lunedì 29 settembre 2014

Il lettore ideale – Scrittevolezze


I bei commenti al post precedente sul narratario ho pensato di dedicare questo a un'altra figura a metà strada tra realtà e narratologia, il LETTORE IDEALE

Per chi scrivo questo post?
Per me, che sono il Lettore Ideale e esisto solo nella testa dell'autore!

Il lettore ideale è in gran parte un'astrazione, è il lettore che l'autore vorrebbe, quello a cui, nelle sue intenzioni, il testo è rivolto.

Spiegato così quello del lettore ideale sembra una pura pippa mentale, una delle tante fisime degli autori con troppo tempo libero. In realtà mi sono resa conto che ragionare sul proprio lettore ideale aiuta e semplifica molto del processo decisionale dell'autore.
Ci sono molti aspetti che cambiano ai nostri occhi se li guardiamo considerando il lettore ideale.

Tematiche e contenuti da approfondire
Inserire o meno scene di sesso esplicite? Violenza più o meno descritta?
Questione di lettore ideale.
Barbablù è a tutti gli effetti una storia di serial killer, anzi, checché ne dica Wikipedia è dimostrato che ha avuto origine dalle vicende di un nobile francese di fine medioevo che aveva ucciso le sue spose. Tuttavia, nella versione che mi è stata raccontata da bambina ci sono sì delle scene macabre, con la scoperta della stanza con le teste delle mogli morte, ma nulla in grado di traumatizzarmi davvero. La stessa vicenda potrebbe diventare vietata ai minori di 14 anni, insistendo di più sui cadaveri delle donne e magari sulle scene di uccisione o addirittura ai minori di 18 anni. Questo senza variare di una virgola la fabula della vicenda.
Allo stesso modo, sempre senza modificare la fabula, ma insistendo su alcune tematiche e diminuendo l'importanza di altre, I Promessi Sposi possono diventare una telenovela.

Particolari da inserire
Ci pensavo l'altra sera leggendo Shadowhunters vi sono riferimenti a mode, musica, videogiochi, modelli di cellulari che strizzano l'occhio all'adolescente di oggi, che si riconosce nei protagonisti. Mi chiedevo se tra dieci o vent'anni gli adolescenti continueranno a leggere questi libri. 
I libri finali di Harry Potter si rivolgono a lettori più o meno della stessa età di quelli di Shadowhunters, ma, anche nelle parti ambientate nel mondo "babbano" i riferimenti a particolari di moda sono assenti. In effetti, Harry Potter sta invecchiando bene. Mi chiedo se già in origine fosse pensato per ragazzi di una determinata età ma non necessariamente per i contemporanei. Quella del maghetto è una saga studiata per durare nel tempo.

Inoltre quanti particolari relativi all'ambientazione vogliamo inserire? Una descrizione veloce che lasci subito spazio all'azione andrà bene per un determinato pubblico, ma non per un altro.
Se citiamo in continuazione brani di musica rock anni '70 (solo per fare un esempio) piaceremo a determinati lettori. Così come uno spiccato citazionismo letterario strizza l'occhio a un pubblico di lettori forti.

Lessico e sintassi
Posto che ogni personaggio deve parlare in modo coerente con la sua personalità, è chiaro che una narrazione infarcita di parolacce e termini volgari non andrà bene per tutti i lettori. 
Un lessico aulico e una sintassi complessa con frasi da 15 righe non ci aprirà certo la strada dello YA.
Se poi scrivo di un argomento/con un'ambientazione di cui so che esiste già un folto pubblico di appassionati e non voglio inimicarmeli, dovrò stare attenta alla terminologia specifica. Molti membri delle forze dell'ordine leggono gialli. Molte persone che provengono da studi storici (come me) apprezzano la narrazione storica. Meglio tenerne conto, piuttosto che inimicarsi un grossa fetta di pubblico potenziale!

Però lettore ideale e lettore reale non sempre coincidono!
Vero!
Harry Potter è stato letto da tantissimi adulti.
U. Eco era convinto che Il nome della rosa sarebbe stato un flop editoriale, apprezzato solo da quel piccolo nucleo di lettori colti per cui era stato pensato. Dante certo non pensava che la sua Commedia a secoli di distanza sarebbe stata letta in tutte le scuole.
Il lettore ideale è un'astrazione che può non coincidere affatto con i lettore reale.
Secondo me, però ci sono degli indubbi vantaggi nel considerarlo che si possono riassumere in un'unica parola COERENZA.
Pensiamo a una storia d'amore il cui lettore ideale è "la donna cattolica di media cultura", non ci saranno troppe parolacce né vi si troverà un lessico aulico. Non ci saranno scene esplicite di sesso o violenza e vi si ritroveranno determinati valori. Questo non toglie che, se il libro è scritto bene, possa piacere anche a degli uomini atei e mangiapreti, ma l'autore sarà stato senza dubbio aiutato nelle sue scelte dall'aver definito il lettore ideale.

Tenar e i suoi lettori ideali
Uno dei (molti) appunti che mi sono stati fatti a un romanzo che, ormai ne sono consapevole, non riuscirò a pubblicare era che non era ben definito il pubblico a cui volevo rivolgermi. Si tratta di un giallo storico con scene troppo esplicite per il giallo classico, ma con tematiche troppo articolate per un pubblico che cerchi un romanzo in cui predomina l'azione. Il romanzo ha ricevuto molti complimenti da varie case editrici, ma al dunque tutti hanno detto di no.
Questo mi ha insegnato a pormi un po' di più il problema del pubblico.

Generalizzando, oggi il mio lettore ideale è un adulto, di cultura medio/alta alla ricerca di un testo di intrattenimento non (troppo) banale. Probabilmente è donna, interessata agli aspetti psicologici della vicenda. Specificando ancora di più, il mio lettore ideale può essere esemplificato da una professoressa in vacanza sopra i 25 anni.

Voi vi ponete il problema del lettore ideale e, se sì, qual è il vostro lettore ideale?

venerdì 26 settembre 2014

Il narratario - Scrittevolezze


Per chi sto scrivendo questo post?
Per me, che sono il narratario e non esisto!

Dato che al PAS sto (ri)facendo narratologia, oggi ho decido di fare la scribacchina seria e di parlare di una categoria un po' più tecnica e delle ricadute che ha su un testo.
Ma di cosa sto blaterando?
Il NARRATARIO è una categoria narratologica interna al testo e indica colui a cui il narratore si rivolge
Essendo una figura interna al testo non è e non va confusa con il LETTORE IDEALE anche se in alcuni casi vi si sovrappone parzialmente.
Del resto, come il narratore non è mai perfettamente sovrapponibile con l'autore, anche il narratario non è del tutto sovrapponibile con il lettore ideale (il target a cui l'autore si rivolge) o con il lettore reale.
Nella pratica della scrittura la figura del narratario cambia sensibilmente a seconda se stiamo usando un narratore interno o un narratore esterno.

Il ruolo del narratario in testi con un narratore interno
Nel caso di testi scritti in prima persona il narratario è spesso un personaggio preciso, la persona per cui il narratore si sta rivolgendo.
Prendiamo l'incipit di Memoria d'Adriano
"Mio caro Marco,
 Sono andato stamattina dal mio medico, Ermogene..."
È chiaro che nella finzione narrativa di questo romanzo il narratore è l'imperatore Adriano e il narratario è un giovane Marco Aurelio. Si tratta quindi di un personaggio molto preciso, che compare molto poco nella narrazione, ma a cui Adriano si rivolge spesso.
Non sempre il narratario è così ben identificabile, ma di solito ha comunque un buon grado di definizione. L'Adso narratore de Il nome della rosa si rivolge a un ipotetico monaco suo contemporaneo.
Quando abbiamo un narratore interno vuol dire che, nella nostra finzione narrativa, un personaggio si è messo a raccontare una storia. C'è sempre un motivo per cui lo fa (dare conto di fatti straordinari, difendersi, portare memoria di qualcosa che potrebbe essere dimenticato, sfogarsi...) e quindi c'è sempre qualcuno per cui scrive. Può essere un narratario generico ("i posteri" che, comunque, il narratore tenderà a immaginare non troppo diversi da sé) o, come nel caso di Memorie d'Adriano, molto specifico. Nel caso limite di un testo scritto sotto forma di diario, narratore e narratario coincidono (salvo casi, come quello di Anna Frank, in cui l'autore inventa, anche all'interno di un diario, un narratario).

Il ruolo del narratario in testi con narratore esterno
Meno il narratore interviene nel testo e meno si sente la presenza del narratario.
Se è evidente che i "25 lettori" di Manzoni non esauriscono certo il pubblico a cui l'autore sperava di arrivare, è molto meno facile identificare il narratario all'interno di un testo in cui la voce del narratore sia più nascosta.
Questo non vuol dire che il narratario smetta di esistere, ma diventa sempre meno influente nel testo fino ad arrivare (quasi) a diventare indistinguibile dal lettore ideale.

Un autore si deve porre il problema del narratario?
In fin dei conti il narratario è una figura creata dai narratologi, generazioni di scrittori sono vissute e hanno scritto immortali capolavori senza ragionare sul narratario, tuttavia ragionare su a chi si rivolge il narratore è sempre utile.

Nel caso di un testo con narratore interno, definire il narratario è indispensabile.
Tornando a Memorie d'Adriano avremmo un testo diverso se Adriano non si rivolgesse a un ragazzino dalla sensibilità molto diversa dalla sua, dal quale, tuttavia, desidera a tutti costi farsi capire e, forse, assolvere. 
Il nome della rosa sarebbe altrettando diverso se Adso si rivolgesse a un pubblico esterno al mondo monanstico e dalla cultura inferiore alla sua. Quasi tutti i lettori de Il nome della rosa saltano a piè pari i passi in latino e le citazioni troppo lontane dalla nostra sensibilità. Il libro è, in effetti, perfettamente comprensibile anche letto in questo modo, perché il lettore ideale per cui è stato pensato non è un monaco medioevale. Ma il fatto che il narratario sia un monaco medioevale intriso di quella cultura fa sì che quelle parti debbano esserci. Anche chi in lettura le ha saltate non le toglierebbe: sono parte integrante del fascino del romanzo.

Nel caso di un testo con narratore esterno la situazione si fa più sfumata, anche perché ormai si utilizza sempre meno il narratore onniscente che interviene pesantemente sul testo. Tuttavia, anche in questo caso, può essere utile pensare a chi si sta rivolgendo il narratore.
Definire età e livello culturale del narratario ci può aiutare a fare scelte lessicali e contenutistiche. Del resto ci possono essere casi in cui è utile separare (mentalmente) narratario e lettore ideale.
Mi viene in mente il caso di un romanzo storico (I favoriti della fortuna) che palesemente si rivolgeva a un pubblico femminile di istruzione media, più interessato ad aspetti che potremmo definire "da telenovela" (lettore ideale). Tuttavia nel narrare i fatti (la trama si svolge alla fine della Repubblica Romana) l'autrice è precisissima nel seguire gli eventi storici fin con un grado di dettagli che certo il suo pubblico ideale non può apprezzare né è interessato a fare. In questo caso il livello culturale del narratario è superiore a quello del lettore ideale.

Io cerco sempre di pormi il problema del narratario. Quando scrivo in prima persona il narratario ha un'importanza primaria perché ci sarà sempre un qualcuno e uno scopo per cui il narratore ha deciso di raccontare la storia (tra qualche mese dovrebbe essere pubblicato un racconto che ho costruito tutto in funzione del narratario e dello scopo comunicativo del narratore). Quando scrivo in terza persona, salvo rari casi, tendo a far coincidere narratario e lettore ideale.
In questo post, il mio narratario è un ipotetico appassionato di scrittura non del tutto digiuno di tecniche narrative in cerca di nuovi spunti. Il lettore ideale è costruito sulla media dei lettori fissi. Il lettore ideale è chiunque, aprendo il post, magari per caso, si riuscito ad arrivare fin qui.
Voi vi ponete il problema del narratario? Influenza la vostra scrittura?
La gatta Inga non è certo narrataria o spettatrice ideale
del documentario sugli ippopotami. Però lo ha apprezzato molto.



martedì 23 settembre 2014

PAScolando - step due


Siamo alla seconda settimana di PAS, il Percorso Abilitante Speciale per l'insegnamento.
Nel frattempo si sono accorti che le scuole sono iniziate. No, non chi di dovere, che sta ancora litigando con l'aggiornamento delle graduatorie (credo che tale pratica sia adempiuta da un singolo impiegato dotato solo di penna bic non cancellabile e pertanto obbligato a ricominciare da capo ad ogni errore), ma dalle segreterie delle scuole. Come ogni primo giorno di scuola si è infatti verificato uno strano e inspiegabile fenomeno: sono arrivati gli alunni.
Questo ha portato a delle nomine temporanee (per gli addetti ai lavori "sull'avente diritto") basate sulle graduatorie vecchie che potranno rimanere tali per 1d20 settimane (per i non giocatori di ruolo, per un tempo non determinabile). 
Sono quindi tornata alla scuola col pontile dell'anno scorso, consapevole di aver così notevolmente diminuito il mio tempo-sonno, ma nella speranza che la vista giornaliera del lago mi salvi dall'esaurimento nervoso.
Quando suona la campanella, con uno scatto degno del più veloce studente all'ultimo giorno di scuola, mi getto fuori da scuola, su per la salita, dritta verso il parcheggio e poi via, una bella ora e un quarto d'auto verso l'università.
Senza addentrami nelle ricadute didattiche del corso, si registrano comunque alcuni effetti:

– Sto diventando più disinvolta alla guida. Quando sono le sette di sera, si è in giro da dodici ore e la fame è tanta, superare il camion diventa un'impresa degna di essere compiuta.

– Il Nik sta imparando a cucinare. Forte del suo (ottimo) salmone, ieri già pianificava un dolce a base di pere (di cui abbiamo sovrabbondanza). Oggi però ho trovato le (altrettanto ottime) arborelle pescate e cucinate da mio suocero. Nik è gatto dentro: sa fare tutto, ma se è qualcun altro a farlo per lui è meglio.

– Invento storie che non avrò mai il tempo di scrivere. Nazisti reincarnatisi in persiani, redivivi conti di Montecristo che vogliono scontrarsi con Sherlock Holmes e demoni egizi evocati per sbaglio stanno andando a intasare il mio personale "Paradiso delle storie possibili" 

– La qualità delle mie letture è in caduta libera. C'è un'orario, verso le 23, in cui sento l'assoluta necessità di stendermi sul divano e regalarmi almeno un quarto d'ora di lettura adatta alle mie facoltà mentali. Che in questi giorni è la saga di Shadowhunters, che ho già ribattezzato "una triste storia di abbandono scolastico" (pare che ammazzare demoni sia un'ottima scusa per non andare a scuola...)

... Ed è solo la seconda settimana.

sabato 20 settembre 2014

Fonti d'ispirazione: serie tv

Ormai da anni la televisione, con i suoi prodotti seriali, ha compiuto un enorme salto qualitativo, passando da essere brutta copia del cinema a laboratorio di sperimentazione, sopratutto dal punto di vista della sceneggiatura (anche se ultimamente è sempre più comune vedere anche in tv grandi regie). Il poter lavorare sui personaggi su un arco narrativo più ampio che non di esaurisce nelle due ore cinematografiche permette, infatti, un approfondimento psicologico e tematico maggiore.
Ho scelto solo tre serie televisive, tra le molte che seguo e (sopratutto) ho seguito, in parte perché tutte e tre si sono presentate, quando le ho viste per la prima volta, come una novità e una folgorazione e in parte perché da tutte e tre ci sono particolari che vorrei rubare. Anche se, magari, non sono quelle caratteristiche che colpiscono a prima visione.




Di tutte le serie che ho scelto, ricordo con precisione quando e dove ho visto il primo episodio.
Ero a casa di un amico, in attesa che arrivassero gli altri della compagnia per uscire. A un certo punto lui si blocca: su Sky avrebbero dato il primo episodio di una nuova serie americana che voleva a tutti i costi vedere. Io e gli altri rimaniamo un po' increduli, però sua era la casa, la tv e la macchina con cui saremmo dovuti uscire e nessuno di noi aveva Sky (era, credo, il 2000). E così eccoci lì, tutti stretti sul divano a vedere la primissima indagine della squadra della scientifica di Las Vegas. Una serata spesa ottimamente. 
A distanza di così tanti anni, adesso che neppure guardo più CSI, ci sono ancora cose che vorrei rubare a quella primissima stagione.
Avere ben chiaro il cuore della narrazione
La scienza può portare alla verità?
Questa è la domanda base che viene analizzata nella serie, caso dopo caso. C'è un'idea precisa su cui poi viene imbastita tutta la narrazione. E io, quando immagino una storia, vorrei avere proprio questa stessa chiarezza d'intenti.
Sfruttare le caratteristiche dell'ambientazione
È stato con CSI che ho iniziato a ragionare sull'ambientazione. La serie originale è ambientata a Las Vegas e metà degli improbabili crimini con cui la squadra si deve confrontare hanno senso solo a Las Vegas. Situazioni improbabili, dal raduno dei nani all'uso criminoso degli scenografici acquari dei casinò, sono plausibili solo lì. E gli sceneggiatori si divertono a usare tutto un arsenale di situazioni specifiche che Las Vegas offre. Non a caso gli spin-off della serie, ambientati altrove hanno atmosfere molto differenti. L'ambientazione determina la narrazione.
Personaggi ben caratterizzati, ciascuno con un suo ruolo
Caratteristica tipica di tutti i serial procedurali, ma che ho iniziato a capire con CSI. Un personaggio ha ragione d'essere solo se è utili alla storia e non sostituibile. Ogni membro della squadra ha delle caratteristiche peculiari e delle capacità specifiche che fanno sì che tutto funzioni come un grande ingranaggio ben oliato. Non è diverso nelle altre forme di narrazione. Il personaggio X a cosa serve nell'economia della storia? È sostituibile? Lo posso confondere con un altro? Sono domande che ho imparato a farmi anche grazie a CSI


Ok, ve ne ho già parlato fino allo sfinimento, tuttavia oggi vorrei analizzare questa serie secondo dei diversi punti di vista.
Anche in questo caso il primo incontro è stato folgorante. Ogni tanto, raramente, mi capitano delle notti in cui non dormo. Non è proprio insonnia, credo, nel senso che, in questi rari casi, non è che desidero dormire e non ci riesco, semplicemente sono sveglia. A quel punto stare a letto non ha senso. E così, alle due del mattino di una notte di alcuni anni fa, mi sono andata a cercare la prima puntata di una serie di cui avevo sentito vagamente parlare. Alle quattro ero ancora attaccata allo schermo.
Al di là degli aspetti puramente sherlockiani, le caratteristiche che mi hanno tenuto alzata anche quando finalmente il sonno si è fatto sentire sono applicabili ogni tipo di narrazione.
Continue variazioni di tono e di ritmo
Anche se ogni episodio di Sherlock ha una sua particolare coloritura emozionale, commedia e dramma si alternano di continuo.
Se prendiamo quel capolavoro del primo episodio, iniziamo con un ex militare all'orlo del suicidio. Nessunissima traccia di commedia. Poi c'è il surreale incontro con Sherlock. E poi avanti. Ridiamo e un attimo dopo la tensione schizza a mille, poi c'è di nuovo una risata liberatoria e poi di nuovo tensione o tristezza.
Commedia e dramma possono benissimo convivere. Non è facile, ma può valerne la pena.
Cura certosina del particolare
Non c'è praticamente cosa, all'interno della serie, che non abbia giustificazione. C'è un oggetto sfocato a lato di un'inquadratura? Ebbene state pur certi che non è lì per caso. C'è un motivo, che può essere metatestuale, funzionale alla narrazione, di approfondimento psicologico, non importa. Il motivo però c'è. Stessa cosa dicasi per le inquadrature. Se vogliamo che la nostra narrazione funzioni, dobbiamo metterci la stessa cura. Tutti gli elementi che inseriamo devono avere senso. Pochi lettori, poi avranno la pazienza di andare ad esaminarli uno per uno, ma tutti ne trarranno la sensazione di un insieme coerente e non casuale.


Questa, che alla buonora sta per approdare su Sky, me la sono andata a cercare con un minimo di consapevolezza. Si è comunque rivelata all'altezza delle aspettative. E ho una bella lista di cose da rubare anche da qui.
È sempre la solita vecchia storia
Alla fine, alcuni spettatori sono rimasti delusi dalla risoluzione. Io no. Sono d'accordo con l'assunto di base. Abbiamo bisogno di sentirci raccontare sempre le solite vecchie storie. Vi sono conflitti di base che nei 30000 anni che, più o meno, abbiamo come sapiens, continuiamo ad analizzare. Non ritengo che sia un male, anzi. C'è chi dice, del resto, che si può parlare solo di amore e di morte.
Raccontare una storia archetipa, quindi, va bene, ma se fatto con consapevolezza. Innanzi tutti bisogna sapere di stare raccontando la solita vecchia storia. Non bisogna illudersi di aver scoperto l'acqua calda. E poi dobbiamo chiederci: "oggi in che modo ha senso raccontare ancora questa vecchia storia?"
Rispondendo con cura a questa domanda può scapparci il capolavoro.
Suggestione e sfumature
True detective è una serie che si nutre di suggestione, utilizzo di particolari, di immagini, suoni. Il tutto crea l'impressione di un mondo vastissimo e oscuro in cui i nostri due detective si muovono. Un mondo altro, in cui camminano re gialli e vecchi dei che non viene mostrato, ma suggerito.
A volte gli autori hanno un po' la tendenza a raccontare tutto in una sorta di horror vacui per cui alla fine tutto deve essere per forza spiegato. Alla fine, True Detective spiega molto poco e lascia questo vasto mondo oscuro ad aleggiare intorno a personaggi e spettatori. 
A volte lasciare una suggestione è meglio che terminare con una dettagliata spiegazione.

Queste sono tre delle serie che vorrei saccheggiare. È curioso come io sia onnivora per letture e visioni cinematografiche e invece guardo solo serie televisive che rientrano nella macro categoria del giallo...
Quali sono le vostre serie televisive preferite e cosa vorreste rubare loro?

giovedì 18 settembre 2014

Letture sherlockiane

L'estate porta più tempo lettura e quindi anche più letture sherlockiane.
Quest'anno, poi, non ho avuto particolari delusioni. L'ordine delle mini recensioni, quindi è puramente casuale.


Luca Martinelli
Dopo molti racconti e il bel romanzo Sherlock Holmes e l'enigma del cadavere scomparso ho recuperato anche questo suo lavoro precedente.
Ambientato durante il periodo in cui Sherlock Holmes, creduto morto, agisce sotto falso nome per conto dei servizi segreti, ci regala un investigatore al massimo della forma. Il bonus, dal mio punto di vista, è l'ambientazione italiana, una Siena ottocentesca colta in prossimità del palio e raccontata da chi ben la conosce. Molto particolare è anche il rapporto che Holmes stringe con un ragazzino italiano, suo temporaneo assistente e aiutante.
Storia, spionaggio e giallo classico si mescolano in un libro che è un piacere leggere, perfetto anche per i non sherlockiani, anzi un bel modo per avvicinare un personaggio presentato in modo assolutamente aderente al canone, ma privo di ogni cliché. 

L. D. Estleman
Ecco, forse la lettura più deludente. I racconti di questa raccolta sono al 100% canonici e ben scritti, ma non è che brillino di originalità. A parte una breve parodia e un'improbabile escursione nel west americano, si lasciano leggere, per carità, però... Ecco, quando in un racconto di Sherlock Holmes arrivo a capire chi è il colpevole a meno di un quinto della narrazione qualche problemuccio c'è.
Conclude la raccolta un saggio su Watson scritto con le migliori intenzioni, ma un po' datato e non sempre condivisibile (sopratutto nella parte in cui si afferma che in tutto il corpus Holmes è sempre uguale a se stesso e non evolve psicologicamente).
Per collezionisti e appassionati.

Racconti di Sherlockiana
Io non voglio apparire campanilista e parlare sempre bene del mio (uno dei a dire il vero) editore. È un fatto, però, che i racconti di Shelockiana, brevi e-book a pubblicazione settimanale editi da Delos hanno un livello medio molto alto con punte di assoluta eccellenza. Ve ne presento uno soltanto che è l'esempio di cosa intendo io per un apocrifo sherlockiano che abbia senso scrivere oggi.

Elena Vesnaver
Questo racconto ha un'ambientazione e delle tematiche che mai Doyle avrebbe potuto affrontare. Certo avrebbe avuto difficoltà a far pubblicare un racconto ambientato in una casa di piacere! Eppure, se Holmes cerca indizi nelle fumerie d'oppio possiamo benissimo immaginarcelo anche in altri ambienti equivoci dove senza dubbio entrava in contatto con tutta una vasta gamma di persone e comportamenti. Ed essendo Sherlock Holmes io proprio non ce lo vedo a fare il moralista bacchettone!
Elena Vesnaver, quindi, ci porta, insieme ad Holmes a indagare in un mondo tutto femminile, che nell'Inghilterra vittoriana doveva pur esistere, ma che raramente è stato oggetto di analisi. Il tutto con una narrazione coinvolgente e dinamica e un Holmes assolutamente credibile e canonico. 
Bonus aggiuntivo, l'autrice è una delle pochissime che mi sia capitato di leggere in grado di imbastire una sottotrama quasi romantica che vede coinvolto il nostro investigatore senza tradire il personaggio.
Quindi se qualcuno si sta chiedendo che senso abbia scrivere oggi apocrifi sherlockiani, può iniziare a trovare la risposta leggendo questo racconto.

Uno studio in smeraldo in Cose Fragili
N. Gaiman
"Uno studio in smeraldo" è solo il primo racconto che compone la raccolta Cose Fragili. Gli altri li sto leggendo ora, è il caso di dirlo, a pezzi e bocconi, per lo più mentre pranzo. Ma "uno studio in smeraldo" è geniale.
Tutta la letteratura di genere dell'epoca sembra essersi data appuntamento tra le pagine di questo raccontino in cui Gaiman mescola, monta e rimonta mitologie e personaggi, creando una narrazione che è fantastica per l'appassionato e allo stesso tempo è creazione di un mondo altro e autonomo. Fosse per me rapirei Gaiman ora e lo chiuderei in una stanzetta con l'obbligo di scriverne il seguito. 

mercoledì 17 settembre 2014

Visioni - Si alza il vento


Chissà poi perché l'Italia, che Miyazaki, è evidente anche il questa pellicola, ama, tratta in questo modo i film del maestro giapponese, concedendoli alle sale solo per pochissimi giorni, cosicché riuscire a vederli in modo legale rasenta l'impresa. Mah... 
Intanto, però, ce l'abbiamo fatta e anche questa volta ne è valsa la pena.

Pare che questo sarà l'ultimo film del maestro, di certo si discosta non poco dai suoi predecessori essendo una pellicola storica, un film biografico dedicato a Jiro Horikoshi, progettista di aerei che finirà per progettare i velivoli delle forze armate giapponesi della seconda guerra mondiale.
Si alza il vento
bisogna tentare di vivere
Sono i versi che più volte (anche troppo) ritornano nella pellicola e il cuore del film, a mio avviso, è tutto in quel tentare.
Miyazaki mette in scena dei tentativi che non hanno alcuna certezza di riuscita e delle dicotomie insanabili. Jiro e il suo onirico mentore, l'ingegner Caproni, tentano di realizzare sogni alati in stati arretrati, la cui tecnologia non sta al passo dei loro progetti. Su entrambi grava il peso della guerra, l'unico modo per costruire aerei è farsi finanziare dalle forze armate, ma in questo modo si finirà inevitabilmente per costruire macchinari bellici portatori di morte. Smettere di sognare, dunque, o tentare di vivere nella realtà, portandone poi il peso?
E a senso cercare di vivere un amore già destinato a finire? Tentare, quando già in partenza si sa che non esiste lieto fine possibile?
Miyazaki stesso non sembra avere una risposta univoca, ma sembra dirci che il tentativo, anche nel suo aspetto puramente estetico ed intenzionale, va comunque giudicato a prescindere dal risultato finale.
Forse anche per questa non risoluzione (che era già presente, anche se meno accentuata, anche in pellicole precedenti) ne risulta un film di cui è più difficile innamorarsi a prima vista.
Si esce dalla sala un po' frastornati dall'abituale magnificenza visiva, che qui si sposa a una rara aderenza storica di cui, da spettatori occidentali, ci si rende conto di non cogliere tutte le sfumature.
Di sicuro si finisce per condividere con Jiro gli splendidi sogni alati e lo sgomento nel vederli trasformati in strumenti di morte, senza capire bene, proprio come lui, se c'è stato un momento in cui sarebbe stato possibile tirarsi indietro.

Personalmente ho un amore speciale per quei film animati che mescolano realtà storiche e inconscio senza soluzione di continuità e quindi un po' mi spiace che questa pellicola il punto di arrivo di un percorso e non inizio.

PROSSIMI APPUNTAMENTI E COMUNICAZIONI DI SERVIZIO
Sabato 20 settembre alle ore 21 sarò a Vercelli in Bionda a parlare de LA ROCCIA NEL CUORE
Sabato 4 ottobre sarò a Grado alla premiazione di GialloGrado

Il PAS al momento si presenta come un confuso delirio e la mia scarsa abitudine alla guida mi restituisce alla sera come relitto su una spiaggia. Vorrei mantenere almeno tre aggiornamenti settimanali al blog, ma non posso garantire alcuna puntualità. Leggo sempre volentieri i blog amici, ma mi rendo conto che a volte sono troppo poco coerente per commentarli, quindi la mia presenza temo diventerà più silenziosa di quanto sia stata fino ad ora.

lunedì 15 settembre 2014

I dieci libri che hanno segnato la mia vita


Ringrazio Bardoscuro che mi ha coinvolto nel gioco, che sposto da fb al blog, dove sono più a mio agio. I dieci libri della mia vita... Che scelta difficile! 
Un libro diventa importante per noi non solo per la sua qualità oggettiva, ma per il momento in cui lo incontriamo, perché, se ogni classico non ha mai smesso di dire quello che ha da dire, c'è un momento in cui quello che ha da dire è proprio ciò di cui abbiamo bisogno. E allora ecco che un romanzo cambia la nostra visione del mondo, di colpo alziamo gli occhi dalle pagine e ci rendiamo conto che ciò che ci circonda non è cambiato, ma è mutato il nostro modo di guardarlo. Cosa ancora più importante, leggendo, abbiamo scoperto angoli di noi stessi che non avevamo mai incontrato.
Questi, quindi, non sono dieci libri più belli che abbia mai letto, ma, in ordine d'incontro, i dieci libri che hanno cambiato il mio modo di vedere il mondo, perché li ho incontrati proprio quando avevo bisogno di loro.

1- Capitan Tempesta E. Salgari
Uno dei primi libri che abbia letto per piacere e non per dovere. In retrospettiva, uno dei libri che più a plasmato la mia identità. Perché sognare di essere la principessa da salvare, quando puoi sognare di essere la salvatrice?

2 - Il mago di Earthsea U.K. Le Guin
A bordo della Vistacuta ho imparato ad amare il fantasy e ho capito che non c'è nemico più spaventoso da affrontare che noi stessi.

3 - Il signore degli anelli J.R.R Tolkien
Un libro che ha aperto infiniti mondi, più di quanti potessi immaginare mentre mi inoltravo in quelle pagine. Alla fine mi ha portato anche al gioco di ruolo e quindi a molti dei miei amici e a conoscere mio marito. Sarà banale, ma è davvero un libro che mi ha cambiato la vita.

4 - Il segno dei quattro A.C. Doyle
Quando capisci che anche gli eroi possono fare immani idiozie, forse esci un pochino dall'infanzia. Però poi scopri che che un eroe capace quasi di ammazzarsi con la droga è ancora più interessante.

Questo libro mi ha aiutata a scegliere di fare il liceo classico, perché ho sentito il richiamo dei testi antichi proprio come i suoi protagonisti. Mi ha fatto anche capire, però, che sarei sempre stata ben lontana dalla storia medioevale...

6 - Finzioni J. Borges
Se comunque si è portati a perdersi nei labirinti della mente, tanto vale farlo con consapevolezza e seguendo i migliori maestri.

7 - Il club Dumas A. Pérez-Reverte
Con la letteratura bisogna anche sapersi divertire. E ognuno ha il diavolo che si merita.

Saper cambiare punto di vista e attivare la propria intelligenza emotiva come unica strada per la comprensione. Con la consapevolezza che la verità non significa consolazione, ma è pur sempre necessaria.

9 - Memorie di Adriano M. Yourcenar
La prosa più elegante che abbia mai incontrato, che mi fa annuire, come un serpente ammaestrato, anche quando non sono d'accordo.

10 - Trilogia di Adamsberg F. Vargas
Difficilissimo scegliere quest'ultima posizione, dedicata agli anni più recenti. Però, alla fine, sì, i libri che hanno cambiato davvero la mia vita sono stati quelli di Fred Vargas, che mi hanno portato, come autrice, sulla via del giallo (eccentrico).

Dieci libri sono davvero pochissimi per racchiudere una vita di letture, eppure, dovendo scegliere, alla fine i titoli si sono imposti da soli alla mia attenzione. Sono dietro di me, come le briciole di pane o i sassolini bianchi, a segnare il cammino percorso e ognuno ha contribuito a farmi diventare la "me stessa" attuale.

Usando il blog e non fb, non nomino nessuno, ma lascio ciascuno libero di raccontare quali sono i 10 libri che hanno segnato la sua vita.