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domenica 24 aprile 2022

Le cose crollano - l'alba della letteratura africana moderna


 Non finirò mai di ringraziare il gruppo di lettura che quasi ogni mese mi butta fuori dalla mia confort zone e mi porta a leggere libri che non solo io da sola non avrei mai scelto, ma di cui a volte ignoravo persino l'esistenza. A volte mi schianto contro queste letture come una canoa sugli scogli, a volte mi si aprono dei mondi. Questo è un libro del secondo gruppo.

Chinua Achebe
Le cose crollano 

Appare nel 1958 questo romanzo che, pur essendo scritto in lingua inglese, racconta per la prima volta al pubblico occidentale cosa sia stato per un villaggio del corso del Niger l'incontro con la cultura europea.
Chinua Achebe scriveva, io credo, principalmente per la propria gente, per raccontare un mondo ancora vivo nella memoria dei più anziani, ma destinato a sparire per sempre, sostituito non solo dalla modernità, ma, sopratutto, da una narrazione eurocentrica. Quel tipo di narrazione che dice in primis agli africani stessi, che gli europei hanno portato la civiltà e la scienza facendoli uscire da uno stato di natura primitivo in cui vivevano come animali.

Achebe ci porta quindi in un villaggio igbo dove facciamo la conoscenza con Okonkwo, un personaggio sfaccettato e tutt'altro che primitivo. Figlio di un uomo debole e povero, Okonkwo vuole infatti diventare uno stimato capo villaggio, essere un emblema di successo e virilità. È ossessionato dall'idea di mostrarsi debole ed è quindi inflessibile con tutti, anche con se stesso. È violento con le mogli, ma allo stesso tempo ama teneramente la figlia più cagionevole, è incline a scoppi d'ira, ma si sottomette senza proteste alle leggi del clan. Seguendo l'ascesa di Okonkwo entriamo nel suo mondo. Si tratta di una società tribale perfettamente funzionante. Il mondo degli uomini e quello delle donne hanno sfere d'influenza diverse. Coltivazioni maschili e coltivazioni femminili, culti e leggi differenziate. Una società che non si può definire "primitiva", ma è stratificata e complessa. Ha durezze difficilmente comprensibili per noi, i gemelli che vengono abbandonati nella foresta, le dispute tra clan risolte con il sacrificio di un ragazzo. D'altro canto una donna maltrattata può ricorrere contro il marito o anche ripudiarlo. Il tocco del grande scrittore fa sì che tutta questa parte non sia per nulla noiosa. Il romanzo conta meno di duecento pagine, e l'autore riesce a prendere il lettore per mano e fargli percepire come assolutamente naturale il mondo di Okonkwo. I numerosi termini in lingua igbo sono ben contestualizzati e quasi non è necessario utilizzare il glossario finale.

A causa di un omicidio involontario Okonkwo rimane in esilio sette anni. Al proprio ritorno scopre che i missionari bianchi sono giunti nel suo villaggio. E le cose crollano.
I missionari, esattamente come gli abitanti del villaggio, sono sempre descritti come individui. C'è chi cerca di capire la cultura locale, chi si pone come autorità superiore, chi impone leggi che neppure vengono spiegate. Non è uno scontro violento, non è un'invasione. E tuttavia le cose crollano ugualmente. Tutta la società tradizionale si basava sul sacro, erano gli dei e gli oracoli ad amministrare la giustizia e a regolare i conflitti. Se la sfera del sacro viene messa in discussione anche la violenza non è più arginata. Crollano i tabù. Persino il serpente sacro può essere ucciso. Achebe è molto attento a non distribuire merito o colpe. I gemelli vengono salvati, i fuori casta vengono accolti nella chiesa, ma tutta la società tradizionale non può che soccombere, e Okonkwo con essa.

La lettura di questo romanzo mi ha profondamente affascinato e ne è evidente l'importanza storica. È stata la prima volta che nel panorama letterario in lingua inglese un africano raccontava la propria gente dal proprio punto di vista. I personaggi de Le cose crollano non sono eroi, non sono vittime e non sono selvaggi. Sono semplicemente persone, esponenti di una cultura altra che finirà schiacciata dal colonialismo. Il tutto è raccontato con una prosa estremamente scorrevole e moderna. Tutti noi del gruppo di lettura abbiamo approcciato il libro con un certo timore. L'età del testo e la distanza culturale ci faceva temere in classico "mattonazzo" e invece ce lo siamo bevuti tutti d'un fiato. Achebe è un grande scrittore, di quelli in grado di rendere accessibile qualsiasi narrazione. A tutto si aggiunge l'urgenza comunicativa. Abbiamo discusso sull'intento dell'autore. Probabilmente ne aveva più di uno. Achebe scrive negli anni '50 di eventi di sessant'anni prima, di un mondo già scomparso di cui stavano sparendo gli ultimi testimoni. C'è, per certi versi, la stessa urgenza delle testimonianze della seconda guerra mondiale, la consapevolezza che quello era l'ultimo momento utile per raccontare qualcosa di cui si rischiava di perdere la memoria per sempre. È un libro necessario. Lo era quando è stato scritto, ma lo è ancora.

Voi lo avete letto?
Che rapporto avete con la letteratura africana?


Se invece volete leggere qualcosa di decisamente più disimpegnato, ecco il nuovo capitolo de L'assedio degli Angeli

domenica 16 maggio 2021

La svolta degli audiolibri + Doppio Sogno – Piovono Libri


 Se potessi avere un superpotere in questo momento sceglierei il teletrasporto, oppure la possibilità di bloccare il tempo.
Il tempo è, per noi fortunati nelle parti di mondo fortunate (nonostante la pandemia a volte è bene ricordare e noi stessi che lo siamo, fortunati), il bene più prezioso e più difficile da acquistare. Al netto dei disagi del contingente, rifarei tutte le scelte di vita che mi hanno portato al mio qui ed ora. Tuttavia il tempo mi sfugge dalle mani, cerco di raggranellarlo minuto per minuto per farne un gruzzoletto da spendere in una corsa, una puntata di una serie tv o un libro.
Il problema della lettura, poi, è che è un'attività esigente in fatto di tempo. Non le piace tutto. Il tempo della lettura deve essere tempo calmo, di una quantità tale che permetta di entrare in una storia. Deve poter contare su un'illuminazione decente. Non deve essere sfruttato in contemporanea da una qualsivoglia altra attività. Deve essere del tempo in cui il tasso di stanchezza mi permetta ancora di afferrare le più elementari regole di grammatica e di sintassi per permettersi di capire cosa io stia leggendo. È un tempo raro, dunque, e che finisce per andare in conflitto con il gruzzoletto di un altro tempo prezioso, quello della scrittura (che è scarsa, sporadica, poco convinta, ma comunque c'è).
La Giratempo di Harry Potter purtroppo non l'hanno ancora inventata, ma un mezzo per moltiplicare il tempo di lettura esiste e si chiama audiolibro.

martedì 6 aprile 2021

Lampi di luce dalla zona rossa


 La Zona Rossa continua.

Pare che, per il Piemonte, la prospettiva migliore sia uscirne per fine mese. 

Se non altro domani le scuole fino alla prima media riapriranno. Non fraintendetemi, non sono di quelle che vogliono la scuola aperta sempre e comunque a ogni condizione. A ottobre/novembre, ad esempio, una chiusura sarebbe stata auspicabile. Ma adesso, almeno nella zona dove lavoro io, tutto il personale docente ha avuto almeno una dose di vaccino (che non dà l'immunità perché per entrare a regime bisogna attendere qualche settimana dalla seconda dose, ma è comunque meglio di niente). E, sopratutto, le attività produttive non hanno chiuso. Quindi i bambini, la mia compresa, hanno in media frequentato più gente diversa di quanto facessero andando a scuola, sballottati tra nonni, baby sitter e parenti vari, individui fragili compresi. Bastava sentire qualche alunno di DaD "scusi, la rete non regge, ci sono qui anche i miei quattro cugini e i due vicini di casa, visto che la nostra connessione è la migliore...". Mia figlia stava in parte con me, in parte con un baby sitter, in parte con i nonni, in parte con gli zii, insomma, un inevitabile delirio di contatti che, a livello di mero rischio, mi è sembrata una cura peggiore del male.

Io me la sono passata tutto sommato meno peggio del previsto. Il mio baby sitter è stato catturato al momento giusto, la scuola è riuscita a garantire ai docenti genitori la possibilità di lavorare da casa almeno per alcuni giorni a settimana, garantendo allo stesso tempo la possibilità di frequenza per gli alunni con bisogni educativi speciali. Ai ragazzi era stato dato il famoso ipad/astronave in comodato d'uso, cosa che ha almeno garantito a tutti un mezzo pratico e resistente per la DaD. Nulla si è potuto fare per le connessioni più ballerine che, in una zona di paesini sparsi tra boschi e colline di granito, hanno poco a che fare con la volontà di famiglie e istituzioni. Come l'anno scorso eravamo in mano a Eolo, inteso non come fornitore di servizi, ma proprio come dio dei venti, perché col brutto tempo nei paesini internet non va e in molti giorni la rete sembra più che altro alimentata a bestemmie. Quindi abbiamo ripreso il balletto del ti vedo/non ti vedo/vedo solo il soffitto/vedo solo il tuo gatto. Devo dire però che gli animali domestici, i miei compresi, sono stati tutti disciplinati e hanno seguito le lezioni con una certa costanza.

Questo ovviamente non ha impedito scene al limite del delirio, come avere la figlia in crisi di nostalgia per l'asilo e gli amichetti in piena ora di geografia, consolata poi dai miei alunni in DaD (ho ancora il dubbio se firmarla come educazione civica). Peggio ancora, un increscioso incidente con il vasino in un'ora non coperta dal baby sitter. La mia spiegazione è stata una cosa del tipo "... Quindi il carattere di Ulisse è caratterizzato dalla curiosità... Ok, ragazzi, spengo la telecamera un attimo... E dall'intelligenza... Eh, ma qui c'è pipì ovunque... E dal sapersela cavare in ogni occasione... Evitiamo almeno di metterci i piedi dentro...". Ovviamente queste settimane di DaD sono state anche le settimane dei colloqui con i genitori, dei consigli di classe, del cambiamento di lavoro del marito... Tutto sommato l'esserne usciti vivi ha del miracoloso. 

Sono state anche le settimane in cui qui in Piemonte la campagna vaccinale ha finalmente ingranato. I suoceri hanno ricevuto entrambi la prima dose, mia mamma sta smaltendo i postumi della sua unica somministrazione. Mio padre è stato rimandato a data da destinarsi per aver da poco fatto un'anestesia totale, ma ha fatto la conta degli anticorpi, li ha ancora talmente alti che è stato chiamato per partecipare a uno studio sulle varianti (di cui onestamente ho capito poco, ma va bene così). Da oggi, poi, sono state aperte le prenotazioni anche per la fascia d'età 60-69 anni. Tutte le vaccinazioni sono state eseguite nel punto di somministrazione più vicino al domicilio e al momento tutti parlano di gentilezza e professionalità da parte del personale. Per la prima volta sembra davvero che qualcosa si stia muovendo nella direzione giusta. Spero solo di non illudermi.

Spero ora di rimettermi sui binari di ritmi più sostenibili, che mi permettano, tra le altre cose, di continuare ad vivere il blog e a leggere i post altrui. Questo spazio esiste da un sacco di tempo e mi scoccerebbe davvero perderlo per una cosa futile come una pandemia, insomma!

In queste settimane di stop ho anche saltato l'abituale rubrica "piovono libri" dedicata ai classici letti col gruppo di lettura. Anche se solo poche righe, però, il libro del mese le merita.

Tre camere a Manhattan – G. Simenon
Questa è stata una lettura sconcertante.
O, meglio sconcertante la lettura del romanzo, ma ancor di più la lettura delle recensioni trovate on-line.
In una New York desolata, fatta di gente che si sfiora senza vedersi, due anime perdute si incontrano per caso. Lui è un attore francese appena mollato dalla moglie. Lei la ex moglie di un diplomatico con problemi di salute e di alcolismo. Finiscono per attrarsi e non riuscire più a fare a meno l'una dell'altra. Tutto bene? Insomma. Lui la pesta, quasi la violenta e la tradisce appena lei si allontana. Lei lo capisce, lo consola e si sottomette. A me è sembrato l'inizio di una storia di soprusi e di violenza domestica. Peccato che Simenon pare si sia ispirato alla propria storia d'amore con quella che sarebbe diventata la sua seconda moglie (poveretta). E ancora più peccato che la maggior parte delle recensioni ne parli come di una storia d'amore. Addirittura lui è percepito come "dolce" o "un'anima bella". questo mi ha lasciato un profondo senso di malessere. 
Il libro è assai ben scritto. L'atmosfera, la desolazione, l'attrazione sono rese assai bene. Però credo che nel 2021 non si possa definire una storia in cui lui prende a pugni lei "una bella storia d'amore". Non possiamo dire che è un libro ben scritto su una passione intensa ma insana? Cosa ne pensate?


domenica 17 gennaio 2021

Il castello dei destini incrociati – Piovono libri

 – Idea fotografica rubata a Elena –

 In un inizio anno così complicato non era questo il libro che mi meritavo.

domenica 13 dicembre 2020

Io sono leggenda – Piovono libri


 Ottima idea, ottima idea davvero quella di proporre al gruppo di lettura questo libro nel pieno di una pandemia.

A mia discolpa posso dire che sono cinque anni che propongo questo romanzo. La scelta del libro da leggere avviene tramite una doppia estrazione e poi per votazione tra i due titoli. Che io ricordi Io sono leggenda non era mai stato estratta e io (l'ho già detto che sono testarda?) l'ho puntualmente riproposto ogni settembre. Fatalmente è arrivato il suo momento nel pieno della seconda ondata.

Io sono leggenda tornato agli onori della cronaca tredici anni or sono per una trasposizione cinematografica che, letto l'originale, ci azzecca poco, infatti, è un romanzo del 1954 che parte dal racconto di una pandemia. 

domenica 15 novembre 2020

Lamento di Portnoy – Piovono Libri (e chiacchiere varie)

 

Le nuove restrizioni, la zona rossa mette in luce le nostre idiosincrasie e le nostre debolezze. Ognuno di noi ha una sua frazione di libertà a cui non intende rinunciare. La corsetta, il caffè al bar, la chiacchiera col collega, il giro al mercato, quel piccolo brandello di normalità su cui ci asserraglia o la cui rinuncia sembra per assurdo pesare di più di quelle grandi.
Tra tutti, quelli che mi fanno più tenerezza sono gli innamorati. Che si abbia 14 o 94 anni, stare lontani da chi si ama è difficile. Per quanto non sia disposta a prendere alla leggera le norme del distanziamento sociale non riesco a ritenere colpevoli gli adolescenti che si appostano sotto casa dell'amato/a, chi ruba un (pericolosissimo, sia chiaro) bacio clandestino, chi si inventa la qualsiasi per un saluto nei boschi. Ogni età in questo momento ha le sue rinunce, ma nel fondo del mio cuore ringrazio che tutto ciò non mi abbia colto nel mezzo dei miei (per altro pochi e burrascosi) amori adolescenziali.

Ognuno poi si attrezza come si può, cercando di imbastire una normalità precaria, senza allarmare troppo magari i bambini. Qui da dove scrivo ormai il covid ci assedia. Ho amici ammalati, altri con sintomi in attesa di tampone, l'ambulanza ha portato via qualcuno giusto quattro o cinque case più in là. Mio padre è ancora positivo e mia mamma è ancora in ospedale. La trincea si è fatta più che altro psicologica, perché per loro la solitudine pesa. Gli ospedali, poi, sono fortini blindati da cui è difficile carpire notizie.
La nostra alla fine è una famiglia come tante, in una situazione come tante e non certo delle peggiori. Per attrezzarci alla sopravvivenza in questo autunno/inverno che si prospetta lunghissimo, alla fine il gattino l'ho preso davvero. Giovedì, con la sua autocertificazione in regola (del resto raggiungeva il suo domicilio definitivo) è arrivato Oberon. Obi si è installato in casa con la timidezza di un monarca. È uscito dal trasportino e si è diretto subito alla ciotola. Ha ispezionato casa, ha abbattuto tutte le mie piante (!) e si è installato sulla parte più alta del divano. Conscio della propria superiorità e consapevole che tutti noi siamo qui solo per servirlo, ha accettato di buon grado di giocare con il cucciolo d'uomo, di farsi accarezzare dagli umani e anche di accettare i servigi del persiano. In effetti la convivenza tra le palle di pelo sta funzionando molto meglio del previsto e le due creature insieme sono molto più buffe di quanto non siano prese singolarmente.



In questa normale anormalità prosegue anche il nostro gruppo di lettura, ormai in formato videoconferenza.
Lamento di Portnoy
Lamento di Portnoy è il lungo monologo che un ebreo americano prepara per lo psicanalista che dovrà incontrare. Vi spiega le sue origini, il rapporto con i genitori e sopratutto quello con il sesso e con le donne.
Ecco. Su questo il gruppo di lettura si è nettamente diviso e secondo me non è stata neppure una questione di gusto, di etica o di sensibilità, ma di mero funzionamento dell'immaginario.
Io sono molto visiva nella mia immaginazione, ho vivide immagini mentali, so usare (anche se di fatto usarle è troppa fatica) alcune tecniche mnemoniche basate sulla visualizzazione, considerati i miei occhiali vedo meglio i parti della mia mente che la realtà. Purtroppo non ho un controllo totale sul come il mio cervello visualizza ciò che leggo. Il capitolo 2 di questo libro è dedicato all'autoerotismo del protagonista. Che il mio cervello mi ha mostrato come un giovane Woody Allen (con però i capelli neri), nudo e intento a cercare di darsi piacere in ogni modo possibile. Ecco era come se questo arrapato adolescente non propriamente piacente si fosse installato davanti a me. Non ce l'ho fatta. Io lo capivo perfettamente che c'era ben altro e di ben più interessante nel romanzo. Ma niente, la mia visualizzazione mi impediva di concentrarmi su qualcosa di diverso dall'ansito del Portnoy brufoloso che il mio inconscio mi proponeva. Non ce l'ho fatta. E di solito non sono una che si scandalizza. Il problema qui era proprio estetico e visivo. Capirete che ciascuno è libero di darsi piacere con del fegato crudo, se crede, ma a casa propria, non nella mia! 
Non sono mai arrivata al capitolo tre. Per fortuna altri lettori lo hanno fatto per me e mi hanno riferito di ciò che comunque si intuiva già sotto la fregola dei primi due capitoli. Lamento di Portnoy è la lunga odissea interiore di un uomo che non trova se stesso. Si oppone ai propri genitori come potrebbe farlo un bambino, rinnegando la propria religione e allo stesso tempo continuando a guardare il mondo filtrato da essa. Chi ha letto ha rilevato come questo sia così tipico di molte persone di religione ebraica. Da un lato vivono la religione e il retaggio culturale, con tutto quello che ne consegue, come un peso da cui vorrebbero svincolarsi. Dall'altro vi rimangono ancorati senza riuscire a pensare a se stessi se non come a degli ebrei. In tutto questo, ovviamente, il sesso non è che una metafora, il desiderio di Portnoy di possedere sempre e soltanto donne non ebree a cui tuttavia non riesce a legarsi altro non è che una lotta contro se stesso e la propria identità. Ho trovato il dibattito molto interessante e stimolante. Tuttavia sono sicura che non arriverò mai al capito tre. Posso superare molte cose, ma l'inciampare nel Portnoy quindicenne che sparge ovunque il proprio seme è troppo.

Pre chi invece lo desidera Racconto di Fiorile – Epilogo (se volete, fatemi sapere cosa ne pensate)

domenica 18 ottobre 2020

Signorina Else – Piovono Libri


 Una delle cose che la pandemia ha ridimensionato è stata la frequenza degli incontri con il gruppo di lettura. Adesso, però, ci siamo organizzati. Non ci spaventano i classici della letteratura mondiale, non possono certo spaventarci le videoconferenze!
La scelta per questa ripartenza letteraria è caduta sul romanzo Signorina Else di Schnitzler, primo esempio di flusso di coscienza in lingua tedesca.

mercoledì 5 febbraio 2020

Racconti di pioggia e di luna – Piovono Libri


Attenzione.
Di tutto il gruppo di lettura questo libro è piaciuto soltanto a me. Quindi la mia opinione è una sorta di anomalia statistica che non va presa in considerazione. 


"Luo Guanzhong compose il romanzo Sul bordo dell'acqua e per questo motivo i suoi discendenti per tre generazioni nacquero sordomuti. Murasaki Shikibu scrisse La storia di Genji e per questo finì per un certo periodo all'inferno... Anch'io per caso possedevo alcune futili storielle e quando le ho buttate giù esse hanno creato un mondo fantastico dove cantano i fagiani e i draghi combattono... Non vorrei che per questa colpa i miei discendenti nascessero senza naso o con il labbro leporino".
Così inizia "Racconti di pioggia e di luna", nove narrazioni fantastiche del Giappone del XVIII secolo e subito mi svela un segreto che avrebbe dovuto essermi rivelato molto tempo fa.
Scrivere è pericolosissimo. Si rischia di finire all'Inferno (per un certo tempo), pena tutto sommato minore che vedere figli nipoti e bisnipoti sordomuti o con il labbro leporino.
Non conosco abbastanza la cultura giapponese del tempo per capire esattamente perché una tale punizione gli dei infliggessero agli scrittori, ma capisco la pericolosità insita nella scrittura. Sovrapporre alla realtà una realtà altra, simile, ma più affasciante, in cui restare ammaliati e perdersi. E, del resto, come non sentire il richiamo di "un mondo fantastico dove cantano i fagiani e i draghi combattono"?

Io sono tra quelli, di certo, che rischiano di far condannare Ueda Akinari all'Inferno, perché io voglio perdermi in queste nove storie di fantasmi giapponesi pubblicate nel 1768 e che, pertanto, portano a un mondo lontanissimo, che non possiamo capire fino in fondo, ma da cui si può rimanere affascinati.

Il mondo di Akinari è quello, per me del tutto sconosciuto, della borghesia giapponese del '700, fatta più di mercanti che di samurai, dove la guerra esiste, appare, porta scompiglio in realtà operose che ne farebbero volentieri a meno. Un mondo, tuttavia, dove il regno degli spiriti inizia appena oltre la soglia di casa, dove è normale contrattare per farsi strada nel mondo mercantile, ma anche incontrare un fantasma o farsi sedurre da un mostro. Un mondo, insomma, dove il soprannaturale è in qualche modo ordinario, nessuno ti prende per pazzo se dici che sei perseguitato da un fantasma, anzi, molti si prodigheranno per aiutarti, come se due realtà così distanti, quella degli affari e quella degli spiriti, si sovrapponessero senza troppi problemi.
Ho trovato estremamente affascinante provare ad entrare in racconti così lontani da noi nel tempo e nello spazio, scritti per la borghesia istruita di un'epoca ormai scomparsa, pieni di riferimenti del tutto incomprensibili per noi. I racconti hanno però strutture simili, luoghi comuni che si rincorrono, che possono annoiare, ma che aiutano anche a puntellare il lettore moderno in questo universo, fare campi base di nozioni acquisite da cui poter andare in esplorazione.
Non credo possano piacere nel senso moderno del termine, ma possono affascinare.

La trama di alcuni racconti è ricorrente. Due persone, amici o coniugi vengono separati, si incontrano di nuovo, ma uno dei due (se coniugi la moglie) è un fantasma, benevolo o maligno a seconda delle circostanze della morte. Una delle cose che più mi ha colpito di questi racconti, ma che torna anche in altri (La passione del serpente) è che il protagonista è quello che definiremmo un inetto. Un figlio che non si è mai allontanato da casa, di buona volontà, con attitudine allo studio, ma caratterialmente poco adatto a farsi strada nel mondo. Un personaggio, insomma, proprio borghese, come ce lo aspetteremmo, un po' più a vanti nel tempo, in Europa. E verso questi personaggi l'autore sembra avere ogni sorta di simpatia. Il protagonista del racconto L'appuntamento dei crisantemi riesce finalmente a trovare un'anima affine, un samurai che morirà pur di tornare (fantasma) puntuale all'appuntamento. Questo scuote il protagonista al punto da trasformarlo in una sorta di eroe vendicatore. 
Un inetto è il protagonista de La passione del serpente, il figlio cadetto e imbranato di un mercante, di cui si innamora una demonessa serpente. Il giovane non fa che scappare, in modo un po' goffo, dalla sua sovrannaturale amante, eppure è guardato con evidente simpatia e l'autore si premura di rassicurarci sulla sua buona sorte finale.
Non è un uomo d'azione neppure il pittore del racconto che ho trovato più curioso, La carpa del sogno, un uomo il cui desiderio, esaudito, è quello di trasformarsi in un pesce in uno stagno (contento lui) e che finisce per essere pescato. Anch'egli, tuttavia, pur senza dar prova di eroismo, riesce a cavarsela e il suo premio è una lunga vita di meditazione delle carpe (che a me continua a sembrare più una maledizione).

In tutti i racconti emerge il ritratto di una società maschilista a livelli che probabilmente erano impensabili persino per l'Europa di quel tempo. Le donne sono creature incomprensibili "malvage per natura". Le mogli vengono dimenticate a casa per anni, mentre i mariti si rifanno una vita altrove salvo scoprire che, ops, loro sono morte nell'attesa (La casa fra gli sterpi). Oppure vengono sposate di malavoglia, cornificate in ogni modo possibile, ingannate e poi, ops, si trasformano in fantasmi vendicativi (La pentola di Kibitsu). Di sicuro è per la loro natura corrotta, non per l'esasperazione! Del resto se una donna viaggia da sola, mostra un certo qual spirito d'iniziativa e osa innamorarsi è di certo un mostro (La passione del serpente) e in quanto mostro femminile non c'è alternativa che ucciderla, anche se lei chiede solo amore e compagnia.
La cosa più sorprendente è che se a trasformarsi in un mostro è invece un uomo, il poveretto va compatito e aiutato qualsiasi cosa abbia fatto!
Il racconto senza dubbio più sorprendente è Il cappuccio blu, in cui si narra di un monaco pedofilo, necrofilo e cannibale che, poverino, va compreso e aiutato. Ripeto, pedofilo, necrofilo e cannibale. 
Le donne cornificate e derubate se si trasformano in fantasmi vendicativi lo fanno perché sono malvage!
Nel Il cappuccio blu un monaco ha perso la retta via non tanto perché si è invaghito di un giovane studente (non che sappia molto di monachesimo giapponese del XVIII secolo, ma già questo non mi sembra l'agire di un santo), ma perché alla morte di questi, prima "ne ha amato il corpo morto come faceva da vivo" e poi se l'è mangiato. A quel punto il monaco si è trasformato in un mostro che si aggira intorno ai villaggi e depreda i cimiteri per papparsi i defunti di giornata. Mentre in tutti gli altri racconti il mostro di turno era da eliminare senza pensarci due volte, qui no. Il monaco va fatto ragionare, compatito e riaccompagnato sulla via della preghiera. Alla faccia di due pesi e due misure!

Tutte queste vicende si svolgono in un mondo che è facile immaginare come le stampe giapponesi, di assoluta eleganza. Quasi tutto avviene di notte, sotto la luce della luna, tra il canto di uccelli notturni. La natura, con la sua bellezza umida e densa di vita, incornicia tutte le vicende e, tuttavia, è altro rispetto al mondo degli uomini. Sono pochi, monaci sapienti, o animi contemplativi, coloro che si muovono in armonia tra ciò che è umano e ciò che non lo è. Per il resto gli esseri umani sono creature per lo più passive, in un mondo che non capiscono, sbattacchiate tra gli eventi, desinati a cedere alla passioni. E sono le passioni, per lo più, a generale mostri. Il sovrannaturale, infatti, ha quasi sempre un'origine umana, qualcosa che è diventato troppo, come l'insaziabile (è il caso di dirlo) amore del monaco e che ha trasformato una persona in altro.

Va detto, per amore di verità, che sono racconti piuttosto lontani da noi, pieni di riferimenti a noi incomprensibili, rimandi a una cultura data per scontata e che non ci appartiene. A nessuno degli altri lettori è piaciuto. Io, invece, ne sono rimasta irrimediabilmente affascinata.

sabato 26 ottobre 2019

Il buio oltre la siepe – Piovono Libri



Chissà poi perché, non lo avevo mai letto, pur avendo visto e apprezzato la fortunata trasposizione cinematrografica (che pure si è rivelata assai diversa dal romanzo).

Per certi versi questo romanzo ha l'aspetto del "libro perfetto". È forse l'unico caso da che frequento il gruppo di lettura di libro promosso all'unanimità e senza distinguo, senza neppure un "mi è piaciuto però". Un romanzo che è molto di più del suo nucleo narrativo più forte.

Un po' tutti quelli che non l'avevano mai letto si aspettavano "un romanzo sul razzismo", perché così ci è stato raccontato, perché su quello si concentra la versione cinematografica. In realtà, come ben spiega una lettrice, è la storia di due anni di una bambina, dei valori che le vengono trasmessi e di come vengono messi alla prova.

Scout vive con il fratellino più grande, il padre vedovo e la governante di colore nell'Alabama della grande depressione. È una bambina fortunata, suo padre è un uomo stimato e, per quanto lo neghi più volte, ricco, inoltre a Scout è permessa una libertà maggiore di quanto sia consentita di solito alle bambine, veste da "maschio" è trattata alla pari dal fratello e neppure il padre differenza l'atteggiamento tra i due figli. Il suo orizzonte è circoscritto nella via dov'è cresciuta, un immaginario dominato dalla casa dove vive un uomo che non esce mai, e dove è conosciuta da tutti. La vicenda racconta principalmente l'allargarsi dell'orizzonte di Scout. L'arrivo di un bambino che passa le estati nella stessa cittadina, Dill, l'inizio della scuola, il tentativo di svelare il mistero dell'uomo che non esce mai e soltanto poi il processo in cui è coinvolto il padre, chiamato a difendere un uomo di colore accusato di stupro. Con un'intelligenza acuta, ma uno sguardo comunque bambino, Scout riferisce i fatti e le riflessioni che vanno a plasmare un mondo vasto e complicato in cui la ragazzina dovrà imparare a vivere.

Se il razzismo è un tema presente e centrale nel romanzo, non è certo l'unico. Lo sguardo di Scout è attento e indagatore, osserva tutto, nota tutto, si interroga su tutto. Insieme a lei il lettore è obbligato a porsi ogni sorta di domanda. Quello che esce è un ritratto della società dell'Alabama degli anni '30 tutt'altro che scontato, dove la divisione della società tra bianchi e neri è cosa talmente radicata che quasi non ci si fa caso e che tuttavia si mostra meno granitica e stereotipata del previsto. 

Sono moltissime le cose che mi hanno colpito e altre riflessioni si sono aggiunte grazie al confronto con il lettori. Ho provato un po' a raggrupparle come mi è riuscito.

Le donne del romanzo
Nel romanzo ci sono moltissime figure femminili diversissime tra loro.
Quella che spicca e di cui tuttavia la portata rivoluzionaria rischia di passare in secondo piano è Calpurnia, la governante nera, quasi una madre per i due bambini. Calpurnia nella famiglia Finch, è evidente, si è ritagliata un ruolo che va ben oltre quello di governante, di fatto è la figura femminile di riferimento per i bambini, cosa di cui il padre Atticus è ben consapevole. È una donna istruita, come e in che modo lo sia diventato ovviamente lo ignoriamo, ma sopratutto è una donna estremamente consapevole. È lei la vera sovversiva della vicenda, quella che porta i bambini nella chiesa "dei neri" li invita a casa sua, consapevole di spezzare le barriere della convenzione e di allevare una nuova generazione di cittadini che, forse, un domani, potrà cambiare le cose.
Non meno interessanti sono le altre donne del romanzo, la saggia vicina di casa che "sembra un uomo quando si occupa di giardinaggio e una signora quando esce con le altre donne" (cito a memoria, abbiate pietà), la zia Alexandra, che si presenta come una fiera donna del sud arroccata sui suoi privilegi, salvo poi osservare tra le righe che insegna al nipote a cucinare perché non deve dipendere da una donna e che partecipa con molto più cuore di quanto non sembri al processo in cui è impegnato Atticus. Per finire, particolarmente tragica è la figura dell'accusatrice, una ragazza cresciuta in estrema povertà, reclusa in casa e violentata dal padre. La descrizione della realtà di questa ragazza è per certi versi tra le parti che più mi sono piaciute, perché nulla viene negato e nulla viene ostentato. Lo squallore è esposto in modo chiaro in un libro che rimane perfettamente fruibile anche per dei ragazzini.

Atticus
Il padre di Scout è uno dei personaggi centrali del romanzo. Un personaggio amatissimo, al punto che con l'uscita del secondo romanzo dell'autrice (uscito approfittando della salute ormai precaria di lei?) in cui lo stesso uomo è presentato in una luce assai meno favorevole, si è scatenata quasi una rivolta dei lettori.
Atticus è un uomo dal senso di giustizia quasi soverchiate che è descritto con gli occhi innamorati di una bambina cresciuta senza madre. 
Anche senza il filtro adorante dello sguardo di Scout rimane senza alcun dubbio una figura che si staglia nell'immaginario dei lettori.
A me, da genitore, è parso un padre a tratti stanchissimo, che si barcamena come può con due figli piccoli, che sottovaluta in modo tragico i guai in cui i suoi ragazzi possono cacciarsi anche per colpa del processo. Il suoi tratti distintivi sono il senso della legge a cui è disposto a sacrificare tutto (anche la sua vita, se necessario), ma anche il tentativo di mettersi sempre dalla parte degli altri e di pensarne sempre il meglio. Mi ha colpito il fatto che è questo suo tratto, comunque quello di sperare nel meglio dell'umanità, a far rasentare la tragedia. Pur sapendo di aver a che fare nel processo con un uomo della peggior specie, Atticus non pensa mai che costui possa prendersela con i suoi figli invece che con lui. Atticus teme per se stesso, non per i suoi bambini. E quando, alla fine, scopre che non è così ha un attimo di shock totale e completa mancanza di lucidità. Mi ha dato molta tristezza il constatare che il peccato peggiore di Atticus sia il non aver voluto guardare fino in fondo il male presente nell'altro.

Alla riunione abbiamo discusso molto di Atticus, la cui figura è idealizzata dallo sguardo di Scout, ma che rimane fondamentalmente un uomo del suo tempo, che difende Tom perché è giusto farlo ma considera altrettanto giusta la divisione della società in bianchi e neri. Che è più duro con se stesso e i suoi figli di quanto non lo sia con gli altri.
Abbiamo discusso a lungo su quanta consapevolezza ci sia nell'educazione liberale che impartisce a Scout. Per alcuni è questione di sfinimento, è più facile per lui crescere Scout quasi come un maschio. Per me c'è della consapevolezza. Poiché comunque Atticus tratta sempre le donne da pari e sa imporsi anche con grande durezza quando ritiene che una cosa sia importante. Che Scout cresca o meno da "brava ragazza" è evidentemente non importante o comunque meno importante dei principi morali. Vediamo Scout prendersi una bella strigliata per aver trattato male un ospite, non per non voler mettere la gonna, cosa che viene richiesta a volte come piacere "per fare contenta la zia". Insomma, c'è una parte di scelta e consapevolezza in questa educazione anticonvenzionale impartita a una bambina degli anni '30 che, francamente, a volte manca alle bambine di oggi (che poi se a un padre viene data l'occasione di crescere una figlia femmina un po' come un maschietto e poterci giocare di più è anche più contento perché per lui è più facile, è vero ed è parte della mia esperienza personale).

Dill
Chi ha visto il film ricorderà l'amico Dill come un bimbetto insopportabile. Invece nel romanzo è un personaggio meraviglioso. Figlio non voluto e ignorato, tenuto buono con giocattoli costosi, fugge prima con la fantasia, inventandosi mille storie alternative, e poi passa all'azione, scappando di casa. Ha l'intelligenza di chi riesce a guardare le cose da diversi punti di vista. Lui si si prende a cuore moltissimo il processo. Per lui Tom non è un uomo di colore, è solo un innocente. Al contrario di Scout e Jem, Dill non sembra proprio cogliere la differenza razziale, si rapporta con chiunque allo stesso modo. È lui infatti a svelare uno dei personaggi più curiosi del romanzo, il finto ubriacone. Si tratta di un uomo ricco che si ostina a convivere con una donna di colore con cui ha dei figli che, giunti a una certa età "spariscono" in quanto vengono fatti studiare al nord. Si finge perennemente ubriaco per catalizzare su di sé la riprovazione sociale, salvando in questo modo la propria famiglia. Il momento dello svelamento, con un Dill in lacrime per la condanna di Tom e quest'uomo che finalmente vede la speranza per una società diversa, cosa per cui lui ha lottato e fallito, è tra i passi più commuoventi del romanzo.

Che altro dire? Ottobre per me è stato un mese allucinante di riunioni praticamente perenni, malanni che avrei gradito evitare e impegni più o meno imprevisti. Eppure il romanzo l'ho finito con netto anticipo sulla riunione. Merito del libro, non mio, che si è imposto alla mia attenzione senza se e senza ma.

giovedì 26 settembre 2019

Comma 22 – Piovono libri


Faccio sempre più fatica a stare dietro alle letture di "Piovono Libri", il gruppo di lettura di cui faccio parte e me ne vergogno molto. Il motivo è semplice. Sono libri che vanno letti e pensati, ragionati. A volte sono faticosi, altri emotivamente pesanti. Ne ho bisogno, so che mi fa bene leggerli, ma faccio come certi bambini davanti a un medicinale e storco il naso. 
Questa volta niente scuse, però, la lettura estiva di Comma 22, corposo romanzo di Heller, l'ho proposta io dopo la visione della sere tratta dal romanzo e andata in onda la scorsa primavera su Sky.

C'è chi pensa che gli adattamenti cinematografici o televisivi siano per la maggior parte svilenti, ma io, semplicemente, avrei ignorato un sacco di libri che poi ho amato alla follia se non me ne fossi imbattuta sullo schermo. Prima della serie di Sky di Comma 22 ignoravo persino l'esistenza. E la serie, in sé, goduta come dovrebbero essere godute queste trasposizione, cioè senza sapere nulla dell'originale, mi è piaciuta molto. Una storia di guerra dai toni surreali in cui un aviatore americano cerca in ogni modo, prima con toni buffi, poi sempre più disperati, di evitare le missioni per tornare a casa vivo. Intorno a lui si affollano una serie di personaggio sopra le righe che abitano un campo militare al confine del grottesco, dove viene applicato questo famoso "comma 22" ovvero "chi è pazzo può essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere sentato non è pazzo". Perché, è ovvio, la guerra è una follia senza senso e solo i pazzi non se ne rendono conto.

Il romanzo è tutto ciò che racconta la serie e, com'è normale che sia, molto di più.
Innanzi tutto il libro spiazza per impianto temporale. Ogni capitolo o quasi ha il nome di un personaggio e le vicende non vengono raccontate in ordine cronologico, ma con un continuo saltellare avanti e indietro che crea uno strano senso di spaesamento. Il tempo scorre. La mia edizione alla fine riportava anche l'immagine delle tabelle che usava l'autore per non perdersi nella narrazione, con ben evidenziato il giorno e l'anno in cui ogni avvenimento capita. Il tempo scorre, quindi, e tuttavia l'impressione del lettore è che non lo faccia, che i personaggi siano imprigionati in un eterno presente. Io penso che sia un effetto voluto e che per altro percepisco in ogni ricordo di guerra che ho sentito di prima mano. In quelle situazioni la sensazione dei soldati è di essere cristallizzati fuori dal tempo, non mesi o anni, ma secoli interi. La guerra è un non luogo e un non tempo (per chi ha la fortuna di non viversela in casa) non necessariamente negativo (mia nonna materna, capitata per caso in piena guerra partigiana ha ricordato per sempre quei mesi come i più belli e liberi della sua vita), ma altro. Per Heller, che si basa principalmente sui propri ricordi, la guerra è un non luogo della follia, dove la gente muore davvero per obbedire a ordini assurdi, leggi beffarde che nessuno sembra aver concepito, per inettitudine al potere. Tutti gli ufficiali sono folli, totalmente disinteressati alla sopravvivenza dei soldati e, parrebbe, pure alla vittoria. Quelle che cercano sono piccole rivincite personali, meschine competizioni tra loro o dare sfogo alle proprie manie. I soldati sono meno che numeri. Sono aerei, che vengono distrutti lontano dalla base, per lo più, pedine di un risiko imperscrutabile. 

All'inizio il tono è surreale, spesso gli episodi sono divertenti. Le peripezie di Yossarian, il protagonista, per evitare le missioni e uscirne vivo sono buffe. Ma il surreale sfuma nel grottesco e poi nell'orrorifico. Yossarian non ha mai voluto combattere e non ha mai voluto uccidere, ma è un sopravvissuto, l'ultimo superstite di un gruppo di ragazzi ormai decimato, saturo di morte, esaurito, quasi a sua volta folle. La guerra è quasi vinta, è quasi vinta alla prima pagina e rimane quasi vinta all'ultima, ma il quasi, il permanere nel limbo è sempre più intollerabile, fino a che la fuga è l'unica soluzione percepita come possibile.

L'impatto emotivo di questa lettura è forte. La sensazione soverchiante è che il male non sia dato dalla guerra in sé, certo non dal nemico, ma dalla semplice follia umana che in una condizione specifica (è la guerra, ma potrebbe non esserlo) può esplodere. Nel momento in cui si smette di pensare agli uomini come individui, ma solo come a funzioni, tutto è perduto e tutto è lecito, anche fermare un'intera base militare per una parata per puro sfizio personale. In questo romanzo sono descritte dinamiche assolutamente folli che però sono simili a cose che avvengono in uffici e altri luoghi di lavoro. La disumanizzazione, la burocrazia fine a se stessa che governa tutto, l'idiota finito per puro caso in posizione di potere non hanno di certo bisogno di un conflitto mondiale. C'è un aspetto puramente sociologico nel romanzo di Heller, assente nella serie tv, per cui la guerra è un mero pretesto. E per questo, per certi versi, è ancora più spaventoso.

Poi c'è l'aspetto della guerra. Una guerra che l'autore ha combattuto e che conosce. Ci sono mille scene toccanti. Ci sono gli aviatori che per primi mettono in discussione gli ordini quando l'esecuzione degli stessi causerebbero morti tra i civili, segno che comunque un senso di giustizia e umanità (che ovviamente verrà calpestato) permane nonostante tutto e nonostante tutti. C'è un pezzo grottesco e struggente in cui a Yossarian viene chiesto di interpretare un soldato moribondo, perché sono arrivati i parenti e sarebbe brutto non dare loro il conforto di un ultimo incontro. Il dialogo che ne segue di per sé è surreale, ma è struggente questo senso di interscambiabilità dei morti. Tutti i ragazzi che muoiono in guerra hanno qualcuno che li piangerà e con nomi e frasi appena differenti un ipotetico ultimo incontro sarebbe uguale per tutti. Ogni morto è un morto di troppo.

Infine c'è un ultimo aspetto problematico che anche l'autore stesso si è posto. I protagonisti sono soldati americani che combattono sul fronte italiano. Questo nemico che loro non vedono di fatto mai, che ha la forma di aerei e di bombe, è il nazismo. Questa guerra così inutile, tragica e amara è comunque la cosa che ha liberato l'Italia dal nazifascismo. Immagino che questo aspetto colpisca di più il lettore italiano, che riconosce i luoghi in cui la vicenda è ambientata, aveva magari in contemporanea parenti che morivano da partigiani.
È un aspetto che mi ha dato da pensare. 
Io sono tendenzialmente più pacifica che pacifista. Nel senso che "mai la guerra" non lo so. Mai la guerra neanche se un pazzo in stile Hitler ci invade? Mentre Yossarian cercava (giustamente e in modo sacrosanto) di scappare dalla guerra, mio nonno paterno (non quello materno finito in Russia) aspettava in un campo di prigionia tedesco che gli americani arrivassero a liberarlo. E quindi non so. Empatizzo con Yossarian e con qualsiasi vittima della follia. E tuttavia ci sono guerre che, una volta iniziate, non possono finire in modo incruento. Temo che la seconda guerra mondiale sia stata una di quelle. Questo rimane per me un nodo irrisolto, un dubbio amaro che la lettura mi ha lasciato e a cui ancora non so dare risposta.

Voi avete letto questo romanzo o ne avete visto la trasposizione televisiva? Cosa ne pensate?

sabato 15 giugno 2019

Un amore – Piovono Libri



Un cinquantenne irrisolto, in crisi di mezza età, frequentatore abituale di prostitute, vorrebbe averne una a sua completa disposizione e si inventa di esserne innamorato. Lei ne farebbe volentieri a meno, ma i soldi di lui sono comodi. Seguono 300 pagine di film mentali con saltuari elogi della prostituzione minorile.

Questa, ridotta all'osso è la trama di Un amore, romanzo di Dino Buzzati, libro del mese del gruppo di lettura, che mi ha lasciato con poche certezze e molti "non lo so".

Non posso dire di essere un'esperta di Dino Buzzati, di cui ho letto Il deserto dei Tartari e molti racconti (alcuni li amo parecchio). Non avevo mai sentito parlare di questo romanzo. Un libro quasi dimenticato, prova ne è la copia che ho preso il prestito nella biblioteca del paese, riesumata dopo un certo lavoro di ricerca e che non era più stata data in lettura dal 1988.

"Non so" credo sia il commento che più mi è venuto alle labbra, leggendolo. La storia è quella che ho riassunto. 300 ossessive pagine nella mente di un cinquantenne irrisolto che vorrebbe a sua disposizione una giovane prostituta. Lei gli racconta un sacco di storie per coprire probabilmente una verità di estremo squallore di cui a lui non importa niente, lui continua a farsi improbabili film in testa su di lei, sulla vita che conduce, sulle sue motivazioni e in fin dei conti sui sentimenti che prova. Perché è ovvio che "amore", a dispetto del titolo ,non è il sentimenti che porta Dorigo a immaginare che per lei forse la cosa migliore sarebbe essere investita da un tram e finire mutilata (!) e che, d'altra parte, non lo spinge mai a fargli una proposta concreta che dia a questa ragazza almeno la speranza di una possibile vita diversa.
Il fatto di rimanere per tutte le 300 pagine (un po' più o un po' meno a seconda dell'edizione) nella testa non proprio centrata di lui nega a questo romanzo la possibilità di farsi davvero indagine sociale. C'è molta più Milano, città in cui è ambientato, molta più analisi di una società che cambia in Venere Privata di Scerbanenco.
Questa è la storia di un'ossessione che, però, non diventa neppure estrema come, per dire, in Lolila. Alla fine quella di Dorigo è una sbandata che sì, magari gli vale qualche commento di disapprovazione, ma nulla di più. Non ne compromette la rispettabilità sociale, né la vita professionale. Dopo l'ultima pagina può tranquillamente allontanarsi da lei, la cui vita è comunque appena un poco peggiore rispetto all'inizio della storia, trovare un'altra casa d'appuntamenti (così, bella, così pulita, così comoda, spendere così poco per avere una minorenne compiacente...) e riprendere a fare esattamente ciò che faceva prima dell'inizio della vicenda.

Quello che mi resta, davvero, della lettura sono due cose. La sensazione che di Dorigo in fondo sia pieno il mondo. Uomini a cui non importa nulla di creare un vero contatto umano con chicchessia, preferendone il mero utilizzo e le proprie fantasie. Uomini che neppure si rendono conto dei danni che fanno al prossimo. Uomini per cui, ho pensato, anche l'Inferno è un'inutile spreco di energia. Non so da quanta percentuale di gente così sia composta l'umanità. Se sono la maggior parte, allora hanno ragione gli antichi greci "la cosa migliore è non nascere affatto e, se nati, morire il prima possibile". Insomma, estinguiamoci subito e liberiamo il mondo dalla nostra inutilità. 
L'altra è comunque l'apprezzamento stilistico. 

Buzzati è un autore sperimentale e qui si butta nel flusso di coscienza, si lancia in costrutti grammaticali particolari, utilizza in modo alternativo la punteggiatura e la sintassi. Il risultato non mi è dispiaciuto. Certo, 300 pagine di film mentali improbabili sono comunque troppe, ma in generale scorrono via bene. Dorigo, se non altro, riempie la sua inutilità di belle frasi.

Non so, non l'ho capito, forse non conosco abbastanza l'autore o forse sono tonta io, quale fosse il fine di Buzzati, cosa lo abbia spinto a scrivere questo libro. 
Il buttare la vita in attesa di qualcosa che non arriverà mai, in questo caso un amore, è un tema caro a Buzzati ma non mi sembra che sia questo o solo questo il punto. C'è qualcosa che mi sfugge, come se il romanzo stesso si fermasse sulla soglia di una potenzialità.
Quella di Dorigo per Laide è troppo debole per essere un'ossessione che valga la pena di indagare. Non c'è analisi sociale, perché tutto è filtrato dalle fantasiose elaborazione dell'uomo, al punto che Laide rimane inconoscibile per noi come per Dorigo.
L'interesse dell'autore pare quindi concentrato su Dorigo, un uomo che, dal mio punto di vista non meriterebbe certo un romanzo. Il fatto che comunque il lettore non scopra le conseguenze che questa sbandata avrà sulla sua vita, ammesso che ne abbia, lo rendono ai mei occhi ancora meno interessante. Non riesco a empatizzare con lui, non riesco a compatirlo, ma neppure mi fa arrabbiare. È una creatura del tutto inutile, che non incide nella vita di nessuno (alla fine Laide era nei guai prima, è nei guai durante e nei guai rimarrà anche dopo la fine di questa non relazione). E quindi non riesco a capire fino in fondo perché regalare tutta questa bella prosa alla descrizione dell'inutilità.

Qualcuno lo ha letto e mi offre una migliore chiave di lettura?

lunedì 1 aprile 2019

Finzioni – Piovono libri


Il prescelto per questo mese del gruppo di lettura è "Finzioni" di Jeorge Luis Borges, un libro talmente particolare, che sono giorni che mi arrovello sul post, senza sapere da dove cominciare.

Inizierò dal modo che mi è più congeniale, da me stessa e da una storia.
Quando mio nonno è morto ci ha lasciato una sorta di casa biblioteca. Qualsiasi cosa si aprisse, cassetti, ante degli armadi, porte dei solai, rivelava libri. Libri e ancora libri. Libri che mio nonno doveva aver raccolto nei modi più disparati, per lo più ereditando o facendo modo di ereditare, libri altrui. Il più vecchio è un'edizione di Marziale del XVII secolo, il più recente era stato acquistato appena pochi giorni prima della sua morte.
Per anni, dalla terza media alla fine del liceo, io ho dedicato qualche settimana ogni estate per cercare di catalogare tutto quel ben di dio, di cui una parte, per mere ragioni di spazio, andava in qualche modo smaltita. Non credo neppure di essere riuscita a catalogarli tutti e ho trovato veramente quasi ogni cosa, un testo sull'allevamento dei conigli in tedesco di inizio '800 (?) e un intero scaffale dedicato a sant'Agostino.
Avevo finito il quarto anno del liceo quando sono arrivata a intaccare la soffitta. In una cassetta ho trovato tre libri di una di quelle edizioni da allegato di periodico. Formato minuscolo, ma ottima carta. Tre libri che ho immediatamente deciso di leggere, diversissimi, ma che a modo loro hanno contribuito alla mia formazione. La linea d'ombra di Conrad, Il kamasutra e Finzioni di Borges.
Ora, che questi tre libri siano finiti in una stessa collana e che di quella collana, sicuramente più ricca, solo questi tre libri mio nonno abbia voluto conservare è già uno spunto degno di un racconto di Borges.
Letto in quel momento, Finzioni, è stato una sorta di ubriacatura intellettuale, inebriante e vertiginosa come solo come possono essere le esperienze adolescenziali.

Adesso, a distanza di tanti anni, dopo aver letto molto altro, è estremamente difficile parlare di questo libro. Forse, ci vuole l'incoscienza dei diciotto anni per leggerlo e amarlo.

Come ha detto un'altra lettrice, non è e non può essere un libro per tutti.
Finzioni è ciò che dichiara il suo titolo. Una raccolta di racconti che è un monumento al potere creatore della mente, un'esercizio mentale di labirinti intellettuali in cui perdersi fino a sentire con mano quanto impalpabile sia la consistenza di ciò che chiamiamo realtà.
Quasi ogni racconto parte da un'analisi critica di opere o personaggi inesistenti i cui contenuti sfidano la nostra idea di realtà.
Universi inesistenti che si impongono sul reale, romanzi che indagano l'essenza della divinità o sfidano la consequenzialità del tempo sono solo alcuni degli spunti da cui partono i racconti di Borges.
Il tutto si basa su un humus metaletterario e colto ricchissimo, che sfida il lettore a cogliere i riferimenti, tra critica letteraria e mistica medioevale.

C'è, nei racconti di Borges, un altissimo livello di autocompiacimento letterario, un mostrare e pavoneggiarsi della propria cultura, che dona anche al lettore il piacere di riconoscersi "all'altezza". C'è, tuttavia, anche qualcosa che va oltre questo.

Rileggendolo adesso, mi sono resa conto di essere forse troppo cinica e troppo attenta. Seguo maggiormente il gioco delle citazioni, l'aspetto metaletterario, rimango distaccata. Ma non mi arrischio più a perdermi in questi labirinti com'era accaduto a diciott'anni.
Allora quello che mi aveva colto era la sottile inquietudine di non distinguere più tra realtà, finzione e percezione. L'idea di una mente che non abbia più alcun vincolo, al punto di ipotizzare che la divinità incarnata sia Giuda e non Gesù. E che cosa può accadere se ci svincoliamo a tal punto dai nostri limiti autoimposti? Possiamo immaginare tutto, mettere in discussione persino la percezione del tempo. Ma se il tempo, insegnano i fisici, è in gran parte una questione di mera percezione e gli universi possono davvero essere infiniti, quante di queste finzioni non possono essere che tali?

E forse, in un qualche modo, viviamo davvero nella Lotteria di Babilonia, dove tutto è stabilito dal caso e non ci resta, per trovare un ordine, che costruirci un universo regolato e fittizio in testa. E fingere che sia vero.

lunedì 18 febbraio 2019

L'abbazia di Northanger – Piovono libri


Dopo una serie di disavventure librarie (libro perso nei meandri della casa o libro che proprio non si è voluto far leggere), sono tornata a frequentare il gruppo di lettura.
Non potevo mancare, dato che il libro l'avevo proposto io ormai tre anni fa.

Si tratta di una delle opere meno note di Jane Austen, edito postumo.
La caratteristica che lo differenzia dalle altre opere dell'autrice è che si tratta di una parodia dei romanzi gotici e sentimentali per cui allora stravedevano le ragazzine. La protagonista, l'ingenua Catherine, legge solo questo genere di romanzi, li cita di continuo, ragiona sulle sue esperienze solo in relazione alle vicende delle sue eroine e, in fin dei conti, si crede immersa in una storia simile.
Questa evidente vena parodistica, che non ha come uniche vittime quei romanzetti, ma anche il mondo dell'editoria e, perché no, la Austen stessa, rende ancora più chiaro il meccanismo alla base del suo romanzo.

Sotto le (deliziose) storie d'amore, i romanzi della Austen sono anche ciniche analisi del funzionamento della società dell'epoca. Le ragazze devono frequentare balli e luoghi di villeggiatura come Bath al fine di essere notate da aspiranti mariti e sembrano girare con il cartellino del prezzo attaccato, poiché vengono giudicate principalmente in base alla loro dote. Se non possono recarsi in questi luoghi insieme alla famiglia, qualcun altro provvederà a portarle, come si porta una merce al mercato. Allo stesso modo i genitori indirizzano i figli machi verso i partiti migliori (sia mai che si facciano incantare da un bello sguardo e perdano di vista la dote...), in un pratico sistema di compravendita. In questo romanzo, punteggiato, più di altri, dai commenti dell'autrice, che arrivano dove la perspicacia della protagonista non può giungere, l'aspetto di analisi dei meccanismi sociali è per certi versi più evidente e lo sguardo su di esso più venato d'amarezza.

Spesso le eroine di Jane Austen, perfettamente consapevoli di come gira il mondo, riescono non a scardinare il sistema, ma a sfruttarne gli stessi meccanismi per raggiungere i loro scopi attraverso l'intelligenza e il buon senso. Catherine, povera cara, è una ragazza di cuore, ma del tutto priva di acume, con una testolina nutrita solo a romanzetti gotici e affidata a una coppia benintenzionata quanto superficiale. 
Mi ha ricordato moltissimo alcune mie alunne (senza riferimento ad alunne attuali), nutrite solo a reality, convinte che quanto vedono sullo schermo sia il metro con cui devono giudicare la realtà. Perché quello che colpisce è questo, c'è molto, in questo romanzo che rimane valido ancora oggi. Il giovanotto che non fa che vantarsi del proprio calesse è tale e quale a tanti giovani interessati solo al modello di cellulare o di moto o di suv posseduto. E, di tanto in tanto, l'ironia dell'autrice sfocia in qualcosa di più amaro, come quando afferma che le donne, per avere successo, devono apparire sciocche e ignoranti.

Rimane comunque quella sorta di apertura a una felicità possibile che è propria delle Austen. Catherine è osservata con benevolenza nelle sue peripezie e se le persone non cambieranno mai del tutto, ma possono migliorare, aprire gli occhi, capire qualcosa del mondo senza esserne incattivite.

Al gruppo di lettura pascolano, tra gatti e (ottimi) sorbetti, lettori molto più raffinati di me. Così ho scoperto, tra le altre cose, che tutti i riferimenti ai romanzi gotici presenti sono stati ritenuti a lungo frutto della fantasia dell'autrice poiché di quelle opere si era persa traccia. Si è poi scoperto che no, si tratta di romanzi reali, alcuni di sicuro presenti in casa Austen e sono stati recuperati e ri editi come i "gotici austeniani". Questo, suppongo, significa che le opere lette e stra lette dalle ragazzine come Catherine finiscono rapidamente dimenticate, le Abbazie di Northanger, anche se non baciate da particolare fortuna all'uscita, sopravvivono ai secoli. Immagino sia valido allora come oggi.
Sono, in effetti, particolarmente interessanti tutti i riferimenti al mondo dell'editoria, così simile al nostro. Un mondo interessato solo a ciò che vende, nella fattispecie, quindi, romanzetti gotici, in cui un romanzo di valore può essere opzionato da un editore e mai edito e mai pagato. Vi ricorda qualcosa?

In conclusione l'Abbazia di Northanger  è un romanzo piacevole e intelligente e che, tuttavia, potrebbe deludere chi associa il nome di Jane Austen solo a romantiche storie d'amore. Questa è una garbata e divertita parodia, che gioca con affetto con una protagonista che vorrebbe essere l'eroina che non sarà mai, ma anche con le velleità autoriali dell'autrice. Infine, più che in altri romanzi, è evidente l'opera di analisi e scomposizione dei meccanismi della società patriarcale del tempo, vivisezionata dall'acuto sguardo di una donna.
Consigliatissimo, dunque, sia a chi della Austen ha già letto le opere più famose, sia a chi associa il nome solo a storie romantiche a cui non si avvicinerebbe mai.
"Stupidi umani, che avete bisogno di specchiarmi nei libri
per guardare il mondo, smettetela con le chiacchiere
e onoratemi come merito!"

lunedì 29 ottobre 2018

Colazione da Tiffany – Piovono Libri


Il gruppo di lettura, questa volta, ci ha portati a Colazione da Tiffany di Capote.

La riunione si è svolta venerdì sera, e il venerdì, con l'acquaticità, per me è una giornata campale, quindi mi sono persa la location vercellese della riunione, da cui mi è giunta comunque questa splendida fotografia e metà della discussione, dato che, nonostante la diretta fb, a un certo punto sono crollata.
Grazie, davvero grazie, a tutti coloro che ogni volta si adoperano per farmi sentire parte del gruppo nonostante le difficoltà logistiche.

Di Colazione da Tiffany tutti, bene o male, ricordiamo il film, pochi hanno davvero letto il cortissimo romanzo da cui è tratto, che ha tutt'altro sapore, oltre che una conclusione ben diversa.

Nel pieno della seconda guerra mondiale, Holly è una bellissima e giovanissima ragazza che si aggira per la New York che conta, alla ricerca di un marito (o al peggio anche un amante) ricco che posso mantenerla. Nel mentre si presta ad "accompagnare" ricchi signori o a far "compagnia" a carcerati di dubbia fama.
Proveniente da un passato poverissimo e squallido, con tanto di matrimonio quad'era poco più che bambina, Holly mi è sembrata una sorta di Ruby Rubacuori degli anni '40 a dimostrazione che i ricchi di ogni tempo finiscono per circondarsi di splendide ragazze disperate a cui dimenticano di chiedere l'età.
Agli occhi del narratore/vicino di casa, Holly è uno strano misto di ingenuità e cinismo, determinata a raggiungere il proprio risultato, del tutto incapace di calcolare i rischi a cui si espone e con troppa poco autostima per impegnarsi davvero in quella carriera cinematografica che forse potrebbe svoltarle la vita.
Holly risulta irritante e allo stesso tempo non si può temere per lei, che sembra viaggiare a grande velocità non certo verso un lieto fine, ma verso la tragedia. Il tono, però, rimane comunque leggero e, così come lo squallore della vita di Holly è accennato e mai mostrato, così il finale lascia aperta ogni possibilità, anche la speranza.

Mi ha colpito molto lo sguardo dell'autore, cinico e gentile allo stesso tempo. Cinico, perché ci mostra una società, nel pieno della seconda guerra mondiale, il cui unico interesse è quello di sistemarsi economicamente. A quello mirano Holly e la sua amica, ma anche il narratore, interessato a far carriera con la scrittura e a ben poco altro. Gentile, perché non c'è alcun giudizio morale, anzi, una certa indulgente simpatia per tutti, persino per gli "uomini vermi" di Holly. Non saprei dire se questo mi sia piaciuto del tutto, ma di certo è l'aspetto che più mi ha colpito.
Non è piaciuto per niente a un'altra lettrice, invece, che ci ha visto una sorta di apologia a un mondo maschile che vede la donna solo come un oggettino grazioso.
Non credo di essere del tutto d'accordo con lei, perché trovo Holly un personaggio descritto con rispetto. La cosa squallida, credo, è trovare le stesse dinamiche, le stesse ragazzine perdute nell'Italia di oggi.

Cosa rimane quindi di questo romanzo nel film che conosciamo tutti? In apparenza poco. Holly ha un altro aspetto, un'altra età, un'altra psicologia rispetto al personaggio del libro. Nella pellicola si viaggia diretti verso un consolate lieto fine. Eppure anche la pellicola non rinuncia al sottotesto, a una Holly che è stata una sposa bambina, in fuga da se stessa e che per mantenersi "intrattiene" gli uomini. Il film devia verso la fiaba. Il racconto no, rimane molto più ancorato a una realtà di infinito squallore sotto la sua patina dorata

venerdì 5 ottobre 2018

Padrone del tuo destino – racconto a puntate, capitolo 2

Eccoci di nuovo con la mia "storia particolare".
Il capitolo è lungo, ma a spezzarlo mi pareva di fare più male che bene.

Capitolo 1


PADRONE DEL TUO DESTINO – PARTE PRIMA, CAPITOLO 2

Y. si era ripromesso, non più tardi di due mesi prima, di non prendere in considerazione atleti che non avessero alle spalle famiglie in grado di riprenderseli, nel caso qualcosa fosse andato storto. Non che potessero essere tutti ricchi come E., certo, ma con le storie lacrimose di gente disastrata aveva chiuso. Chiuso. Con questo pensiero si trovò, senza ben sapere come, davanti al ragazzo, che si stava togliendo i pattini.
Aveva i calzini macchiati di sangue, ma se li tolse senza smorfie.
– Non sono della tua misura – grugnì Y.
Il ragazzo alzò lo sguardo e sorrise.
– Fanno il loro lavoro – disse.
Aveva un bel visetto pulito e occhi chiarissimi, color dell’acqua.
– Ho pattinato bene? – chiese.
Y. sbuffò.
– La coreografia non era male, ma gli elementi tecnici erano un disastro.
Il ragazzo si passò una mano nei capelli, senza smettere di sorridere, ma con un certo imbarazzo.
– Qual è il tuo salto preferito? – chiese Y., addolcendo appena il tono.
– Il Loop.
– Il Loop? La partenza è del tutto sbagliata!
– Fammi vedere come si fa!
Non era una domanda, neppure un’implorazione. Era quasi un ordine, impartito da quel bimbetto che adesso aveva un’espressione ostinata.
– Qui? – chiese Y.
C’era un bel caratterino sotto quella faccia d’angelo, questo era sicuro.
– Qui – confermò, infatti, stringendosi nelle spalle.
L’allenatore sospirò. 
Aveva con sé la propria valigetta, chissà poi perché, poi. Ne estrasse il portatile e proiettò sullo schermo una sequenza di foto.
– Questa è la partenza del Loop – disse.
Il ragazzo annuì, concentrato.
– Lei chi è? – chiese, indicando la ragazza che era ritratta nelle fotografie.
– E., vice campionessa europea juniores.
– La alleni tu?
– Naturalmente.
– V! – esclamò una voce femminile. – Non crederai mai a chi è venuto a complimentarsi per la tua coreografia!
Il ragazzo e l’allenatore si voltarono all’unisono.
– Y. F., che ha vinto tre medaglie olimpiche e tre titoli del mondo – disse V., come se fosse la cosa più normale del mondo discutere con lui.
– Quattro titoli del mondo – ringhiò sottovoce Y.
– Ah… – la donna si bloccò, interdetta.
– Era una bella coreografia – disse Y., richiudendo il computer. – Domani me ne farai vedere un’altra?
– Certo! – replicò il ragazzo. – Domani sarò una goccia d’acqua.
L’umiltà non sembrava proprio il suo forte.
– Lasciami indovinare, tuta blu? 
– Eh… Sì.
– Allora ci si vede domani, V.
– Ehm… A domani, allora.


– Dov’eri finito? – chiese D. – I migliori stanno per iniziare.
– Uff…
– Dal ragazzo? Lascialo perdere, sarà già un mezzo delinquente.
Vero, quasi sicuramente.
– Vediamo come pattina domani, oggi può aver avuto fortuna – concesse Y.
Si sforzò di concentrarsi sul gruppo che iniziava in quel momento il riscaldamento.
Pattinavano bene, alcuni molto bene. Avevano tutti pattini della giusta misura, costumi di discreto gusto, allenatori che avevano dietro uno staff tecnico almeno elementare. Non che fosse colpa loro, certo, ma il suo compito, constatò Y., era valutare le potenzialità di quei ragazzi, non il valore assoluto in quel momento. Nessuno di loro avrebbe partecipato a un’olimpiade il giorno seguente. E nessuno di loro, ne era certo, si era preparato la coreografia da solo.
Però pattinavano bene. Sopratutto G. e K. 
G. era diligente e preciso. Ascoltò con attenzione il proprio allenatore prima dell’esibizione e poi eseguì il proprio programma senza sbavature. Anche senza guizzi, certo, ma per un dodicenne non era male. Anche passando agli juniores se la sarebbe cavata bene, tra i primi dieci nel campionato nazionale.
K. era ancora meglio. Si muoveva con grazia e si intuiva uno sforzo interpretativo, oltre a una tecnica impeccabile. Avrebbe vinto lui, a meno di crolli clamorosi nel libero. Non era E., però, o I. Era un giovane campione, questo era sicuro. Ed era consapevole di esserlo. A quanto pareva, il suo attuale allenatore continuava a ripeterglielo. Fin dove si poteva spingerlo? Beh, si sarebbe visto.
Eppure continuava a pensare al ragazzino con la tuta malamente smacchiata. Come avrebbe pattinato, con i giusti mezzi a disposizione? 
E a I., che a tredici anni si sarebbe mangiato K. a colazione, togliendogli in un istante il sorrisetto tronfio con cui il ragazzo prese atto del proprio primo posto. Lui non se ne sarebbe andato con quel passo sicuro, ma sarebbe corso a complimentarsi con il secondo e il terzo. Adesso, però, I. avrebbe dovuto imparare a caricare pezzi di metallo nelle stampatrici e sarebbe stato meglio per tutti, sopratutto per lui, se si fosse dimenticato nel più breve tempo possibile cosa significava salire sul gradino più alto di un podio.


Tuta blu. Di seconda mano anche quella. Probabilmente, pensò Y., mentre osservava il ragazzo durante i minuti di riscaldamento, era partito da quello, da ciò che aveva a disposizione, per costruire i propri programmi. Un’impostazione da professionista.
L’allenatore non sembrava dargli chissà quale valore aggiunto, anzi, non sembravano proprio avere una grande confidenza.
– Non è l’allenatore, è il dirigente del centro sportivo – disse D., che stava osservando le stesse cose. – Lo allena una ragazza che una volta è arrivata dodicesima ai campionati nazionali juniores.
– Ci credo che non abbia le basi, allora… Quindi ti sei informato?
D. si strinse nelle spalle.
– È un tipetto curioso. Ieri, subito dopo la gara, ha avvicinato K. per chiedergli un consiglio. Il nostro aquilotto gli ha risposto che prima doveva imparare a pattinare. Io gli avrei affibbiato almeno un pugno in faccia, mentre il ragazzetto ha detto che era proprio quello che stava facendo e che un giorno sarebbero saliti sul podio insieme. Per un attimo ho pensato che sarebbe stato interessante vederli allenarsi insieme.
Y. grugnì.
L’aquilotto era un po’ troppo abituato a primeggiare. Un atteggiamento pericoloso, a quell’età, ma probabilmente sarebbe bastata E. a rimetterlo in riga.
Il ragazzo aveva cominciato.
Aveva scelto una canzone che parlava di pioggia e di lacrime. E no, la coreografia del giorno prima non era stata un caso. Se solo fosse stato un po’ più preciso…
– L’impostazione del Loop è giusta! – esclamò D.
Un doppio Loop perfetto. Fatto guardando per due minuti delle fotografie, il giorno prima. 
– Adesso tenta una combinazione – mormorò Y.
– Troppa arroganza – commentò D.
Sì. Cadde di sedere sul secondo salto, ma si rialzò subito, recuperando la sincronia con la musica. Questo voleva dire che aveva cambiato in corsa la coreografia. Aveva nervi salvi e consapevolezza di quel che stava facendo, anche se tendeva ad esagerare.
– Se non fosse caduto e non avesse fatto così tante imprecisioni con questo programma si giocava il podio – commentò D., quando ebbe terminato.
– Entrerà comunque nei primi dieci, non male per la prima gara nazionale – ragionò Y. – Tu come te l’eri cavata?
– Dodicesimo. Ma avevo dieci anni, ero il più piccolo. Tu?
– Quarto. Ci sono rimasto malissimo.
– Quindi? – chiese D.
Y. sospirò. Il ragazzo aveva enormi margini di miglioramento, questo era certo. Ma tra avere una possibilità e riuscire a realizzarla c’erano in mezzo una marea di variabili, alcune del tutto imponderabili. Era una scommessa in qualsiasi caso e se le complicazioni erano troppe forse non valeva la pena di scommettere. Se c’era una cosa che Y. odiava era creare aspettative che poi non era in grado di soddisfare.
– Vediamo di fare una chiacchierata con i suoi accompagnatori, a fine gara.

Vinse K., G. arrivò terzo, con una performance un po’ sporcata dall’emozione. Il secondo aveva quasi quindici anni, uno di quelli che aveva preferito rimanere a primeggiare tra i Novice piuttosto che passare agli Juniores.
Y. andò a parlare con i suoi due osservati e i rispettivi genitori, entrambi i ragazzi sembravano ben consapevoli di cosa volessero e di cosa ci si aspettava da loro. 
– Io voglio vincere le olimpiadi, come te – disse K., alzando il mento, quando fu davanti a Y.
Il padre del ragazzo, un ex militare, gli mise una mano sulla spalla in segno di approvazione.
– Noi siamo gente nata per primeggiare – disse.
– Allora devi metterti in testa di lavorare sodo – replicò il tecnico al ragazzo, ignorando il padre. – Più di quanto tu abbia mai fatto. Ti aspetta una giovinezza senza uscite con gli amici il venerdì o il sabato sera, senza vacanze. Ti alzerai molto prima degli altri ragazzi, tutti i giorni, avrai male da qualche parte tutti i giorni. Non deciderai tu cosa mangiare, figuriamoci cosa bere. Dovrai ripetere gli stessi esercizi fino allo sfinimento e trovarti dei ritagli di tempo per studiare, se non vorrai fare la figura dello zotico. Dovrai ubbidirmi ciecamente, anche quando mi odierai con tutte le tue forze. Tutti i tuoi amici avranno vite più semplici della tua e te lo ricorderanno ogni santo giorno.
– Voglio vincere le olimpiadi – replicò il ragazzo, senza cambiare espressione.
Y. si augurò con tutto se stesso che fosse sincero.
Per certi versi una volta era davvero meglio. Essere uno sportivo voleva dire essere un privilegiato, poter viaggiare, accedere a cose che gli altri non potevano neppure sognarsi. Y., da ragazzo, tornava dalle trasferte carico di musica occidentale, libri introvabili e cibi inesistenti. Erano tesori ben miseri, ma a quindici o sedici anni bastavano a fargli dire che ne valeva la pena. Adesso che la Russia era nel libero mercato da quasi dieci anni, perché mai un ragazzo avrebbe dovuto sacrificare la propria vita a un sogno quanto meno improbabile?
– Vedremo – grugnì.
G. gli diede una risposta che gli piacque di più.
– Io sono abituato da sempre a dare il massimo… E voglio conoscere E.
– Ti piace, eh?
Il ragazzo arrossì. 
Se non altro eccellere per potersi pavoneggiare davanti a una bella ragazza era una motivazione che sarebbe cambiata per colpa della politica. Anche se… Ne aveva di strada da fare, G., se voleva impressionare E. con il pattinaggio.

V. era stato parcheggiato su un altro tavolo del bar del palaghiaccio con un’aranciata e degli esercizi di matematica mentre gli adulti discutevano del suo destino. 
Y. era convinto che in realtà avesse orecchie ben tese verso la conversazione, anche se forse non era così, forse era abituato al fatto che la sua vita fosse decisa da altri.
– Il ragazzo ha talento – stava dicendo l’uomo che l’aveva accompagnato. – I nostri mezzi sono limitati, ma è arrivato comunque ottavo. Se ne potrebbe fare un campione.
Voleva soldi. Non solo quelli dovuti per il cambio di società. A Y. non piaceva per niente, non gli piaceva aver notato come il ragazzo, che non si faceva intimorire da niente, neppure da una leggenda vivente del pattinaggio come lui, sembrasse a disagio in sua presenza. Ma un giro di mazzette era la cosa più facile da gestire. I problemi veri erano altri.
– Il padre esce di galera tra quattro mesi – spiegò l’assistente sociale. – In teoria potrebbe riprenderselo indietro, ma non ci crede nessuno. Capirete, è stato in carcere cinque anni, quasi la metà della vita del figlio, e non è che prima fosse un padre presente. Per farlo andare a vivere a San Pietroburgo ci vorrebbe qualcuno che ne chiedesse l’affido, magari disposto a convincere il padre a cederne la patria podestà.
Insomma, altre mazzette.
– Noi però vogliamo un atleta, non un delinquente – disse D.
– A V piace piacere – rispose l’assistente sociale. – Certo, è un po’ selvatico, come tutti quanti, ma tra questo e il pattinaggio si è quasi sempre tenuto fuori dai guai.
– Quasi?
– Stiamo parlando di ragazzi che o non hanno nessuno o è meglio che non avessero nessuno. Tutto il paggio della nostra nuova Russia ha fatto parte direttamente o indirettamente della loro realtà. Il nostro obiettivo è dare a loro un lavoro onesto, ci riusciamo quasi nella metà dei casi e ci riteniamo bravi – spiegò la donna. – V. e i suoi amici qualche mese fa hanno cercato di rubare dei cd in un negozio. Lui faceva il palo, ma si è distratto e si è fatto beccare. Una cosetta da nulla.
Ecco. Y. evitò di chiedere cosa la donna riteneva non fosse “da nulla”. 
Spiò con la coda dell’occhio il ragazzo tirare su una riga sul quaderno e sospirare sconsolato.
– A scuola come se la cava? – chiese.
– Quello è un problema – rispose l’assistente sociale. – I professori dicono che ha la testa tra le nuvole o che non sa concentrarsi. Le materie di studio e quelle tecniche sono un disastro.
– Perché, rimane qualcosa? – domandò D.
– Le lingue, la musica… Però, capite, noi dobbiamo prevedere un percorso di studi che li renda indipendenti il prima possibile. Un corso da meccanico, da elettricista, una cosa così… Voi ve lo vedete V. a fare il meccanico?
Y. guardò di sottecchi il ragazzino, con le sue mani sottili, gli abiti ordinati, il talento innato per dare vita alla musica.
– No – ammise.
– Il pattinaggio può davvero diventare una professione? – chiese la donna.
– Per noi è una professione – replicò Y. – Nell’immediato vuol dire avere tutto spesato dalla federazione, cure mediche, supporto tecnico, istruzione, almeno di base. I ragazzi dei centri federali frequentano scuole apposite, con orari pensati ad hoc. Parliamoci chiaro, i professionisti veri sono una ventina in tutto il mondo e quelli oggi hanno sponsor, opportunità che noi neppure ci siamo sognati, ma cerchiamo comunque di dare qualcosa ai tutti i nostri atleti.
Un posto da operaio, nel peggiore dei casi. Che coincideva comunque con il meglio a cui quel ragazzo poteva aspirare stando dove stava.
– Y., pensaci bene – disse D. – Dovresti prendertelo in casa, sotto la tua responsabilità fino alla sua maggiore età, qualsiasi cosa accada. Essere responsabile di tutte le sue cazzate, i reati che potrebbe commettere. E la maggior parte dei ragazzi che viene da queste realtà non è in grado di mantenere impegni a lungo termine. Alla prima difficoltà ti svaligia casa e se ne va.
L’assistente sociale aggrottò la fronte, ma non replicò. 
D. aveva ragione, quasi sicuramente.
E Y. non voleva prendersi mai più un ragazzo in casa. Poteva dirgli e dirsi tutto quello che voleva, che non cambiava niente, rimaneva un atleta come un altro, ma non era vero.
Sbuffò.
– Ragazzo, vieni qui – chiamò.
Docile, V. si avvicinò con quel suo sorriso con cui, a quanto pareva, si rigirava tutti.
– Perché pattini? – chiese Y.
Il ragazzo ci pensò un attimo.
– Quando pattino sento di esistere. E io voglio esistere, per il maggior numero di persone possibile, il più a lungo possibile.