venerdì 27 febbraio 2015

Gli inaspettati esiti della lettura e della scrittura – Scrittevolezze


Leggere è una delle attività più pericolose che si possano fare in situazioni di apparente sicurezza.
Ogni volta che apriamo un libro ci troviamo in un mondo altro, in balia di eventi incontrollabili e sopratutto soli. Quando leggiamo abbiamo l'illusione di essere circondati da personaggi, di essere nella testa di uno o più personaggi, ma in realtà siamo soli. E il mondo altro in cui avvengono eventi incontrollabili altro non è che il nostro mondo interiore.
Il rischio concreto che accettiamo, ogni qual volta apriamo un libro è quello di entrare in contatto con aspetti nascosti del nostro io e quindi di emergere dalle pagine irrimediabilmente cambiati. Un cambiamento non meditato, non previsto, dagli esiti incontrollabili.


Noi leggevamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e senza alcun sospetto.

Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il diasiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.

Paolo e Francesca leggevano "per diletto" e "senza alcun sospetto". Non erano consapevoli di essere innamorati. Lo erano già, naturalmente, ma non lo sapevano. Senza quella lettura avrebbero potuto continuare, magari per anni a ignorare una verità su loro stessi. Magari vi sarebbero arrivati lo stesso, ma più avanti, magari più preparati. Si mettono, però, a leggere. Una cosa interessante da notare è che non leggono alta letteratura, leggono "di Lancialotto e di come amor lo strinse", vale a dire l'equivalente  dell'epoca dell'Harmony. 
Non ci sono letture sicure, ogni libro, anche il più disimpegnato, non può che condurci all'interno di noi stessi, a fare i conti con il nostro io e, magari, con le verità che non vogliamo vedere. 
Paolo legge di Lancillotto, riconosce in se stesso gli stessi sentimenti che il cavaliere prova per Ginevra e trova il coraggio per baciare Francesca. 
Gli effetti, lo sappiamo, sono drammatici, il marito di Francesca li scopre e li uccide. Tutti e tre finiranno all'Inferno.
Per Dante il colpevole è uno e lo indica senza esitazione Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse. La colpa è del libro e della lettura, che ha costretto Paolo a fare i conti con sé stesso troppo presto. La lettura ha condannato tre anime alla dannazione eterna. Eppure Dante stesso, raccontando la storia di Paolo e Francesca ha certamente indotto altri lettori a riconoscersi in loro e, magari, a dichiarare il loro amore. Qualcuno ha sicuramente pensato, leggendo Dante, che è meglio la dannazione eterna che rinunciare a vivere un amore proibito.

Anche a me, nel mio piccolo, è capitato qualcosa del genere, sia pure al contrario. Anche a me con un libro del tutto disimpegnato, non scritto certo per cambiare vite. Era un romanzo di fantascienza e la protagonista era una donna che si era sposata molto giovane, arrivata ai trent'anni si accorgeva di non amare più il marito. Questi era un imbranato arrangione, ma, tutto sommato, sincero e sinceramente innamorato di lei. Un uomo scialbo, ma non cattivo. Era similissimo al mio fidanzato di allora. E io mi sono vista trentenne, infelice, sposata a un uomo sincero, ma che non era fatto per me.
Paolo e Francesco sono stati dannati dalla loro lettura, io probabilmente sono stata salvata. Di certo la mia vita è cambiata. Senza quella lettura forse non mi sarei accorta in tempo della mia nascente infelicità.

Se è tanto pericoloso inoltrarsi in un libro da lettori, per l'autore è tutto ancora più complicato.
Da autori, dobbiamo renderci conto che chiediamo una cosa non banale. Chiediamo al lettore di darci la sua completa attenzione per partire per un viaggio pericoloso che potrebbe cambiargli la vita. La possibilità di tale cambiamento è insita nella natura stessa dell'esperienza della lettura. Come abbiamo visto non ci sono "libri sicuri" tutti i libri sono pericolosi.
Come autori dobbiamo rispetto al lettore che si fida di noi a tal punto da intraprendere questo viaggio interiore cullato dalle nostre parole.
Dobbiamo essere consapevoli di altre cose ancora.
Il viaggio di ogni lettore è unico. In un libro può trovare solo se stesso. Lettori diversi interpreteranno uno stesso brano in modo anche opposto a seconda del loro vissuto e della propria sensibilità. Per questo non ha senso che l'autore se la prenda se il lettore "non ha capito" il suo testo. Un testo esiste perché un lettore ci si possa perdere e possa trovare una parte di sé. Secondo me (ma questa è un'opinione puramente mia) la parte interpretativa non spetta all'autore.
Per certi verso l'autore è come un'agenzia di viaggio. Prepara le tappe, i pernottamenti, prepara anche alcune esperienze come "visite guidate". Può mettere delle avvertenze "rischio emozioni forti" invece che "rischio piogge nella stagione dei monsoni", ma non può prevedere fino in fondo quello che un lettore troverà in un testo.

E se è così imprevista e pericolosa l'esperienza del lettore è ancora più imprevedibile l'esperienza emotiva dell'autore.
Se il lettore potrà scegliere in quale personaggio riconoscersi di più, l'autore dovrà trovare tutti i personaggi e tutte le situazioni dentro se stesso. Ci sono gialli che, da lettrice, non trovo spaventosi, perché l'autore ci tiene lontano dalla testa dell'assassino. Ma lo scrittore, inevitabilmente, nella testa dell'assassino ci è entrato. Ha progettato il perché e il come. Ha visto il mondo dai suoi occhi. In altre parole, ha trovato l'assassino dentro di sé. 
Inevitabilmente l'autore si muoverà attraverso angoli nascosti e pericolosi del proprio animo, esplorando una gamma di emozioni e sensazioni che magari neppure sapeva di avere dentro di sé. Non sono mai stata in analisi, ma non posso non pensare che la scrittura sia una sorta di auto analisi, che ci fa venire a patti con il nostro inconscio senza quella rete di protezione data dalla presenza di un psicologo o di uno psichiatra specializzato. Scrivendo andiamo ad aprire le botole dell'inconscio senza sapere cosa vi potremmo trovare.

C'è una sola attività più pericolosa della lettura che si può praticare in apparente totale sicurezza, la scrittura.

L'aspetto tecnico della scrittura, l'operazione che ci permette di filtrare il personale per renderlo universale e quindi comprensibile al lettore è, per certi versi ciò che ci salva. L'unico scudo che abbiamo per proteggerci, per addomesticare le nostre emozioni e riversarle su carta in modo che non feriscano troppo noi e che siano fruibili al lettore.

Domenica, alla prima lezione del corso di scrittura, cercherò di iniziare da qui, da Paolo e Francesca e dagli inaspettati esiti della lettura e della scrittura.
Ovviamente, voglio sapere cosa ne pensate e se vi è mai capitato che un libro vi abbia cambiato davvero la vita.



mercoledì 25 febbraio 2015

Le buone abitudini che non ho (e una che ho) – Scribacchiando


Ieri la necessità di andare a Torino a consegnare il cd della tesi si è trasformata in una bella gita con le amiche. Tra una piadina di qualità e una chiacchierata sulla storia vera di un genio della truffa su cui prima o poi scriverò una storia, potevamo non entrare in una libreria? E chi mi trovo? Me stessa! Ma non sistemata in un uno scaffale polveroso polveroso e in alto in alto (o in basso in basso), ma di fianco al Maestro Tolkien! Certo, il motivo mi è completamente oscuro, dato che né il genere né l'alfabeto offrono una giustificazione, ma ho apprezzato.
E a casa mi attendeva un'altra bella coccola, questo post di Lisa Agosti.

Non so se sia stata la trasferta a favorire la riflessione, ma questa mattina andando al lavoro ragionavo sul fatto che la scrittura è una pratica diversa per ciascuno di noi. Quella che per qualcuno è un'attività assolutamente necessaria, una condizione sine qua non per la scrittura di una buona storia, per altri è del tutto inutile. Questo causa la proliferazione di consigli di scrittura contraddittorii. King dice di scrivere e poi di tagliare, altri autori consigliano di allungare. Per alcuni la scaletta è necessaria, per altri è inutile, la prima stesura va fatta a braccio.
Alla fine anche considerando i consigli che si ripetono più frequentemente (e quindi che presumibilmente sono più utili) scopro cose che non ho mai fatto e abitudini di scrittura che non ho mai seguito. Eppure capisco che si tratta di consigli utilissimi!
Sono le BUONE ABITUDINI CHE NON HO

– Prendere appunti appena viene un'idea.
Io sono un'ossimoro vivente. Odio scrivere. Per lo meno a mano. Odio prendere appunti. Quando seguo delle lezioni (ad esempio quelle del PAS) i miei appunti sono di solito gettonati perché "sono così chiari e sintetici!". Pigrizia, la mia si chiama pigrizia, non dono della sintesi. Odio scrivere a mano e quasi non lo faccio quando dovrei per studio/lavoro, figuriamoci per la narrativa!
E poi non mi fido della mie idee.
Credo nella selezione naturale. Se un'idea è forte sopravvivrà e mi rimarrà in mente. Se non lo fa, allora non valeva la pena di perderci del tempo.

– Schede dei personaggi.
I miei personaggi li conosco. Sono quei tizi che campeggiano nella mia testa, nel salotto del mio palazzo mentale. Inciampo in loro continuamente. Se ho bisogno di conoscere un particolare su di loro glielo chiedo, che problema c'è?
Questo è il motivo per cui non preparo schede dettagliate sui personaggi.
Il fatto è che i personaggi principali campeggiano in casa mia, ma le comparse sono, appunto, comparse. Appaiono un attimo e poi sono già sparite, la mia attenzione tutta focalizzata sulle star della storia. E poi vai a ricordarti 100 pagine dopo quant'era alta quella data comparsa e anche come si chiamasse...

– Usare un apposito programma per la scrittura.
Scrivo. Quindi uso un programma di scrittura, no? Word se uso un pc, Pages sul mio Mc. Perché, esistono altri programmi per scrivere? A quanto pare sì e sono mirabolanti, eccezionali, praticamente indispensabili... Ma io sono imbranata! Non ho ancora scoperto tutte le potenzialità di Word o di Pages e dovrei passare a qualcosa di ancora più sofisticato?
Io sono sempre quella laureata in archeologia del neolitico. La pietra levigata è la tecnologia più elevata che posso padroneggiare! 

– Revisionare, correggere, recuperare.
Non mi ci ero mai soffermata, prima di un commento di Grazia. Scrivo. Poi lascio decantare almeno qualche ora. Rileggo. I casi sono due. O quello che ho scritto mi piace, è solo che ci sono orrori ortografici da sistemare, frasi da accorciare o da allungare, insomma, le solite magagne della prima stesura, oppure non mi piace. Nel primo caso mi metto al lavoro, nel secondo caso impreco e cancello. Pagine e pagine, capitoli interi. Senza pietà e senza pensarci. Che poi, magari, è solo l'umore del momento. Possibile che, che ne so, su tre pagine non ci sia neppure una riga da salvare?
Niente, se non mi piace io cancello.

– Scrivi con il cuore, revisiona con la mente.
Dal punto precedente si evince che tra la prima stesura e quella finale di un mio testo, salvo casi particolari, non ci sono molte differenze, solo una pulizia del testo. Certo, magari ci sono dieci tentativi abortiti nell'Inferno delle Storie Perdute, di cui non è rimasta memoria...

Ecco le mie buone abitudini che non ho.
Le vostre quali sono?

Ci sono invece buone abitudini che ho e che mi piace divulgare. Ho scritto millemila volte quanto secondo me sia importante scrivere racconti. Ai fini pratici, uno degli sbocchi più ovvi per i racconti sono i concorsi, quelli seri (vedi come sopravvivere a un concorso letterario).
Marzo, non so perché, è il mese dei concorsi letterari ce ne sono tanti in scadenza. Senza voler far torti a nessuno, ve ne segnalo due a cui ho partecipato in passato e di cui ho potuto toccare con mano la serietà.
Grado Giallo, insieme a Giallo Stresa (che pare cambierà nome e di cui non è ancora uscito il bando) è tra i concorsi che coccola di più i finalisti. In generale io ho avuto ottime esperienze con i concorsi di Giallo Mondodori e non esito a consigliarveli.
Trofeo RiLL per i racconti di genere fantastico, invece, non posso che consigliare il Trofeo RiLL a cui sono affezionatissima. Sarà perché la premiazione si svolge in quel luogo magico che è Lucca Comics, sarà perché le copertine delle antologie che nascono dal concorso le trovo bellissime, sarà perché è uno dei pochi concorsi che fa tradurre i racconti vincitori all'estero. Insomma, se dovete investire 10€ per un concorso, mi sento di dirvi di farlo per RiLL.

lunedì 23 febbraio 2015

... A passi tardi e lenti


A livello burocratico detenere legalmente uranio impoverito (o pure arricchito) non può essere tanto più complicato che iscriversi all'esame finale del PAS.
Ho completato l'apposito modulo con tanto di codice materia/santo graal da richiedere in segreteria a Torino. Mi sono caracollata a Varcelli per far firmare il modulo da inviare poi in PDF a Torino. Non che questo mi eviti un viaggio, perché la tesi va portata a mano su CD proprio a Torino e invece in cartaceo a Vercelli, con tanto di titolo in inglese. Che poi, mi chiedo, a chi mai interesserà leggere un percorso didattico studiato (come da apposite istruzioni) per una classe specifica di una scuola specifica e come tale non riproducibile?
Il tutto mentre i politici ogni 20 minuti circa cambiano idea sul reclutamento degli insegnanti. Prima dicono che il titolo che conseguirò con il PAS è inutile, poi no, che è essenziale. Poi che devo sostenere un concorso, poi che no, bastano i tre anni di servizio. Però con il contratto al 31 agosto (che esiste, ma è come l'araba fenice e comunque io ne ho catturati due e non tre). Gli altri tutti a casa.
C'è di buono che sono troppo stanca per farmi venire un esaurimento nervoso.

Stanca.

Alla fine del PAS è rimasto questo. La stanchezza.

Per la prima volta in vita mia ho rinunciato a leggere un libro perché era scritto a caratteri troppo piccoli e la sera, dopo aver sistemato la tesi, non ce la facevo a metterli a fuoco. Mi sono sentita infinitamente vecchia. O infinitamente giovane ("Prof! Ma è scritto TROOOPPO piccolo! Non ce la faccio a leggerlo!).
Non ho neppure voglia di scrivere. Il famoso tentativo di racconto rosa è tutto pronto nella mia mente, ma è fermo a metà stesura. Con due neuroni a mezzo servizio un post bene o male posso metterlo giù, ma una prosa vagamente leggibile per la narrativa no.

Passerà.
Questo è stato il primo fine settimana senza studio. Un unicum, dato che dal prossimo inizio il corso "Nelle trame del lago". Ho passato tutto sabato con la febbriciattola sul divano a leggere un libro con le scritte grandi e a vedere documentari naturalistici. 
Ho capito che quando si fatica a seguire un documentario sullo squalo balena (una delle bestie più placide e noiose del creato, in pratica un enorme filtra-placton che passa tutto il giorno a nuotare con la bocca aperta) è perché il cervello ha davvero alzato bandiera bianca. 

Passerà.
Un giorno di questi mi alzerò, scoprirò che è primavera, che il PAS è finito e avrò voglia di scrivere un racconto sugli squali balena.

venerdì 20 febbraio 2015

Naufragi – Racconto breve




NAUFRAGI

Il sudore scorre e porta via. 

Porta via le tossine, gli umori cattivi, scivola sul viso, sopra la barba e se ne va. 
Bagna prima la fronte, poi le guance, scende in torrenti che scavano canyon sulla pelle. 
Goccia a goccia bagna i pensieri ed ad uno ad uno li trascina via, relitti nella piena. 
Il sudore scorre e porta via. 
Passo dopo passo l’aria è fatta di molecole da spezzare e da attraversare, scorre sulla pelle e porta via.
Passo dopo passo i pensieri si fanno indistinti, parti del paesaggio notturno, lampioni offuscati di foschia, alberi spogli. L’aria passa e porta via, i pensieri si sciolgono dentro al sudore e scorrono via, non si possono più inseguire, rimane solo un ritmo da tenere e chilometri da percorrere. Non c’è più tempo, solo un presente sospeso, un ritorno ritmico sempre dalla stessa partenza. Allora si vorrebbe continuare così, a correre nella notte che avanza, solo per conservare questo tempo interrotto…

Finisce il sudore prima che finisca la notte. La luna si alza e il tempo riprende il suo corso. Carlo si ferma e guarda la luna. Si potrebbe correre, in sere come queste, fino a raggiungerla, basterebbe continuare laggiù, oltre l’ultimo lampione sopra il ponte, dove la notte e la nebbia si fondono e la luna attende. 
Ma la luna in cielo non accenna un invito.
Carlo si china, si toglie le scarpe e sceglie la doccia.  

Scende l’acqua e lava il sudore, rende i pensieri. Carlo torna ad essere creatura di terra, dopo un ultimo abbraccio caldo di amante. Non c’è più tempo di guardare la luna. 

Carlo ha ancora i capelli umidi davanti al campanello di casa, naufrago giunto a una terra su cui non vuole approdare. 
Mara gli apre la porta, suo sorriso è una maschera di cera. 
Arrivano effluvi di patate, carote e fagioli che si mescolano in minestra dentro la pentola, in cucina; il divano ha un sentore di cuoio e il pavimento profuma di detersivo lavanda passato ogni pomeriggio alle quattro.   

Un luogo dove preparare la tavola insieme, con movimenti sicuri e sguardi di rito. 

Si versa la minestra nei piatti, si spande il vapore, si mescola al profumo dei capelli di Mara.
 – Buon appetito. 

Carlo osserva la moglie da sopra il cucchiaio. 
Ogni giorno che passa è un oltraggio che non vuole affrontare. Mara non si arrende ai cinquant’anni. Lotta ogni settimana dal parrucchiere, lotta ogni settimana dall’estetista. Ogni ruga è la stoccata di uno schermitore a cui ribattere colpo su colpo. Centellina la verdura sul cucchiaio, è una guerra da combattere chilo su chilo. Sotto il maglione scorza d’albero il corpo è quasi quello che Carlo ricorda, ma è un dato precario. Mara ha negli occhi la stanchezza di una guerra che non si può vincere. Carlo cerca una corda da lanciare oltre il vuoto.
– Hai preso il regalo per Lorenzo e Anna?
– No, dovrai andarci tu, domani.
– Credevo che avessimo scelto quei bicchieri. – difficili quesiti di cristallo.
– Li hanno finiti. Vai tu a vedere cosa è rimasto allo spaccio. Non mi interessa cosa prendi, l’importante è che sia di marca e non costi troppo. C’era gente, oggi, in ferramenta?  
– Come al solito. Abbiamo finito le punte per i trapani. Devo ricordarmi di ordinarle, domani. 
– Devi anche andare a pagare il gas, che se no scade. 
Carlo annuisce posando il bicchiere di minerale. Dentro, le bollicine vanno verso l’alto danzando prima di sparire. Non hanno bollette da pagare, né regali come doveri da adempiere, loro, solo una superficie da raggiungere e contro cui morire…
– Me ne ricorderò. Cosa hai fatto oggi?
– Ho pulito i pavimenti. 
Non c’è orgoglio nella voce. Mara li pulisce ogni pomeriggio, trincerandosi dietro il profumo di lavanda. Chissà dove si rifugia la polvere sfrattata? Sulle menti e sulle anime. 
Mara pulisce la sua anima sul divano di pelle nera due volte la settimana. Si toglie il maglione, lascia cadere la corteccia, scaccia la polvere dai pensieri. 
Carlo le osserva le mani che spezzano parsimoniose un grissino. Come si muovono quelle mani dalle unghie sfumate di rosa sulla schiena di lui? Lo avranno esplorato, diligenti, come soldati su un territorio straniero o si saranno arrese in un abbraccio senza lotta? Labbra avide o remissive, cose da prendere o da dare, su quel divano?
Lui ha i capelli bruni, probabilmente tinti, che Carlo ha trovato sui vestiti di lei e un deodorante Pino Silvestre. Un nome a cui quasi di certo da del tu. Sarà stato seduto a quella stessa tavola, vestito da amico o da parente? Ha senso trovargli un viso o un nome? Per cosa? Regalargli bicchieri rotti, cocci taglienti avvolti in strascichi di recriminazioni? 
Mara si aggrappa alla sua schiena sopra il divano, prima o dopo aver versato lavanda sul pavimento come  napalm sopra le palme.
Ogni naufrago cerca il suo relitto a cui affidarsi.

Carlo torna a guardare la moglie, il pasto è finito senza che il suo sguardo l’abbia scalfita. Si alzano insieme, portano i piatti al lavello sfiorandosi senza incrociarsi, senza toccarsi: quello tra il tavolo e il lavandino è uno spazio da occupare, non da vivere. Si accumulano i piatti utilizzati, macerie di un pasto consumato. 

Dovrebbero inventare anche detersivi per le anime, lavatrici di sentimenti, che portino via i rimpianti come briciole. Come le briciole che cadono dalla tovaglia che Carlo scuote oltre la finestra. Qualche passero domattina le troverà. Qualche uccello dovrebbe venire a mangiare anche i rimasugli di un amore finito, portarne via i segni e lasciare il mondo pulito…

Mara ha acceso la televisione, passano informazioni sui capi di moda per l’inverno e poi stralci di carni straziate e fumi di esplosioni, da qualche parte nel mondo, dove il dolore fa rumore e notizia. Qui è solo l’acqua che scorre, un brusio di fondo di piatti puliti e riposti in mobili di finto rovere. 
Carlo passa lo sguardo dai cadaveri del telegiornale alla pelle restaurata di lei. Ci sono accenni di rughe incombenti, ma il fondotinta leviga e nasconde. Nasconde dietro il suo viso qualsiasi espressione. Carlo vorrebbe quasi spiarle un sorriso, ricordo di una gioia da cui è escluso. Un pretesto per far bruciare la cera. Mara non sembra avere gioie nascoste e il divano laggiù è solo una fuga incompiuta che pian piano affonda dentro la tempesta. 

Si parla di Luca che è fuori a cena anche questa sera e non vuole andare all’università. Forse fuma qualche spinello, Mara vorrebbe parlarci, ma Carlo scuote la testa e guarda fuori dalla finestra, alla ricerca della luna che non si vede.
Tutti cerchiamo di addomesticare il tempo, invece di arrenderci ad un nemico che non si può combattere. E dimentichiamo di farci coraggio a vicenda.
– Non ho voglia di litigare. 
– Tu non hai polso, Carlo. 
Carlo annuisce, accettando il giudizio. 
La televisione ribatte con un nuovo bombardamento. Gente di polso, che si illude di esistere con più forza degli altri. Che ha bisogno di distruggere per provare a sé stessa la propria esistenza. 
La notte li assedia. E ognuno cerca la sua fuga, per convincere la mente che il buio possa rimanere fuori, un momento di tempo sospeso, una zattera di fumo, un relitto sul divano. Che senso ha poi giudicare quale detrito sia migliore?
– Cosa fai domani sera? Vai a correre? 
– Sì. 
Lo sbuffo di lei è un rapido calcolo del tempo che resta tra il pavimento e la cena, altra polvere da esiliare, altra morte da eludere e dimenticare.
– Io vado a cena con le colleghe, per il compleanno di Nadia.

Non sembra aver voglia di festeggiare, Mara, forse di piangere o di urlare. 
Non si può raggiungere la luna, per quanto si corra e ci si affanni. 
Non ferma la morte o il tempo che scorre incrociare i bicchieri e fingersi amici per una sera. Fingere che l’agonia di un anno trascorso sia motivo di musiche e feste, tanto assordanti da non fare ascoltare il suo grido. Perché forse anche quel tempo morente vorrebbe una mano per farsi aiutare e restare ancora, per sempre, presente.

Carlo guarda la luna che ascolta il suo grido inespresso. Guarda la moglie a cui non sa tendere la mano.
Possiamo solo cercare una zattera e tentare di addomesticare il tempo che fugge.
Ma dimentichiamo di farci coraggio a vicenda.

mercoledì 18 febbraio 2015

Cattivi alla ribalta – Scrittevolezze


Oggi parliamo degli Antagonisti, i cattivi della storia, o, quanto meno, coloro che si oppongono ai nostri eroi.

C'è proprio bisogno di un cattivo?
Tolkien, ne Lo hobbit dice giustamente che a parlare dei periodi felici si impiega giusto qualche riga.
Qualsiasi storia nasce da un conflitto e quindi da un qualcuno che si oppone a un qualcun altro o a un qualcosa.
Qualsiasi storia, quindi, pone degli ostacoli al proprio protagonista. Non è detto, ovviamente, che questi ostacoli prendano la forma di un personaggio.
Ci sono storie in cui è il protagonista stesso il peggio nemico di sé stesso e non fa che cacciarsi nei guai. Altri in cui sono fattori esterni e inanimati, le convenzioni sociali, la lontananza, la malattia, a mettere in difficoltà i protagonisti.
Vi sono inoltre tutta una serie di storie dove l'antagonista non è affatto il cattivo, anzi, è solo un personaggio che il caso o la scelta hanno posto sul fronte opposto rispetto a quello dell'eroe. Ettore è senza dubbio l'antagonista di Achille, ma di certo non è il cattivo. 

Io scrivo gialli e quindi è quasi inevitabile che ci sia un antagonista, anzi, un cattivo vero e proprio, con il quale colui che indaga deve fare i conti.
Anche da lettrice, tuttavia, prediligo le storie dove ci sia un antagonista forte. Anzi, me ne viene in mente più d'una in cui è il cattivo a fare tutta la differenza. Due esempi su tutti: Il silenzio degli innocenti e Dracula. 

C'è  bisogno di cattivi per le nostre storie?
Dipende dalla storia, ovviamente.
Io sono dell'idea che una disgrazia, al massimo due, bastino e avanzino in una narrazione. Se la storia è incentrata, come si diceva sopra, sulle pulsioni autodistruttive del protagonista o su degli eventi esterni (malattie, lutti, guerre...) forse non c'è bisogno di rincarare la dose ponendo sulla strada anche un antagonista umano.
Il cattivo, tuttavia, è un espediente narrativo che funziona sempre e svolge nella storia diverse funzioni:
– Fa progredire la storia, ovviamente, dato che pone difficoltà sul cammino dell'eroe.
– Fa risaltare per contrasto le doti del protagonisti. I nostri protagonisti, si sa, non possono essere perfetti. Ma saranno comunque meglio del cattivo di turno, cosa che ci permetterà di apprezzarli, nonostante tutti i loro difetti.
– Portare alla ribalta tematiche disturbanti senza rischiare di finirne risucchiati. 

Scegliere e calibrare i proprio cattivo.
Neppure Sauron è cattivo perché è nato così. 
Nessuno, neanche i peggiori pazzi criminali agiscono per impulso immotivato. E è improbabile che un qualsiasi cattivo si metta a perseguitare il nostro protagonista senza un perché, per una semplice antipatia.
Quindi ci sono sempre una serie di domande che è bene porsi quando si inizia a progettare il proprio cattivo:
Qual è il suo obiettivo? C'è sempre un motivo alla base di ogni azione umana. Non è detto che debba essere razionale, però c'è.
Come è diventato così? Non credo che si nasca cattivi (neppure Sauron...), quindi perché il nostro cattivo è diventato tale? È cresciuto in un ambiente difficile? Ha incontrato le classiche "cattive compagnie"? Ha deciso che pur di ottenere ciò che vuole è disposto a tutto? Diffidate dal trauma infantile, che ormai è abusato...
Fin dove è disposto a spingersi?Non tutti i ladri farebbero stragi di bambini. Non tutti gli assassini ucciderebbero chiunque. Ognuno ha una sua, più o meno contorta, morale e dei limiti che non vorrebbe superare. Assicuratevi di conoscere quelli del vostro cattivo, anche perché può risultare narrativamente interessante indagare le sue reazioni, nel caso dovesse arrivare a infrangerli.

Dieci sfumature di cattivi.
I cattivi non sono tutti uguali! Ecco elencati dieci cattivi archetipi che potete usare, modificare e stravolgere come vi pare.

Il braccio armato
Non è la mente, è il braccio di qualcuno. È l'aiutante di qualcuno di più potente. Di solito pone un ostacolo meramente fisico, può tentare di ferire, di uccidere o di bloccare in qualche modo il protagonista. Non è detto che agisca di sua sponte e abbia un animo malvagio. Potrebbe essere ricattato dal "grande cattivo" o essere manovrato, avere informazioni sbagliate sul protagonista e pensare di essere nel giusto.

Il cattivo della porta accanto
È la classica persona che "l'occasione ha fatto ladra". Fino al giorno prima conduceva una vita onesta e normalissima, poi un'occasione o anche un tragico errore gli hanno fatto compiere qualcosa di orribile. Può tentare di occultare tale cosa, o, al contrario, commettere azioni sempre peggiori nel tentativo di "uscirne". Può prenderci gusto e diventare un professionista del male.
Fatti di cronaca e film ci danno tutta una serie di esempi di questo tipo.

Il cattivo seducente
Conturba il protagonista e, di riflesso, il lettore. È quel tipo di personaggio che si vede lontano un miglio che ha un doppio fine, eppure non si riesce a resistere al suo fascino. Tira fuori il lato oscuro del protagonista e, di riflesso, del lettore. Perché lo sappiamo che ci vuole morti, ma ce lo porteremmo comunque a letto. A saperlo gestire è un cattivo di sicuro impatto.

Il cattivo intellettuale
Come un ragno al centro della tela, tesse oscure trame, fino a portare il protagonista a un vero duello intellettuale. Difficilmente appare in scena in prima persona e non ha bisogno di essere armato per risultare pericolosissimo. La sua intelligenza e la sua raffinatezza, d'altro canto, lo rendono affascinante e pieno di classe. È il classico cattivo che prima di ucciderti ti offre una cena di lusso.

Il corrotto dal potere
Posto anzitempo in una posizione di potere il senso del dominio gli ha dato alla testa. Oppure tenta ogni volta di fare quello che crede meglio per "un bene superiore", compiendo azioni via via sempre più turpi. Può essere un re, un capitano militare, ma anche il direttore di un'azienda.

Il superiore
È o si crede superiore agli uomini comuni, che quindi sono animali da pascolare (o da macellare). Può essere un vampiro assetato, un alieno in cerca di risorse da sfruttare, ma anche una persona convinta di essere superiore agli altri, che pertanto vanno sottomessi/eliminati.

Solo il più forte sopravvive
Posto sin da giovane in situazione limite è convinto che solo il più forte/il più spietato possa farcelo. Il suo può essere solo un atteggiamento mentale (il padre intransigente che non sopporta segni di debolezza nei figli) o qualcosa di più concreto. Come il superiore ha la granitica certezza di essere nel giusto.

Il disturbato
Qui entriamo nell'infinita casistica della psicopatologia. Ricordiamoci sempre, però, che c'è una logica a cui il criminale folle obbedisce e che anche per lui ci sono dei limiti invalicabili.

Il focalizzato
Ha un obiettivo, magari degnissimo (salvare una persona cara), magari abbietto. La cosa essenziale è che per conseguirlo è disposto a fare ogni patto con diavolo necessario. Può avere una morale ferrea, ma quando si tratta di quell'obiettivo salta ogni freno. In un'altra vita, o in un'altra storia, forse, potrebbe essere un eroe.

Il sicario
Lui non è cattivo. È che lo pagano per esserlo. Può essere la persona più normale e amorevole del mondo, ma non sul lavoro! Che sia un truffatore, un falsario, un ladro acrobata o un killer professionista, ha fatto del male la sua professione. Può essere bravissimo nel suo lavoro o un dilettante allo sbaraglio. In ogni caso, questo genere di personaggio si gioca sulla dicotomia vita normale/vita "lavorativa".


Ovviamente ci possono essere ulteriori mille sfumature di cattivi, perché, si sa, il male ha mille facce.

Tenar e i suoi cattivi
Come avete avuto modo di leggere, a volte ho dei problemi a gestire i miei cattivi, perché sono troppo bravi in quello che fanno e finisce che il lettore li ama, ma io no.
In generale sono affascinata dal "cattivo della porta accanto" da quel quid che può trasformare una persona normale in un assassino.
Cerco invece di evitare "il disturbato", perché lo trovo abusato. Alcune storie di serial killer mi sono piaciute anche molto, ma in generale è difficile che non mi risultino già sentite. 

E voi come ve la cavate con i vostri cattivi? Fanno parte di una di queste categorie?

PS: mi scuso per il bel micione in foto, che ha tutta la mia simpatia. Non dubito, però, che le sue prede, potendo, lo classificherebbero come "cattivo".
Alla fine è tutta una questione di prospettiva.


lunedì 16 febbraio 2015

Vincitrice dello Sherlock Magazine Award 2014!



La mattinata di oggi, per motivi che nulla hanno a che fare con la scrittura, è stata per me importante e intensa.
Appena dopo aver stretto la mano a una signora gentilissima che mi augurava un in bocca al lupo, ho guardato sul cellulare la mail e una mi invitava a guardare subito il sito della Sherlock Magazine, perché c'era questa notizia con tanto di foto del mio faccione. Ho vinto l'edizione 2014 dello Sherlock Magazine Award con il racconto Il caso dell'assassino smemorato!
Non è da me (o non sarei una sherlockiana) credere a segni o congiunture astrali, ma è stato un graditissimo incoraggiamento!
Quindi, davvero un enorme grazie a tutti, anche a chi, pur senza saperlo, me l'ha comunicato in un momento speciale.

Sono davvero felice, felice, felice per questo risultato!
Come credo si sia capito, un 5-10% delle mie letture è, da che ho memoria, a tema sherlockiano, leggo apocrifi italiani, stranieri, a fumetti, li guardo al cinema e in televisione. E i racconti dell'albo d'oro dello SherlockMagazine Award sono tra i miei preferiti tra sempre. Il caso dell'unicorno nero di Elena Vesnaver, Il gioco è cominciato, Holmes di Patrizia Trichero e Uno studio inutile di Samuele Nava, solo per citare i primi che mi vengono in mente, sono superlativi (tra l'altro due su tre sono reperibili in e-book e il terzo lo sarà a breve: leggeteli!). E quindi sono davvero, davvero, davvero felice che anche il mio racconto possa figurare nello stesso elenco.

Conoscendo il livello della competizione non vedo l'ora di leggere gli altri racconti finalisti, sopratutto quello di Luca Martinelli (che mi ha incuriosito già dal titolo) e quello steampunk di Giuseppe Berti.

Quanto al racconto vincitore, Il caso dell'assassino smemorato, come tutti i racconti, ha dietro una storia particolare.
L'ho ideato più di un anno fa, durante un viaggio in treno. All'inizio era un divertimento intellettuale: volevo mettere nei guai Watson nel modo migliore possibile, giocando con tutti i suoi punti deboli. Poi, però, mentre la storia prendeva forma, ho iniziato ad odiarmi. Perché, lo sapete, io adoro Watson e mi spiace fargli male. Il mio antagonista, tuttavia, ormai era delineato. Era sadico, crudele e preciso. Man mano che scrivevo lo odiavo sempre più e odiavo me stessa per averlo creato. 
Alla fine, però, i lettori beta erano così entusiasti del cattivo che volevano che scrivessi un sequel. Io invece, volevo tornare con i miei protagonisti al sicuro a Baker Street nel più breve tempo possibile!

A voi è mai capitata una cosa del genere, di aver dato vita a un personaggio che avete odiato con tutte le vostre forze?

domenica 15 febbraio 2015

Birdman – Visioni


Mettiamo subito le cose in chiaro. Il nuovo film di Inarritu chiede molto allo spettatore. È costruito a misura di uno spettatore ironico e colto, che conosca la grammatica cinematografica holliwoodiana, che riconosca gli attori, abbia famigliarità con la loro storia cinematografica, ma che non disdegni il teatro e che, quando meno, abbia letto Carver.
A fronte di tutte queste richieste, il regista confeziona una sorta di cubo di rubik cinematografico che si può girare, assemblare e interpretare in infiniti modi.

La trama, dopo numerose nomination agli oscar, è nota.
Un attore famoso per aver in passato interpretato un supereroe di successo vuole riabilitare la propria immagine di attore mettendo in scena a New York un proprio adattamento di un racconto di Carver (il celebre Di cosa parliamo quando parliamo d'amore). Il tutto è raccontato con virtuosistici pianosequenza che alternano senza soluzione di continuità scena e fuori scena, i deliri della mente del protagonista e la follia del reale.

L'unica cosa evidente, a film concluso, è che questa pellicola analizza e decostruisce il cinema d'intrattenimento americano, ma non è contro il cinema americano. Inarritu ne conosce e ne utilizza la grammatica, realizzando, tra l'altro, una bellissima sequenza supereroistica con tutti i crismi. Ci mostra i deliri degli attori di teatro, non meno folli e staccati dal mondo di quelli dei blockbuster, solo più coccolati da una critica schizofrenica che applaude solo quando in scena scorre del sangue vero.
Non a caso il film è piaciuto tantissimo proprio ad Hollywood, che, infatti, si prepara a ricoprirlo di oscar.
Detto questo, ognuno può vederci dentro quello che vuole e divertirsi a trovare rimandi e significati, tutti perfettamente giustificati da un testo che è davvero "una macchina per costruire interpretazioni".
Che sia questa, alla fine, l'imprevedibile virtù dell'ignoranza? Quella dei molti significati generati e in origine ignorati dal regista stesso?

Affrontato con la giusta disposizione d'animo, Birdman può essere un film gradevolissimo, perché l'ironia lo pervade dalla prima all'ultima inquadratura e alla fine questi attori disperati, attaccati a una fama effimera, che altro non è che un frammento infinitesimale della carta igienica del cosmo, sono irresistibilmente, e tragicamente, divertenti.

Al momento il più bel film dell'anno.