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martedì 29 marzo 2022

Da dove nascono le storie


 Mia figlia mi ha appena ricordato che sto per compiere 42 anni e pertanto inizio ad avere un'età tale da poter fare archeologia personale. Scoprire oggetti dimenticati che portano a galla ricordi, echi di una vita ormai dimenticata.

Ho quasi 42 anni e scrivo storie. A volte come una bambina, per me stessa, per consolarmi (lo ammetto, in questi giorni spengo i programmi di informazione e vado avanti con una storia del tutto inutile a livello editoriale, che sto scrivendo solo per consolarmi) a volte con la speranza di intrattenere altri, solo per il fatto di avere qualcosa da raccontare.
Non so dove sia Il Mondo Da Cui Arrivano le Storie. Ho spesso la sensazione che ci sia, però, un posto, un universo parallelo, un luogo della mente da cui le storie filtrano, già finite e concluse in se stesse. Io devo dipanarle, osservarle e trovare la forma migliore con cui raccontarle.
Alcune storie sono con me da così tanto tempo che mi sembra che ci siano sempre state. Ma non è così. C'è stato un momento preciso in cui ho deciso di dedicare del tempo a fermare in parole quelle storie intraviste (non è una metafora) dal finestrino di un treno.

Qualche mese fa a casa dei miei genitori mia figlia ha dato prova di quel talento tipico dei bambini di ritrovare cose che si ritenevano perdute. Nello specifico, la mia collezione di cartoline. Dagli anni delle medie in poi ogni volta che andavo da qualche parte portavo a casa delle cartoline, oggetto antico e ormai desueto, che poi usavo come segnalibri. Sull'onda del mio ritrovato entusiasmo per la lettura e alla ferma decisione di leggere di più, in barba agli impegni scolastici, genitoriali, alle pandemie e alle guerre globali, ho portato a casa la collezione per utilizzarla di nuovo allo scopo per cui era stata destinata. Per gli ultimi dieci libri, quindi, ho pescato a caso dalla pila, ho confrontato le immagini e ho scelto la cartolina migliore per quella lettura.
Per l'ultimo libro iniziato (L'acciaio sopravvive di Richard Morgan, di cui suppongo riparlerò qui appena terminata tutta la trilogia) ho estratto questo:
La cartolina mi aiuta a stabilire una cronologia precisa. Rappresenta il castello di Edimburgo. Ero al primo anno di università quando ci sono stata. Il primo di una serie di viaggi in giro per l’Europa in compagnia della mia più vecchia amica. Viaggi piuttosto avventurosi, sui mezzi pubblici, con gli zaini a spalla, ancora senza cellulari davvero funzionanti, con le guide cartacee da consultare e l'elenco degli ostelli della gioventù su cui cercare un posto in cui dormire.
A pensarci a mente fredda quel viaggio fu piuttosto disagevole. Lunghissime tratte in treno e in bus, orari dei traghetti non facilissimi da decifrare. Tre giorni bloccati in un porticciolo di un'isoletta perché nelle Ebridi vent'anni fa durante il fine settimana non si muoveva niente. Il clima scozzese non proprio solare. Un pernottamento a dir poco avventuroso a Edimburgo in un ostello ricavato in una chiesa sconsacrata, con la doccia nella cripta e i letti ammassati nella navata. Eppure entrambe lo ricordiamo come qualcosa di magico. E quei lunghi, lunghissimi spostamenti attraverso la Scozia, in cui pian piano un altro mondo si sovrapponeva a quello che stavo vedendo.
Al castello di Edimburgo, ricordo, ho comprato un quaderno con lo scopo preciso di scriverci sopra una storia. Più o meno in contemporanea devo aver appuntato questa cartina sul retro di una cartolina. Chissà perché non ho usato il quaderno. Probabilmente l'ho fatto in treno, nella tratta di rientro da Edimburgo a Newcastle e la cartolina era più comoda. Chissà cosa pensavo di farci davvero.
Quella storia, quella con protagonista quel Soren di cui avevo segnato il villaggio natale, non l'ho mai terminata. Ne ricordo a grandi linee l'idea centrale, un giovane eroe che per caso entra in contatto con un oggetto magico che gli dona l'immortalità. Tutti i suoi compagni muoiono e lui si trova a vagare come un fantasma per la sua stessa terra, fino a che una ragazza non se ne innamora. L'incantesimo, però, si spezza e lui non può che guardarlo invecchiare e morire sotto i suoi occhi.
L'ottimismo di fondo e l'allegria tipica delle mie storie c'erano già tutte...
Non l'ho scritta, quella. Ho tentato di scriverne un'altra, una complicata epopea che si svolgeva in gran parte ad Haymal, la città alla confluenza tra i due fiumi.
Poi c'è stato un altro viaggio, ormai alla fine della mia carriera universitaria, con la stessa amica del primo, nei Paesi Baltici. Di nuovo improbabili spostamenti sui mezzi pubblici, piogge improvvise, zaini che pesano. Una bottiglietta d'acqua marca Hermise. E di colpo quella vecchia cartina dove la mia mente continuava a viaggiare si è allargata. Ho "visto" cosa c'era a est della linea di margine, sono entrata nel Leynlared. Dove sono ambientati i quattro ebook che trovate qui a lato, La spada di Emarana, La luna delle foglie cadenti, Prima che venga il gelo e Nulla che non sia già mio. Da soli formano una piccola epopea. La stessa che continua nei racconti finali de La spada, il cuore e lo zaffiro. L'antologia, per altro, è ora disponibile sia in formato cartaceo che digitale, sia in formato epub che kindle. Tutte le informazioni qui.
Chissà se me ne rendevo conto, mentre tracciavo rapidamente quegli appunti sul retro di una cartolina che da quei posti non me ne sarei mai andata?

Voi avete una data di nascita per le vostre storie?

Se invece volete venire con me in un altrove differente, qui un nuovo capitolo de L'assedio degli Angeli.

domenica 13 febbraio 2022

Paolo e Francesca (quelli di Dante) nella canzone italiana

 Torno alla blogsfera dopo quel periodo di tormenta scolastica che sono gli scrutini. Per quanto della scuola io mi lamenti diffusamente anche qui, per le condizioni folli della scuola pandemica, per la burocrazia malevola e degna delle peggiori maledizioni che la affligge e a volte anche per le situazioni surreali che mi trovo a gestire, insegnare mi piace molto. E mi piace anche per motivi poco ovvi. Non mi annoio mai e, con la scusa di preparare delle lezioni, a volte posso dedicarmi a esplorare argomenti che piacciono principalmente a me. A intervalli regolari i miei alunni si trovano a cerca dei riferimenti letterari nelle canzoni. L'idea pedagogica alla base è che la letteratura è sempre viva, parla a tutti e diventa patrimonio culturale comune. La verità è che per me è un'occasione per approfondire il mondo della canzone italiana e per scoprire qualcosa di nuovo. Lo avevo già fatto per Ulisse, adesso l'ho rifatto per Dante.

In realtà quello che ho proposto ai miei alunni è stato un gioco molto più circoscritto. Cercare delle canzoni che contenessero un esplicito riferimento al famosissimo passo dell'Inferno dedicato a Paolo e Francesca, capire la canzone e dire con quale personaggio dell'episodio il cantante si immedesima nella canzone.

Ecco i risultati.

Jovanotti
Serenata rap
Mi fa un po' impressione scoprire che questa canzone della mia giovinezza sia ormai un classico datato e che Jovanotti, anzi, Lorenzo Cherubini sia per i miei alunni "roba da vecchi che piace a mia nonna". In ogni caso eccoci qui, l'autore si appropria di Dante ma non dell'Inferno. Vuole essere un Paolo senza peccato. La sua Francesca la vuole sposare e condurre con lei un'eternità di paradiso in cui non c'è alcun fraintendimento, alcuna ombra, nessun Gianciotto.


Antonello Venditti
Ci vorrebbe un amico
Se la canzone di prima è vecchia, questa è antidiluviana, eppure ha riscosso più successo. Venditti è un Paolo deluso da Dante e dall'amor cortese. La sua Franscesca invece che andare all'inferno con lui è scappata con un altro e lui rischia seriamente di trasformarsi in Gianciotto. E non c'è nessun Virgilio all'orizzonte che lo tiri fuori dalla sua personale selva oscura.


Raf
Un tempo indefinito
Ha avuto il più basso indice di gradimento da parte dei miei alunni e, devo dire, anche da parte mia. Ci è sembrata un po' il soliloquio egocentrico di un tipo a cui della sua lei non importa nulla, rimane indefinita come il tempo del titolo, e nel suo delirio di onnipotenza paragona il suo sentimento a quello di Paolo.


 Clementino
Tributo a Dante – Amor ch'a nullo amato amar perdona
Miglior successo sulla classe e sulla prof ha avuto questo pezzo, parte di un spettacolo presentato dall'Istituto Italiano di Cultura a San Pietroburgo. Qui lo sguardo del cantante è più vicino a quello di Dante ed è l'unica delle canzoni ascoltate che ricorda la pessima fine della storia di Paolo e Francesca. L'unica in cui riverbera il dolore di chi ha visto nascere qualcosa di bello poi finito in tragedia


Claver Gold, Murubutu e Giuliano Palma

Inferno

Questa è fuggita all'attenta ricerca dei miei alunni. Abbiamo di nuovo il punto di vista di Paolo e c'è l'idea del peccato inevitabile e dell'Inferno come unico luogo sicuro dell'amore.


Alla fine è inevitabile concludere che non solo Dante parla a tutti e può ancora emozionare, ma è comunque lui il più moderno. È lui che la storia di Paolo e Francesca la fa narrare a Francesca. E ci regala così una splendida figura di donna, gentile e peccatrice insieme, disposta a pregare per Dante, ma non a pentirsi, che non è sedotta né seduttrice, ma che sceglie Paolo a dispetto di tutti, anche di Dio.

Se volete leggere qualcosa di decisamente meno alto, qui il nuovo capitolo de l'Assedio degli angeli

martedì 19 novembre 2019

A Casale Monferrato a parlare di Ursula K. Le Guin – Parte terza, una riflessione femminista


«Perché non scrivi sulle donne?» mi chiese mia madre.
«Non so come si fa» dissi.

Una risposta stupida ma onesta. Non sapevo scrivere sulle donne perché credevo che ciò che avevano scritto gli uomini sulle donne fosse la verità, fosse il modo giusto di scrivere sulle donne. E io non sapevo farlo.

Ho letto queste affermazioni di Ursula K. Le Guin molti anni fa, nell'introduzione del volume edito da Fanucci a metà anni '90, Il giorno del perdono, quando ancora non conoscevo la storia famigliare dell'autrice.
Riconsiderata adesso che so che donna era sua madre (vedi parte seconda, chi era Ursula K. Le Guin) mi fa sorridere, come mi fa sorridere un'altra affermazione dell'autrice, in cui in sostanza dice di non aver dato subito un gran preso al movimento femminista, per il semplice fatto che dava per scontato che tutte le donne lo fossero.

Partendo da questi presupposti, tra la metà degli anni '60 e gli inizi degli anni '70 e poi per il resto della propria vita, Ursula K. Le Guin si interroga nelle sue opere (anche) sul ruolo della donna, sulla consapevolezza che si ha o non si ha delle proprie possibilità di scelta, facendone un tema portante della propria produzione.
Vi propongo tre diverse letture, per chi volesse approfondire il tema.

LA MANO SINISTRA DELLE TENEBRE (1969) – IN UN MONDO SENZA GENERE

Uno dei romanzi più amati dell'autrice (il più amato da me, dato che l'incipit lo uso come introduzione al blog) nasce con quello che la Le Guin definisce un esercizio mentale. Che società si svilupperebbe se non esistessero differenze di genere?
Nasce così Gheten, pianeta dove l'essere umano si è adattato al clima estremamente rigido sviluppando un ermafroditismo perfetto e pertanto tutti gli individui sono in potenza maschi e femmine.
Ne risulta una società (o meglio delle società) tutt'altro che perfetta, ma dove non esiste l'idea stessa che una parte di umanità possa dominarne un'altra solo per un'appartenenza pre definita. Non esistono ruoli predefiniti per nascita e non esistono schiavi.
La vicenda è narrata con due punti di vista, un terrestre inviato come ambasciatore e un politico locale.
Parlando dell'esperienza di scrittura del romanzo, la Le Guin ha più volte raccontato di come si sia accorta anche lei della profondità dei condizionamenti culturali. Avendo come protagonista un ambasciatore, che quindi si rapporta con politici e persone di potere, le è venuto naturale usare sempre il maschile per i ghetiani, anche perché l'inglese non ha pronomi neutri. Questo, però, condiziona l'immaginario del lettore (e del protagonista stesso) che è portato a immaginarsi i ghetiani come uomini che saltuariamente e in determinate condizioni si trasformano in donne. Di conseguenza tempo dopo l'autrice ha provato a scrivere dei racconti ambientati a Gheten usando per i nativi il solo femminile (questi racconti sono un po' sparsi in vecchie antologie Nord e non sono facilissimi da reperire al momento) e vi posso assicurare che questo condiziona non poco l'immaginario del lettore.
Facendo una breve ricerca sulle illustrazioni a questo romanzo mi sono resa conto che il principale personaggio ghetiano se rappresentato come un uomo mantiene quella che si presume essere la sua età (35/40 anni). Se invece l'illustratore prova a dargli tratti androgini immediatamente ringiovanisce a una bellezza efebica di non più di 20 anni. Anche questo credo dica molto sui nostri condizionamenti.
Al momento non c'è un'edizione acquistabile in italiano de La mano sinistra delle tenebre, anche le copie di seconda mano sono rare e costose. Per chi legge in inglese, però, ci sono splendide edizioni recenti, tra cui quella da cui ho tratto l'immagine e mi viene segnalata anche una circolazione on-line in italiano.

TEHANU (L'ISOLA DEL DRAGO, 1990) – LA FEMMINILITÀ COME RESILIENZA E SCELTA
Quarto romanzo del ciclo di Earthsea o Terramare (di cui sono disponibili svariate edizioni e almeno due traduzioni diverse), Tehanu, tradotto in Italia come L'isola del drago (perché?) è un racconto sul dopo.
Tutto in apparenza si è già compiuto. Tenar era una giovanissima sacerdotessa prescelta per un rito tenebroso, ma è già stata salvata dal mago Ged due romanzi prima. E lo stesso mago Ged è diventato arcimago, è sceso nei regni della morte, ha sanato una frattura tra i mondi e ha perso i propri poteri. Tutto è già stato compiuto. Parafrasando Blade Runner "è tempo di morire". E invece no.
Scopriamo qui che Tenar si è fatta una nuova vita sulla periferica isola di Gont, si è rifiutata di essere trattata da principessa in esilio, di studiare la magia, ha sposato un uomo comune, ha avuto dei figli, ora è vedova. Una quarantenne di paese in una società contadina. Lei, contro il parere di tutti, soccorre a adotta una bambina che è stata violenta e poi gettata tra le fiamme nel tentativo di ucciderla. Terruh è sfigurata, senza un occhio e una mano. Per molti, andava lasciata morire. Anche Ged, ormai privo di potere, debolissimo, giunto in modo avventuroso davanti alla sua soglia, andava lasciato morire. Tenar non è d'accordo, si fa carico di entrambi, perché ciascuno ha diritto a una rinascita, a cercare un cammino che sia il proprio. Tenar, che è cresciuta nelle tenebre, ha scelto la normalità e una vita ritirata, ma deve per forza sceglierla anche Terruh solo perché è una donna disabile? 
C'è un brano nel romanzo che è una chiave di volta. Tenar pensa che Terruh possa un giorno diventare una sarta. È un lavoro che si fa chiusi in casa, senza dover esporre il proprio volto sfigurato. Ma perché dovrebbe imporglielo. La donna le compra invece della stoffa rossa di ottima qualità per farle un abito elegante, da sfoggiare alle feste, perché possa sentirsi bella. Terruh deve poter essere qualsiasi cosa vorrà a prescindere dal proprio sesso e dal proprio aspetto.
Per quanto sia un fantasy, c'è pochissimo fantastico, il cuore della storia potrebbe essere ambientato in un qualsiasi paese, anche in Italia oggi, certi discorsi io li sento intorno a me. Che futuro può avere una bambina violentata e sfigurata? Qualsiasi risponde Tenar, l'importante è che sia ciò che desidera davvero. Così come lei stessa ha diritto ad essere qualcosa di più di "una vedova" e Ged "uno che ha perso tutto". 
Mi piace anche come in questo romanzo, nonostante sia un fantasy la saggezza non sia legata a chissà quale potere sovrannaturale. Tutt'altro. Ged è un uomo acuto anche privo dei propri poteri, Tenar sarà bene che qualcuno la ascolti e la stessa Terruh ha un buon senso che le permette di salvare la situazione molto più di qualsiasi potere magico.

LIBERAZIONE DI UNA DONNA (1994) – LA LIBERTÀ PASSA ANCHE DALLA CONSAPEVOLEZZA CON CUI SI VIVE IL PROPRIO CORPO
Recentemente riproposto in Italia nell'antologia Ritrovato e perduto edita l'anno scorso da Mondadori (e quindi reperibile ovunque, correte a comprarla), è sicuramente il racconto più esplicitamente femminista della Le Guin.
La protagonista e voce narrante era una giovanissima schiava in un mondo in cui avviene una rivoluzione. Ottiene la libertà e poco altro. Sola, ignorante, senza un soldo, finisce inevitabilmente in un giro di prostituzione. Non è una ragazza che si arrende, però. Mette da parte del denaro, cerca un qualsiasi altro lavoro. Ottenutolo, inizia a studiare, diventa una donna sempre più consapevole del mondo in cui vive. Sembra la storia di una liberazione che avviene per via intellettuale. Studiando e lavorando. Via via che diventa più consapevole, emergono però anche le ferite interiori, un corpo che non accetta, che nasconde sotto stoffe spesse, a cui nega ogni gratificazione. Ma il corpo è parte di noi. Non si può amare solo con la mente, non si può essere liberi se si è in guerra con il proprio corpo. Solo accettando la propria fisicità e aprendosi a una nuova possibilità di amore, la protagonista si riappropria anche del proprio vissuto e accetta di raccontare la sua storia.
Una donna non ha necessariamente bisogno di un uomo. Tutti abbiamo bisogno di amare, anche a livello fisico, prima noi stessi, per poi aprici all'altro, da pari.
È nei nostri corpi che perdiamo o diamo inizio alla libertà.
Vi lascio il finale del racconto (in una traduzione di fine anni '90, non la stessa attualmente in commercio), che mi ha molto colpito (e anche un po' commosso).



Considerando che oggi un mio alunno si è addormentato mentre spiegavo (ma proprio addormentato, con tanto di ronfatina, e era anche al primo banco), spero di non avervi annoiato troppo. 
Per chi vorrà, la prossima (ultima puntata) parlerà di utopia e società possibili.

Infine, vorrei ringraziare di cuore la Biblioteca di Casale Monferrato, che mi ha dato l'opportunità di approfondire questi temi e di parlarne.
Ragionavo, mentre parlavo, che spesso di femminismo si parla solo tra donne. Invece l'incontro era stato organizzato da un uomo e il pubblico era eterogeneo per sesso e per età. È così che dovrebbe essere, suppongo, ma che spesso non è.
Infine, il mio commosso grazie va a Ivo de Palma, che ha dato voce alle parole di Ursula K. Le Guin

domenica 10 novembre 2019

A Casale Monferrato a parlare di Ursula K. Le Guin – Parte seconda, chi era Ursula K. Le Guin?


CHI ERA URSULA K. LE GUIN


Il disegno che ho scelto credo rappresenti bene chi era per me Ursula K. Le Guin.
È stata una sorta di "nonna virtuale" che attraverso i suoi scritti, dall'alta parte del mare, mi ha accompagnato dall'infanzia fino all'età adulta, facendomi capire che tipo di donna avrei voluto diventare. Dopo tutto, tra lei e la nonna che ho conosciuto c'erano solo tre anni di differenza e davvero, anagraficamente avrei potuto essere sua nipote.

Ursula, però, non è mai stata una signora normale, come me la immaginavo io da bambina, una donna che dopo una formazione più o meno come quella di tutti gli altri ha deciso di mettersi a scrivere.
È stata sicuramente estremamente fortunata a poter vivere in un ambiente stimolante all'ennesima potenza, in contatto (e parliamo degli anni '20 e '30 del novecento) con la diversità culturale nel senso più ampio del termine. A lei il merito, però di aver condensato e trasmesso questa ricchezza in idee tanto forti da attraversare il tempo e lo spazio e plasmare la mente di una ragazzina di provincia come me, cresciuta tanto dopo, ma priva (come il 99% dell'umanità) di quello straordinario humus culturale in cui è cresciuta lei.

Come scrivevo nel post precedente, lei si è sempre firmata Ursula K. Le Guin. K sta per il suo cognome paterno, Kroeber, un nome che chiunque mastichi un po' di antropologia conosce (a me comunque ci sono voluti decenni per collegare i puntini).
Quindi ora un po' di antropologia di base. Semplificando all'inverosimile, non mi accoltellino gli antropologi culturali veri, l'antropologia si forma nei primi decenni del novecento con lo studio di popolazioni dalla cultura ancora molto differente da quella occidentale. Hanno estrema importanza gli studi  effettuati tra le popolazioni siberiane e quelli sulle popolazioni native americane. Alfred Kroeber il papà di Ursula studia i nativi americani.
Ora, per quanto ho capito io, Kroeber separa gli aspetti culturali da quelli biologici organici. Secondo lui una cultura non dipende dalla biologia delle persone che vivono quella cultura e i modelli culturali non possono riprendere quelli biologici. Il suo saggio principale è del 1917, un periodo, per intenderci, in cui si parlava tranquillamente di "popoli primitivi", "razze umane" e altre amenità simili, scindere nel 1917 l'aspetto biologico da quello culturale non è scontato e spazza via un bel po' delle idee che allora andavano per la maggiore.
La mamma di Ursula, invece, era una scrittrice, Theodora, (nell'America degli anni '10 del novecento) che voleva scrivere la storia dell'ultimo esponente di una popolazione nativa. Inevitabilmente incontra nel lavoro di documentazione incontra Alfred. Lei è già vedova con due figli, non ho capito come (credo che in famiglia avessero i super poteri), si specializza anche in psicologia e nel mentre sposa Alfred.
Non dimentichiamoci in questa storia di Ishi, l'ultimo esponente della propria popolazione, che, messo in contatto da Theodora con Alfred, inizia a lavorare con lui. Non ho trovato molte notizie su Ishi in una lingua a me comprensibile, ma dalla foto presente su wikipedia direi che lo troviamo in parecchi romanzi della Le Guin, sia come figura archetipa (qualcuno di totalmente isolato dalla propria cultura di appartenenza e che studia per interagire alla pari con un universo culturale che comunque non sarà mai suo e non lo accetterà mai del tutto), sia a livello di tratti somatici.

La famiglia Kroeber passa gli inverni in università e le estati in mezzo al nulla, in un ranch da cui passavano nativi americani, gente dalle più varie provenienze e idee e fisici del calibro di Robert Oppenheimer.
Il che mi spiega probabilmente due cose. I romanzi di fantascienza della Le Guin tengono conto della teoria della relatività meglio della maggior parte degli altri e si addentrano più di altri nella fisica e nella matematica delle teorie proposte per la tecnologia del futuro. Nonostante questo, lei diceva spesso nelle interviste che la fisica moderna la affascinava, ma la capiva solo fino a un certo punto. Suppongo sia vero, se il tuo metro di paragone è il direttore del progetto Manhattan.
In ogni caso, pur affascinata dalla fisica, Ursula decide di studiare letteratura, perché la stimola, le viene meglio e vuole scrivere "storie affascinanti e strane di quella che chiamano fantascienza". Immagino che nel suo contesto famigliare fosse un sogno molto meno eccentrico di altre cose.

Ursula studia quindi letteratura rinascimentale francese e italiana e conosce uno storico francese, Charles Le Guin, che sposa. Decide di dare priorità alla carriera del marito e "come ripiego" insegna francese all'università, e inizia a pubblicare regolarmente dopo la nascita del secondo dei suoi tre figli.
Questa è una cosa che mi ha sempre colpito.
Nelle sue storie ci sono persone che compiono le più svariate scelte di vita, dal lasciare tutto e andare su un altro pianeta come ambasciatore, tagliando i ponti con tutto ciò che hai conosciuto al vivere soli e liberi. Ci sono tuttavia un tot di personaggi femminili che hanno spiccati interesse intellettuali e/o professionali. Alcune di queste donne non desiderano la maternità, altre sì, e questo non è quasi mai in conflitto con la loro crescita professionale e intellettuale. Non sempre la cosa è indolore, ma è sempre un equilibrio possibile. Ora, considerando la storia personale sua e di sua madre mi viene da presupporre che lei non proponesse tanto un obiettivo da raggiungere, ma qualcosa che già sapeva possibile. Dopo tutto sua madre, vedova, con due figli, diventa una psicologa di una certa fama. Lei si intestardisce con la scrittura quando ha già dei figli.
È ovvio che tutto ciò non sarebbe stato possibile se non venisse da un'ambiente agiato, ma parliamo comunque della fine degli anni '50 / inizi anni '60, quando le moglie non erano esattamente incoraggiate ad avere una propria carriera.
Infine, non so perché e non ho mai trovato una sua dichiarazione a riguardo, lei si firmerà sempre Ursula K. Le Guin, dando quindi precedenza al cognome del marito. Cosa curiosa per una scrittrice femminista. Non so se comunque il cognome Kroeber rimaneva piuttosto impegnativo e Le Guin suonava a tutti gli effetti molto bene. Considerando il caratterino della signora in questione (ci terrà a far sapere a tutti che una volta l'hanno costretta a firmarsi solo U.K. Le Guin per non far capire che era una lei, ci è rimasta malissimo e se l'è legato al dito per i successivi sessanta anni circa), credo però che l'essersi legata a Charles fosse una cosa che faceva parte della sua identità personale.

A questo punto dire "si interessa di filosofie orientali" fa molto New Age e non mi pare sia il caso. Meglio dire che studia a fondo il taoismo, le teorie anarchiche pacifiche (pur non riconoscendosi mai in tali idee e continua a interessarsi delle discipline in cui è cresciuta immersa, psicologia e antropologia.
Tutto ciò fluisce senza soluzione di continuità in tutti i suoi scritti, che siano storie "per bambini" o riflessioni sulla società.
Un occhio attento, conoscendo tutto ciò che l'ha influenzata, ne segue le tracce nei suoi scritti e che tuttavia, a ben vendere, sono riflessioni in forma narrativa di chi ha visto come testimone l'incontro di civiltà diverse con la consapevolezza che qualsiasi pretesa di superiorità è illusoria fino ad apparire ridicola.

Non c'era probabilmente altra forma che il fantastico in senso lato e il fantascientifico e il fantasy in senso più stretto per imbrigliare le riflessioni sulla società e sui singoli di questa donna.

Dire che ha voluto elevare la letteratura di genere verso una letteratura più alta mi sembra ridicolo.
La sua speculazione ha forma letteraria. E dato che al mercato letterario piace incasellare romanzi e racconti in generi, lei si è trovata a scrivere Fantasy e Fantascienza. Con buona pace, per altro, di chi li considerava generi contrapposti e inconciliabili.

Di certo la sua formazione così particolare, il contesto in cui è cresciuta, le ha dato una consapevolezza diversa. Mi chiedo come osservasse le ragazze della sua generazione, magari le sue compagne di studi, perfettamente immerse nel proprio contesto culturale, lei che già sapeva che il contesto culturale è tutto sommato un accidente che ci è capitato, pieno di convenzioni ridicole. La immagino aggirarsi per gli anni '50 come certe protagoniste di suoi racconti, aliene in un mondo straniero, che si sforzano di comportarsi come si conviene perché offendere gratuitamente gli altri è sempre brutto, e intanto annotano, ragionano, si sforzano di capire sempre pregiudizi.
È questo sguardo sul mondo, quello di chi a quel mondo non appartiene mai del tutto e che tuttavia non ha l'arroganza di definirsi superiore, che più di qualsiasi altra cosa mi è rimasto addosso.

Come tutte le nonne, alla fine mi ha insegnato un modo di pensare.


martedì 28 maggio 2019

Gli Spiriti non dimenticano (un ricordo di Vittorio Zucconi)


È difficile che si incontri un autore perché parla proprio di una cosa che non ci piace.
Eppure il mio incontro con Vittorio Zucconi è stato proprio così. 
Sono da sempre di quegli italiani che seguono il calcio solo per i mondiali e più che altro per fare conversazione. Così, in occasione di un qualche mondiale della mia adolescenza, quale non ricordo, ho iniziato a leggere qualcosa sul giornale che circolava per casa, La Repubblica. E mi sono imbattuta negli articoli di Vittorio Zucconi che rimarrà per me colui che mi obbligato a guardare almeno i risultati delle partite per capire di cosa parlasse. Perché le parole di Zucconi, la sua ironia piena di buon senso, mi hanno stregato e ho iniziato a leggere quasi qualsiasi cosa scrivesse, compresi gli articoli sul calcio. Ricordo che in Erasmus usavo la mia ora quotidiana di connessione per leggere una serie di blog, tra cui il suo, dedicato in gran parte al calcio.

Naturalmente dal calcio sono passata a leggere Zucconi anche su argomenti un po' più seri e, in tempi più recenti, ad ascoltarlo alla radio. Proprio su radio Capital, a modo suo, aveva informato gli ascoltatori sulle sue condizioni di salute, parlando di un "lungo, speriamo lunghissimo, ultimo viaggio verso l'Ovest". La sua apparente leggerezza non mi aveva ingannato neppure per un istante (le dirette che da giornaliere si erano fatte saltuarie mi avevano già detto tutto), ma ne ho ammirato tantissimo il coraggio.

Di lui, però, mi rimane un ricordo particolare, legato a un libro, preso in biblioteca quando avevo diciassette o diciotto anni, Gli spiriti non dimenticano
Non lo prendo in mano da allora, eppure è uno di quei libri apparentemente non così memorabile e che, pure, rimane impresso a così tanti anni di distanza. 
Vado a memoria in questa mia quasi recensione, quindi abbiate pietà.

Gli spiriti non dimenticano racconta in uno stile che è a metà tra l'inchiesta giornalistica e il romanzo, la vita del capo Sioux Cavallo Pazzo.
Ricordo che ciò che mi era rimasto impresso era proprio l'approccio. Zucconi non finge di essere altro che un giornalista italiano. Il suo lavoro di documentazione è stato minuzioso, ma il suo sguardo è non può essere diversamente, quello di un europeo, lontanissimo dalla realtà degli indiani delle grandi praterie. Si sforza di immaginarsi come doveva essere la vita, come dovesse essere il sentire di quelle genti (ricordo in particolare un passaggio su quanto dovesse essere bello essere bambini tra i sioux) ma quando questo sforzo di immaginazione diventa eccessivo non lo forza. Cavallo Pazzo era un capo ma anche uno sciamano. L'aspetto religioso agli occhi della sua gente era più importante di quello militare. Cosa significasse davvero essere uno sciamano, anzi un "uomo strano", Zucconi non lo sa. Non tira a caso. Non inventa. Lì si ferma la parte romanzata. Riporta affermazioni di chi ne sa più di lui, ma ammette il limite oltre al quale non può spingersi.
Questo libro, letto da ragazza, mi ha aperto un mondo. Di lì a poco mi sarei appassionata, sia pure senza mai approfondire oltre un tot, alla storia dei nativi americani. Ma mi ha anche insegnato un metodo.
Non si può fingere di essere ciò che non si è. L'immedesimazione porta a rendere vividi sulla pagina personaggi diversissimi da noi e tuttavia esiste un limite oltre cui non ci si può spingere.
Ne Gli spiriti non dimenticano c'è un tentativo di ricostruzione non solo della storia, ma anche della psicologia e dei pensieri di Cavallo Pazzo. Fin dove è possibile a un giornalista italiano. Non di meno, non di più.

Vittorio Zucconi era ironico fino ad essere provocatorio. Sapeva fare il suo mestiere, che era il giornalista. Raccontava ciò che sapeva e su questo esprimeva delle opinioni, a volte trancianti. Ma si fermava sempre prima di fare un passo in terra incognita e sentenziare su ciò che non conosceva.
Per questo, più di qualsiasi altra cosa, mi mancherà moltissimo.

lunedì 7 gennaio 2019

Ritrovato e perduto – letture



Trovare in libreria, senza essermelo aspettato, un corposo volume di racconti della mia autrice preferita, Ursula K. Le Guin, è stato uno dei più bei regali di questo Natale.

Ritrovato e perduto è una strana antologia. Le precedenti antologie che avevo letto (I dodici punti cardinali, La rosa dei venti e Su altri piani) erano tutte state curate dall'autrice stessa e ogni racconto era introdotto e contestualizzato. La mia prima impressione, qui, invece, è di essere di fronte di una raccolta fatta un po' a casaccio, dove storie fantascientifiche si intersecano a racconti realisti, mini saghe, fa poi irruzione il fantasy e si torna infine alla fantascienza.
Molti racconti sono legati a saghe più ampie, ben 7 sono legati al Ciclo dell'Ecumene, che raccoglie la maggior parte della produzione fantascientifica dell'autrice, tre invece sono legati alla saga fantasy di Terramare e hanno tutt'altro impianto stilistico.
Tutti i racconti, però, sono conclusi in loro stessi e in effetti, proprio la natura meticcia di quest'antologia può dare un'idea dello spessore stilistico e contenutistico dell'autrice.

Questioni di stile
Proprio sullo stile vorrei spendere qualche parola prima di analizzare i racconti che più mi hanno colpito.
Ursula K. Le Guin è qualcosa di unico. È nata nel 1929 in California, ma la sua formazione è impregnata da una parte di antropologia culturale (il padre era un famoso antropologo, studioso delle culture dei nativi americani) e dall'altro di letteratura europea (si è laureata in letteratura rinascimentale italiana e francese, leggeva e scriveva anche in queste due lingue). Ne risulta uno stile molto poco "americano", che al senso dell'essenzialità unisce l'eleganza stilistica di una prosa morbida in cui c'è un costante ricerca della parola giusta, dell'unico aggettivo perfetto. La sua è una prosa allo stesso tempo semplice e ricercata. Il lettore deve arrivare esattamente là dove l'autrice vuole che arrivi, attraverso una serie di suggestioni mai banali.
Purtroppo io la leggo in traduzione, ma leggo anche in traduzioni le due autrici che secondo me hanno uno stile in qualche modo affine al suo: Marguerite Yuorcenar e Alice Muroe.
Ci tengo molto a questo punto. Si parla sempre dei temi della Le Guin e sicuramente lei si definiva una scrittrice anarchica e femminista, dando quindi maggiore importanza al cosa scriveva. Sta di fatto che a me sembra al livello di gente molto premiata anche per il come scrive.

Una scrittrice anarchica e femminista
Se c'è una parola che può unire questi racconti così diversi è proprio "femminismo".
A volte il femminismo della Le Guin non sembra tale. Ci sono romanzi interi che hanno protagonisti uomini in mondi di uomini e di sicuro e di sicuro il femminismo della Le Guin non è del tipo che va a bruciare i reggiseni in piazza.
Le sue donne, e questi racconti ne sono pieni, sono fatte di granito. Possono essere scheggiate, abrase, levigate, ma resistono, vanno avanti con una capacità di resilienza che fa quasi paura. Non lottano contro gli uomini, vanno avanti nonostante gli uomini, sperando di trovarne qualcuno da guardare da pari. Sono donne che portano avanti la vita, la famiglia, i loro sogni in mezzo situazioni che, per lo più, sono complicate dagli uomini, dove sono gli uomini che dettano le regole e tuttavia, come acqua che filtra, loro trovano sempre una strada. Sono eroine silenziose. Lavoratrici, schiave che mandano avanti nonostante tutto le tenute, vecchie contadine. La vera differenza è che sono o diventano consapevoli del loro valore, dell'importanza che hanno nella società. E con ferma gentilezza rivendicano ciò che è giusto.
L'anarchia è meno immediatamente percepibile. Come diceva la Le Guin, non è l'anarchia di chi piazza bombe che le interessa, quella è solo delinquenza. È l'utopia di un mondo che non ha bisogno di regole esterne, perché ciascuno ha già una propria rettitudine interiore. È un'utopia che lei stessa sa essere illusoria (uno dei suoi romanzi più premiati ci racconta l'orrore dietro l'apparente messa in pratica di un'utopia simile). Eppure tendere a un ideale ci migliora. Tutti i suoi protagonisti, in qualche modo, sovvertono in modo spesso silenzioso e sempre non violento le regole in cui sono immersi. Cercano una strada loro, più giusta, anche se destinata al fallimento.

Uno sguardo disincantato e dolce
La Le Guin racconta con dolcezza cose terribili. Non c'è nulla di ingenuo o favolistico nel suo sguardo. Le giuste rivolte portano sempre a violenza indiscriminata, gli ideali si fanno dittatura e non c'è limite al dolore che gli uomini possono infliggersi. Non c'è nessun dio salvifico, forse una speranza nel trascendente, che tuttavia non è mai certezza e comunque poco influenza questa vita. Tuttavia c'è sempre dolcezza. La pace è qualcosa di interiore, da costruire dentro di sé, con l'altro (poco importa se l'altro è un coniuge, un compagno, figli, amici, l'idea di "famiglia" è estremamente fluida) ed è possibile. Anche se effimera, fragile, in equilibrio sull'abisso, tuttavia esiste.

Racconti memorabili

Herne
Del tutto inaspettato in quella che si presenta come un'antologia di fantastico, è saga famigliare.
Racconta quattro generazioni di donne, che per vari motivi si trovano sole, in Oregon, dalla fine dell'800 agli anni '70 del novecento.
Ognuna a modo suo, queste donne sono delle pioniere, apritrici di piste. La prima è una pioniera nel senso letterale del termine, vedova, si sposta a ovest con i figli, fonda un nuovo paese. La seconda non accetta il tradimento del marito, preferendo vivere la donna divorziata. La terza accetta di portare avanti una gravidanza frutto di uno stupro e la quarta non rinuncia alle proprie ambizioni in nome delle convenzioni sociali. I quattro punti di vista si intersecano e si mescolano, dando a intendere quanto poco i mutamenti storici cambino le difficoltà delle donne sole, che sempre battaglie da combattere, quasi sempre in silenzio, senza neppure che i vicini si accorgano della lotta.
Mi ha dato molto da pensare questo racconto, non fosse altro per il fatto che non avevo mai letto una storia ambientata in quegli anni nell'America rurale raccontata da un'ottica esclusivamente femminile. E già questo mi ha fatto pensare.

Una storia alternativa o un pescatore del mare interno
Questo è un racconto il cui fascino sta ai bordi. A ben vedere è una banale storia di paradosso temporale e una storia d'amore piuttosto prevedibile. Ci porta però in un mondo dallo strano fascino, con convenzioni sociali spiazzanti, raccontate con la normalità di chi le vive abitualmente. E commuovente, ai bordi, accennata e non approfondita, è la storia della madre del protagonista. È un'aliena (una terreste), proveniente da un luogo lontanissimo, giunta in qualità di ambasciatrice. La Le Guin ingloba nei suoi racconti fantascientifici la teoria della relatività senza aggirarla, se non con l'ansibile (uno strumento che permette la comunicazione istantanea). Quindi questa donna è ancora giovane su un mondo alieno quando la sua famiglia, sulla terra, è morta da secoli. Suo figlio vorrebbe fare la medesima scelta. Nella domanda inespressa sul prezzo pagato dalla madre sta il fascino del racconto.

Il giorno del perdono; un uomo del popolo; Liberazione di una donna; Musica antica e le schiave
Questi quattro racconti compongono una mini saga all'interno dell'antologia. Ci portano tutti a Werel, un mondo schiavista in cui l'arrivo di gente di altri mondi, porta inevitabilmente alla ribellione degli schiavi. Si alternano, nei racconti, cinque punti di vista, tre di ambasciatori di altri mondi, uno di un esponente della vecchia aristocrazia schiavista e quello di una schiava che riesce a liberarsi.
Il racconto più forte è senza dubbio Liberazione di una donna, il memoriale della ex schiava, Rakam. La liberazione di Rakam, a livello burocratico, avviene quasi per caso, per il benintenzionato ma avventato gesto del figlio del padrone. Da un giorno all'altro gente non istruita, che non è mai stata altro che schiava si trova alla mercé di tutti. Le esperienze peggiori Rakam le vive infatti subito dopo questa avventata liberazione, da cameriera privilegiata viene presa, stuprata, costretta a prostituirsi. Diventa tuttavia consapevole della sua esistenza come individuo. Rakam lotta per una vita diversa, che passa per due punti essenziali, l'istruzione, osteggiata in primo luogo dai suoi ex-compagni schiavi (che cosa te ne fai di una conoscenza che non ha fini pratici? Le chiedono quando si appassiona alla storia) e il riprendere possesso del proprio corpo. Rakam è una persona mite, non ha certo il carattere di una rivoluzionaria, ma è tenace. Persegue con ostinazione la propria strada verso la libertà, costellata di dolore e di perdite, di tradimenti e la sua strada, inevitabilmente, diventa un modello per altri.
Dopo il finale dolce della storia di Rakam, arriva come una doccia fredda l'ultimo racconto, a ribaltare la prospettiva. Musica Antica è il nome di un inviato dell'Ecumene, la federazione di pianeti, che fin dall'inizio da aiutato la rivolta degli schiavi. Ora lui stesso si trova nel mezzo dei combattimenti. Vede la violenza che gli stessi "liberatori" infliggono a quegli schiavi che erano rimasti tali per semplice mancanza di alternative. La brutalità dei vecchi signori e dei nuovi liberatori si equivale. Il racconto si conclude con una bambino da seppellire, tanti interrogativi su una violenza nata come giusta ma poi diventata solo violenza, e poche risposte.

Il trovatore
Il trovatore ci porta verso il fantasy classico. Anche questa è una storia di ricerca di libertà attraverso la conoscenza e di ideali che possono trasformarsi in qualcos'altro. 
È di fatto una mini saga condensata. Un altro autore ci avrebbe fatto dieci romanzi, la Le Guin lo condensa in un racconto. Ha uno dei passi più strazianti di tutte le sue storie, la morte di una schiava portata per la magia che usa fino alle sue ultime energie per permettere al protagonista di sopravvivere. Come molti dei racconti della saga di Terramare, a chi appartiene, anche se è perfettamente indipendente, è pensato come la trascrizione di un racconto orale. Provate a leggerlo ad alta voce a qualcuno e vi assicuro che rimarrà incantato.

Nell'alta palude
Nella sua semplicità, questo racconto, che già conoscevo, è uno dei miei preferiti.
C'è un mago impazzito in fuga. Si ferma, quasi per caso, in un villaggio, accolto da una donna sola, dove inizia a curare il bestiame.
È un racconto molto più semplice di altri presentati qui, eppure mi commuove sempre. Mi commuove l'intesa tra il mago e la donna, che non ha nulla dell'attrazione sessuale, è un accettarsi nella diversità, accettando anche di non potersi capire. Mi commuove la condizione del mago, la cui mente non è libera, può fare grandi cose, può compiere grandi danni. L'istinto della saggezza direbbe di ucciderlo o rinchiuderlo per la sicurezza di tutti. Insomma, è un pazzo che può asservire le anime della gente! Vince invece la fiducia e anche, se vogliamo, l'idea del lavoro come cura e riabilitazione. Il mago scopre di poter guarire gli animali, ha un lavoro da fare, una sua utilità e pertanto, in barba alla saggezza, chi dovrebbe rinchiuderlo decide di non farlo.
Sarà banale, ma mi scappa sempre la lacrimuccia sul finale.

Paradisi perduti
Chiude la raccolta un romanzo breve, che come tale era stato già pubblicato da Delos.
Ne avevo già parlato e quindi vi rimando alla vecchia recensione, qui

Sono stata lunghissima e me scuso.
Per tutta la vita, questa autrice, più o meno coetanea di mia nonna, mi ha mostrato la strada. Ho preso in prestito per la rete il nome di un suo personaggio che era, tra le altre cose, ben prima che lo diventassi io, una madre adottiva. Senza le sue opere non sarei la persona che sono, la mia mente non si sarebbe formata allo stesso modo. 
Anche adesso che non c'è più, continua a mostrarmi la strada.
Per una volta ho davvero un debito di riconoscenza verso Mondadori che ha deciso di tradurre un'opera che probabilmente pochissimi leggeranno, qui in Italia, ma che è davvero cibo per la mente.

mercoledì 14 marzo 2018

Viaggio nei viaggi di Ulisse nella canzone

Ogni tanto capita di fare una lezione più per propria curiosità che per ragionato intento didattico. Oltre tutto non è neppure detto che poi esca male. E così io e la mia valente prof di sostegno (nel senso che spesso e volentieri quella che ha bisogno di sostengo sono io e non la classe) ci siamo inoltrate nell'Ulisse della canzone (non solo) italiana.
Che ci fossero parecchie canzoni ispirate alla figura di Ulisse lo sapevo, quante non lo sospettavo. Alcune le conoscevo, ma non le avevo mai ascoltate, altre sono state del tutto una sorpresa.
Voglio condividere qui qualche tappa e qualche considerazione

Ulisse – Enrico Ruggeri
Bella canzone, ma che mi racconto un Ulisse particolarmente antipatico. Insomma, Penelope, è vero che ti ho tradito e ti lascio a casa ad aspettare, ma cosa ci vuoi fare, sono nato marinaio, se non puoi capirmi non è colpa mia, è una mancanza tua.
Premio pazienza a Penelope. Se ero al posto di questa santa donna, Ulisse finiva soffocato con la famosa tela.

Odysseus – Francesco Guccini
Che io ami Guccini l'ho scritto anche nel post scorso, quindi questa è tra le canzoni che conoscevo. E niente, questo Ulisse vecchio, nato contadino, che ha scoperto il mare e l'avventura e, ormai vecchio, non riesce più a rimettere in fila i ricordi mi commuove sempre. Anche se immagino che anche questa Penelope sia parecchio esaurita.

Itaca – Francesco Camattini
Autore e canzone mi erano del tutto sconosciuti. Mi sono innamorata all'istante di questa canzone, adattamento, scopro di una poesia di Kavafis. Valore aggiunto alle mie orecchie, la presenza del violoncello, il mio strumento preferito in assoluto.
"La gloria di non essere eroe", chissà che non sia più facile non essere eroe che esserlo davvero. Che bello pensare a un Ulisse alternativo che volge lo sguardo a Itaca, brutta e povera e scopre la difficoltà di non essere eroe.

Itaca – Lucio Dalla
Classico sempre piacevole da riascoltare. Qui ad avere la parola sono i rematori della nave di Ulisse. Ho un rapporto ambivalente con l'ultima strofa. Da una parte riconosco in questo finale il sentire di tanti lavoratori che si lamentano, si lamentano, ma sotto sotto sono soddisfatti della barca per cui stanno remando e del viaggio che stanno compiendo. Dall'altra credo davvero che il marinaio voglia solo tornare a casa, dopo una guerra che non ha scelto e viva come una maledizione la fame di avventure e di conoscenze dell'Ulisse di turno.

 Penelope – Joan Manuel Serrat
Contributo, questo, della collega di sostegno/spagnolo.
Purtroppo il mio spagnolo non mi permette di apprezzarla al meglio. Mi è stato spiegato che racconta la solitudine di Penelope che, è inevitabile, neppure il ritorno di Ulisse ormai può colmare.

Mi sono imbattuta poi in Caparezza, che non ha nessuna intenzione di fare come Ulisse e cederebbe volentieri alle sirene, nel concept album della PFM, da cui forse mi aspettavo un guizzo in più, ma che mi riservo di ascoltare con più calma. Ho vagato nel web alla ricerca di una canzone di Tiziano Ferro che mi era stata segnalata, ma non ho trovato, imbattendomi invece in un'esperimento rap che, però, di Ulisse mi pare porti solo il nome.
Nella necessità di tornare alla mia Itaca ho tralasciato chissà quali altre canzoni, ma mi sono concessa una pausa con la vecchissima parodia del Quartetto Cetra, che mi ha ancora strappato un sorriso

Non mi resta, a questo punto, che chiedere a voi cosa ne pensate di questo viaggio musical/letterario

lunedì 5 febbraio 2018

Ancora su Ursula K. Le Guin

A volte è nel momento della scomparsa di un artista, quale che sia il suo ambito di espressione, che si ha la misura esatta dell'amore che il pubblico conserva per lui.
Sapevo la notizia della scomparsa della mia autrice più amata mi sarebbe giunta, ma pensavo in sordina. Perché comunque andarsene a 87 anni non vuol dire scomparire prematuramente nel fulgore del successo, perché era un'autrice principalmente di fantastico e il fantastico in Italia si sa che interesse suscita, perché il suo capolavoro è fuori catalogo ormai da un decennio e, fatta eccezione per la produzione fantasy in senso stretto, andare a reperire anche i romanzi ancora in catalogo è una bella odissea tra millemila editori.
Invece è arrivato subito un messaggino dal gruppo wa del gruppo di lettura. Che è un gruppo che legge classici e quindi, anche se c'è uno zoccolo duro di amanti del fantastico, non mi aspettavo questa attenzione.
Apro fb e quasi tutti i miei contatti, compresi degli insospettabili stanno parlando di lei.
Persino su due quotidiani nazionali che mi capitano per le mani (il Corriere e La Stampa) spuntano due articoletti di poche righe, sì, ma che trasudano amore (in uno, non ricordo quale dei due si prende ancora in giro le vecchie copertine delle edizioni Nord che, in effetti non avevano nulla a che fare con i suoi libri, per altro ottimamente tradotti).
Questo, suppongo, vuol dire che i libri generano amore. Un amore che supera l'oceano e il tempo. Che certe letture si fissano nella memoria e a quarant'anni di distanza si ricorda con affetto anche l'arrabbiatura per la copertina improponibile.


Tra le millemila cose saltate fuori, c'è la foto di questo articoletto del 1978 scritto da lei medesima in Italiano. Non lo conoscevo. Sapevo di lei che aveva studiato letteratura italiana e francese e che aveva visitato Venezia (a cui ha dedicato un racconto meraviglioso).
Al di là della simpatia che mi ha suscitato, queste poche righe fugano i miei ultimi dubbi sul fatto che amasse e leggesse la letteratura italiana contemporanea, dimostrandomi ancora di più che la letteratura non ha nazionalità e genere. Arriva, quando ha la potenza di farlo, ovunque.

mercoledì 24 gennaio 2018

Grazie per tutto, Ursula K. le Guin

1929 – 2018

Nell'ovest oltre l'ovest
su un vento diverso da questo
la mia gente ancora danza.

Te ne sei andata dopo una vita ben spesa.
Non ho dubbi sul fatto che il tuo spirito stia danzando nel vento, in forma di drago.
Io posso dirti solo GRAZIE.

Grazie per aver scritto.
Grazie per aver lottato per far sentire la tua voce, dall'inizio fino alla fine.
Grazie per esserti fatta amare anche qui e aver fatto in modo che le tue opere giungessero fino a me, dall'altra parte dell'oceano, anche a decenni dal momento in cui le hai scritte.
Grazie per aver segnato la mia vita, con le tue opere arrivate sempre al momento giusto.

Grazie per tutto quello che ho imparato nelle tue opere e che è diventato una parte di me:
Che l'oscurità sta dentro a ciascuno e va accettata più che combattuta.
Che si può essere persone complesse con desideri semplici. 
Che ogni persona, e in special modo ogni donna, può aspirare a diventare ciò che desidera, senza che vi sia un giusto o uno sbagliato.
Che il coraggio non sta nello sconfiggere o dominare i draghi, ma nel sostenerne lo sguardo.

Grazie per avermi accompagnato nell'età adulta.
Grazie per quello che mi hai mostrato:
Che le utopie sono sempre ambigue, eppure vale la pena di combattere per esse.
Che si può combattere disarmati, anche solo scegliendo di cambiare strada.
Che non si può cambiare senza essere cambiati, né apprendere senza coinvolgimento.
Che ogni abbraccio è effimero e si regge sopra abissi di solitudine e disperazione eppure è in grado di dare un senso anche all'abisso.

Grazie per il volo del falco.
Per le mani vuote.
Per tutte le strade che si allontanano da Omelas.

mercoledì 31 maggio 2017

Nei '90 della mia adolescenza


Moz è stato il primo a invitarci a questo viaggio nei ricordi.
Come per Chiara, anche per me, classe 1980, il decennio della mia adolescenza è quello degli anni '90.
Non rimpiango molto la mia adolescenza, le paturnie, l'accettazione di sé e un carico di lavoro, tra liceo classico e atletica a livello agonistico, che neppure nei miei periodi più intensi ho mai più uguagliato. A guardar indietro adesso, però, a parte quella stanchezza terribile della versione di greco da fare nel dopo allenamento, i ricordi piacevoli prevalgono.

La mia non è stata un'adolescenza standard. Ero uno strano esemplare di nerd atleta che univa gli interessi stravaganti dei nerd, quando i nerd non erano di moda, alla vita monacale dell'atleta eppure erano proprio queste mie due identità a darmi maggiori soddisfazioni.
Nell'estate tra la seconda e la terza superiore ho avuto la mia grande crisi d'identità e ho deciso che non me ne importava più niente di nessuno e sarei stata solo ciò che volevo essere. Ho mollato di punto in bianco il bellissimo e fighissimo liceo privato dove giravo come un'aliena in mezzo a figli di papà per lo sgangherato liceo pubblico con l'aula magna che rischiava letteralmente di crollare a ogni assemblea. Non so se sia stato un caso o destino o altro (in quel periodo ho letto un romanzo che usava la suggestiva frase "camminare sulla strada del dio") ma entro la fine dell'anno scolastico sono successe tre cose. Non ho avuto problemi a inserirmi nella nuova scuola e ho trovato persino delle compagne più nerd di me. La società di atletica in cui militavo si è fusa con un'altra che aveva un allenatore specializzato in mezzofondo e una squadra femminile di corsa di resistenza, al di là dei risultati sportivi (di cui, lo ammetto, vado fierissima tutt'oggi, con un ottavo posto agli italiani), venerdì andrò al matrimonio di una di quelle ragazze, giusto per dare un'idea dei legami che si formano correndo. Infine, per una ricerca scolastica sono andata in biblioteca e ho trovato il volantino di un gruppo archeologico. Vi ho trovato Alfa dei Misteri, una delle persone migliori in cui mi sia imbattuta. Lui mi ha subito coinvolta nel mio primo scavo archeologico, dove ho incontrato due ragazzi. Uno è stato il mio primo fidanzato, il secondo lo vedo tutt'ora ogni settimana per la serata gioco di ruolo.
Essere una nerd atleta, da un certo punto in poi, non è stato più un motivo d'esclusione. È stato bellissimo.

Questa lunghissima premessa era necessaria, credo, per raccontare i miei anni '90.

Televisione
Quale televisione? Battute a parte, ne guardavo veramente poca, perché le mie giornate prevedevano un'ora e mezza di allenamento e alle 21.30 crollavo addormentata ovunque fossi. C'è però, un telefilm che una come me non poteva non amare.

X files solleticava in mio senso del mistero e il mio gusto per l'avventura. Dana era un modello di donna in cui potevo riconoscermi, che non abdicava alla propria intelligenza e seguiva fino in fondo la propria vocazione. Inoltre mi è sempre piaciuto il rapporto di complicità e fiducia, prima che di attrazione o amore che aveva con Mulder. Ricordo che riuscivo quasi mai a vedere fino in fondo una puntata e per ricostruire la cronologia precisa degli eventi mi affidato a un'amica che mi riassumeva quanto mi ero persa.

Film
Due film per me sono stati, più di ogni altro, dei cult, negli anni '90.
La leggenda del re pescatore. Questo film sembrava girato per me. Non so quante volte ho riguardato la videocassetta, presa per caso insieme a un giornale, ma ogni volta la ricerca del santo graal a New York mi commuoveva. Ero nel mio pieno periodo medioevale. Mi stavo leggendo tutta l'epica medioevale francese (compresa la versione integrale de la Chanson de Roland in lingua originale). Questo film mi diceva con dolcezza che stavo vivendo in un mondo in cui solo i folli potevano essere ancora puri cavalieri, ma che alla fine non importava e se qualcosa avviene anche solo nella nostra mente, non è detto che non sia importante. Penso ancora che sia un gioiello da riscoprire, con i fazzoletti a portato di mano.
L'ultimo dei Mohicani
Prima che tutte le mie compagne impazzissero per il Leonardo di Caprio di Titanic io avevo dato il mio cuore a un altro personaggio cinematografico e a un'altra idea di storia d'amore. Come solo nell'adolescenza può succedere, L'ultimo dei Mohicani ha segnato il mio immaginario e definito l'estetica del mio uomo ideale. Alto, magro e con i capelli lunghi. Bravissimo a fare il suo lavoro, rude all'occorrenza, ma pronto a stringere con una donna un rapporto paritario, basato sul rispetto e sul riconoscimento del reciproco valore. Ogni volta che lo riguardo un po' torno l'adolescente che ero e un po' mi vergogno di questo mio lato più sfacciatamente romantico.


Libri
Da brava nerd, leggevo tantissimo, sopratutto d'estate. Quindi temo di dover distinguere tra i libri che mi sono portata dentro e hanno contribuito alla mia formazione e quelli che sono stati importanti allora e di cui oggi un po' mi vergogno ma che so di aver letteralmente consumato.
Il decennio, nel '91, si è aperto con la scoperta del fantasy e con l'incontro con Il signore degli anelli, che da un lato mi ha instradato verso altre letture del genere (molto amata allora La grotta di cristallo di Mary Stuart e i primi tre romanzi de La saga di Earthsea della Le Guin), dall'altro mi ha dato la consapevolezza che non si può creare una nuova epica senza delle solide basi. Da qui l'immersione nell'epica medioevale, dalla Chanson fino all'Orlando Furioso, passando per tutte le leggende arturiane, che mi ha tenuto compagnia negli anni delle medie (un pensiero alla mia vita sociale di quel periodo, visualizzatemi intenta a queste letture di fianco a una tredicenne media con in mano Cioè). L'incontro con Il nome della rosa a quel punto sembrava scritto nel destino e quella lettura mi ha traghettato al liceo, dove approfondire i classici e gli antichi, per fortuna, non era cosa strana. Troppo immersa nel passato, negli anni '90 ho ignorato quasi del tutto gli autori del '900, con l'eccezione di Borges, scoperto per caso in solaio, che mi ha dimostrato senza ombra di dubbio che il fantastico può essere alta letteratura.
In mezzo a tutti questi classici, leggevo anche un sacco di libri di consumo, compresi di Harmony di mia mamma. In quel marasma c'è una serie che nella mia adolescenza ha avuto un peso non indifferente. Si tratta della Saga di Darkover di Marion Zimmer Bradley. Ho trovato la mia prima amica nel nuovo liceo proprio grazie a questi libri. L'anno scorso me ne sono ricapitati in mano un paio e ho subito capito perché fossero stati così importanti all'epoca. Ci sono tre caratteristiche essenziali. I personaggi si facevano una quantità di problemi che sono un adolescente può capire. Non importa quanti anni avessero, erano sempre dei sedicenni in preda a quell'ansia esistenziale che solo a sedici anni si vive davvero. I dilemmi etici erano sempre portati all'ennesima potenza, pur in assenza di un assoluto morale. Si parlava di sesso. Con l'eccezione di un unico romanzo che infatti era introvabile e se ne favoleggiava solo, non era descritto in modo esplicito, ma era una presenza costante e approcciata senza tabù. Col senno di poi credo che, anche se all'epoca negavo che fosse quello un motivo d'interesse, per una timida adolescente di provincia fosse un particolare con la sua importanza.

Fumetti

Magico Vento
Nell'estate del 1997 è uscito il primo numero di Magico Vento, acquistato ovviamente (non lo avrei ammesso neppure sotto tortura) perché il protagonista era ricalcato sul Nathan de L'ultimo dei Mohicani, è tutt'ora il mio più grande amore fumettistico. Adesso il fumetto è diventata una passione e posso dire di averne letti abbastanza per capirci qualcosa, ma questa serie continua ad avere nel mio cuore un posto speciale. Vorrei dire recuperatela e leggetela, ma temo sia quasi impossibile. 
Questo fumetto è cresciuto con me, mi ha accompagnato in tutti i miei spostamenti, mi ha aperto a un mondo più vasto e introdotto alla cultura dei nativi americani e convinto. Ci sono alcuni albi che mi hanno seguito in quattro o cinque abitazioni differenti e ora spettano che la pupattola abbia l'età per leggerli.

Oggetti
Salto a pié pari la parte sui vestiti. L'unica cosa che allora per me avesse importanza, in questa categoria, erano le mie scarpe da corsa Adidas, che consumavo a una velocità impressionante.
L'oggetto di quegli anni, per me è questo:
La mitica scatola rossa di D&D, l'introduzione imprescindibile al gioco di ruolo. Ancora oggi i miei dadi sono quelli della scatola rosso (temutissimi, quando masterizzo io). E ancora oggi alcune delle persone al tavolo da gioco sono le stesse degli anni '90.
So che c'è ancora chi dice che siano passatempi che distolgono dalla realtà. Io facendo rotolare i dadi ho cementato molte delle mie amicizie. I draghi, ho scoperto, si affrontano insieme, quelli immaginari  del gioco e i molti reali, senza scaglie né fiamme, della vita vera. Facendo rotolare i dadi ho conosciuto mio marito. 
Faccio davvero fatica a immaginare la mia vita non tanto senza il gioco di ruolo in sé, quanto senza quella rete di rapporti e la valvola di sfogo offerta dalla serata settimanale.
C'è una parte di me che è ancora quell'adolescente degli anni '90. E non me ne pento affatto.

Ecco qua. È stato un lungo (è tardissimo, almeno per il mio presente di risvegli notturni) e bellissimo viaggio.

Nei prossimi giorni sono un po' incasinata tra lavoro, matrimoni, zie in visita ed escursioni programmate (con la bimba in spalla, ce la farò?), quindi non so né se posterò né se leggerò i blog altrui. In generale credo che per tutto giugno il blog andrà avanti un poco a singhiozzo, ma cercherò di esserci il più possibile, perché mi rendo conto che il blog è una cosa che amo.

mercoledì 17 maggio 2017

Ognuno ha il proprio Ulisse (chiacchierando con i ragazzi di Arona su La spada, il cuore e lo zaffiro)


Non sono una fan delle presentazioni tradizionali dei libri, lo ammetto. Mi è difficile parlare a una platea che, il più delle volte, perché così vuole l'etichetta, interloquisce solo nei momenti finali dell'incontro. Mi piace farlo qualche volta, ma sono sempre in imbarazzo.
Quando incontro i ragazzi, sopratutto se posso avere una classe o due alla volta, invece, ne risulta sempre un dialogo e ho sempre l'impressione di uscirne più arricchita io di loro (loro spero sempre di non averli annoiati a morte).
Questa volta è toccato a una classe seconda del Turistico di Arona. Ragazzi coraggiosi, che hanno letto la mi antologia.
Dovevo fare un'incontro di un'oretta, siamo andati avanti due ore a parlare di mitologia.
Tutto è partito dal fatto che loro, senza saperlo, sono dei grandi fruitori di mitologia classica. Quasi tutti avevano visto come ultimo film una pellicola di super eroi, I guardiani della galassia e Logan andavano per la maggiore. Il nuovo Alien era il prossimo della lista.
Per un'oretta buona abbiamo chiacchierato di eroi e super eroi, perché tra gli eroi omerici e i super eroi Marvel non c'è alcuna differenza. L'essenza è sempre quella, esseri che sono più di uomini e meno di dei, condannati dal fato. Ammirati per capacità che non hanno scelto e che spesso creano loro più dolore che gioia.

La prima riflessione uscita è che queste storie ce le raccontiamo da millenni, sempre più o meno uguali e ci affascinano sempre. Non importa da dove veniamo, qual è il colore della nostra pelle, la nostra cultura di riferimento, nell'essere affascinati dalle storie siamo sempre uguali.

La seconda riflessione è che le storie che amiamo, ci pongono sempre dei quesiti etici e ognuno, mentre fruisce la storia, si mette alla prova, dando una propria risposta. Non ha importanza quanto vecchia sia la storia o quanto fantastica, una storia mitologica ci mette sempre alla prova. Oggi.
Già che bazzicavamo di eroi abbiamo fatto una digressione omerica e ci siamo messi per un attimo nei panni di Ettore. È un uomo che deve sfidare un eroe. Achille ha sangue divino è ovvio che vincerà e lo ucciderà. Andromaca glielo dice. Perderai, morirai, io verrò fatta schiava, tuo figlio verrà ucciso, lo sai che ho ragione. Ma Ettore si vergogna della figura che farebbe di fronte ai concittadini fuggendo dal combattimento e va lo stesso.
Nel dilemma di Ettore ci siamo riconosciuti tutti, trasposto nelle situazioni più diverse. Quella che mi è piaciuta di più è l'interrogazione programmata per cui so che non ho studiato. Andrà malissimo e i genitori si arrabbieranno, ma non andando deluderei i compagni e qualcun altro verrà interrogato al posto mio. Che faccio?
Ognuno ha dato la propria risposta sulla scelta di Ettore, ognuno, immagino, trovando una risonanza, millenni dopo, con la propria vita.

La terza riflessione è che il mito, non importa quanto sia fantastico, parla sempre del nostro presente. I nostri super eroi oggi sono gli sportivi, che fanno cose impensabili per noi, vengono osannati dalla folla, se vincono, ma a che prezzo? E se non vincono quando tutti se lo aspettano? Dalla Marvel da cui eravamo partiti ci siamo trovati a parlare di doping e di Roberto Baggio. Il peso della pressione per un rigore non deve essere diverso da quello sentito da Ettore prima di andare a combattere Achille.

Tutto questo perché c'è un racconto nella mia antologia, Ulisse e la tartaruga, in cui c'è Ulisse.
Ulisse, come tutti i personaggi mitologici, è patrimonio dell'umanità e ognuno può trovare il suo. Nella carrellata di rivisitazioni di Ulisse, da Dante, a Foscolo fino a Guccini e a Star Trek abbiamo ragionato insieme sul perché questi autori abbiamo sentito la necessità di reinventare un loro Ulisse. Perché ognuno ha il suo, ma anche perché ognuno si è sentito Ulisse.
Dante lo condanna e lo ammira, lo caccia all'inferno, ne condanna "il folle volo", ma sotto sotto, tra le righe, sentiamo che Dante vorrebbe essere Ulisse e come lui andare là "nel mondo sanza gente" (dove nessun uomo è mai stato prima, come dice la sigla di Star Trek).
Foscolo si sente affine a lui per la terra d'origine da cui è separato, la sua Zacinto è come l'Itaca di Ulisse. Abbiamo malignato sul fatto che sia Foscolo che Ulisse un po', a volte, i loro guai se li sono andati a cercare ed è per questo che, anche che Foscolo si sente come Ulisse (un ligio primo della classe dubito che sceglierebbe Ulisse come alter ego). Ma Ulisse torna nella sua Itaca, mentre Foscolo non lo sarà, la vita reale è sempre più dura del mito.
Infine, dopo aver discusso sul fatto che senza Odissea non avremmo fantascienza (del resto 2001, Odissea nello spazio non è un titolo dato a caso) e aver toccato Joyce di striscio, abbiamo ascoltato Guccini:
Solo un uomo ormai anziano (e che nella vita deve aver fatto le sue idiozie) può scrivere una canzone di questo tipo ed essere in tutto e per tutto lo stanco Ulisse che va perdendo la memoria di cui racconta.

Mi ha colpito il fatto che alla fine la letteratura "pesante" non lo sia poi così tanto. Ridendo e scherzando questi poveretti si sono beccati in un colpo Iliade, Odissea, Divina Commedia e Foscolo, cioè cose considerate la crème de la crème della noiosità e ci hanno riconosciuto i film che loro guardano, i loro eroi sportivi e loro stessi (ognuno ha le proprie Colonne d'Ercole, da superare a rischio e pericolo, ci siamo detti).
Il commento finale?
"Ci sta".

In tutto questo non vi ho detto una parola sul mio Ulisse. Essendo il mio, ha a che fare con le mie paure, che sono assai poco mitologiche e molto reali, ma mi serviva Ulisse per metterle in scena. La mia storia, quella di Ulisse e la tartaruga, ha una forma leggera, quasi comica, ma il finale non lo è. Perché così, spesso, è la vita.
Se volete scoprire il mio Ulisse, lo dovete cercare qui

venerdì 10 marzo 2017

Dal classico al fumetto, figure femminili da proporre e riproporre

E eccoci alla carrellata di figure femminile in letture poco impegnative da proporre. Tutte ragazze o donne che a un certo punto prendono in mano la propria vita, fanno la loro scelta e si rendono conto che, guarda un po', sono perfettamente in grado di autodeterminarsi. Molte fanno scelte del tutto semplice, quasi scontate, ma sono le loro. Perché quello che dobbiamo dire alle ragazze non è che debbano per forza essere astronaute, solo che possono, se lo desiderano, così come possono diventare moglie e madri, ma solo se lo desiderano davvero.

LETTERATURA PER RAGAZZI
Stargirl, dal romanzo Stargirl di Jo Spinelli.
Stargirl è una ragazza che, a ben vedere, non vuole certo fare la rivoluzione. Vuole solo vestirsi con gli abiti le piacciono, portare la sua buffa borsa e chiamarsi, appunto Stargirl. Questo basta a farla definire una "strana", a farla isolare e quello che le chiede il ragazzo che si innamora di lei è proprio di adeguarsi, essere come le altre. Ebbene, la scelta della ragazza  è un bel no. Non si rinuncia a se stessi neppure per amore, sopratutto da ragazzini.



Jo, dal romanzo Piccole Donne. Ricordato anche nei commenti all'introduzione, il personaggio di Jo è in giro dal 1880 e forse è il caso di farlo scoprire anche alle bambine di oggi. Perché lei, delle quattro sorelle, è quella che prende la difficile via della scelta. Lei è quella che sbaglia, perché questa è la caratteristica di chi sceglie, la possibilità dell'errore, ma anche quella che più di tutte, ha la possibilità di scegliere. Si fa carico della famiglia, vende i propri capelli per portare un aiuto, diventa scrittrice, all'inizio un po' per scherzo e un po' per guadagno. Anche grazie al lavoro si fa via via più indipendente, una di quelle donne di fine ottocento che iniziano prima con incertezza a camminare con le proprie gambe e quasi con sorpresa si scoprono forti.


CLASSICI
Elisabeth da Orgoglio e pregiudizio.
Molti leggono Orgoglio e pregiudizio come una storia romantica in cui alla fine l'amore trionfa. Può essere, personalmente ci vedo anche molta pungente ironia che a volte sfocia nel cinismo. Sopratutto è la storia di una ragazza di inizio ottocento che, pur consapevole della scarsa indipendenza che la società le concede e non intenzionata a sovvertirne le regole, rifiuta non una, ma due proposte di matrimonio, una più vantaggiosa dell'altra. In un mondo in cui una donna, sopratutto se senza dote, può solo pregare in ginocchio che qualcuno "se la prenda su", Elisabeth è una sorta di rivoluzionaria dolce. Il senso comune è ben esemplificato dalla sua amica, che si sposa a un uomo noiossissimo ma che "non sarà peggiore di altri", le può garantire un avvenire e le darà dei figli su cui riversare amore e affetto. Che altro si può chiedere. Elisabeth legge e pensa, ha le sue idee, le sue passioni e fa le sue scelte. E poi, certo, Darcy è Darcy, ma voi non avete avuto l'impressione, leggendo, che Elisabeth se la sarebbe cavata benissimo anche da sola?

FANTASCIENZA
Cordelia da L'onore dei Vor e Barrayan de La saga dei vorkosigan
La fantascienza, sopratutto cinematografica, ci ha regalato una serie di donne fortissime, in grado di ammazzare alieni che spuntano dalla pancia della gente come di sterminare zombie. Molte di loro, però, hanno poco da scegliere. Si trovano lì e devono ballare o morire. Per quel che mi riguarda preferisco un personaggio dagli angoli più smussati, ma non meno capace di farsi valere. Cordelia è la protagonista di due romanzi di Luis McMaster Bujold. Comandante di una missione esplorativa, si trova isolata su un pianeta sconosciuto con la non voluta compagnia di un militare in aggressivo pianeta rivale. Ovviamente scatta qualcosa tra loro, ma ci sono dei ma. Io adoro le storie d'amore dove ci sono dei ma importanti e sopratutto interni. I loro mondi sono inconciliabili, Barrayan, il pianeta di cui lui è originario ha una mentalità feudale e considera le donne poco più che soprammobili. Quindi Cordelia torna a casa e si arruola poco dopo, ovviamente contro Barrayan. E se alla fine l'amore trionfa è perché Cordelia ha avuto il tempo di ragionare e di fare le sue scelte. Tenersi l'uomo che ama, seguirlo sul suo pianeta natale e cambiare Barrayan. Porsi volutamente come esempio e modello di donna diversa, a partire dalla scelta di dare alla luce e difendere con le unghie e i denti il proprio figlio disabile.

GIALLI
Livia Ussaro da Le indagini di Duca Lamberti di Scerbanenco.
Dopo molti dubbi, poiché il giallo propone molte belle figure femminili, ho optato per Livia Ussaro, dato che il tema è la scelta. E Livia è una che le sue scelte le fa e le paga fino in fondo. Troppo intelligente per la Milano di fine anni '60, entra in scena come una ragazza alla ricerca di emozioni forti. Si delinea poi come un personaggio tutto celebrale, che vuole capire il mondo sperimentando anche il suo lato peggiore. Si fa coinvolgere in un'indagine, insiste per avere un ruolo pericoloso e finisce male. Scerbanenco non indora la pillola su quello che accade a Livia. La cosa che, però, me l'ha fatta amare moltissimo è che Livia non esce di scena così. Rimane se stessa, razionale, solida, capace sempre di chiamare le cose col loro nome e, forse, più consapevole nel scegliere la propria strada nella vita.

FUMETTI
Marjane in Persepolis di Marjane Satrapi

Al contrario che per gli esempi precedenti, qui abbiamo a che fare con una storia vera e quindi a tratti più dura e commuovente. Persepoli è un'autobiografia a fumetti in cui Marjane Satrapi racconta la propria infanzia e la giovinezza tra Iran e Europa, tra modelli culturali, sociali oltre che femminili, differenti. Appartenente a una famiglia che si oppone al regime religioso, a Marjane è richiesta una precoce consapevolezza e capacità di scelta. Non a caso, mandata a studiare in Europa per la propria sicurezza, si stupirà per la vacuità dei discorsi degli adolescenti europei, del loro menefreghismo. Commuovente e doloroso, il racconto di Marjane insiste anche sul peso delle scelte. La giovane cerca di assecondare prima le richieste della società europea, poi di quella iraniana, prima di capire quale possa essere la sua strada. E la sua strada, quella di artista che denuncia le durezze del regime, non può che portare verso l'esilio, con tutta quella lacerazione degli affetti che questo comporta. Dal fumetto l'autrice ha anche tratto un film animato che è subito diventato tra i miei preferiti in assoluto.

Avrei voluto continuare ancora e non è detto che in futuro non riprenda il discorso, ma questa sera mi è ostile la connessione e la stanchezza. Non ho toccato il fantasy, perché il mio personaggio femminile di riferimento nel fantasy già lo conoscete, è Tenar, raccontato a U.K.Le Guin ne La saga di Earthsea 
Giovane prescelta per essere sacerdotessa di divinità oscure, salva, più che essere salvata,  un giovane mago. Che non le regala il suo amore, ma del tempo per scegliere chi vuole essere. E Tenar, che non rinnega se stessa e la propria storia, sceglie di essere una donna comune. Solo molti anni dopo, ormai vedova, incontrerà di nuovo l'ormai non più giovane mago. Si rivelerà una donna fortissima, in grado di tenere testa a draghi, principi e stregoni senza né spade né incantesimi, solo con la propria saggezza e il proprio sguardo disincantato sul mondo. Mi chiedo, adesso, quanto aver incontrato da adolescente questo personaggio sia stato importante per me. Per capire che non c'è niente di male ad essere una persona dai pensieri complessi e dai desideri semplici. Per capire che genere di vita desiderare. Per capire... Chi lo sa... La storia di Tenar, alla fine, è anche la bellissima storia di un'adozione, quella della piccola Teanu. Difficile quindi non chiedersi quale sia davvero l'importanza di queste letture leggere, che però si sedimentano dentro e finiscono per sgrezzare i nostri pensieri.
Speriamo, però, di non aver portato a casa un cucciolo di drago...
Vi lascio con due immagini di Tenar, un giovane e una matura (questa dal purtroppo non soddisfacente film dello studio Ghibli). E la curiosità di sapere qual è il personaggio in cui più vi riconoscete e perché.
Il film non è un gran che, ma alla alla fine io e il Nik
ci assomigliamo proprio a questi Tenar e Ged