"Stenderò il mio rapporto come se fosse una storia. Mi è stato insegnato, quand'ero bambino, sul mio pianeta natale, che la Verità è una questione di immaginazione" U.K.Le Guin - La mano sinistra delle tenebre
martedì 29 marzo 2022
Da dove nascono le storie
domenica 13 febbraio 2022
Paolo e Francesca (quelli di Dante) nella canzone italiana
Torno alla blogsfera dopo quel periodo di tormenta scolastica che sono gli scrutini. Per quanto della scuola io mi lamenti diffusamente anche qui, per le condizioni folli della scuola pandemica, per la burocrazia malevola e degna delle peggiori maledizioni che la affligge e a volte anche per le situazioni surreali che mi trovo a gestire, insegnare mi piace molto. E mi piace anche per motivi poco ovvi. Non mi annoio mai e, con la scusa di preparare delle lezioni, a volte posso dedicarmi a esplorare argomenti che piacciono principalmente a me. A intervalli regolari i miei alunni si trovano a cerca dei riferimenti letterari nelle canzoni. L'idea pedagogica alla base è che la letteratura è sempre viva, parla a tutti e diventa patrimonio culturale comune. La verità è che per me è un'occasione per approfondire il mondo della canzone italiana e per scoprire qualcosa di nuovo. Lo avevo già fatto per Ulisse, adesso l'ho rifatto per Dante.
In realtà quello che ho proposto ai miei alunni è stato un gioco molto più circoscritto. Cercare delle canzoni che contenessero un esplicito riferimento al famosissimo passo dell'Inferno dedicato a Paolo e Francesca, capire la canzone e dire con quale personaggio dell'episodio il cantante si immedesima nella canzone.
Ecco i risultati.
JovanottiClementino
Claver Gold, Murubutu e Giuliano Palma
Inferno
Questa è fuggita all'attenta ricerca dei miei alunni. Abbiamo di nuovo il punto di vista di Paolo e c'è l'idea del peccato inevitabile e dell'Inferno come unico luogo sicuro dell'amore.
Alla fine è inevitabile concludere che non solo Dante parla a tutti e può ancora emozionare, ma è comunque lui il più moderno. È lui che la storia di Paolo e Francesca la fa narrare a Francesca. E ci regala così una splendida figura di donna, gentile e peccatrice insieme, disposta a pregare per Dante, ma non a pentirsi, che non è sedotta né seduttrice, ma che sceglie Paolo a dispetto di tutti, anche di Dio.
Se volete leggere qualcosa di decisamente meno alto, qui il nuovo capitolo de l'Assedio degli angeli
martedì 19 novembre 2019
A Casale Monferrato a parlare di Ursula K. Le Guin – Parte terza, una riflessione femminista
Vi propongo tre diverse letture, per chi volesse approfondire il tema.
Parlando dell'esperienza di scrittura del romanzo, la Le Guin ha più volte raccontato di come si sia accorta anche lei della profondità dei condizionamenti culturali. Avendo come protagonista un ambasciatore, che quindi si rapporta con politici e persone di potere, le è venuto naturale usare sempre il maschile per i ghetiani, anche perché l'inglese non ha pronomi neutri. Questo, però, condiziona l'immaginario del lettore (e del protagonista stesso) che è portato a immaginarsi i ghetiani come uomini che saltuariamente e in determinate condizioni si trasformano in donne. Di conseguenza tempo dopo l'autrice ha provato a scrivere dei racconti ambientati a Gheten usando per i nativi il solo femminile (questi racconti sono un po' sparsi in vecchie antologie Nord e non sono facilissimi da reperire al momento) e vi posso assicurare che questo condiziona non poco l'immaginario del lettore.
Facendo una breve ricerca sulle illustrazioni a questo romanzo mi sono resa conto che il principale personaggio ghetiano se rappresentato come un uomo mantiene quella che si presume essere la sua età (35/40 anni). Se invece l'illustratore prova a dargli tratti androgini immediatamente ringiovanisce a una bellezza efebica di non più di 20 anni. Anche questo credo dica molto sui nostri condizionamenti.
Al momento non c'è un'edizione acquistabile in italiano de La mano sinistra delle tenebre, anche le copie di seconda mano sono rare e costose. Per chi legge in inglese, però, ci sono splendide edizioni recenti, tra cui quella da cui ho tratto l'immagine e mi viene segnalata anche una circolazione on-line in italiano.
TEHANU (L'ISOLA DEL DRAGO, 1990) – LA FEMMINILITÀ COME RESILIENZA E SCELTA
Quarto romanzo del ciclo di Earthsea o Terramare (di cui sono disponibili svariate edizioni e almeno due traduzioni diverse), Tehanu, tradotto in Italia come L'isola del drago (perché?) è un racconto sul dopo.
Tutto in apparenza si è già compiuto. Tenar era una giovanissima sacerdotessa prescelta per un rito tenebroso, ma è già stata salvata dal mago Ged due romanzi prima. E lo stesso mago Ged è diventato arcimago, è sceso nei regni della morte, ha sanato una frattura tra i mondi e ha perso i propri poteri. Tutto è già stato compiuto. Parafrasando Blade Runner "è tempo di morire". E invece no.
Scopriamo qui che Tenar si è fatta una nuova vita sulla periferica isola di Gont, si è rifiutata di essere trattata da principessa in esilio, di studiare la magia, ha sposato un uomo comune, ha avuto dei figli, ora è vedova. Una quarantenne di paese in una società contadina. Lei, contro il parere di tutti, soccorre a adotta una bambina che è stata violenta e poi gettata tra le fiamme nel tentativo di ucciderla. Terruh è sfigurata, senza un occhio e una mano. Per molti, andava lasciata morire. Anche Ged, ormai privo di potere, debolissimo, giunto in modo avventuroso davanti alla sua soglia, andava lasciato morire. Tenar non è d'accordo, si fa carico di entrambi, perché ciascuno ha diritto a una rinascita, a cercare un cammino che sia il proprio. Tenar, che è cresciuta nelle tenebre, ha scelto la normalità e una vita ritirata, ma deve per forza sceglierla anche Terruh solo perché è una donna disabile?
C'è un brano nel romanzo che è una chiave di volta. Tenar pensa che Terruh possa un giorno diventare una sarta. È un lavoro che si fa chiusi in casa, senza dover esporre il proprio volto sfigurato. Ma perché dovrebbe imporglielo. La donna le compra invece della stoffa rossa di ottima qualità per farle un abito elegante, da sfoggiare alle feste, perché possa sentirsi bella. Terruh deve poter essere qualsiasi cosa vorrà a prescindere dal proprio sesso e dal proprio aspetto.
Per quanto sia un fantasy, c'è pochissimo fantastico, il cuore della storia potrebbe essere ambientato in un qualsiasi paese, anche in Italia oggi, certi discorsi io li sento intorno a me. Che futuro può avere una bambina violentata e sfigurata? Qualsiasi risponde Tenar, l'importante è che sia ciò che desidera davvero. Così come lei stessa ha diritto ad essere qualcosa di più di "una vedova" e Ged "uno che ha perso tutto".
Mi piace anche come in questo romanzo, nonostante sia un fantasy la saggezza non sia legata a chissà quale potere sovrannaturale. Tutt'altro. Ged è un uomo acuto anche privo dei propri poteri, Tenar sarà bene che qualcuno la ascolti e la stessa Terruh ha un buon senso che le permette di salvare la situazione molto più di qualsiasi potere magico.
LIBERAZIONE DI UNA DONNA (1994) – LA LIBERTÀ PASSA ANCHE DALLA CONSAPEVOLEZZA CON CUI SI VIVE IL PROPRIO CORPO
Recentemente riproposto in Italia nell'antologia Ritrovato e perduto edita l'anno scorso da Mondadori (e quindi reperibile ovunque, correte a comprarla), è sicuramente il racconto più esplicitamente femminista della Le Guin.
La protagonista e voce narrante era una giovanissima schiava in un mondo in cui avviene una rivoluzione. Ottiene la libertà e poco altro. Sola, ignorante, senza un soldo, finisce inevitabilmente in un giro di prostituzione. Non è una ragazza che si arrende, però. Mette da parte del denaro, cerca un qualsiasi altro lavoro. Ottenutolo, inizia a studiare, diventa una donna sempre più consapevole del mondo in cui vive. Sembra la storia di una liberazione che avviene per via intellettuale. Studiando e lavorando. Via via che diventa più consapevole, emergono però anche le ferite interiori, un corpo che non accetta, che nasconde sotto stoffe spesse, a cui nega ogni gratificazione. Ma il corpo è parte di noi. Non si può amare solo con la mente, non si può essere liberi se si è in guerra con il proprio corpo. Solo accettando la propria fisicità e aprendosi a una nuova possibilità di amore, la protagonista si riappropria anche del proprio vissuto e accetta di raccontare la sua storia.
Una donna non ha necessariamente bisogno di un uomo. Tutti abbiamo bisogno di amare, anche a livello fisico, prima noi stessi, per poi aprici all'altro, da pari.
È nei nostri corpi che perdiamo o diamo inizio alla libertà.
Vi lascio il finale del racconto (in una traduzione di fine anni '90, non la stessa attualmente in commercio), che mi ha molto colpito (e anche un po' commosso).
Considerando che oggi un mio alunno si è addormentato mentre spiegavo (ma proprio addormentato, con tanto di ronfatina, e era anche al primo banco), spero di non avervi annoiato troppo.
Per chi vorrà, la prossima (ultima puntata) parlerà di utopia e società possibili.
Infine, vorrei ringraziare di cuore la Biblioteca di Casale Monferrato, che mi ha dato l'opportunità di approfondire questi temi e di parlarne.
Ragionavo, mentre parlavo, che spesso di femminismo si parla solo tra donne. Invece l'incontro era stato organizzato da un uomo e il pubblico era eterogeneo per sesso e per età. È così che dovrebbe essere, suppongo, ma che spesso non è.
Infine, il mio commosso grazie va a Ivo de Palma, che ha dato voce alle parole di Ursula K. Le Guin
domenica 10 novembre 2019
A Casale Monferrato a parlare di Ursula K. Le Guin – Parte seconda, chi era Ursula K. Le Guin?
Il disegno che ho scelto credo rappresenti bene chi era per me Ursula K. Le Guin.
È stata una sorta di "nonna virtuale" che attraverso i suoi scritti, dall'alta parte del mare, mi ha accompagnato dall'infanzia fino all'età adulta, facendomi capire che tipo di donna avrei voluto diventare. Dopo tutto, tra lei e la nonna che ho conosciuto c'erano solo tre anni di differenza e davvero, anagraficamente avrei potuto essere sua nipote.
Ursula, però, non è mai stata una signora normale, come me la immaginavo io da bambina, una donna che dopo una formazione più o meno come quella di tutti gli altri ha deciso di mettersi a scrivere.
È stata sicuramente estremamente fortunata a poter vivere in un ambiente stimolante all'ennesima potenza, in contatto (e parliamo degli anni '20 e '30 del novecento) con la diversità culturale nel senso più ampio del termine. A lei il merito, però di aver condensato e trasmesso questa ricchezza in idee tanto forti da attraversare il tempo e lo spazio e plasmare la mente di una ragazzina di provincia come me, cresciuta tanto dopo, ma priva (come il 99% dell'umanità) di quello straordinario humus culturale in cui è cresciuta lei.
Come scrivevo nel post precedente, lei si è sempre firmata Ursula K. Le Guin. K sta per il suo cognome paterno, Kroeber, un nome che chiunque mastichi un po' di antropologia conosce (a me comunque ci sono voluti decenni per collegare i puntini).
Quindi ora un po' di antropologia di base. Semplificando all'inverosimile, non mi accoltellino gli antropologi culturali veri, l'antropologia si forma nei primi decenni del novecento con lo studio di popolazioni dalla cultura ancora molto differente da quella occidentale. Hanno estrema importanza gli studi effettuati tra le popolazioni siberiane e quelli sulle popolazioni native americane. Alfred Kroeber il papà di Ursula studia i nativi americani.
Ora, per quanto ho capito io, Kroeber separa gli aspetti culturali da quelli biologici organici. Secondo lui una cultura non dipende dalla biologia delle persone che vivono quella cultura e i modelli culturali non possono riprendere quelli biologici. Il suo saggio principale è del 1917, un periodo, per intenderci, in cui si parlava tranquillamente di "popoli primitivi", "razze umane" e altre amenità simili, scindere nel 1917 l'aspetto biologico da quello culturale non è scontato e spazza via un bel po' delle idee che allora andavano per la maggiore.
La mamma di Ursula, invece, era una scrittrice, Theodora, (nell'America degli anni '10 del novecento) che voleva scrivere la storia dell'ultimo esponente di una popolazione nativa. Inevitabilmente incontra nel lavoro di documentazione incontra Alfred. Lei è già vedova con due figli, non ho capito come (credo che in famiglia avessero i super poteri), si specializza anche in psicologia e nel mentre sposa Alfred.
Non dimentichiamoci in questa storia di Ishi, l'ultimo esponente della propria popolazione, che, messo in contatto da Theodora con Alfred, inizia a lavorare con lui. Non ho trovato molte notizie su Ishi in una lingua a me comprensibile, ma dalla foto presente su wikipedia direi che lo troviamo in parecchi romanzi della Le Guin, sia come figura archetipa (qualcuno di totalmente isolato dalla propria cultura di appartenenza e che studia per interagire alla pari con un universo culturale che comunque non sarà mai suo e non lo accetterà mai del tutto), sia a livello di tratti somatici.
La famiglia Kroeber passa gli inverni in università e le estati in mezzo al nulla, in un ranch da cui passavano nativi americani, gente dalle più varie provenienze e idee e fisici del calibro di Robert Oppenheimer.
Il che mi spiega probabilmente due cose. I romanzi di fantascienza della Le Guin tengono conto della teoria della relatività meglio della maggior parte degli altri e si addentrano più di altri nella fisica e nella matematica delle teorie proposte per la tecnologia del futuro. Nonostante questo, lei diceva spesso nelle interviste che la fisica moderna la affascinava, ma la capiva solo fino a un certo punto. Suppongo sia vero, se il tuo metro di paragone è il direttore del progetto Manhattan.
In ogni caso, pur affascinata dalla fisica, Ursula decide di studiare letteratura, perché la stimola, le viene meglio e vuole scrivere "storie affascinanti e strane di quella che chiamano fantascienza". Immagino che nel suo contesto famigliare fosse un sogno molto meno eccentrico di altre cose.
Ursula studia quindi letteratura rinascimentale francese e italiana e conosce uno storico francese, Charles Le Guin, che sposa. Decide di dare priorità alla carriera del marito e "come ripiego" insegna francese all'università, e inizia a pubblicare regolarmente dopo la nascita del secondo dei suoi tre figli.
Questa è una cosa che mi ha sempre colpito.
Nelle sue storie ci sono persone che compiono le più svariate scelte di vita, dal lasciare tutto e andare su un altro pianeta come ambasciatore, tagliando i ponti con tutto ciò che hai conosciuto al vivere soli e liberi. Ci sono tuttavia un tot di personaggi femminili che hanno spiccati interesse intellettuali e/o professionali. Alcune di queste donne non desiderano la maternità, altre sì, e questo non è quasi mai in conflitto con la loro crescita professionale e intellettuale. Non sempre la cosa è indolore, ma è sempre un equilibrio possibile. Ora, considerando la storia personale sua e di sua madre mi viene da presupporre che lei non proponesse tanto un obiettivo da raggiungere, ma qualcosa che già sapeva possibile. Dopo tutto sua madre, vedova, con due figli, diventa una psicologa di una certa fama. Lei si intestardisce con la scrittura quando ha già dei figli.
È ovvio che tutto ciò non sarebbe stato possibile se non venisse da un'ambiente agiato, ma parliamo comunque della fine degli anni '50 / inizi anni '60, quando le moglie non erano esattamente incoraggiate ad avere una propria carriera.
Infine, non so perché e non ho mai trovato una sua dichiarazione a riguardo, lei si firmerà sempre Ursula K. Le Guin, dando quindi precedenza al cognome del marito. Cosa curiosa per una scrittrice femminista. Non so se comunque il cognome Kroeber rimaneva piuttosto impegnativo e Le Guin suonava a tutti gli effetti molto bene. Considerando il caratterino della signora in questione (ci terrà a far sapere a tutti che una volta l'hanno costretta a firmarsi solo U.K. Le Guin per non far capire che era una lei, ci è rimasta malissimo e se l'è legato al dito per i successivi sessanta anni circa), credo però che l'essersi legata a Charles fosse una cosa che faceva parte della sua identità personale.
A questo punto dire "si interessa di filosofie orientali" fa molto New Age e non mi pare sia il caso. Meglio dire che studia a fondo il taoismo, le teorie anarchiche pacifiche (pur non riconoscendosi mai in tali idee e continua a interessarsi delle discipline in cui è cresciuta immersa, psicologia e antropologia.
Tutto ciò fluisce senza soluzione di continuità in tutti i suoi scritti, che siano storie "per bambini" o riflessioni sulla società.
Un occhio attento, conoscendo tutto ciò che l'ha influenzata, ne segue le tracce nei suoi scritti e che tuttavia, a ben vendere, sono riflessioni in forma narrativa di chi ha visto come testimone l'incontro di civiltà diverse con la consapevolezza che qualsiasi pretesa di superiorità è illusoria fino ad apparire ridicola.
Non c'era probabilmente altra forma che il fantastico in senso lato e il fantascientifico e il fantasy in senso più stretto per imbrigliare le riflessioni sulla società e sui singoli di questa donna.
Dire che ha voluto elevare la letteratura di genere verso una letteratura più alta mi sembra ridicolo.
La sua speculazione ha forma letteraria. E dato che al mercato letterario piace incasellare romanzi e racconti in generi, lei si è trovata a scrivere Fantasy e Fantascienza. Con buona pace, per altro, di chi li considerava generi contrapposti e inconciliabili.
Di certo la sua formazione così particolare, il contesto in cui è cresciuta, le ha dato una consapevolezza diversa. Mi chiedo come osservasse le ragazze della sua generazione, magari le sue compagne di studi, perfettamente immerse nel proprio contesto culturale, lei che già sapeva che il contesto culturale è tutto sommato un accidente che ci è capitato, pieno di convenzioni ridicole. La immagino aggirarsi per gli anni '50 come certe protagoniste di suoi racconti, aliene in un mondo straniero, che si sforzano di comportarsi come si conviene perché offendere gratuitamente gli altri è sempre brutto, e intanto annotano, ragionano, si sforzano di capire sempre pregiudizi.
È questo sguardo sul mondo, quello di chi a quel mondo non appartiene mai del tutto e che tuttavia non ha l'arroganza di definirsi superiore, che più di qualsiasi altra cosa mi è rimasto addosso.
Come tutte le nonne, alla fine mi ha insegnato un modo di pensare.
martedì 28 maggio 2019
Gli Spiriti non dimenticano (un ricordo di Vittorio Zucconi)
lunedì 7 gennaio 2019
Ritrovato e perduto – letture
mercoledì 14 marzo 2018
Viaggio nei viaggi di Ulisse nella canzone
lunedì 5 febbraio 2018
Ancora su Ursula K. Le Guin
mercoledì 24 gennaio 2018
Grazie per tutto, Ursula K. le Guin
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| 1929 – 2018 |
mercoledì 31 maggio 2017
Nei '90 della mia adolescenza
mercoledì 17 maggio 2017
Ognuno ha il proprio Ulisse (chiacchierando con i ragazzi di Arona su La spada, il cuore e lo zaffiro)
venerdì 10 marzo 2017
Dal classico al fumetto, figure femminili da proporre e riproporre
Molti leggono Orgoglio e pregiudizio come una storia romantica in cui alla fine l'amore trionfa. Può essere, personalmente ci vedo anche molta pungente ironia che a volte sfocia nel cinismo. Sopratutto è la storia di una ragazza di inizio ottocento che, pur consapevole della scarsa indipendenza che la società le concede e non intenzionata a sovvertirne le regole, rifiuta non una, ma due proposte di matrimonio, una più vantaggiosa dell'altra. In un mondo in cui una donna, sopratutto se senza dote, può solo pregare in ginocchio che qualcuno "se la prenda su", Elisabeth è una sorta di rivoluzionaria dolce. Il senso comune è ben esemplificato dalla sua amica, che si sposa a un uomo noiossissimo ma che "non sarà peggiore di altri", le può garantire un avvenire e le darà dei figli su cui riversare amore e affetto. Che altro si può chiedere. Elisabeth legge e pensa, ha le sue idee, le sue passioni e fa le sue scelte. E poi, certo, Darcy è Darcy, ma voi non avete avuto l'impressione, leggendo, che Elisabeth se la sarebbe cavata benissimo anche da sola?![]() |
| Il film non è un gran che, ma alla alla fine io e il Nik ci assomigliamo proprio a questi Tenar e Ged |




















