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venerdì 12 agosto 2022

Di Sandman, del potere del Sogno, di strane polemiche su Morte


 Per noi che cerchiamo nelle storie un riflesso di noi stessi e che pensiamo da sempre che nulla possa realizzarsi nel mondo reale senza prima essere stato sognato, Sandman è un mito da sempre. Un fumetto di nicchia, che appena si legge si fa amare. Lo sanno bene gli editori che lo propongono in pratici volumetti al costo di un medio organo interno l'uno. Ma la lettura di Sandman è, per noi, semplicemente imprescindibile. Ora, con l'adattamento di Netflix, Sandman si appresta a diventare di tutti, senza neppure snaturarsi del tutto.


Sandman – l'adattamento

Chiunque abbia letto il fumetto, anche solo di sfuggita, ha pensato che non fosse possibile adattarlo per lo schermo, grande o piccolo che fosse. Il problema non era (solo) visivo. Il problema è una struttura atipica, con un personaggio principale, Morfeo o Sogno degli Eterni, il signore dei sogni, non solo a tratti respingente, ma anche spesso assente. Molte storie o digressioni, infatti relegano la presenza di Sogno a mero osservatore o deus ex machina finale o semplice comprimario. Le storie in Sandman si intrecciano, si sfiorano e si sfilacciano senza molto rispetto per le aspettative dei lettori. Cambiano continuamente di tono. Un attimo prima si sorride, poi si scivola nel grottesco e poi di colpo tutto si fa lirico. Questo senza perdere mai di vista il fatto che il tutto è una meditazione, a tratti profonda, sul potere dell'immaginario e gli effetti che il sogno ha sulla vita reale. Infine, per quanto assurdo possa sembrare, Sandman era una creatura di Vertigo, una costola di DC Comics. Cioè Sandman si muoveva nello stesso universo di Superman e Batman e con le sue più varie diramazioni, interagendoci direttamente.
Al netto di quest'ultima parte (per meri motivi di diritto d'autore), l'adattamento Netfix riesce a rendere tutto questo.
Il merito va senza dubbio alla supervisione di Neil Gaiman, il papà di Sandman, ma anche a un approccio insolitamente rispettoso verso il materiale di partenza.
Certo, non tutto funziona a dovere, a un certo punto il Signore dei Sogni sfida Lucifero a un duello magico che fa terribilmente Merlino vs Maga Magò (distruggendo con un solo pensiero l'intensità del momento), ma l'essenziale è rimasto.

Sogno degli Eterni è rimasto Sogno. Una creatura inumana, a tratti infantile e capricciosa, crudele, con inaspettati lampi di dolcezza. Mai avrei pensato che un attore avrebbe davvero potuto dare vita a Sogno, ma tutto, dalle sue movenze ai suoi sguardi rimanda al fumetto. L'attore ha fatto uno straordinario lavoro col proprio corpo cosicché basta un movimento ed ecco entrare in scena il Signore dei Sogni. In generale, l'impressione è che nessun attore sia fuori parte e questo, da solo, è un enorme risultato.

Sandman è rimasto Sandman. Semplificato, addolcito, ma non snaturato. Le storie hanno le stesse caratteristiche di quelle del fumetto (di cui rispettano per altro la sequenza e i titoli dei singoli episodi). Sono è un protagonista spesso assente, il tono varia di momento in momento. Si sorride di Caino e Abele, si scivola nel grottesco alla ritrovo per Serial Killer, si hanno momenti genuinamente horror (da cui il giustificato divieto ai minori di anni 18) per poi sciogliersi nella dolcezza o aprirsi a riflessioni non banali. Dopo un certo disorientamento iniziale in tutto risulta ipnotico. Sandman rimane un'esperienza intellettuale che non permette una fruizione passiva.

Non so dire se piacerà al grande pubblico. Le trame sono state semplificate al punto che possono essere seguite senza perdercisi e l'impianto visivo è tale da catturare. Rimane una narrazione atipica. So che vale comunque sempre la pena di inoltrarsi delle terre del Sogno.

Improbabili polemiche

Sogno appartiene alla "simpatica" famiglia degli Eterni di cui fa parte anche sua sorella Morte. Morte è, senza se e senza ma, il personaggio più amato della serie. Una ragazzetta dall'abbigliamento gotico, ma dal carattere solare, che compie con dolcezza il suo dovere: offrire un sorriso che faciliti il momento del trapasso. Tra tutti gli Eterni, Morte è quella che maggiormente ha in simpatia l'umanità, di cui conosce grandezze e meschinità. E tutti noi lettori vorremmo trovare lei al termine del nostro cammino. Ora, per la serie è stata scelta un'attrice di colore e questo ha scatenato un putiferio.
È politica di Netflix quella di aumentare i personaggi di colore all'interno delle storie (anche i personaggi GLBT, ma già di base questi non mancavano in Sandman). Fatto in maniera acritica ha portato dei risultati quanto meno discutibili. Da poco è disponibile sulla piattaforma anche un adattamento di Persuasione di Jane Austen dove alcuni elementi sono "stati resi più moderni" quindi abbiamo prima del 1820 capitani che salvano balene in difficoltà e una ricca fetta della nobiltà terriera di colore. L'effetto, purtroppo, è quello della parodia involontaria. Non funziona perché forzato e posticcio. Qui abbiamo la personificazione della Morte che, con la benedizione del suo creatore, viene affidata a un'attrice di colore. A una brava attrice di colore, che riesce a restituire tutto il calore della sua pallida controparte cartacea. Quindi trovo assurdo che un sacco di gente si sia sentita tradita dalla scelta. "Non è questione di razzismo, ma di immaginario" dicono, ma no, non mi convince.
Innanzi tutto è importante offrire una varietà di etnie, orientamenti sessuali, credi religiosi e condizioni fisiche e psichiche. Come dice Sandman l'immaginario plasma la realtà. Un immaginario in cui personaggi "fighi" siano di diverse appartenenze, vivano diverse peculiarità plasma l'idea che il tuo vicino di banco di colore/buddista/gay/disabile possa non essere solo "quello di colore/buddista/gay/disabile" ma una persona interessante a prescindere. È importante per chiunque sia minoranza vedere la rappresentazione in veste positiva di chi è simile a lui. Ci sono casi in cui questa sovraesposizione delle minoranze non è opportuna (vedasi contesti storici) oppure in cui un cambio di etnia/orientamento sessuale sarebbe un palese tradimento dell'idea originale dell'autore. Per dire Galadriel nera e lesbica no, perché il buon Tolkien non ha la possibilità di dire la sua su un personaggi che ha creato, immaginato in un determinato modo e molto amato. Ma se l'autore stesso approva, l'attrice scelta è brava, che problema c'è?
Sono rimasta molto sorpresa da queste polemiche, espresse anche da persone di cui ho stima e l'unico pensiero che ho avuto in merito è che per molti il colore della pelle è ancora importante. Se si sono innamorati di un personaggi bianco non lo possono amare allo stesso modo nero. E questo mi ha messo molta tristezza.
Voi che ne pensate?

Se invece volete qualcosa di mio, ecco qui un nuovo capitolo

giovedì 28 luglio 2022

Le rose di Versailles vs Lady Oscar


 In questo torrido luglio ho iniziato e cancellato un certo numero di post. I motivi sono molteplici, ma uno è stato centrale. Un fatto che non potevo ignorare e per cui mi sono resa conto di non avere parole.
È mancata una mia alunna. Ex alunna a essere precisi, ma dopo tre anni a incontrarla tutti i giorni i due anni trascorsi dall'ultimo giorno di scuola media per me non contano. Come prof non avevo mai affrontato il lutto diretto e mi sono trovata impreparata, del tutto incapace di usare le parole con cui ogni giorno lavoro.
Non posso, semplicemente non posso, parlare di lei e dello strazio di vedere una vita spegnersi per malattia a sedici anni.
Posso tornare a usare le parole ora, per scrivere qualcosa che lei, sempre interessata durante le ore di storia e appassionata frequentatrice del mio laboratorio di fumetto, potrebbe apprezzare.
Per quel poco che può valere, Angelica, questo post è scritto pensando a te.

Le rose di Versailles

Giunta quasi al termine della monumentale opera di Riyoko Ikeda, La finestra di Orfeo, mi sono detta che era arrivato il momento di affrontare la lettura del suo manga più famoso, quel Le rose di Versailles del 1973 da cui è tratta la famosissima serie animata Lady Oscar.
Non lo avevo mai fatto per paura. Per me lady Oscar è stata un'opera fondamentale. Come credo tutta la mia generazione è stato il primo approccio con tutta una serie di tematiche "adulte". Non solo Lady Oscar ha contribuito al mio amore per la storia, è stata la prima narrazione da me incontrata che ragionasse sui ruoli di genere, che parlasse di pedofilia e violenza sessuale. Chi della mia generazione non è stato traumatizzato da André che strappa la maglietta a Oscar, dalla morte di Charlotte, data in sposa a undici anni, dalla stessa tragica fine dei protagonisti? 
Sapevo per altro che l'autrice del manga non era soddisfatta della resa della serie animata. Com'era possibile? Insomma, per me Lady Oscar non si poteva toccare e il manga non lo volevo leggere temendo chissà quali delusioni.

Invece nessuna delusione.
Il manga è datato. La ricostruzione storica è impeccabile negli eventi, ma approssimativa nei disegni (le divise con i pantaloni a zampa di elefante!). I personaggi sono spesso eccessivi nei loro drammi. Tutto vero. Però! È una lettura molto scorrevole che in poche vignette riesce a trascinarti nella narrazione, restituire la sensazione di un'epoca. L'immersione nello spirito del tempo, poi è molto più raffinata di quanto avvenga in molte altre narrazioni storiche. I personaggi ascoltano musica del loro tempo, leggono la letteratura del loro tempo, ci si immedesimano e, più o meno inconsciamente modellano il loro comportamento in base a quelle influenze culturali. Nonostante io non sia più la ragazzina che piangeva disperatamente per la morte di André e di Oscar ho dovuto tenere un pacchetto di fazzoletti a portata di mano. Personaggi eccessivi oppure no, i momenti lacrimuccia non sono affatto mancati!
Ma perché l'autrice è scontenta della trasposizione animata?

Le rose di Versailles vs Lady Oscar
La differenza macroscopica tra manga e serie animata è di impostazione ed è evidente già dai rispettivi titoli. Chi è la protagonista di Lady Oscar? Oscar, è evidente, la bambina su cui il padre "mise un fioretto e un fiocco blu", cresciuta come un maschio per diventare un membro delle guardie reali. Ne Le rose di Versailles le protagoniste sono, ovviamente, Le Rose. Non solo Oscar, quindi, ma anche Maria Antonietta, Rosalie e Jeanne. Tutti personaggi presenti anche nell'anime, ma che nel manga sono protagoniste alla pari, quattro figure femminili diversissime che in modo diversissimo reagiscono agli eventi che porteranno alla Rivoluzione. Ma non è questo, ovviamente, ad aver indispettito la mangaka. 
Le differenze, quelle serie, riguardano la resa dei personaggi, a partire da Oscar.
Oscar
La sorpresa più grande della lettura è stato scoprire che la Oscar del manga è un personaggio diverso.
Ricordate la donna che vive come un uomo, che vuole essere indipendente come un uomo, che reprime i propri sentimenti femminili perché femminili e che arriva ad allontanare il fido André perché "voglio dimostrare di valere quanto un uomo senza il tuo aiuto"? Non c'è.
Oscar nel manga cresce come un uomo, viene instradata alla carriera militare, ma è molto più consapevole di se stessa. Sa di non poter compete con gli uomini su un piano prettamente fisico e, pertanto, sa quanto André l'aiuti e non smette mai di ringraziarlo per questo. Sopratutto è consapevole di una femminilità che non rinnega mai, se non di sfuggita, solo di fronte all'amore di altre donne che non può ricambiare (ancora di più che nella serie, Oscar non ha alcun problema di identità di genere, non è confusa per l'educazione maschile ricevuta, è solo più colta delle sue coetanee). E l'amore? Quello è un affare assai più complicato, per motivi più sottili. Sposarsi vorrebbe dire rinunciare a una vita che a Oscar piace, al privilegio di agire con libertà e quindi si sottrae al gioco dei matrimoni e delle seduzioni che la renderebbero vulnerabile. Ha paura di lasciarsi andare, in parte per educazione, in parte per carattere. Ma, semplicemente, l'uomo di cui si innamora, Fersen, ama un'altra, la regina. Oscar non vivrebbe mai un compromesso. Oscar è un'illuminista fino al midollo, crede nella ragione in grado di dominare le passioni, la storia dimostra che questo è impossibile, ma Oscar vive con coerenza fino alla fine. Sopratutto, l'Oscar del manga è un personaggio profondamente intellettuale, che si avvicina agli ideali della rivoluzione e li persegue senza tentennamenti. Due passaggi in particolare dell'anime devono aver fatto infuriare l'autrice.
Nella serie animata Oscar lascia la guida della guardia della regina per prendere il comando della guardia francese per dimostrare a se stessa di valere come un uomo. Nel manga lo fa perché non vuole più essere "una bambola della nobiltà", vuole servire il popolo francese e non la famiglia reale insieme a soldati di estrazione popolare. Una bella differenza.
Nella serie animata il 13 luglio 1789, quando la guardia francese deciderà di schierarsi con il popolo, Oscar lascia la scelta ad André, finalmente ha acconsentito di amarlo e quindi lega il suo destino a lui. Tutto molto romantico, certo, ma insomma... Nel manga è evidente a tutti quanti la conoscono da che parte sta Oscar, che convince i suoi soldati a disertare con un discorso meraviglioso sulla necessità di schierarsi per la rivoluzione. L'aspetto sentimentale della vicenda è centrale anche nel manga, ma Oscar è un'eroina illuminista, non romantica. Persino il suo avvicinarsi ad André è dettato dal suo rendersi conto che la gentilezza vale più della prestanza (eh sì, è evidente nel manga che il povero André da un punto di vista prettamente fisico ad Oscar non piaccia un gran che...).
Anche la famosa scena della camicetta è diversa da quella che ha segnato la mia adolescente e, ragionando, probabilmente, scritta negli anni '70 in Giappone, per l'autrice era essenziale nel suo significato originale.
Nell'anime la scena è più o meno questa. André è da sempre innamorato di Oscar, che lo ignora. Lei dice che lascerà la scorta della regina per dimostrare di valere davvero come un uomo e di non volerlo più al suo fianco. Lui va fuori di testa, le forza un bacio, la trascina in camera, le strappa i vestiti e solo quando vede il terrore nei suoi occhi si ferma. Se ne va lasciandola in lacrime e mormorando "una rosa è sempre una rosa". È una scena molto violenta, uno stupro mancato, che chiunque abbia visto ricorda per sempre. La situazione è diversa nel manga, per certi versi molto meno forte. Oscar si è incontrata con Fersen, ma non è riuscita a districare il groviglio dei propri sentimenti. André ne approfitta per dichiararsi, la abbraccia e la bacia. Lei è troppo stupita per reagire e lui, convinto che le cose vadano come desidera, la porta in camera, inizia a svestirsi e quando Oscar dice no si ferma. La scena è tesa, André sta per perdere il controllo, Oscar è troppo frastornata per essere lucida, ma tutto si ferma al netto rifiuto di lei. Credo che questo fosse fondamentale per l'autrice, perché nella cultura popolare giapponese la donna che dice no e invece intende sì era (in parte lo è ancora) molto comune. Leggendo manga ci si imbatte abbastanza facilmente in baci estorti con quella che a occhi occidentali è una violenza inaccettabile e che sono considerati invece una prova d'amore. Insomma, una radicata cultura della prepotenza maschile, estremamente pericolosa. La Ikeda, femminista degli anni '70, mostra con André un personaggio diverso che sa che un no è un no e con Oscar una donna consapevole. Non importa quanto lui sia innamorato e carino, quanto avanti sia andata la cosa ("ma lei era consenziente, si era lasciata baciare" vi ricorda qualcosa?), una donna ha sempre il diritto dire no. Un messaggio importante (non solo in Giappone, non solo negli anni '70) che immagino l'autrice non abbia avuto piacere a vedere trasformata in quel modo, per quanto riuscita a livello narrativo risulti la scena in questione.
Altri personaggi travisati
Anche altri personaggi risultano diversi nel manga. Tra tutti il padre di Oscar. Nel manga risulta un personaggio estremamente sfaccettato e interessante. Nobile fino al midollo, si sente superiore a qualsiasi regola, vuole che la figlia sia trattata da maschio, anche solo per far valere il proprio capriccio. Ma Oscar crescendo diventa davvero quel figlio mancato, la persona con cui può avere un dialogo, uno scontro intellettuale. La vede avvicinarsi alle idee rivoluzionarie e, per rimanendo fino alla fine fedele alla corona, non può non ammirare la coerenza della figlia. È quasi commuovente il suo desiderio finale di trovarle marito, motivato proprio dal comprendere la strada che Oscar sta prendendo, un estremo tentativo di sottrarla alla propria sorte. Ovviamente non può permettere ad André di proporsi come marito, ma non fa molto per ostacolare un'eventuale relazione discreta tra i due. Anche in questo caso risulta meno iconico del padre padrone della serie animata, ma molto più interessante.
Una maggiore aderenza storica
La serie animata si prende parecchie libertà. Inserisce episodi romanzeschi e scene d'azione che, per loro dinamica, sono incompatibili con le regole dell'epoca. Attenzione, anche la serie animata rispetta tutte le date, tutte le svolte storiche, ma ci sono tentativi di rapimento di Maria Antonietta e duelli mai avvenuti, personaggi che trascendono il loro ruolo storico. Tutti peccatucci facilmente perdonabili (con l'unica eccezione, ai miei occhi, dei fondali delle ultime puntate in cui si vede una Parigi moderna, con monumenti che all'epoca ancora non c'erano). Il manga non transige sugli eventi, calca molto la mano sugli aspetti romantici, esaspera situazioni, ma non le inventa. La nuova edizione in cofanetto è ricca di note che spiegano come molti elementi della trama siano presi pari pari dalle cronache del tempo.
Insomma, come spesso accade l'opera originale e la sua trasposizione divergono in aspetti non secondari. Io sono cresciuta con la serie animata e non la posso certo rinnegare ora. Per altro in molte sue scelte acquisisce una forza nell'imprimersi nell'immaginario maggiore di quella del manga. Tuttavia comprendo ora perché l'autrice non sia stata soddisfatta e se devo scegliere tra le due Oscar, preferisco quella più intellettuale e consapevole del manga.

L'angolo della curiosità. Ma una Oscar poteva davvero esistere?
Oscar è un personaggio d'invenzione, ma già da ragazzina mi sono chiesta se un personaggio del genere in quell'epoca avrebbe potuto esistere. Ebbene, la risposta che mi sono data è sì.
Tecnicamente il padre di Oscar sfrutta una serie di vuoti legislativi. Innanzi tutto è un nobile di altissimo lignaggio, imparentato con la famiglia reale e quindi può fare un po' quel che vuole. Ma, attenzione, una norma specifica che vieta alle donne di arruolarsi fu promulgata in Francia proprio negli anni della rivoluzione. Quindi, a logica, prima nessuno lo vietava. Non solo, pochi anni dopo la morte di Oscar una donna combatté nelle guerre napoleoniche, ma contro la Francia! Si tratta di Nadezda Andreevna Durova, ufficiale dell'esercito russo. Autrice delle proprie memorie, credo sia stata la fonte d'ispirazione diretta di Oscar che si rivela così un personaggio molto meno inverosimile di quanto si possa pensare!

Le rose di Versailles vs La finestra di Orfeo
Sto completando in questi giorno la lettura dell'altra grande opera della Ikeda, La finestra di Orfeo che affronta, nella sua parte finale la rivoluzione russa. Si tratta di un'opera che richiede una lettura molto più attenta, corale, ricchissima di personaggi, minuziosa nella ricostruzione storica. Nonostante tra le due opere gli anni intercorsi non siano moltissimi alla lettura saltano subito agli occhi delle differenze notevoli che meriterebbero un post a sé. Qualcuno però vale la pena di sottolinearla. La Ikeda ha molta più pietà e comprensione per i nobili francesi che per quelli russi. Nella Francia di fine '700 i nobili erano vittime di un sistema e non avevano gli strumenti per rendersi conto di quanto sta accadendo, degli effetti dei loro comportamenti sulla popolazione. In Russia a inizio novecento non ci sono alibi. Per Maria Antonietta e Luigi simpatizziamo, per i Romanov non c'è alcuna pietà.
È molto più facile vivere da uomo nel '700 che nel 1900. La protagonista de La finestra di Orfeo è Julius, che la madre cresce come un maschio per ingannare il marito e fargli ereditare la di lui fortuna. Come Oscar, Julius non ha scelto questa strada, ma al contrario di Oscar la subisce e non ha vie di fuga. Non può rivelarsi come donna a nessuno(finirebbe in prigione come truffatrice), subisce un destino che la schiaccia. In generale la società borghese dei primi del '900 sembra quasi peggio di quella francese del novecento. L'unico valore è il denaro, tutti indossano una maschera e nessun personaggio si salva dall'ipocrisia. Sotto questo peso le personalità cedono e si sfaldano. Quasi nessuno ha l'integrità morale dei personaggi de Le rose di Versailles, ognuno deve venire a patti (o impazzire) con le proprie meschinità.
Insomma, non lasciatevi ingannare dal fatto che entrambe le opere raccontano una rivoluzione e hanno una protagonista bionda in abiti maschili. Sono molto diverse. Entrambi imprescindibili, ma non si può proprio dire che la Ikeda racconti sempre la stessa storia.

Infine, se volete leggere qualcosa di mio, cliccate qui

venerdì 12 luglio 2019

Chernobyl, la serie di cui avevamo bisogno – visioni


Lunedì sera è andata in onda la quinta e ultima puntata di Chernobyl, la serie incentrata sul più grande disastro nucleare mai avvenuto ed è stata, per molti versi una visione necessaria.

Chiunque avesse l'età per fissare i ricordi, sa come visse quella primavera del 1986. Io avevo sei anni e una mamma biologa che seguiva le notizie quasi minuto per minuto, discutendo di fatti e ipotesi, guardano male, come tutti, i tetrapack del latte e l'insalata. Quello e il seguente sono stati gli anni in cui mio padre, accanito cercatore di funghi, si è astenuto dalla raccolta. Sono stati i mesi in cui ovunque si discuteva del nucleare a anche a me, bimba di sei anni, sono state date delle informazioni base. Nella mia famiglia mia madre era comunque favorevole al mantenimento delle centrali in Italia e mio padre contrario.
Insomma, ognuno ha i suoi ricordi e per una serie televisiva giocare sulla memoria e il sensazionalismo di un evento così grosso sarebbe stato facile.

Sin dall'aspetto visivo, però, la serie cerca un'altra strada, meno facile e meno ovvia. Gioca al ribasso, creando le sue sequenze migliori a livello registico come in horror a basso budget, con cunicoli stretti e uomini che spalano detriti. La sequenza più angosciante di una serie che poteva giocarsi un'esplosione nucleare svariate volte superiore a quella di una volgare bomba è quella di un uomo che spala dei detriti oltre un bordo. Già questo è notevole. Per vedere il reattore esplodere lo spettatore deve arrivare alla fine della quinta puntata, in quello che potrebbe essere il peggiore degli spiegoni, una puntata che si regge su cartellini rossi e cartellini blu (!) e invece è un crescendo emotivo. 
Chernobyl ha una sua idea molto chiara su ciò che vuole raccontare e su come lo vuole raccontare ed è questa la cosa importante.

Chernobyl è una serie sulla scienza e sulla verità. 
Sulla scienza che è l'unica cosa a cui puoi aggrapparti quando tutto sembra perduto, per limitare i danni. Sulla verità che verrà fuori suo malgrado, perché una somma insostenibile di piccole bugie può creare un disastro epocale.
In un'epoca in cui l'opinione assurge a fatto, già questo mi sembra notevole. Ancora più notevole è la chiarezza espositiva con cui procede. La ricostruzione dei fatti, per quello che posso capirne, è estremamente accurata eppure non è mai pedante, anche quando per forza di cose deve addentrarsi nei tecnicimi. Tutti i comparti tecnici sanno cosa fare per muovere una grande storia senza sminuirla ma rendendola comprensibile.

La narrazione di Chernobyl non si basa sul disastro o sulla narrazione degli eventi, ma sulla narrazione delle scelte. Scelte che non si dividono solo in giuste o sbagliate, ma in fatte con cognizione di causa o meno.
Uno dei personaggi che viene seguito per quattro puntate e con cui non si può non empatizzare è la moglie di un vigile del fuoco che fa ogni scelta sbagliata e suicida possibile, ma non sa di farlo. A ogni inquadratura noi spettatori conosciamo il pericolo, ma lei no e in ogni momento ci chiediamo se avremmo fatto diversamente, se il suo sia coraggio, stupidità o solo ignoranza.
Allo stesso modo il coraggio non viene determinato da quanto un personaggio fa sul momento e sotto stress, ma dalla consapevolezza con cui opera. C'è chi non ha idea di fare cose che lo porteranno a morte certa, chi invece lo sa con precisione e fa lo stesso ciò che va fatto.

Come tutte le storie è anche la storia di persone. Ho apprezzato particolarmente la scelta di estremo rispetto per le varie parti coinvolte. Non viene raccontata solo la cabina di regia per la gestione dell'emergenza, ma i comuni pompieri, le loro mogli, i soldati novellini capitati lì per caso, i minatori arruolati a forza. Certo, questo sfilaccia un po' la narrazione, anche considerando le poche puntate a disposizione, ma permette uno sguardo d'insieme che non si limita ai potenti e a colore che sanno.

Inevitabilmente, a spiccare su tutti sono Legasov, capo della squadra scientifica che deve cercare di rimediare ai danni, e Shcherbina, l'uomo del partito che segue la vicenda. Due uomini grigi, non estranei a maneggi poco chiari, tutt'altro che integerrimi, ma che trovandosi a fronteggiare una possibile apocalisse smuovono l'impossibile per arginare i danni. Ora, questa parte è sicuramente romanzata, ma nei miei ricordi del 1986 c'è anche una domanda insistente "e se il nocciolo dovesse raggiungere la faglia acquifera?". Quello che ho sempre saputo di Chernobyl, quindi, è che è stato terribile, ma avrebbe potuto essere peggio. Che siano o no state queste due persone (probabilmente sono state loro) qualcuno comunque ha smosso l'impossibile per evitare l'apocalisse, sacrificando in primis la propria vita. E trovo giusto che sia dato a queste figure il giusto spazio e che sia chiaro che se Chernobyl può essere letto come un mostro costruito dalla scienza è senza dubbio la scienza che lo ha alla fine in qualche modo domato.

La considerazione estemporanea, invece, è che anche qui si vede come tanto sia così terribilmente casuale. Dopo l'ultimo episodio è stato trasmesso un documentario con un tot di interviste ai sopravvissuti. I sopravvissuti sono solo persone fortunate. Gente che a oltre 30 anni di distanza è ancora viva mentre i loro compagni sono morti tutti, senza che abbiano fatto nulla di più furbo o più prudente. Il caso più clamoroso è quello dei tre volontari che hanno chiuso a mano le pompe sciacquettando nell'acqua super radioattiva. Speranza di vita: 3 giorni. Due sono ancora vivi, uno nell'intervista mostrata sembrava anche in buono stato di salute.
L'altra considerazione estemporanea è perché mai i russi se la siano presa. Ci sono gli incompetenti che hanno portato al disastro, certo, c'è il regime che ha censurato informazioni vitali, ma ci sono tutti quelli che hanno dato la vita per scongiurare il peggio. Non so se il disastro avrebbe potuto accadere altrove, ma alla fine della visione è chiaro quanto peggio poteva essere e a chi dobbiamo essere grati. E questi ultimi sono tutti russi.

Al di là di queste considerazioni mie Chernobyl è una serie che va vista.
Da un punto meramente tecnico, perché c'è una totale unità d'intenti tra i comparti e questo porta a un risultato di estrema potenza.
Perché racconta in modo chiaro un evento relativamente vicino nel tempo, ma che sta iniziando a diventare fumoso nella memoria, con grande rispetto per le parti coinvolte.
Perché ribadisce che non possiamo fare a meno della verità e della scienza.

giovedì 23 maggio 2019

Considerazioni sparse e ondivaghe sul finale di Game of Thrones


Ne ha parlato tutto il mondo, posso forse astenermi dal dire la mia su una serie che comunque ha segnato l'immaginario globale e si è imposta ben oltre i confini degli amanti del genere?
E allora via, si comincia!
Ovviamente, leggete solo se avete visto tutto.

PIÙ DELL'ONOR POTÈ IL BUGET (e lo spoiler)
Non tutto funziona in questo finale di stagione. Lo hanno detto più o meno tutti e lo dico anch'io, che pure non ho disdegnato questi episodi finali. È oggettivo, tuttavia, che alcuni personaggi avrebbero avuto bisogno di una scrittura più delicata e sopratutto, di più minutaggio per giustificare meglio agli occhi del pubblico l'evoluzione del proprio carattere. Sappiamo tutti di chi sto parlando. Daenerys è sempre stata quella che ha guardato il fratello fritto vivo dall'oro fuso senza battere ciglio, che non ha mai versato una lacrime per la gente uccisa, insomma, tanto centrata non è mai stata, ma è chiaro che il ribaltone da eroina a dittatrice avrebbe avuto bisogno di una scrittura migliore. E allo stesso modo ci sono capacità di personaggi che si perdono per strada, draghi che cadono per una freccetta e altri immortali e tante altre cose che tornano poco.
O meglio, tornano poco se non si considerano due fattori.
Il primo è il vil denaro. Questa serie aveva un budget enorme per una serie televisiva, ma risicato considerati gli effetti speciali che si sono dovuti mettere in campo. I draghi costano, quasi come se fossero veri, forse di più. Ogni singola scaglia inquadrata costa. È evidente che la maggior parte delle scelte operate in questa stagione sono state obbligate e definite dal vil denaro.
La serie è durata esattamente i minuti che poteva permettersi di durare, non uno di più, con tutti i problemi di accelerazione della scrittura che abbiamo notato.
Io avrei adorato, adorato davvero, vedere le armate del Re della Notte scendere fino a prendere d'assedio Approdo del Re. Ma avrebbe voluto dire mostrare tale armata di giorno, con tutti i suoi cavalli, mammut e giganti non morti fatti al computer. Ci siamo lamentati un po' tutti di quanto fosse buia la puntata tre. Ma col buio l'esercito del morti lo puoi immaginare, senza far vedere, i tre draghi sono sagome nere contro la luna e, sopratutto, se tutti i morti si disintegrano alla fine della terza puntata non sono in scena nelle tre successive. E si risparmia.
Però c'erano tre draghi, che erano ancora troppi e un metalupo, sempre fatto al computer. E quindi un drago muore nel minor numero di scene possibili e il metalupo viene praticamente abbandonato sulla piazzola dell'autostrada del re.
È giusto? È sbagliato?
Una serie televisiva deve fare utili, temo, e alcune delle soluzioni adottate per gestire tempistiche e ristrettezze non mi sono neppure dispiaciute. Comunque sia, la risposta più ovvia alla maggior parte delle domande sul perché sia state fatte determinate scelte è "per risparmiare".
Al Gioco del Trono si vince se si è pratici. E infatti si vede che quello che davvero ha fatto poker è Bronn, il mercenario taglia gole da quattro soldi che finisce per diventare maestro del conio.

Poi c'è stato il problema degli spoiler. Ora, chiunque abbia un minimo di talento narrativo, capisce che non era il destino di Arya uccidere il Re della Notte, né quello di Bran finire sul trono. 
In un momento imprecisata precedente alla stagione sette erano stati divulgati in rete dei riassunti di come sarebbero stati gli episodi delle due stagioni finali. Io li avevo letti prima della stagione sette e vi posso assicurare che per quella erano precisi al 100%. Ciò mi fa pensare che anche i riassunti degli ultimi episodi venissero da una fonte certa. Ora, se questa fuga di notizie è arrivata in mano mia, comodamente in italiano, chissà in quante altre mani è arrivata. E quindi hanno evidentemente cercato di modificare il più possibile, tenendo (più o meno) conto del pregresso. Il destino finale (chi vive e chi muore) è stato rispettato per il 90% dei personaggi, ma alcuni ruoli sono cambiati. E le forzature si vedono. Per quanto sia magnifico il discorso di Tyrion sul potere delle storie è evidente che il sovrano-veggente-semi immortale è una trovata dell'ultimo minuto per un personaggio che non si sapeva più dove mettere. E che il Signore della Luce sarà anche un dio un po' orbo, ma non aveva resuscitato Jon per fargli fare l'osservatore attonito degli eventi (per quanto il destino di Jon, eroe impotente e sconfitto, mi sia piaciuto particolarmente). Così come tutto questo sforzo di Arya per diventare nessuno e cambiare faccia diventa inutile quando il tuo nemico è il re dei non morti che, letteralmente, non guarda in faccia a nessuno (per quanto, anche qui, abbia amato il fatto che sia stata Arya a ucciderlo).
Anche qui, è un bene o un male? Fosse rimasto quel finale, sicuramente più giustificato dalla logica interna, molti avrebbero detto che era scontato. Adesso alcune cose non tornano, ma do atto agli sceneggiatori di averci provato al meglio a giustificare un finale di ripiego. Per quanto la scelta di Bran re di Westeros sia quanto di più improbabile si possa immaginare, il discorso di Tyrion che porta a tale scelta rimane magnifico.

Non so se Martin finirà mai i romanzi. Se lo farà, non avrà problemi di budget né di spoiler. Ma faccio una facile previsione: qualcuno si lamenterà lo stesso.



IL FANTASY VINCE QUANDO È TRATTATO COME UN GENERE ADULTO
Chi guarda il Trono di Spade ama i giochi di potere, le svolte di trama non banali e le personalità sfaccettate. Ci sono gli amanti del fantasy di vecchia data, gli incalliti giocatori di ruolo (ciao, miei simili!) ma c'è anche un sacco di altra gente.
Quindi, per favore, basta dire che il fantasy è roba per ragazzini o adulti immaturi. È un genere che ragiona sull'uomo. Proprio perché lo toglie dalle contingenze del presente o del contesto storico, può indagarne l'animo. E quando lo fa con occhio adulto e disincantato genera storie non banali che interessano, intrattengono (non è una parolaccia, intrattenere) persone anche molto diverse tra loro.
Sarebbe ora che questa evidenza saltasse agli occhi anche in Italia.



IL MASCHILISMO SPIAZZANTE DI ALCUNI COMMENTI
Ai miei occhi uno dei pregi del Trono di Spade è sempre stata la presenza di molti personaggi femminili molto diversi tra loro. Non c'è un modo giusto di essere donna nel Trono di Spade e non ci sono solo streghe o sante. Ci sono figure sfaccettate, personaggi che fanno il loro percorso, la loro evoluzione verso la luce o versa la tenebra. Spesso, fin troppo spesso, devo dire, le donne sono vittime di soprusi e violenza. Una volta ho letto un commento che diceva che Martin era ossessionato dallo stupro, destino piuttosto comune ai personaggi femminili della storia, subito o solo rischiato. Non so se sia vero, cioè, non so in un contesto di guerra senza regole come quello descritto le cose andassero meglio, personalmente ne dubito. Di certo la serie si è contraddistinta per scene piuttosto esplicite, anche di violenza.
Con queste premesse non ero preparata alle polemiche relative a due scene di sesso, per altro per niente esplicito, presenti in questa serie. Poi ho capito. Va bene la donna forte. Va bene guerriera. Va bene persino se assassina, ma che prenda l'iniziativa no!
L'attrice che interpreta Arya ha superato i vent'anni, il personaggio della serie che all'inizio dovrebbe essere sui 12 anni (nei libri è più piccola, ma mi pare che nella serie sia dichiarato così), arrivata all'ottava stagione è tranquillamente maggiorenne, sopratutto per gli standard di una società dell'epoca. E poi, chiariamoci, questa qualche puntata fa ha fatto una strage e ha cotto resti umani dentro dei dolcetti. Ma che decida (lei!) di portarsi a letto un bravo ragazzo che le ha sempre sfarfallato dietro no!
Per non parlare di Brienne, che cosa mai non le darebbe il diritto di portarsi a letto l'uomo che desidera dalla stagione 2 o 3 (prima che lo ammazzino, dato che ha una croce sopra grossa come una montagna)?
I commenti in rete mi hanno lasciato basita. 
Commenti sul loro aspetto fisico. Parliamo di una guerriera e un'assassina. Sopracciglia e trucco sono davvero delle priorità per personaggi come loro? 
Commenti del tipo "ma era meglio lasciare platonico l'amore tra Brienne e Jamie". Cioè lei se lo mangia con gli occhi da anni e quando ne ha l'occasione non dovrebbe farsi avanti? Come se la sessualità sminuisse...
Niente, nella mente dello spettatore medio la donna o è vittima, o è sedotta o è asessuata. Nel terzo caso deve rimanere asessuata o perché non ha standard di bellezza adeguati o perché la sessualità la sminuisce...
Sono e rimango basita.


UN'AMARA RIFLESSIONE SULL'AMORE
Arrivata alla fine, se devo trarre un bilancio su quello che questa storia porta a livello di messaggio, è che l'amore passionale finisce sempre in tragedia.
Non so se Martin modificherà la cosa nei romanzi, ma nella serie non c'è una singola storia di passione che non sia finita in tragedia. Come viene detto, gli ultimi vent'anni di guerra sono dovuti al fatto che Lyanna Stark si innamora, riamata, dell'uomo sbagliato.
Quindi non solo l'amore travolgente è una tragedia personale, ma addirittura globale, la causa ultima della guerra. Questo senza contare gli innumerevoli crimini commessi da Jamie per amore, l'estremo sacrificio (e tutte le sue disgrazie precedenti) di se Jorah Mormont e via discorrendo. Non si salva nessuno. Neppure Jon. Persino lui con un po' più di lucidità avrebbe potuto evitare qualche migliaio di morti. L'amore passionale è sempre e solo distruttivo.
Le coppie che funzionano sono quelle decise dal caso, Sam e Gilly, che si trovano insieme senza averlo preventivato o Ned Stark a Chaterine, sposati per politica. Coppie che imparano a conoscersi e a stimarsi, fino a scoprire un reciproco e saldo affetto.  Si salva l'affetto famigliare, quello tra fratelli (se non è incestuoso) e poco altro.
Non so, sono una vecchia romantica, io. 
Ammiro la coerenza con cui gli autori (ma sospetto che qui ci sia lo zampino di Martin, proprio perché la tesi è portata avanti in modo granitico) che, senza farcelo pesare, si può persino non farci caso, ci raccontano una storia in cui tutte le disgrazie peggiori vengono fatte per amore e in cui la passione non ha mai un ruolo positivo. E tuttavia la cosa mi intristisce. Continua a sperare in un modo in cui l'essere amati (anche con passione) possa renderci migliori.

giovedì 13 settembre 2018

Romanzo, sceneggiatura, film


Un paio di settimane fa mi è capitato di vedere in rapida successione due film apparentemente diversissimi che hanno in comune, in realtà due elementi. Il film sono L'esorcista e Mission.
Le caratteristiche in comune sono che entrambi hanno nei gesuiti dei personaggi positivi (infatti ho commentato col marito che era "la settimana dello spottone gesuita") e di entrambi esiste un romanzo scritto dallo stesso autore della sceneggiatura del film.
Avevo letto e già parlato sul blog del romanzo L'esorcista qui.
Non conoscevo invece l'esistenza di un romanzo legato al film Mission, se non che, appena dopo averlo rivisto mi sono imbattuta in una bancarella di usati posta sotto la scuola in cui dovevo fare una riunione. La copertina con la faccia di Robert De Niro in costumi di scena e il titolo "La Missione" mi hanno lasciato pochi dubbi e ho investito quindi un euro per adottarlo. Ho scoperto così che l'autore del romanzo e lo sceneggiatore coincidono e che l'autore, Robert Bolt, ha collaborato in modo attivo al film, così come lo scrittore/sceneggiatore de L'esorcista.

Sono quindi due curiosi casi di studio, perché in entrambi i casi abbiamo due autori con una storia ben chiara in mente, a cui evidentemente tengono, ne curano la sceneggiatura e la affidano a un regista senza però rimanere del tutto tagliati fuori dalla produzione. Ci si aspetterebbe una trasposizioni cinematografica molto fedele e in effetti le cose che accadono sono più o meno quelle, ma il sapore del film è diverso.

L'esorcista è un film d'inquietudine e un romanzo di malinconia.
Ho molto apprezzato il film. Non me lo aspettavo. Non sono un'amante dell'horror sullo schermo, mi fa appunto orrore. Invece non l'ho trovato spaventoso o disgustoso, ma sottilmente disturbante, con delle scelte registiche e di fotografia meravigliose (l'uso della luce in primis).
Il film è la storia di una bambina che cambia personalità e viene posseduta dal demonio, di una madre in crisi e di un prete sconfitto che non sa che pesci pigliare.
Il romanzo è la storia di un prete in crisi che cerca disperatamente un senso per la propria vita e le proprie scelte, che viene interpellato da una donna disperata per via della misteriosa malattia della figlia.
Cambia il focus della storia.
Ho trovato il personaggio di padre Karras molto meno incisivo nel film di quanto non sia nel libro. Nel romanzo la storia è principalmente la sua. La sua morte (spoiler?) alla fine ha un sapore agrodolce. Non solo perché permette alla bambina di tornare se stessa, ma perché se esiste il demonio, allora esiste anche Dio e la sua vita ha avuto senso. La stessa morte, nello stesso modo, mi ha colpito assai meno nel film. È necessaria per la salvezza di Regan, è quello che ci sta a cuore. La morte di Karras nel romanzo mi ha commosso, nel film quasi mi è venuto da pensare "depresso com'era, meglio così..."
Anche la madre risulta parecchio sottotono rispetto alla sua corrispettiva cartacea. Per ovvie ragioni di tempo non viene approfondito il suo passato, il contrasto tra una vita apparentemente perfetta di attrice di successo e il dolore segreto per un figlio perduto.
Ci guadagna invece la piccola Regan che nel romanzo è importante solo per l'importanza che gli danno gli altri, ma non è quasi mai in scena da sola. Nel romanzo Regan è un enigma da risolvere, non qualcuno per cui tifare. Nella pellicola, invece, beh, non c'è nessuno che abbia visto il film che non ricordi Regan. Lei è il centro, dolce, inquietante e spaventosa, a seconda dei momenti.
La trama è identica eppure l'impressione è di avere a che fare con due storie diverse, ugualmente interessanti.

Anche per quanto riguarda Mission tra libro e film c'è un cambiamento di focus. Anzi, a ben vedere, anche se il rapporto tra le due opere è più stretto (l'autore fin dall'inizio ha lavorato alle due versioni, per il cinema e per la libreria) le differenze di trama sono maggiori.
Mission è un film che narra la storia di due uomini diversi, un commerciante di schiavi e un missionario le cui vite andranno a convergere fino a che entrambi moriranno insieme agli indios di una missione.
Mission è un romanzo che narra la storia di un giovane che diventa mercante di schiavi in sud America e poi cambia vita fino a morire insieme agli indios della missione fondata da un prete che ha contribuito a cambiargli la vita.
Nel film Mendoza, il commerciante di schiavi, e padre Gabriel, il gesuita, sono due protagonisti alla pari. Hanno all'incirca la stessa età. La storia inizia poco prima che Mendoza uccida il fratello e padre Gabriel, volendo, può diventare per lui un sostituto del fratello perduto. Per Gabriel Mendoza è solo un'altra pecorella che gli viene affidata da Dio.
Nel romanzo seguiamo le vicende di Mendoza da quando è ragazzino, scopriamo come diventi mercenario e commerciante di schiavi suo malgrado, per mantenere il fratello minore, ma siamo anche inquietati da tratti francamente da serial killer del suo carattere. Padre Gabriel entra in scena molto dopo ed è più anziano di Mendoza, al punto da vedere nel ormai ex mercenario il figlio che non ha mai avuto.
Il romanzo chiarisce la natura del legame speciale tra Mendoza e il fratello e per certi versi il dolore dell'uomo alla morte di quest'ultimo è ancora più lacerante, guardando il film è però evidente che questo pregresso era ben chiaro ad attori e regista. Non viene mostrato, ma, quando ne si conosce l'esistenza lo si intuisce negli sguardi e nelle azioni.
Padre Gabriel è meglio tratteggiato nel romanzo, in cui conosciamo la vicenda personale e vocazionale, tuttavia il personaggio risulta più incisivo nel film. Un attore può rendere memorabile un ruolo al di là di come è stato scritto, persino tradendo l'idea con cui era stato pensato.
Sia l'autore che il regista, secondo me, avevano ben chiaro in mente il rischio "mattone indigeribile" insito nella vicenda. La pellicola vira al lirico, si appoggia alle musiche di Morricone, alla fotografia, alle sequenze silenziose. Il romanzo al contrario scarnifica all'osso le parte descrittive, è un susseguirsi di scene d'azione (per lo più assenti nella pellicola) ha il sapore del romanzo d'avventura ottocentesco.

Quest'analisi rafforza la mia idea che sia impossibile e ingiusto giudicare un film alla luce del romanzo da cui è tratto. Anche nei casi in cui la sceneggiatura è scritta dallo stesso romanziere, il mezzo film e la mano del regista portano il focus altrove. Un attore azzeccato rende il proprio personaggio più forte di quanto non fosse stato pensato e catalizza su di sé l'attenzione dello spettatore. 
Ancora meno senso ha dire "il libro è sempre meglio". Il romanzo L'esorcista è stato una gradevolissima sorpresa che mi sento di consigliare. Il romanzo Mission è leggero e godibile, specie se piace il genere avventura, ma di sicuro non è un libro di spessore.
Mi riservo di cercare, se mi capiterà l'occasione, un romanzo il cui autore è poi diventato regista della trasposizione cinematografica per vedere se anche in quel caso vi è un inevitabile cambiamento di focus.

venerdì 6 aprile 2018

Visioni – Yuri on ice


Durante le vacanze pasquali mi sono concessa di mandare il cervello in vacanza, con una storia di rara leggerezza, una serie animata esile e piacevole come raramente capitano. 
Mi ci sono imbattuta come effetto collaterale del ritorno di fiamma col pattinaggio artistico, dato che è dedicata proprio a questo sport a cui, in effetti, deve tre quarti del suo fascino. Si tratta di una storia, tuttavia, con alcune caratteristiche particolari che meritano qualche riga di riflessione, anche a livello narrativo.

La vicenda segue lungo un anno il pattinatore giapponese Yuri. Reduce da una performance disastrosa, torna in patria con l'idea di abbandonare l'agonismo. Un video di un suo allenamento finito a sua insaputa in rete, però, spinge il più volte campione del mondo Victor a proporsi come suo suo allenatore, cambiandone la vita e le sorti agonistiche.


UNA STORIA SCRITTA DALL'INTERNO E SENZA ANTAGONISTI
La prima caratteristica unica di questa storia è che, al contrario di quanto si dice di solito ogni riferimento a fatti o persone è puramente voluto. Non solo è una serie realizzata dall'interno del mondo del pattinaggio, con coreografi e allenatori coinvolti nelle realizzazioni delle performance dei protagonisti, ma ogni personaggio è ispirato a uno o più pattinatori reali. La cosa è dichiarata e il mondo del pattinaggio sembra aver reagito con entusiasmo alla cosa. C'è chi partecipa alla serie come se stesso e chi si è divertito a posare come il personaggio a lui ispirato. La ragione d'essere dell'anime, del resto, è avvicinare il pubblico al pattinaggio artistico.
Qui, se volete dare un'occhiata, un articolo su "chi è chi" e le reazioni dei pattinatori.

Questo ha un contraccolpo tutt'altro che secondario sulla trama: non possono esserci personaggi negativi.
Yuri non ha altro nemico che se stesso e la propria insicurezza.
Chiunque sia cresciuto negli anni '80 ricorderà le storie sportive giapponesi piene di allenatori ai limiti del sadismo e le rivalità che sfociavano in odi personali. Non c'è nulla di tutto questo. Gli allenatori possono essere severi e burberi, ma si sciolgono per un abbraccio. Ognuno può voler far ben figurare il proprio paese, ma con grande ammirazione per gli avversari. C'è stima persino tra cinesi e giapponesi o tra russi e americani.
A livello narrativo, sembra un possibile suicidio, se non che gli sceneggiatori riescono a rendere una potenziale debolezza in un punto di forza lavorando bene sul carattere ansioso del protagonista e trasformando il naturale antagonista nel miglior personaggio della serie.
Yuri si chiama come il protagonista, ma ha quindici anni ed è russo. Vuole vincere tutto e ha già chiesto a Victor un aiuto per mettere a punto i programmi per il suo debutto nella categoria principale. Quando Victor molla tutto per andare in Giappone per seguire un atleta per cui lui ha già manifestato aperta antipatia la rabbia ci sta tutta. Ma Yuri, soprannominato Yurio per distinguerlo, non è in grado di serbare rancore. Va a sua volta in Giappone con l'intento di far tornare indietro Victor e finisce suo mal grado per far amicizia con le persone con cui si trova a interagire e con lo stesso Yuri. Ne risulta un personaggio credibilissimo, nella sua rabbia adolescenziale, nel suo desiderio di rivalsa anche sociale (basta pochissimo per far capire da dove provenga), ma anche nei suoi slanci. È proprio lui a confortare il protagonista in un momento di tristezza con un gesto semplice, ma che racchiude lo spirito di una storia in cui dall'incontro tra culture si può uscire solo arricchiti.

UNA STORIA D'AMORE POSITIVA E MATURA
Il target di questo anime è probabilmente la tarda adolescenza (diciamo dai 15/16 anni). Ora io ho ormai un sacro terrore per la parte romantica delle storie rivolte a questo pubblico, perché trovo che spesso lancino messaggi aberranti, con atti di stolkeraggio passati per dimostrazioni d'amore e totale annullamento di una delle due parti.
Anche se è pensata per un pubblico più giovane, questa, però non è una storia di adolescenti o di giovani promesse. Anche se Yuri ha l'autostima di un gatto schiacciato in autostrada, è tra i migliori pattinatori del mondo, a 24 anni è all'apice della carriera, a tutti gli effetti un adulto in un mondo in cui si matura in fretta. Victor ha quattro anni in più ed è prossimo al ritiro. E la loro storia mi è piaciuta per molti motivi.

Non siamo dalle parti dell'amicizia affettuosa che tanto va di moda, quella tra Victor e Yuri è anche la storia di una relazione, mostrata con molto pudore (giusto qualche abbraccio e bacetti sulle mani), ma che non si nasconde. E del resto viene vissuta con assoluta normalità da tutti, famiglia e amici di Yuri compresi. Se la produzione fosse stata americana o europea, quasi sicuramente entrambi gli Yuri sarebbero diventati delle ragazze e la storia sarebbe rimasta identica, salvo che per un particolare, che poi è l'unico che interessi ai fini della trama, cioè che Victor e Yuri sono potenziali avversari.

L'inizio della loro storia è, sia per Yuri che per lo spettatore, piuttosto spiazzante. Yuri è tornato a casa pensando al ritiro e si trova il suo idolo di sempre sulla soglia di casa che palesemente (per motivi che verranno chiariti in seguito) si aspetta di essere accolto con baci e abbracci. Come gli dice più o meno velatamente un'amica "chissenefrega se è un capriccio, approfittane biecamente". Invece Yuri si rende conto che non potrà mai costruire niente con un idolo sempre ammirato da lontano, ha bisogno di conoscere Victor come persona e gli chiede di limitarsi ad essere il suo allenatore. E, dato in fondo  Yuri per Victor non è un capriccio, il pattinatore russo acconsente. Questo mi sembra già un messaggio assai positivo a fronte di storie in cui una parte è disposta a tutto pur di compiacere l'altra.
Nel corso dell'anno raccontato, Yuri cresce come atleta e Victor impara, non senza difficoltà, a fare l'allenatore, fino a che entrambi capiscono di essere abbastanza maturi da non doversi annullare per l'altro ed entrambi spronano l'altro a continuare o a riprendere la carriera agonistica.
Credo che sia questo ciò che davvero mi ha colpito. Dopo i primi episodi pensavo fosse qualcosa di trito e ritrito, con il personaggio più forte che gioca con quello più debole e finisce per innamorarsene, rimanendo comunque in posizione di forza. Invece Yuri, nonostante si consideri un debole, non ha nessuna intenzione di diventare uno zerbino, come atleta o come persona. E Victor, nonostante un'entrata in scena non proprio felice, non ha mai voluto scherzare o cercare qualcuno da plagiare. Al di là della parte atletica, l'unica cosa che insegna a Yuri è l'importanza di amare se stessi e di trovare la propria personalità. In fin dei conti, la loro relazione mi sembra tra le più sane viste o lette ultimamente.

L'USO DEI SOCIAL
Chi ha scritto questo anime sa come usare i social ai fine della trama e della promozione e tutto sommato riesce a lanciare anche qui un messaggio positivo.
I personaggi di Yuri on ice sono iperconnessi, più sono giovani e più hanno nel cellulare una propaggine di loro stessi. Victor si decide ad andare in Giappone dopo la visione di un video di un allenamento di Yuri registrato e postato da tre bambine. Yurio lo raggiunge seguendo i tag delle foto che Victor ha postato sul suo profilo quasi come moderne briciole di pane. Tutte le relazioni tra i pattinatori, sparsi per metà dell'anno ai quattro angoli del mondo, avvengono attraverso i social, con cui comunicano, si spiano, lanciano messaggi di sfida.
La promozione stessa dell'anime credo sia passata in gran parte attraverso i sociale e i commenti dei pattinatori stessi.
I personaggi più maturi, tuttavia, hanno un uso più consapevole del mezzo e sanno di praticare una disciplina che vive molto anche d'immagine. Victor spende bene il proprio tempo nello spiegare ai due Yuri che non sono in grado di gestire la loro immagine e che ci sarà sempre una differenza tra ciò che si mostra in foto o in scena e la loro personalità. In uno degli episodi vediamo Victor e un suo storico avversario/amico posare in foto ammiccanti da mandare in rete, ma loro sono i primi a proteggere la propria e l'altrui privacy quando sanno di avere nelle memorie dei cellulari materiale davvero imbarazzante.

LE COSE CHE NON FUNZIONANO
Non è che sia tutto perfetto, sia chiaro.
Yuri on ice è, in fin dei conti, uno spottone al pattinaggio artistico, che mostra in maniera fin troppo edulcorata. Il grande assente dalla trama è l'infortunio. Victor e il suo amico e rivale, ancora competitivi anche se prossimi ai trent'anni, sono praticamente dei sopravvissuti in uno sport in cui si si rompe spesso e spesso male. Raccontare una stagione in cui nessuno dei personaggi, neppure quelli secondari abbia un infortunio non sono non è credibile, ma rende il pattinaggio stesso un po' troppo lezioso per i miei gusti (sarà che sono d'accordo con il kazako, "al diavolo la danza, per me il pattinaggio è una guerra").
Il personaggio di Victor è scritto male, cosa piuttosto grave in una storia che si regge su tre personaggi. Victor galleggia senza un passato, definito solo dal fatto di essere una leggenda vivente del pattinaggio. Dobbiamo fidarci degli altri personaggi, quando dicono che lo stare con Yuri lo ha cambiato, dato che non abbiamo idea, neppure come sottotesto, di come si comportasse prima.  E avere in scena un personaggio che ha mollato tutto da un giorno all'altro senza che lo spettatore riesca a capire se l'impulsività fosse o meno un tratto del suo carattere non è il massimo. Inoltre non sappiamo cosa davvero lo abbia spinto a un ritiro temporaneo, basta davvero il non aver più stimoli? Questo toglie molta forza al suo percorso come personaggio, oltre tutto compresso negli ultimi tre episodi, ed è, dal mio punto di vista un po' un peccato.

Al netto di tutto, Yuri on ice è una storia volutamente leggera, fatta per far star bene e far apprezzare il pattinaggio.
Funziona come antidepressivo e antistress senza effetti collaterali (a parte l'insano desiderio di acquistare un portafazzoletti a forma di barboncino) e tutto sommato, in questo mondo che ci mostra sempre più cattiveria, competitività, ritorno di nazionalismi esasperati, porta dei messaggi tutt'altro che disprezzabili.

venerdì 16 febbraio 2018

Lo strano caso di Star Trek Discovery – parte seconda

Lo avevo già scritto a metà stagione e non posso che ribadirlo dopo l'episodio finale. Quello di Star Trek Discovery è uno strano caso.
Così strano che andrebbe osservato con curiosità da chiunque si occupi di scrittura, perché le sue stranezze stanno tutte lì, nella scrittura e nel gioco con gli spettatori.

Ogni storia si basa su un patto tra autori e fruitori. In qualche modo noi spettatori conosciamo le regole entro cui gli autori devono giocare e ce ne andiamo offesi in caso di fallo. Se poi si parla di un universo narrativo condiviso le regole sono più ferree e più esplicite.
Quando scrivo di Sherlock Holmes non posso far apparire in scena il mio personaggio a Londra in compagnia del dottor Watson nel 1893. Perché nel 1893 Holmes è dato per morto, può apparire in solitaria in Tibet, ma non con Watson a Londra. Il 221b di Baker Street ha un modo tutto singolare di non esistere. Non esiste, ma guai a sbagliare il posto di una mensola. Le lettere finiscono pugnalate sopra al camino, non altrove.

Quello di Star Trek è un universo condiviso con le sue regole esplicite e non. È un universo futuristico ottimista, che mostra l'umanità al suo meglio e ha una gestione dei conflitti in più possibile non sanguinosa. 
Quando è stata annunciata questa nuova serie è stato annunciato, anche, che sarebbe stato in linea con quanto visto nelle altre serie, serie classica in particolare.
E poi ecco i primi episodi.
La protagonista causa la distruzione della propria nave trascinando tutti in una guerra sanguinosa. Poi finisce su una nave che viaggia con una tecnologia di cui non c'è traccia nelle altre serie. Con un comandante che sembra non disdegnare per niente la forza bruta.
La rete e i fan si scatenano.
Che ne è dell'ottimismo di fondo?
Ma questo capitano Lorca che sembra essere uscito da un altro universo narrativo?
Ma quale utopia di convivenza, che qui tutto sembra spingere al massacro finale?
Sinceramente i primi episodi sono sembrati un deliberato suicidio. Un suicidio ben fatto, tirato a lucido, ma che sostanzialmente ha fatto urlare i fan "questo non è Star Trek".
Ora, a serie conclusa io immagino gli sceneggiatori spiegarla così ai produttori:
– Allora, metà del fan ci abbandoneranno prima dell'episodio 4. Ma chi resisterà sarà in nostro potere fino alla fine.
Perché è così che è andata.
Al di là del giudizio globale sulla serie, a livello narrativo è interessante vedere come qui si proponga allo spettatore l'esatto opposto di quello che lui si aspetta e su questo slittamento si giochi tutto.

SPOILER ALLERT

Il personaggio che "ma è impossibile che sia capitato lì per caso, cosa si sono fumati gli sceneggiatori?" non era lì per caso.
E persino il capitano Lorca che sembrava uscito da un altro universo narrativo era, in effetti, originario di un altro universo narrativo.

E così a un certo punto lo spettatore attento ha iniziato a fiutare nelle dissonanze un disegno voluto e ha iniziato a giocare con gli autori.
Perché era questo che gli spettatori volevano. Trattare per una volta lo spettatore non come un decelebrato, ma come un risolutore di enigmi. Ci hanno fatto fiutare le dissonanze per farci capire che era un inganno.
Da primo terzo in poi le lamentele degli appassionati, in rete, si sono tramutate in ipotesi. Ci siamo accorti che gli autori giocavano con noi e abbiamo iniziato a ribattere.
E allora questo capitano così anomalo aveva per forza qualcosa da nascondere. E il personaggio capitato troppo opportunamente sicuramente qualcos'altro. E la tecnologia che doveva sparire (non è ancora sparita del tutto, in effetti, ma lo farà...)
Nello scorso post ero a metà visione. Le carte si stavano scoprendo, pregustavo e prevedevo i colpi di scena (alla fine li ho azzeccati quasi tutti, tranne il destino dell'imperatrice) e parlavo di una serie affascinante ma poco coinvolgente emotivamente.
A tre episodi dalla fine l'unico personaggio a starmi simpatico, per cui tifavo, era Lorca, quello che si è rivelato un impostore arrivista proveniente dall'universo ombra.
E nell'ultimo episodio, retorico, senza dubbio, invece questi maledetti sceneggiatori mi hanno preso anche sul lato emotivo. Costruendo un finale volutamente anticlimatico. Dove nulla va come nei soliti film americani, neppure gli ultimi di Star Trek (quanto mi ero arrabbiata quando lo scontro al vertice Spock/Kahan si era risolto a pugni in faccia...). I conflitti non scoppiano, gli amanti non si incontrano, nessuno si sacrifica eroicamente, i nemici vengono salutati civilmente e nessuno diventa capitano. Di colpo, sul finale è tornato quell'ottimismo umanista, anche se venata da una malinconia che lo rende più vero, che alla fine è l'essenza di Star Trek.

Al di là del fatto che la serie mi è piaciuta, quello che mi è piaciuto davvero è il gioco rischioso e spudorato degli autori con le aspettative degli spettatori. Farli arrabbiare, convincerli pian piano a giocare con loro, fino a stringerli nelle spire della loro storia.
Alla base di tutto c'è una scommessa. Una scommessa sull'intelligenza dello spettatore e anche, sì, sulla sua pazienza. Alla base c'è sicuramente non solo una conoscenza del proprio pubblico, ma anche una stima di fondo.
Noi, quando scriviamo, quanto stimiamo il nostro pubblico? Quanto lo invitiamo a giocare con noi?

sabato 30 dicembre 2017

Star Wars – Gli ultimi Jedi, ovvero "Il bigino della forza" – Visioni


Premessa numero uno: sono nell'animo più trekker che starwarsiana, ma per frequentazioni ho finito per conoscere meglio l'universo di Star Wars. Non ho perso un film, quindi, conosco annessi e connessi, teorie e, a questo punto, plurimi universi espansi, ma ne percepisco poco la mistica.

Premessa numero due: eravamo chiusi in casa da giorni con l'influenza. Non andavamo al cinema da un anno. Avrei apprezzato questo film anche se fosse saltato fuori che Luke Skywalker si era riciclato come pornodivo per Hutt.

Concluse le premesse, il primo tempo di questo film è il delirio di uno sceneggiatore ubriaco.
La domanda che continua a risuonare nella mia testa è "perché?"
Insomma, sappiamo tutti dove si deve andare a parare: la giovane promessa ha trovato Luke, che è in esilio volontario e, tormentato da qualcosa che ha fatto/non ha fatto/pensato non la vuole addestrare, ma la ribellione è allo stremo, la giovane rampolla è l'unica speranza e Luke la dovrà addestrare. Nel mentre nella ribellione allo stremo sorgeranno nuovi eroi.
Se tutti sappiamo dove dobbiamo andare a parare, perché?
Perché, innanzi tutto non avete preso per i nuovi ruoli gente che sapesse recitare? Per non far sfigurare una vecchia guardia già mummificata?
Perché i dirigenti del nuovo ordine sono tutti tanto cretini da far rivalutare la classe dirigente italiana?
Perché buttare nello spazio e riportare indietro Leia con una delle scene più brutte di sempre?
Perché perdere tempo in una digressione di rara inutilità, che parte in modo altamente improbabile (la telefonata intergalattica all'usufruitrice della forza), continua in modo peggiore e ha l'unico scopo di far arrivare un anello a un bambino?
Perché, dico io, perché risparmiare sempre sulla sceneggiatura?
Nella prima parte di film, nonostante le pulcinelle di mare galattiche (per chi non lo sapesse, la pulcinella di mare è il mio animale preferito) e le suore pesce, che sono buffe quanto basta, non funziona niente. È tutto fuori fuoco, privo di ritmo e in definitiva inutile. L'unica cosa che si apprende e che il Primo Ordine è governato da un branco di deficienti e che se, nonostante questo, la ribellione è messa così male un motivo ci sarà.

Poi, a un certo punto, sembra che regista e sceneggiatori si siano resi conto che bisognava comunque mandare avanti la baracca nell'unico modo possibile. Luke si rassegna, la fanciulla impara, la ribellione si arrabatta e miracolosamente le cose migliorano.
A livello visivo il film ti piazza lì alcune sequenze oggettivamente belle, come il combattimento nel deserto di sale che rimane comunque memorabile, e a livello di trama qualche guizzo spiazzante. Se c'è una forza che il film ha è nel non rispondere a nessuna delle legittime domande dello spettatore o a rispondere in modo contrario rispetto a quanto fatto nei film precedenti.
Lo ammetto, da miscredente ho apprezzato la sistematica distruzione del mito dei Jedi. 
Gli Jedi sono quei tizi che, consapevoli che nella galassia vi sono individui in grado di incanalare la Forza e che questa capacità si trasmette anche per via genetica, decidono di raggruppare tutti coloro che hanno questa capacità in un ordine di monaci che fanno voto di castità. Ah, poi si lamentano che sono sempre meno...
Joda è quel tizio che, tra una frase a effetto e l'altra, affida il futuro Vader a un giovincello appena diventato cavaliere e non si accorge che Palpatine, a due isolati dal suo tempio, sta diventando imperatore.
Va da sè, quindi, che un bel rogo al luogo sacro Jedi mi risulti benvenuto.
Certo, forse si è un po' esagerato.
Trilogia prequel: servono decenni per diventare un Jedi. Anakin ormai è troppo vecchio per iniziare l'addestramento.
Trilogia classica: Luke, non andartene dopo solo qualche settimana di addestramento intensivo da parte di Joda, è troppo presto.
Nuova trilogia: ti insegnerò tutto in tre lezioni. Facciamo in due, dai.
Il bigino della forza, come diventare maestro jedi in un fine settimana al mare.
Ma, del resto, questo, temo, è un segno dei tempi. Studiare non serve proprio più a niente. Neppure a maneggiare una spada laser.

lunedì 4 dicembre 2017

Lo strano caso di Star Trek Discovery – visioni


La premessa necessaria a questo post è che sono stata cresciuta da mio padre a pane e Star Trek serie classica. Nelle estati della mia infanzia mio padre chiedeva una deroga alle draconiane restrizioni di mia madre sull'utilizzo della televisione per farmi vedere le avventure del capitano Kirk. Le serie successive le ho guardate a pezzi e bocconi, mentre ho visto più volte ciascuno dei film con il cast originale. Immagino che questo non basti a definirmi una trekker dura e pura, ma nell'eterna diatriba Star Wars vs Star Trek non ho dubbi su quale sia la mia squadra.

Mi trovo quindi immersa nello strano caso della serie Star Trek Discovery, serie Netflix di cui è disponibile la prima metà stagione. Strano caso perché in nove episodi la serie inanella una serie di caratteristiche che sembrano messe lì apposta per farla odiare, eppure, in realtà, ad ogni episodio coinvolge un pochino di più.
Sentendo gli amici appassionati e spulciando un po' in rete sembra che sia un'impressione condivisa. Si parte con un "ma che ca*** galattica!", si passa a un "però, diamogli una possibilità" a "vediamo dove vogliono andare a parare" fino a "quando escono i nuovi episodi?"

Ricapitoliamo tutto ciò che la farebbe cestinare immediatamente:

– La premessa su cui si basa il tutto è terrificante. L'universo intero avrebbe una sorta di micosi, o, meglio, una rete di micelio lo attraverserebbe. La nave spaziale Discovery ha un motore che funziona a spore (!) che le permette di teletrasportarsi ovunque voglia. 
NOTA: la serie è ambientata prima di quella classica, ma in seguito non abbiamo traccia di questa teoria né di una tale tecnologia

– Tutti i personaggi si distinguono per antipatia. Dopo un paio di episodi se ne ha la certezza, è una cosa studiata e voluta. Abbiamo la protagonista che a livello caratteriale unisce il peggio di umani e vulcaniani, il capitano "il fine giustifica il mezzo e i morti", lo scienziato per cui tutto va in secondo piano rispetto alla scienza, l'alieno con risentimento (per carità, giustificato) e la saputella imbranata. Dopo qualche altro episodio si inizia a notare che sono antipatici ma non monodimensionali. Il capitano Lorca, ad esempio, ha diverse sfumature di bastardaggine (solo io ho il sospetto che sapesse che la missione in cui era impegnata la sua ex era una trappola e che la cosa gli andasse assai bene?). Al momento l'unico metodo comprovato per migliorare il carattere è l'esperimento genetico clandestino .

– I klingon, specie aliena storica nell'universo di Star Trek, sembrano avere una grave malattia alla pelle. I klingon hanno in effetti più volte cambiato aspetto, ma così rettilei e glabri non erano mai stati. La cosa è troppo dissonante con le regole del gioco per non avere una spiegazione, ma è quanto meno disturbante.

– I primi episodi sembrano prendere a pugni lo spirito stesso di Star Trek, una serie che è sempre stata fondamentalmente ottimista, più speculativa che d'azione. Qui si parte con una cupa storia di guerra che lascia ben poco spazio alla speranza e dove viene ribadito che alcuni pregiudizi possono anche essere scomparsi, ma ci sarà sempre qualcuno considerato diverso e per tanto emarginato da un gruppo dominante.

L'impatto iniziale, quindi, è stato di guardare qualcosa di terribilmente fuori fuoco. Eppure, molte volte, guardando film, telefilm o leggendo libri ho avuto l'impressione di avere di fronte qualcosa che voleva a tutti costi funzionare, ma con evidenti errori di progettazione. Qui c'era qualcosa che evidentemente non voleva funzionare. E poi via, puntata dopo puntata, ecco tanti minuti aggiustamenti, spostamenti minimali di prospettiva che fanno sospettare che tutto sia voluto. Una sorta di grande scommessa con gli spettatori, dare loro quasi il contrario di quanto si aspettano per poi condurli lentamente nella storia.
Pian piano tanti tasselli tornano a posto. L'integrazione, è evidente, un tema della saga. Non ci viene presentato un futuro in cui è già in atto, ma uno in cui ciascun personaggio, per motivi che vanno dal risibile (russo e nessuno mi vuole come compagno di camera) al molto serio (ho causato accidentalmente una guerra) è un emarginato. I motivi "classici" per cui si viene emarginati oggi sono superati, ma non l'emarginazione in sé e tuttavia si lotta per superarla.
I personaggi sono antipatici, molto antipatici, volutamente antipatici, ma sono in evoluzione. Più che in altre serie. Per certi versi questi loro tratti di cinismo, disillusione, paura diventano le cose per cui li si percepisce vicini. Certo, dopo nove puntate non posso dire ancora di essermi affezionata a loro, ma inizio a trovarli interessanti.
Certo l'idea dell'universo percorso dal fungo gigante e quella del motore a spore continua a sembrarmi un'idiozia bella e buona e qualsiasi soluzione troveranno per giustificare la sua assenza nei tasselli narrativi successivi dubito che mi piacerà. Ma il tutto è, appunto, interessante, con la sensazione che qualcuno stia giocando volutamente con le aspettative del pubblico. È di più di quanto si possa dire per molti prodotti televisivi.

PICCOLA POSTILLA ULTRA NERD
I veri nerd ricorderanno che negli anni '90 girava un documento chiamato "Hai due mucche in..." in cui vi era tutta una casistica di avvenimenti che poteva capitare a qualcuno che avesse due mucche nei vari universi narrativi e ludici. Ricordo perfettamente quello che accadeva in Star Trek ... Hai due mucche, la Federazione le considera individui. Non puoi mungerle senza il loro consenso, non puoi macellarle se non ti attaccano per prime.
Ora, mi ha fatto sorridere e anche iniziare a rappacificarmi con la serie un episodio che sembra preso da questo vecchio ritrovato nerd. Hai un acaro gigante che ti serve per far funzionare la nave, ma il medico di bordo lo considera un individuo... Da qui una delle più importanti svolte di trama della serie...

Star Trek a parte, vi siete imbattuti in una storia che, pur partendo da pessime premesse ha saputo farvi ricredere? In che modo?

mercoledì 31 maggio 2017

Nei '90 della mia adolescenza


Moz è stato il primo a invitarci a questo viaggio nei ricordi.
Come per Chiara, anche per me, classe 1980, il decennio della mia adolescenza è quello degli anni '90.
Non rimpiango molto la mia adolescenza, le paturnie, l'accettazione di sé e un carico di lavoro, tra liceo classico e atletica a livello agonistico, che neppure nei miei periodi più intensi ho mai più uguagliato. A guardar indietro adesso, però, a parte quella stanchezza terribile della versione di greco da fare nel dopo allenamento, i ricordi piacevoli prevalgono.

La mia non è stata un'adolescenza standard. Ero uno strano esemplare di nerd atleta che univa gli interessi stravaganti dei nerd, quando i nerd non erano di moda, alla vita monacale dell'atleta eppure erano proprio queste mie due identità a darmi maggiori soddisfazioni.
Nell'estate tra la seconda e la terza superiore ho avuto la mia grande crisi d'identità e ho deciso che non me ne importava più niente di nessuno e sarei stata solo ciò che volevo essere. Ho mollato di punto in bianco il bellissimo e fighissimo liceo privato dove giravo come un'aliena in mezzo a figli di papà per lo sgangherato liceo pubblico con l'aula magna che rischiava letteralmente di crollare a ogni assemblea. Non so se sia stato un caso o destino o altro (in quel periodo ho letto un romanzo che usava la suggestiva frase "camminare sulla strada del dio") ma entro la fine dell'anno scolastico sono successe tre cose. Non ho avuto problemi a inserirmi nella nuova scuola e ho trovato persino delle compagne più nerd di me. La società di atletica in cui militavo si è fusa con un'altra che aveva un allenatore specializzato in mezzofondo e una squadra femminile di corsa di resistenza, al di là dei risultati sportivi (di cui, lo ammetto, vado fierissima tutt'oggi, con un ottavo posto agli italiani), venerdì andrò al matrimonio di una di quelle ragazze, giusto per dare un'idea dei legami che si formano correndo. Infine, per una ricerca scolastica sono andata in biblioteca e ho trovato il volantino di un gruppo archeologico. Vi ho trovato Alfa dei Misteri, una delle persone migliori in cui mi sia imbattuta. Lui mi ha subito coinvolta nel mio primo scavo archeologico, dove ho incontrato due ragazzi. Uno è stato il mio primo fidanzato, il secondo lo vedo tutt'ora ogni settimana per la serata gioco di ruolo.
Essere una nerd atleta, da un certo punto in poi, non è stato più un motivo d'esclusione. È stato bellissimo.

Questa lunghissima premessa era necessaria, credo, per raccontare i miei anni '90.

Televisione
Quale televisione? Battute a parte, ne guardavo veramente poca, perché le mie giornate prevedevano un'ora e mezza di allenamento e alle 21.30 crollavo addormentata ovunque fossi. C'è però, un telefilm che una come me non poteva non amare.

X files solleticava in mio senso del mistero e il mio gusto per l'avventura. Dana era un modello di donna in cui potevo riconoscermi, che non abdicava alla propria intelligenza e seguiva fino in fondo la propria vocazione. Inoltre mi è sempre piaciuto il rapporto di complicità e fiducia, prima che di attrazione o amore che aveva con Mulder. Ricordo che riuscivo quasi mai a vedere fino in fondo una puntata e per ricostruire la cronologia precisa degli eventi mi affidato a un'amica che mi riassumeva quanto mi ero persa.

Film
Due film per me sono stati, più di ogni altro, dei cult, negli anni '90.
La leggenda del re pescatore. Questo film sembrava girato per me. Non so quante volte ho riguardato la videocassetta, presa per caso insieme a un giornale, ma ogni volta la ricerca del santo graal a New York mi commuoveva. Ero nel mio pieno periodo medioevale. Mi stavo leggendo tutta l'epica medioevale francese (compresa la versione integrale de la Chanson de Roland in lingua originale). Questo film mi diceva con dolcezza che stavo vivendo in un mondo in cui solo i folli potevano essere ancora puri cavalieri, ma che alla fine non importava e se qualcosa avviene anche solo nella nostra mente, non è detto che non sia importante. Penso ancora che sia un gioiello da riscoprire, con i fazzoletti a portato di mano.
L'ultimo dei Mohicani
Prima che tutte le mie compagne impazzissero per il Leonardo di Caprio di Titanic io avevo dato il mio cuore a un altro personaggio cinematografico e a un'altra idea di storia d'amore. Come solo nell'adolescenza può succedere, L'ultimo dei Mohicani ha segnato il mio immaginario e definito l'estetica del mio uomo ideale. Alto, magro e con i capelli lunghi. Bravissimo a fare il suo lavoro, rude all'occorrenza, ma pronto a stringere con una donna un rapporto paritario, basato sul rispetto e sul riconoscimento del reciproco valore. Ogni volta che lo riguardo un po' torno l'adolescente che ero e un po' mi vergogno di questo mio lato più sfacciatamente romantico.


Libri
Da brava nerd, leggevo tantissimo, sopratutto d'estate. Quindi temo di dover distinguere tra i libri che mi sono portata dentro e hanno contribuito alla mia formazione e quelli che sono stati importanti allora e di cui oggi un po' mi vergogno ma che so di aver letteralmente consumato.
Il decennio, nel '91, si è aperto con la scoperta del fantasy e con l'incontro con Il signore degli anelli, che da un lato mi ha instradato verso altre letture del genere (molto amata allora La grotta di cristallo di Mary Stuart e i primi tre romanzi de La saga di Earthsea della Le Guin), dall'altro mi ha dato la consapevolezza che non si può creare una nuova epica senza delle solide basi. Da qui l'immersione nell'epica medioevale, dalla Chanson fino all'Orlando Furioso, passando per tutte le leggende arturiane, che mi ha tenuto compagnia negli anni delle medie (un pensiero alla mia vita sociale di quel periodo, visualizzatemi intenta a queste letture di fianco a una tredicenne media con in mano Cioè). L'incontro con Il nome della rosa a quel punto sembrava scritto nel destino e quella lettura mi ha traghettato al liceo, dove approfondire i classici e gli antichi, per fortuna, non era cosa strana. Troppo immersa nel passato, negli anni '90 ho ignorato quasi del tutto gli autori del '900, con l'eccezione di Borges, scoperto per caso in solaio, che mi ha dimostrato senza ombra di dubbio che il fantastico può essere alta letteratura.
In mezzo a tutti questi classici, leggevo anche un sacco di libri di consumo, compresi di Harmony di mia mamma. In quel marasma c'è una serie che nella mia adolescenza ha avuto un peso non indifferente. Si tratta della Saga di Darkover di Marion Zimmer Bradley. Ho trovato la mia prima amica nel nuovo liceo proprio grazie a questi libri. L'anno scorso me ne sono ricapitati in mano un paio e ho subito capito perché fossero stati così importanti all'epoca. Ci sono tre caratteristiche essenziali. I personaggi si facevano una quantità di problemi che sono un adolescente può capire. Non importa quanti anni avessero, erano sempre dei sedicenni in preda a quell'ansia esistenziale che solo a sedici anni si vive davvero. I dilemmi etici erano sempre portati all'ennesima potenza, pur in assenza di un assoluto morale. Si parlava di sesso. Con l'eccezione di un unico romanzo che infatti era introvabile e se ne favoleggiava solo, non era descritto in modo esplicito, ma era una presenza costante e approcciata senza tabù. Col senno di poi credo che, anche se all'epoca negavo che fosse quello un motivo d'interesse, per una timida adolescente di provincia fosse un particolare con la sua importanza.

Fumetti

Magico Vento
Nell'estate del 1997 è uscito il primo numero di Magico Vento, acquistato ovviamente (non lo avrei ammesso neppure sotto tortura) perché il protagonista era ricalcato sul Nathan de L'ultimo dei Mohicani, è tutt'ora il mio più grande amore fumettistico. Adesso il fumetto è diventata una passione e posso dire di averne letti abbastanza per capirci qualcosa, ma questa serie continua ad avere nel mio cuore un posto speciale. Vorrei dire recuperatela e leggetela, ma temo sia quasi impossibile. 
Questo fumetto è cresciuto con me, mi ha accompagnato in tutti i miei spostamenti, mi ha aperto a un mondo più vasto e introdotto alla cultura dei nativi americani e convinto. Ci sono alcuni albi che mi hanno seguito in quattro o cinque abitazioni differenti e ora spettano che la pupattola abbia l'età per leggerli.

Oggetti
Salto a pié pari la parte sui vestiti. L'unica cosa che allora per me avesse importanza, in questa categoria, erano le mie scarpe da corsa Adidas, che consumavo a una velocità impressionante.
L'oggetto di quegli anni, per me è questo:
La mitica scatola rossa di D&D, l'introduzione imprescindibile al gioco di ruolo. Ancora oggi i miei dadi sono quelli della scatola rosso (temutissimi, quando masterizzo io). E ancora oggi alcune delle persone al tavolo da gioco sono le stesse degli anni '90.
So che c'è ancora chi dice che siano passatempi che distolgono dalla realtà. Io facendo rotolare i dadi ho cementato molte delle mie amicizie. I draghi, ho scoperto, si affrontano insieme, quelli immaginari  del gioco e i molti reali, senza scaglie né fiamme, della vita vera. Facendo rotolare i dadi ho conosciuto mio marito. 
Faccio davvero fatica a immaginare la mia vita non tanto senza il gioco di ruolo in sé, quanto senza quella rete di rapporti e la valvola di sfogo offerta dalla serata settimanale.
C'è una parte di me che è ancora quell'adolescente degli anni '90. E non me ne pento affatto.

Ecco qua. È stato un lungo (è tardissimo, almeno per il mio presente di risvegli notturni) e bellissimo viaggio.

Nei prossimi giorni sono un po' incasinata tra lavoro, matrimoni, zie in visita ed escursioni programmate (con la bimba in spalla, ce la farò?), quindi non so né se posterò né se leggerò i blog altrui. In generale credo che per tutto giugno il blog andrà avanti un poco a singhiozzo, ma cercherò di esserci il più possibile, perché mi rendo conto che il blog è una cosa che amo.