martedì 16 aprile 2019

E poi...


I colloqui con i genitori...
E poi...
Il corso sulle Unità di Apprendimento (ci avessi capito qualcosa...)
E poi...
Il corso sulla Metodologia Senza Zaino (bello, da ragionarci su, da scriverci qualche post...)
E poi...
Il corso sull'Autostima (grazie, sempre un gran bisogno di autostima, ma proprio adesso...)
E poi...
I consigli di classe (verbali, altro che scrittura creativa...)
E poi...
Le riunioni per le nuove adozioni dei libri di testo (e magari leggerli e guardarli i libri prima di decidere...)
E poi...
Il PON sull'ambiente, con il CNR, le cozze di lago e il comune da contattare (e qui più che un post ci esce un romanzo...)

Se trovo un altro che dice che gli insegnanti non lavorano lo tiro sotto con l'auto, prendetela pure come una confessione, che in galera magari dormo un po'...

Volevo però ringraziarvi dei tanti bei consigli che mi avete dato sia in coda al post precedente che privatamente. È stato molto bello vedere tante persone che ci tengono a me, mi consigliano un sacco di cose, alcune davvero interessanti!

E poi a questo punto conviene che parta con gli auguri, che qui è un attimo ed è subito uovo e colomba (e vacanza, qualche giorno di benedetta vacanza).

TANTI CARI AUGURI DI BUONA PASQUA!!!

lunedì 8 aprile 2019

Il romanzo di cui non so che fare


Da circa una settimana sono tornata consapevole di avere un buon romanzo nel cassetto.
Che sia buono non è un'opinione solo mia. Non sapendo bene che farci, l'hanno scorso l'ho mandato al Premio Tedeschi, di cui conosco la serietà, anche se non è un giallo puro. Come prevedibile non ha vinto, ma è entrato nella rosa dei finalisti. Poi l'ho un po' tenuto lì, mandato a concorsi senza speranza, non sapendo bene cosa farci.

Do per assodato che sia un buon romanzo. Non è una cosa da storia della letteratura. È una lettura leggera, spero divertente, spero intelligente, ma mi rendo conto che non è qualcosa di cui il mondo non può fare a meno. Che opzioni ho per lui?

Ho in mente un discreto numero di case editrici  piccole e medio-piccole che mi piacciono, che lavorano bene e che presumibilmente potrebbero essere interessate al mio romanzo. Ma. C'è un ma grosso come una casa.
Io sono una mamma-lavoratrice-scribacchina. Ho davvero pochissimo tempo e zero mobilità. Pochissimo tempo per fare cose con testa che esulino dall'immediato. Per fare un esempio. Mi ha contattato un museo archeologico per farmi vedere dei reperti del tipo su cui ho fatto la tesi e di cui capisco qualcosa. È una cosa che mi piace, mi appassiona e di cui sono competente. Ci ho messo una settimana a analizzare tre fotografie. Una settimana. Per tre fotografie.
Le case editrici medio-piccole vanno sostenute e appoggiate. Bisogna dedicarsi alla promozione, andare alle presentazioni, organizzare le presentazioni. E io ci ho messo una settimana a analizzare tre fotografie. 
In questo momento della mia vita, purtroppo, un eventuale forte impegno in promozione è fuori discussione.

Potrei pensare a un editore che lavori solo sul digitale. Non lo so. Ho come l'impressione che il lettore, probabilmente le lettrici ideali di questo romanzo preferiscano il cartaceo. È un'idea, non una certezza, sia chiaro. Però il solo digitale ancora non mi convince.

Il self non fa per me. Intanto richiederebbe un impegno di tempo che non ho e delle capacità tecniche che non ho. Oppure dei soldi per subbappaltare ad altri che non ho.
"Non ho" mi sembra la costante di quest'opzione.
E poi il self, con tutto il rispetto che ho per alcuni autori, continua a non convincermi. 
In questo periodo sto pubblicando delle storie su EFP. Lo faccio in anonimato e mi sembra di aver raggiunto un certo equilibrio con il mio neppure così sparuto gruppo di lettori fissi: nessuno di noi paga. È un gioco, a cui io già forzo la mano, perché porto la storia su binari diversi da quelli abituali in quel contesto, ma rimane un gioco. 

Potrei cercare di avere un parere professionale su cosa cosa sia il caso di fare. Le cose professionali, tendenzialmente, si pagano ed è anche giusto così. Purtroppo i costi si aggirano intorno all'equivalente di una retta di asilo nido o più e quindi al momento, per la mia economia famigliare, non sono caramelle.

Posso tenerlo nel cassetto, che tanto il mondo va avanti lo stesso.
Però è un buon romanzo. Lo so che è un buon romanzo e mi spiace non dargli una possibilità.

Si accettano consigli

lunedì 1 aprile 2019

Finzioni – Piovono libri


Il prescelto per questo mese del gruppo di lettura è "Finzioni" di Jeorge Luis Borges, un libro talmente particolare, che sono giorni che mi arrovello sul post, senza sapere da dove cominciare.

Inizierò dal modo che mi è più congeniale, da me stessa e da una storia.
Quando mio nonno è morto ci ha lasciato una sorta di casa biblioteca. Qualsiasi cosa si aprisse, cassetti, ante degli armadi, porte dei solai, rivelava libri. Libri e ancora libri. Libri che mio nonno doveva aver raccolto nei modi più disparati, per lo più ereditando o facendo modo di ereditare, libri altrui. Il più vecchio è un'edizione di Marziale del XVII secolo, il più recente era stato acquistato appena pochi giorni prima della sua morte.
Per anni, dalla terza media alla fine del liceo, io ho dedicato qualche settimana ogni estate per cercare di catalogare tutto quel ben di dio, di cui una parte, per mere ragioni di spazio, andava in qualche modo smaltita. Non credo neppure di essere riuscita a catalogarli tutti e ho trovato veramente quasi ogni cosa, un testo sull'allevamento dei conigli in tedesco di inizio '800 (?) e un intero scaffale dedicato a sant'Agostino.
Avevo finito il quarto anno del liceo quando sono arrivata a intaccare la soffitta. In una cassetta ho trovato tre libri di una di quelle edizioni da allegato di periodico. Formato minuscolo, ma ottima carta. Tre libri che ho immediatamente deciso di leggere, diversissimi, ma che a modo loro hanno contribuito alla mia formazione. La linea d'ombra di Conrad, Il kamasutra e Finzioni di Borges.
Ora, che questi tre libri siano finiti in una stessa collana e che di quella collana, sicuramente più ricca, solo questi tre libri mio nonno abbia voluto conservare è già uno spunto degno di un racconto di Borges.
Letto in quel momento, Finzioni, è stato una sorta di ubriacatura intellettuale, inebriante e vertiginosa come solo come possono essere le esperienze adolescenziali.

Adesso, a distanza di tanti anni, dopo aver letto molto altro, è estremamente difficile parlare di questo libro. Forse, ci vuole l'incoscienza dei diciotto anni per leggerlo e amarlo.

Come ha detto un'altra lettrice, non è e non può essere un libro per tutti.
Finzioni è ciò che dichiara il suo titolo. Una raccolta di racconti che è un monumento al potere creatore della mente, un'esercizio mentale di labirinti intellettuali in cui perdersi fino a sentire con mano quanto impalpabile sia la consistenza di ciò che chiamiamo realtà.
Quasi ogni racconto parte da un'analisi critica di opere o personaggi inesistenti i cui contenuti sfidano la nostra idea di realtà.
Universi inesistenti che si impongono sul reale, romanzi che indagano l'essenza della divinità o sfidano la consequenzialità del tempo sono solo alcuni degli spunti da cui partono i racconti di Borges.
Il tutto si basa su un humus metaletterario e colto ricchissimo, che sfida il lettore a cogliere i riferimenti, tra critica letteraria e mistica medioevale.

C'è, nei racconti di Borges, un altissimo livello di autocompiacimento letterario, un mostrare e pavoneggiarsi della propria cultura, che dona anche al lettore il piacere di riconoscersi "all'altezza". C'è, tuttavia, anche qualcosa che va oltre questo.

Rileggendolo adesso, mi sono resa conto di essere forse troppo cinica e troppo attenta. Seguo maggiormente il gioco delle citazioni, l'aspetto metaletterario, rimango distaccata. Ma non mi arrischio più a perdermi in questi labirinti com'era accaduto a diciott'anni.
Allora quello che mi aveva colto era la sottile inquietudine di non distinguere più tra realtà, finzione e percezione. L'idea di una mente che non abbia più alcun vincolo, al punto di ipotizzare che la divinità incarnata sia Giuda e non Gesù. E che cosa può accadere se ci svincoliamo a tal punto dai nostri limiti autoimposti? Possiamo immaginare tutto, mettere in discussione persino la percezione del tempo. Ma se il tempo, insegnano i fisici, è in gran parte una questione di mera percezione e gli universi possono davvero essere infiniti, quante di queste finzioni non possono essere che tali?

E forse, in un qualche modo, viviamo davvero nella Lotteria di Babilonia, dove tutto è stabilito dal caso e non ci resta, per trovare un ordine, che costruirci un universo regolato e fittizio in testa. E fingere che sia vero.

lunedì 25 marzo 2019

Prima di Dracula – Letture


Non ho molta simpatia per il vampiro moderno. 
Ma da archeologa in disarmo, affascinata dal passato, vorace divoratrice di storie, ho invece un'enorme curiosità sul vampiro come elemento del folklore. Ho letto parecchio a proposito, ma un libro così approfondito e documentato come questo di Tommaso Braccini, uno che sulla carta d'identità alla voce "professione" invece che "professore universitario" potrebbe scrivere tranquillamente "cacciatore di non morti", non l'avevo mai trovato.

Si tratta di una vera e propria indagine sull'origine del mito del vampiro, con risultati, per me, che pure sull'argomento pensavo di sapere due o tre cose, del tutto inediti e sorprendenti.

Bullismo contro i non morti

Con il rigore scientifico che contraddistingue questo testo, si parte da cosa può definire un vampiro tale.
Non il nutrirsi di sangue, che pare essere stato l'ultimo elemento aggiunto in tempi moderni a una figura già definita. Quindi, a fare del vampiro un vampiro è l'essere un morto che non si decompone, che può andare in giro con il proprio corpo, pur risiedendo ufficialmente nella propria tomba.

Sulla base di questo, Braccini, va a caccia di miti antichi, ovviamente in Grecia, sia perché il vampiro come lo conosciamo noi è legato all'area balcanica, sia perché la Grecia ha una tale stratificazione di miti che ci si può trovare di tutto o quasi.
La Grecia non delude e regala non uno ma due miti di morti che lasciano con tutto il loro corpo la sepoltura. La vera sorpresa, però, è che sono tutto meno che temibili.
Il primo, intriso di quel razionalismo che solo nella Grecia classica si può trovare, ha quasi la forma di un racconto giallo.
Un giovane viene ospitato da due coniugi che hanno perso la figlia appena prima che questa si sposasse. Di notte, il giovane riceve la visita di una bellissima ragazza di cui subito si innamora e pertanto si scambiano dei gioiello come dono. Il giorno dopo, però, i due coniugi riconoscono nella camera dell'ospite un gioiello della figlia, che le avevano messo addosso per la sepoltura. Qui parte la trama gialla. Chi è la misteriosa ragazza? Appartiene a una banda di tombaroli? Che ne sarà stato della tomba di famiglia dei coniugi? I genitori, preoccupati, visitano immediatamente la tomba, trovano la figlia morta nella bara, tutto è tranquillo, ma accanto alla bara c'è il dono del loro ospite. Quindi la seconda sera si appostano vicino alla porta della camera. Sentono qualcuno entrare dalla finestra e, quando fanno irruzione, trovano la figlia, apparentemente viva, tra le braccia dell'ospite. La ragazza, però, si dispera. Voleva solo provare l'amore che la vita le aveva negato e, se fosse riuscita a farsi amare tre volte da un vivo, forse (il brano qui è lacunoso), sarebbe tornata in vita. Così come stanno le cose, però, può solo cadere stecchita di fronte ai genitori, senza che all'ospite accorra alcun danno per la sua frequentazione.

Il secondo racconto è ancora più triste. Il morto che torna è un calzolaio padre di famiglia che di notte fa rientro a casa per aggiustare le scarpe dei figli e tagliare la legna. Il paese è piccolo, però, la gente mormora che la fresca vedova si veda con un altro e quando si scopre che l'altro è invece proprio il marito morto, il paese insorge. Il povero calzolaio è preso e bruciato vivo...ops, non morto.

Insomma, all'inizio questi poveri ritornanti non sembravano affatto male intenzionati, anzi. Certo che a furia di prenderle da paesani isterici sarà passata anche a loro la voglia di sistemare i lavori domestici e avranno preso a togliersi sfizi più sanguinosi!

Vampiri, eretici e missionari creativi

Ma come è diventato il mite ritornante che vuole aggiustare le scarpe ai figli il vampiro che tutti conosciamo?

Ci sono più risposte. Una è che probabilmente il mito del vampiro nasce dal fatto che ogni tanto si apriva una tomba e si trovava un cadavere non decomposto. Questo accedeva più o meno ovunque nel mondo e quindi si hanno più o meno ovunque miti simili a quelli del vampiro. Il libro ne ripercorre un po' e devo dire che ho trovato particolarmente affascinanti i vampiri inglesi.

Rimanendo in area balcanica, e quindi sotto la chiesa ortodossa, la cosa, però si fa complicata e affascinante.

Giravano nel medioevo varie eresie che dicevano che il mondo in realtà l'ha creato il demonio e che quindi tutto ciò che ha a che fare con la corporeità è male. In Occidente i più famosi di questi eretici sono i Catari, che però sono stati sterminati e nulla ci rimane del loro folklore. In Oriente i parenti dei Catari sono i Bogomili.
Il discorso fatto dai Bogomili è semplici: se il mondo è del diavolo e il corpo umano è del diavolo, il diavolo può riappropriarsi letteralmente di un corpo dopo la morte, sopratutto se è quello di un peccatore. Può animarlo e andarci in giro. Peggio, un peccatore potrebbe volere proprio questo e fare un apposito patto perché questo accade.
Quindi i Bogomili pensano che alcuni corpi di peccatori possano rianimarsi. I bravi cattolici ortodossi, digiuni di teologia dualistica, sentono solo la voce che secondo gli eretici alcuni corpi possono rianimarsi, magari per patto con il diavolo. Quindi, per semplificazione, gli eretici dopo la morte si rianimano. Di più, se si trova un cadavere non ben decomposto, è sicuramente di eretico e pronto a saltare su. Per fare cosa? Vendicarsi dei torti subiti, fare male a casaccio, seminare pestilenze e cose simili.
La Chiesa Ortodossa come si pone di fronte a questa credenza diffusa? Beh, se un corpo incorrotto è un corpo di eretico, i parenti dovranno pagare apposite preghiere perché anche l'anima dell'eretico possa essere salvata. Insomma, è un'opportunità di guadagno.
La gente comune, però, capisce solo che anche la Chiesa Ortodossa avvalla l'idea che i corpi non decomposti siano malvagi e quindi, magari, in grado di nuocere. Quindi nel dubbio preferiscono smembrare e bruciare il corpo, spesso con l'aiuto del prete ortodosso di campagna, piuttosto che pagare preghiere di dubbia efficacia.
E la Chiesa Cattolica come reagisce? Mandando missionari che dicono in sostanza che è meglio convertirsi perché i morti cattolici non diventano mai vampiri!
Insomma, non c'è assolutamente nessuno che dica che i morti non escono dalle tombe, anzi, la discussione è solo come evitare di diventare vampiro e cosa fare quando se ne incontra uno.
Quindi dal medioevo fino addirittura gli anni '30 del '900 la bella, solare Grecia è di fatto la patria per eccellenza dei vampiri dove "non passa anno senza che ne venga ritrovato uno". Ci sono fior fior di resoconti di viaggiatori occidentali allibiti di fronte a quest'abitudine, in caso di qualsiasi cosa che non vada (epidemia, morti sospette, cattivi raccolti), di cercare nel cimitero un morto che sembra meno morto di altri per poi smembrarlo e dargli fuoco.

E dalla Grecia, questa Grecia, passano Byron e Polidori e il resto è letteratura...
Senza nulla togliere, ovviamente, alle altre tradizioni più o meno indipendenti sui morti inquieti che si mescolano, traferiscono tratti, facendo sì che il vampiro moderno risulti una sorta di gigantesco mostro agglutinante  che ha pescato caratteristiche qua e là tra le paura di mezzo mondo.

Il libro termina con una serie di "casi studio", cioè indagini sul vampirismo fatte in tempi più o meno moderne con metodi più o meno scientifici e lo studio di alcune sepolture anomale, come quella del famoso (almeno in un certo ambiente) Vampiro di Venezia.

Morale della favola: nel caso apriste delle tombe e trovate uno scheletro con un paletto nel cranio o il cranio staccato e i piedi spezzati probabilmente è un vampiro ma già ucciso in antico. Se invece avete a che fare con un vampiro vivo... ehm, morto e vegeto, seguite la saggezza dei greci: squartarlo e poi un bel rogo.

Il libro invece è assolutamente consigliato a chiunque sia affascianto dal folklore. Si tratta di un testo assolutamente scorrevole e comprensibile, mentre il ricco apparato di testi permette un approfondimento a chi cerca qualcosa di meno divulgativo.

lunedì 18 marzo 2019

Due cose che so (davvero) sui cambiamenti climatici


Dopo le manifestazioni di venerdì, dopo aver letto e ascoltato, prima incuriosita e poi sempre più basita alcune polemiche, sento di dover dire la mia.

In tempi non sospetti, siamo nel 2000, due volte alla settimana facevo una sorta di viaggio iniziatico. Entravo nella facoltà di Scienze Naturali dell'Università di Pisa, prendevo prima lo scalone insieme a decine se non centinaia di studenti, ma poi deviavo verso un corridoio secondario. Prendevo una scaletta stretta, attraversavo un corridoietto con sulle pareti teschi che prima erano di animali vari, poi di scimmie e poi decisamente umani, facevo un'altra scaletta e infine arrivavo al laboratorio di Ecologia Preistorica, insieme agli altri 5 coraggiosi studenti. Io e un giovane sardo eravamo gli unici a provenire da quello strano corso di multifacoltà che era Conservazione dei Beni Culturali, gli altri erano scienziati di Scienze Naturali e ogni tanto, ma abbastanza spesso, si univano strane figure straniere che prendevano un sacco di appunti.

Ecologia Preistorica, di cui credo ci fossero 5 cattedre sparse in tutto il mondo, è la disciplina che studia il cambiamento del clima e suoi effetti sugli ecosistemi nel tempo.
Le strane figure straniere erano climatologi che volevano creare modelli sul cambiamento climatico in atto partendo dagli unici dati possibili: i cambiamenti climatici del passato.

Alla luce di questo credo di sapere un paio di cosette interessanti, inquietanti e scienticamente corrette sul cambiamento climatico.

Riassumendo.

Cambiamento climatico per principianti

Il clima non è fisso è immutabile, le ere glaciali lo stanno a dimostrare, ha delle ciclicità che grossomodo durano 100000 anni e sono dovute, parrebbe, all'attività solare. Il riscaldamento globale in atto, però, non è causato dal sole. Non è causato da particolari attività vulcaniche, l'altro grande imputato, meteoriti non ne sono cadute. Resta sono l'uomo.

Un cambiamento climatico globale con effetti macroscopici sugli ecosistemi è dovuto a un cambiamento minimo delle temperature medie. 5 gradi in media di più o di meno sono più che sufficienti a determinare un'era glaciale o un riscaldamento globale.
Quindi quando si parla di un grado o due in più di media, no, non è poco.

La grossa differenza non la fanno gli inverni ma le estati. In particolare il ghiaccio che si accumula o si scioglie durante l'estate. Quindi "guarda che freddo ha fatto quest'inverno, riscaldamento globale un corno" non ha alcun senso. L'unica domanda utile è: i ghiacciai perenni sono più grossi o più piccoli?

Che cosa ci aspetta?

I modelli realizzati sui cambiamenti climatici del passato ci dicono alcune cose inquietanti:

Quando il clima si fa più freddo, il cambiamento è più graduale e senza fenomeni climatici estremi, invece verso il caldo il cambiamento è repentino, con effetti traumatici per gli ecosistemi.

Il ghiaccio si scioglie e il mare si alza. Prima piano piano e poi di botto. Nell'ultimo grande riscaldamento globale, la fine dell'era glaciale, a un certo punto il mare si è alzato di 100 metri in 100 anni. Questo vuol dire letteralmente veder sparire intere pianure. Il Mar Nero era una pianura abitata. A un certo punto il Mediterraneo è tracimato oltre i Dardanelli, allagandolo di botto. Questo evento traumatico probabilmente noi lo chiamiamo "Diluvio universale", nel senso che i miti sul diluvio universale, più o meno diffusi ovunque probabilmente raccontano proprio questo terribile innalzamento del livello marino.
Sempre intorno al 2000 alcuni scienziati per sensibilizzare l'opinione pubblica mandarono in onda un finto spot di una immobiliare che proponeva dei palazzi chiamati "Mare Domani" posti mi pare nell'entroterra romagnolo. La pubblicità diceva che erano un ottimo investimento, perché nel 2030 sarebbero stati proprio in riva al mare.
Non so voi, ma io una cosa del genere non ci tengo a viverla.
Vi ricordo che per un Noè che si è salvato c'è un sacco di gente che non ce l'ha fatta.
Voi come siete messi con la preparazione dell'arca?

Quando tanta acqua proveniente dallo scioglimento dei ghiacciai arriva in mare, è acqua fredda. E questo va a incasinare le correnti oceaniche. Tutti alle medie, spero, abbiamo studiato gli effetti benefici sul clima europeo della Corrente del Golfo. Vogliamo toglierli?
Ora, questo è già accaduto circa 10000 anni fa, ma i nostri antenati non ci hanno lasciato grandi documenti scritti per capire come abbia influito sulla loro vita (certo, sappiamo che gran parte degli animali di cui si nutrivano si sono estinti e loro hanno dovuto rassegnarsi a zappare la terra...).
Però sappiamo dalle indagini sui pollini che nel bel mezzo del riscaldamento globale, mentre il mare si alzava, fiorivano in centro Europa ogni tanto delle piante artiche. Vuol dire che globalmente faceva più caldo, ma che qui c'erano dei periodi davvero molto freddi. Presumibilmente ciò era dovuto all'incasinarsi delle correnti oceaniche.
Voi le serre ce le avete pronte?

Ma io questa cosa non la vedo! Ce ne preoccupiamo solo per gli orsi bianchi?

Non la vedete? Io sì. Nel senso che ascolto quello che dicono gli agricoltori della mia zona, il Piemonte. La risicultura è in crisi perché abbiamo dei periodi di siccità inaudita che mette a rischio l'allagamento delle risaie. L'industria del vino è in crisi perché le viti di nebbiolo (quello del Barolo) iniziano a risentire dei cambiamenti. Le vendemmie sono più scarse e la qualità del vino minore.
Sono piccoli segnali di un cambiamento in atto. Ricordo che all'inizio il cambiamento sembra minimo e poi si fa inarrestabile.
Pensate davvero all'impatto che ha il fatto che le colture tradizionali di una zona nel giro di pochi potrebbero non essere più adatte per quel posto...

E gli orsi bianchi... Gli orsi bianchi, poverini, sono un passo davanti a noi. Nel senso che ne sono già morti davvero tanti. Quelli che non sono morti sono nati già in un periodo di magra. Alcuni hanno reimparato a cacciare sulla terra ferma. Hanno incontrato le altre popolazioni di orsi, scoprendo di essere ancora interfertili e sta spuntando "l'orso grigino", una sorta di specie ibrida nata da questi incontri. Insomma, gli orsi, globalmente e come specie ce la faranno.
Ma io ho esordito con "ne sono già morti davvero tanti".
Anche l'umanità globalmente e come specie penso ce la possa fare. Ma con quante perdite?

Ma l'impatto di ciò che posso fare io è minimo!

Insomma. Nel senso, ci sono cose che se le fa una persona sola tanto vale, ma se le facciamo tutti le cose cambiano.

Le mucche (anche i maiali e tutti gli animali a basso tasso di riproduzione) inquinano e bevono tanto. Questo è un fatto. Ridurre se non eliminare il consumo di carne o di certe carni un impatto globale ce l'ha.
A me personalmente la bistecca piace e trovo che la carne abbia un valore anche culturale. Però preferisco consumarne decisamente meno, proveniente da allevamenti sensati e controllati, perché comunque l'arca non la so costruire.

Le auto inquinano. Gli aerei inquinano. Preferire mezzi di trasporto a minor impatto ambientale avrebbe un effetto sia locale (il Nord Italia è tra le aree con l'aria peggiore dell'Europa) che globale. Questo non vuol dire girare tutti in bicicletta, se non è possibile, ma preferire i motori meno inquinanti, cercare di far viaggiare meno auto quando possibile, preferire, quando possibile il treno all'aereo.

I rifiuti bene non fanno, la plastica in particolar modo, quindi ridurre la produzione di rifiuti ha un effetto benefico locale.

Queste tre cose le possono fare tutti e, se le fanno tutti, c'è davvero un effetto sia locale che globale. Basta, non basta? Di certo aiuta. Su una sfida che si gioca sul mezzo grado globale io direi che tutto ciò che si può fare va fatto.

Ma tanto i giovani sono stati manipolati, volevano solo saltare la scuola...

Può essere.
Abbiamo appena finito di lamentarci dei trapper che inneggiano alla droga e dobbiamo iniziare a lamentarci di chi inneggia a inquinare meno?

Questi giovani attivisti smuoveranno degli interessi? Certo, come i giovani cantanti, i giovani attori, i giovani olimpionici, insomma, tutti coloro che si trovano alla ribalta molto giovani.
Quindi, o mettiamo il limite dei 18 anni per qualsiasi cosa, sport e cinema inclusi, o accettiamo il fatto che a 15, 16 anni (età a cui non troppo tempo fa ci si sposava e si andava in guerra) uno possa dire la sua. Ovviamente si muoveranno anche degli interessi. Ma tra un giovane trapper che inneggia alla droga e un giovane attivista che promuove uno stile di vita più compatibile con la nostra sopravvivenza io non ho dubbi su chi scegliere.

Ho seguito molto poco il fenomeno Greta perché dall'alto della mia spocchia non ritenevo di aver bisogno di essere sensibilizzata ulteriormente. Farei comunque notare che la ragazza ha 16 anni e non 6 e che ci sono in attività e ci sono stati fior fior di scienziati con sindromi dello spettro autistico.
È triste che ci sia bisogno di un simbolo, eccolo tutto.


In ogni caso l'unica domanda utile è:
cosa stiamo facendo in merito a riscaldamento globale? A che punto siete con la costruzione dell'arca?

lunedì 11 marzo 2019

Ultime considerazione sullo scrivere sceneggiature per fumetti


Ho ufficialmente terminato il mio primo tentativo di scrivere una sceneggiatura per fumetti.
Ho anche cercato di contattare qualcuno nell'ambiente per capire cosa ne potessi fare, ma la risposta non è stata molto confortante. Si tratta di un mondo piuttosto chiuso, in cui ci si tende a fidare di nomi già noti o di persone che abbiano fatto determinati percorsi, proprio perché è una scrittura molto tecnica. Ho provato comunque a spendere quel poco che avevo da spendere in termini di curriculum per cercare di far arrivare a qualcuno il mio plico. Speriamo in bene.

Continua a pensare che ci siano storie che si prestano per la narrativa e altre che necessitano di altri mezzi e non c'è veramente modo in cui questa storia in particolare possa convincermi se trasformata in un racconto o in un romanzo. 

Cercando di trasformare quella che era una pura idea in qualcosa di comprensibile dall'esterno e dotato di un minimo di professionalità, mi sono imbattuta in alcuni problemi solo in parte previsti e prevedibili, che volevo condividere qua.

La dittatura delle tavole
Avete in mente lo sconforto che si prova nel preparare un testo per un concorso che prevede un numero minimo e un numero massimo di battute? Ci si sente vincolati, si morde il freno, perché la nostra storia no, non merita di sottostare ad alcun vincolo.
Ecco, bazzecole.
I fumetti hanno per lo più formati standard. Hanno un numero preciso di tavole. Non da un minimo di a un massimo di... Proprio un numero preciso e poi stop.
È preferibile che alcuni snodi avvengano all'incirca alla tavola numero qualcosa (in un formato bonelliano, ad esempio, la prima parte termina intorno a tavola 14), ma la fine è inderogabile.
Certo, ci sono poi prodotti più autoriali che non sottostanno a queste regole ferree, ma se sei, come me, una signora nessuno che si propone con una nuda sceneggiatura, forse è meglio dimostrare di saper stare in uno schema.
Ci so stare in uno schema?
Con una fatica immane.
Dopo questa esperienza prometto solennemente di non lamentarmi mai più per un vincolo di battute. Che per quanto stretto non sarà mai come il dover tassativamente uccidere un personaggio a tavola 48 e concludere il tutto a tavola 94, costi quel che costi.

Ma quanto lo devi conoscere un personaggio da fumetto?
Un personaggio da fumetto è, di solito, sinonimo di personaggio dalla psicologia basica, di carta velina.
Può essere. 
Può darsi, anzi, per certi versi è inevitabile che la psicologia di un personaggio da fumetto sia creata per semplificazione, riassumibile in poche righe.
Uno dei miei personaggi è "uno schiavo fuggiasco che nasconde il suo passato e desidera la verità e la libertà per la sua gente". 
Ma quanto è alto questo personaggio? Com'è pettinato? Com'è vestito? Che segni di riconoscimento ha?
In narrativa ci basta sapere se è alto o basso, possiamo concentrarci su alcuni particolari distintivi, lo sguardo, un oggetto che ha sempre con sé, ma magari non è sempre indispensabile sapere il modello di scarpe che indossa.
In un fumetto il disegnatore deve sapere esattamente chi è più alto di chi e di quanto. Non possiamo avere due personaggi più o meno della stessa corporatura con la stessa pettinatura, perché rischiamo di confonderli. L'abbigliamento deve essere definito nel dettaglio. Tendenzialmente un personaggio si veste sempre allo stesso modo e l'abito "fa il monaco", nel senso che ne diventa un tratto distintivo.
E se invece è indispensabile che cambi d'abito? Uno dei miei personaggi cambia spesso d'abito nella storia ed è importante che lo faccia. Dato che l'ambientazione è una sorta di 1890 alternativo, sono diventata un'esperta di moda dell'epoca, per fornire alla mia eroina un guardaroba adeguato e in linea col suo carattere. Ho passato un'intera serata alla ricerca di una vestaglia adatta...
Tutto questo, per altro, nella sceneggiatura non c'è. I personaggi, tutti quanti, vanno descritti a parte e alla fine si ha la sensazione che la sceneggiatura vera e propria sia solo la punta dell'iceberg del lavoro di scrittura su un fumetto.

Sinossi vs Soggetto
Chiunque si provi a fare lo scribacchino si è scontrato con le sinossi, quella cosa maledetta a metà tra il rissuntone e la presentazione con cui, spesso, ci giochiamo l'attenzione di un editore.
Nel fumetto la stessa cosa, più o meno, si chiama soggetto.
Pone all'incirca gli stessi problemi, cioè, come fare a dare, nel minor spazio possibile, tutte le svolte di trama, essere comprensibile e anche un poco affascinante?
Devo dire che di tutte le fasi del lavoro, forse il soggetto è quello che mi ha dato meno problemi. Non so se, dopo le difficoltà della sceneggiatura e la mole immane di schede personaggi e note all'ambientazione (tutte da riassumere e rendere chiare), alla fine questo era solo l'ultimo scoglio. Non se è perché, tutto sommato, dopo aver fatto sinossi di romanzi di duecento pagine, fare un soggetto su un fumetto di 94 tavole alla fine non poteva essere più complicato. Fatto sta che è stata la cosa su cui mi sono sentita più sicura.
La difficoltà è stata più che altro descrivere le immagini, così chiare nella mia testa, in pochissime parole per cercare di dare l'idea di quello che (sempre nella mia testa) è il forte impatto visivo della vicenda.

La forza delle parole
Io non so disegnare. Per quanto la mia immaginazione sia prettamente visiva, la mano non vuole collaborare. Anche gli omini stilizzati che ogni tanto scarabocchio alla lavagna per semplificare alcune spiegazioni mi vengono malissimo.
Nella mia ingenuità avevo pensato di corredare il mio materiale di fotografie e immagini trovate in rete, almeno per dare un'idea di massima (la famosa vestaglia ad esempio). Peccato che abbia scoperto che le mie possibilità di farmi leggere dalla persona che anni ha tenuto il corso di sceneggiatura a cui ho partecipato sono quasi nulle e legate unicamente all'invio cartaceo. Non ho una stampante a colori e, allo stato delle mie possibilità, aggiungere le immagini sarebbe stato solo un gran spreco di carta e inchiostro.
Quindi tutto il mio lavoro alla fine è stato un tentativo di tradurre delle immagini in parole perché possano essere di nuovo convertite a immagini. 
Si è trattato di un esercizio di chiarezza come pochi altri.
Un racconto, un romanzo, devono affascinare. Qui bisogna avere la precisione chirurgica di trovare esattamente il giusto nome a ogni cosa, perché altri si possano figurare la stessa cosa che ho in mente io.
Vada come vada, di questo, spero, farò tesoro.
Le parole sono pennelli con cui possiamo dipingere mondi interi.

giovedì 7 marzo 2019

8 marzo


Sono giorni che rimando questo post.
Quest'anno la festa della donna non può essere sono una mimosa e una caramella, ops, un cioccolatino. 
Vorrei scrivere di mamme, adottive ma non solo, tacitate dopo che si sono lamentate di minacce di morte ai figli, o di manifesti che additano come un "nemico" l'autodeterminazione delle donne, ma già altri lo hanno fatto meglio di me.
Io invento storie. Store che possono essere ambientate nel passato, altrove, ma che sono sempre specchio del mio presente.

In queste settimane ho provato a scrivere una sceneggiatura per fumetto. Non so se potrà mai vedere la luce. Ve ne lascio comunque un assaggio, perché il mio personaggio sa esprimere meglio di me le mie paure di oggi.

Giusto per rendervi comprensibile la vicenda, eccovi le premesse. Hanno sparato a un amico della protagonista, che è morto tra le sue braccia, presumibilmente perché aveva scoperto qualcosa. Ma lei è una donna, il suo fidanzato uno straniero e questo è ciò che accade.

Tavola 51
1/2) ricordo. Totale, inquadratura dall’alto. In una stanzetta spoglia, un poliziotto di mezz’età, robusto, con folti baffi neri, è seduto a un tavolo di legno. Sta interrogando Victoria, seduta dall’altra parte. La posa di Victoria è quella seria e composta che avrebbe un militare nelle stesse circostanze e contrasta con l’abito che indossa. Ha una mano posata sul tavolo. Scostato dal poliziotto con i baffi c'è un altro, più giovane, molto magro, sta trascrivendo a mano l’interrogatorio.
POLIZIOTTO CON I BAFFI: «Ricapitoliamo. Lei ha frequentato casa Morozov, la signora le ha insegnato a suonare il piano. Conosceva il tenente Jamenson, eravate amici. Ha avuto una relazione con lui?»
VICTORIA: «Eravamo legati da stima reciproca».

3) Ricordo. Controcampo. Si vedono il retro della testa del poliziotto con i baffi e il viso di Victoria. Lei è chiaramente preoccupata, ma sta guardando l’interlocutore negli occhi. La posa è sempre rigida e militare.
POLIZIOTTO CON I BAFFI: «La vostra è stata una relazione sessuale?»
VICTORIA: «Hanno sparato a Chris alla schiena, mentre veniva a casa nostra. Non vedo come la natura dei nostri rapporti possa aver influito».

4) Ricordo. Controcampo. Testa di Victoria ripresa da dietro, si vede il viso irritato del poliziotto.
POLIZIOTTO CON I BAFFI: «Un giovane straniero ha una relazione con una ragazza corteggiata da un ufficiale delle Ali Nere. Forse voleva liberarsi di uno scomodo avversario…»

5) Ricordo. Di nuovo controcampo. Mezza figura. Ora la preoccupazione è aumentata sul viso di Victoria. Ha la fronte aggrottata. La mano posata sul tavolo è stretta a pugno.
POLIZIOTTO CON I BAFFI: «Oppure entrambi avete collaborato per togliere di mezzo un corteggiatore invadente. Da una ragazza innocente mi aspetto che sia terrorizzata»
VICTORIA: «Mi creda, il fatto che sia lei a indagare sulla morte di Chris mi terrorizza». 

6) Esterno, Mezza figura. Victoria ancora appoggiata al lampione, Ardal accanto a lei.
VICTORIA: «Qualsiasi cosa dicessi, ero una donna. Qualcosa con cui ci si può rapportare solo in quanto corpo, da conquistare o possedere».