lunedì 18 ottobre 2021

La finestra di Orfeo – Letture


 

Sto trascurando il blog in modo indegno.

Questo principalmente perché Ottobre, che teoricamente potrebbe essere il mio mese preferito, è denso come melassa, è difficile muoversi dentro quando sempre nuove incombenze arrivano ad avvilupparmi con i loro tentacoli da polipo. C'è anche da dire che alcune cose su cui intendevo scrivere dei post sono state spostate. In ogni caso, non passo da qui da troppo tempo.

Con la promessa (che probabilmente non manterrò) di essere più assidua, oggi vi propongo un approfondimento su un manga storico (in tutti i sensi, perché datato e perché appartiene al genere storico) attualmente in corso di ristampa.


Riyoko Ikeda

La finestra di Orfeo

Riyoko Ikeda era nella mia testa "Quella di Lady Oscar" (o, meglio quella de Le rose di Versailles) e quindi mi sono avvicinata a quest'opera con un misto di attrazione e repulsione. Attrazione perché mi attendevo uno sguardo illuminante sul periodo storico trattato (Germania, Austria e Russia subito prima della Grande Guerra), repulsione perché temevo l'effetto minestra riscaldata. Esteticamente, infatti, Julius, la protagonista di quest'opera, è identica a Oscar e, come lei, è una donna cresciuta come un uomo. Forse, nel raccontare di quest'opera, è il caso di partire da qui.

Di donne in abiti maschili

Non so cosa attragga davvero la Ikeda nel raccontare di donne cresciute come uomini, ma so che la sua è un'indagine pungente, approfondita e dagli esiti tutt'altro che scontati. 

Tutti, più o meno, anche se solo grazie alla serie animata, conosciamo Oscar, quella cresciuta in ambiente militare perché "suo padre voleva un maschietto". Oscar cresce quindi per essere un soldato. Ama essere un soldato. Prova una vaga tristezza per le donne in generale e per sua madre e le sue sorelle in particolare che non hanno avuto la sua istruzione e non hanno la sua libertà. Quando viene delusa in amore, non perché mascolina, ma perché lui è innamorato di un'altra, un'altra con cui Oscar non può competere, essendo la regina, reagisce cercando di essere ancora più uomo. Abbandona il suo posto privilegiato nelle guardie reali, entra nella guarnigione di Parigi, si guadagna con le armi in mano il rispetto della truppa e le vengono aperti gli occhi sulla condizione della popolazione francese. I drammi di Oscar sono dovuti in minima parte al suo vivere da uomo e il suo ruolo di soldato le calza a pennello, al punto che appena decide di diventare "la donna di André" si mette a capo di un gruppo di disertori, facendo (e facendo fare al suo uomo) la fine che sappiamo. 

Julius è fatto di tutt'altra pasta. Julius odia essere considerato un maschio. Lo fa perché è obbligata e, in fin dei conti, per denaro. Suo padre ha avuto solo figlie femmine. Per un erede maschio è disposto a sposare l'ultima amante e intestare a quest'ultimo tutti i suoi averi. Pertanto la madre ha cresciuto la figlia come un maschio, ingannando tutti. Julius, divenuta adolescente, accarezza l'idea di rivelare la propria identità, ma poi si fa due conti e desiste. Come Oscar la sua condizione gli dà accesso a un'istruzione e una libertà inimmaginabili per una donna, ma Julius non ne gode, si strugge per gli abiti di trine mancati. Ha una sorella maggiore intelligente, che ha la capacità di guidare gli affari di famiglia, ma, in quanto donna, può solo se a capo di tale famiglia c'è un uomo, non può ereditare la parte maggiore degli averi e finisce per rimanere zittella. Julius se ne fa beffe, senza rendersi conto di guardare in una sorta di specchio distorto. L'amore non le manca, perché nel giro di breve ben tre suoi compagni di studio al conservatorio scoprono il suo segreto e si innamorano di lei. Tre bravi ragazzi, per altro, pronti a difenderla. Eppure Julius si strugge.

Lo strano specchio Oscar/Julius è uno dei punti di fascino della serie che, proprio nel paragone diventa uno dei più profondi ragionamenti sul genere e sulla femminilità in cui mi sia imbattuta. Un'analisi in cui, alla fine, l'unica conclusione a cui si può arrivare è che ogni individuo è un universo intero e che solo in parte l'istruzione e l'ambiente può plasmare. Il padre di Oscar voleva l'ufficiale perfetto, ha ottenuto una donna soldato dal libero pensiero che diventa rivoluzionaria. La madre di Julius vuole che sua figlia faccia tutto pur di ottenere l'agio economico. Otterrà una creatura priva di buon senso, fragile e disposta a tutto pur di inseguire la propria idea d'amore. 

Un dramma novecentesco dove ognuno è maschera

L'altra cosa che colpisce è quanto quest'opera sia immersa nella cultura mitteleuropea di primo novecento. Julius nasconde la propria identità, ma non è certo l'unica. Non c'è nessun personaggio che non nasconda, almeno in parte, almeno per un periodo, la propria identità. Ricapitolando brevemente. Julius all'inizio della storia è adolescente e studia piano in un conservatorio. Né il preside né il professore di pianoforte sono chi dicono di essere. Il suo migliore amico per mantenersi suona in una taverna sotto valso nome. Il ragazzo di cui si innamora è un esule russo sotto falso nome. Gran parte dei primi volumi è occupata dall'indagine di Julius per scoprire chi fosse davvero suo padre, cosa centrasse con un atroce delitto del passato. Insomma, non c'è un singolo personaggio che non si nasconda. Ma non lo fanno per alti ideali.

Questo è un dramma borghese in cui si mente per sposarsi bene, per difendere o accrescere il proprio patrimonio, per opportunità politica. Non ci sono alti ideali. Persino i patrioti russi sembrano non aver scelto il proprio destino, lo hanno ereditato o è stato loro imposto. Julius decide di mentire per difendere i propri acquisiti privilegi, ma non è né migliore né peggiore degli altri. Ognuno dei personaggi ha lampi di grandezza o di romanticismo brevi e spesso fatali in una vita di meschinità. L'impressione generale è che Oscar e André, se passassero da queste parti, prenderebbero tutti a ceffoni. In quella storia c'erano gli eroi, con i loro drammi epici, qui ci sono esseri umani, che si dibattono nel fango.

Ne Le rose di Versailles cedevano i corpi. André perdeva la vista, Oscar si ammalava di tubercolosi. Qui cedono (anche) le menti. Grazie al gruppo di lettura ho di recente letto due romanzi di Arthur Schnitzler e ho trovato moltissimo di questo autore viennese amico di Freud ne La finestra di Orfeo. Le fatali indecisioni di Julius mi hanno ricordato moltissimo quelle della Signorina Else. Del resto Julius come Else sono poste dai loro genitori in una situazione insopportabile che finisce per spezzarne la mente. Else, invitata dai suoi genitori a sedurre un riccone per salvare il padre dai debiti, è terribilmente simile nei suoi vaneggi a Julius. La Ikeda si è immersa in modo magnifico nell'atmosfera di inizio novecento e pur non accennando direttamente a nessuna opera di quel periodo affonda nei temi tipici dell'epoca, l'indagine sull'inconscio, il tema della maschera, la disgregazione dell'io, con una maestria strabiliante.

Allo stesso modo i disegni urlano Art Nouveau da ogni tavola. Klimt è un riferimento costante nelle illustrazioni. Qui non ci sono i pantaloni a zampa di elefante e i fondali post napoleonici de Le rose di Versailles. Questa è un'opera che non si concede ingenuità e che fa quasi paura nella sua accuratezza.

La musica

Nei primi volumi l'azione si svolge nel conservatorio di Ratisbona. E la musica è tutt'altro che un sottofondo. La Ikeda è anche cantante lirica. Sa di cosa parla e si vede. Non solo sono moltissime le opere citate, i rimandi qui sono costanti e troppo vari perché io li possa riconoscere tutti. Di certo ci sono pagine di questo manga in cui sembra quasi di sentire la colonna sonora. In questo contesto è curioso come Julius spicchi per mancanza di talento. I suoi innamorati sono rispettivamente il pianista e il violinista più talentuosi del conservatorio. Lei no. Suona il piano senza vero trasporto. Quello che davvero manca a Julius è una vocazione che la spinga a costruire la propria vita intorno a qualcosa di più solido del sogno per un amore impossibile.

La finestra di Orfeo è, quindi un'opera che consiglio senza se e senza ma.

Non è un'opera facile, il fatto che sia un manga degli anni '70 non vi tragga in inganno. Ma tra le molte letture di questo periodo è forse quella che più mi ha portato a interrogarmi e mi ha spinto alla riflessione. 

Ah, dimenticavo, se volete leggerla, non tralasciate i fazzoletti. Vi ricordate come finiva Lady Oscar? Sì? Qui le cose non possono certo andare meglio, anzi...

Chi invece volesse leggere una cosina mia scritta per divertimento, può dare un'occhiata qui

mercoledì 29 settembre 2021

Torna Sherlock Holmes!


 

A ottobre torno in edicola!

Anzi, torna il mio Sherlock Holmes e in buona compagnia. Esce infatti, a cura di Luigi Pachì, un nuovo volume di Giallo Mondadori Sherlock

SHERLOCK HOLMES – Indagini fuori Londra

Vi trovate sette avventure scritte da altrettanti autori autori italiani e tutte accomunate dal fatto che il nostro si trova lontano dalla sua fumosa Londra.

Per quanto mi riguarda, troverete la prima avventura in assoluto che io ho scritto per Sherlock Holmes e che segna quindi l'inizio del suo stabile e felice (almeno per me) accasarsi nel mio palazzo mentale.

Insieme io, Holmes e Watson siamo andati a Parigi, città che amo e conosco più di Londra, per un'indagine che si dipana tra sessioni di pittura in plein air e l'animo femminile. 

A questo racconto sono legate due curiosità. 

Quando l'ho scritto ho ideato un delitto con un'arma improvvisata che si trovava in quel momento in casa mia. Per essere giallisti, infatti, ho imparato che non è necessario tanto essere dei potenziali investigatori (nella mia mente Holmes ha avuto tutto l'agio di commentare la mia palese incapacità deduttiva) quanto dei potenziali assassini. La domanda giusta, da un punto di vista narrativo, infatti non è "come risolverei un delitto?" ma "io come fare fuori una persona garantendomi ampi margini di possibilità di farla franca?" Nel corso degli anni ho immaginato tutta una serie di delitti, alcuni dei quali virtualmente perfetti. Sono nella vita una persona abbastanza mite, più tendente all'autodistruzione che alla vendetta e non ho mai avuto la tentazione di fare davvero fuori qualcuno. Dalle poche persone che ho davvero detestato mi è sempre bastato allontanarmi. Tuttavia, se volete un consiglio spassionato da una professionista del settore, la risposta è: funghi. Facili da reperire, basta andare nei boschi di questo periodo. Facili da somministrare, in alcuni casi la dose letale è minima. Facili da spacciare per intossicazione involontaria, basta assicurarsi che nell'arco delle ultime 24h la vittima abbia mangiato altri funghi e sarà impossibile capire che quello letale è stato ingerito dopo. Come vedete sono una persona pratica e diretta. Una mia amica ha la stessa attitudine professionale (scrive cene con delitto, non fa la killer, sia chiaro), ma è più elegante e consiglia un bel risotto mescolato con un ramo di oleandro. Per questo racconto non ho usato il veleno (alla lunga annoia) ma mi sono assicurata che fosse un delitto che io sarei in linea teorica in grado di commettere. 

La seconda curiosità è che in questo racconto è nascosta una citazione. Più che una citazione è proprio la riscrittura di un brano di un libro giallo che mi è particolarmente caro. Pur essendo, una volta svelato, palese, nessuno lo ha indovinato subito, anche chi ha letto il racconto apposta per risolvere l'indovinello.

Non vi resta che leggerlo e provare voi stessi!

sabato 18 settembre 2021

Di nuove metodologia didattiche e dei loro inaspettati esiti


 La scuola dove lavoro si è sempre distinta per sperimentazione didattica.
Capovolgiamo, stiamo senza zaino, facciamo didattica all'aperto, forniamo astronavi ipad e, dopo l'anno scorso nulla ci può più spaventare. O quasi.
Quest'anno proveremo una nuova formula di UDA. UDA sta per Unità di Apprendimento, che qui tra BES, PDP, CdC ormai parliamo con un codice segreto comprensibile solo a noi Insegnanti Iniziati.
Per queste UDA, che non sono UDA generiche, trovate chissà dove, è venuta una docente universitaria per spiegarcene il funzionamento.
Ora, dato che io sono come formazione quasi più una scienziata prestata alle umane lettere, ho l'idea che qualsiasi cosa va prima sperimentata, osservata e bisogna vederne i risultati prima di applicarli su larga scala.

Quindi l'anno scorso iniziato la mia sperimentazione UDA domestica su mia figlia.
Nucleo fondante: musica
Le ho proposto la domanda generativa: secondo te cos'è la musica?
Ho ascoltato la sua risposta ingenua (mica tanto "è l'aria che si muove con un ritmo che ti fa ballare").
L'ho portata in una scuola perché una maestra qualificata sostituisse la sua idea ingenua con una più fondata.
Ho dato mandato alla maestra perché mia figlia potesse scegliere quale branca della musica approfondire secondo il suo genuino interesse. Questo, dice la formatrice, è essenziale perché la libera scelta e l'assunzione dell'impegno aiutano molto lo studente ad applicarsi con costanza su qualcosa che davvero a loro interessa.
La scuola in questione ha svariati corsi, praticamente ogni strumento dall'arpa al flicorno, ma dato che la maestra di propedeutica è anche la docente di pianoforte e che da dietro la porta chiusa io ogni tanto sentivo strimpellare, pensavo a una scelta un po' indirizzata.
Avevo anche ragionato su dove piazzare un pianoforte in casa e già accarezzavo l'idea di una pianista.
Poi c'è il fatto che mio nipote, che abita al piano di sotto, è violoncellista e fin da piccolissima mia figlia ha potuto osservare e ascoltare il violoncello. Che poi è il mio strumento preferito. In teoria sarebbe il caso di evitare il confronto interno, ma insomma, il violoncello è proprio un bello strumento.
Poi c'è stato il momento in cui mia figlia ha visto il film Pixar Coco e la chitarra sembrava il massimo dei suoi sogni. Come suono la chitarra mi piace meno di tanti altri strumenti, ma ammetto che sia pratica, maneggevole e meno costosa di altre cose.
Insomma, ogni venerdì portavo mia figlia a propedeutica serena e sicura della metodologia didattica da me scelta.
Alla fine del percorso di propedeutica, a luglio inoltrato, ecco uscire tutte sorridenti dalla stanzetta figlia e maestra. È arrivato quindi il momento della scelta del "gruppo d'interesse" in cui approfondire la branca della materia ritenuta più interessante. Certo, in periodo covid sarà un "gruppo d'interesse" singolo, figlia e docente, ma va beh.
Dentro di me spero con tutto il cuore che non sia il violino.
Il violino, all'inizio, ha lo stesso suono di un gatto a cui venga pestata la coda. Abbiamo già due gatti in casa, grazie.
La maestra conosce questa mia remora e quindi esordisce subito con un poco incoraggiante:
"Tranquilla, non è il violino".


E così eccoci alla seconda lezione.
Dopo aver spiegato i fondamentali, il maestro (bravissimo) sorride e propone:
"Proviamo una canzoncina?"
E io penso a una cosa tipo Fra Martino. 
Insomma, mia figlia ha 5 anni, ci sarà una qualche canzoncina che si possa ritmare con la batteria.
Poi la canzoncina parte.

Oggi, ovviamente, la pargola si è presentata con in mano le bacchette, pronta a esercitarsi...
Pare che questo metodo garantisca impegno e entusiasmo da parte degli studenti.
Ora, per qualche motivo, sono un po' timorosa all'idea di proporlo a scuola...


venerdì 3 settembre 2021

Settembre



Come tutti gli insegnanti  ho un rapporto conflittuale con settembre, la paura e la voglia di andare.

E poi settembre, qua sul lago, con questa luce, con i primi funghi che verso fine mese iniziano a spuntare nei boschi, come si fa a non amarlo?

Ma andiamo con ordine.



 Ieri la figlioletta ha compiuto cinque anni.
Uno di quei momento in cui ti investe il treno dei luoghi comuni e sono tutti veri. Sembra ieri. Com'è possibile? Come ho fatto a non accorgermene, mi sono girata che appena camminava? Come siamo passati dalle prime paroline al pensare a dove iscriverla alla primaria? Eppure il tempo trascorso me lo ricorda la mia spalla infortunata, la bicicletta già sostituita con una più grande che ci guarda da un angolo del cortile, le tacche sul metro della cameretta a segnalare la statura crescente.
E anche qui la voglia e la paura di gettarsi nel futuro.
Domani la prima vera festicciola con alcune amichette. La prima perché il covid maledetto ci ha negato quella dell'anno scorso e quella dei tre anni, per lei, è di una vita fa. E quindi eccomi. Mi sembra di armare un esercito fantasy. Bacchette magiche schierate, rigorosamente con le paillettes, battaglioni di palloccini, mitragliatore di bolle di sapone. E nel preparare la sensazione che mi divertirò almeno quanto le bambine, con la differenza che avrò il rimpianto di non aver più, di non poter avere mai più, cinque anni.

Ma settembre è, ovviamente, il mese della ripartenza scolastica. E come si riparte?

Con tanta buona volontà e sperando in bene.

Questo, è in sostanza, il riassunto del Collegio Docenti. I mezzi di trasporto non sono stati potenziati. Le classi non sono diventate meno numerose (per fortuna nel mio istituto questo è un problema relativo). Insomma, si fa come l'anno scorso, si spera nel vaccino e ci si affida al santo di fiducia.

Rispetto all'anno scorso c'è un po' più di sicurezza nelle procedure da seguire: autocertificazioni, sanificazioni, spazi separati, didattica all'aperto, ipad non ci fanno più paura. Manca un po' quella fiducia (almeno da parte mia) di una ripartenza davvero definitiva. Perché il mio entusiasmo di settembre nel tornare in classe è finito a ottobre con classi in quarantena, colleghi ammalati e la paura costante di portare il virus a casa. Speriamo nelle mascherine e nel vaccino, speriamo, ma mentirei se dicessi che sono del tutto tranquilla.

Ho voglia di ripartire, di ritrovare i ragazzi. Di inventarmi qualcosa da fare. Di sperimentare. Ho voglia di una scuola che sia scuola, anche se per vedere i sorrisi bisognerà aspettare ancora un po'.


Settembre è anche il momento dei bilanci dell'estate e, dato che qui si parla principalmente di libri, anche di bilanci di lettura.

Per essere stata un'estate un po' anomala (solo i tre giorni a Venezia di vacanza vera e propria con tutta la famiglia), tra audiolibri, romanzi e fumetti (dovrei darmi un tono e parlare di graphic novel) sono abbastanza soddisfatta. Ho terminato una dozzina di volumi, di cui un paio che superavano il limite psicologico delle 500 pagine.

Della trilogia rinascimentale di Forcellino ho già parlato, quindi, tra gli altri, scelgo come libro top dell'estate


Franco Forte e Vincenzo Vizzini – L'uranio di Mussolini

Non sapevo bene cosa aspettarmi da questo romanzo, che mi ha davvero conquistato. Negli anni '30 Mussolini aveva forse la possibilità di realizzare un'arma rivoluzionaria (o, meglio, aveva la possibilità di realizzarla un tale Fermi), serviva però un materiale, l'Uranio, che per fortuna si è rivelato di difficile reperibilità. Il romanzo ruota sulle difficoltà di portare l'uranio in Italia, ma questo è quasi un pretesto per portare il lettore dentro un'indagine della Sicilia degli anni del fascismo. Quando ho acquistato il romanzo l'ambientazione era ciò che più mi intrigava. Invece mi sono innamorata dei personaggi, Vincenzo, ex reduce di guerra, poliziotto che combatte una sua personale crociata contro le ingiustizie e Franco, convintissimo fascista, lombrosiano, perché a lui, figlio di una prostituta, il fascismo ha comunque dato delle opportunità. Pensavo fosse principalmente un libro di intrattenimento, e forse lo è, ma lavora sul piano dell'inquietudine. Erode le certezze e i preconcetti del lettore, perché quale che sia la sua lettura del periodo fascista, il romanzo ne mette in luce varie sfaccettature. Quindi sì, ci si può affezionare anche a un fascista, si può pensare che sia proprio una brava persona. E poi pensare che stava per mettere la bomba atomica nelle mani di un dittatore che non vedeva l'ora di provare nuove armi in Etiopia. Si termina la lettura soddisfatti per la risoluzione dell'indagine interna, ma con un'inquietudine che non passa facilmente. Perché la storia è un affare maledettamente complicato e questo romanzo ha il gran pregio di ricordarcelo.


venerdì 27 agosto 2021

Venezia mon amour


 

Il mio consiglio di viaggio è quasi sempre Venezia.

L'idea che qualcuno non sia stato a Venezia mi causa una sorta dolore fisico, una spasmo a livello del ventre. Come si fa a vivere senza vedere Venezia?

A Venezia, per visitarla davvero, bisognerebbe andarci sempre d'autunno, con calma, dormendo al suo interno. Uno dei miei ricordi di viaggio più belli sarà sempre un fine settimana di Novembre a Venezia, dormendo nel mitico ostello de la Giudecca, in faccia a San Marco. Adesso che l'autunno sta per iniziare, quindi, il mio invito è ancora più pressante: andateci nelle prossime settimane a Venezia. Ancora non ci sono che turisti provenienti dall'Unione Europea, potete dormire dove mai avete sognato di potervi permettere di dormire (e al peggio, ho controllato, l'ostello a la Giudecca è sempre lì) per immergervi nella magia.

Perché Venezia è magica sempre. Anche in questo fine agosto strano, di battelli affollati come se la pandemia non ci fosse mai stata e assurdi valzer in nome del green pass (ho il cartaceo, il lettore non lo legge perché c'è una piegolina. Ho anche il digitale, aspetti che lo apro. No, questa visualizzazione no, proviamo l'altra. È saltata la rete, la app di lettura non va. Beh, vediamo se i dati del cartaceo corrispondono almeno ai documenti. Va beh entrate che si è fatta una coda che mi intasa tutta la calle...).

Perché a Venezia basta girare l'angolo per trovare campi deserti


Basta che arrivi la sera, perché il turista di giornata se ne vada


Perdendosi per altro i momenti migliori


Sono stata parecchie volte a Venezia. Ci sono stata con tutti i miei legami affettivi più forti e ogni volta ne ho scoperto aspetti nuovi. Andando con mia figlia ho trovato altri lati ancora. Cercare i parchi giochi della laguna mi ha regalato nuovi scorci.



E mi ha dato l'opportunità di fare quattro chiacchiere con alcune famigliole veneziane, che mi hanno spiegato il perché dei vaporetti affollati nonostante un numero di turisti decisamente gestibile (la mancata assunzione di un gran numero di stagionali) e mi hanno raccontato il loro difficile rapporto con l'automobile (non solo a Venezia non la puoi tenere, ma non puoi neppure imparare a guidare esercitandoti con i parenti, come facciamo noi sulla terra ferma).

Sempre la ricerca del parco giochi ci ha portato alla Biennale di Architettura, che si è rivelata divertentissima per i bambini.

(Meraviglioso il padiglione sull'acqua, in cui l'acqua piovana di veniva raccolta, incanalata, fatta piovere, usata per coltivare piante con cui venivano preparate tisane offerte ai visitatori).





E ovviamente non si possono dimenticare i libri della ormai famosissima libreria Acqua Alta



E la caccia agli animali fantastici dentro la basilica di San Marco



Venezia, forse più di ogni altra, è una città che va amata e che ricambia schiudendo i propri tesori nascosti appena fuori la calca dei turisti.



Non fatevi spaventare dalla sua fama di città cara, di trappola per turisti. Se ne avete la possibilità, mettete in valigia un paio di stivali (l'acqua alta può sempre fare capolino) e quest'autunno andata a Venezia.

mercoledì 4 agosto 2021

Cinquanta sfumature di rinascimento

 


Ci sono libri che si scelgono e libri che si impongono alla nostra attenzione. Libri che vengono da soli e libri che si muovono in branco. Libri che fanno da sottofondo e libri che segnano un momento.

Questo rimarrà il luglio dei romanzi sul rinascimento di Antonio Forcellino, nell'ordine:

Il secolo dei giganti – Il cavallo di bronzo

Il secolo dei giganti – Il colosso di marmo

Il secolo dei giganti – Il fermaglio di perla

Avevo già dedicato un'estate, alcuni anni fa, ai saggi dello storico dell'arte Forcellino sui grandi del rinascimento e ne conservo un ricordo assai piacevole. Per questo, trovando in offerta uno di questi romanzi lo avevo acquistato senza pensarci due volte. Poi però non lo avevo letto. Intanto si tratta di tre tomi da cinquecento pagine. Hanno un aspetto molto serioso. Sono divisi, come usavano gli storiografi del tempo, in base al papa che sedeva sul soglio pontificio. In fondo c'è il corposo elenco delle fonti utilizzate dall'autore. Insomma, a prima vista appaiono come interessanti mattoni. Non il libro più adatto a me in periodo scolastico e di certo non il tipico libro da ombrellone.

Ma, si sa, è proverbiale che non si debba mai giudicare un libro dalla copertina.

Perché il tratto più distintivo di Forcellino, che già si intravedeva nei saggi, ma che qui ha potuto scatenarsi, è il gusto per il pettegolezzo. Un pettegolezzo ben documentato, sia chiaro, che probabilmente nasconde decenni interi di studi specifici per stabilire chi andava a letto con chi e che ora impregna le pagine. 

Forcellino, va detto, racconta il rinascimento con l'ottica tutta sua. Ha un piede nella politica ed è sempre attento a spiegare con parole comprensibili ai non addetti ai lavori come micro eventi e macro eventi siano intrecciati, come un cannone che spara a Costantinopoli porti Verrocchio a indirizzare un giovano Leonardo alla fusione del bronzo. Ha un amore incondizionato verso l'arte,  a cui dedica pagine emozionanti, che incantano. E poi ha il gusto per un pettegolezzo non maligno, ma disincantato. Il rinascimento è stato, almeno secondo Forcellino, un tempo di amore libero e disinibito, del tutto slegato rispetto ai voti matrimoniali o ecclesiastici.

Ho iniziato il primo romanzo chiedendomi se potessi proporlo ai miei alunni (ne ho un paio appassionati di storia e lettura), ma al secondo capitolo, quando con molta disinvoltura un giovane Leonardo si fa sedurre letteralmente dal primo che incontra, ho capito che forse non era il caso. Devo ammettere, però, che mi sono divertita molto. Un po' per il modo che ha l'autore di presentare gli eventi:

"Il cardinale era considerato in curia un uomo morigerato. Prediligeva gli uomini, ma con discrezione, e aveva un'unica amante da cui aveva avuto una figlia".

E un po' per la disinvoltura e la mancanza di giudizio morale con cui vengono raccontate tresche e retroscena storici. E un po' per le due cose che riescono a far commuovere l'autore (e un po' anche me): l'arte e gli amori di lunga durata. I libri di Forcellino vanno letti, infatti, rigorosamente con un dispositivo a fianco per visualizzare le opere via via nominate, che sono tantissime. Leggendo il racconto delle storie e delle sofferenza che stavano dietro l'artista, il committente o il soggetto ritratto davvero quei quadri meravigliosi acquisiscono un valore aggiunto, sembrano più vivi e più vicini. Viene voglia di vederli o rivederli dal vivo e di sentirli palpitare. E poi, come dicevo, ci sono le storie d'amore di lunga durata. Quasi tutte atipiche, nate al di fuori dal matrimonio, spesso con protagonisti due uomini. Ecco, che l'amore potesse esistere, spesso resistere per decenni, quasi sempre semi nascosto, in quel tempo che è stato comunque di violenza e di sbandamento morale, ha qualcosa di sorprendente e miracoloso, come l'arte.

La trilogia di Forcellino si è rivelata quindi una piacevole scoperta. Non certo alta letteratura (a volte, per altro, non mi è chiarissima la scelta di raccontare alcuni fatti e sorvolare su altri), ma che racconta un rinascimento popolato da uomini non angiografati, complessi nei loro pensieri, nel loro agire, nel loro modo di fare arte e nel loro amare.

PS: ho ascoltato su audible anche un altro romanzo sul rinascimento, che si presentava come un libro da ombrellone, con una quarta di copertina che prometteva sesso e sangue. Ho riso moltissimo perché la scena di più hot lì prevedeva un bacetto sulle dita delle mani.

mercoledì 7 luglio 2021

Letture inaspettate

 È da un po' che non scrivevo più di libri, qui, preferendo le mini recensioni su Instagram o Facebook. Ogni tanto, però, capitano dei libri su cui vale la pena soffermarsi. E l'estate è il momento migliore per consigliare libri, sopratutto quelli meno conosciuti

Ecco dunque tre libri sorprendenti, molto diversi tra loro, che mi sento di consigliare per la vostra estate. Sono accumunati, però, da due caratteristiche, la brevità e, sopratutto, lo sguardo femminile delle protagoniste, donne ai margini della storia, che la sanno guardare e raccontare in modo differente

Timandra – Thodoros Kallifatidis, Crocetti Editore
Questo è stato proprio un libro a sorpresa. Acquistato mentre stavo già uscendo da una libreria, scritto da un autore di cui non sapevo niente, di un editore di cui non ho mai letto alcun libro.
Ora so che Thodoros Kallifatidis è un greco immigrato in Svezia, dove ha studiato filosofia e scrive in svedese narrativa e poesia. Una persona che non deve avere una mente semplice e che non ci regala un'opera semplice.
Timandra è un'etera nell'Atene del suo massimo splendore. Nell'antica Atene il matrimonio era una faccenda di famiglia che nulla aveva a che fare con l'amore. Del resto le brave ragazze di Atene erano semi analfabete spose bambine che non lasciavano la casa se non in occasione di festività religiose. Nella patria della filosofia e della scienza l'amore era un estetismo intellettuale che andava ricercato altrove. Nei bei ragazzi o nelle etere, donne istruite ai piaceri del corpo e della mente. Ma le etere, loro, cosa cercavano?
Timandra è una di loro. Viene istruita fin da bambina alla filosofia, alle scienze e alla politica, oltre che a come incantare gli uomini. E il mondo degli uomini lo guarda da fuori, con distacco. Al contrario delle altre donne può muoversi liberamente ad Atene, ma non fa davvero parte della Polis, non ha alcun potere decisionale, se finirà nei libri di storia sarà in modo incidentale, come nota a pié di pagina, fatto non secondario in una società ossessionata dall'immortalità. I grandi uomini ai suoi occhi sono solo uomini, fallibili, meschini persino quelli destinati a giganteggiare nei millenni. E tuttavia anche Timandra finisce per innamorarsi, dell'uomo più controverso di Atene, Alcibiade. Condottiero cresciuto come un predestinato al punto da credersi al di sopra di ogni regola. L'uomo che forse, più di ogni altro, ha decretato la fine di Atene.
Timandra è un romanzo di estremo fascino, ma non è semplice.
Non è semplice Timandra, donna libera, fiera, in grado di discutere di filosofia con Socrate, ma pronta a lasciare tutto solo per rimanere a fianco all'uomo che si è scelta nel momento della sconfitta.
Non è semplice il contesto in cui la vicenda è calata, una sorta di ubriacatura intellettuale, simile per certi versi ad alcuni momenti del nostro rinascimento, in cui sembra che a un certo punto gli stessi pensatori perdano il contatto con la realtà, portando di fatto la città e tutto il loro mondo alla rovina. Qualcosa che affascina e spaventa, perché rimane il dubbio, non so quanto voluto dall'autore, che l'estrema libertà di pensiero non possa che condurre all'autodistruzione. 
Non è semplice, per nulla, la figura di Alcibiade, personaggio che nonostante tutto non si riesce a odiare, che non si capisce se sia troppo semplice o troppo complicato, in grado di far perdere la testa persino a Socrate. Un uomo che tutti desiderano (anche e sopratutto carnalmente) e a cui tutti addebitano ogni colpa, appena la sua fortuna gira.
Questo è quindi un romanzo meditativo, a cui avvicinarsi con la giusta predisposizione d'animo, ma che offre moltissimi spunti di riflessione.
Raccomandatissimo un bel ripasso di storia e filosofia greca, perché Timandra non si perde in spiegoni e dà per scontato che il lettore abbia presente i fatti e i personaggi (anche minori) a cui si riferisce.



La madre – Grazia Deledda (diverse edizioni disponibili)
Grazie agli audiolibri ho recuperato alcuni classici imperdibili che invece mi ero persa. Ho ascoltato Canne al vento, che mi era piaciuto, sì, ma fino a un certo punto. Con quello credevo chiusa la pratica Deledda, avevo messo la spunta all'unica donna italiana premio nobel per la letteratura con quello che pensavo un a mai più rivederci. Poi il gruppo di lettura mi ha portato a sbattere contro a La madre come a un treno in corsa. 
Ecco, questo, ho pensato ad ascolto concluso, è un capovolavoro da premio nobel.

La madre del titolo è una donna che giganteggia per tutto il romanzo, aleggia sugli altri personaggi, si impone nell'immaginario del lettore. È una donna di origini umilissime, di fatto violentata da un vecchio parente che si è trovata a sposare. Subito vedova ha iniziato a vivere per il figlio, Paulo, che riesce a far entrare nel seminario in cui lavora come serva. Attraverso Paulo, ottiene il suo riscatto sociale. Tornare nel suo paese natale, nella Sardegna profonda di inizio secolo come la madre del parroco. Ma qui succede qualcosa di inimmaginabile per la donna. Paulo si innamora dell'unica donna nubile di buona famiglia del paese. E qui la madre entra in crisi. Perché la cosa più razionale da fare è riportare Paulo sulla retta via, perché uno scandalo in quel contesto sociale è inimmaginabile. Ma si insinua il dubbio. Non è forse degno di amare, il suo Paulo, degno di essere amato da una donna a cui non riesce a muovere davvero una critica? Ecco che nel profondo della Sardegna di inizio secolo nel cuore di una donna che non ha mai messo in dubbio le regole di una società che nei suoi confronti è sempre stata durissima, si insinua il dubbio. E il dubbio (il vento?) è l'altro grande protagonista del libro. Il dubbio che la via seguita non sia l'unica giusta, che ci sia altro, pulsioni antiche e profonde, quelle del cuore, ma anche quelle del passato, i fantasmi, a cui non ci si possa sottrarre. Un mondo che si fa di colpo più sfumato e complicato. Il tutto è raccontato in una stile estremamente cinematografico, come se fosse un enorme piano sequenza. Scopriamo così i tentennamenti di Paulo, prete per professione, senza vera fede persino quando tutti asseriscono che abbia compiuto un miracolo, l'improvviso arrogarsi di un ruolo da protagonista della donna da lui amata, i sogni ancora inconsapevoli delle conseguenze di un ragazzetto che vuole farsi prete.

Ho trovato questo romanzo estremamente moderno, sia nello stile che nei personaggi. Un dramma, alla fine, quello di Paulo, ancora attuale e quello dell'autrice uno sguardo sulla società di grande lucidità. Se non avete ancora letto questo libro, fatelo. Se non avete ancora letto Grazia Deledda scegliete questo romanzo.


Venivamo tutte per mare – Julie Otsuka, Bollati Bordighieri editore

Libro esile, ma assai particolare, questo, che regala un significato tutto nuovo alla definizione di "romanzo corale".

Si tratta dell'unico romanzo che io abbia mai letto scritto alla prima persona plurale. "Noi" sono le immigrate giapponesi negli USA tra le due guerre. La Otsuka prova a costruire una sorta di narrazione collettiva, come se le voci di tutte le donne arrivate per mare, spose per procura si mescolassero e si uniscono. Ogni tanto ne emerge una. Una di noi... inizia un paragrafo. Un'altra di noi... Le storie si intrecciano, si mescolano, si confondono. Destini diversi, alcuni tragici, altri felici, accomunati dalla nostalgia per la terra natale, il lento, ma inesorabile perdere contatto con le proprie radici, il tentativo, a volte riuscito e a volte no, di costruirsi una vita diversa, forse migliore. E poi figli che sono in parte figli di una nuova terra, che hanno per lingua madre un'altra lingua, che non conoscono, non capiscono e spesso rifiutano le tradizioni materne. Storie di immigrazioni così diverse e così simili a quelle di tutte le altre immigrate, di ogni tempo in ogni luogo. Salvo poi mutare di colpo. Perché con l'entrata in guerra degli USA tutti i giapponesi vengono segregati. Spariscono. Vengono portanti via nella notte. Rimangono banchi vuoti nelle aule scolastiche, serrande di negozi chiusi, animali domestici abbandonati di cui, forse, qualcun altro si prenderà cura. E la sorpresa dei vicini che diventa pian piano indifferenza, come se quelle vite, in fondo, non ci fossero mai state. Mentre al lettore non resta che constatare quanto sia facile, in ogni tempo e in ogni luogo, far sparire un'intera minoranza senza che quasi nessuno protesti.

Una lettura (o un ascolto) breve ma intenso, che a distanza di mesi ancora mi rimane dentro