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mercoledì 2 novembre 2022

A Lucca Comics and Games con Scrittori si Diventa (anche questa volta ci sono andata vicina)



Nell'ultimo mese ho trascurato il blog in modo indegno.
In parte perché ottobre è, almeno nella mia scuola, il mese più faticoso dell'anno, persino peggio di maggio. Ci sono i progetti da presentare, con tutta la parte economica da controllare, confrontare con il budget a disposizione e far approvare, ci sono le programmazioni, quale che sia il nome con cui sono note adesso, i piani personalizzati, c'è sempre almeno un corso di aggiornamento, più i normali consigli di classe e collegi docenti. Questo ottobre, poi è stato un po' più complicato del solito per tutta una serie di vicissitudini famigliari con le quali non vi tedierò. Ma ero anche in attesa di una risposta scrittorea, vincolata al silenzio, con le dita incrociate.
Non è andata, ma anche questa volta ci sono andata vicino, abbastanza per sognare.
Il mio primo tentativo di romanzo per ragazzi è arrivato in finale al concorso indetto da Salani "Scrittori si diventa".
Non è la primissima volta che un mio scritto arriva in finale a un premio importante, ma questa volta c'era il fatto che i finalisti fossero solo cinque e quindi, lo ammetto, qualche film in testa me lo sono fatta, un po' più del solito. Non è andata e sono sicura che sia giusto così. Il premio è stato vinto da Ilaria Prada con il romanzo "La boutique dei ricordi", che non vedo l'ora di leggere!

La cosa più particolare di questa esperienza è stata l'essere tenuti al segreto più assoluto, dal momento che le opere finalista sarebbero state lette in forma anonima.
Avevo partecipato al concorso senza particolare convinzione, dal momento che mi sembrava che una certa sfortuna si fosse abbattuta sul progetto. Avevo contattato un'editor specializzata che aveva già lavorato nella narrativa per ragazzi per la revisione, ma poi lei aveva dovuto rinunciare alla collaborazione per motivi di salute. Dopo di lei un'altra serie di editor specializzati mi ha dato buca/non mi ha risposto e quindi mi sono trovata a navigare a vista in un mondo che so avere regole di scrittura sue proprie e in cui non è così facile inventarsi. Una casa editrice di cui mi fido mi aveva promesso una risposta in un tempo talmente lungo da demoralizzarmi un po' e, infine, ho mancato per pura ignoranza il premio letterario dedicato da quello stesso editore. Insomma, ho inviato al concorso Salani senza una reale convinzione, nella speranza di rientrare nella lista dei 20 semifinalisti. Mi ero completamente persa il fatto che la lista dei 20 semifinalisti non sarebbe stata resa pubblica e quindi ho dato per scontato di non esserci rientrata. E, invece, ai primi di settembre ho trovato in aula insegnanti a scuola il comunicato stampa di Salani con le cinque opere finaliste e tra i titoli ho riconosciuto il mio. Solo a sera ho letto la mail ufficiale che mi raccomandava il silenzio, cosa a cui mi ero comunque attenuta per mera incredulità.

Non ho vinto, ma, passato il momento della distruzione dei film mentali non posso che essere comunque felice. Intanto sono arrivata lì con la mia prima produzione lunga post pandemia. Il che dimostra almeno due cose. Anche in questa nuova fase della mia vita riesco a scrivere decentemente. Questo romanzo così particolare con cui mi sono messa alla prova in un territorio nuovo non solo non fa schifo, ma è stato (in parte è ancora, dato che c'è un'opzione di acquisto ancora in essere) degno di attenzione da parte di un editore big.

E comunque ho vinto. Ho vinto una scusa per andare a Lucca con tutta la famiglia e la partecipazione all'evento di gala con premiazione della serata di sabato al Teatro del Giglio, dove ho visto e ascoltato una quantità impressionante di mostri sacri, da Milo Manara al direttore degli Uffizi (sì, insieme, sullo stesso palco a discutere di tavole di fumetti e Botticelli senza soluzione di continuità).



 Lucca è, sempre, per me un posto magico, il cui livello di magia aumenta in corrispondenza della fiera. Quest'anno, nell'edizione dedicata alla speranza, nessuna delle mie aspettative è andata delusa. Nonostante la folla e la comprensibile stanchezza di chi ci lavorava abbiamo trovato sempre gentilezza, disponibilità e, cosa non secondaria se ci si muove con una bimba di sei anni, bagni puliti e senza attese. Abbiamo vissuto una Lucca a misura di bambino, trascurando la parte più propriamente editoriale, ma mi sono divertita come non mai.
Vi regalo tre momenti top.

1 - Vale la pena di andare a Lucca con un bambino anche solo per assistere alle lezioni dell'accademia Jedi
I bambini vengono vestiti, armati di spada laser e poi portati in un suggestivo chiostro medioevale dove dei Jedi in costume provvedono al loro addestramento. E devono essere pronti perché i Sith possono attaccare da un momento all'altro! Tra location, costumi e musica sembrava davvero di essere in un film.

2 - Il mio eroe, nonostante il mio animo antimilitarista, è stato un soldato. I bambini avevano infatti la possibilità di provare alcuni mezzi speciali militari. Venivano forniti di visore 3D per simulare la guida. Il soldato controllava su un monitor quello che i bambini stavano vedendo e, quando arrivavano su un terreno sconnesso, faceva ondeggiare il mezzo per simularne il procedere. A mano. Per ogni bambino. Dalle 9 del mattino fino alla sera. Santo subito.

3 - Come raccontavo sopra ho partecipato come spettatrice alla sera di gala e premiazioni al Teatro del Giglio. Sul palco si mescolavano con strani intrecci autori, direttori di musei e creatori di giochi. Ecco. Strani intrecci davvero. Gli autori, sopratutto quelli giapponesi, erano tutti elegantissimi, ci hanno ricordato che quel teatro ha visto l'esordio di Puccini e mostrato quanta cultura alta ci sia nel fumetto, occidentale o orientale che sia. I creatori di giochi... Si sono presentati per lo più nella classica tenuta nerd: maglietta, barba e capelli incolti, tatuaggi, fisici non troppo statuari. Sono saliti sul palco con la grazia di un equipaggio vichingo che si appresti a depredare una cittadina, con i modi pacati da festa della birra... E sono andati a stringere la mano al direttore del Museo Egizio di Torino iniziando a dissertare di geroglifici e di gioco nell'antichità. 
Perché Lucca è, più di qualsiasi altro posto al mondo, il luogo dove non si deve mai giudicare qualcuno dall'apparenza. Se sei lì è perché hai almeno una passione in comune con qualsiasi altro presente. Come ci è stato ricordato durante la serata, Lucca è speciale perché le persone quando ci vanno sono felici. Felici di incontrasi e condividere le proprie passioni. Europarlamentari, direttori di musei o creatori di giochi che siano.



martedì 12 aprile 2022

Caro scrittore che per la prima volta stai partecipando a un concorso letterario


 Caro scrittore che stai per mandare il tuo racconto per la prima volta a un concorso,

Come vedi ti chiamo "scrittore" e non "aspirante scrittore", perché lo sei già. Lo so che lo sei già. Dobbiamo solo accorgercene noi. Con noi non intendo un noi generico "noi lettori" ma "noi pre giuria dei concorsi letterari". Chi siamo?

Siamo il tuo primo ostacolo da superare, quelli che dobbiamo stabilire se il tuo racconto non sia l'uno su mille che ce la fa, ma l'uno su dieci/venti/trenta che ha la possibilità di farcela.

Il concorso a cui stai per spedire il tuo racconto non ha una pre giuria? Cambia concorso.

Devi sapere, dunque, che i concorsi seri sono conosciuti come tale e quindi la gente partecipa. A centinaia. A diverse centinaia. Serve quindi che qualcuno inizi a separare il grano dalla pula in modo da arrivare a una rosa di finalisti (cinque, dieci, venti, dipende dai casi e dai concorsi) tra i quali la giuria, quella vera e spesso titolata, sceglierà il prescelto. L'Eletto. Siamo, quindi, il livello 1 del videogioco, il mostro appena fuori dalla locanda, il primo ostacolo che il tuo racconto dovrà superare. Per quanto il goblin zoppo sia molto più trattabile di un drago, è comunque il primo mostro da superare. Non lo puoi eludere o ingannare. E anche la sua affettacani arrugginita (tipica arma in dotazione al goblin zoppo) i suoi danni li può fare. Quindi lascia che il goblin stesso ti dia qualche consiglio.

La grammatica ti è amica. Hai la grande idea innovativa? Benissimo. Facciamo dal secondo racconto. Magari anche dal terzo. Tutti i pittori d'avanguardia sono partiti dall'accademia. Lo so, la colpa è nostra, non della tua geniale istanza di rinnovamento della lingua. Ma capiscici. Al centoquattresimo racconto ci parte l'embolo al terzo congiuntivo sbagliato. Di fronte alla punteggiatura atipica non riconosciamo il genio. I nostri vicini, però, potrebbero riconoscere la bestemmia.

È questo il concorso che stai cercando? Cioè, è molto interessante la tua introspezione esistenziale che parte da quella volta che ti sei reso conto di essere andato al lavoro con i calzini spaiati. Ma se il concorso è sul giallo devi darci un giallo. Al centosessantesimo racconto il mistero del calzino scomparso e tutta la sua metafora dello smarrimento interiore ci prende poco. Siamo gente grezza. Se il racconto è horror dacci un horror, se è fantascienza, fantascienza. Siamo gente gretta, che predilige l'ovvio e il prevedibile. Certo. Ma comunque da noi dei passare.

Qual è l'occhio che sta guardando? Chi racconta la storia? Tu? Il demiurgo onnisciente che sta sopra le pagine? Benissimo. Un narratore impersonale che segue i personaggi come un documentarista neutro che deve guardare il leone inseguire la gazzella senza tifare per l'uno o per l'altro e senza conoscere l'esito della caccia? Benissimo. Siamo dentro la testa di un personaggio e guardiamo il mondo con i suoi occhi nonostante la terza persona? Benissimo. Siamo il personaggio, è il suo sguardo che vediamo, la sua voce che sentiamo, in una sorta di estatica comunione mistica? Benissimo. Ma il minestrone no. Le montagne russe narrative in cui da dio onnisciente in tre righe ci incarniamo in uno sguardo per poi rifletterci in un altro e infine frammentarci in infinite identità? Grazie, no. Lo so, lo so, ci sono sperimentazioni, ci sono grandi scrittori. Facciamo al secondo racconto, dai. Questa volta no.

Dacci un finale che sia un finale. Il finale aperto, apertissimo, in cui sta al lettore capire chi è l'assassino, fino magari a sospettare di essere lui stesso il carnefice? Bello, ma facciamo al prossimo. L'horror vago e inquietante, così vago e inquietante che forse c'è un mostro in cantina, forse in cantina c'è un cimitero indiano, forse la cantina esiste solo nella mente del personaggio, forse il personaggio è la cantina, forse il lettore alla fine deve capire di essere una cantina? Bello, ma facciamo al prossimo. Il super paradosso temporale in cui forse il figlio ha partorito il nonno, l'uomo del futuro è stato l'avo fondatore che ha inseminato un ominide per dare origine ai sapiens, ma magari è tutto un sogno dovuto alla peperonata? Bello, ma facciamo al prossimo. Non è un racconto, ma il primo capitolo della tua grande saga in dieci volumi in cui tutto sarà chiaro all'ultima pagina delle cinquecento tre del tomo conclusivo? Abbi pazienza. Un racconto è un racconto, una cosa piccola e finita in sé. Può avere tante chiavi di lettura, un finale moderatamente aperto, ma non può essere un antipasto di un banchetto che non mangeremo mai. Siamo gretti e limitati, dici? Beh, cosa ti aspetti da un globlin zoppo?

Dacci una storia, uno sguardo o un personaggio. Possibilmente tutto di questo, ma almeno una cosa. Cosa ci rimane in testa a lettura finita? Cosa ci farà ricordare proprio il tuo racconto tra le centinaia? Basta un guizzo, un lampo d'emozione, un personaggio per cui tifare, un motivo per girare pagina. Perché ti dirò la verità. Al duecentosedicesimo racconto siamo stanchi. La tentazione di leggere solo le prime dieci righe è enorme. Siamo pigri, dici? Beh, siamo al duecentosedicesimo, direi che siamo stanchi. Siamo umani. Quindi se il tuo genio sta nel narrare la noia in modo noioso, beh, forse riuscirai ad annoiarci. Tieni desta la nostra attenzione e forse riuscirai a passare.

Dopo tutto noi siamo goblin zoppi un po' particolari. Quello che desideriamo è essere sconfitti da un racconto degno. Che ci rimanga dentro anche mesi, anni, dopo la lettura. Qualcuno a cui inchinarci e da far passare. Qualcuno di degno di andare ad affrontare i draghi.

Buona fortuna!



Piccole note finali per i lettori abituali.

Portate pazienza, ho poco tempo per tutto, compresa la web sfera. Vi penso, vi leggo anche se spesso non commento.

Per chi volesse, ecco un nuovo capitolo (ancora non passato al vaglio di nessun goblin zoppo) de L'assedio degli angeli

martedì 29 marzo 2022

Da dove nascono le storie


 Mia figlia mi ha appena ricordato che sto per compiere 42 anni e pertanto inizio ad avere un'età tale da poter fare archeologia personale. Scoprire oggetti dimenticati che portano a galla ricordi, echi di una vita ormai dimenticata.

Ho quasi 42 anni e scrivo storie. A volte come una bambina, per me stessa, per consolarmi (lo ammetto, in questi giorni spengo i programmi di informazione e vado avanti con una storia del tutto inutile a livello editoriale, che sto scrivendo solo per consolarmi) a volte con la speranza di intrattenere altri, solo per il fatto di avere qualcosa da raccontare.
Non so dove sia Il Mondo Da Cui Arrivano le Storie. Ho spesso la sensazione che ci sia, però, un posto, un universo parallelo, un luogo della mente da cui le storie filtrano, già finite e concluse in se stesse. Io devo dipanarle, osservarle e trovare la forma migliore con cui raccontarle.
Alcune storie sono con me da così tanto tempo che mi sembra che ci siano sempre state. Ma non è così. C'è stato un momento preciso in cui ho deciso di dedicare del tempo a fermare in parole quelle storie intraviste (non è una metafora) dal finestrino di un treno.

Qualche mese fa a casa dei miei genitori mia figlia ha dato prova di quel talento tipico dei bambini di ritrovare cose che si ritenevano perdute. Nello specifico, la mia collezione di cartoline. Dagli anni delle medie in poi ogni volta che andavo da qualche parte portavo a casa delle cartoline, oggetto antico e ormai desueto, che poi usavo come segnalibri. Sull'onda del mio ritrovato entusiasmo per la lettura e alla ferma decisione di leggere di più, in barba agli impegni scolastici, genitoriali, alle pandemie e alle guerre globali, ho portato a casa la collezione per utilizzarla di nuovo allo scopo per cui era stata destinata. Per gli ultimi dieci libri, quindi, ho pescato a caso dalla pila, ho confrontato le immagini e ho scelto la cartolina migliore per quella lettura.
Per l'ultimo libro iniziato (L'acciaio sopravvive di Richard Morgan, di cui suppongo riparlerò qui appena terminata tutta la trilogia) ho estratto questo:
La cartolina mi aiuta a stabilire una cronologia precisa. Rappresenta il castello di Edimburgo. Ero al primo anno di università quando ci sono stata. Il primo di una serie di viaggi in giro per l’Europa in compagnia della mia più vecchia amica. Viaggi piuttosto avventurosi, sui mezzi pubblici, con gli zaini a spalla, ancora senza cellulari davvero funzionanti, con le guide cartacee da consultare e l'elenco degli ostelli della gioventù su cui cercare un posto in cui dormire.
A pensarci a mente fredda quel viaggio fu piuttosto disagevole. Lunghissime tratte in treno e in bus, orari dei traghetti non facilissimi da decifrare. Tre giorni bloccati in un porticciolo di un'isoletta perché nelle Ebridi vent'anni fa durante il fine settimana non si muoveva niente. Il clima scozzese non proprio solare. Un pernottamento a dir poco avventuroso a Edimburgo in un ostello ricavato in una chiesa sconsacrata, con la doccia nella cripta e i letti ammassati nella navata. Eppure entrambe lo ricordiamo come qualcosa di magico. E quei lunghi, lunghissimi spostamenti attraverso la Scozia, in cui pian piano un altro mondo si sovrapponeva a quello che stavo vedendo.
Al castello di Edimburgo, ricordo, ho comprato un quaderno con lo scopo preciso di scriverci sopra una storia. Più o meno in contemporanea devo aver appuntato questa cartina sul retro di una cartolina. Chissà perché non ho usato il quaderno. Probabilmente l'ho fatto in treno, nella tratta di rientro da Edimburgo a Newcastle e la cartolina era più comoda. Chissà cosa pensavo di farci davvero.
Quella storia, quella con protagonista quel Soren di cui avevo segnato il villaggio natale, non l'ho mai terminata. Ne ricordo a grandi linee l'idea centrale, un giovane eroe che per caso entra in contatto con un oggetto magico che gli dona l'immortalità. Tutti i suoi compagni muoiono e lui si trova a vagare come un fantasma per la sua stessa terra, fino a che una ragazza non se ne innamora. L'incantesimo, però, si spezza e lui non può che guardarlo invecchiare e morire sotto i suoi occhi.
L'ottimismo di fondo e l'allegria tipica delle mie storie c'erano già tutte...
Non l'ho scritta, quella. Ho tentato di scriverne un'altra, una complicata epopea che si svolgeva in gran parte ad Haymal, la città alla confluenza tra i due fiumi.
Poi c'è stato un altro viaggio, ormai alla fine della mia carriera universitaria, con la stessa amica del primo, nei Paesi Baltici. Di nuovo improbabili spostamenti sui mezzi pubblici, piogge improvvise, zaini che pesano. Una bottiglietta d'acqua marca Hermise. E di colpo quella vecchia cartina dove la mia mente continuava a viaggiare si è allargata. Ho "visto" cosa c'era a est della linea di margine, sono entrata nel Leynlared. Dove sono ambientati i quattro ebook che trovate qui a lato, La spada di Emarana, La luna delle foglie cadenti, Prima che venga il gelo e Nulla che non sia già mio. Da soli formano una piccola epopea. La stessa che continua nei racconti finali de La spada, il cuore e lo zaffiro. L'antologia, per altro, è ora disponibile sia in formato cartaceo che digitale, sia in formato epub che kindle. Tutte le informazioni qui.
Chissà se me ne rendevo conto, mentre tracciavo rapidamente quegli appunti sul retro di una cartolina che da quei posti non me ne sarei mai andata?

Voi avete una data di nascita per le vostre storie?

Se invece volete venire con me in un altrove differente, qui un nuovo capitolo de L'assedio degli Angeli.

lunedì 1 marzo 2021

Provare a scrivere fantascienza


In questi giorni c'è, quasi, aria di primavera. Bellissimo? Come il solito dipende dai punti di vista. I queste giornate insolitamente calde insieme ai bucaneve sono fioriti i noccioli e le betulle. Ottima cosa, non fosse che sono allergica.
Quindi allergia, scarsa capacità respiratoria, più mascherina ffp2. Uguale mal di testa cosmico. Questa settimana, dunque mi si poteva trovare in due condizioni. Totalmente rimbambita dall'allergia e dal mal di testa oppure totalmente rimbambita dalla combo antistaminici + antinfiammatori. Almeno, però, nel secondo caso ero di buon umore, del tutto andata, intenta a contare unicorni immaginari sul soffitto, ma di buon umore.
In queste condizioni non ho scritto né letto molto.
Da un punto di vista intellettuale questa è stata una settimana in cui ho fissato il vuoto contando gli unicorni.
Prima, tuttavia, ho provato a scrivere fantascienza.

domenica 31 gennaio 2021

Questioni di atmosfera – provare a scrivere horror




 Questa è stata una settimana di infinita stanchezza, che ha coinciso con il caotico momento degli scrutini. È da lunedì che mi sembra di aggirarmi come un bradipo catalettico, con la stessa capacità di concentrazione e di pensiero astratto.
    In realtà alcune cose sembrano pian pianino se non sistemarsi, assestarsi e quindi credo che la mia attuale bradipite sia principalmente stanchezza arretrata. È un anno, ormai, che sia dentro alla pandemia. Un anno che, per mia figlia, è una frazione tutt'altro che trascurabile della sua vita. L'ultima festicciola con altri bambini esterni alla cerchia più stretta della famiglia è stata quella del carnevale 2020. Di alcune esperienze banali non ha neppure memoria, perché non le ha mai sperimentate o perché il tempo trascorso per lei è troppo lungo per ricordarle. Un film visto al cinema, una cena in pizzeria, andare a trovare i cugini in Lombardia (di questo ha un ricordo molto vago), provare uno sport di squadra... Per noi grandi è un anno di preoccupazioni, un anno di amici o parenti malati, lontani, di notizie difficoltose, di impossibilità di staccare davvero. E non se ne vede ancora la fine, con la fatica che si accumula sopra la fatica. È così per tutti, ma ormai più che il desiderio di solidarietà, prevale quello di rintanarsi ciascuno nel proprio cantuccio, cercando andare avanti come si può.
    Nonostante questi pensieri nebbiosi, questi giorni in realtà non sono stati da buttare. È arrivato il secondo contratto dell'anno, anche questo per un racconto, anche questo per un horror.

domenica 4 ottobre 2020

La scrittura tra un'emergenza e l'altra


 Scrivo dal Piemonte alluvionato.

Fortunatamente qui dove abito il conto dei danni si limita a parecchi rami caduti, raccolto dei cachi compromesso e una mattinata senza corrente. Ieri, però, quando è tornata la linea telefonica è stato tutto un rincorrere parenti e amici per assicurarsi che stessero bene. Tra frane, strade interrotte (se non sprofondate) e ponti crollati il miracolo è che qui in zona non ci siano stati morti. 

sabato 4 gennaio 2020

Di fini e di inizi


L'Epifania, e quindi il rientro al lavoro, incombe su di noi. Pur con tutto l'amore che ho per il mio lavoro, non ho molta voglia di lasciare queste giornate graziate dal cielo, in cui siamo stati estremamente lacustri. Tra una gita e l'altra sono tuttavia riuscita a portare a termine il mio obiettivo natalizio, cioè terminare la stesura del "non più YA".

La fine di una prima stesura di un progetto lungo è qualcosa di strano.

Da un lato c'è il grato sollievo di essere arrivati in fondo. Scrivere richiede costanza, è una sorta di maratona, succhia tempo. Un romanzo (riuscito, non riuscito poco importa) è qualcosa che si costruisce un po' ogni giorno, spesso ritagliando tempo al sonno o ad altro. Si arriva in fondo esausti, con una parte della mente che grida "non voglio mai più scrivere" (dura poco, ma c'è). Con il sollievo infinito di un lavoro che è arrivato alla fine.

Dall'altro ci si sente vuoti. La revisione non è la stessa cosa. Per mesi questi personaggi hanno abitato la mia mente, hanno ossessionato il mio immaginario, hanno sovrapposto la loro realtà alla loro. Dato che la protagonista è una pianista ho ascoltato più classica per piano da luglio ad oggi di quanto abbia mai fatto in vita mia, ho letto articoli su articoli su compositori e sonate. A tratti, ho visto il mondo come lo vedrebbe lei. Poi di colpo ci si sente vuoti e soli. E una parta della mente pensa che non sarò mai più in grado di scrivere così, con questa intensità.

Alla fine di una prima stesura si è del tutto incapaci di giudicare in modo obiettivo quanto prodotto. A tratti pare bellissimo, la cosa migliore che abbia mai scritto, a tratti orribile e imbarazzate e degna solo di un rogo.
Non so se questo bipolarismo autoriale sia una malattia che affligge solo me o se sia comune, di certo a tratti è inquietante.

Alla fine di una prima stesura si inizia a guardare al dopo, e qui c'è IL GRANDE VUOTO. Non ho idea di cosa farne. Proprio nessuna. Il fatto che sia la prima cosa non di genere che abbia scritto amplifica la cosa. L'ipotesi "lo metto gratis in rete che magari qualcuno almeno lo legge" non è del tutto scartata, altro che grandi ambizioni editoriali.

Alla fine di una prima stesura si inizia a guardare quello che si è scritto per cercare di capire che cosa sia.
Il fatto che per me fosse un esperimento, la cui fase di pre produzione attiva è durata due giorni, lo rende più curioso e affascinante. 
Io stessa non so cos'ho scritto.
Di certo non è un YA. I romanzi per adolescenti hanno un lessico di un certo tipo, mentre la mia protagonista indulge in un modo di parlare che la distingue dai suoi coetanei, troppo volutamente ricercato. Frequenta la prima superiore e a volte i suoi ragionamenti partono da quello che sta studiando, con vere digressioni letterario/filosofiche. Infine credo che alcune tematiche siano presenti anche nei romanzi YA, ma non trattate in questo modo. I miei mondi, sopratutto quello reale, sono sempre brutti. La gente muore, si fa del male, fa del male con inaspettata crudeltà. Quindi no, non è uno YA.
Potrebbe essere un romanzo di formazione, a modo suo. Ma anche qui la cosa curiosa è che alla mia protagonista e al ragazzo di cui si innamora non capitano delle cose che li fanno crescere. Elaborano quello che è già capitato loro. Quindi più che sul crescere al massimo è un romanzo sull'accettare di crescere, sul ricordo e l'elaborazione del vissuto.
È uscito, e non era mia intenzione, un romanzo sulla ricerca della felicità. È una cosa che torna a più riprese, senza che fosse pianificato. Sul fatto che agli adulti piace pensare i giovani felici solo perché sono giovani, ma l'adolescenza è spesso la stagione della disperazione.

Vi lascio l'anteprima di un pezzo "musicale", ma che credo renda l'idea del mio modo di raccontare l'adolescenza.

Pensavo di voler suonare per non pensare. Ho provato la cosa più difficile che abbia mai osato desiderare di suonare. 
Vento notturno di Medtner. 
Che cosa ti urli, di notte, vento? 
Che cosa mi urla, dentro? 
Quale parte di me torturata e ferita non riesce né a parlare né a tacere? 
Vorrei farla mia, questa sonata, urlarla con le dita sui tasti. Far sentire le urla, anche se non lo fa. Non è una cosa gridata, la sonata di Metner, è sommessa, a volte sussurrata. È terribilmente complicata e involuta, ma con qualcosa che preme per uscire, che si fa ora dolente, ora giocoso, un dolore che si nasconde e non si vuole far riconoscere. Sembra che l’abbia scritta per me, oggi. Ma non è vero. O, meglio, non ce la faccio. È troppo. Troppo da improvvisare nella Bara, senza poter davvero evocare lo spirito del maledetto russo che mi indichi come muovere le dita sui tasti. Non posso suonare il mio dolore sulla musica di un altro, perché non ne sono capace. E allora lascio che siano le mie dita a scegliere. Qualcosa di meno alto e preciso. È brutto rendersi conto che non sei in grado di scrivere te stesso, ma che qualcun altro lo ha fatto. È ancora più brutto se non sei in grado di appropriartene. Ma io suonerò Medtner, un giorno. Lo suonerò come lo avrei voluto suonare oggi, con la voce della mia anima spezzata, con il sangue che cola dentro e non si fa lacrima, con i singhiozzi ingoiati e la normalità che ti avvolge e soffoca. 

Per chi volesse una parte della colonna sonora, il brano è questo

E voi come vi sentite a prima stesura completata?

lunedì 30 dicembre 2019

Letture e scritture del 2019


Per augurarvi buon 2020 ho scelto una fenice giapponese, fotografata alla mostra Il Giappone e l'Italia attualmente al Mudec di Milano.
«Un uccello mitologico, che non muore mai, la fenice vola lontano, avanti a noi, osservando con occhi acuti il paesaggio circostante e lo spazio distante. Rappresenta la nostra capacità visiva, di raccogliere informazioni sensorie sull'ambiente che ci circonda e sugli eventi che si dipanano al suo interno. La fenice, con la sua bellezza assoluta, crea un'incredibile esaltazione unita al sogno dell'immortalità».
The Feng Shui Handbook, feng shui Master Lam Kam Chuen

Che scegliate questa affascinante interpretazione orientale, o quella occidentale dell'animale in gradi di rinascere dalle proprie ceneri, mi sembra che la fenice possa essere un buon compagno di viaggio per l'anno nuovo. Personalmente mi piace l'idea di una creatura immortale che vola lontano, alta sulle nostre miserie, capace di vedere il disegno e la bellezza che a noi sfuggano. Spero che il 2020 mi regali questa capacità di vedere oltre, più in grande e più lontano.

Questo è, invece, il tempo dei bilanci. 
Non ne farò di personali. È una cosa che mi intristisce e mi fa sentire vecchia. Inoltre da buona storica so che i bilancia si possono fare solo a distanza. Ciò che semini oggi potrebbe fiorire tra dieci anni, così la sciocchezza dell'oggi potrebbe avere conseguenze più avanti.
Meglio parlare di libri, territorio più sicuro, dove è più facile e più agile distribuire giudizi.
Ho letto poco nel 2019, ma non pochissimo. Non tengo conto delle pagine lette, inoltre leggo in modo disordinato, rileggo, mescolo romanzi, saggi, fumetti e articoli. Dovrei essere sulla trentina di libri completi, un buon numero di spizzicati o passati in lettura veloce, oltre a tutti gli albi a fumetti e gli articoli vari. Tutto sommato considerato che leggo veramente nei ritagli di tempo, mentre cucino, in pausa pranzo, mentre mia figlia fa ginnastica, in auto davanti all'asilo se arrivo in anticipo. Quello che ho imparato in questo 2019 è che se un libro vuole farsi leggere si legge. Ne ho appena finito uno piacevole, non memorabile, Racconti di pioggia e di luna, una sorta di raccolta di racconti di fantasmi giapponese, a cui non credo di aver dedicato neppure 10 minuti di lettura "tradizionale", seduta sul divano. Stava comodo in borsa, saltava fuori al momento giusto e oggi mi sono trovata un po' a sorpresa all'ultima pagina. Evidentemente voleva essere letto.
Eccoci quindi alla consueta classifica dei libri che più mi hanno colpito nel 2019

IL PODIO DELLE LETTURE 2019

3° CLASSIFICATO – LA TRILOGIA DELLA LUNA di IAN McDONALD
Tre romanzi che certo non si possono definire alta letteratura, ma che ho divorato, con il piacere di scoprire cosa sarebbe accaduto nella pagina successiva. Tre libri che mi hanno regalato qualche svolta di trama non scontata, un paio di spunti di riflessione e almeno un personaggio (Adriana Corta) assolutamente memorabile.
Di questi tempi non è poco.




2° CLASSIFICATO – PRIMA DI DRACULA di TOMMASO BRACCINI
Un saggio che si legge come un romanzo, che ha cambiato per sempre il mio modo di vedere i vampiri. Prima poveri non morti che anelavano solo a un po' di (non) vita massacrati da villici impauriti e poi un pasticcio teologico senza pari che ha di fatto generato il più persistente e fortunato mito dell'età moderna. Una lettura consigliatissima a chiunque voglia indagare cosa si può nascondere dietro una leggenda.





1° CLASSIFICATO – IL BUIO OLTRE LA SIEPE  di HARPER LEE
Questo è il classico che avrei dovuto leggere da una vita e che invece ancora non avevo letto. Un enorme grazie qui va al Gruppo di Lettura Piovono Libri senza il quale ignorerei un sacco di capolavori. Ho davvero poco tempo per andare alle riunioni e non frequento gli altri membri del gruppo come vorrei, ma ho davvero un enorme debito di gratitudine verso di loro per tutte le letture che in questi anni mi hanno fatto scoprire. Questa, lo ammetto, è stata un po' la scoperta dell'acqua calda, perché tutti dicevano che il libro era bellissimo e davvero bastava prenderlo in mano per rendersene conto. Il libro è bellissimo e chiunque non l'abbia ancora letto lo faccia!

SCRITTURE DEL 2019
Due giorni fa ho finito la prima stesura del "non più YA". Devo ancora dare la prima rilettura all'ultima parte e poi in qualche modo iniziare la revisione. Non so davvero cosa ne uscirà. Ci sono delle criticità strutturali che mi preoccupano e devo proprio vedere che effetto fa letto tutto d'un fiato.
Però è il primo progetto scrittoreo di largo respiro iniziato e terminato dall'arrivo di mia figlia. Già questo renderebbe l'essere arrivata in fondo un discreto successo. Aggiungiamoci che mi sono di molto allontanata dalle mie "zone di comfort", ho sperimentato, ho sofferto e ho studiato parecchio per questo romanzo. Ho pianto e sudato. Quindi l'essere arrivata in fondo è un successo che comunque nessuno mai mi potrà togliere. Poi quel che sarà sarà, c'è molto da lavorare, molto su cui riflettere, decisioni prima o poi da prendere. Ma adesso mi godo questo piccolo traguardo.

Sul fronte pubblicazione, chi lo sa? Il 2020 apre spirargli che si riveleranno forse false illusioni. C'è una valutazione ancora in corso a cui ammetto di credere sempre meno, ma chissà. E poi c'è il progetto con Delos Digital il collaborazione con RiLL. Questo è un regalo inatteso. Di per sé un progetto piccolo piccolo. MA... Ci sono alcuni MA importanti. Intanto è seguito molto bene, perché dei testi si stanno occupando non uno, ma due professionisti, della serie questa volte sto in una botte di ferro, non salta neppure una virgola. È un progetto pilota, quindi non si sa come andrà, magari anche molto bene, chissà. È un enorme atto di fiducia nei miei confronti, perché si tratta di storie che non pensavo davvero avrebbero mai visto una pubblicazione. Infine, queste sono storie nate perché i personaggi mi hanno imposto di scriverle, per esorcizzare dei dolori, per dare forma a dei fantasmi, perché alcuni (preziosissimi) amici volevano leggerle. Sono davvero figlie del mio cuore. L'idea che vedano la luce un po' mi terrorizza. E mi rende felice. E da sola questa notizia addolcisce un po' il modo a cui guardo il mio 2020 letterario

BUON 2020 A TUTTI

domenica 6 ottobre 2019

Le regole scrittoree che sto infrangendo


Per molto tempo ho scritto ben ancorata a dei generi codificati. Il giallo, il fantasy. Al limite, la fantascienza. Il genere mi dà sicurezza, mi sento protetta dalle regole, i luoghi comuni sono, appunto, luoghi conosciuti in cui si torna volentieri. Il giallista torna sempre sul luogo del delitto. Amo sottogeneri ancora più codificati, il giallo sherlockiano, che ha regole sue proprie ancora più stringenti (sbagliate di un anno o, in alcuni casi, di un mese e rischiate il linciaggio da parte degli appassionati).
Non so esattamente quando ho iniziato a sentirmi stretta nei confini dei generi.
A volte sono io che ancora li ricerco, come quando progetto racconti sherlockiani, ma sempre di più i paletti hanno iniziato a stancarmi. I miei detective hanno preso a fuggire un po' ovunque senza alcuna voglia di correre dietro ai criminali, i miei eroi(?) fantasy hanno lasciato arrugginire le spade.
Forse era tempo di provare altro.
Forse semplicemente questa storia è venuta a bussare adesso perché sapeva che la porta sarebbe stata aperta.
Non è stato un percorso semplice, né lineare, né indolore.
A oggi sono piuttosto preoccupata per quello che sto scrivendo perché io non so dargli una collocazione. Il fatto che la protagonista abbia sedici anni dubito che possa renderlo automaticamente uno YA.
Non solo non ha più senso, quindi, fare un post sulle regole della scrittura, ma ha senso farlo sull'infrangere le regole della scrittura.

LE REGOLE SCRITTOREE CHE STO INFRANGENDO.

1 – La struttura in tre atti
Di tutto questa è sicuramente la cosa più grave e, per me, più preoccupante. Perché la struttura in tre atti non è solo una regole di scrittura, ma è proprio il format narrativo più comprensibile dal nostro cervello. Puoi girarlo, rovesciarlo e manovrarlo come vuoi, ma rimane il fatto che è più facile collocare gli eventi dell'Odissea, sia secondo la fabula che secondo l'intreccio, di quelli Iliade, perché l'Odissea ha una struttura in tre atti più definita dell'altro (che comunque ce l'ha). Quindi maneggiare una storia che non stia dentro uno stampo narrativo millenario mi preoccupa.
La storia fa, la storia decide, però.
La protagonista ha sedici anni e va a scuola, quindi ci si aspetta una narrazione che segua il calendario scolastico, come fanno i libri di Harry Potter, da settembre a giugno. Però gli altri personaggi importanti girano tutti intorno a una squadra di sport invernale, il cui calendario agonistico fa da agosto a marzo. E se magari potrei anche spostare i mondiali della disciplina, ma di un mese, non di due, le olimpiadi, juniores o senior che siano, invernali a maggio/giugno non sarebbero credibili. Non lo sarebbero. 
Da questa cosa non ne esco. Poiché alcuni eventi della trama dipendono dal calendario agonistico e altri da quello scolastico e il Natale, le Olimpiadi e la Pasqua, ahimè, hanno una fluttuazione scarsa o nulla, non riesco a intortare la storia nella forma più congeniale.
Quindi il "momento di massima difficoltà", che dovrebbe stare a ridosso della fine, resta a febbraio, dando a tutto il romanzo un'andatura strana e anticonvenzionale che, in realtà, era voluta solo fino a un certo punto.

2 – Narratore e narratario
Nel caso in cui una narrazione sia in prima persona, la mia lo è, bisogna pensare a perché qualcuno racconta la storia e a chi la sta raccontando. Ho pensato a varie cose, qui, dal diario al blog, ma non erano credibili. Anche se alcuni miei alunni davvero tengono un diario, non penso che la mia protagonista potrebbe farlo. Quindi siamo nel campo del flusso di coscienza ingiustificato. Alcuni eventi avvengono in una sorta di presa diretta, altri invece sono pensato a posteriori. I capitoli sono sostituiti da una scansione temporale. Ogni parte è un mese, ogni capitoletto è una sequenza temporale. Così alcune giornate durano venti pagine e altre mezza.

3 – Le regole del YA
A livello editoriale so già che sarà questa la cosa che mi fregherà. Nel senso che se hai protagonisti adolescenti devi scrivere per adolescenti. Io non sono del tutto sicura che questa sia una storia pensata per adolescenti. Di sicuro parte seguendo le regole del YA, ma poi devia. L'inizio è quanto di più standard ci sia. Una ragazza si trasferisce in una nuova città e conosce nuova gente. Ma non c'è il bello e dannato e il bello/amichevole/rassicurante tra cui scegliere (nei romanzi vince sempre il bello e dannato). Anzi, in realtà la storia d'amore, che pure c'è, è la cosa che in assoluto fila più liscia. Non è quello proprio il cuor della storia. In compenso, visto che hanno sedici anni pensano molto a quello che possono fare da soli in una camera da letto, a quello che è già successo e a quello che magari succederà o non succederà. Questa è la prima storia che io abbia mai scritto, beve o lunga, in cui compaia la parola "preservativo".

4 – Le regole della storia sportiva
Volendo questa poteva almeno essere una storia sportiva. C'è qualcuno che ha del talento, ma bassa autostima, parte da una posizione svantaggiata, trova un allenatore su cui all'inizio nessuno scommetterebbe e... beh, Karate Kid lo abbiamo visto tutti.
Allora, c'è una ragazza con una bassa autostima, che però non fa sport e continua a non fare sport. Ci sono altri ragazzi che invece lo sport lo praticano. C'è un allenatore che ci prova davvero, ma è alle prime armi, ha anche problemi suoi, fa un sacco di errori... E non sono sicura che alla fine ci sia la catarsi vittoriosa. La mia visione dello sport è sempre ambigua e ambivalente. A me praticare sport agonistico ha fatto un sacco di bene, ad altri ha rovinato la vita. E quindi niente, ci siamo giocati anche le regole della storia sportiva.

5 – Usare e dosare con consapevolezza il proprio vissuto
Con consapevolezza, certo.
Quindi l'altro giorno mi sono ritrovata a dire a una persona che "forse" riconoscerà qualcosa dei tempi in cui io praticavo sport e lui era l'allenatore in seconda. Forse, eh. E in quel momento esatto mi sono resa conto che ho cambiato lo sport, il contesto, l'ambientazione, ma un personaggio si chiama esattamente come la  ragazza che entrambi abbiamo conosciuto. E in realtà non era quella la cosa di cui volevo parlargli e che forse avrebbe riconosciuto. Consapevolezza, questa sconosciuta.


Intanto, però, la storia prosegue e prosegue anche la vita. 
Ho scritto questa storia immaginandola ambientata in questo anno scolastico e sportivo, quindi con qualche mese di anticipo sulla realtà.
È iniziato ottobre, uno dei mesi che trovo più belli dell'anno, anche se lo trascorro quasi interamente a scuola. Quindi vi regalo uno spezzone di ottobre montano visto dalla mia protagonista.

Non ero mai stata in montagna a ottobre. Chi ci andrebbe mai, finita la calura che ti spinge in quota e prima della neve? Quindi non li avevo mai visti i colori delle foglie contro il cielo terso. Le betulle hanno un giallo quasi paglierino, gli aceri sono rossi, ma di un rosso abbagliante, diverso da quello tra l’arancio e il ruggine dei faggi. Questi ultimi, decido, sono le mie piante preferite. Con i loro tronchi grigi e dritti hanno l’eleganza degli alberi di Lorien del Signore degli Anelli, piante per creature privilegiate. Quando ci si passa sotto, le foglie formano un fruscio di cui puoi, quasi, distinguere le note. Sopra, il cielo è terso, percorso dal vento che ha già portato, nei giorni scorsi, le nubi a scaricare la neve sulle vette. Che cosa strana, penso. La montagna non può essere un ambiente ospitale per l’uomo. Un minimo di istinto di sopravvivenza dovrebbe portare la nostra specie a trovare bello ciò che meglio le si adatta (quindi, considerata la nostra storia evolutiva, la savana, forse), non un luogo ostile come la montagna poco prima che arrivi l’inverno. Eppure adesso mi sembra che chiunque non abbia visto le Alpi in certi giorni di ottobre si sia perso qualcosa di vitale.
Il lago è una spettacolo di riflessi. Un mondo amplificato in cui si duplicano i colori dell’autunno e che appartiene a noi soltanto. Arrivati sulla riva, Aleksej non si ferma neppure. Getta lo zainetto sull’erba, toglie le scarpe e le calze, slaccia le cerniere sui polpacci dei suoi pantaloni tecnici da corsa, li rimbocca fino al ginocchio e prosegue nell’acqua bassa.
– Venite, è bellissimo! – grida, alzando una mano per farci segno di entrare.
In tre lo guardiamo come fosse un alieno.
– Sapete, viene da un posto in cui i mammut sono morti congelati – commento, un po’ incredula.

lunedì 1 luglio 2019

Storie di getto, storie col contagocce.


Quando scrivo, do sempre l'impressione di scrivere velocemente, di getto. Perché di fatto quello che si vede da fuori è che mi metto al computer e scrivo, per tutto il tempo che ho a disposizione (che di questi tempi può essere dieci minuti, ma va beh). Cambia però il tempo che è passato tra quando ho iniziato a pensare alla storia a quando ho iniziato a scriverla.

Ho finito da poco un racconto che è decisamente contagocce. I primi appunti sono dell'inverno 2017. Adesso è uscito un racconto e ho il sospetto che ci sia ancora qualcosa che cova, da qualche parte.
Anche la cosa che ho scritto prima è stata decisamente contagocce. La trama era già delineata prima di Natale, ma ci ho messo fino ad aprile prima di scriverla, montandola e rimontandola nella mia testa.
C'è qualcosa di rassicurante nelle storie contagocce. Sono snervanti in fase di ideazione, perché le idee vengono a pezzi a bocconi. Le metti lì, nel Magazzino nelle Storie Possibili e non sai bene se le userai mai. Immagini una scena, senti che non funziona, ti innervosisci, la guardi e la riguardi, fino a che non ti convince un po' di più.
Però quando finalmente ti siedi e scrivi, ne conosci perfettamente i confini. Sai che arriverai in fondo, sai che alcune parti, magari, ti faranno stare male. Sai quali sono, quante sono, prendi le necessarie contromisure. 

Ci sono invece storie che escono di getto.
Io non credo tanto al discorso dell'ispirazione improvvisa. Credo piuttosto che, semplicemente, abbiano covato a lungo nell'inconscio, abbiano strisciato nel profondo dell'animo e poi qualcosa, all'improvviso, le fa uscire fuori.
Solo che una storia che arriva così, non prevista, dal profondo, non sai bene cosa tiri fuori.
Non ne conosci i confini, non sai se la finirai.
Non ne conosci davvero i contenuti. Quanto starai male scrivendola, quali tombini dell'inconscio possa aprire.
Non mi piace al cento per centro scrivere queste storie. Essendo io cauta, preferisco le storie contagocce, che ho succhiato a poco a poco e arrivano sulla pagina già elaborate. Però non sono io che scelgo. Le storie arrivano.

Ora sono nella strana condizione di essere stata raggiunta da una storia di getto, del tutto inaspettata, arrivata all'improvviso mentre pensavo di covare una storia contagocce (che poi spero ancora di riuscire a far condensare) e allo stesso tempo di star revisionando un'altra storia di getto, scritta un po' più di un anno fa.
Rileggendo quella mi rendo conto di quante cose ci ho messo dentro di cui assolutamente non volevo parlare. Alcune non le avrei mai scritte "a mente fredda" perché sono tematiche che non padroneggio, di altre cose pensavo non avrei scritto mai, neppure sotto tortura. Che poi, per carità, sono nascoste bene, però fa strano rileggere qualcosa che mi ero ripromessa espressamente di non scrivere. 

E poi c'è l'altra storia. Quella che mi sono trovata a scrivere in due giorni. Che vorrei tanto fosse una storia contagocce. Perché ha una struttura per me nuova e vorrei pensarci bene, prima di improvvisare. Perché vorrei montarla e rimontarla nella testa, per essere sicura di arrivare in fondo. Perché non è così piacevole essere scaraventati da una storia subito dopo la parte peggiore di un'adolescenza, nel momento in cui si devono raccogliere i cocci. Perché alcuni cocci, anche per interposto personaggio, può darsi che taglino ancora.
Ma quando la voce di un personaggio arriva nitida e precisa, c'è poco da fare. Ci si mette al computer e si inizia scrivere. E si spera in bene. 
Ed eccola qui, dunque, la mia A.L.

Avete presente certi regali che fanno le vecchie zie o le nonne, di assoluto pessimo gusto o che magari vi sarebbero anche piaciuti, quando avevate cinque anni in meno? Quei regali che non ve la sentite di buttare, perché magari la zia poi è morta e quella è l’ultima cosa che vi ha dato? Finiscono tutti in fondo agli armadi, dietro ai vestiti in cui non entrate più e vi dimenticate di averli.
Ecco, io sono uno di quei regali.

E voi, se scrivete, siete più da storie contagocce o di getto?

lunedì 4 febbraio 2019

Cose che si imparano scrivendo fumetti


È finito il quadrimestre, siamo stati travolti da un'influenza stile valanga, di quelle che non risparmiano nessuno, è scesa la neve, ho quasi finito, e non mi sembra sia possibile, il mio primo esperimento di sceneggiatura per fumetti.

Ho quasi finito la prima stesura, quindi il primo step di un lavoro molto più lungo e pertanto tutte le mie considerazione sono parziali.

Tuttavia, obbligandomi a cambiare totalmente approccio alla narrativa, ho dovuto ragionare di nuovo su alcune cose, mettere in dubbio le cose che davo per acquisite e, in fin dei conti, ricominciare da capo.
Insomma, sono dovuta ripartire dalle basi, gestione punto di vista, personaggi, dialoghi, da ciò che credevo di saper fare e ho scoperto che, tutto sommato, ci sono aspetti che non avevo considerato e sarà bene tener conto anche quando tornerò alla narrativa.

TUTTI I MODI IN CUI UN PERSONAGGIO PUÒ PARLARE
Come si fa a far parlare un personaggio? Ma col dialogo, è ovvio.
I fumetti, poi, sono pieni di dialogo.
Sì, però...
Intanto quanto puoi far durare un dialogo in un fumetto, quattro tavole? Immaginando che ogni personaggio abbia una battuta a vignetta e immaginando sei vignetta per tavola (in realtà sono molto meno) abbiamo un massimo di 24 battute. Ogni battuta deve stare sotto le due righe come media.
Sembra tanto, ma è pochissimo, anche perché di dialoghi così lunghi in un albo ne puoi mettere pochi. La maggior parte sono scambi molto più rapidi.
Sì, però, obietterà qualcuno, le psicologie del fumetto sono di carta velina.
Non sempre. E comunque non abbastanza.
Nel caso specifico ognuno dei personaggi principali ha un grosso segreto, c'è un uomo che in realtà è una donna, uno schiavo fuggiasco e un uomo che non è proprio un essere umano. Ci sono sette segrete e tutto un mondo di cui scoprire il funzionamento. Ma le parole per raccontare tutto ciò sono pochissime!
Allora le parole si pesano, una a una, si girano le frasi per essere le più corte e le più dense possibili. Io di mio amo i dialoghi secchi, ma qui ho dovuto potare siepi già rachitiche per arriva a definire interi personaggi con una battuta o due.
Ma i personaggi non parlano solo con le parole. Parlano con la posa del corpo, con i gesti, con gli abiti, con gli sguardi. Nell'immaginare una storia disegnata ho dovuto prestare la massima attenzione alla gestualità dei personaggi, molto di più di quanto non faccia di solito. Quanto cambia, per esempio, a quanto cambi il senso di una battuta, pronunciata guardando il cielo, con una lacrima che spunta dall'occhio, piuttosto che fissando con fare deciso l'interlocutore.

VISIONE INTERNA/VISIONE ESTERNA
In un fumetto lo spazio per l'introspezione è minimo. Non assente, ma minimo. Si può ricorrere al dialogo interiore, ma per poche vignette e per pochi personaggi. Anche qui la personalità deve uscire dai gesti, dal mostrato e dal non narrato.
Per questo esperimento sono partita da personaggi nati in altri contesti e riadattati a nuove condizioni. Però alcuni tratti caratteriali rimanevano quelli, chi è ostinato, chi è aggressivo, chi è un pesce fuor d'acqua all'esterno del proprio ambiente, chi ha una scarsa autostima... Per i primi tre nessun problema, ma per il quarto personaggio, soprannominato dalle mie complici "mezzasega", il coro è stato unanime: "questo non è più mezzasega!". Il problema è stato che è sempre stato un personaggio in gamba in quello che faceva, ma con una forte emotività e un sacco di dubbi. Solo che nella versione a fumetto c'era pochissimo spazio per i suoi dubbi, in parte perché il suo ruolo è essere "l'uomo del mistero" in parte perché è visto esclusivamente o quasi da fuori. E da fuori si percepisce un personaggio deciso con delle priorità ben chiare.
Questo mi ha dato molto da pensare sulla gestione dei personaggi e di quanto la percezione del lettore possa essere diversa da quella dell'autore e tra la discrepanza tra le sue azioni e la sua percezione di sé. Di fatto mi sono resa conto di non essere mai stata contenta di ciò che veniva percepito di questo personaggio. Nei racconti chi li ha letti ha dato troppo peso a quello che lui pensava di se stesso e poco ai risultati ottenuti, nella sceneggiatura quelle stesse persone hanno potuto vedere solo i risultati e di fatto non lo hanno riconosciuto.
La riflessione che ho fatto è che forse ho sbagliato in entrambi i casi e nel narrare qualcuno bisogna trovare un grande equilibrio nel raccontare ciò che sente di essere e ciò che è, sopratutto nel caso vi sia una grossa discrepanza. Se non avessi tentato questo esperimento non mi sarei resa conto che a volte l'ottica nella mia narrazione è troppo focalizzata su ciò che il personaggio pensa di essere.

RACCONTARE ATTRAVERSO L'AMBIENTE
Lo sappiamo tutti che l'ambiente non è solo un palcoscenico neutro su cui si muovono i personaggi, ma deve diventare lui stesso personaggio. Con così poche parole, tutto deve essere funzionale alla storia. Ogni oggetto inquadrato, ogni arredo, ogni particolare paesaggistico. Non c'è spazio per luoghi neutro. Eppure quando scrivo narrativa a volte ho pensato un po' sbuffando a una mezza pagina di descrizione d'ambiente, quelle parti che non mi piace scrivere, che pure devono esserci... Ecco, forse adesso ne colgo appieno le potenzialità.

Insomma, al di là degli esiti dell'esperimento in sé, questo provare un nuovo approccio alla narrativa mi ha dato davvero molti spunti, che volevo condividere con voi.

sabato 19 gennaio 2019

Provando a scrivere per il fumetto



Come accennavo nel post precedente, in questi giorni mi sono imbarcata nella follia di provare a venire a capo di una sceneggiatura per fumetti.

Perché? 
La domanda dovrebbe magari essere: perché no? Dopo tutto sono stata svezzata a fumetti Disney e Bonelli, leggo fumetti tanto quanto leggo narrativa, ben più di quanto non legga saggistica, sono anche molto più "sul pezzo" sulle novità e le tendenze del fumetto rispetto a quanto non lo sia per la narrativa. La nostra piccola "comune del fumetto" che fa girare gli acquisti mi ha permesso di leggere quasi tutte le opere premiate negli ultimi anni in Italia, Francia e Stati Uniti. Anni fa ho persino seguito un mini corso di sceneggiatura per fumetti.

E tuttavia perché farlo? A disegnare sono una capra, quindi avrei bisogno o un disegnatore indipendente che decida di dedicarmi un anno del suo tempo o poco meno o un editore interessato alla sola sceneggiatura. Questo tralasciando il fatto che sono una dilettante allo sbaraglio.

In fatto è che mi sono imbattuta, o sono stata fatta sbattere (ciao, care), in una storia che è prettamente visiva. È bella mostrata, disegnata. Raccontata perderebbe tre quarti del suo senso di esistere.

E così, da brava dilettante allo sbaraglio, ho riesumato vecchi appunti, comprato un manuale, cercato materiale in rete e mi sono messa a scrivere.
Quindi non ho assolutamente le basi per scrivere un post su come si sceneggi per fumetto, ma ho qualche riflessione su cosa significa provarci per la prima volta con una storia lunga venendo dalla narrativa.

Provare a ragionare per tavole e vignette
Mi sto muovendo immaginando per la mia storia un formato europeo, un doppio albo francese o un albo di formato bonelliano.
Quindi la mia unità narrativa è la tavola. Che non corrisponde a una pagina. Un testo può stare in mezza pagina, una, due, dieci. I capoversi e le pagine non hanno nulla a che vedere con la pagina. C'è un ritmo, certo, che è dato dall'uso della grammatica e dalla sintassi della lingua.
Nel fumetto c'è la tavola, che il lettore vede nella sua interezza in un unico colpo d'occhio e poi legge.  Il girare pagina è una frattura visiva molto più marcata del girare pagina in narrativa. Quindi una tavola è una mini unità che deve avere una sua coerenza e una sua tensione interna. A sua volta la tavola è frazionata in vignette, che non possono essere mille. Di base sono sei, che poi possono essere variamente assemblate.
Quindi devo frazionare la storia in un numero finito di tavole, ognuna con un suo senso, che a sua volta va frazionata in un massimo di 6 o 7 istantanee.
Non sto scrivendo narrativa, neppure filmando una scena. È cose se dovessi fotografare la storia. Devo scegliere quali e quante fotografie accostare perché il susseguirsi degli eventi si capisca. Troppe immagini diventa noioso e poi il mio spazio è definito, non mi sta dentro la storia. Troppo poche e non si capisce.
Al momento questa è la parte più difficile e più divertente.
Difficile perché non so se sto usando la grammatica del fumetto in modo corretto. Né so, al momento, se starò nel numero di tavole previsto. Che non è "più o meno" è quello e basta, nessun margine di tolleranza nel fumetto.
Più divertente perché ogni scena si può assembrare e riassembrare in mille modi. Mi compongo la tavola davanti agli occhi, mimando la posizione delle vignette con le mani. Sembro più pazza del solito. Ma è come scrivere e allo stesso tempo comporre un puzzle. Doppio divertimento.

Raccontare per immagini
Le parole dentro una tavola di fumetto sono dannatamente poche. Mezza riga fa una didascalia didascalia. Due righe per una battuta sono già quasi d'avanzo. Ma non è detto che il fumetto debba per forza raccontare cose semplici. Io ho un amore per lo sceneggiatore Gianfranco Manfredi, che scrive spesso fumetti storici e racconta cose complicatissime, con un numero comunque limitato di parole. Perché le immagini non sono puri sfondi, ma portatori di significato.
Giusto per complicarmi la vita, la mia storia è un fantasy steampunk, quindi ambientata in una sorta di fino XIX secolo alternativo con tutta una serie di mutamenti sociali in atto solo in parte mutuati dal nostro XIX secolo. Non ho parole per raccontarli. Nel senso che proprio non ho parole in numero sufficiente. Deve essere l'ambientazione a parlare per me. E allora è divertente immaginare luoghi di culto riconvertiti in società operaie. Con vecchie vetrate a raccontare un immaginario, manifesti appesi alle pareti a narrarne un altro contrapposto. Anche le psicologie dei personaggi devono uscire più da ciò che fanno che da ciò che dicono.
Ci riesco? Non ci riesco? Non lo so, ma è divertente.

Scrivere per essere capiti
Nella più rosea e fantascientifica delle ipotesi un domandi tutto ciò deve arrivare nelle mani di un disegnatore che ha solo le mie parole per dare vita al mio mondo.
In narrativa le parole devono essere precise, ma anche creare suggestioni che si mescolano con l'immaginario del lettore. Chi sono, quante sono e come sono vestite le persone presenti a un ballo di corte in un romanzo? Difficilmente ci verrà detto di tutte quante. Quante sono, chi sono e come sono vestite le persone a un ballo di corte in una tavola di fumetto? Eh, forse il disegnatore, che può non essere un esperto di balli di corte, deve saperlo.
Cambia proprio il modo di scrivere, quindi, che non deve essere "bello", quale che sia l'accezione che noi diamo a questo termine, ma chiaro. E non è affatto facile.

Ciò di cui puoi farcire un fumetto
Io sto provando a scrivere una sceneggiatura di un fumetto in cui comunque prevale l'azione. Non è certo Persepolis o Maus (due storie a fumetti che raccontano rispettivamente le vicissitudini autobiografiche di una ragazza iraniana e l'olocausto). Questo non vuol dire che non ci possano essere dei passaggi che mi stanno a cuore.
In questo preciso momento mi sto arrovellando sulle riflessioni della protagonista in un momento cruciale. Per vari motivi ha passato gran parte della sua vita a essere trattata come se fosse un uomo, anche se chi la circondava sapeva benissimo che non lo era, con un ruolo di comando e relazioni con gli uomini basate sulla parità. Si trova ora a essere interrogata come testimone di un delitto da poliziotti che la vedono solo come una donna e sono interessati esclusivamente al rapporto sessuale che aveva con la vittima. Ci è andata a letto di recente? Aveva avuto una relazione? Lo ha ucciso lei insieme all'attuale compagno per togliere di mezzo un ex scomodo? Senza alcun interesse alla dimensione di profonda stima personale e fiducia che invece caratterizzava il suo rapporto con il poveretto. In quanto donna viene trattata come puro corpo e nessuno è interessato a sentire le sue considerazione e le sue ipotesi. Vorrei che queste cose saltassero fuori in un fumetto in cui comunque prevale l'azione, senza appesantirlo troppo. Ci riuscirò, non ci riuscirò? La sfida è aperta.

Questo al momento è il mio "gioco" letterario. Qual è il vostro?

lunedì 14 gennaio 2019

Sfide scrittoree per il 2019


Non voglio fare un elenco degli obiettivi scrittorei del 2019.
Il più bel regalo scrittoreo che mi abbia fatto il 2018 è il ritrovare il gusto di scrivere per me stessa, o al massimo per un gruppo di amici. Il ritrovare del piacere della sfida tecnica del "non ho mai scritto una storia del genere, arriverò in fondo?". 

Negli ultimi anni la domanda si era spostata molto sul "riuscirò a pubblicare questa storia?" o, peggio "come la devo scrivere perché sia pubblicabile?".
C'erano alcuni tipi di storie che avevo imparato a scrivere, in primi il racconto giallo ed ero arrivata al punto di sapere se avevo fatto un racconto vendibile. Il risultato era che a volte ciò che piaceva a me non era quello che piaceva a chi doveva scegliere (con la notevole eccezione dei racconti sherlockiani, che sono sempre stati gioia pura).
Mi sono ritrovata, quindi, da una parte con una certa frustrazione di fondo. La sensazione che, se volevo pubblicare a determinate condizioni non dovevo raccontare ciò che mi stava più a cuore.

Il 2018 mi ha insegnato a fregarmene, a cercare di ritrovare il gusto per la sperimentazione e il muoversi in strade nuove. La sfida di iniziare una storia e non sapere se sarei riuscita a portarla a termine, non per problemi di pura forza di volontà, tempo, concentrazione e fiducia nella storia stessa, ma per motivazioni tecniche.
Mi sono trovata a scrivere, in forma "privata" una storia ambientata alle olimpiadi invernali del 2018, quindi con una griglia strettissima di eventi, eventi, spostamenti e logistica di cui tenere conto. Perché il personaggio tale doveva trovarsi al tal giorno alla tal ora in quel tal posto e l'altro era da tutt'altra parte. È stata una cosa difficilissima, uno dei pochi racconti che ricordo di aver finito davvero con sollievo. Un "grazie al Cielo sono arrivata in fondo".
Ho finito quella storia, però, anche con un grande senso di divertimento, dovuto allo scrivere quello che non avevo mai scritto prima e del "chissenefrega del mercato editoriale".

Quindi il mio obiettivo per il 2019 in scrittura è sfidare me stessa, divertirmi e pubblicare solo se è il caso, solo alle mie condizioni.

Ho un paio di opere "da concorso" che voglio o far competere in concorsi importanti e che sono, entrambe eccentriche rispetto al genere a cui vorrebbero appartenere. Voglio capire se lo sono abbastanza per essere notate, se hanno la forza di imporsi. Se è così bene, in caso contrario me ne farò una ragione.

Ho riesumato il mio vecchissimo account in EFP per pubblicare quello che voglio, sopratutto le cose nate per gioco. Sono da sempre un po' perplessa nei confronti dell'autopubblicazione. Nel senso che non ho soldi da investire per ottenere un lavoro professionale e non trovo etico far pagare per qualcosa che non è, appunto, professionale. Allora è meglio rendere pubblico un racconto su un sito apposito e gratuito, anche se, proprio per la mancanza di filtro, circolano molte storie francamente imbarazzanti. Quello che scrivo io è diverso dalla media di ciò che si trova lì e da quello, quindi, che i lettori vi vanno a cercare. "Padrone del tuo destino", pubblicato anche su EFP, però non è andato malissimo. Il sito permette di seguire le letture capitolo per capitolo ed è rassicurante vedere che se molti aprono il primo capitolo per caso, chi legge il secondo arriva poi fino alla fine. Potrei continuare l'esperimento. Io non ho nulla da perdere, i lettori neppure.

Voglio scrivere cose che siano una sfida per me, sia da un punto di vista tecnico che contenutistico.
In questo momento i miei progetti sono essenzialmente due, di cui uno nato per purissimo caso.

La riscrittura del mio romanzo fantasy, che, passando da due a cinque punti di vista è una bella sfida tecnica per me che non sono abituata a questa frammentazione degli sguardi. Lo è anche da un punto di vista del contenuto, dato che, se dovessi dargli una definizione, lo chiamerei "fantasy sociale", dato che la domanda "in che società vorremmo vivere?" diventa cruciale per le scelte dei personaggi. C'è anche una nota spiccatamente femminista nella storia, già presente fin dall'inizio, ma le mie riflessioni degli ultimi tempi mi hanno spinto a portarla più alla luce.

La nota spiccatamente femminista sta emergendo anche nel secondo progetto, nato dalla quiete delle vacanze e da una singola immagine giratami da un'amica ed è una sceneggiatura per un eventuale fumetto di ambientazione steampunk fantasy.
Avevo bisogno, credo, di fare qualcosa che non avevo mai tentato prima. Quindi ho riesumato gli appunti presi a un vecchissimo corso, ho comprato un manuale di sceneggiatura e mi sono messa all'opera. Non so assolutamente se sono in grado di arrivare in fondo, né se sto producendo una cosa sensata dal punto di vista tecnico. Il "vendibile" al momento è una mera chimera.
So che mi sto divertendo moltissimo a cambiare il mondo di pensare. Visualizzare la storia per istantanee. Sforzarmi di scrivere non "bene" ma in modo chiaro, per imprimere su carta ciò che ho in mente. Rimanere dentro una gabbia che ha vincoli strettissimi (bisogna sapere in anticipo quasi esattamente a quale pagina va inserito il colpo di scena, per dire).
Mi sto anche innamorando di una storia nata come gioco ozioso, ma che pian piano sta portando in luce cose che volevo raccontare da tempo. 
Mi piacciono quelli che sono diventati mio malgrado i due protagonisti, allo stesso tempo molto tosti e molto dolci. In particolare ho una lei che vorrei riuscire a definire in modo diverso dalle molte donne in abiti maschili della storia del fumetto e della letteratura. 
È una sfida. E come tale mi intriga moltissimo.

Tra questi due progetti credo sarò impegnata almeno fino alla tarda primavera. Poi si vedrà.

Queste sono le mie sfide scrittoree per il 2019, le vostre?

lunedì 10 dicembre 2018

Scrittura emozionale con Antonio Ferrara


Era da tempo, e precisamente dalla lettura del saggio Scrivo dunque sono di Elisabetta Bucciarelli che desideravo fare un corso sulla scrittura emozionale.

Cos'è (o cosa ho capito che sia) la scrittura emozionale
La scrittura emozionale e, ovviamente, la scrittura delle emozioni. Cioè una serie di tecniche e esercizi mirati non alla costruzione di una trama o di un prodotto narrativo più o meno spendibile e leggibile, ma al fare emergere un vissuto. Una sorta di auto analisi, per certi versi, o l'apertura di un canale di comunicazione per riversare all'esterno e quindi far leggere ciò che per troppo tempo si è tenuto dentro.
Sapevo da tempo che la scrittura emozionale è usata in vari campi, anche come sorta di "primo contatto" tra terapisti e ragazzi problematici all'interno di percorsi psicoterapeutici di vario tipo.

Si tratta quindi di una materia delicata, che ha a che fare con le parti più sensibili dell'anima umana e quindi sapevo da tempo che non sono mille le persone che ne possono parlare e trattare con competenza. Dato che la mia vita di mamma - prof - scribacchina è già abbastanza sovraffollata di impegni così com'è, la possibilità di seguire un corso mi sembrava più affine alla fantascienza.

A fine anno scolastico scorso, però, è saltato fuori  un sondaggio su quali corsi d'aggiornamento avremmo voluto fare e, dato che chiedere non costa niente, ho proposto proprio un corso di scrittura emozionale giocandomi la carta "uno dei migliori abita a due passi da noi".

Antonio Ferrara è uno scrittore per ragazzi che in passato ha lavorato in comunità alloggio per minori e che si occupa, tra l'altro, di scrittura emozionale in collaborazione con uno psicoterapeuta dell'età evolutiva. Insomma, una persona che sa quello che fa e che oltre tutto abita a Novara, il nostro capoluogo di provincia.

E quindi, per una volta, il corso che volevo seguire si è trasformato in un corso d'aggiornamento!
Ora, spero che i colleghi che si sono trovati dentro non mi odino per questo, ma finalmente io ho capito come funziona la scrittura emozionale.

Il corso si articola in tre incontri, per il momento ne abbiamo fatto uno, in cui abbiamo provato un esercizio di scrittura emozionale.

Come funziona questo esercizio? Come si fa a portare le persone a scrivere dei loro sentimenti profondi anche se di base non si tratta scrittori o aspiranti tali?

Di fatto il "trucco" sta nei vincoli. Vengono date una serie di suggestioni indirizzanti e un tempo breve (10 minuti) che ti obbliga a focalizzarti sulla prima idea.

Nel caso specifico i vincoli stavano in un titolo dato e nell'obbligo di inserire tre parole e tre espressioni da una lista. Il titolo ci indirizzava verso la famiglia e la lista delle parole e delle espressioni riportava all'affetto e alla perdita.
Non è stato un caso, quindi, che, parlando con i colleghi alla fine, quasi tutti abbiano pensato a un lutto importante e agli affetti perduti. Alcuni hanno pensato a cose troppo personali per sentirsi di condividerle. Personalmente ho scartato la primissima idea per lo stesso motivo, una cosa a cui non pensavo da molto tempo, accaduta poco dopo la morte di mio nonno. 

Si tratta quindi di creare una serie di suggestioni e dare un tempo così limitato che si finisce per forza per stappare quelli che io chiamo "i tombini dell'inconscio" perché, nella fretta di terminare l'esercizio non c'è il tempo di capire esattamente cosa stiamo andando a stappare.

Mi riservo di scoprire nei prossimi due incontri e nello studio del materiale che ci è stato lasciato le ricadute didattiche di quello che mi sembra uno strumento potente e pericoloso.
A voler lavorare bene con dei ragazzi sulla scrittura emozionale credo sia necessaria la presenza di un insegnante che gli alunni percepiscano come una figura sicura. Il rischio, infatti, sopratutto lavorando con degli adolescenti è che non siano preparati alla carica emotiva che riversano sulla carta. Infatti i racconti di una collega che ha già provato con una sua classe un percorso simile ci dicono che a volte i suoi alunni si sono trovati a scrivere cose che a mente fredda non avrebbero voluto condividere.

Un'altra questione puramente didattica, ma non solo, se vogliamo, è che la scrittura emozionale non può essere valutata (o non può essere finalizzata a una narrativa spendibile). Meglio, non è detto che da questi esercizi non vengano fuori spunti e frasi riutilizzabili altrove, ma non è proprio questo lo scopo. È uno strumento di auto conoscenza. Io mi sono accorta, rileggendo il mio esercizio, di non essere stata sincera come avrei dovuto essere, perché comunque non ho staccato il mio io scribacchino e ho comunque tenuto un occhio sulla forma di ciò che stavo scrivendo. L'altro aspetto da tener presente è che si scatenano delle emozioni e ciò è sempre in qualche modo pericoloso.

Dato che so che siete curiosi, non posso che lasciarvi con i vincoli dell'esercizio proposto. Ricordate che il tempo a disposizione è di 10 minuti.

SCRIVERE QUALCOSA DI AUTOBIOGRAFICO.
TITOLO: NELLA CASA DI MIO PADRE ESISTONO DIVERSE DIMORE
PAROLE:
Lontano
levigato
buio
severo
riarso
abisso
serrato
riconoscente

ESPRESSIONI:
lungo il pendio franoso
importante e delicato
potenza lieve
tenerezza perduta
un abbraccio rapido e silenzioso
solo per non scomparire
scrivo i miei giorni
parole affilate come coltelli
per sempre 
un topo e una montagna