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giovedì 28 ottobre 2021

La mano sinistra del buio – Letture


 È il mio libro preferito. Dopo anni è di nuovo disponibile con una nuova traduzione. Non posso non dedicargli un approfondimento.


La mano sinistra del buio

Ursula K. Le Guin


Un libro sul tema dell'altro

Questo è un libro strano. Ogni sinossi, anche quella ottima di questa edizione, ne darà comunque un'impressione sfalsata. È uno di quei libri che andrebbe letto senza saperne niente, ma questo non è possibile. Si presenta, quindi, come un libro sul genere. Anzi come IL libro sul genere. Questo perché la trama, ridotta ai minimi termini è "inviato terrestre si trova su un pianeta abitato da una popolazione androgina". È, quindi, non potrebbe non essere, un libro sul genere. Ma principalmente è un libro sull' ALTRO, sull'alieno, sull'incontro di culture. 

La sua ispirazione, infatti, ha poco a che vedere con i discorsi sul genere. Il padre di Ursula era Alfred Kroeber, uno dei papà dell'antropologia culturale (l'unica materia per cui avrei tradito i miei studi di archeologa) e l'assistente di Alfred, nei primi decenni del '900, era Ishi. Ishi era l'ultimo sopravvissuto della sua etnia nativo americana, l'ultimo parlante della sua lingua. Ishi era l'altro, l'alieno. Un uomo che conosce e sa muoversi nella cultura degli invasori (Ishi lavora in università), ma che non è la sua. Anzi, maneggiare la cultura dell'invasore è l'unico modo per lasciare traccia della propria. E in qualche modo suppongo che il rapporto tra Alfred e Ishi fosse quel genere di rapporto personale che riesce a gettare un ponte attraverso il buio che separa i mondi differenti. Non solo Ishi frequenta la casa dei Kroeber (non è "il buon selvaggio" è una persona di cui viene riconosciuto il valore intellettuale in un periodo in cui raramente questo accadeva ai nativi), ma la fattoria dei Kroeber in Oregon diventa una sorta di "luogo di passaggio sicuro" per nativi e altre strane personalità (gli anarchici pacifisti che saranno fonte di altra narrazione di Ursula). Sempre il buon Alfred ha anche altri amici, che di professione fanno i fisici. Uno dei suoi migliori amici è Oppenheimer (Ursula scriverà di essere troppo poco intelligente per capire davvero la fisica moderna, considerando con chi si confrontava, va beh, forse aveva ragione). Solo la fantascienza sociale poteva tenere insieme tutte queste ispirazioni!

La mano sinistra del buio nasce da queste esperienze. È il racconto di un uomo che è solo, separato dalle barriere del tempo e dello spazio, in un mondo che è altro. Ed è il racconto di un essere umano di quel mondo che incontra l'alieno, che è infinitamente diverso da lui, per alcuni tratti persino ripugnante, e decide di fidarsi O, meglio, per usare una metafora interna, di trainare insieme la stessa slitta per un fine in cui credono entrambi. In mezzo a questo c'è tutto lo spaesamento del confronto con l'ALTRO. Un altro verso cui tutte le abituali categorie mentali sono inutili. L'incontro con l'altro è difficile, destabilizzante e foriero di disgrazie personali. La potenza di questo libro, il motivo principale per cui lo amo, è il fatto che riesca a rendere tutto ciò e che l'altro sia l'alieno e sia il terrestre. In molti romanzi i punti di vista si intrecciano. Ma in questo l'effetto è di rara potenza.


Un libro sul genere

Nell'immaginare un mondo in cui le nostre categorie mentali non fossero applicabili, Ursula immaginò un pianeta di androgini. Perché la prima cosa che spesso una persona sa di un'altra è se è maschio o femmina (la prima cosa che si chiede di un nascituro) e inevitabilmente questo incide nei rapporti, nel modo di porsi. Fu chiaro immediatamente alla stessa autrice che questa scelta spostava la sua narrazione su un piano differente, quella della riflessione sul genere. Questo è diventato IL romanzo sul genere. Non so se volevo esserlo. Di certo Ursula ha capito e accettato la sfida.

Come dicevo, ogni sinossi tende a essere sbagliata. La prima che lessi, quando avevo vent'anni, mi spaventò parecchio. Conoscevo e amavo già l'autrice e comprai il libro non potendo credere che fosse un porno spaziale come quelle poche righe lasciavano a intendere. Non lo è, infatti, nella maniera più assoluta. La questione del genere è trattata da un punto di vista molto intellettuale (persino troppo, secondo alcuni). È affidata alle osservazioni degli scienziati e a quelle del protagonista terrestre, Genly Ai, che cerca di avere alla cosa un approccio molto freddo (cerca, senza riuscirci del tutto). Meno sappiamo di cosa ne pensi il protagonista androgino, se non che a un certo punto ne è sconvolto.

Genly Ai sa che il suo lavoro consiste nell'essere ambasciatore in un mondo di androgini. Lo sa. Lo ha studiato. Eppure non lo capisce. Continua ad attribuire inconsciamente a ciascun individuo un genere preciso e questo ne sfalsa la sua percezione e i rapporti. Non può nascondere un certo istintivo disprezzo per la condizione androgina. Via via che la narrazione prosegue, le osservazioni si susseguono le une sulle altre. Questo non è un libro a tesi. Immagina e pone domande.

Quanto cambiamo nel nostro atteggiamento nel rivolgerci a un uomo o a una donna? Quanto vogliamo che le caratteristiche attribuite al nostro genere siano apprezzate? Quanto ci condiziona sapere che una donna sarà mediamente sempre meno forte fisicamente di un uomo? Quanto ci condiziona sapere che solo le donne possono partorire?

Come sarebbe una società senza tutto questo?

Le società di Gheten non sono perfette. E Ursula è figlia di un antropologo. Immagina Gheten come un pianeta gelido e il freddo condiziona le società forse più del genere. Come spesso viene notato, è difficile attribuire una caratteristica della società a una causa precisa. Però su Gheten nessuno nasce con un pregiudizio biologico. Nessuno su Gheten nasce con le etichette "più debole, dotata di istinto materno, poco portata per la matematica, portata per l'accudimento" o "fisicamente più forte, dotato per il comando e le discipline astratte, con istinto alla violenza". Tutti possono essere madre a tutti è chiesto, pertanto, l'accudimento. Nessuno ha un ruolo precluso. La società di Gheten è, anche, terribile. Ma non ci sono stupri, i bambini sono sacri per tutti e non ci sono guerre. Quest'ultimo dato è analizzato e smentito all'interno della narrazione stessa che è, anche, la storia di come qualcuno si adoperi per sventare una guerra. E tuttavia la suggestione che ci viene data è che in un mondo così paritario la sopraffazione fisica sia molto più rara che nel nostro. 

La cosa che colpisce, però, è quanto siano radicati i pregiudizi culturali legati al genere. Genly Ai è un uomo, vive da due anni su Gheten, ma ancora si aspetta che ogni interlocutore tenga conto del fatto che lui è un uomo e di ciò che questo comporta. Quando lavora con un ghetiano entra in competizione fisica e si aspetta di essere apprezzato in quanto più forte, si vergogna nel mostrarsi debole o di farsi vedere piangere. Ragiona da uomo perché è un uomo o perché gli è stato insegnato così? Il libro è del 1969. Offre molte più domande che risposte. Ma sono domande importanti. 

In questo libro è stato scelto di usare il maschile per riferirsi ai ghetiani neutri. È molto difficile immaginare Estraven, il protagonista ghetiano, se non come un "lui". Questo è parte del pregiudizio di Genly Ai, che lo pensa come un uomo. Anni dopo questo romanzo, Ursula decise di scrivere un racconto ambientato su Gheten (vado a memoria, Re d'Inverno nell'antologia Il diario della rosa) usando per tutti i ghetiani il femminile. L'ho letto. Vi assicuro che cambia moltissimo la percezione del lettore. Anche questo esperimento genera più domande che risposte. E un'unica certezza. Le parole sono importanti. Riferirci a qualcuno o a qualcosa o a una carica con il maschile o il femminile ne cambia la percezione. Ha a che fare con quella questione di immaginazione che plasma la Verità. Non è una questione oziosa.

Una questione di immaginazione

Questo libro è, per i primi due terzi, molto intellettuale e nell'ultimo terzo tutto legato all'azione e all'emotività. È uno squilibrio voluto. Questo è un libro che racconta di gente che vuole cambiare il mondo in modo radicale. Non si può portare cambiamento senza prima operare un proprio cambiamento interiore. E per cambiare il proprio modo di vedere il mondo fino a rimescolare le proprie categorie mentali ci sono alcuni passaggi da fare. La conoscenza intellettuale è il primo. Ma senza coinvolgimento emotivo non ci può essere comprensione profonda. Oggi per questa comprensione profonda abbiamo una terminologia "intelligenza emotiva". Vent'anni fa, quando lo lessi, non avevo mai sentito parlare di intelligenza emotiva e immagino che il termine fosse del tutto sconosciuto nel 1969 quando questo romanzo è stato pubblicato. Quindi Ursula se la cava con una frase bellissima, La Verità è una questione dell'immaginazione. Intende con immaginazione quell'empatia che ci permette di immaginare, sentire i sentimenti altrui fino a comprendere altre visioni del mondo. Ma questo non è facile, né indolore.

Per due terzi del libro i due protagonisti, il terrestre e il ghetiano si rincorrono, si parlano senza capirsi e si insultano senza volerlo. Senza fare spoiler, si troveranno poi, letteralmente, a trainare la stessa slitta. Isolati. Non più due alieni, ma due esseri umani che devono bastare l'uno a all'altro (o morire nel tentativo). Non sono persone qualsiasi. Genly Ai ha studiato per tutta la sua vita e ha fortissimamente scelto di essere l'inviato su Gheten. Estraven, il ghetiano ha scelto da tempo di puntare tutto sulla sincerità di Genly Ai. È anche un individuo peculiare, che riesce a infrangere due dei tre tabù che il suo popolo, straordinariamente privo di tabù, osserva. Pur con tutta la loro apertura mentale, tutti i precedenti tentativi di comprensione erano falliti. Per capire l'altro come categoria bisogna passare dal singolo e probabilmente dal trauma.  Non so se ci sia altra via, del resto quasi tutte le conversioni sono dolorose. Perché la paura dell'altro è quasi sempre paura di se stessi. Di quella parte che non vogliamo perdere, mettere in discussione per non far crollare l'idea che che avevamo di noi. Piccolo avviso spoiler. Nell'ultima parte di questo libro si piange. Almeno, io piango, tutte le volte.

Che dire ancora su questo libro? È il mio preferito. Probabilmente perché l'ho letto a vent'anni, quando cercavo una chiave di lettura per molte questioni e il tema dell'Altro mi affascinava profondamente (del resto studiavo archeologia e ero tentata proprio da antropologia culturale). E siccome sono lenta, ostinata e fedele lo amo tutt'ora. Non è un libro, ovviamente, d'azione. Chi si aspetta intrighi su pianeti ghiacciati con sparatorie e inseguimenti resterà deluso. Ha una forte componente intellettuale astratta che può risultare pedante. E tuttavia ha cambiato il mio modo di vedere il mondo. Io voglio, nell'incontrare chiunque altro, incontrare un altro essere umano e considerarlo in primo luogo come tale, cercando di dimenticarmi (anche se, proprio come Genly Ai non sempre ci riesco) di tutte le categorie preconcette che mi spingono ad etichettarlo. Dopo vent'anni continua a ritenere che sia uno sforzo che vale la pena di fare.

Qualche considerazione sulla nuova edizione

Per ragioni affettive il mio cuore rimarrà con la vecchia traduzione il cui titolo era La mano sinistra delle tenebre e che era stata letta e approvata da Ursula stessa.

Quando è uscita l'anteprima della nuova copertina ho avuto una mezza crisi isterica. Sapevo che il titolo sarebbe cambiato, ma così, con quell'impronta di mano viola mi sembrava orribile. La mano sinistra del buio - un horror tra i ghiacci. Questo era quello che mi suscitava.

Devo dire che il titolo continuo a trovarlo orribile. Mi sono state offerte spiegazioni. Non me le aspettavo e sono molto grata a Nicoletta Vallorani, che ha scritto la postafazione, di aver speso qualche minuto del suo tempo per interagire su facebook in proposito. Capisco, ma non comprendo e il titolo continua a non piacermi. La copertina, invece, dal vivo, con il viola molto meno evidente, mi sembra un pochino più presentabile. Non bella. Ma meno respingente.

Sulla traduzione in sé non ho le competenze linguistiche per sbilanciarmi. C'è una parte dell'incipit che mi genera grande perplessità (io questo incipit lo cito ovunque e quindi la cosa mi disturba parecchio), ma poi devo dire che scorre bene. Amavo la precedente, ma questa la posso tollerare. Alcune scelte però non le capisco. Siamo su un pianeta altro. Alcuni nomi sono in lingua locale, altri hanno un significato. perché questi ultimi devono essere in inglese? Perché devo avere l'impressione che ovunque su Gheten, a dispetto della varietà delle culture che l'autrice ha voluto presentarci, si parli inglese?


Se dopo aver letto tutto questo volete ancora leggere qualcosa di mio ecco in link per il 

secondo capitolo

terzo capitolo 

de L'assedio degli angeli

lunedì 9 novembre 2020

Siamo ancora qui


 Siamo ancora qui, tutti quanti, il che è il meglio che possa chiedere dopo le ultime due settimane.
Quello che è capitato l'ho già raccontato su Fb, anche per dare informazioni a parenti e amici lontani.
I miei genitori si sono sentiti male, sono andata da loro, mia mamma faticava a respirare. Ho chiamato l'ambulanza e non ci voleva chissà quale intuizione per capire che era covid. Mia madre è stata ricoverata, mio padre aveva parametri di saturazione migliori ed è rimasto a casa. Io non sono più tornata a casa, non me la sentivo di mettere in pericolo marito, figlia e suoceri né di lasciare mio padre solo.

sabato 16 aprile 2016

Il finale che avrei voluto – classici!

Ho voglia di leggerezza, ricordate?
Quindi oggi vi propongo un gioco.
Ci sono sicuramente dei finali di romanzi, racconti o film che non vi hanno soddisfatto o che avreste sognato diversi.
Quindi oggi ci divertiamo a inventarne di nuovi, secondo il nostro umore, raddrizzando la sorte agli sfortunati o condannando a morte certa quei personaggi che non abbiamo mai sopportato.

IL FINALE CHE AVREI VOLUTO

I promessi sposi
Lo dico sempre che con questa pietra miliare ho un rapporto controverso. Quindi, ecco il finale che avrei voluto o che, almeno, mi avrebbe intrigato di più.
Lucia, prigioniera dell'Innominato, lo fa innamorare di sé. Non è lei che converte lui, ma lui che seduce lei, la trasforma in una vera dark lady, degna compagna di un signore oscuro e insieme progettano una sanguinosa vendetta ai danni di don Rodrigo. Lucia in questo modo non andrà certo in paradiso, ma almeno qualche soddisfazione se la toglie.
Renzo, consapevole di non poter competere con l'Innominato, rinuncia a Lucia. I suoi guai in giro per il nord Italia gli fanno acquisire un minimo di coscienza civile e sociale, si convince che l'Italia non fa per lui e parte con fra Cristoforo per le Americhe. Il buon frate andrà a fare il missionario, Renzo magari allarga un po' i suoi orizzonti.

Uomini e topi
Come dicevo nello scorso post, George trova Lennie dopo l'uccisione della moglie del padrone. Prende l'amico, scappa e insieme aprono un allevamento, magari (ok, non è un finale animalista, ma almeno salvo Lennie) di visoni da pelliccia. Così se anche Lennie ne uccide qualcuno mentre lo accarezza non è un gran danno.

Notre dame de Paris
Il Cielo solo sa quanto ho odiato il finale di questo romanzo.
Frollo ammette a sè stesso una buona volta che fare il prete non è proprio la sua vocazione. In fondo è una brava persona, ha allevato Quasimodo e si è innamorato di Esmeralda, deve solo ammetterlo a se stesso. Si toglie la tonaca nera e lo sguardo arcigno, si dichiara a Esmeralda, recupera la capretta e il campanaro zoppo e fugge con loro verso le corti dell'Italia rinascimentale, lasciando Parigi e il suo perdurante medioevo. Non so se qui, poi, le cose andranno così bene per lui (Esmeralda è e rimane una testolina vuota dalla prima all'ultima riga), ma lui almeno respira un'aria culturalmente un po' più stimolante, Quasimodo fa furore come giullare di corte ed Esmeralda diventa musa dei pittori dell'epoca.

Il deserto dei tartari
Lo so che si perde il metaforone e tutto quanto, ma, per carità, qualcuno convinca Drogo a disertare! Finirà male, ne sono certa, con un bel plotone d'esecuzione. Intanto, però, abbiamo avuto la fuga nel deserto, i tartari visti da vicino, l'inseguimento, la cattura e il processo. Credo che anche Drogo ammetta che ne sia valsa la pena.

Ecco alcuni dei finali che avrei voluto.
Quali sono i vostri?

mercoledì 2 dicembre 2015

Rileggere i libri della propria adolescenza – L'erede di Hastur e L'esilio di Sharra.

Sarà che questi sono giorni faticosi, complice il fatto che, all'alba di dicembre, ancora non ci abbiano confermato la nomina sulla cattedra (cioè non sappiamo se insegneremo sullo stesso posto fino a fine anno. Lo so sembra assurdo, se ne è andato quasi un quadrimestre, ma così è). Sarà che ci sono altri pensieri e preoccupazioni. Sarà che per caso mi sono ricapitati in mano, ma ho riletto due romanzi della mia adolescenza: L'erede di Hastur e il suo seguito diretto L'esilio di Sharra. Un'esperienza assai strana e degna di essere condivisa.

UN TUFFO NEL PASSATO
All'inizio del terzo anno del liceo (per gli amici che hanno fatto il classico, la Prima Liceo) ho cambiato istituto. Ovviamente la mia principale preoccupazione non era il cambio di libri e di prof, ma se mi sarei fatta o meno degli amici. Da timidona com'ero, avevo forti dubbi in proposito. Ero una nerd ante litteram, occhialuta, che passava tutto il proprio tempo libero a fare uno sport assai poco fascinoso (la corsa di resistenza) o a leggere. Ebbene, dopo pochi giorni nella nuova scuola, già parlavo di libri con le nuove compagne. Pochi giorni ancora e L. mi avrebbe prestato quello che era il suo libro preferito. Il libro era L'erede di Hastur e L. è poi diventata una delle mie testimoni di nozze.

L'EREDE DI HASTUR E L'ESILIO DI SHARRA
Allora non pensavo di far parte di una sottocultura, né pensavo di avere in mano un libro "generazionale". Col senno di poi, forse sì. Per tutta una generazione di appassionati di fantastico questi libri sono stati l'equivalente di altri, più famosi, libri generazionali.
Adesso è difficile ricostruire la trama con una certa chiarezza. La saga di Darkover è una serie di romanzi per lo più autoconclusivi ambientati sul pianeta Darkover. Caratteristica del posto è il sole, una gigante rossa appena in grado di scaldare il pianeta, che vive pertanto un perenne inverno, e il fatto che gli abitanti abbiano sviluppato i poteri psi fino a farne una vera e propria scienza. Si scopre poi che i darkovani altro non sono che terrestri, naufraghi di un'astronave, che hanno però dato origine sul pianeta a una cultura a sé stante che ha solo lontani echi della nostra. Solo dopo millenni (anche a causa delle sfasature dello spazio-tempo) l'impero terrestre "riscopre" Darkover.
Questi romanzi, di fatto due parti di una stessa storia autoconclusiva, si ambientano proprio dopo la "riscoperta" del pianeta. L'impero terrestre vorrebbe annettere Darkover, ma la nobiltà locale teme di perdere la propria autonomia, anche se gli antichi poteri psi sono ormai quasi estinti. I protagonisti sono due giovani a cavallo dei due mondi: Regis Hastur, erede della più potente famiglia nobiliare di Darkover, che però sogna di viaggiare attraverso l'impero e Lew Alton, in parte darkovano e in parte terrestre, dotatissimo nelle arti psi. Nel tentativo di mostrare ai terresti le potenzialità dell'antica cultura darkovana Lew e un gruppo di giovani avventati riattiva però un'antica arma, che forse è qualcosa di più, un mezzo per richiamare entità non del tutto umane. Ne segue distruzione e morte e poi il difficile tentativo di porre rimedio al male fatto.
In mezzo c'è un po' di tutto, disperate storie d'amore, una selva di personaggi dalla fortissima personalità, ribellione ai ruoli sociali predefiniti, legami con le proprie origini e la necessità di confrontarsi con un impero globalizzato.

IL FASCINO CHE AVEVANO LETTI A QUINDICI ANNI
Questi libri non sono stati i miei preferiti in assoluto durante l'adolescenza, ma hanno avuto comunque un fortissimo impatto.
L'erede di Hastur parte come ogni buon YA dovrebbe fare. Lew ha all'incirca vent'anni e deve affrontare la sua prima missione diplomatica, Regis ne ha quindici e inizia il "corso da allievo ufficiale" nella guardia cittadina. È fin troppo facile immedesimarsi in loro.
Il mondo in cui sono immersi, però, è violento e moralmente ambiguo. Non ci sono "cattivi" non c'è un Voldemort o un qualsiasi oppressore. Ci sono, sì, adulti che trattano tutti con sufficienza, che vogliono che "il mondo continui ad andare come è sempre andato", organizzano matrimoni combinati, approfittano del loro potere e, chiusi nelle loro ideologie hanno ben poca attenzione ai sentimenti altrui, ma i guai, quelli veri, li causa tutti il benintenzionato Lew.
Sono tra i primi libri che mi hanno mostrato un mondo complesso, pieno di fascino e di problemi, dove fare la scelta "giusta" è tutt'altro che facile. A volte neppure c'è una scelta giusta. La difficoltà di crescere e di trovare se stessi mi era mostrata per la prima volta in tutta la sua complessa crudeltà. Lew, nel suo desiderio di autoaffermazione sposa la donna che ama e fa quello che ritiene giusto. Causa un disastro immane, la sua amata muore, lui rimane mutilato e passa il resto della vita (e il libro successivo) a cercare di convivere con il peso dei suoi errori. Regis vuole piacere, al nonno, l'unico parente che abbia, alla gente, che lo vede come il futuro punto di riferimento. È più incline al compromesso, a fare, almeno come facciata, ciò che ci si aspetta da lui. Appare il più debole dei due, almeno in apparenza.
Lo sguardo dei due protagonisti sugli adulti cambia. I due romanzi sono separati da uno stacco di cinque anni. Nel secondo libro si scoprono le ragioni degli adulti. Non despoti insensibili, ma persone tormentate, che hanno cercato, forse, di fare del loro meglio. A volte come esiti disastrosi.
Infine una ridda di tematiche (forse troppe, forse troppo confuse) fin troppo attuali negli anni novanta, quando io li ho letti (anche se sono romanzi di fine anni '70), il rapporto con la globalizzazione e la tecnologia, il ruolo della donna, il difficile equilibrio tra realizzazione personale e realizzazione delle aspettative altrui.
È stato, insomma, uno di quei libri che mi ha aperto a uno sguardo più complesso sul mondo.

RILEGGERLI A 35 ANNI
Non so da quanto non li prendevo in mano. Avevo paura. Avevo paura di scoprire che la me stessa adolescente avesse letto dei pessimi libri. Avevo paura perché nel mentre si sono scoperte delle cose assai brutte sull'autrice, ormai morta. Suo marito era un pedofilo e lei stessa (forse) ha abusato della figlia. Particolari che mi erano del tutto ignori durante la prima lettura.
Mi sono piaciuto lo stesso. Mi è piaciuta questa visione di un mondo puramente umano, senza un ideale superiore a cui fare appello, senza altra etica di quella personale. C'è un sottofondo di disperazione che certo allora non avevo colto. Qualcosa che un po' mi fa tristezza, che mi inquieta, perché è tutto terribilmente ambiguo a livello morale, ma che ha anche un fascino unico. Adesso che torniamo sempre più verso storie, sopratutto YA, manicheiste, dove almeno c'è il cattivo che è sicuramente cattivo, Darkover, dove non c'è nessun personaggio davvero che si possa in toto condannare o salvare, ha ancora più fascino.
Mi spiace che non siano più reperibili in Italia. Ma se li trovate su una qualche bancarella, valgono l'acquisto, nonostante la traduzione raffazzonata. È evidente che non è solo di oggi il problema della mancanza di una buona correzione di bozze. L'aquila bicipite (invece che bicefala) rimarrà, credo, per sempre nella mia memoria.

PROSPETTIVE CHE CAMBIANO
Non ho più 16 anni, ovviamente. Le cose cambiano.
Dyan, ovvero l'ambiguità protagonisti a parte, il personaggio che più rimane impresso è Dyan. Se c'è un "cattivo" è lui, il mostro d'armi del corso dei cadetti che abusa di uno di ragazzi e poi, per le astruse leggi darkovane, ne diventa padre adottivo. Un personaggio magnetico, arrogante, che spaventa, ma di cui si intuisce anche una profonda sofferenza.
Riletto oggi mi ha raggelato. Forse perché ora si conoscono retroscena così poco edificanti sull'autrice. Perché la condanna su questo personaggio non è totale e si percepisce che l'autrice lo ha amato. Perché è maledettamente realistico. E da adulta pensi: cosa farei se scoprissi che un mio amico, un collega di cui ho stima, abusa degli alunni? Da adulta e insegnante Dyan mi ha inquietato tantissimo, proprio perché non è un mostro e non è privo di umanità.
Da ragazza, paradossalmente, questa parte della storia mi aveva coinvolto ma non sconvolto. Leggevo ed ero coetanea dei ragazzi protagonisti ed ero perfettamente consapevole che l'abuso esiste e che un professore potrebbe fare certi pensieri su un alunno/a. L'anno prima a una mia compagna erano stati fatti apprezzamenti ai limiti del penalmente rilevante da parte di un docente (per altro prete. Sia detto che poi ha abbandonato tonaca e insegnamento). Insomma, da ragazza ero consapevole che persone come Dyan esistono e mi sembrava normale trovarne anche in un romanzo.
NOTA PERSONALE: gli adolescenti sono molto meno ingenui di quello che pensiamo. Non ha senso nascondere loro fatti scabrosi, tanto a 15 o 16 anni hanno già capito come gira il mondo. Ci sconvolgiamo forse più da adulti pensandoli più innocenti di come in realtà siano.
Lew Alton e Regis Hastur ricordo di aver molto amato entrambi, all'epoca. Oggi li ho trovati insopportabili. Regis è un eterno insoddisfatto. È il classico prima della classe che si lamenta quando prende 8. È bello, è ricco, è bravo e tutti gli vogliono bene. Ma si lamenta. Perché vuole andare in giro per la galassia e invece è l'erede di Hastur e deve rimanere nel suo castello con i suoi servitori. Perché vorrebbe far contento il nonno e sposarsi una brava figliola e invece è gay. Trova un bravo ragazzo, ma continua a lamentarsi. Glielo dice pure in faccia che lui, però, avrebbe preferito innamorarsi di una lei e non riceve in cambio neppure un pugno in faccia.
Lew Alton è pure peggio. Ha la sindrome dell'unica vittima. Capitano tutte a lui e lui è l'unico che soffre. Il padre per lui rinuncia a tutto e trascura il figlio minore, ma Lew non si sente amato. Si innamora di una brava ragazza, ma è invaghito pure della di lei sorella. La sua amata muore, lui si dispera, ma nel giro di poco ha già altre donne. Ma è sempre disperato. Perde una mano, è circondato da gente che sta peggio di lui, ma lui sente di soffrire di più. In tutto questo c'è sempre una brava donna che si innamora di lui, un bravo amico disposto a soccorrerlo, un parente che lo aiuta. Ma no, lui è quello che soffre.
NOTA PERSONALE: rileggendolo adesso mi sono resa conto che il mio primo fidanzato era Lew Alton. Lui fatto e finito. Avevo già letto il libro quando l'ho conosciuto (circa un anno dopo), ma questo non mi ha salvato. Fortuna che non sono una fragile donna darkovana. Lui certo avrebbe preferito fossi bruciata viva anch'io, invece l'ho lasciato in meno di due anni (non che la cosa non sia stata traumatica). Comunque rassicuratevi. Gli uomini alla Lew Alton trovano sempre una brava donna che si prenda cura di loro (e ascolti le loro sofferenze). Ironia della sorte o meno, oggi quel ragazzo sta proprio con L., la ragazza che mi ha prestato il libro.
Morale delle favola: ci sono errori da cui i libri non salvano.

Ecco, vi ho regalato uno scorcio della mia adolescenza.
A voi è mai capitato di rileggere dei libri legati alla vostra adolescenza? Com'è stato? Cos'è cambiato?

martedì 27 ottobre 2015

La mano sinistra delle tenebre – riletture (retrospettiva Le Guin)


Dopo il post dedicato alla saga di Earthsea e a quello sul romanzo fantascientifico I reietti dell'altro pianeta, siamo arrivati a quello che è il romanzo che in assoluto amo di più della mia autrice più amata.

Avevo sognato di scrivere questo post con calma, in un pomeriggio ozioso, con una tazza di the in mano, scegliendo le parole a una a una. Ma è il tempo che sceglie noi e non viceversa, quindi tra lo splendido (ma impegnativo) Girolago Bimbi di domenica, il collegio docente e la riunione di programmazione, si rubano i minuti dove si può, scrivendo più d'istinto che di testa.

La mano sinistra delle tenebre. Difficile raggrumare in poche parole coerenti l'intrigo di suggestioni, emozioni e pensieri di un libro che mi ha colto di sorpresa, rivelandosi diverso da qualsiasi altra cosa avessi letto, tutt'altro rispetto a quello che mi aspettavo, imprimendosi con forza non solo nel mio immaginario, ma nel mio modo di vedere il mondo.

Quando parliamo non tanto o non solo di un capolavoro riconosciuto, ma di un affetto, c'è tanto di emotivo, individuale e circostanziale.

Estate 2003. Chi non la ricorda? L'estate passata alla storia come la più calda di sempre. Ha segnato per sempre il mio ingresso nell'età adulta. Mia madre è stata sottoposta a un primo intervento chirurgico, il primo di tanti che si sarebbero susseguiti negli anni. Io vivevo a Pisa, all'epoca, dove studiavo, ma non disdegnato di passare semestri interi all'estero, usufruendo di tutti quei meravigliosi programmi di scambi studenteschi. In quell'estate ho capito che non c'era una vita all'estero nel mio futuro ma che, da figlia unica quale solo, sarebbe stato il caso di attrezzarmi per un domani più vicino alla mia famiglia. Ho smesso di vivere a braccio, programmando i passi successivi dell'esistenza, una tesi da svolgere in Piemonte, anche se la mia università continuava ad essere quella di Pisa, un futuro professionale che non poteva essere quello della ricercatrice. Una presa di coscienza che non mi sento certo di definire traumatica, ma che ha comunque diviso il tempo dei sogni puri da quello dell'essere.
Nell'estate 2003, mentre ero al madre con mia madre, in convalescenza, ho letto I relitti dell'altro pianeta e La mano sinistra delle tenebre che hanno segnato, anche sul piano letterario, il mio passaggio all'età adulta. Un'autrice, la Le Guin, che avevo conosciuto a nove anni con il primo romanzo de La saga di Earthsea. Come a dirmi "ecco, adesso sei grande, queste sono le storie con cui puoi confrontarti".
I reietti dell'altro pianeta, che ho letto per primo e che molto mi era piaciuto, non mi aveva comunque preparato all'impatto che questo romanzo avrebbe avuto.

La mano sinistra delle tenebre
Si presenta come una relazione, quella di Genly Ai, Primo Mobile sul pianeta Gethen. Il Primo Mobile altro non è che l'inviato dell'Ekumene (una sorta di ONU interplanetaria) che ha il compito di dire ai nativi di un pianeta: "salve, non siete soli nell'universo, io ad esempio vengo da un altro pianeta. Va tutto bene, non vogliamo invadervi, solo comunicare, dopo tutto siamo comunque quasi tutti umani" e sperare di non essere ucciso.
Di provenienza terrestre, Genly Ai è quindi un alieno su Gethen, un pianeta glaciale dal clima estremamente rigido cosa che (forse) ha portato gli esseri umani che vi abitano a un peculiare adattamento, sono ermafroditi e quindi, per la maggior parte del tempo, di genere neutro.
Il Primo Mobile si è preparato una vita intera per la sua missione, ma conoscere a livello intellettuale non significa capire davvero una civiltà, è il caso di dirlo, così aliena.
Quando il lettore si abitua alla relazione di Genly (inframmezzata da vari documenti da lui racconti) ecco che l'io narrante cambia completamente. Ci vuole un attimo a capire che nella relazione è stato inserito un diario personale di Therem Harth rem ir Estraven, nobile di Karinde, una delle nazioni di Gethen. Di colpo l'essere umano è l'alieno. Non solo, di colpo il lettore si trova a guardare il mondo con gli occhi di un personaggio che ha un sistema di valori e di certezze completamente diverso dal nostro, provando quasi in prima persona lo shock culturale dei personaggi.
Tutta la vicenda è narrata con un'eleganza raffinata che da sola e la metà del fascino del libro. La Le Guin ha la capacità unica di modificare la sua prosa per adattarla all'ambiente che narra. La prosa secca de I reietti dell'altro pianeta, lascia spazio a un periodare arioso e fluido. La bellezza fredda e aliena di Gheten viene resa in descrizioni che hanno lo splendore dei fiocchi di neve e da un punto di vista puramente stilistico questo romanzo per me è sempre rimasto un modello inimitabile.

Una questione di genere
La cosa più macroscopica, che a nessun lettore può sfuggire, è che questo romanzo è una riflessione su come la nostra società sia condizionata dalla differenza di genere dell'umanità e di quanto questa sia (o non sia) culturale.
Ursula Le Guin immagina un pianeta senza genere, in cui ogni individuo possa essere padre o madre, cercando di immaginare quali società una situazione simile può creare. Come sempre le riflessioni della Le Guin non sono mai né semplici né banali. Gethen è un pianeta complesso, con società diverse e in competizioni tra loro, la presenza di una popolazione ermafrodita non semplifica la società e non abbatte le differenze sociali che, tuttavia, si esprimono in modo diverso. Non è un'utopia né un mondo ideale. Anche quello che viene presentato come assunto all'inizio del romanzo "su Gethen la guerra non esiste" viene smentito nel corso della storia e si trasforma in un molto più sinistro "su Gethen la guerra ancora non esiste". 
Tuttavia, lo sguardo di Genly Ai ci rende subito consapevoli di quanto sia difficile astrarre un individuo dal genere di appartenenza. Come ci viene fatto notare, è la prima cosa che chiediamo di un neonato, prima di sapere qualsiasi altra cosa di lui. Determina la nostra identità in un modo troppo profondo da poterlo negare del tutto. Poi ci sono le sovrastrutture mentali. Come Genly tendiamo a trarre conclusioni diverse da un comportamento se a metterlo in atto è un uomo o una donna. Tehrem Hart è, per buona parte del romanzo, indecifrabile agli occhi di Genly che cerca di incasellarne il comportamento in un'ottica terrestre, riconducendolo a riferimenti terrestri (un nobile feudale) che non hanno ragione di essere su Gethen. D'altro canto Genly Ai è vivisezionato con crudele imparzialità da Therem Hart, che lo vede come puro essere umano.
L'effetto è particolarmente spiazzante per il lettore.
L'autrice ha fatto un peculiare esperimento. Il romanzo usa il maschile per i Gethiani, ma in seguito è stato scritto un racconto Re d'Inverno, in cui viene usato il femminile. Il lettore (io in primis) immagina i personaggi in modo diverso. Questo, immagino significhi come sia impossibile per chiunque di noi immaginare davvero un essere umano senza dargli una connotazione femminile o maschile. Del resto, come spesso accade nelle sue opere, la Le Guin non impone una visione del mondo, ma obbliga a scontrarsi con degli interrogativi.

Non solo una questione di genere
La riflessione sul genere è l'aspetto più macroscopico in un romanzo densissimo.
Ursula Le Guin è figlia di un antropologo e, anche se poi ha scelto un altro campo, è cresciuta respirando antropologia e forse questo è il romanzo in più questo aspetto è evidente.
La mano sinistra delle tenebre è una storia di incontro di civiltà. Tra tutti i mondi immaginari di cui ho letto Gethen è tra i più peculiari, con civiltà molto diverse al suo interno, descritte con una profondità sociologica e filosofica che non ha pari.
Genly Ai è uno straniero che ha molto studiato queste civiltà, ma non le conosce fino in fondo. Arriverà a capire che è stato mandato solo, come Primo Mobile, non solo perché non rappresenti una minaccia, ma perché la sua solitudine lo obblighi a entrare in contatto profondo con i locali, fino pensare come loro, a sognare come loro.
Questo è il senso della frase che ho scelto come copertina del blog
Stenderò il mio rapporto come se si trattasse di una storia, perché mi è stato insegnato, quand'ero bambino, sul mio pianeta natale, che la Verità è una questione di immaginazione.
Non ci può essere comprensione profonda senza coinvolgimento emotivo. L'immaginazione, l'immaginarci nei panni dell'altro, in un altro punto di vista, ci porta verso l'empatia e quindi verso una comprensione più profonda. 
Non si può capire una popolazione diversa se la si guarda attraverso un vetro, come fossero batteri al microscopio. Non si può capire l'altro da noi senza mettere in campo la propria emotività, senza che diventi anche un rapporto personale, tra un io e un tu.
Per capire l'altro bisogna sporcarsi le mani, mettersi in discussione. E poi accettare che il proprio punto di vista sia comunque parziale. Due visioni opposte possono essere ugualmente vere. I fatti non sono solidi, coerenti, reali. Come le perle, hanno una loro sensibilità.
Questo aspetto, la riflessione sull'intelligenza emotiva e le sue implicazioni nell'apprendimento sono forse gli elementi della narrazione che mi hanno colpito di più, molto più che la macroscopica questione del genere.
Infine questo romanzo è un continuo susseguirsi di suggestioni. È un libro denso, in cui quasi non c'è pagina che non evochi immagini, sogni, riflessioni. Sono stata stregata da una delle filosofie di Karinde, l'unica nella galassia ad aver trovato un modo per ottenere profezie affidabili. Peccato che lo scopo di tali profezie sia la dimostrazione di quanto sia inutile conoscere il futuro. C'è un'unica certezza importante nel futuro di ciascuno: che si debba morire. C'è un'unica domanda importante: cosa c'è dopo? E a questo non c'è risposta (questa frase l'ho citata a memoria, abbiate pietà).

Solo la storia di due individui
In tutte queste suggestioni, alla fine, a livello emotivo, questo romanzo è la storia di due individui. Genly Ai e Therem Hart, che per tre quarti di libro non si capiscono, si insultano senza volerlo, si inseguono senza trovarsi e poi sono costretti a convergere per qualcosa che trascende le loro personalità (convincere gli abitanti di Gheten che ci sono altri esseri umani nell'universo può forse distogliere i governanti del pianeta dai propositi di guerra), ma che pure non può non coinvolgere sul piano personale.
Il cuore emotivo del romanzo è la lunga fuga dei due attraverso un ghiacciaio. Due alieni, che vengono letteralmente da mondi diversi, costretti da dividere una tenda e le poche attrezzature di sopravvivenza. Nella loro assoluta semplicità, questi capitolo hanno una forza emotiva enorme. È difficile non sentirsi con loro, terza presenza non vista nella tenda, partecipi della loro solitudine e dei tentativi, in parte maldestri, in parte strazianti, di gettare una corda oltre l'abisso delle reciproche differenze.
Nella maggior parte delle storie ci viene detto che l'amore è ciò che fa superare le differenze. In questo romanzo, c'è invece una precisa volontà intellettuale. Genly Ai e Therem Hart non si piacciono e certo non si desiderano, ma hanno in comune lo stesso progetto che, se vogliamo, possiamo definire politico. È questo il motore che li porta a convergere e solo in un secondo momento la relazione si fa personale, di amicizia, stima, pur nell'impossibilità di una completa comprensione reciproca.
I sentimenti, ho pensato leggendo questo libro, possono essere profondi anche senza essere semplicistici. Si può stimare qualcuno senza capirlo fino in fondo e la fiducia è comunque, in ogni caso, un azzardo. Può sembrare una banalità, sicuramente lo è, ma leggendo questo romanzo a ventitré anni ho capito davvero per la prima volta che la totale comprensione e conoscenza tra pari non solo è impossibile, ma persino non necessaria. Nel rispetto dei silenzi e delle distanze incolmabili, negli anni successivi, ho stretto alcune dei rapporti più solidi e arricchenti.

Io piango spessissimo quando guardo i film, ma assai raramente quando leggo. Posso dire di aver amato questo romanzo per il suo spessore filosofico e la profondità dei temi che tratta, ma la verità che leggendo le ultime pagine ho pianto e singhiozzato senza ritegno.

Curiosità: La mano sinistra delle tenebre e Darkover
Quand'ero adolescente, negli anni del liceo, giravano tra le ragazze dal carattere ribelle e amanti del fantastico i romanzi della saga di Darkover, di M. Zimmer Bradley. Credo che a modo loro abbiano segnato una generazione. Sono ambientati su un pianeta gelido, che si scopre essere una perduta colonia terrestre, dove vi è una razza ermafrodita e vi è diffusa la telepatia.
Pianeta gelido, razza ermafrodita, telepatia è uguale a Darkover, ma anche a Gheten.
Ho scoperto in seguito che Darkover doveva esser un mondo caldo e coperto da giungle (ce n'è ancora traccia in uno dei romanzi editi), prima che l'autrice leggesse La mano sinistra delle tenebre. A seguito della lettura fece una sostanziale riscrittura, dando a Darkover la sua fisionomia definitiva.
Di questo vi è traccia in numerose interviste, M. Zimmer Bladley non ha mai nascosto da dove avesse preso le idee (e immagino che la Le Guin ne fosse informata, forse anche soddisfatta), ma la scoperta mi ha lasciato un fondo di irritazione non da poco. Perché gli elementi che la Le Guin tratta con estrema delicatezza, senza entrare mai nello scabroso, diventano nella saga di Darkover la base per storie molto più commerciali, con intrighi amorosi degni delle peggiori telenovele. Inutile dire che la saga di Darkover ha venduto infinitamente di più di questo raffinato romanzo.
Benché  abbia amato molto alcuni capitoli della saga di Darkover (alcuni li sto rileggendo proprio ora), il fatto che gli elementi che avevo trovato più intriganti e originali alla fine non fossero per niente originali non mi mai andato giù del tutto. Non plagio, certo, forse neppure appropriazione indebita, ma una mancanza di delicatezza, come maneggiare una farfalla col maglio di un fabbro.

Ho scritto un post lunghissimo, non poteva essere diversamente, temo.
Giovedì partirò per Lucca e domani mi attendono ancora verifiche da preparare e da correggere. Ci si rileggerà, quindi, a novembre, sui venti dell'autunno inoltrato.
Non mi resta che chiedervi quale sia il libro che ha un posto speciale nel vostro cuore. Mi raccomando, che sia una scelta di cuore e di pancia più che di testa. Gli incontri speciali, del resto, sono tali anche perché avvengono nel momento giusto, perché quelle pagine erano proprio ciò di cui avevamo bisogno in quel momento.

domenica 20 settembre 2015

I reietti dell'altro pianeta – Riletture (retrospettiva Le Guin)


Dire che queste giornate sono state intense è riduttivo. È successo un po' di tutto, al punto che ogni stato d'animo è giustificato: euforia e profondissima tristezza, sollievo e ansia. Una persona che conoscevo da sempre se n'è andata all'improvviso, ho dovuto correre a Torino a recuperare un documento molto importante (positivo e per altro arrivato assai prima del previsto), le convocazioni sono state un caos confuso, ma così confuso che il provveditorato ha deciso di rimandare tutto a martedì. Infine, ciliegina sulla torta, una bella crisi allergica con tanto di attacco d'asma in piena notte per ragioni tutt'ora sconosciute.
Volevo scrivere un post tosto sulla scrittura, la revisione o l'invio del manoscritto, ma ho deciso di premiarmi con la seconda puntata della retrospettiva Le Guin, che mi mette sempre di buon umore.

I REIETTI DELL'ALTRO PIANETA: ma che razza di titolo è?
Questo è esattamente il primo pensiero che ho fatto io, quando, nel 2003, ho trovato questo romanzo in libreria. Ma era della Le Guin, di cui avevo letto all'epoca solo Earthsea, quindi, grazie al Cielo, l'ho acquistato ugualmente.
Il titolo originare è:
Dispossessed. An ambiguous utopia.
Persino il mio inglese mi permette di tradurlo. 
Fa molto trattato filosofico/politico, vero? 
Ebbene, è così che dev'essere. 
Lasciamo le magiche isole sotto cieli solcati dai draghi e inoltriamoci nelle ambiguità delle utopie.

I REIETTI DELL'ALTRO PIANETA
Dispossessed. An ambiguous utopia

Ci sono due pianeti gemelli, Urras e Anarres. Gli abitanti di entrambi i mondi considerano l'altro "la luna", sanno che è abitato, ma non ci sono mai stati. 
Urras è un lussureggiante pianeta dove impera la società capitalistica, con tutti i suoi pregi e le sue contraddizioni. Sul desertico Anarres è migrato un gruppo di anarchici non violenti (le cui teorie sono ispirate al pensiero di alcuni anarchici pacifisti statunitensi di fine '800) per costruirvi una società perfetta.
Su Anarres tutto è in comune, la famiglia stessa non esiste, anche se alcuni individui tendono a formare coppie stabili. I bambini, cresciuti in comunità, imparano ben presto a "non egoizzare" a non considerare nulla come loro e tutto della comunità. 
Su Anarres nasce e cresce Shevek, un fisico teorico di quelli in grado di cambiare la visione dell'universo intero. Sin da giovane Shevek si rende conto che l'utopia perfetta in cui è cresciuto non è priva di ombre e tende a distruggere ogni voce dissonante. Inoltre, nella chiusa e autarchica Anarres, gli studi di Shevek sono del tutto inutili, se non dannosi. Anarres non vuole comunicare con i mondi esterni, non vuole viaggiare nello spazio.
Ben diversa è la situazione di Urras, dove da poco sono sbarcati gli alieni, cioè altri esseri umani, che vivono in altri mondi, a cui si sono variamente adattati. Gli studi di Shevek, che potrebbero rendere possibili comunicazioni istantanee e un nuovo motore spaziale, su Urras fanno gola a molti. Il fisico decide quindi di lasciare il suo mondo natale per recarsi "sulla luna", per poter completare le sue ricerche, che su Anarres vengono osteggiate. Ma una volta arrivato su Urras non potrà che guardare la luna, Anarres...

Il romanzo non procede in ordine cronologico. I capitoli pari raccontano la giovinezza di Shevek, dalla sua nascita alla sua scelta di lasciare Anarres, quelli dispari, invece, narrano la sua esperienza su Urras. A inizio di ogni capitolo un disegno permette di collocare il protagonista all'interno di uno dei due pianeti.
In questo modo il lettore scopre in contemporanea Urras e Anarres, con occhi prima sognanti (quelli di un bambino per la parte di Anarres, quelli di uno straniero affascinato per Urras) e poi via via sempre più consapevoli.

Di utopie e di uomini imperfetti
Uscito nel 1974, questo romanzo ha vinto, l'anno seguente, tutto ciò che poteva essere vinto da un romanzo di fantascienza (premio Hugo e Nebula). 
Si era in piena guerra fredda ed è stato interpretato come un'allegoria di quella situazione.

Letto a guerra fredda ormai finita da un pezzo, il suo fascino è, a dire il vero, accresciuto.
Quello che colpisce immediatamente il lettore è la descrizione della società di Anarres che non è il comunismo di stampo sovietico. È un comunitarismo utopico che, però, viene rappresentato come perfettamente funzionante. Tutto è in comune, la famiglia stessa è stata destrutturata e l'arido clima di Anarres crea nella popolazione un senso di assedio perenne, che costringe a stringere i denti, restare uniti e sentirsi eroi. 
Anarres affascina. È difficile non pensare, leggendo dell'adolescenza di Shevek, priva di vincoli e pregiudizi che non sarebbe male crescere su Anarres. Affascina anche quando il lettore inizia a percepirne le storture e il sottile condizionamento che un'oligarchia inizia ad esercitare. 
Vi sono inoltre delle debolezze strutturali. La bellezza, l'arte è un lusso, che spesso Anarres non può permettersi. La salute è un lusso che Anarres non può permettersi. L'aspettativa di vita su Anarres è terribilmente più bassa che per i ricchi di Urras e, nel profondo, gli uomini si ribellano all'idea di essere solo copie conformi le une delle altre, destinate a vivere una breve vita di fatica, per essere dimenticati da tutti. C'è qualcosa di spersonalizzante nella società di Anarres che la fa sentire curiosamente ingiusta.
Eppure, è anche nei capitoli dedicati ad Urras che si sente il fascino di Anarres. Perché, con tutte le sue storture, Anarres è meglio di Urras. 
Alla fine, l'impressione che rimane a lettura conclusa, è che l'uomo non sia capace di raggiungere la perfezione. Qualsiasi utopia, tradotta in realtà, sarà per forza ambigua e imperfetta. Questo non vuol dire che non si debba provarci. Alla fine, il lettore non può non schierarsi con Shevek, più anarresiano di molti suoi pari, che cerca di migliorare ancora un'utopia che non sarà mai perfetta. Si tende all'infinito senza raggiungerlo mai, sapendo di non poterlo mai raggiungere. Ma smettere di provare sarebbe la morte stessa dell'animo umano.

Questo, però, non è solo un libro di filosofia politica (anche se è inutile nascondere che la filosofia politica ha un grande spazio) è anche la storia di una crescita personale, di un uomo introspettivo che ragiona su quello che vede e cerca, anche come individuo, una perfezione impossibile.

Benché sia un romanzo più freddo di altri della stessa autrice, non è un romanzo privo di sentimenti. Tutt'altro. C'è un passo, in particolare, che mi rimarrà impresso con forza, per sempre.
Nel gruppo di amici adolescenti di Shevek c'è un giovane letterato che scrive una commedia satirica e critica nei confronti del sistema. Accusato di essere un pericoloso sovversivo, gli viene impedito di scrivere. Shevek ritrova l'amico anni dopo, ormai pazzo, che ripete ossessivamente i passi di quella vecchia commedia. Amaramente, Shevek ragiona sul fatto che uno scienziato ha più difese nei confronti di un potere oppressivo perché ha la speranza in una ragione oggettiva, sa che qualcun altro, magari dopo di lui, convaliderà le sue teorie. Uno scrittore, invece, non può scindere se stesso dalla sua opera. Uno scrittore è la sua opera. Distruggendo completamente la sua possibilità di scrivere, si distrugge completamente anche la sua personalità.

Una scrittura di arida, struggente bellezza
Quando ho preso in mano per la prima volta questo libro, della Le Guin avevo già letto solo i primi quattro romanzi di Earthsea. Mi erano molto piaciuti, ma pensavo che quello fosse lo stile dell'autrice. Limpido, semplice, adatto a storie eleganti, ma tutto sommato lineari.
Di quello stile, qui, ho riconosciuto solo l'eleganza.
La prosa de I reietti dell'altro pianeta è di una precisione chirurgica. Lo sguardo sui mondi è quello di un fisico/filosofo. Le frasi sono brevi, ogni elemento è descritto con minuziosa precisione. I ragionamenti arrivano subito al dunque. Come Anarres, la scrittura è arida, non si perde in fronzoli o in aggettivazioni inutili. E tuttavia ha la sobria eleganza del deserto. La bellezza delle dune e delle rocce levigate dal vento. Una scrittura decisamente non sentimentale, ai limiti, a volte, del trattato, ma che non rinuncia mai alla ricercatezza formale. L'inizio, in questo senso, è folgorante:

C'era un muro. Non pareva importante. Era fatto di ciottoli uniti senza pretese, con un po' di malta. Gli adulti potevano guardare senza sforzo al di là del muro, e anche i bambini non avevano difficoltà a scavalcarlo. Dove incontrava la strada, invece di avere un cancello degenerava in una pura geometria, una linea, un'idea di confine. Ma l'idea era reale. E importante. Da sette generazioni non c'era nulla di più importante, al mondo, di quel muro.
Come ogni altro muro, anch'esso era ambiguo. bifronte.
Quel che stava al suo interno e quel che stava al suo esterno dipendeva dal lato da cui lo si guardava.

La Le Guin non ha paura di insistere sulla ripetizione di una parola chiave. Le frasi sono brevi, precise. Dalla descrizione fisica si passa all'astrazione geometrica (è un fisico, un matematico, del resto, quello che sta guardando il muro) e poi subito al suo significato filosofico e simbolico.
Poche righe e siamo già nel cuore di Anarres e nella mente di Shevek.

Per la prima volta, leggendolo, mi sono resa pienamente conto della capacità della Le Guin di modificare il proprio stile in base alla materia narrata e di plasmarlo a immagine del mondo che intende descrivere. Non ci sono frasi ariose, su Anarres, né aggettivi decorativi. Non c'è nulla di arioso o decorativo nel mondo che sta descrivendo.

Tenar e I reietti dell'altro pianeta
Questo libro è stato una folgorazione. Credevo di leggere un'elegante favola per adolescenti e mi sono trovata in un testo dove la narrazione va a braccetto con la filosofia. 
Come sempre mi è capitato con quest'autrice, l'ho incontrato al momento giusto, a 23 anni, quando potevo apprezzare appieno i ragionamenti sulla società e l'evoluzione personale del protagonista, perché questo non è, decisamente, un romanzo per adolescenti.
Avevo da poco iniziato a scrivere e questa struttura temporale "a elica" e le caratteristiche stilistiche mi hanno folgorato. Mi ha folgorato la possibilità di giocare con la struttura e con la lingua. Il fatto che tutto sia coerente con i testo (unificare il tempo e lo spazio è lo scopo degli studi di Shevek, quindi la narrazione unifica due piani temporali e spaziali).
Come effetto collaterale, mi ha appassionato alla fisica. 
La Le Guin è una di quelle poche autrici di fantascienza che gioca nel rispetto della fisica moderna, con tutti i suoi paradossi. Il protagonista, poi, rimane affascinato dagli studi terrestri del XX secolo. E io, alla fine della lettura, ho iniziato a leggere articoli divulgativi di fisica...

Di questo romanzo è da poco disponibile una nuova edizione Mondadori, che ha la copertina che vedete a inizio post. 
Non posso che consigliarvi di leggerlo.
Vorrei chiedervi però cosa ne pensate del titolo italiano, se vi vengono in mente delle idee alternative di traduzione. 
Se ci sono altri libri di cui il titolo italiano non vi è proprio andato giù e per quali motivi.
Infine se grazie a un libro vi siete appassionati a qualcosa che proprio prima non vi interessava.

mercoledì 9 settembre 2015

Riletture – La saga di Earthsea


Mi sono accorta con orrore che nel mio blog non è presente un singolo post interamente dedicato a uno dei libri di Ursula Le Guin, cosa che grida vendetta al cielo. Quindi oggi inizia una serie di Riletture per porre rimedio a questa lacuna imperdonabile nel post di una tizia che si firma Tenar. Non possiamo che iniziare da qui. La saga di Earthsea

COS'È LA SAGA DI EARTHSEA?
Iniziamo dai fondamentali, perché già rispondere a questa domanda non è banalissimo. "Saga di Earthsea" stesso è inesatto, l'ho usato solo perché sono affettivamente legata al tomone di cui vedete la copertina, vecchissima edizione Nord, che conteneva, in quella che tutt'ora ritengo la traduzione migliore (Roberta Rambelli) i primi tre romanzi.
Si tratta di un ciclo narrativo composto da cinque romanzi e alcuni racconti pubblicati tra il 1968 e il 2001, ambientati nel mondo-arcipelago di Earthsea (o, in alcune traduzioni, Terramare). Del ciclo e dei singoli romanzi esistono varie edizioni italiane. Ci sono i primi romanzi, pubblicati singolarmente in collane per ragazzi, in collane per adulti (con improbabili copertine), volumi che raccolgono tra, quattro, cinque romanzi. Che io sappia, della raccolta di racconti del 2001 esiste solo un'ormai introvabile edizione Urania (o qualcuno ha notizia di altre edizioni?).
La saga ha inoltre due sfortunate trasposizioni, un'improbabile serie televisiva rivolta a non si sa che pubblico e un'incredibile occasione mancata, un film dello studio Ghibli. Il progetto era partito con grande entusiasmo da parte dell'autrice stessa, ma poi dal maestro Hayao la regia era passata al figlio Goro e il risultato ha causato anche un litigio tra i due. Il lungometraggio ha disegni splendidi e una trama tra l'improbabile e il confuso.
Il film dello studio Ghibli ha disegni splendidi. La trama, però...


LA SAGA VISTA DA VICINO
Con un'elaborazione durata decenni, la saga di Earthsea è tutt'altro che un'operazione commerciale o una saga fantasy nel senso che siamo abituati a dare oggi al termine. Anche se alcuni personaggi sono ricorrenti (e uno è presente in tutti i romanzi e in uno dei racconti), ogni opera è indipendente e completa in se stessa, diversa anche per tono e pubblico di riferimento dalle altre. La lettura consequenziale lascia spiazzato il lettore, perché ogni opera è frutto della meditazione di un'autrice in un dato momento della sua vita e, in un arco di tempo così lungo, sguardo, prospettiva e riflessioni non possono che cambiare. Rimane la stessa la sensibilità di fondo, l'amore per i personaggi e il loro mondo, lo sguardo disincantato e allo stesso tempo dolce sulla società (quella della narrazione e quella della realtà). Quello che non bisogna mai dimenticare, infatti, è che Ursula Le Guin è un'autrice che parla sempre al suo oggi, impegnata e meditativa. Non è e non vuol essere un'autrice d'evasione. Se parla di un altrove, è perché a volte è la via più rapida per raggiungere il cuore delle cose.
Il mago di Earthsea – 1968. Il primo romanzo della saga. Ged è un ragazzino portato per la magia e pertanto instradato alla scuola di magia di Roke (mamma di tutte le scuole di magia della letteratura fantasy, fino ad Harry Potter). Qui, però, sfidando un compagno, libera qualcosa dall'oltretomba che inizia a perseguitarlo (?). È una meditazione molto laica sulla morte e sull'accettazione della propria mortalità, scritto come la trascrizione di un racconto orale, come avrebbe potuto farla un etnologo di Earthsea
Le tombe di Atuan – 1971. Tener è una giovane sacerdotessa di un simpatico culto dedito, tra l'altro, al sacrificio umano, guardiana di un labirinto sotterraneo che si dice nasconda un tesoro. Quando trova e imprigiona un ladro, dovrebbe, secondo le tradizioni, ucciderlo. Il ladro è Ged, ora giovane mago (appena un po' più saggio di com'era nel romanzo precedente). Le cose vanno come ci si aspetta che vadano solo fino a un certo punto. Incontro con l'amore e meditazione sui propri ruoli, quelli sociali, ma anche le aspirazioni personali. Perché a volte non sempre deve finire con un bacio e un matrimonio.
La spiaggia più lontana – 1972. Ged è ora arcimago, riverito più o meno come il papa. Alla sua corte arriva un ragazzo con uno strano messaggio: nelle isole più lontane la magia non ha più potere e i morti tornano in vita. Ancora la morte al centro della narrazione, declinata però come ciò che dà senso alla vita. Sarebbero migliori le nostre vite da immortali?
L'isola del drago – 1990 (titolo originale: Tehanu). Troviamo Tenar, che alla fine non aveva sposato Ged, ma un altro. Ora è vedova e si prende carico di una bambina maltrattata. Un drago le recapita anche Ged, che alla fine del libro precedente aveva perso tutto i propri poteri. Tre persone "finite", una vedova, una bambina scampata alla morte, un uomo senza potere, che si ritrovano e vanno avanti.  Cosa determina l'importanza di un individuo? Cosa fa di un uomo un uomo e di una donna una donna? È, inutile negarlo, di gran lunga il mio preferito.
I venti di Earthesea – 2001 Di nuovo la morte al centro della riflessione, ma anche culture che si incontrano e si scontrano, saggezza di paese e saggezza di corte. E muri da abbattere, cosa sempre salutare.
Le leggende di Earthsea – 2001 raccolta di racconti che riempie un bel po' di buchi e risponde a parecchi interrogativi. Di una bellezza e di una dolcezza struggente, raccontano di come un gruppo di libertari abbia finito per gettare le basi per nuova segregazione, di come curare le mucche possa essere più gratificante che fare il mago di corte e di altre sovversioni di ordini costituiti.

NAVIGANDO TRA ISOLE DI SIGNIFICATO
Ci sono due tematiche principali che attraversano tutte le opere della saga: la morte e l'adesione al ruolo sociale.
La morte è trattata in modo assolutamente laico. L'oltretomba di Earthsea, così com'è presentato nel primo romanzo è un ade di tipo greco, in cui le anime permangono in puro nome, in cui gli amanti possono incontrarsi senza riconoscersi e madri e figli si ignorano. È inevitabile e tanto più intollerabile proprio perché rappresenta non una possibilità, ma una certezza. Eppure la vita eterna non è una soluzione. Da ragazzina, quando mi sono per caso avvicinata alla saga, sono rimasta incantata dalla bellezza delle isole, dal mare scosso dal vento, dall'ansia di vita di Ged. Tutto ciò è così struggente perché ne è tangibile la precarietà. La vita è un attimo che si assapora un'unica volta, prima di un oblio ineluttabile. Anche l'ultimo romanzo, che pure apre prospettive al trascendente lascia al massimo la speranza dell'ignoto, nessuna certezza ultraterrena. Ne consegue un'etica laica, di chi sa di agire, per dirla alla De André "non per un dio, ma nemmeno per gioco", in un mondo fragile, non per sé, ma per le generazione future. Un'etica, che, proprio perché non è imposta dall'alto, non è garantita dalle autorità (che, invece, cercano di utilizzare e incanalare le superstizioni della gente) è allo stesso tempo fragile e preziosissima. Al contrario di Gandalf o di Albus Silente, Ged ne "La spiaggia più lontana" non ha alcuna certezza da offrire al suo giovane compagno di viaggio. Io, che sono vecchio, che ho fatto ciò che dovevo fare, che sto alla luce del giorno, in faccia alla mia morte, alla fine di ogni possibilità, so che c'è un solo potere reale, il solo che valga la pena di possedere. E non è il potere di prendere, ma quello di accettare. 
Accettare la certezza della propria morte, tuttavia, non vuol dire, tutt'altro, accettare la vita che altri hanno scelto per noi. Non vuol dire neppure essere per forza eroi.
Tenar, il personaggi a cui ho chiesto in prestito il nome, sacerdotessa di divinità oscure, prende in mano la sua vita, ma non diventa né la moglie dell'eroe né un'eroina a sua volta. Sceglie per se stessa una vita semplice, in un'isola periferica. Sposa un uomo comune, dove nessuno conosce il suo passato. Questo non la svilisce. Kalessin, il signore dei draghi la cerca e le si rivolge come pari. L'eroismo di Tenar non sta nel compiere azioni gloriose, ma di essere ciò che si vuole essere e lottare perché anche gli altri possano esserlo. C'è un passo struggente, ne "L'isola del drago". Tenar ha adottato una bambina gravemente deturpata da un'ustione. Le consigliano di avviarla alla carriera da sarta, un lavoro che si può fare al chiuso, dove nessuno la vede. Tenar dapprima acconsente, con l'ansia comprensibile della madre che deve assicurare un futuro a un figlio disabile, poi si ribella, regala alla bambina un vestito di stoffa pregiato, perché non si debba mai nascondere. Come lei, la piccola deve avere il diritto di scegliere la propria strada.

Il tutto è calato in un mondo fantasy delineato con poche pennellate. Poche frasi descrittive, aggettivi che si ripetono come epiteti omerici ci portano in un arcipelago di isole montuose e povere, a metà tra le Ebridi e l'Egeo di Omero, dove gli uomini vivono temendo i venti di tempesta e i poteri della terra. Cieli solcati da quelli che per me rimangono i migliori draghi della fantasy, creature di pura volontà, al di fuori dell'etica umana, che scelsero la libertà e l'essere, invece del conoscere e del creare, come gli uomini.
La magia che pervade Earthsea, è la lingua della creazione che, se pronunciata, riesce a mutare e a ri tessere la realtà. Con tutti i rischi che un uomo che, di fatto, gioca a fare dio può immaginare. 
È un fantasy diverso da qualsiasi altro, che alterna passi che lo avvicinano, per certi, versi al Silmarillion e all'epica antica e altri decisamente più intimisti, con una magia talmente inesistente che quasi il lettore se ne dimentica. Se il primo romanzo è l'ipotetica trascrizione di un racconto orale, il quarto è quasi un romanzo Jane Austen in un contesto povero e solo vagamente fantasy.

La saga di Earthsea non è il capolavoro di Ursula Le Guin. Ha al suo interno istanze differenti, nasce come narrazione per ragazzi, poi approfondisce alcune tematiche, senza però trovare una vocazione unitaria. I romanzi sono tanto diversi da lasciare spiazzati. Ha una prosa limpida, più evocativa che descrittiva che però non ha la precisione chirurgica che la Le Guin ha tirato fuori in altre occasione.

TENAR E LA SAGA DI EARTHSEA
Razionalmente, so spiegare perché non sia un capolavoro. Rimane il fatto, però, che a distanza di così tanti anni, con tutta la fantasy che ho letto da allora, Earthsea continua ad avere un posto speciale nel mio cuore. È fondante, nel mio immaginario fantastico, tanto quanto Il signore degli anelli.
C'è anche un valore affettivo e un raro legame tra me e questi libri. Ne ho sempre trovato il giusto volume nel giusto momento della mia vita.
Avevo nove anni quando in una collana della Mondadori per ragazzi ho trovato Il mago di Earthsea. Un'età in cui odiavo cordialmente i compagni della classe in cui ero stata inserita dopo il trasferimento della mia famiglia. Ged ero io. Il pastorello sbalzato nella scuola di magia, che voleva a tutti costi primeggiare sugli altri per dimostrare il proprio valore, antipatico e consapevole di esserlo. Ero io, al 100%. Come lui, però, mi facevo anche domande non banali, a cui gli adulti non volevano o non potevano rispondere.
Da adolescente, qualche anno dopo, ho trovato il volume di cui ho messo l'immagine, in cui ho trovato il libro della mia infanzia e i seguenti due romanzi. Allora io ero Tenar, adolescente in cerca di identità, che si innamora, ma non vuole essere ingabbiata neppure dal proprio amore. Vuole vivere, capire, scoprire il mondo, vuole essere se stessa, prima di qualsiasi altra cosa. Ed ero anche Arren, il ragazzo del terzo romanzo, che vuole essere qualcuno, che vuole essere speciale, ha il terrore della morte e non osa dirlo.
Più grande ancora, ho messo le mani sul quarto romanzo. La Tenar che ancora mi rappresenta. Infine, sono arrivati gli altri due. 
Ogni libro mi ha incontrato al momento giusto. Sono cresciuta e diventata donna navigando tra le acque di Earthsea e nessun'altra storia mi ha avvolto così bene, per così tanto tempo, penetrando fin nel profondo del mio essere.

Non so se sia il post più lungo che abbia mai scritto, ma immagino che non sia lontano dall'esserlo, vi posso solo chiedere se ci sono storie così anche nella vostra vita, che vi hanno accompagnato nella crescita e nella vostra formazione.


mercoledì 27 maggio 2015

Riletture – Il club Dumas


Non paga di avere una rubrica, letture, che è tra le meno lette del blog ho deciso di aprirne un'altra che potenzialmente ne potrà avere anche meno! Riletture si occupa di quei libri che rileggo, che mi è venuta voglia di rileggere, che è obbligo rileggere.

Perché rileggo Il club Dumas
Perché nel post scorso parlavo della letteratura di genere e Il club Dumas è il paradigma di come dovrebbe essere un libro di genere. 
Perché per caso sono capitata su un articolo che ne parlava e l'autore aveva dato al finale un'interpretazione opposta alla mia. Ma è uno strano caso in cui non mi importa del destino del protagonista. Amo questo libro in ogni caso.
Vi ho incuriosito? Andiamo avanti, allora.

Il club Dumas in breve
È uno dei primi romanzi scritti da Arturo Pérez-Reverte, reporter di guerra e scrittore spagnolo. Si tratta di un autore che amo e che raramente mi delude, ma questo romanzo è senza dubbio il suo capolavoro.
Il protagonista, Lucas Corso è un solitario e disilluso cacciatore di libri rari. Si occupa di perizie ma anche di scovare libri introvabili dove meno uno se lo aspetterebbe (si occupa anche, se il caso, di imbrogliare il legittimo proprietario). Gli vengono affidati due incarichi: certificare l'autenticità di un capitolo manoscritto dei tre moschettieri e recuperare e confrontare le uniche tre copie esistenti di un libro che, pare, serva ad evocare il diavolo. Da quel momento nella sua vita iniziano ad apparire personaggi che sembrano essere usciti dai romanzi d'appendice ottocenteschi, un tizio che sembra il cattivo dei tre moschettieri, una donna che sembra Milady e una misteriosa ragazza che dice di chiamarsi (e ha documenti che attestano questo nome) Irene Adler.
Realtà e letteratura si fondono, ma l'unica certezza di Lucas Corso è che lui la vita la sta rischiando davvero. E forse anche l'anima.

Da questo libro è stato tratto un film che ci azzecca poco o niente e che per altro ammazza il senso del libro, ma per dovere di cronaca devo citarlo: La nona porta di Polaski. Uno strano caso in cui un regista che sa fare il suo mestiere + un attore che sa fare il suo mestiere + un soggetto fantastico = un film che non funziona per niente.

Il libro di genere sui libri di genere
Peréz-Reverte ha sempre dichiarato il suo amore incondizionato verso la lettura d'appendice ottocentesca, tanto che nell'edizione originale spagnola i libri della serie Capitan Alatriste si presentano in tutto e per tutto come romanzi d'avventura ottocenteschi (carta, formato, illustrazioni, sono MERAVIGLIOSI!!!).
Con Il club Dumas costruisce un thriller che gioca con la letteratura di genere ed è allo stesso tempo una riflessione non banale sul potere (non sempre salvifico) della lettura. Come ne Il pendolo di Foucault c'è chi è talmente immerso nella letteratura e nella finzione narrativa da scatenare nel mondo reale delle reazioni non controllabili. Nel romanzo spagnolo, però, realtà e letteratura si possono mescolare in modi diversi, con esisti differenti. C'è chi crea una propria realtà alternativa che supporta e aiuta quella di tutti i giorni, chi si fa prendere la mano fino a confondere finzione e realtà, chi rischia di scatenare forze fuori controllo. Infine l'amore dell'arte per l'arte, l'amore per l'oggetto libro in sé, può risultare salvifico ben oltre le aspettative.

Perché lo amo
Il questo libro ci sono già tutte le tematiche che poi l'autore svilupperà nei romanzi successivi, ma, curiosamente, gli è uscito al primo colpo un equilibrio ineguagliabile (considerate che io ho amato moltissimi altri romanzi di Pérez-Reverte e in particolare La regina del Sud, La pelle del tamburo, Territorio comanche e Capitan Alatriste).
Lucas Corso è un solitario, un sopravvissuto a guerre solo immaginate, disilluso nostalgico di un'epoca più pura che forse non è mai esistito, riesce a rapportarsi con gli altri solo attraverso i libri. Sono il suo mondo, il suo rifugio, ma anche il suo campo di battaglia.
In altre opere dell'autore torneranno personaggi simili, per certi versi meglio costruiti e giustificati, ma la malinconia senza motivo di Corso, il suo sognarsi (chissà poi perché) ultimo soldato napoleonico, la sua solitudine, il suo essere cinico e indifeso è un mix di fascino indiscutibile. Tutti ricordano questo romanzo per la trama, ma non ho mai trovato un lettore che non abbia amato e parteggiato per Lucas Corso.
La trama e i libri. Il club Dumas è uno di quei romanzi che ti racconta un sacco di cose senza fartele pesare e costringendoti a girare la pagina per scoprire come va a finire. Incisioni, incunaboli, libri rari, minuzie bibliografiche, tutto è descritto con estrema cura e ha il peso di una piuma. Il libro finisce, nulla è stato pesante e si ha una voglia matta di leggere tutti i libri che sono stati citati e che Corso ha amato. E di rileggere I tre moschettieri.
Un libro curato in ogni particolare e interattivo. Altro che La nave di Teseo. Nel romanzo si indaga insieme a Corso, analizzando le tavole dei volumi del libro per evocare il demonio, si cercano risposte insieme a lui nelle illustrazioni de I tre moschettieri. Non c'è nessun particolare fuori posto. 
Ho scelto come immagine la copertina dell'edizione in mio possesso. Era perfetta anche quella (molto più di quella della nuova edizione che, non saprei dire perché, ha la foto di una gargolla di Notre Dame...)

La frase che adoro
È l'ultima in assoluto
E ciascuno ha il diavolo che si merita.

Lo avete letto? Lo amate?
E quali libri state rileggendo/rileggereste?