mercoledì 7 settembre 2016

E pur si scrive – Scribacchiando


Quest'estate non è stata molto dedicata al riposo. Tra la maratona burocratica (da cui pensavo di essere definitivamente fuori, invece continua ad avere strascichi, con documenti imprevisti in lingue improbabili che spuntano qua e là sul mio cammino) e il concorso scuola praticamente tutto il mio tempo era preso. Adesso ancora non sto lavorando, perché in tutto questo coloro che si occupano del funzionamento delle scuole sembrano essersi dimenticati che lunedì gli studenti saranno in classe, ma devo fare tutto quello che ho tralasciato ne mesi scorsi. Tutta una marea di piccole incombenze che prese da sole sarebbero niente mi sta cadendo addosso, insieme a una prevedibile stanchezza che fa sì che l'unica cosa di cui ho davvero voglia è starmene sul divano a leggere.
Eppure sto scrivendo.
Non quello che dovrei, probabilmente.
L'idea era che avrei lavorato sulla storia delle streghe scritta l'estate scorsa. La verità è che quella è una storia importante e intensa a cui non si possono dedicare i ritagli di tempo.

La nuova cartella mi segnala che sono arrivata al capitolo 21 di una storia che non avevo nessuna intenzione di scrivere.
Ricordate? Era iniziato da un post sul blog di Michele e un titolo di cui ci invitava a inventare la trama. Piccole nonne
Da lì è venuta un'idea, talmente folle che non valeva la pena di soffermarcisi. Talmente semplice e folle che probabilmente avrebbe funzionato.
E così ho iniziato a scrivere senza pensarci. Senza programmare, progettare e coccolare la storia. Con un'unica regola. Ogni volta che mi ci metto devo scrivere un intero capitolo.
E così, senza pensarci davvero sono al capitolo 21.
Della mia prima storia che non è un fantasy e non è un giallo.
Se vogliamo trovarle un genere, una storia di truffa, diciamo che ha una trama che potrebbe sembrare un episodio di Lupin III. Con una leggere differenza. La banda è formata da tre signore oltre i settanta. Tutta qui l'idea, in fondo. 
Sinceramente non pensavo che sarei arrivata al capitolo 21. Pensavo che mi sarei incagliata prima per mancanza di pianificazione. Il che era già assurdo di per se, raccontare senza pianificazione una storia che ruota intorno a un piano.
Invece tutto sommato, sono arrivata a un punto in cui fiuto con abbastanza sicurezza la fine. Non so ancora con sicurezza come inserire due personaggi, ma so a grandi linee cosa succederà. Senza aver fatto alcuno sforza a riguardo. 
Senza aver fatto alcuno sforzo in generale. Le mie scarse energie scrittoree sono andate tutte nella preparazione della sorpresa autunnale. Per questa storia non mi sono documentata, non mi sono preparata, non ho dedicato energie, non mi sono stressata. Hanno fatto tutte le mie protagoniste. Hanno definito i loro caratteri, direzionato la trama e dato un titolo alla storia che non è quello che mi aspettavo. Non avevo mai creduto, prima, alla "storia che si scrive da sé". Sbagliavo. Questa storia si sta scrivendo da sola. Spero che poi decida anche da sola che cosa vuole fare nella vita, perché io non ho assolutamente idea di dove potrei proporla.
Non che sia perfetta, intendiamoci. Immagino che prima o poi dovrò accendere il cervello e appianare tutte le piccole incongruenze, cambiare qualche nome ai personaggi, aggiungere parti descrittive e cose così. Però, ecco, intanto le mie vecchine tramano da sole.

Immagino di non essere l'unica a cui sia capitato una cosa del genere. Quale delle vostre storie, se c'è, si è scritta da sola? E come vi ci siete rapportati?

lunedì 5 settembre 2016

Anticipazioni – trovare il ritratto del proprio personaggio.


Ieri ho aperto la mail e ho trovato un mio personaggio a fissarmi.
Mi era già capitato di incontrare un mio personaggio. Sono andata ad Aosta a trovare l'Uomo Meccanico del mio romanzo. E qualche volta ho pensato che l'Holmes di questa o quest'altra illustrazione fosse proprio il mio. Infine, come immagino sia capitato quasi a tutti, ogni tanto in una foto o un'illustrazione ho riconosciuto un mio personaggio, pensando che sì, era proprio lui.

Ma nessuno mai aveva disegnato un personaggio nato esclusivamente dalla mia mente, sapendo di disegnare proprio lui. Nessuno mai me ne aveva mandato in ritratto, chiedendo se fosse proprio lui, con i suoi vestiti, la sua pettinatura e tutto quanto (sì, sì, è proprio, proprio lui!).

E poi, quando mi sono ripresa un attimo dall'emozione mi sono quasi messa a ridere: il marpione alla fine si è preso anche la copertina!

E pensare che non era nato per essere protagonista, per niente. 
Oggi ho fatto un po' di mente locale per ricordare esattamente come fosse arrivato a me questo personaggio che ieri mi guardava un po' sfrontato.

Tantissimo tempo fa, sarà stato il 2000 al massimo. All'epoca avevo un sacco di tempo libero e, tra le altre cose, dipingevo personaggi in piombo, ero anche piuttosto brava. Doveva ancora uscire il film de Il signore degli anelli, ma già giravano dei gadget a tema, tra cui, appunto, personaggi in piombo alti due o tre centimetri da dipingere. Uno di essi mi venne particolarmente bene, credo che in origine dovesse rappresentare il marito di Galadriel. Io lo dipinsi come un uomo con i capelli grigi lunghi, che ricadevano su una elegante veste blu e argento. Riuscii persino a dipingergli gli occhi. 
Mi parve subito un tipo interessante. Autorevole, con un che di pericoloso, ma anche una vena di malinconia. 
All'epoca stavo facendo un tentativo di romanzo fantasy. La prima cosa dignitosa che mi uscì, un young adult molto convenzionale, temo, con ragazzina dai capelli rossi innamorata di un giovane mezzo demone. Ebbene, quell'uomo anziano si prese una parte nella storia. Si chiamava Eltnor, era un mago e il mezzo demone era il suo schiavo. Aveva con esso un rapporto complicato e contraddittorio. Eltnor era convinto che il ragazzo, in quanto mezzo demone, si sarebbe votato al male e che avrebbe dovuto un giorno ucciderlo, e tuttavia ci si era affezionato. Il ragazzo odiava essere uno schiavo, ma allo stesso tempo stimava il proprio padrone.
Quel rapporto, più che il resto della storia, mi rimase in mente.

Anni dopo scrissi quello che secondo me è il primo romanzo degno di questo nome che abbia prodotto (e chissà che ora non lo riprenda in mano, ne ho molta voglia). Eltnor non c'era più e allo stesso tempo c'era ancora. C'era un personaggio anziano, con i capelli grigi lunghi, che vestiva con abiti eleganti preferibilmente blu e argento. Non era il protagonista, ma riempiva i capitoli in cui appariva al punto da crearmi qualche problema di gestione. Come quegli attori così carismatici che finiscono per mangiarsi gli altri e a prendersi tutto il film per sé. Quella storia non potevo dargliela. Non era la sua storia, non per intero, quanto meno.

Lui non aveva nessuno intenzione di darmela vinta. Per anni è continuato a tornare, per raccontarmi dei brandelli della sua storia. Di come fosse diventato quell'uomo anziano, duro e malinconico assieme. E così per anni, a pezzi e a bocconi ho scritto a pezzetti la sua storia e quella di altri personaggi che vi ruotavano intorno. Senza molte speranza di far mai vedere la luce a tutto ciò. Storie troppo frammentarie, interconnesse, di una lunghezza poco appetibile per qualsiasi progetto editoriale. Eppure, più o meno a cadenza annuale, ne scrivevo una. E, benché lui non fosse sempre il protagonista, quasi sempre c'era.
Così di quel personaggio nato vecchio ho costruito la storia a ritroso, fino all'adolescenza.
Non credo di aver mai trovato un personaggio così tenace e sfrontato, come quei gatti randagi che iniziano col rasparti sul vetro o col seguirti ostinatamente e alla fine te li trovi sul divano.

Io me lo sono trovato sulla copertina della sorpresa autunnale di cui non vedo l'ora di parlarvi meglio! Anche lì all'inizio non doveva entrarci proprio. Poi fare solo una comparsata. Alla fine si è preso pure la copertina!
E quello sguardo era proprio il suo. E sembrava dirmi: non penserai di aver finito con me!

Spero solo che abbia la stessa presa sui lettori che ha avuto su di me e su chi sta lavorato con così tanto amore a questo progetto.

Di certo questa è l'ennesima prova che sì, ci sono le tecniche di scrittura, sì, alla fine è un'attività come un'altra. C'è chi fa l'uncinetto, io invece invento storie. Ma queste storie e questi personaggi hanno una forza loro che sfugge a qualsiasi regola e pianificazione. E a volte trovano una loro strada per il mondo a dispetto di ogni razionalità. 

Se volete scoprire il nome del personaggio di cui sto parlando, potete rileggere un racconto che ho pubblicato a puntate tempo fa:

venerdì 2 settembre 2016

Non partorire un figlio non è una colpa – Essere generativi è un'altra cosa

Ci si sono dovuti proprio mettere d'impegno, al ministero, per farmi arrabbiare così tanto e spingermi a scrivere questo post, su argomenti così lontani da quelli toccati di solito qui. E dire che, da prof precaria, ho una certa abitudine alle arrabbiature da decisioni ministeriali.
Ok, oggi già un po' si scusano e ritirano alcune delle cartoline di questo maledetto o benedetto fertility day, poiché è di questo che stiamo parlando. Io intanto ci ho anche dormito su una notte, in modo da articolare il mio pensiero in modo intelligibile.

Un po' tutte le persone che conosco hanno trovato questi slogan nel migliore dei casi fastidiosi e nel peggiore offensivi. Io, in particolare, ne ho trovato uno che mi è sembrato un pugno in faccia.

La fertilità è un bene comune.

Come a dire che se non fai di tutto per fare un figlio è come se evadessi le tasse o rubassi. Non adempi a un dovere nei confronti della società. 
Io mi chiedo se al ministero sappiano quanto ci vuole in termini di energia, impegno, lavoro su se stessi a una donna (anche a un uomo, ma a una donna di più) che per un qualsiasi motivo un figlio non ce l'ha o non riesce ad averlo per convivere con questo dato di fatto senza farsene una colpa.
Il contorno già di per sé non aiuta. Se arrivi a una certa età (userò il femminile, perché sono donna e perché la campagna ministeriale sulla fertilità sembra rivolgersi solo alle donne) senza figli, sopratutto se sei fidanzata o sposata, è inevitabile essere bombardata da tutta una serie di commenti del tipo:
– Quand'è che ti decidi, che poi non c'è più tempo (come se bastasse concentrarsi intensamente per rimanere incinta).
– Sono quando si sente una vita crescere nella tua pancia si capisce davvero cosa vuol dire essere donna. 
– Se non rimani incinta magari è perché inconsciamente non lo vuoi (vi prego, assicuratevi di conoscere la storia clinica di una persona prima di un commento simile, perché rischiate un pugno in faccia).
– Perché non hai provato X (dove X sta per una qualsiasi cura casalinga che ha più o meno l'efficacia dello strusciarsi sui nostri tradizionali massi della fertilità).
– Sai, anche i miei amici non avevano figli, poi hanno fatto una bella vacanza a Y e... Miracolo, a volte basta rilassarsi un po' (dove Y sta per un qualsiasi paese dove l'eterologa è più accessibile dell'Italia, basta pagare, ma sembra brutto farlo notare all'interlocutore).
Vivere circondati da questi commenti, sopratutto nel caso in cui tutto sommato uno un figlio lo desideri, non è semplice. Bisogna fare un bel lavoro per arrivare a pensare che no, non è una colpa non partorire un figlio. Che si possono fare un sacco di altre cose (addirittura ci sono altri modi di essere genitori) anche senza partorire un figlio. Che di può persino essere felici, alla faccia di chi dice che la vera felicità è c'è solo quando si ha in braccio il proprio pargolo, sangue del proprio sangue.
E no, questo lavoro che hai fatto su di te è inutile, sbagliato.
La fertilità è un bene comune e se non ce l'hai o non la coltivi come si deve sei come un ladro, una sanguisuga per la società.
Immagino quindi che il messaggio sia rivolto, tra gli altri a:
– voi, suore e preti che avete rinunciato alla vostra fertilità per la preghiera.
– voi single per scelta che non volete figli.
– voi, contronatura che indulgete in legami non fertili.
– voi, affetti da sterilità di coppia, separatevi dai vostri mariti e dalle vostre mogli e andate in cerca di un partner più compatibile!
Ok, ci siamo tutti resi conto dell'assurdità di questa cosa? 
Di solito a questo punto si usa l'aggettivo "medioevale", ma credo che neppure nei più oscuro dei secoli bui si arrivasse a tanto.

Sono sicura che molte persone davanti agli slogan del governo si sono arrabbiati, ma sono altrettanto sicura che qualcuno si sia messo a piangere, perché un figlio lo vorrebbe tanto e non lo può avere, anche se non ha fatto nulla di sbagliato, perché un figlio lo vorrebbe anche, ma non lo può mantenere, perché ha scelto una vocazione differente (intendendo "vocazione" nel senso più largo del termine) e non ne può più del fatto che tutti gliene facciano una colpa.
Ecco, a tutte quelle persone che davanti agli slogan ministeriali hanno provato una sensazione di magone, voglio dire chiaro:
NON GENERARE UN FIGLIO NON È E NON PUÒ ESSERE UNA COLPA
Può essere una scelta o una condizione non cercata, ma non è in nessun caso una colpa. La stessa fertilità, in sé non può essere un valore. Chi genera un figlio e poi non se ne cura è sicuramente fertile, ma non è una bella persona né un aiuto per la società. 

La società non ha bisogno di persone fertili, ma di persone generative. 
Cioè in grado di generare, non necessariamente figli, ma amore e idee costruttive. Giusto per fare un esempio che anche al ministero possano capire: una suora che si occupa di un orfanotrofio non è fertile, ma è generativa (coraggio, fin qui ci arrivavano anche nel medioevo).
Chiunque di noi, senza fare grandi sforzi, può trovare nella propria vita persone che hanno dato un forte contributo sociale pur non avendo avuto figli. Hanno forse agito a discapito del bene comune per essere stati meno fertili del ragazzetto che mette incinta la ragazza e poi sparisce?

Poi, giusto per puntualizzare ancora due cosette banali.
L'uomo non è messo come il panda, non rischia l'estinzione, al massimo l'autodistruzione.
L'homo italicus, geneticamente parlando, non è mai esistito. Forse non sta bene dirlo, ma siamo tutti meticci.
Può non piacere, ma storicamente le migrazioni hanno sempre fornito popolazione alle zone che per vari motivi andavano spopolandosi...

mercoledì 31 agosto 2016

Il pianeta dell'esilio – Letture


Mondadori sta, con una certa calma e una scelta di priorità che non mi spiego del tutto (immagino problemi di diritti posseduti da altri editori), ripubblicando alcuni dei romanzi di fantascienza di U.K Le Guin.
GIOIA E GAUDIO!

Questo romanzo, del 1966, è un'opera giovanile, per certi aspetti una prova generale di quel capolavoro che sarà, pochi anni dopo, La mano sinistra delle tenebre.
Lo dice senza mezzi termini l'autrice stessa nell'introduzione, che arriva da un'edizione del 1978 (quindi ottima cura editoriale da parte di Mondadori). È un libro scritto quando ancora non aveva ben chiare le sue priorità e cosa volesse raccontare. In particolare la Le Guin rimpiange di aver relegato la protagonista femminile a un ruolo troppo passivo, anche se vi è già un'ombra del femminismo dolce che la contraddistinguerà. È un romanzo che semplicemente racconta una storia, senza aspirare ad essere altro, né da un punto di vista stilistico né contenutistico. Considerando che il suo lavoro lo fa più che degnamente, per molti autori questo è un punto d'arrivo tutt'altro facile che raggiungere. Per la Le Guin è una partenza la cui ingenuità, in retrospettiva, viene guardata con scarsa benevolenza.

È come saranno le opere successive, il racconto di un incontro di civiltà.
Sul pianeta Werel una civiltà avanzata ha impiantato una colonia. I contatti con la madrepatria, però, si sono interrotti, nessuna nave spaziale è atterrata, le comunicazioni interplanetari hanno smesso di funzionare. I coloni vivono con insofferenza la loro condizione di esiliati, beandosi della propria superiorità tecnologica e culturale e con scarsa voglia di interagire con le popolazione native, che hanno una cultura ricalcata su quella dei nativi americani (di cui il padre della Le Guin era  uno dei massimi studiosi). 
Il pianeta, però, ha un ciclo stagionale lunghissimo (come il mondo de Le cronache del ghiaccio e del fuoco, che il buon Martin abbia preso spunto da qui?) e l'approssimarsi dell'inverno costringe i pochi esiliati rimasti a cercare un contatto con i nativi.
È invece la semplice curiosità a spingere Rolery, giovane nativa nata nella stagione sbagliata e quindi condannata alla solitudine, a recarsi nella città dei "nati lontano", dove, per altro, può trovare coetanei, forse addirittura un compagno.
La narrazione passa rapidamente da un punto di vista all'altro, da quello dei nativi a quello dei "nati lontano", creando un gioco di specchi deformanti che è poi la caratteristica tipica dei romanzi di fantascienza della Le Guin.

Le similitudini tra questo romanzo e La mano sinistra delle tenebre sono tali che è davvero difficile giudicarlo per se stesso. Tanti sono i punti in comune che saranno poi approfonditi in quel romanzo: la forza della natura che impone alleanze improbabili, gli alieni che si guardano tra loro, con un continuo alternarsi di punti di vista per cui il diverso, quello sbagliato, è sempre l'altro, l'idea che il clima possa portare cambiamenti sulla fisiologia umana (qui i nativi fertili solo in determinati momenti per sfruttare le estati per crescere i figli, gli ermafroditi su Gheten), l'approfondire la mentalità aliena, la solitudine come motore degli eventi.
Rispetto a quel romanzo, però, tutto è solo un abbozzo e si percepisce come l'autrice non avesse ancora consapevolezza piena dei propri mezzi e dei propri intenti. Sopratutto, il lettore trova lontani tutti i personaggi. Sia Rolery che Jakob Agat sono in fin dei conti, per noi che leggiamo, alieni. Proprio perché c'è uno sforzo nel costruire dei meccanismi mentali diversi dai nostri li sentiamo lontani e non riusciamo fino in fondo ad empatizzare con loro. Anche il desiderio degli hainita di rimanere esiliati e non volersi rassegnare a capire il mondo che ormai abitano da generazioni ha qualcosa di artificioso che ci fa subito percepire le loro posizioni come sbagliate. Per quanto ingenua, l'istintiva saggezza di Rolery si connota subito come la voce dell'autrice.
Andando avanti la Le Guin imparerà a farci immergere totalmente nelle menti di un'umanità diversa, fino a farci dimenticare che non si parla di noi e a farci amare anche personaggi diretti verso il disastro.

Con questo non voglio dire che Il pianeta dell'esilio sia un brutto romanzo. È una storia di fantascienza come oggi non si usano più, con una certa ingenuità di fondo, ma connotata da un'indubbia eleganza. Un libro che vale la pena di leggere a prescindere, anche se bisogna sapere che non è il meglio che l'autrice abbia prodotto.

Quello che mi sono chiesta, leggendolo, è se oggi a un'autrice come la Le Guin sarebbe stata data la stessa possibilità di crescita. Da quel che ne so, quando questo romanzo uscì, il suo secondo romanzo di fantascienza (dopo Il mondo di Rokannon, un altro romanzo interessante, ma embrionale), vendette abbastanza (erano anche altri tempi, in questo senso), senza però suscitare particolare clamore. 
Cosa direbbe oggi un editore a un autore in analoga posizione: osa pure, non aver paura di fare qualcosa di potenzialmente shoccante e con grandi ambizioni letterarie o, piuttosto vola basso, tieniti stretto i lettori che già hai, non impelagarti in temi scottanti, dopo tutto scrivi di genere e il tuo lettore vuole solo evadere
Io un po' temo la seconda versione. Poi, certo, la Le Guin non ha proprio un caratterino accomodante e l'editore del secondo tipo lo avrebbe mandato a pascolare. Quelli, però, erano anche altri tempi, con altre vendite, altri ritorni economici e, per certi versi, forse, maggiore possibilità contrattuale da parte degli autori.

Di certo mi ha fatto toccare con mano la semplice verità che nessuno nasce imparato. Anche gli autori migliori hanno imparato ad essere tali, hanno scritto romanzi che col senno di poi hanno trovato ingenui e hanno trovato la loro strada non sempre al primo colpo.




lunedì 29 agosto 2016

L'Italia non è un paese per fantasy? – Scrittevolezze


Me lo ripetono ciclicamente.
L'Italia non è un paese per fantasy.
Non abbiamo una tradizione.
Non li sappiamo scrivere.
E poi comunque in fantasy non ha niente da dirci.

Io sono, evidentemente, lenta di comprendogno. Sarà che vivo sulle rive di un lago che si dice sia popolato da un drago. Drago sfrattato, ma non ucciso, dal santo e pertanto emigrato dall'isola a una caverna.
Nel paese dove abito le streghe le abbiamo avute fino al XIX secolo avanzato. In pratica mentre Sherlock Holmes a Londra disquisiva di impronte digitali per inchiodare i criminali qui ci si chiedeva se una ragazza potesse volare.
E i boschi sono pieni di "massi coppellati", cioè incisi in qualche momento nella preistoria. E poi usati per riti magici di varia natura.
Sarà un'eccezione.
Perché proprio non capisco perché a me per la mia italianità dovrebbe venirmi in mente mentre passeggio in questi luoghi una storia senza magia, mentre per un abitante, che so, della Cornovaglia, la cosa sarebbe naturale? Solo perché le loro pietre incise sono più grosse?

In questo agosto, con i libri rigorosamente al seguito (e accompagnata da Panico e Paranoia, simpatici gemelli venuti in vacanza con me) sono stata nel nostro bel Lazio, subito prima che il sisma lo sfregiasse (anche se le zone non erano proprio quelle).

Sono stata a Bomarzo.
In pieno rinascimento a Bomarzo un nobile, Vicino Orsini, ha costruito un antesignano dei parchi tematici ispirato alle sue letture preferite. A inizi 1500 Vicino Orsini leggeva un genere di cui noi non abbiamo tradizione, si dice, il fantasy. 
Va bene, lo chiamavano poema cavalleresco ed era scritto in versi. Comunque il fatto che vi si potevano trovare "leoni, orse, orchi e draghi" secondo me lo inquadra abbastanza bene.

È proprio un drago!
Le opere che tanto piacevano a Vicino Orsini non è che siano poi tanto letteratura spazzatura. L'Orlando Furioso, per dire. 
Ma noi di fantasy non abbiamo tradizione...
Le leggende arturiane si possono infinitamente riadattare, ma i cavalli alati che raggiungono la Luna per recuperare le cose perdute vanno ammirati da lontano, studiati in modo possibilmente noioso e guai a dissacrarli rielaborandoli oggi.

Poi, magari, sono io che mi faccio un film in testa per colpa di Vicino Orsini e le sue stramberie. 
Una manciata di chilometri più in là ecco la villa del vicino di Vicino, villa Lante.

Fonte: Wikipedia
Appena si entra ecco un bel Pegaso rampante.
Per carità, è tutto più ordinato, ma tra simboli alchemici, personificazioni e creature fantastiche di varia natura a me tutto continua a suonare fantasy. Ma forse, dato che era la villa di Vescovi non si può dire, che si sa, il fantasy assai poco piace alla chiesa...

Ne siamo poi così sicuri?
Perché quella di Tuscania è senza dubbio una chiesa.
E ha un drago che corre lungo la facciata!


C'è sicuramente un alto significato allegorico. 
Ma c'è anche, innegabilmente, un drago che corre per la facciata. È così bello e plastico, che mi è subito venuta l'idea per un racconto con maghi che danno vita alle sculture di pietra (solo che ci mettono moltissimo a scolpirle, tanto che i tornei di magia sono decennali). Oddio! Un'idea fantasy venuta fuori da un monumento italiano! Laziale, addirittura!

Quindi a questo punto io sono un po' confusa. La letteratura che insegno è piena di bestie strane e i monumenti del mio paese sembrano pronti da un momento all'altro a prendere vita per volare via.
Però continuano a dirmi che il fantasy non è un genere italiano. Non lo sappiamo scrivere e non ha nulla da dirci.

Io però sono finita nella bocca di un orco!


sabato 27 agosto 2016

Luce alla fine del concorso


In questi giorni è difficile essere allegri o anche solo sollevati senza sentirsi inopportuni alla fine di un'estate che ricorderemo tutti più per le tragedie che per le vacanze.
Però da quattro giorni sono in vacanza-vacanza anch'io.
Martedì ho finito (bene) il mio percorso al concorso docenti e sono adesso una prof certificata, in attesa di sapere come mi sono classificata in una graduatoria che probabilmente determinerà il mio futuro lavorativo.
Nonostante il lieto fine non riesco a parlare bene dell'esperienza concorso. Forse anche voi avete sentito o letto qualche articolo che ne ha parlato, 55% di bocciati su scala nazionale, una percentuale sconvolgente se si pensa che si tratta di un concorso riservato agli abilitati, cioè a docenti che hanno già dedicato alle teorie didattiche tempo e denaro, errori, problematiche varie, ricorsi incrociati.
Quello che io rimpiango alla fine è il tempo e le energie che ci ho dedicato, davvero tante. La scrittura, negli ultimi mesi (per non parlare dell'ultimo in cui non ho scritto una parola) è stata la più sacrificata. Non ha significato solo non scrivere, ma anche economizzare su tempi e relazioni. Non tutti l'hanno presa bene e di questo mi spiace particolarmente. 
Oltre tutto, per quel che ho visto, il merito è stato valorizzato solo fino a un certo punto, cosa che mi fa sentire più una miracolata che altro. La selezione l'ha fatta principalmente lo scritto e, tra le mie conoscenze, sono state penalizzate le madri di famiglia che hanno avuto meno tempo per studiare un programma didatticamente in gran parte inutile, e persone meno rapide a scrivere a computer. Alla fine, nello scritto, l'unica competenza davvero valutata, con i 15 minuti netti per progettare percorsi didattici, era la velocità di scrittura. Sinceramente ho dei dubbi che sia questa a fare di un prof un buon prof.
Per come ho vissuto io l'orale, qui le cose sono andate un po' meglio, almeno per la mia esperienza la commissione era attenta e costruttiva, anche se la modalità era comunque ansiogena e un po' folle. In pratica si andava sul posto il giorno X, si pescava una traccia e si tornava 24 ore dopo a esporla. Chiaro è che, se come me, si abitava a due ore dal luogo dell'esame, la competenza più valutava diventava la capacità di lavorare in auto o di notte. Inoltre io ho avuto decisamente fortuna nell'estrazione. Adoro la Divina Commedia e non è stato difficile lasciar trapelare il mio entusiasmo per Dante. Immagino che il collega che ha esposto (molto bene) dopo di me sul tema "L'idea della morte in Leopardi" abbia avuto qualche problema a mostrare il proprio animo solare.
Insomma, in questi mesi per preparare il maledetto concorso ho dovuto dire tanti NO. Alcuni difficili da far capire a chi li riceveva. La cosa, per carità, ha pagato, ma sarebbe bastato un refolo di fortuna in meno per avere un risultato opposto.
Porto a casa il tempo impiegato a riflettere davvero sulla didattica, la grande solidarietà tra colleghi, in primis quelli dello scorso anno scolastico, ma anche quelli del gruppo di studio su fb e un briciolo di autostima in più. Mi piacerebbe anche portarmi a casa il posto di lavoro e spero che lo stato non consideri questo un chiedere troppo.

Poi, per carità, nei ritargli di tempo in questo agosto ho anche vissuto. Ho letto, principalmente grazie al Gruppo di Lettura che ha segnato l'estate con due romanzi di cui riparlerò, e sono stata anche un po' in giro, portando come sempre a casa spunti per riflessioni e storie.

In questi ultimi scampoli di estate intendo alternare il più possibile "giorni da papera" al lago e "giorni da vombato" dedicati al riposo (in questo senso gli ultimi quattro giorni sono stati fenomenali, ho nuotato più in due mattinate al lago che negli ultimi due anni), ma pian piano voglia anche riprendere contatto col web e con le mie storie. Per l'autunno, lo sapete, c'è una sorpresa in arrivo e sarà il caso che inizi ad attrezzarmi...
Per intanto auguro a tutti un buon rientro.

giovedì 4 agosto 2016

Agosto


BUON AGOSTO A TUTTI
IL BLOG È IN VACANZA
TENAR INVECE STA STUDIANDO...

Un enorme e speciale in bocca a lupo a tutti i prof che, come me, stanno passando l'estate in balia del concorsone.