giovedì 30 giugno 2016

Il mio racconto sul Giallo Mondadori di luglio


Dai prossimi giorni sarà reperibile in qualsiasi edicola o in e-book, il Giallo Mondadori 3145 Quella casa nella brughiera. In coda troverete il mio racconto Aveva ragione Corto Maltese.

Sono felice perché finalmente i lettori potranno leggere un racconto diverso dagli ultimi che ho pubblicato, un lato della mia produzione che è rimasto un po' in ombra, ma che è al 100% mio.
Aveva ragione Corto Maltese si può definire una "commedia col morto". È un giallo, ma i toni sono assolutamente brillanti e ironici, anche se non manca una vena di malinconia.
Anche il protagonista si differenzia dai soliti protagonisti del giallo. Jo Museni è un immigrato ugandese, laureato in botanica, ma adattato al ruolo di giardiniere factotum in una villa diventata albergo di lusso. È uno sguardo un po' diverso, il suo, appartiene a una fascia di popolazione che la narrativa indaga poco e, se lo fa, la relega di solito nel drammone.
Per tutti questi motivi, sono assolutamente stra felice di portare i miei lettori fuori dalla Londra vittoriana (che pure amo tanto) per una vacanza con delitto in un hotel di lusso sul Lago Maggiore.

AVEVA RAGIONE CORTO MALTESE

"Lo sapevo che i miliardari sono tutti pazzi... Deve essere qualche cosa nell'inchiostro con cui stampano i loro dollari" (Corto Maltese, Una ballata del mare salato - H. Pratt)

In una villa sul Lago Maggiore riadattata ad albergo di lusso, d'estate si susseguono i matrimoni più stravaganti. Una coppia giapponese, ad esempio, vuole organizzare un finto matrimonio cattolico, con tanto di attore nel ruolo del prete, del resto pare che questa sia la moda del momento, per le coppie più abbienti del sol levante. Il vecchio attore assoldato per l'occasione, però, viene trovato morto proprio la mattina del grande evento. Tutto viene messo a tacere al più presto, ma urge trovare un sostituto! Dato che il giardiniere della villa ha un fratello prete, viene incaricato di prendere il posto del deceduto. E da quella nuova e non voluta posizione, Jo Museni ha anche modo di farsi qualche domanda sull'accaduto...

UNO SGUARDO DIETRO LE QUINTE – L'ANGOLO DELLE CURIOSITÀ
La cosa più improbabile di questo racconto, ovviamente, non è il giallo, ma il finto matrimonio giapponese con l'attore al posto del prete. Ebbene, l'idea mi è venuta dopo aver parlato con delle persone che sono state proprio a un evento simile. Non è una battuta. Venire in Italia e celebrare un finto rito matrimoniale cattolico è davvero un must per le ricche coppie giapponesi!

Se volessi uccidere mia suocera, dovrei fare proprio come l'assassino di questo racconto. Io a mia suocera voglio molto bene, ma dovendo nel mio tempo libro progettare omicidi, è inevitabili prendere ispirazione da chi ho attorno (ok, potete sentirvi inquietati).

Io nella mia testa ragiono sempre in grande. Jo Museni è senza dubbio il personaggio più lontano da me che abbia mai utilizzato e probabilmente non potrei gestirlo sul lungo periodo. Però nella mia testa c'è tutta una serie di storie con lui come protagonista (un altro racconto è già scritto, ma è al momento inedito). Da amante del fumetto quale sono, ognuna di queste storie dovrebbe avere un richiamo nel titolo a Corto Maltese. Ad esempio il racconto inedito si intitola Ballata per foglie e stelle cadenti. Sempre idealmente, poi tutte queste storie andrebbero raccolte in una serie dal titolo E riparleremo di gentiluomini di fortuna, che è il titolo, appunto, di un'avventura di Corto Maltese, ma descrive benissimo Jo.

Presto (appena finisco il racconto che sto scrivendo), riprenderò in mano il romanzo a cui sto lavorando ormai da tempo immemore. Anche qui Jo ha una piccola parte. Ha una parte ben più importante un altro personaggio che in questo racconto dice solo due battute. 


Chi bazzica il mondo della scrittura sa che ogni pubblicazione, per quanto piccola, è un miracolo. Questo è un miracolo particolarmente miracoloso, perché il racconto è arrivato secondo a un concorso in cui la pubblicazione era garantita solo al primo. Grazie quindi in modo particolare ad Ambretta Sampietro, organizzatrice del concorso Giallo Stresa 2014, alla giuria del concorso, che ha avuto bellissime parole per questo racconto, a Franco Forte, direttore dei romanzi in edicola di Mondadori, che si è speso personalmente per pubblicare anche il secondo e il terzo classificati e alla gentilissima Lorenza Giacobbi, della segreteria di Giallo Mondadori.



martedì 28 giugno 2016

Il trono di spade – stagione sei, considerazioni semiserie.


Ho il sospetto che ieri sera l'Italia si dividesse un po' tra chi guardava l'europeo e chi attendeva e poi guardava l'ultimo episodio della sesta stagione de Il trono di spade.

La serie, tratta dai romanzi fantasy di Martin, ha con questa stagione superato il limite della narrazione su carta, addentrandosi in un territorio sconosciuto. Personalmente credo che la cosa le abbia fatto un gran bene. Dopo una quinta stagione di interminabili spostamenti e ristagni di trama, in questi dieci episodi sono successe un sacco di cose. Non saprei se è un fatto inevitabile, che accadrà anche nel libro corrispettivo, se mai uscirà, per il semplice fatto che la fine si sta avvicinando, o se solo gli sceneggiatori si sono tolti un peso. Di certo hanno agito con più disinvoltura, dotando qualche personaggio di teletrasporto (in un episodio c'è chi fa la stessa strada che prima ci si metteva due stagioni a percorrere) e tagliando anche con l'accetta le troppe sottotrame. Certo, non tutto è riuscito. Passaggi mosci e inconcludenti ce ne sono stati, ma in generale le cose hanno ricominciato ad accadere. Persino i momenti di nudo non funzionali (molto apprezzati da mio marito, temo) sono drasticamente diminuiti, segno che gli sceneggiatori non avevano più minuti da sprecare.
Non ho voglia di fare una recensione, quindi mi limito a qualche osservazione sparsa che, inevitabilmente, sarà comprensibile solo a chi ha visto la serie.
Nel corso della visione io e il Nik abbiamo anche stabilito che i personaggi seguono più o meno le regole del nostro gioco di ruolo e quindi li giudichiamo di conseguenza, anche questo, temo, inficerà la comprensione dei commenti.

– la resurrezione è, a livello, legale, un casino. Gli avvocati dei mondi fantasy dovrebbero attrezzarsi meglio ad essa, perché i vari "fino alla morte" diventano piuttosto aleatori.
La mia guardia è finita. Miglior battuta della serie. Bravo Jon, il tuo tiro sull'intelligenza riuscito (e mai più ripetuto).

– I metalupi sono la più grande delusione di tutta la vicenda. Arrivano come segni divini e sembrano dover spaccare il mondo e poi muoiono uno dopo l'altro come cuccioletti indifesi (Nik dice che è colpa del fatto che sono "compagni animali" e nessuno tranne Jon dei loro proprietari è andato avanti come ranger, quindi i poveretti hanno pochissimi punti ferita). 
Nymeria è stata la prima a capire come girava e si è data alla macchia nella prima stagione ed è a oggi quella con più possibilità di sopravvivenza. 
Spettro ha capito anche lui come girava e si è preso una vacanza proprio nell'episodio in cui il suo umano ha caricato da solo un esercito di cavalieri. Spettro è più intelligente di Jon, ma questo lo sapevamo da tempo.

– Sempre per intelligenza e istinto di sopravvivenza, Jon non sarà di padre Stark, ma è uno Stark fino al midollo. 
Comunque faccio tanto la cinica, ma rivedere Grande Inverno col simbolo del metalupo mi è piaciuto un sacco.

– Di tutti i personaggi, quello che ha maggiori possibilità di sopravvivenza è Sam, perché è l'alter ego di Martin. Il ragazzo, per altro, ha il talento "infrangere voti impunemente". Vorrebbe appartenere non a uno, ma a ben due ordini che prevedono il celibato e se ne va allegramente in giro con la sua donna e il suo presunto figlio senza che nessuno trovi la cosa strana. Passi il maestro alla cittadella che palesemente non collega "donna-bambino-voto di castità infranto" perché non sa cosa si possa fare con una donna. Però Sam si presenta in famiglia dicendo "salve, sono un guardiano della notte celibe, questa è mia moglie, questo è mio figlio" e papino gli fa il predicozzo per il lignaggio di lei! In tutto questo il fatto che riesca anche a portarsi via impunemente la super spada magica anatema dei non morti è il meno.

– Ero molto, molto in pena per i miei personaggi preferiti. Io tifo sempre per l'intelligenza e il buon senso, quindi i miei tre "protetti" sono Tiryon, Varis e Davos (ammiro anche Ditocorto, ma diciamo che gioca nella squadra avversaria). E sono davvero felice che tutti e tre sopravvivano per un'altra stagione. 
Ero particolarmente in ansia per Varis, temevo che il suo scopo narrativo fosse solo portare Tiryon da Daenerys, ma visto cosa viene fatto fare ai suoi uccelletti, credo possa avere qualcosa da dire prima della fine.
Tiryon dopo una stagione passata a tentare di insegnare barzellette trova finalmente la sua ragione d'essere. Un po' mi spaventa la cosa, perché appena gli gira bene, poi il fato lo bastona. Prima della fine, però, lo voglio su un drago.
Davos lo vorrei sindaco di Westeros, subito. Sindaco, perché "re", da quelle parti, porta un po' sfiga. È l'unico che sembra consapevole di dove si sta andando a parare e lo sa spiegare chiaramente.

– I 62 Mormont mi fanno paurissima.
E sì, sposo l'idea che se lady Mormont avesse avuto tre draghi avrebbe chiuso la storia molto prima.

– Ho capito perché i re delle Isole di Ferro non hanno mai brillato per intelligenza. Questo rituale di incoronazione con il quasi annegamento qualche danno celebrale lo crea sicuro.

– Tranne quella di Hodor, nessuna della morti mi ha davvero rattristata. 

– Finalmente una battaglia sporca e brutta in cui l'eroe rischia di morire calpestato dai suoi alleati.

– Il dio rosso deve avere un perverso senso dell'umorismo. Credo che Melisandre inizi ad essere d'accordo con me. 

– Il dio dei mille volti ancora non l'ho capito, ma non è che mi abbia colpito favorevolmente.

– Un sacco di personaggi hanno trovato le pergamene di teletrasporto. Oppure Westeros si è ristretta di colpo. Consiglio gli sceneggiatori di stare attenti con i prossimi lavaggi.

– Meno si vede Dorne, più la serie funziona.

– I draghi sono sempre un ottimo modo per terminare una puntata.

Qualcuno di voi guarda la serie? Cosa ne pensate?

lunedì 27 giugno 2016

History lost in story – Scrittevolezze

(Prego e spero che il mio titolo in inglese abbia senso, suonava tanto bene...)
Da archeologa in disarmo, i romanzi storici sono per me tormento ed estasi. Estasi perché ogni scusa è buona per tornare in quell'altrove temporale che da sempre amo, il passato. Tormento, perché non c'è come un errore storico in un romanzo storico per scatenare le ire del Drago Interiore. Il mio istinto, in questi casi, è sempre prendere il romanzo in questione e scagliarlo con violenza non importa dove. Reazione che, si capisce, ha i suoi lati negativi. I romanzi storici hanno, chissà perché, la tendenza a essere corposi e, quindi, pesanti. Se scaglio un oggetto dal mio divano le probabilità di beccare una finestra o una delle mie piante sono piuttosto alte, purtroppo. Se poi il romanzo è in digitale finisce pure che mi rompo il kindle. Quindi non solo mi arrabbio, ma la mia giusta ira non può nemmeno essere sfogata!

Il fatto è che il povero autore di romanzi storici, quando vuole essere tale, scrive muovendosi in un campo minato in cui è quasi impossibile arrivare alla fine del percorso (e della narrazione) senza finire almeno in una trappola.

UNA QUESTIONE DI ETICA: AMERICANA VS EUROPEA
Semplificherò al massimo (lettore abbia pietà), c'è tutta una corrente di pensiero nella narrativa americana (oddio, anche di quella del romanzo d'appendice ottocentesco) che si può riassumere in una frase:
Mai rovinare una bella storia con la verità
Ecco, per chi segue questa massima, tutti i problemi che possono essere segnalati non si pongono proprio. Prendono personaggi storici che mai si sarebbero potuti incontrare e li fanno brindare assieme, fregandosene altamente di ogni verosimiglianza. Un esempio recente? La serie tv "Da Vinci's Demon", in cui a un certo punto, mi informa Wikipedia, Leonardo, Macchiavelli e Amerigo Vespucci partono allegramente per le Americhe alla ricerca di un libro maledetto.
Ecco, con questo tipo di narrazione non ha senso infuriarsi. Si riconoscono a pag.3 o al terzo fotogramma, ci si può astenere o prenderle come sono. L'importante, sopratutto se si è studenti, è non pensare che raccontino la storia e non riportare quanto letto o visto in un compito in classe.
Grazie al cielo non tutti gli americani fanno narrazione storica così e quasi tutti gli europei si attengono a un'etica diversa:
Si può inventare solo negli interstizi della storia, in quello che le fonti tacciono, senza smentirle mai
Qui il gioco si fa sottile e delicato. Il narratore deve farsi a sua volta storico, a volte più dello storico stesso (mi è stato fatto notare che a volte gli storici sono interessati alla conferma o alla smentita di questa o quella teoria, mentre il romanziere è a caccia del particolare di vita vissuta, della minuzia su cosa si mangiava a colazione che spesso agli storici interessa poco o niente) e inventare una trama che faccia da contrappunto ai fatti, senza smentire mai ciò che è stato appurato e studiato. Ovviamente, però, a questo punto il lettore è autorizzato a giocare con l'autore e a controllare se abbia o meno fatto i compiti a casa. Per altro, più l'autore è accurato e più il lettore si infurierà per le sviste.

IL PASSO FALSO È SEMPRE DIETRO L'ANGOLO – GRANDI SCIVOLONI
Si potrebbero riempire post su post sugli errori storici nei romanzi storici. Alcuni sono quasi leggendari, come i famosi orologi ai polsi delle comparse di Ben Hur. 
Il problema è che chiunque può sbagliare e anche il romanzo meglio documentato può cadere sui fondamentali.
Appartiene a un'altra epoca, quella in cui i romanzi si facevano bene, con i correttori di bozze ancora ben pagati La grotta di cristallo di M. Stewart, un romanzo che io per prima ricordo con infinito affetto. È una rivisitazione storicizzata del mito della tavola rotonda, collocata intorno al V sec. d.C. e narrata in prima persona da Merlino. Come cura nella resa dell'ambientazione è quasi impeccabile, niente a che vedere con il pur epocale Le nebbie di Avalon che risponde molto più all'etica "mai rovinare una bella storia con la verità (storica)". Eppure... Prima pagina, narratore interno, V sec d.C "mia madre era bionda come le barbe del mais". Se avessi scagliato il romanzo giù dalla finestra alla prima pagina mi sarei persa una narrazione memorabile, ma ancora mi chiedo come sia arrivata fino all'edizione italiana una frase così.
Del resto pare anche che il padre del romanzo storico, sir Scott, nel suo Ivanhoe abbia mandato in giro in pieno medioevo gente con la tabacchiera!

IL PASSO FALSO È SEMPRE DIETRO L'ANGOLO – PICCOLE MALEVOLE SCIVOLATE
Se persino il padre del romanzo storico è incappato in grandi scivoloni, come si può pensare che un autore normale non incappi almeno in un piccolo errore?
Pensate sia più perdonabile?
Sbagliato! Il grande scivolone fa quasi tenerezza, sopratutto quando è tanto macroscopico che non lo si può attribuire a ignoranza. È la svista che ci fa apparire il tutto più umano.
Gli strali peggiori gli autori di narrazione storica se li sono presi per gli errorini. Quelli piccoli e all'apparenza insignificanti.
Perché c'è una legge malevola della Sfiga Cosmica che fa sì che se scrivi un romanzo in cui c'è un errore che il 99% dei lettori non potrebbe notare, ebbene quel romanzo finirà di sicuro in mano al massimo esperto mondiale di quella minuzia. E lui si farà carico di avvisare il restante 99% di lettori del tuo errore.
Ricordo una lunga pagina di scuse apparsa su un Tex (narrazione da cui io personalmente non mi aspetto tutta questa correttezza filologica, ma evidentemente altri sì). In una vignetta un personaggio stava per seguire il cattivo di turno e rassicurava Tex: "gli starò incollato come un francobollo alla busta". Ho scoperto grazie alle scuse che nell'anno in cui pare sia ambientata la storia, in America non c'erano i francobolli.
Del resto io sono ancora ferma a pagina venti del romanzo ambientato nell'antica Roma. Un personaggio ha esclamato "per le vestali di Giunone" e io, niente, non riesco ad andare avanti. Aspetto ancora che le fiamme di Vesta inceneriscano l'autore (Roberto Genovesi).
Del resto l'autrice di un blog che mi piace assai, I dolori della giovane libraia, mal sopporta un romanzo che io, invece, ho molto amato: Il club Dumas. Motivo? Lei è un'esperta di biblioteconomia e storia del libro e non tollera gli errori in quest'ambito che ha riscontrato (che alla mia lettura sono passati in cavalleria).
Il fatto è che chi è molto appassionato di un dato periodo storico o di un dato argomento non vede l'ora di leggere un (ennesimo) libro che ne parli. Se il testo sarà di suo gusto, l'autore ha conquistato un fan fedele e affezionato. Se questo tipo di lettore, però, trova un errore, per quanto piccolo e insignificante possa sembrare, sarà suo dovere morale dirlo al mondo.

ATTENTO A QUELLO CHE DICI! E A CHE DICE IL PERSONAGGIO!
C'è poi una più subdola categoria di errori storici, quelli lessicali.
Anche l'autore più meticoloso rischia di far dire o pensare a un personaggio storico una parola che fa riferimento a una categoria mentale che il personaggio non può possedere.
Questo è un inciampo comune anche nel fantasy, non solo nella narrazione storica. In questo momento sto pregustando il finale di stagione de Il trono di spade, di questa sera. Tuttavia nel corso di questa stagione sono sobbalzata un paio di volte sulla poltrona, quando un personaggio ha usato parole come "sodomita" o "zelota" (vado a memoria, pietà, potrebbero essere altre). Termini, in ogni caso, che rimandano a un contesto biblico e a un substrato cultuale giudaico cristiano che come **** potrebbe avere un abitante di Westeros allevato al culto dei sette dei/del dio rosso/del dio dai mille volti?
A volte si pecca persino per troppo studio e si creano dei (deliziosi?) cortocircuiti storici. C'è una serie che mi è piaciuta non poco Le indagini del principe Meren, è ambientata nell'antico Egitto, è scritta da un'egittologa e si vede. Ho riso un sacco, però, quando il protagonista ha detto che avrebbe preso degli appunti su un "ostrakon". Un ostrakon è un pezzo di ceramica che viene inciso, un post-it ante litteram, insomma. Peccato che il termine "ostrakon" sia in greco classico. Un archeologo è abituato a chiamare "ostrakon" qualsiasi pezzo di coccio con un su un appunto, ma il principe Meren, che vive secoli prima che il greco classico sia parlato, certo non avrebbe chiamato il suo coccio "ostrakon". 
I modi di dire e le frasi fatte sono, poi, un incubo da mettere in bocca a personaggi del passato. Un medioevale non può essere libertino, un antico romano non può esclamare: "questo è tutto un altro paio di maniche"!

OGNI NARRAZIONE STORICA È UN CAMPO MINATO
C'è un certo masochismo che spinge l'appassionato ad aprire un libro sull'argomento che gli è più caro, perché è assai probabile rimanerne delusi, con arrabbiatura che no, non passano più.
C'è un masochismo ancora più grande che porta a scrivere narrazione storica. Perché o si segue l'idea che "l'importante è la bella storia e poi chissenefrega", oppure ci si infila nel ginepraio di cui ho cercato di rendere conto. 
Bisogna fare i compiti a casa in modo meticoloso, con la consapevolezza che comunque ci sarà sempre qualcuno che ne sa più di noi. E sì, il nostro testo arriverà proprio nelle sue mani. E sì, che lo farà sapere. E se anche così non fosse, ci sarà sempre un personaggio che esclama qualcosa di inappropriato, un antico greco a chi scappa un "Perbacco!", qualcuno che si prepara un pasto inappropriato, tipo un insalata di patate nell'Europa del seicento (che così, d'istinto, non sembra neppure così assurdo).
Eppure non c'è modo più affascinante di affrontare il passato che farlo rivivere attraverso la narrazione. C'è un fascino particolare che solo le narrazioni storiche hanno, che non le rende certo migliori, ma sottilmente diverse. Se leggiamo di Londra o della Polinesia o della Terra del Fuoco, tutto sommato possiamo pensare un giorno di poterci andare. Ma nei paesi bassi dei pittori fiamminghi, alla corte dei Medici o a quella di Augusto non abbiamo altro accesso se non tramite la narrazione. E questo, spero, valga qualche mal di pancia in più, sia per chi legge che per chi scrive.

venerdì 24 giugno 2016

Chi siete? Cosa portate? Sì, ma quanti siete? Un fiorino!

Non avevo previsto di scrivere questo post nel giorno della Brexit, diciamo che avrei voluto evitare di  avere materiale per scriverlo a prescindere. Nel giorno della brexit rischia di assumere, almeno per me, un senso da "quello che vorremmo essere e non siamo" o peggio "quello che avremmo voluto essere e non siamo stati capaci di essere".
Non è volontà né del post né del blog parlare di politica, ma è inevitabile per chi come me ha fatto parte della "generazione Erasmus", ha girato tutta l'Europa sentendola come la propria patria tanto quanto il proprio paesello, oggi non sia un giorno particolarmente lieto. Non tanto per il voto degli inglesi in sé, quanto per il constatare l'ennesimo fallimento di un'idea d'Europa che non ha saputo realizzarsi nel modo in cui era stata immaginata dai suoi ideatori. 

In realtà quello che volevo raccontare oggi è di ciò che ho scoperto nel corso della mia -non ancora conclusa- odissea burocratica. 
Probabilmente per gli addetti ai lavori è tutto molto banale, ma io sono una prof a cui viene fatta una capa tanta sulla semplificazione e sulla digitalizzazione, sul fatto che ormai tutti i documenti devono essere, appunto, digitali e accessibili ovunque. Credevo di vivere nel 2016 e non, che so, io all'epoca delle signorie.
Vi siete mai trovati a dover richiedere dei documenti in anagrafe in originale, senza passare dalla (benedetta) autecertificazione?
La prima cosa che ho scoperto è che le anagrafi non sono in rete, non sono centralizzate e non comunicano tra loro. Quindi, se non risiedete nel vostro luogo di nascita, per dire, non potete richiedere nell'anagrafe di residenza il vostro certificato di nascita. Dovete prendere il permesso lavorativo che vi occorre, i mezzi che vi occorre prendere e tornare al vostro luogo natio.
Grazie, genitori, per non aver pensato di far trascorrere a mamma l'ultimo mese di gravidanza al mare, magari in Sicilia! Grazie per non avermi fatto nascere all'estero!
La seconda cosa che ho scoperto è che tale documento, una volta che lo si ha in mano, non è proprio autentico autentico, va fatto autenticare in prefettura. Ovviamente non in una prefettura qualsiasi, che i prefetti non sono tutti uguali, ma in quella di riferimento della tale anagrafe. Quindi non basta prendere il permesso e i mezzi necessari per tornare al luogo natio, bisogna anche passare per la prefettura di riferimento del luogo natio (altri permessi, altri mezzi...).
La terza cosa che ho scoperto che ogni documento può essere scritto in tanti modi diversi. Ad esempio ora possiedo quattro moduli diversi che attestano il mio avvenuto matrimonio. E quale va bene? Quello che piace alla prefettura! E quale piace alla prefettura? Questo lo si può scoprire solo sul posto!
Così ho scoperto che ci sono prefetture che autenticano senza particolari problemi i documenti e le copie conformi e prefetture che autenticano solo documenti redatti secondo il tal modulo (quale sia non te lo dicono manco a pagarli, devi andar lì e sperare in bene) e non vogliono neanche sentire parlare di copie conformi.
Ho scoperto anche che è un grosso grosso problema dimostrare di essere se stessi, non solo per me, ma per chiunque non abbia la propria firma depositata. Quindi ho scoperto che sì, si può dimostrare davanti a pubblico ufficiale di essere se stessi, ma per dimostrare di fare un tal lavoro per cui si percepisce un tale reddito deve firmare davanti a pubblico ufficiale chi ti ha firmato il contratto, che a sua volta deve esibire un documento redatto da chi ha la firma depositata che dimostri che ha davvero il potere di rilasciare tale dichiarazione. E comunque se va in comune direttamente l'Amministratore Delegato dell'azienda è meglio (grazie, marito, per non lavorare, per dire, alla FIAT, se no dovevamo portare in comune Marchionne, credo). Mi chiedo se non sia necessario che Dio Padre in persona scenda a firmare in presenza per dimostrare che siamo parte del creato, ma mi viene il dubbio che non sia predisposto un apposito modulo e che quindi questo creerebbe più danno che beneficio.

Quindi in questi giorni ho rifatto documenti sperando di azzeccare il modulo preferito dalla prefettura di riferimento. Ho recuperato al paese natio il certificato di nascita e l'ho portato alla prefettura di riferimento, che l'ha autenticato senza problemi, anche se è lo stesso modello di quello di mio marito e che, no, non è andato bene. Ho rimpianto di aver fatto fretta per un mese al commercialista, tanto la copia conforme della dichiarazione dei redditi era inutile e ho inseguito tutt'altro documento (con il povero Nik che ha portato un altro documento alla funzionaria quasi a notte). Infine, stiamo aspettando che l'Amministratore Delegato della ditta di mio marito (santo subito) vada in comune a palesare la propria esistenza. Il tutto per tornare in prefettura e sperare che questa volta tutto vada bene (nonostante svariati documenti ministeriali attestassero che andava tutto bene anche prima).

Mentre attendevo che l'anagrafe del posto in cui mi sono sposata aprisse ho fatto due passi e ho incontrato questo drago che mi guardava truce. L'ho trovato molto simbolico.

Buona semplificazione a tutti.

2016
Chi siete? Cosa portate? Sì, ma quanti siete? Un fiorino!

mercoledì 22 giugno 2016

Magico Vento - La guerra delle Black Hills e di personaggi che contraddicono i loro autori - Letture


Torno finalmente al blog dopo due giorni densi come il plutonio e con la gioia che si può immaginare abbia chi ha ricevuto le notizie che un buon numero dei documenti della mia maratona burocratica è da rifare e che al concorso scuola stanno passando all'orale solo circa un terzo dei candidati (per me ancora le notizie latitano, ma gli auspici non sono tra i migliori, direi...).

Però adesso mi prendo mezz'ora di pausa per raccontare di qualcosa che molto amo.
Quando si parla del "preferito" in un campo qualsiasi, il giudizio non può essere oggettivo. Magico Vento è stato e, credo, sempre sarà, il mio fumetto preferito. Perché mi ha traghettato dall'adolescenza all'età adulta. Perché mi ha fatto compagnia durante i primi tempi dell'università, quando non conoscevo nessuno. Perché mi veniva spedito anche quando ero in Erasmus. Perché la storia è splendida ed è scritta benissimo.

Ned Ellis è un soldato americano. A seguito di un incidente ferroviario viene trovato ferito e smemorato da una tribù lakota che lo adotta. Diventa un "uomo strano", cioè un uomo a cui è stato dato il (dubbio) dono della visione profetica. Col tempo Ned Ellis recupera la memoria, ma sceglie di restare con il suo popolo d'adozione e di condividerne il tragico destino.

I primi numeri, usciti nel lontano 1997, erano un prodotto ben strano. Un western atipico, molto ben documentato, ma con inserti horror, che sembrava non saper bene cosa voleva essere. Poi Gianfranco Manfredi (autore praticamente unico di tutte le sceneggiature) ha preso la strada della grande narrazione storica, facendo la scelta di raccontare la guerra che vide opposte le tribù native guidate da Toro Seduto e Cavallo Pazzo all'esercito degli Stati Uniti dalla parte dei nativi. Ne uscì una narrazione fiume di decine e decine di numeri collegati, culminata con cinque memorabili volumetti che raccontano dalle fasi cruciali della guerra (compresa la famosissima battaglia del Little Big Horn) fino alla resa e alla fuga degli ultimi ribelli. Quando ho scoperto che era stato pubblicato un volume in grande formato di questi ormai introvabili cinque volumetti, vi assicuro, ho vissuto un istante di felicità pura (anche quando l'ho trovato, alla terza libreria in cui l'ho cercato).


LA GUERRA DELLA BLACK HILLS - Un grande romanzo storico a fumetti
Non so quale accezione diate voi alla parola "fumetto". In ogni caso al 90% non si applica a questo volume che è un grande romanzo storico a fumetti.
Racconta la guerra indiana con una cura maniacale per il dettaglio e un rispetto per tutti i personaggi più unico che raro.
Siamo là, nelle Black Hills, territorio sacro dei lakota, loro concesso da una serie di trattati, ma in cui, purtroppo, era stato trovato l'oro, all'alba dello scontro frontale con l'esercito statunitense.
Le grandi figure storiche svettano come giganti. 

Io non so se fin dall'inizio Manfredi avesse progettato questa epopea. Di fatto il suo protagonista, Ned Ellis, è costruito a immagine di Cavallo Pazzo, guerriero dotato del dono della visione, dal grande carisma, che lo porta ad avere un enorme seguito, nonostante non fosse di fatto a capo di nessuna tribù. Decidendo di far interagire Ned e Cavallo Pazzo, quindi, vi erano una serie di "mine narrative" che Manfredi evita abilmente. I due si incontrano da protagonisti alla pari, due spiriti affini che si riconoscono subito come uguali. Ned, con il suo comunque riconoscersi anche negli americani (nei soldati semplici mandati a morire, se non nei politici), Cavallo Pazzo con il suo non voler essere capo, col suo dolore immenso per la figlia da poco morta. Entrambi con il dono non voluto della visione. Entrambi troppo lucidi per sapere che non c'è alcuna vittoria possibile, entrambi pronti comunque ad andare fino in fondo.
Ben diverso è Toro Seduto, che vorrebbe un futuro differente, vorrebbe scontrarsi alla pari con l'esercito statunitense (che batte più volte sul campo) e alla pari trattare poi una pace. Che non può, tuttavia, trattare un insieme di tribù come un esercito disciplinato, né ottenere dal governo statunitense quel trattamento alla pari che vorrebbe. Paradossalmente, come ben racconta Manfredi, Toro Seduto è vittima del proprio successo. Se avesse solo sconfitto l'esercito americano, forse, avrebbe avuto un trattamento migliore, ma come motore degli eventi che portano alla morte di un simbolo vivente come Custer, non può che attirare su di sé l'odio e il desiderio di vendetta di tutti gli USA.
Narrativamente, forse è Custer il capolavoro di Manfredi. Un uomo complicato, intento a costruirsi attorno una leggenda di cui è consapevole di non essere all'altezza, ma sincero negli affetti. Un uomo che ha una sua personalissima, ma in fondo coerente, morale, che lo porta a tentare il tutto e per tutto con un'armata di soldati ragazzini, consapevole di essere per i suoi superiori solo una vittima sacrificale e pronto a assumersene fino in fondo il ruolo.
L'apice emotivo della narrazione è forse il momento in cui Ned cerca in ogni modo di raggiungere Custer, nel pieno della battaglia. Per salvare un lakota che gli sta dando del traditore, si trova ad uccidere un ragazzino appena diciassettenne. Quelle poche tavole sono la descrizione perfetta di una guerra disperata, dove il fatto che la ragione stia tutta dalla parte dei nativi non li rende tutti eroi, né rende tutti gli statunitensi inumani. Umanissimo è Custer, il suo enturage e la sua armata di ragazzini, mandati a morire perché altri possano sterminare i ribelli in nome della giusta vendetta.
Del resto c'è una cura maniacale in tutti i personaggi, in quelli storici come in quelli inventati. Le figure femminili (una delle prime giornaliste di guerra, la moglie di Cavallo Pazzo, Scialle Nero e la guerriera Hanno paura di lei), i semplici vivandieri, il fuoricasta Spirito della Notte, mezzosangue in parte nero e per questo rifiutato da tutti, nessuno di loro passa inosservato.
Questo è un volume da avere e da leggere, anche se non si ama il fumetto. Se si ama il racconto storico, se si avverte il fascino dell'epopea dei lakota di Toro Seduto, ma non si vuole uno sguardo univoco e di parte, questo è un volume da leggere.


I LIMITI DELL'EDIZIONE
Ci sono purtroppo dei limiti in questa edizione, pure così bella, uno grafico e uno strutturale.

I cinque volumi vedevano l'alternanza dei cinque migliori disegnatori della serie (io ho un debole per Frisenda, autore anche della copertina del volume). Uno dei volumi era originariamente a colori ed è qui presentato in bianco e nero. Mi rendo conto che fosse un problema da gestire. Le bellissime tavole di Frisenda del capitolo "Rosebud" sono pensate per il bianco e nero, colorarle avrebbe annullato alcuni effetti di luce. D'altro canto, il volume "Il crepuscolo degli eroi" disegnato da Parlov era pensato per il colore e ricordo l'effetto della terribile visione di Ned sulla morte di Cavallo Pazzo, effetto dato anche dalla colorazione ad acquarello su fondo nero, che qui viene a mancare. Forse valeva la pena di mantenere quell'unico capitolo a colori, perché chi lo ricorda come tale ne sente davvero la mancanza.


Il secondo limite è ben più grave.
Originariamente questi erano 5 numeri della serie originale, dal 96 al 101. Una cavalcato conclusiva, ma iniziata col numero 16 della serie, quando per la prima volta è stato presentato Cavallo Pazzo. Parliamo di 80 numeri di presentazione ed evoluzione dei personaggi, con dinamiche e caratteri che si vanno a consolidare nella mente del lettore. Di Cavallo Pazzo in 80 numeri abbiamo seguito la stagione della speranza, il dolore per la morte della figlia, uccisa da una malattia portata dai coloni, la scelta di una ribellione solitaria e la dolorosa consapevolezza di essere diventato un simbolo, con tutti gli oneri mai cercati del comando. Questo, però, vale anche per tutti i personaggi secondari. Tutti hanno un passato e storie pregresse, tutti, anche la bambina con il flauto che si intravede in un paio di tavole o il giovane messaggero Fango che ha solo due battute.
Questo pregresso ovviamente non poteva esserci nel volume. Serviva un'introduzione e un rapido passaggio in rassegna dei personaggi principali, giusto per capire chi è chi. Mi chiedo con rammarico cosa capirà il nuovo lettore di questa storia. Per me, appassionata di lungo corso, è stato comunque necessario un bello sforzo di memoria (ad un certo punto, tanto per citare un esempio, diventa importante un vecchio scontro tra tale Pioggia in Faccia e il fratello di Custer, avvenuto una ventina di numeri prima). Ma per chi legge questa storia per la prima volta?
L'unica cosa che posso dire è non lasciatevi spaventare da qualche sfumatura incomprensibile, qualche rapporto di forza non narrato. La forza intrinseca di questa storia è tale, che anche se non vi sarà chiaro chi è Fulton o perché Ned odia Lungo Fucile, la narrazione può essere apprezzata ugualmente.
Un'introduzione, però, sarebbe davvero servita. E lo dice una che odia le introduzioni.

LA STRANA STORIA DI UN PERSONAGGIO CHE SI È PRESO IL SUO FINALE, NONOSTANTE IL PARERE DEL SUO AUTORE
Questi numeri, e in particolare l'ultimo, il 101 della serie originale hanno una strana storia.
Quando iniziarono a uscire tutti gli appassionati gridarono al capolavoro e le vendite si impennarono. Ma quasi tutti i lettori non comprarono il numero 102, né i seguenti, causando di lì qualche decina di uscite la chiusura della serie.
La cosa lasciò, comprensibilmente, interdetti autore ed editore. Com'è possibile che i lettori dicano che il n°101 è un capolavoro e poi non comprino il 102?
Il fatto è che Ned Ellis non poteva sopravvivere al suo popolo. 
Il finale del 101 (si tratta di eventi storici, non è spoiler) non è certo il finale di un fumetto bonelliano. I ribelli sono sconfitti, quelli nelle riserve costretti a spostamenti punitivi che li decimeranno, i pochi sopravvissuti in Canada destinati al declino. È la storia, non la narrativa. È morto Custer e Cavallo Pazzo. Il popolo di Toro Seduto, così come il lettore l'aveva conosciuto, non esiste più.
Ned Ellis non muore, però (come si fa a uccidere un eroe bonelliano?). Secondo le intenzioni di Manfredi, avrebbe dovuto unirsi ad altre tribù ribelli e in particolare offrire sostegno logistico agli apaches. Ma Ned Ellis, Magico Vento, è un soldato disertore che ha deciso di diventare un lakota e di condividere la sorte del suo popolo e in particolare quella di Cavallo Pazzo, fino alla fine. 
Ci sono personaggi particolarmente ben riusciti da risultare così forti da non obbedire neppure al loro autore. Sherlock Holmes non poteva morire in fondo a una cascata, con buona pace di Doyle. Ned Ellis ha scelto di morire con Cavallo Pazzo, con buona pace di Manfredi. L'ultima tavola mostra un luogo di sepoltura indiano nelle Black Hills e quattro personaggi che vi si allontanano di spalle. Poco importa che uno sia in effetti Ned. Anche rileggendolo ora, ho avuto la stessa sensazione di dieci anni fa. Un finale definitivo.
Né io né gli altri lettori volevamo vedere Ned in una riserva o in un circo. Lui voleva rimanere fino all'ultimo con Cavallo Pazzo. È talmente chiaro che quando Manfredi trova una scusa per allontanarlo, noi non ci crediamo. Il lettore non può credere a un personaggio che si muove contro la sua natura. E se un personaggio è scritto davvero bene ha più forza del suo autore. 
Nonostante tutti gli sforzi (per altro lodevolissimi) di Manfredi, Ned Ellis è morto con Cavallo Pazzo, come aveva sempre voluto.
Di solito, comprensibilmente, quando succedono cose simili, gli autori non sono molto contenti di questo ammutinamento interno e del ritrovarsi prigionieri delle premesse che loro stessi avevano posto. Eppure è anche la misura della riuscita di un personaggio.
Voi cosa ne pensate?

venerdì 17 giugno 2016

Anticipazioni & Appuntamenti


A luglio il Giallo Mondadori 3145, Quella casa nella brughiera di Ngaio Marsh conterrà anche il mio racconto Aveva ragione Corto Maltese.
Iniziate a ordinarlo nella vostra edicola di fiducia!

Martedì 21 giugno alle ore 21 ad Alzo di Pella vi sarà invece una serata dedicata a Innocenzo Manzetti. Salvo imprevisti (considerata la durata della riunione di oggi meglio mettere le mani avanti), ci sarò anch'io e presenterò il romanzo Sherlock Holmes e il mistero dell'uomo meccanico, che con Manzetti ha molto a che vedere. 

mercoledì 15 giugno 2016

Chi abita nella testa di Tenar?


Lasciamo un attimo le atmosfere serie del post precedente.
Prima di farlo volevo ringraziare tutti coloro che hanno preso parte alla discussione. A me è servita e spero sia utile anche agli utenti di passaggio. La conclusione a cui sono giunta (il self non è per ricchi, ma purtroppo neppure per precari) non mi rallegra molto, ma il problema, se non altro, non sembra riguardare tanto l'editoria, quanto un sistema per cui per molti ultratrentenni un investimento incerto di 2000€ è impensabile.

Oggi, quindi, tra uno scritto d'esame da correggere e una riunione di programmazione, volevo concedermi un post molto più leggero.
Non avete mai l'impressione che nella vostra testa abitino vari personaggi? Io sì e, parlando con alcuni amici, li abbiamo individuati e abbiamo dato loro dei nomi. Qualche volta ne ho già nominato qualcuno nel blog, quindi ho pensato che fosse il caso di fare un post un po' più sistematico per presentarveli come si deve.

LA BEGHINA: la Beghina è il mio spirito morale, che spesso, sopratutto per le questioni etiche, prende il timone del mio Io Cosciente, determinando le mie scelte di vita.
Ha un'età indefinita stimata intorno ai 600 anni (chi mi ha detto che sono "vecchia dentro" non immagina quanto), la visualizzo come una vecchina vestita di marrone e armata di un bastone nodoso con cui minaccia tutti gli altri abitanti del mio inconscio. Il fatto che abbia 600 anni fa sì sia praticamente impossibile scandalizzarla e probabilmente è sopravvissuta a svariati processi per stregoneria. Ha quindi una morale ferrea che però non si può dire cattolica e una coscienza di genere infinitamente più antica del femminismo. 
La Beghina è quella parte di me che mi permette di andare d'accordo con insegnanti di religione e con  neopagani convinti, purché abbiano una morale e che mi fa invocare il rogo per ogni sorta di ipocrisia.

IL DRAGO D'OTTONE: il Drago d'Ottone, intimo amico della Beghina, spiega molti tratti del mio carattere. Chi ha giocato qualche volte a D&D sa infatti che i draghi d'ottone prediligono i climi caldi, amano la conoscenza e, ogni tanto, fare sfoggio della loro saccenza. Come tutti i draghi odiano spendere e, potendo, si rotolerebbero su un tesoro (che nel mio caso sarebbe formato da libri, libri rari e oggetti antichi). Rispetto a tanti altri draghi ha un buon carattere, ma guai a pestargli la coda!

IL MOSTRO DEL PANICO (BOB): questo pare sia comune a molte menti. Di solito si alterna alla "Scimmia della gratificazione immediata" (che nel mio caso credo sia stata mangiata dal Drago d'Ottone). Entra in azione quando c'è una scadenza imminente, sopratutto burocratica. Teoricamente dovrebbe far scappare la scimmia e permettere al cervello di funzionare. Nel mio caso, temo, imperversa fino a che la Beghina non lo abbatte a bastonate.

LA RUOTA DELLA PARANOIA: è enorme e vi corre dentro un enorme criceto obeso. Quando il criceto si ferma (è obeso, quindi si ferma spesso), un meccanismo fa sì che venga scelta in modo casuale una paranoia che per un tempo variabile tra due minuti e settimane occupa la mia mente. Ogni cosa vagamente spaventosa di cui io venga a conoscenza entra nel "monte paranoie" e può quindi essere estratta. Ad esempio so che si dice che Eschilo morì ucciso da un carapace di tartaruga che un'aquila gli fece cadere in testa. Ecco, è improbabile, ma un giorno potrei svegliarmi pensando "oddio, e se mi cade in testa un carapace di tartaruga?".
Fortunatamente la Beghina e il Drago abbattono molte delle paranoie appena escono dal meccanismo della ruota.

LE PANTEGANE DELL'INCONSCIO: di queste sicuramente ho già parlato. Nei sotterranei del palazzo mentale ci sono le pantegane dell'inconscio, dei grossi ratti che rappresentano le paure profonde e ogni tanto risalgono dai tombini e bisogna combattere contro di loro. Al contrario delle Paranoie della ruota, sono davvero temibili e a volte affrontarle non è uno scherzo. Come ho raccontato in passato, gran parte del lavoro di uno scrittore consiste nel calarsi nei tombini e affrontare le pantegane. Anche perché se lasciate indisturbate possono fare parecchi danni, come chiunque abbia mai avuto un problema di topi in cantina può testimoniare.

IL PALAZZO MENTALE: tutte queste creature abitano il palazzo mentale. Non ho ancora esplorato del tutto il mio palazzo mentale, ma vi è una bellissima stanza circolare con un bel focolare, dove di solito si trova accoccolato il drago, con due enormi vasi cinesi dove vi sono i post-it gialli delle urgenze. Il luogo più suggestivo, però, è la spiaggia dei filosofi e dei poeti, dove raccolgo la memoria delle cose più affascinanti che io abbia letto o sentito. Posso passeggiare mentalmente lunga la spiaggia, al tramonto, e ascoltare i filosofi che parlano...
Ovviamente vi sono moltissime altre stanze e altri abitanti, come i folletti dei ricordi inutili che tappezzano il palazzo con deliziose assurdità che ho letto o sentito non si sa quando. È il motivo per cui magari non mi ricordo il PIN del bancomat, ma so con matematica certezza che le femmine del merlo preferiscono i maschi con una piuma bianca. Tra l'altro i folletti dei ricordi inutili mi regalano attimi di vera gioia ogni qual volta incappano su una di queste informazioni che poi potranno trasformare in poster da affiggere ovunque, anche sui post-it delle urgenze.


Ecco, a questo punto potete o scappare a gambe levate ormai convinta che io sia pazza, oppure raccontarmi chi abita nella vostra testa.