venerdì 1 aprile 2016

Perché io sono io


Oggi è il primo aprile, giornata mondiale dei pesci e degli scherzi. 
Io devo aver per errore invocato lo stesso Spirito del Pesce, oggi.
Intendiamoci, la mia vita è spesso surreale, mi succedono cose buffe, vengo in contatto con storie e persone fuori dalle righe e ho un particolare amore per tutto ciò che esula dall'ordinario che mi porta ad approfondire proprio quelle cose che magari altri tenderebbero a tralasciare.
La mattinata di oggi, tuttavia, ha toccato vette di surrealtà tali che merita di essere condivisa.

La premessa necessaria è che avevo bisogno di certificare che io sono io di fronte a un pubblico ufficiale e già questo non capita tutti i giorni.
Il fatto è che alla mia nascita i miei genitori hanno voluto che io raccogliessi l'eredità di entrambi i miei nonni, battezzandomi Antonella Augusta. Anche se nella pratica già Antonella è troppo lungo e ci si limita ad Anto loro ci tengono, e ci tengo anch'io, che entrambi i nomi abbiano valore legale.  Quindi il mio certificato di nascita è stato redatto in modo che io sia, a tutti gli effetti, Antonella Augusta. Qualcosa poi è andato storto nell'elaborazione del codice fiscale cosicché sulla carta d'identità e sulla tessera sanitaria risulto essere Antonella Augusta, sul tesserino del codice fiscale c'è un inquietante Antonella Augus e ogni tanto il secondo nome salta del tutto. Così, ad esempio, quando ho comprato l'auto mi hanno detto che il libretto di circolazione apparteneva a un'altra persona. L'altra me stessa.
Onde evitare ulteriori problemi con l'Altra Me, oggi sono andata in anagrafe fornita di apposito modulo pre compilato per certificare che io sono io.

Il modulo pre compilato non andava bene, dovevo compilarne lì, a mano, un altro. L'ho fatto.

L'addetta ha consigliato di invertire la formula, invece di dire "io Antonella dichiaro di essere Antonella Augusta" era meglio scrivere "io Antonella Augusta dichiaro di essere Antonella". Ho rifatto il modulo, riportando, come mi era stato detto, la formula già scritta in precedenza.

La formula già scritta in precedenza era errata e mi è stato detto di rifare il modulo con la formula corretta. Ho rifatto il modulo.

Ho consegnato il modulo al Pubblico Ufficiale perché certificasse che io sono io. All'inizio avevo evidenziato che per Motivi Imperscrutabili mi serviva la sua firma in biro blu e non nera, ma nel mentre era passato del tempo e il Pubblico Ufficiale se n'era scordata e ha firmato in biro nera. Il modulo era da rifare.

A questo punto ho rifatto ancora il modulo, era la quinta volta. Ho inserito così tante volte la mia data di nascita (tre volte per ogni compilazione) che alla fine dove andava la data di oggi ho messo per errore il mio anno di nascita.
Io mi sono quasi messa a piangere, il Pubblico Ufficiale ha riso un sacco.
Intanto non avevano più moduli appositi e ho dovuto aspettare che ne recuperassero un altro.
Lo Spirito del Pesce, grazie al cielo, voleva solo divertirsi e quindi il tutto è avvenuto in un ufficio deserto, senza ressa e gente urlante in attesa. Abitare in un paese di 3000 persone ogni tanto aiuta.

Quindi dopo circa 45 minuti dalla consegna del mio originario modulo pre compilato, ho avuto in mano la mia bellissima attestazione che dichiara a norma di legge che io sono io e che l'Altra Me è me.
Perché questo foglio di carta abbia valore devo anche portarlo il Prefettura.
A quel punto il Pubblico Ufficiale mi ha salutato dicendo "benvenuta nell'era della digitalizzazione della documentazione".

Da qualche parte, lo Spirito del Pesce rideva un sacco.

mercoledì 30 marzo 2016

Il caso spotlight – Visioni


A Pasqua, dopo pranzo, mi sono seduta sul divano e di colpo è stato come se un treno mi avesse investito. Fino a quel momento non avevo realizzato quanto fossi stanca. Una stanchezza fisica dovuta semplicemente a taaaaante cose da fare tutte insieme, ma anche mentale.
All'inizio della settimana scorsa è arrivata la risposta che attendevo da tempo e venerdì ho formalizzato la decisione che ne è conseguita. Da un lato è stata una liberazione, perché c'è una parte del mio carattere che non sopporta lo stallo e l'inazione, dall'altra, come conseguenza diretta, una valanga di oneri burocratici mi è caduta addosso. Questa mattina ho subito iniziato la mia battaglia contro i mulini a vento, cercando di spiegare alla segreteria della mia scuola che se un documento va spedito dall'altra parte de mondo no, l'autocertificazione non basta. Ed è solo il primo di una lista lunghissima...
Domenica arrivano i francesi per lo scambio, il 28, salvo probabili spostamenti, c'è lo scritto per il concorso. Insomma, aprile si presenta come un mese a salto ostacoli e mi rendo conto di dover rinunciare a qualcosa. Spesso, sopratutto per studiare, ho bisogno di essere concentrata e quindi disconnessa da tutto e da tutti, internet compreso. Quindi nelle prossime settimane sarò presente a singhiozzo sul web.
Inizio a scusarmene con tutti. Se posso, continuerò a postare e a leggere i blog amici, ma sarò meno presente nei commenti e su fb.

Tra un libro da studiare, un documento da compilare e un pranzo da preparare, nei giorni di Pasqua sono comunque riuscita ad andare al cinema e dato che ho ancora 20 minuti prima dell'inizio del corso di aggiornamento, dovrei anche riuscire a recensire il film!

IL CASO SPOTLIGHT – VISIONI
Ci sono film in cui l'aspetto tecnico è preponderante, in cui si fa caso alla regia, alla musica, alle scelte di fotografie. E ci sono film girati in modo che dell'aspetto tecnico ci si possa dimenticare, film che devono immergere tanto profondamente lo spettatore nella storia che stanno raccontando da fargli dimenticare anche che stanno guardando un film. Il caso Spotlight è uno di questi film.
Questo non vuol dire che sia girato male, tutt'altro. Anzi, leviamo subito ogni dubbio. A livello tecnico Il caso Spotlight è impeccabile. È uno di quei film in cui, sui titoli di coda pensi che sì, l'autore della colonna sonora lo conosci, sì, questo e quell'altro sono davvero nomi importanti, ma hanno lavorato perché il lo spettatore si potesse dimenticare di loro.
Non si può parlare di un film del genere senza affrontarne la tematica perché la tematica è il film.

La pellicola ricostruisce l'indagine giornalistica che tra 2001 e 2002 ha denunciato gli abusi commessi nella città di Boston ad opera di una novantina di preti e il sistema che faceva sì che tali abusi passassero sotto silenzio.
L'impatto di quello che viene raccontato, anche se non c'è una singola immagine shoccante, è comunque molto forte. Forse lo è ancora di più per gli spettatori italiani. Credo che per noi (per me sicuramente lo è stato) sia particolarmente facile entrare in sintonia con i protagonisti. I giornalisti di Spotlight (un gruppetto di giornalisti d'inchiesta del Boston Globe) finiscono sulla storia quasi per caso, per compiacere il nuovo direttore che, si dice, potrebbe tagliare diversi posti di lavoro. Sono tutti esponenti di famiglie cattoliche. Qualcuno è praticante, qualcuno, come me e immagino molti di voi, non più praticante, ma comunque cresciuto in ambiente cattolico. L'indagine, quindi, li tocca da vicino, come qualcosa di interno alla comunità in cui sono cresciuti. Il senso di smarrimento e di tradimento nei confronti di un'istituzione che bene o male ha sempre fatto parte delle loro vite è tangibile e, penso, condivisibile dallo spettatore italiano.
Come ho già scritto, il film non ha proprio nulla di scabroso o sensazionalistico. Non fa che seguire i giornalisti in interviste, ricerche d'archivio e audizioni in tribunale. Si procede passo a passo tra interviste e documenti. La fede e l'aspetto religioso del cattolicesimo non solo non è mai messo in discussione, ma non è neanche oggetto d'indagine. Se non fosse basato su una storia vera e se non toccasse corde scoperte della nostra sensibilità sarebbe un solido giallo d'inchiesta. Eppure se ne esce con un profondo senso di malessere e condividendo con i protagonisti, se non delle risposte, almeno degli interrogativi.

Non so se sia un film "necessario", l'inchiesta di Spotlight ha avuto vasta risonanza anche qui e in generale non serve certo questo film per venire a conoscenza dell'esistenza di casi di pedofilia all'interno del clero. Questa pellicola, però, ha il pregio della chiarezza, di una sceneggiatura che riesce a spiegare senza annoiare e che pone l'accento sull'aspetto sistemico della cosa.
Al di là dell'argomento specifico, quello che ne ho ricavato è che la teoria della "mela marcia" sia spesso consolatoria. Ammettere l'esistenza di una o più "mele marce" non spaventa, permette di salvare un sistema senza ripensarlo. È più facile e allontana la responsabilità personale. La verità, temo, è che quando le "mele marce" sono più di una è una questione di sistema. E le questioni di sistema non si possono risolvere allontanando quelli che sembrano gli elementi compromessi. 

Il caso Spotlight è un film impegnativo, da cui si esce con un senso di malessere e delle domande. Proprio per questo è, a suo modo, un gran film. Non di quelli destinati a cambiare la storia del cinema, certo, ma di quelli che comunque non si dimenticano facilmente. Non diventerà un classico, non sarà una di quelle pellicole che si rivedono volentieri, ma di quelle che, viste una volta, non si dimenticano. Il fatto che abbia vinto l'oscar come miglior film è sicuramente anomalo, probabilmente una risposta alle polemiche intorno al disimpegno dell'industria cinematografica statunitense. A mio avviso, comunque, una buona risposta. 
A volte i film non devono stupire con dei virtuosismi tecnici. Quando riescono a far sorgere dubbi e domande è già una gran cosa.

giovedì 24 marzo 2016

Quei personaggi che prenderemmo a sberle


Sto facendo una gran fatica a leggere il libro del mese del gruppo di lettura. In parte è una situazione congiunturale. Alla sera boccheggio sul divano e nella migliore delle ipotesi fatico a seguire anche film che ho già visto mille volte. C'è anche da dire, però, che anche se questa volta si tratta di una raccolta di racconti (di cui riparlerò più diffusamente più avanti), prenderei sistematicamente a schiaffi il protagonista di ognuna delle storie.

Sarà capitato anche a voi, suppongo. Libri gradevolissimi, magari anche dei capolavori indiscussi della letteratura, ma con dei personaggi che vi stanno umanamente antipatici, gente che nella vita vera predereste a male parole se non proprio a ceffoni.

In attesa di sapere quali sono i personaggi che voi prendereste a ceffoni, questi sono i miei, divisi in due categorie di "merito"

CLASSICI

Il cast quasi completo de I PROMESSI SPOSI
Non me ne voglia Manzoni, di cui apprezzo infinitamente lo stile, la fine ironia, l'acutezza nel descrivere le costanti del nostro paese, ma tra i personaggi non salvo quasi nessuno. 
LUCIA: smettila di piangerti addosso, una buona volta! Ragazza mia, basta farti portar via, rapire, salvare, nascondere quasi come un pacco postale. E poi 'sta cosa del voto per cui rinunci al matrimonio. Dillo chiaro, se non vuoi più sposare Renzo e assumiti una buona volta le tue responsabilità!
DON ABBONDIO: caro eterno adolescente tipicamente italiano che vuoi assumerti talmente poche responsabilità che ti fai prete per non dover fare la fatica di scegliere una moglie, neppure la peste ti vuole, chiediti perché.
MONACA DI MONZA: ma come hai potuto pensare di mantenere segreta la tua relazione e di seppellire le suore uccise in giardino? Ma che hai nella testa, ragazza mia, segatura? Non basta rispondere, sventurata, bisogna proporre! Dai monasteri si scappa e gli amanti servono a quello.
INNOMINATO: convertito dal pianto di una ragazzetta isterica, davvero? E tu saresti il boss? Che imbarazzo!
RENZO: lavorare di più, cacciarsi meno nei guai.
In effetti, a ben vedere, finisco per salvare solo il Conte Attilio, che almeno è un cinico sincero e i due capponi.

Emma Bovary – Madame Bovary
Emma Bovary la prenderei a ceffoni per una giornata intera. 
Ti hanno costretto a sposarlo questo medico di campagna? No! Non ti ha costretto nessuno, lo hai scelto tu! Non va bene. Sarai mica la prima moglie infelice di Francia, dobbiamo proprio farne una tragedia? Lui è ragionevole, ti inventi un problema di salute e si fa una separazione di fatto. Invece no, la figlia, gli amanti e alla fine il veleno!
Ho scarsa pazienza in generale con tutti i suicidi della letteratura (sì, Jacopo Ortiz, sentiti chiamato in causa), ma Emma Bovary mi fa meno pena di tutti perché non ha perso niente, semplicemente non ha mai saputo cosa voleva e non ha mai lottato per ottenere qualcosa. E il fatto che il mondo sia pieno di gente così non me la fa apparire più simpatica.

Enea – Eneide
Pietas un corno!
Prima ti perdi la moglie nell'incendio di Troia, manco fosse un animale domestico e poi questa storiaccia con Didone. Tu sei un profugo giunto col barcone, lei ti accoglie, ti sfama, si innamora di te, si espone alla maldicenza della sua stessa gente. Tu sai che devi ripartire ma mica glielo dici, durante il temporale, nella caverna, anzi. Sei l'emblema dell'uomo vigliacco, altro che. Poi gli dei ti promettono fama e ricchezza e tu parti. Nel lasciarla hai anche il coraggio di dire "non ti avevo mai promesso niente"?
Ringrazia che hai trovato Didone e non me.

ROMANZI YA
Ho di fatto quasi smesso di leggere romanzi YA, anche se dovrei quanto meno tenermi aggiornata, visto il mestiere che faccio, per l'altissimo grado di irritazione che erano in grado di darmi i personaggi di questi romanzi. Non tutti, sia chiaro, ma in pochi anni siamo passati da un Harry Potter, insopportabile solo a tratti, a personaggi che prenderei a schiaffi dalla prima all'ultima riga.

Clary, Jace e compagnia – Saga di Shadowhunters
Ho soprannominato la saga "una triste storia di abbandono scolastico" perché i protagonisti hanno circa 16 anni e si dividono in due categorie: giovani cacciatori di demoni a tutti gli effetti che non studiano più, ragazzini che entrano in contatto con i cacciatori di demoni e di fatto finiscono per non andare più a scuola.
La cosa potrebbe anche funzionare se non fossero, questi, CACCIATORI DI DEMONI!!! Ogni tre o quattro capitoli si imbattono in iscrizioni in latino, vecchi libri, antiche leggende, lingue morte e loro cascano ogni volta dal pero! Devono immancabilmente ricorrere a degli adulti che spieghino loro le cose più elementari, le basi della mitologia o che traducano per loro. La cosa peggiore è che in sei libri non si rendono mai conto delle loro mancanze, finendo per ripetere ciclicamente gli stessi errori. 
A scuola, piccoli cuccioli di cacciatori di demoni! A scuola a calci nel sedere!

Bella – Twilight e seguiti vari
Cioè, spiegami, ragazza mia.
Vuoi avere diciassette anni per sempre e rimanere legata a un ragazzo che non ha mai combinato niente in quasi un secolo di non vita? No, il problema non è che è un vampiro, è che alla sua età dipende ancora economicamente e moralmente da papà. Come pensate di vivere per i prossimi secoli, senza un titolo di studio (errata corrige, con un sacco di diplomi) e un lavoro, va bene che non dovete né mangiare né scaldarvi, ma io vi conosco, a voi vampiri, la bella vita vi piace.
Una persona lanciata verso l'immortalità dovrebbe quanto meno iniziare a pensare al proprio futuro, o mi sbaglio?

Questi sono i personaggi che, più di tutti, prenderei a schiaffi.
I vostri quali sono?

Non so quanto caotici saranno i prossimi giorni, quindi inizio fin da ora a augurare a tutti
BUONA PASQUA

martedì 22 marzo 2016

Come avannotti



Come si fa a parlare di scrittura oggi? Mentre le bombe esplodono, minando le nostre già scarse sicurezze, la scrittura sembra il più futile dei passatempi.
Eppure, tantissimo tempo fa, quand'ero al liceo, avevo un libro di poesie latine a cui era annesso un breve copione teatrale. Vi era un passaggio di battute che mi porto dietro da allora. Lo ricordo vagamente, a braccio e chissà dov'è finito quel libro, in quale soffitta di quale delle tre case che ho abitato da allora è finto...
Vi erano due personaggi, letterati di un tempo in cui il letterato poteva essere allo stesso tempo guerriero, politico o altro. Un giardino autunnale, uno dei due prossimo alla morte.
– Perché rimaniamo qui, a raccontarci storie?
– Perché possiamo fare solo questo: farci coraggio a vicenda.

A questo serve, tra le altre cose, la narrativa, a farci coraggio a vicenda. A creare un argine tra noi e le nostre paure, a farci sentire un po' meno soli. Disperati, forse, ma di una disperazione comune.

Quindi oggi, mentre le notizie sugli attentati si susseguono faccio l'unica cosa che posso fare. Racconto una storia. Il fatto che sia vera, ha, suppongo, un'importanza relativa.


C'era una volta un lago. Uno specchio d'acqua limpido e splendido come ce ne sono tanti. Aveva la limpidezza del vetro e la stessa fragilità.
In un tempo in cui "inquinamento" era una parola che quasi non era ancora stata inventata, gli uomini del lago accolsero le industrie quasi in festa. Perché non avrebbero più rischiato la vita nelle cave di granito, lavorando "da stella a stella", poetico modo per indicare da prima dell'alba a dopo il tramonto. E se qualche scarico finiva nel lago, ebbene, sembrava un giusto prezzo da pagare.
Così il lago in breve tempo non fu più limpido e splendido come ce ne sono tanti. Divenne limpido e splendido a modo suo, il lago acidificato più grande del mondo.
Il motivo per cui oggi vi racconto questa storia non è tanto, però, per il fatto che il lago fu inquinato e svuotato fino alla più piccola forma di vita.
Il motivo per cui oggi vi racconto questa storia è che la gente del lago decise a un certo punto di prendersene cura. 
Il paziente era clinicamente morto, niente più alghe, né pesci, né crostacei nel lago, le sue acque erano acide più o meno come l'aceto ed erano ormai decenni che la situazione era questa. Più che una bonifica si trattava di una resurrezione.
Fu sparsa nel lago una sostanza (carbonato di calcio) in grado di riportare l'acidità a un grado accettabile. Per mesi una barca dal nome d'angelo sparse speranza sulle acque.
Questo accadeva vent'anni fa. Quando il lago fu bonificato. Ma morto era e morto rimaneva.
Pian piano, una specie alla volta, l'uomo ha riportato la vita nel lago, una specie alla volta.
Sono tornate le alghe e i pesci di riva. 
Quest'estate i sub hanno trovato le vongole di lago.
E oggi, con l'aiuto dei ragazzi della scuola, sono stati liberati i pesci d'acqua libera, gli abitanti del centro e delle profondità del lago.


Minuscole creaturine, appena visibili dentro un bicchier d'acqua.

Oggi, ignari di quanto stava accadendo in Belgio, colleghi e alunni, con attenzione, adagiavano nell'acqua pesciolini appena nati, lunghi appena più di un'unghia.
Da lontano, un cane ci faceva la guardia, quasi a controllare che usassimo la giusta attenzione.


Molti di loro sono destinati a una vita assai breve. Saranno la gioia dei pesci più grandi e degli uccelli di lago. Su dieci che ne abbiamo liberati, forse nove moriranno. 
Ma il decimo diventerà un pesce grande e forte, in grado di esplorare gli oltre cento metri di profondità del lago.

E adesso che, tornata a casa, e ho sentito cosa stava accadendo mentre noi liberavamo gli avannotti, non posso che ripensare a quei piccoli pesci.

Perché le cose basta un attimo a guastarle. La distruzione, di qualsiasi tipo e di qualsiasi genere, è sempre repentina. Dopo, spesso, sembra che nulla si possa fare, se non accettare le regole di chi l'ha imposta.
E ci vuole tempo e impegno e perseveranza per ripartire.
Quando la barca dal nome d'angelo solcava le acqua del lago, molti scuotevano la testa, perplessi. Pochi avrebbero scommesso di poter avere, vent'anni dopo, un lago balneabile e quasi guarito.
E la ricostruzione, di un ambiente o di un animo, è fatta di tanti piccoli tentativi. Fragili, quasi effimeri. Per nove decimi destinati a fallire. Eppure tutti necessari.

Oggi dovete prendermi così, un po' retorica. Eppure sì, un po' ci credo. Non c'è altro modo per ripartire, per ricostruire, per non arrendersi, che tentare, tentare ancora. Anche solo con un pensiero o una storia, a non lasciarsi abbattere dalla paura di chi vuole solo distruggere. Ogni tentativo è come uno dei nostri avannotti. Destinato, nel 90% dei casi a fallire.
Di loro, adesso, a metà pomeriggio, la metà sarà già morta.
Ma quelli che sopravviveranno saranno sufficiente.

Questa storia, da sola, non serve a niente. Se non a farci coraggio a vicenda.
Ma io che credo nell'Europa, nell'occidente dell'illuminismo e della tolleranza non ho intenzione di arrendermi alla paura. E non importa se il 90% dei tentativi per non lasciarsi sopraffare da tutto questo andrà a vuoto.
Quello che resta sarà sufficiente.


sabato 19 marzo 2016

Scrittura e stato di flusso


Questa foto è stata scattata nel mio giardino, mercoledì, a mezzogiorno, a zero gradi, sotto la neve.
Oggi di gradi ce ne sono 22.
Credo che questo basti a dare l'idea di una settimana un pochettino impegnativa. In cui sono successe tante cose, alcune belle, alcune terrorizzanti, altre solo impegnative.
A scuola lo scambio con i francesi si avvicina a grandi passi, con tutti i preparativi pratici che incombono, con, quindi, riunioni, chiarimenti da dare e da ricevere. 
La risposta che tanto attendevo in ambito non scrittoreo  è arrivata e conferma una costante della mia vita. Tutto si può fare, ma mai in modo semplice. Il desiderio da realizzare è realizzabile, ma non comodamente. Mi attende una grande avventura, potenzialmente la più importante della mia vita. Dopo un attimo di spaesamento, l'entusiasmo sta tornando, ma ci sono anche tutta una serie di (fondate) paure. Quando avrò qualche dato in più probabilmente avrò tanto da raccontarvi in proposito.
Intanto è anche uscita la bella intervista su Sherlock Holmes e il mistero dell'uomo meccanico che trovate qui.
È in libreria l'antologia di racconti gialli Nuovi delitti di lago, che contiene un mio racconto, di cui trovate la presentazione qui
A sopresa è arrivata anche una bella proposta relativa alla scrittura che si realizzerà a novembre. Evviva!
In tutto questo io che faccio? Studio per il concorso a cattedra...

Nel mare magnum delle cose più o meno utili, più o meno interessanti, mi sono imbattuta in un concetto di cui non conoscevo la teoria, ma che ha molto a che fare con la scrittura.

LO STATO DI FLUSSO
Vi è mai capitato, compiendo un'attività altamente stimolante, di perdere completamente il senso del tempo e del vostro stato fisico, trovandovi poi, ore dopo, un po' perplessi di fronte all'orologio, magari con qualche parte del corpo dolente perché utilizzata troppo o tenuta ferma in posizione innaturale?
A me, devo dire, capita con una certa frequenza, sopratutto quando scrivo. L'ultima volta settimana scorsa (questa è stata troppo incasinata per qualsiasi cosa). Avevo miracolosamente il pomeriggio libero e, avendo un racconto da completare, ho deciso di lavorarci un'oretta per poi mettermi a studiare. Erano le 16 e secondo il mio programma alle 17 avrei dovuto iniziare a studiare. Del resto, mi sono detta, presto mi verrà sete e/o dovrò andare in bagno, appena mi alzo vado nell'altra stanza e mi metto a studiare. A mio onore va detto che di solito questo genere di impegni con me stessa li rispetto. Ebbene, quando infine la vescica ha reclamato con forza la mia attenzione erano le 19. Il racconto era finito e io non avevo la più pallida idea di che ore fossero. Non avevo mai controllato il cellulare, non avevo mai aperto fb o il blog, neppure avevo guardato l'orologio. Semplicemente, avevo scritto.
Ero entrata in uno stato di flusso.

Secondo uno psicologo dal nome impronunciabile, Csikszentmihàlyi, che per primo lo ha studiato negli anni '50, lo stato di flusso è uno stato di coscienza in cui si è talmente immersi in un'attività da perdere letteralmente coscienza di sé.
Lo studioso dal nome impronunciabile (se al concorso mi chiedono di scriverlo mi sparo) inizia a interessarsene osservando gli artisti che lavorano per ore su qualcosa che per loro è una sfida dimenticandosi anche di bere o di mangiare. 
Quando una persona è in stato di flusso è completamente focalizzata su ciò che sta facendo e, di solito, ottiene in quei momenti le sue performance migliori in campo creativo o sportivo.

La cosa davvero interessante di questi studi non è tanto che lo stato di flusso esiste, ma che non è necessariamente un dono divino a cui solo determinate menti possono accedere, ma che ci sono delle condizioni che favoriscono l'ingresso in stato di flusso e ci si può allenare ad esso.

Lo stato di flusso è una sorta di momento di grazia sospeso tra la noia e lo stress. Vale a dire che non possiamo attivarlo per fare un'attività che ci risulta troppo facile (noia) né una troppo difficile (stress). Se quello che facciamo diventa rutinario, pensiamo ad altro e al diavolo la concentrazione totale. Se è troppo difficile pensiamo troppo al come farlo, siamo troppo concentrati sul non sbagliare, sulle azioni da compiere, per dimenticarci noi stessi.

Vi sono dei fattori precisi che ci fanno capire se in quell'attività noi potremo entrare in stato di flusso:
– dobbiamo sapere esattamente cosa vogliamo ottenere, avere cioè obiettivi chiari.
– dobbiamo avere uno sguardo d'insieme, cioè sapere esattamente quale parte del lavoro finale stiamo facendo.
– l'attività non deve essere, come si diceva, né troppo facile né troppo difficile.
– deve essere un'attività per noi piacevole o il completarla con successo deve comunque essere un premio sufficiente.
– le singole azioni pratiche ci devono venire ormai spontanee al punto da non dover pensare a come compierle.

Vi sono inoltre dei fattori personali anche molto variabili che favoriscono la concentrazione totale. Questi vanno dall'ora del giorno, dalla presenza o assenza di rumore di fondo, dalla presenza o assenza di azioni "rituali" che ci facilitano (che vanno dal masticare la cicca, al sorseggiare il the...).

Il risultato, quando avviene, sono, appunto, una concentrazione profonda, una distorsione del senso del tempo, una perdita parziale o totale di autocoscienza. Si ottengono in questo stato mentale di solito delle ottime performance e, soprattutto, la sensazione di un pieno controllo sul proprio progetto e una profonda consapevolezza dell'effetto delle proprie azioni.

Va da sé che le nostre pagine migliori, probabilmente, le scriveremo in stato di flusso. 
Come scrivere in stato di flusso?
Tutto quello che ho scritto fino a questo momento si basa su studi scientifici rigorosi. Da qui in poi c'è solo un misto tra quello che ho capito e quello che ho sperimentato personalmente.
– Dobbiamo avere un pieno controllo del mezzo tecnico con cui scriviamo (programma informatico, computer, ciò che usiamo di solito, ad esempio per me scrivere con una tastiera di dimensione diversa da quella abituale è uno strazio e addio stato di flusso).
– Possiamo aiutarci se conosciamo cosa facilita la nostra concentrazione (la giusta ora, presenza/assenza di rumore di fondo, piccoli rituali...)
– Dobbiamo avere un'idea chiara di cosa andremo a scrivere e di come si inserisce nel progetto più ampio (es: so esattamente che ruolo avrà questa scena nel mio romanzo).
– Deve essere una sfida non troppo difficile. Cioè, secondo me, applicato alla scrittura, entreremo più facilmente in stato di flusso se: usiamo un personaggio che già conosciamo bene, scriviamo un genere  i cui meccanismi ci sono già noti, la scena che stiamo per scrivere non è quella che ci spaventa di più. Quindi è difficile, secondo me, entrare in stato di flusso al primo capitolo di un nuovo progetto, la prima volta che si sperimenta un genere o una tecnica, ma poi la cosa diventa più facile.
– Non deve essere un lavoro noioso o ripetitivo. Mai entrata in stato di flusso in revisione, ad esempio... O alla centesima riscrittura di quel maledetto passaggio che proprio non viene...

Dopo averlo studiato, ho pensato che spesso alcuni confondano lo stato di flusso con l'ispirazione. Solo che con ispirazione si intende qualcosa che non è per niente sotto il nostro controllo, mentre lo stato di flusso è uno stato mentale che tutti possiamo sperimentare e a cui ci possiamo allenare.

In effetti, anche se non conoscevo le basi teoriche e lo studioso dal nome impronunciabile, per anni, facendo atletica a livello agonistico, mi sono allenata a entrare e uscire dallo stato di flusso che ora mi è relativamente (badate bene) facile da attivare, sopratutto quando scrivo (ma anche quando studio o quando leggo). In effetti, sopratutto nello studio, che è un ambito più confrontabile, i benefici sono palesi: in stato di flusso si apprende di più in meno tempo. Io riesco a fare sessioni intense di non più di 45 minuti per volta e raramente nella mia vita ho studiato per più di tre ore al giorno, eppure mi sono diplomata, laureata, masterata e specializzata (adesso il concorso è un'altra cosa, perché passerà solo un terzo di noi e manca quella chiarezza di obiettivi che, come si è visto, è indispensabile).
Per la scrittura non so se vi siano degli studi specifici, ma credo che sia oggettivo che si scriva meglio in stato di flusso.

Voi cosa ne pensate?

mercoledì 16 marzo 2016

NUOVI DELITTI DI LAGO – Antologia di Morellini editore


Ambretta Sampietro è un'instancabile organizzatrice di eventi volti a valorizzare la narrativa gialla.
Anche quest'anno, dopo il successo dell'antologia 2015 Delitti di Lago, ha raccolto e curato venti racconti gialli, tutti di ambientazione lacustre, che vanno a formare i Nuovi delitti di Lago, l'antologia in uscita in questi giorni per Morellini Editore, un editore che è una garanzia per serietà e distribuzione.

Ecco la presentazione ufficiale:

Antologia di racconti gialli ambientati sui laghi Maggiore, d’Orta, Mergozzo, Ceresio e Ghirla di autori che hanno partecipato al premio Gialli sui Laghi 2015 e a Giallostresa. I luoghi sono reali e le storie rigorosamente di fantasia.
I laghi sono la scena del delitto di questa avvincente antologia.
Venti voci diverse, venti modi di raccontare il lago. Autori dei racconti sono: Erika Adale, Cristina Bellon, Emiliano Bezzon e Cristina Preti, Angela Borghi, Mercedes Bresso, Andrea Dallapina, Patrizia Fanchini Pasteris, Massimiliano Govoni, Alessandra Guzzonato, Aldo Lado, Giorgio Maimone, Alessandro Marchetti Guasparini, Antonella Mecenero, Jessica Moro, Cristina Origone, Alberto Pizzi, Sergio Roic, Massimo Tassistro, Gianluca Veltri, Elena Vesnaver.
Da Angera a Brissago, passando per Stresa, Santa Caterina del Sasso, Lesa, Laveno, Pallanza, Biganzolo, Luino e Maccagno un’ondata di sangue tinge di rosso le acque del Lago Maggiore. Non meno efferati sono i delitti perpetrati a Mergozzo, Pettenasco, Gozzano, Armeno, Ghirla e Porto Ceresio.
I diritti d’autore dalle vendite di questo libro saranno interamente devoluti al FAI (Fondo Ambiente Italiano).

Come potete leggere, tra i nomi degli autori c'è anche il mio!
La cosa mi fa davvero, davvero piacere, perché si tratta di un'antologia ben curata. Alcuni degli autori li conosco e li seguo da tempo ed è un onore avere un mio racconto accanto a i loro. Mi sembra bellissimo, poi, che i diritti siano devoluti al FAI. L'Italia è piena di luoghi splendidi di cui però bisogna avere cura. Il FAI questa cura che la mette da anni e ogni contributo è il benvenuto.

IL DIO A TRE TESTE – Il mio racconto
Un paesino tra il lago e il monte, una calda giornata estiva. Solo un milanese potrebbe sceglierla per iniziare i lavori della sua nuova casa di montagna! Nella terra smossa, però, appaiono dei resti umani.
Nell'irreale calma estiva, le forze su cui i carabinieri possono contare sono esigue, solo un'antropologa forense e un volontario, un prete. Insieme dovranno fare luce sul mistero che vede tre giovani seppelliti insieme, abbracciati. Poco lontano, nella chiesa del paese, vi è uno strano affresco eretico: una trinità rappresentata come un uomo a tre teste...
Da sempre, la strana trinità tricefala di Armeno, di cui vedete una foto, sorridente e inquietante insieme, mi affascina. Non vedevo l'ora di poterci scrivere qualcosa! Questa inoltre è l'occasione per conoscere, finalmente, una mia protagonista femminile, Alisea, di professione antropologa forense, che mi piacerebbe farvi incontrare ancora...
Il racconto è giunto secondo al concorso Giallo Laghi 2015

PRESENTAZIONI NUOVI DELITTI DI LAGO
Come dice Ambretta, la curatrice, un libro funziona se è presente sul territorio e viene promosso tramite incontri scelti e di qualità. Per vari motivi, non ultimo il maledetto concorso, io in questo periodo non riesco praticamente a muovermi di casa, quindi non riesco ad essere presente agli incontri. Per chi ne ha la possibilità, però, si tratta di appuntamenti da non perdere per conoscere meglio gli autori e i racconti dell'antologia.

16 MARZO ORE 18 – BUSTO ARSIZIO SPAZIO FESTIVAL BAFF PIAZZA SAN GIOVANNI

31 MARZO ORE 18  – BIBLIOTECA DI VARESE

8 APRILE ORE 18 – LIBRERIA ALBERTI VERBANIA

23 APRILE ORE 17 – BIBLIOTECA DI BAVENO

28 APRILE ORE 16 – FABBRICA DI CARTA, VERBANIA

30 APRILE ORE 17,30 – LIBRERIA MONDADORI DI ANGERA

4 MAGGIO ORE 18 – LIBRERIA ANNA FRANK DI VARESE

21 MAGGIO ORE 15,30 – BIBLIOTECA DI LESA

31 MAGGIO ORE 21 – CHIVASSO

9 GIUGNO ORE 21 – BIBLIOTECA DI PAULLO

lunedì 14 marzo 2016

Ave Cesare! – recensione


È da una vita che i fratelli Coen ci raccontano quanto sia difficile e straniante fare i conti con il caos che domina la vita, accettare il fatto che, forse, nulla abbia senso. A volte si sorride (Il grande Lebowski, Fratello dove sei?), a volte predomina il dramma (Non è un paese per vecchi), a volte  l'accettazione è lucida disperazione (A serious man), ma l'unica cosa a cui possiamo anelare sono attimi fuggenti di grazia di Dio, fugaci, irripetibili e ben poco sotto il nostro controllo (Il grinta).
Quindi è piuttosto sorprendente (anche se in effetti non dovrebbe esserlo) scoprire che una certezza i Coen ce l'hanno: il cinema!
Preti e rabbini possono discutere all'infinito sul senso della divinità, ma davanti a una solida sceneggiatura e a un attore ben scelto annuiscono in coro. 
La realtà è altra, certo, infatti porta dolore e bombe atomiche, il cinema è finzione, ma rende la vita, questo caos di disperazione, sopportabile.
Questo è il cuore del film, uno dei più bei, divertenti e a tratti commuoventi, elogi al cinema e alla narrazione in generale.

Eddie Mannix di lavoro risolve problemi per conto di una casa cinematografica. Ogni sorta di problemi. Una star si fa fotografare fregandosene dell'esclusiva data allo studio? Mannix interviene. Un'altra si trova incinta e non sposata? Mannix interviene. Un attore va sostituito all'ultimo minuto? Mannix interviene.
È un lavoraccio, il suo, senza orari, sporco, che richiede una certa elasticità mentale ed etica (anche se poi lui si rimprovera solo qualche sigaretta di troppo) e infatti c'è chi gli propone un'alternativa. Intanto, però, un'improbabile congiura di sceneggiatori comunisti ha rapito la star di un film in costume che va ritrovata ad ogni costo!

I fratelli Coen sono implacabili e dolcissimi con il mondo del cinema. Le star sono bimbi viziati da prendere a schiaffi, gli sceneggiatore dei vigliacchi fuori dalla società che discutono di lotta di classe in ville di lusso, i registi dei frivoli interessati solo ai loro intrallazzi, i giornalisti degli avvoltoi a caccia di scoop. Allo stesso tempo le star sono persone fragili da indirizzare, profondamente buone e per per questo manipolabili, gli sceneggiatori hanno una loro integrità di fondo, i registi un loro genio e persino i giornalisti una loro dolcezza.
Perché sì, la realtà è caotica e, spesso, crudele, ma poi basta una battuta giusta, un'inquadratura ben fatta e per un istante, uno soltanto, tutto sembra acquisire senso. Il cinema ha una Verità che alla realtà sfugge.

Il tutto è raccontato in un film divertentissimo, dove a ogni porta che si apre entriamo in un modo differente, preso dalle pellicole anni '40. Ogni minuscolo film nel film è un piccolo gioiello, girato con amore che, tuttavia, non è cieco, ma ne descrive gli eccessi con affetto. Quindi c'è il western irrealistico, il film acquatico con la star, che, appena smessa la coda da sirena, sembra una scaricatrice di porto o il bellissimo spezzone musical con qualche ambiguità sessuale. Ogni segmento è un pezzo di bravura, per scrittura, recitazione e coreografia (il pezzo musical è fantastico e, suppongo, di una difficoltà tecnica assurda).

Personalmente questo film mi è piaciuto un sacco, se devo dirla tutta, più di The Revenant e anche della pellicola di Tarantino e mi ha stupito che gli oscar lo abbiano del tutto ignorato.
Forse è questo periodo un po' così, in cui alcune risposte non arrivano e, per riflesso, non mi sento in grado di prendere decisioni mie, un periodo in cui sento più vicina quest'ansia da mancanza di senso di cui tanto hanno raccontato di Coen. Che ci sia qualcosa, una Verità che alla realtà sfugge almeno nella narrazione, quasi mi ha commosso. Mannix è un eroe, a modo suo, l'unico eroe a cui i Coen siano disposti a credere. Forse mi ha commosso che anche i Coen abbiano bisogno di un eroe.
Non so spiegarlo fino in fondo. Ave, Cesare è un film leggero e divertente, dura la metà di certe osannate opere, sembra avere lo spessore della carta velina. Eppure sono uscita dal cinema con l'impressione di aver visto un grandissimo film, non privo di una sua, tutt'altro che scontata, profondità.

AGGIORNAMENTO 15/3/2016
Vado di freddissima, oggi, ma vi segnalo il bell'approfondimento su Sherlock Holmes e il Mistero dell'uomo meccanico sul sito dell'amico Andrea Cabassi, qui