto dei miei alunni a Liliana Segre


Scrivevo domenica che a proposito dell'incontro con Liliana Segre non ero riuscita a trovare le parole. Sto diventando lenta. O forse ho semplicemente bisogno di pensare, riflettere sulle cose, sviluppare un ragionamento prima di condensarlo in parole. Che cosa desueta, nell'epoca dei social!

Ho avuto il privilegio, insieme ai miei alunni, di ascoltare la testimonianza di Liliana Segre, quasi due ore di lucidissima ricostruzione di quella che è stata la sua vita tra il 1938 e il 1945, pochi giorni prima della Giornata della Memoria. 
Come ogni anni, poi, il 27 gennaio ho letto articoli, guardato post sui social, sentito interventi, e molte di queste cose mi hanno profondamente infastidito. Per questo mi sento di condividere alcune riflessioni.

La specificità dello sterminio nazifascista
Ho letto post che sostanzialmente dicevano che il 27 gennaio dovrebbero essere ricordare le vittime di tutti i genocidi, perché non ci sono vittime più vittime di altre. Alcuni, senza tanti giri di parole, dicevano che si mette troppa enfasi sulle vittime ebree, che sì, sono pur state la maggior parte delle vittime nei campi di concentramento, ma poi anche gli ebrei... Il post più inquietante che ho trovato, più inquietante perché condiviso di certo in buona fede, diceva di ricordare tutti i genocidi della storia, compreso quello dei nativi americani e quello dei catari (1220 circa, giusto per dare i riferimenti temporali).
Ora, con tutto il rispetto per tutte le vittime, catari inclusi, fino a prova contraria il 27 gennaio è stato scelto in quanto è la data in cui l'Armata Rossa ha raggiunto il campo di stermino di Auschwitz. Quindi è la giornata dedicata alla memoria delle vittime del nazifascismo, non in generale alle vittime di stermino (ripeto, con tutto il rispetto). E le vittime del nazifascismo sono state appartenenti a categorie ben precise, sono state uccise perché appartenenti a categorie ben precise: disabili, ebrei, testimoni di Geova, rom, omosessuali, dissidenti politici. Forse non abbiamo numeri precisi per le uccisioni dei disabili (meno centralizzate e meno documentate), ma per quanto riguarda le altre categorie, gli ebrei sono le vittime più rappresentate. Quindi è normale e inevitabile che tra i testimoni di quegli orrori gli ebrei siano la maggioranza e che le persone di fede ebraica si sentano coinvolte. Questo non vuol dire fare un'equivalenza ebreo/vittima, in ogni tempo e in ogni luogo, ma rispettare il fatto che molte di quelle particolari vittime lo sono diventate in quanto ebree. Al ricordo di queste va senza se e senza ma affiancato quello della altre vittime del nazifascimo, testimoni di Geova, Rom/Sinti, omosessuali, disabili e dissidenti politici. Proprio come gli ebrei sono diventati vittime in quanto appartenenti a questi gruppi.
Mettere insieme tutte le vittime di ogni sterminio di fatto allontana la questione, la rende meno urgente e attuale. Rende in nazifascismo un orrore come un altro, che ci tocca si ma anche no, lontano e sfocato come sono per noi i crociati medievali. Invece non deve apparirci né lontano né sfocato.

Lo stermino nazifascista ha una specificità in fatto di vittime e carnefici. 
Abbiamo una parte della società che ha deciso che altre parte di quella stessa società (ricordiamolo, ebrei, disabili, testimoni di Geova, omosessuali non erano comunità a parte, erano membri della società tedesca, italiana e dei territori poi occupati dal nazismo che si sentivano in primis tedeschi, italiani etc.) andassero eliminate. Non isolate o segregate, ma eliminate. Nessuna abiura era possibile e l'eliminazione era parte del programma. 
Il padre di Liliana Segre l'aveva fatta battezzare, sperando così di scamparle le leggi razziali. È finita ad Auschwitz lo stesso.

Lo sterminio nazifascista ha una specificità temporale
Non stiamo parlando di barbari tempi remoti, in cui vigevano categorie di pensiero differenti. Stiamo parlando dei nostri nonni. Ripetiamocelo. I nostri nonni sono stati vittime o carnefici. O silenziosi complici. Dimentichiamoci il fatto che non sapevano.
Un piccolo anedotto personale.
Prima dell'istituzione della giornata della memoria, nel 1998, ho partecipato con alcuni compagni di scuola (facevo il liceo) a un concorso sulla seconda guerra mondiale. Abbiamo deciso di approfondire una delle tematiche proposte "cinema e resistenza". Guardando il film Il generale Della Rovere ci siamo accorti che in una scena il protagonista viene imprigionato in una cella in cui altri partigiani hanno lasciato delle scritte sui muri. Ingrandendo l'immagine abbiamo letto che una delle scritte riportava "dite ai miei genitori a Borgomanero che sono morto per la libertà". Io abitavo a Borgomanero, i miei compagni poco distanti. A quel punto siamo partiti a tappeto a intervistare gli anziani che avevamo sotto mano per capire come mai proprio Borgomanero fosse citata. Non lo abbiamo scoperto. Ma abbiamo raccolto moltissime testimonianze, nel 1998 era molto più facile trovare dei testimoni, e abbiamo appurato che a Borgomanero, provincia di Novara, c'era una piccola comunità ebraica che è sparita da un giorno all'altro. E tutti lo sapevano. Mia nonna e le sue amiche ricordavano una bambina ebree che a un centro punto non è più venuta a scuola. Ricordavano di essere state invitate a non fare domande. Ricordavano che era opinione comune che le famiglie ebree fossero state uccise. 
I nostri nonni, quei meravigliosi nonni che ci facevano le torte, che tanta parte hanno avuto nella nostra infanzia sono stati testimoni di uno sterminio. La maggior parte di loro non ha fatto nulla. Con tutto il rispetto per tutti gli altri genocidi, questo ci riguarda un bel po' da vicino. Non riguarda solo le vittime. Per dirla con un verso di De André anche se vi credete assolti, siete tutti coinvolti.

L'Italia non è stata neutra nei confronti delle leggi razziali.
La narrazione secondo cui l'Italia sì, era fascista, ma insomma, i razzisti erano i tedeschi, è autoassolutoria e, ahimé, fasulla. Le leggi razziali ci sono anche in Italia. Dal 1938 abbiamo una segregazione di una parte della società.
Come ha ricordato Liliana Segre, ad Auschwitz i suoi carnefici erano tedeschi. Ma chi l'ha imprigionata e caricata sul treno per la Polonia era italiano. 
Ci piace ricordare le vittime italiane. Ci piace ricordare gli italiani che, anche a costo della vita, hanno tentato di salvare persone dallo sterminio.  E questo è sacrosanto. Sarebbe il caso di ricordare che tanti italiani hanno applaudito Hitler, hanno sostenuto con convinzione le leggi razziali, hanno appeso sulle vetrine dei loro negozi le scritte "questo è un negozio ariano" "vietato l'ingresso agli ebrei", hanno intimato ad altri di non fare domande quando i propri vicini di casa sono stati fatti sparire.

Il pericoloso alibi della follia
Erano tutti pazzi? Tutti? Da Hitler all'ultimo funzionario che instradava i detenuti verso i treni piombati? La follia ci assolve. Se erano pazzi erano malati, se erano malati e noi siamo sani questa cosa non ci riguarda. Povere vittime, povere tutte e passiamo oltre.
Ma erano i nostri nonni. Se non loro i loro vicini di casa, i loro conoscenti. Gente che abbiamo conosciuto, erano normali. Persone come noi. Non hanno vissuto tempi così barbari e distanti. Era brava gente italiana e tedesca che ha pensato che andasse bene ammazzare della gente "diversa". Una diversità talmente calata dall'alto, talmente assurda che adesso per capire diamo la colpa alla follia. Ma a condannare milioni di persone non è stata la follia del singolo, ma l'indifferenza della moltitudine che ha semplicemente "obbedito agli ordini" "evitato di cercarsi guai" "non ha fatto domande".

L'importanza di accettare la specificità dello sterminio nazifascista
È importante accettare la specificità dello sterminio nazifascista perché ci fa sbattere la faccia con il fatto che ci riguarda.
Spostiamo per un attimo lo sguardo dalle vittime ai carnefici. Erano i nostri nonni. Che forse non hanno ucciso nessuno, ma hanno evitato di cercarsi guai e di farsi domante. E se è successo ai nostri nonni, allora può succedere a noi, che di certo non siamo migliori. Magari però possiamo farci delle domande.
È importante accettare la specificità dello sterminio nazifascista perché è accaduto qui. Abito tutt'ora a meno di un chilometro da Borgomanero dove, ho scoperto per caso, c'era una piccola comunità ebrea oggi scomparsa. A pochi chilometri da Meina, dove vi è stata una strage di ebrei in fuga. Mia nonna a dodici anni sapeva che la sua compagna era stata fatta sparire ed era meglio non chiedere. Mia nonna non era un genio, se lo sapeva lei a dodici anni vuol dire che lo sapevano tutti. E quella famiglia è stata uccisa lo stesso.
È importante perché le vittime erano persone comuni. Ebrei, testimoni di Geova, rom, omosessuali, dissidenti politici. Loro si definivano semplicemente "italiani" (o "tedeschi" o "polacchi" o...). In molti ricordi di sopravvissuti ebrei ritorna una presa di coscienza improvvisa che sì, erano ebrei, neppure ne erano consapevoli, magari il fatto di non andare a messa la domenica non era per loro un fatto identitario. 

Dalla specificità al presente
E quindi no, non si ricordano il 27 gennaio tutte le vittime. Ma le vittime di una strage precisa, avvenuta all'epoca dei nostri nonni, messa in atto da persone comuni contro altre persone comuni. 
Il male peggiore che ricordano quasi tutte le vittime sopravvissute è l'indifferenza. 
Al loro ritorno hanno trovato di colpo tutti antifascisti e antinazisti.
Tutti quelli che hanno lasciato che fossero portati via.
Guardiamoci negli occhi, non solo il 27 gennaio, e ammettiamo che avremmo potuto essere vittime per un semplice giro del destino, dei genitori di una fede minoritaria, inclinazioni sessuali. Ammettiamo però che avremmo anche potuto essere carnefici. Non farci domande su quei vicini di casa, su quei compagni di scuola.

È da questa ammissione, io credo, che si debba guardare al presente.
Le vittime di allora non sono le vittime di oggi.
Ma i meccanismi umani dell'odio, quelli non sono diversi. Il modo di pensare dei nostri nonni non era così diverso dal nostro. Quindi oggi noi come guardiamo a chi, ancora nel 2020, solo per appartenere a determinate categorie, che per altro non sono poi così diverse, viene considerato di serie b. Per noi un essere umano è prima di tutto tale, o è per prima cosa altro, straniero, di fede diversa, di diversa inclinazione sessuale, diversa ideologia? Perché se per prima cosa è altro, il rischio di non considerarlo essere umano, allora esiste. E se non è umano può essere discriminato, segregato, imprigionato senza processo... Ucciso?

Quante domande ci facciamo ora? Quanto siamo disposti a essere scudo all'odio?
Perché, ammettiamolo, l'indifferenza è tanto più facile. E genera campi di sterminio.

domenica 26 gennaio 2020

Aquila nella neve – letture


Amo cercare tra i libri usati romanzi di cui non so niente, di cui non abbia letto recensioni, riassunti, non conosca nulla dell'autore né sappia quantificarli in stelline. Libri che abbino ancora il potere di sorprendermi. Non è facile. Intanto è sempre più difficile per me trovare il tempo e l'occasione per curiosare. Anche la sorpresa, infatti, è un'arte che va coltivata. Bisogna mettersi in condizioni di farsi sorprendere, non basta sperare che accada. Ma anche la giusta condizione d'animo non è sufficiente. La sorpresa è un incontro e pertanto bisogna essere in due. Il lettore e il libro.

Aquila della neve è un libro di cui non sapevo nulla e che mi ha sorpreso per essere esattamente ciò che dichiarava di essere. Sulla copertina, come potete vedere, si legge "la più importante ricostruzione letteraria sulla caduta dell'Impero romano". Ma quando mai le frasi sulle copertine dei libri dicono il vero?

A quanto pare questa è l'eccezione che conferma la regola, perché sì e senza alcun dubbio, Aquila nella neve è la più importante e migliore ricostruzione letteraria della caduta dell'Impero.

C'è un enorme senso di stanchezza che pervade tutto il romanzo. Maximus e Quintus sono ufficiali di una Roma che non hanno mai visto, a cui non appartengono, essendo entrambi figli di popolazioni che sono state asservite e poi assimilate, che con l'imperatore non hanno più in comune neppure il credo, Onorio è cristiano, loro sono tra gli ultimi seguaci di Mitra. Sono sin dalle prime pagine degli sconfitti che si muovono verso la sconfitta, sorretti forse solo da un sogno: se fossero vissuti in un altro tempo, quando Roma era grande, anche loro sarebbero stati riconosciuti come dei grandi. Hanno la consapevolezza dell'estrema fragilità di un impero che è ormai un gigante morente, corroso dalla corruzione e da una generale sottovalutazione della situazione reale. Nessuno pensa davvero che la frontiera germanica dell'impero possa crollare e quindi nessuno si cura delle sue condizioni, nessuno fa una sensata valutazione del rischio. Maximus e Quintus vengono spostati dalla Britannia al Reno, da una periferia all'altra, con la sola illusione di poter ritardare un disastro ineluttabile che, invece, non si può ritardare.
C'è una descrizione precisa, quasi meschina di tutto ciò che li ostacola. Non certo il vescovo, che sì, non li capisce, li considera pagani, ma tutto sommato ne rispetta l'integrità morali e gli sforzi. A distruggere Roma, più che le tribù che si accalcano, sono i rifornimenti che non arrivano, le spade di pessima qualità, la burocrazia insormontabile, gli infiniti tempi di risposta alle domande di nuove armi, la gente che non ha nessuna intenzione di arruolarsi, convinta che tutto sommato la propria vita non possa cambiare poi tanto. Del resto i "romani" difesi da Maximus non sono altro che "barbari" diventati romani da una o due generazioni, cui gli "invasori" non sono che dei cugini. Siamo noi lettori, ovviamente, a sapere che quei "cugini" sono a loro volta pressati dagli Unni che quello che preme alla frontiera è un cambiamento che forse non c'era modo di fermare, ma che avrebbe spazzato via la romanità.
Ed è la romanità imbastardita un'altra forza del romanzo che ci riporta in un mondo in cui ormai tutti o quasi erano cristiani, ma in cui si andava ancora ad assistere ai giochi con le belve. In cui sopravvivevano le usanze romane, portate ai confini dell'Europa, in un mondo che ineluttabilmente, ma con un'apparente lentezza, si andava a instradando verso il medioevo.

L'autore, poi, gioca col lettore proponendo e sviando tutti i cliché del romanzo storico e romano in particolare. Tutti o quasi conosciamo la trama base di Ben Hur, trama base di moltissime altre narrazioni storiche ambientate in epoca romana: due uomini cresciuti insieme si trovano a prendere strade opposte, si affrontano come nemici, salvo poi arrivare a una sorta di pacificazione finale. Tutto ciò c'è anche in Aquila nella neve. Nelle prime 30 pagine. Come a dire che quella storia, una storia così pienamente romana è ora impossibile, ma i protagonisti l'hanno mancata di poco. Sono cresciuti in un impero, moriranno in un'altra epoca. Non si fugge neppure all'altro cliché, il protagonista scopre che l'amata moglie lo tradisce col migliore amico. Ma lo scopre quando la moglie è già morta da anni, l'amico è ancora al suo fianco e davanti hanno solo i nemici che li annienteranno. La rabbia diventa malinconia triste e senso di impotenza. Maximus non è sconfitto dai nemici o dal tradimento, ma dai tempi in cui ha vissuto.

"È mio dovere"
"Verso chi? Verso un imperatore che pensa solo ai suoi polli? Verso un vandalo corrotto che pensa solo ai suoi affari? Verso la gente di Gallia che non alzerebbe un dito per aiutarti?Verso i tuoi uomini che ti seguono solo finché ricevono la paga?O verso la memoria di tua moglie?"

Quello che ne risulta è un romanzo particolare. Non lo si può definire avvincente, perché accade poco e ciò che accade è ineluttabile e per tanto ben prevedibile. Ma ti porta in un mondo preciso, visto da un'angolazione particolare, quella del limes, il confine ultimo, dove si può vedere l'ultima luce di un mondo morente.
Non è un libro per tutti è, indubbiamente, il miglior romanzo sulla fine dell'Impero Romano.

PS: in questi giorni ho fatto ben altro oltre a leggere. Sono andata con gli alunni ad incontrare Liliana Segre. Ho anche iniziato a scrivere un post in merito, ma mi sono mancate le parole, non sono riuscita a scrivere nulla che valesse la pena di leggere. Spero di trovarle in futuro. Di sicuro, la mia già enorme ammirazione per la senatrice si è accresciuta e invito tutti a cercare la sua testimonianza in rete.

PPS: per chi volesse, ricordo che è disponibile l'ebook La spada di Emarana, primo di quattro ebook dedicati alle Cronache delle Ley

domenica 19 gennaio 2020

La spada di Emarana disponibile in Ebook




romanzo breve (59 pagine) - Può la spada di una donna trasformare un ragazzo in un uomo? Parte da questo presupposto una nuova saga fantasy che vi trasporterà in un universo straordinario!

Torvil an’Parshi forse è tornato nel Leynlared solo per farsi uccidere dalla mano di un figlio che non ha mai conosciuto. Contemplare le macerie della propria vita non è, però, la sua unica occupazione, quella ufficiale è cercare di trasformare il gracile figlio quindicenne del leylord in un guerriero. Oppure ucciderlo, giacché le Ley, un insieme di terre assediate dal gelo e dai nemici, non possono permettersi un sovrano debole. Ma tra lo spadaccino disilluso e l’adolescente nasce un’inaspettata intesa. A Torvil spetta quindi il compito di forgiare l’anima del giovane Amrod e trovare un’arma con cui possa combattere nella Mischia Invernale, una competizione mortale che si svolge nei giorni senza luce degli inverni delle Ley. Nel farlo, forse, Torvil troverà anche un modo per affrontare il proprio passato e quel figlio che ha pagato il prezzo dei suoi errori.
Con La spada di Emarana iniziano le Cronache delle Ley e le vicende di Amrod del Leynlared.
Ci siamo, è già prenotabile, e  disponibile da martedì 21 gennaio, La spada di Emarana, ebook edito da Delos Digital in collaborazione con l'associazione RiLL. Si tratta della prima di quattro pubblicazioni che andranno poi a connettersi con i racconti già pubblicati nella raccolta La spada, il cuore e lo zaffiro


Vi porterà nelle Leynlared, un regno ben presto destinato a frammentarsi in una spietata guerra civile, al cui centro vi è il diritto a regnare del principe Amrod, il ragazzo che vedete al centro della copertina dell'antologia. Non è, però, lui l'unico protagonista di quella che è invece una storia corale. Il primo sguardo sul Leynlared, per chi leggerà il racconto, sarà infatti quello cinico dello spadaccino Torvil an'Parshi, un uomo che ha gettato via ben più della propria vita, per una storia impossibile.
Gli amori impossibili è, infatti, il filo conduttore che lega i racconti e che in qualche modo accomuna tutti i personaggi che si succederanno nelle pagine.

Che cosa aspettate, quindi?
Il romanzo breve è già disponibile per la prenotazione qui


Un grazie speciale alle persone che hanno reso possibile questa pubblicazione, a tutti coloro che, assai più di me, hanno creduto nelle possibilità del Leynlared, e in particolare a Alberto Panicucci, senza il quale mai avrebbero visto la luce, e a Andrea Franco, curatore della collana fantasy di Delos Digital