giovedì 29 dicembre 2016

I libri del mio 2016

In un momento in cui quasi tutti, giustamente, si lamentano del 2016 io quasi mi vergogno. In quest'anno di terremoti, attentati, disastri ferroviari, morti che hanno lacerato il nostro immaginario, mi sento quasi in colpa a ricordare il mio.
Mi limito qui al mio anno da lettrice. Quest'anno ho letto molto e ho letto bene, sopratutto per merito del gruppo di lettura che mi ha fatto scoprire o riscoprire dei classici e mi ha dato l'opportunità di ragionare con altri persone di quanto letto, rimpallandoci idee e suggestioni. Alcuni dei libri più importanti, quelli che mi hanno dato più suggestioni, li avevo già letti, ma ragionare su di loro nel 2016 ha fatto acquisire loro tutt'altro valore.
Per certi versi i libri totalmente nuovi che più mi hanno colpito del 2016 sono opere "minori" rispetto a certi mostri sacri affrontati nel corso dell'anno, ma vincono sul piano dell'emotività. Sono dei gran bei libri, assai diversi tra loro, che mi hanno commosso e a distanza di mesi mi rendo conto di tornare spesso con il pensiero a quelle pagine. Non posso quindi che consigliarvene caldamente la lettura, in modo che i miei libri del 2016 possano diventare i vostri libri del 2017.

3° – La forma fragile del silenzio di F.I. Pigola
Quando si legge il libro di qualcuno che si conosce si è sempre un poco in imbarazzo. Con Fabio andavo sul sicuro, eppure non pensavo di trovare una storia così toccante da dover a volte interrompere la lettura. La storia di un adolescente musicista alle prese con la sordità non ha nulla del pietismo che di solito connota le "storie di ragazzi con handicap". È delicata, dolce e sincera. Da leggere.






2° – Il figlio del cimitero di N. Gaiman, anche nella versione a fumetti.
Mi è piaciuto così tanto che ho letto sia il romanzo originale che la versione a fumetto. In entrambi i casi alla fine ho pianto. Ho, come comprensibile, fatto il pieno di storie di adozione, sull'adozione, intorno all'adozione e questo romanzo, che voleva essere una versione dark de Il libro della Giungla, li batte tutti. 
Un bambino sfugge all'eccidio della sua famiglia e si rifugia in un cimitero dove i fantasmi decidono di adottarlo. Un vampiro sarà il suo tutore. Una serie di racconti segue la crescita del figlio del cimitero dai primi mesi all'adolescenza.
Da leggere a qualsiasi età, per qualsiasi motivo.



1° – Venere privata di G. Scerbanenco.
È probabile che se non scrivessi gialli questo non sarebbe al primo posto. Così come stanno le cose, però, è stato una folgorazione. Il giallo italiano come vorrei che fosse. Scritto in modo elegante, senza paura di affrontare temi tosti e di portare alle estreme conseguenze le scelte dei personaggi, non privo di ironia.
Stile e temi tosti.
Da leggere!



Questi sono i miei libri dell'anno, quali sono i vostri?
Un augurio a tutti per un 2017 di ottime letture!

Prima di lasciarvi vi segnalo la seconda parte della mia intervista su Inkbooks che trovate qui!

martedì 27 dicembre 2016

Seguendo la cometa 7 – Visite mediche e corso informativo

Tutti sopravvissuti alle abbuffate natalizie?
Pronti a una nuova puntata di Seguendo la Cometa? I disegni sono, come sempre della nostra bravissima Viola!
Di seguito anche la versione aggiornata di "Corso Informativo", che avete già visto in bozza.


mercoledì 21 dicembre 2016

Cose che danno gioia.


Essendo a casa, quest'anno avrei dovuto arrivare super preparata al Natale e invece... Ma come ieri non era ottobre? E sopratutto, dove sono volati i primi venti giorni di Dicembre?
In realtà per una volta non sono in ritardo con la tabella di marcia. L'albero è fatto, anzi due, che in casa quello grande non ci stava e l'abbiamo messo sul pianerottolo e i regali sono pronti al 98%.
È proprio la mancanza di frenesia a stupirmi. La mancanza di quel senso di spossatezza tipico di questi giorni, del tour del force colloqui/pagellini/cene di Natale/incombenze varie.
La mia rilassatezza è dovuta al 90% alla pupattola (e potrebbe finire da un momento all'altro, domani il temuto vaccino portatore di febbre e irritabilità). Nonostante (o a causa?) la nostra impreparazione cresce bene e gioiosa, forse lei non sa che potrebbe non dormire la notte o piangere per un nonnulla e noi le nasconderemo queste informazioni il più a lungo possibile.
Un bambino, però, obbliga anche a concentrarsi sull'essenziale. Al di là del fattore lavoro (immagino che l'anno prossimo di questo periodo sarò tutto meno che rilassata), obbliga a dei ritmi definiti e a una riduzione dello spazio personale che non sempre è un male. Bisogna scegliere cosa fare del poco tempo a disposizione, perché non vada sprecato. Dare spazio a ciò che da davvero gioia a scapito di ciò che si fa per convenzione. Per una come me, che cerca sempre di fare tutto e farlo bene, è sempre stato difficile dire no. Il risultato era che quei pochi no indispensabili a volte venivano visti come tradimenti o delitti di lesa maestà nell'ottica del "ma come, da loro sì e da me no?".
Adesso non ho più tempo e voglia per queste paturnie né credo che una buona madre debba sacrificare del tutto se stessa per correre dietro al mondo. Tutto ciò che non è indispensabile deve essere fatto perché dà un valore aggiunto, non un carico. Non credo che questa nuova filosofia di vita dove viene prima la filastrocca da mimare con le mani della mail a cui rispondere mi faccia male, tutt'altro. Alla fine, se devo fare un augurio di cuore per questo Natale è RIPRENDETEVI IL VOSTRO TEMPO PER LE COSE CHE VI DANNO GIOIA.
La nostra vita è adesso. Per quanto sembri retorico, alla fine il fiore che si schiude, il sorriso in un volto amato, lo scodinzolio di un cane o le fusa di un gatto sono unici. A volte non si può fare a meno di correre, è necessario tralasciare qualcosa per arrivare a qualcos'altro, nessuno lo sa meglio di me. Ma che sia un cento metri o una maratona, ogni corsa deve avere un traguardo, deve esserci un motivo che ci spinge ai blocchi di partenza. Correre per correre, a meno che questo stesso atto non ci dia gioia (da podista come negare questa possibilità?) non ha molto senso.

Per la serie, cose che mi danno gioia, eccovene tre.
1 – La foto con Sanderson fatta a Lucca Comics, finalmente in mio possesso.

2 – Rispondere alle domande che Celeste ha posto sul suo blog e che mi sono sembrate bellissime.

Descrivi la tua personalità come un genere letterario (sii specifico quanto vuoi). 
I miei generi sono il GIALLO e il FANTASTICO e un motivo ci sarà. Ho nel mio animo un sottofondo di inquietudine, uno sguardo disincantato sul mondo che mi porta a guardare negli occhi gli angoli bui dell'animo umano, anche se spero sempre che alla fine la giustizia, il bene, l'ordine nel mondo, quel che volete voi prevalga. D'altro canto non ho perso e non voglio perdere la capacità di stupirmi, di immaginare un mondo altri, di uscire di casa e sperare di incontrare un drago...

Associa alle quattro stagioni quattro libri che hai letto (e motiva la scelta!)
INVERNO: Il giovane Holden, letto da poco, un freddo interiore che è anche esteriore, un Natale che incombe quasi come una maledizione, uno dei libri più invernali che abbia mai letto.
PRIMAVERA: la primavera è una stagione di bellezza che nasconde lati oscuri, perfezione ingannevole. Tutto ciò mi riporta all'antica Grecia, dove l'apollineo nasconde sempre il dionisiaco e scelto Le ultime gocce di vino di Mary Renault
ESTATE: l'estate è quella dei ragazzi che si affacciano all'adolescenza e scoprono, anche qui, l'oscurità, quindi scelgo due horror che rimandano all'estate IT di King e L'estate della paura di Simmons
AUTUNNO: l'autunno ha atmosfere nebbiose e indefinite, la vedo più come la stagione del raccolto  e del ritorno a casa e per questo scelgo La luna e i falò  di Pavese.

Il personaggio letterario (o i personaggi) in cui ti rispecchi di più.
Amo di più i personaggi in cui NON mi riconosco. Se devo scegliere uno che un po' mi assomiglia... Forse il medioevalista detective protagonista della saga degli evangelisti di Fred Vargas.

Sei catapultato nel mondo dell’ultimo libro che hai letto. Quanto ti è andata bene? Chi sei e cosa fai?
Poteva andarmi peggio, la Parigi anni '50 di Zazie nel metrò. Faccio la turista e vado a vedere la spettacolo in cui Gabriel si esibisce come ballerina.

Un topos narrativo che ti ha stufato e uno che vorresti leggere più spesso.
Dai libri vorrei sempre essere stupita, quindi niente topi, grazie.

La tua bevanda preferita durante la lettura.
Ultimamente una tisana alla fragola che da assuefazione.

Il tuo antagonista o i tuoi antagonisti preferiti.
Difficile, così come è difficile avere un buon antagonista. A parte i classici, Dracula in primis, mi ha colpito molto l'Imperatore-Dio della saga dei Mistborn di Sanderson, tutt'altro che scontato.

Qual è secondo te la parte più importante di un libro?
Essendo una che abbandona la lettura, le prime 50/100 pagine.

Il libro che ti ha fatto ridere di più.
Pratchett! A me guardie più di tutti. 

Un libro o un autore popolare che non riesci ad apprezzare.
Ehm, già nominata qualche post fa, passo...

Consigliami un libro!
Celeste, fa brutto se ti dico che la mia antologia potrebbe piacerti?

3 – In tema natalizio vi segnalo il GiveAway di Inkbooks, tramite cui potete vincere il mio libro La spada, il cuore e lo zaffiro o altri libri davvero belli (che onore avere il mio tra questi!). Trovate tutto qui
Il blog non chiude per le feste, ma tra vaccini, visite di controllo e doverosi festeggiamenti potrei non postare più prima di Natale, anche se spero ci scappi una puntata nuova di "Seguendo la cometa". Inizio però ad augurarvi
SERENE FESTE DI NATALE, PIENE DI COSE CHE SAPPIANO DARVI GIOIA

domenica 18 dicembre 2016

Piovono libri – Zazie nel metrò


Il libro del mese del gruppo di lettura ci ha portato questa volta nella Parigi post bellica, frenetica e surreale di Zazie nel metrò di Queneau.

Ricordavo con immenso piacere un brano di Zazie letto l'ultimo anno del liceo in lingua originale e quindi, pur sapendo che non mi aspettava una lettura semplice, non vedevo l'ora di cominciare la  versione integrale.
In realtà ho fatto una fatica immane a entrare nello spirito del libro e a trovare quel piacere adolescenziale. In parte questo è dovuto sicuramente a una traduzione italiana ormai obsoleta, in parte, forse, a una mente ormai troppo normata che ha faticato a fidarsi delle mille capriole linguistiche e contenutistiche di Queneau. Zazie nel metrò è un romanzo sperimentale e, forse, in quest'epoca di precotti letterari, ci siamo disabituati alla sperimentazione. Ho dovuto riabituare il mio palato, prima di arrivare a gustarmelo.

Zazie è una preadolescente che la madre affida allo zia Gabriel, di Parigi. Ben lungi dall'essere l'adorabile bambina che Einaudi ha messo in copertina all'edizione attuale, Zazie la sa lunga sugli uomini e i loro desideri, vorrebbe fare la maestra per torturare i bambini e, indispettita dal non poter andare in metrò a causa di uno sciopero, non vede l'ora di fuggire dalla sorveglianza dello zio, salvo poi tornare interessatissima per scoprire se Gabriel sia o non sia "ormosessuale".
Zazie si muove in una Parigi di personaggi indefiniti. Indefiniti in quanto non descritti e in quanto loro stessi privi di una loro identità. Si travestono tutti quanti, dallo zio Gabriel, omone che di professione fa "la ballerina col tutù", alla zia Marceline, che sul finale appare con ben altra identità, fino al misterioso personaggio che importuna ogni donna del racconto, che continua a tornare con nomi e identità sempre diverse, ma che ammette di aver dimenticato il proprio. È forse lui la metafora di una Parigi post bellica, i cui invasori tedeschi sono ora orde di turiste, che continuamente si mostra e si traveste, ma ha dimenticato la propria identità.
Il tutto è narrato in un linguaggio che mescola trascrizioni fonetiche di modi di dire, elementi gergali a termini raffinati in un amalgama di alto e basso e una confusione di stili che rende come non mai la frenesia di una metropoli in trasformazione. Non manca, come ha fatto notare una delle lettrici, una solida base classica. Se tutti sono o rischiano di essere solo maschere, non possiamo che essere in una tragedia e della tragedia Queneau rispetta le unità aristoteliche e non lesina neppure i riferimenti Shakesperiani.
Forse questa è la chiave di lettura che più mi ha colpito, emersa al gruppo, Zazie come una tragedia moderna i cui personaggi non sono in cerca di un autore (Gabriel a un certo punto ipotizza di essere fantasia di un romanziere), ma di un'identità in un mondo divenuto un frullatore di lingue e di valori e dove tutti sembrano ossessionati solo dal sesso.
Personalmente ho molto amato il contrasto tra Zazie, ragazzina perduta, che forse è quasi stata violentata e ha visto la madre uccidere un uomo, che copre con la volgarità le sue insicurezze e zio Gabriel. Di tutti i personaggi del romanzo lui è l'unico ad apparire risolto e soddisfatto, omone che ha scelto di fare come lavoro "la ballerina" e ha trovato un equilibrio che a tutti gli altri sembra mancare.
Ho apprezzato anche il continuo giocare col non narrato. All'inizio era indispettita dalla mancanza di descrizioni che mi facevano perdere tra i vari personaggi, ma è sul "vedo non vedo" che si gioca tutto. Stessi personaggi che si propongono sempre con nomi diversi, versioni di fatti non descritti che il lettore non può né accettare né confutare, attese non ripagate, ribaltamenti magistrali di ruoli. Tutto questo, del resto è dichiarato già nel titolo, dato che Zazie sul metrò non ci va mai.

Quella che proprio non ho capito è la scelta di Einaudi. Innanzi tutto mettere in copertina una bimba deliziosa di massimo cinque anni che ha davvero poco a che fare con Zazie. E poi il mantenere una traduzione che ha indubbie punte di genio, ma ormai è datata. Io ho letto in libro in una vecchia edizione (dalla copertina ben più onesta), corredata da una nota del traduttore, Fortini, in cui questi dichiara di essersi ispirato al linguaggio di Gadda. Effettivamente, nella nostra tradizione, non c'è che Gadda da associare a questo plurilinguismo spinto, tuttavia ho trovato questa versione davvero superata. In parte lo stile di Gadda è così unico che a volerlo spalmare su quello di Queneau ne risulterà inevitabilmente un'operazione artificiosa. In parte è proprio vecchia, con riferimenti linguistici ormai al limite dell'incomprensibile per noi che gli anni '50 non li abbiamo vissuti. Servirebbero almeno delle note.
Abbiamo letto anche la versione fumettosa del romanzo, proposta da edizioni Lizard-Rizzoli, che presenta una traduzione diversa, molto più scorrevole e godibile e personalmente ho rimpianto di non aver potuto leggere integralmente il romanzo con questa traduzione.

Problemi editoriali a parte, Zazie nel metrò non è comunque un'opera immediata. È enormemente più sperimentale e spiazzante di qualsiasi cosa scritto di recente che io abbia letto. Non è, però, pur essendo stata scritta da Queneau, un esercizio di stile. Io ritengo che più si chiede al lettore in termini di attenzione e più si deve offrire in termini di spunti e godimento intellettuale. Per quel che mi riguarda Zazie ha mantenuto le promesse.
Voi lo avete letto, cosa ne pensate?
Vi siete imbattuti in opere sperimentali? Quali? Cosa ne pensate?

sabato 17 dicembre 2016

Seguendo la cometa – Moduli illustrato da Viola

Ecco "moduli", che era già stato pubblicato in bozza, nella splendida versione illustrata da Viola e nella sua posizione naturale, dopo l'illustrazione della procedura.

giovedì 15 dicembre 2016

Il bisogno del pubblico che sta dietro al successo dei best seller – scrittevolezze

Sono reduce da giorni un po' stancanti, non tanto per la pupattola, che è dolce è paziente, quanto per i lavori in casa, con il loro inevitabile corollario di piccoli disagi. Dal trapano che fora il muro del salotto mancando di poco il divano con "scusi, signora, pensavamo che fosse più spesso", alla corrente che va e viene, al rumore. La pupattola, povera, per tre giorni è stata senza pace, ogni volta che tentava si abbioccarsi ecco capitare qualcosa. Neppure fuori casa ha avuto tregua, con tanto di guasto al passeggino. Ieri finalmente i muratori hanno finito i lavori grossi e la pupattola sta ronfando rincorrendo il sonno perduto, mentre io sono alla terza pastiglia contro il mal di testa.
I ragionamenti fatti in questi giorni, sono stati senza dubbio lesionati dai martelli pneumatici, come tutto il resto, ma cerco comunque di renderne conto.

Tutto è partito dal commento di Helgado al post precedente, in cui esprimeva il proprio disappunto per chi critica gli autori di successo, a partire dai mostri sacri della letteratura.
Ho pensato al fatto che non solo criticare piace a tutti, ma che a volte ci sentiamo davvero nel giusto a farlo. Alzi la mano chi non ha mai pensato, di fronte a un libro di successo: "Io l'avrei scritto meglio!", "Io ho scritto un romanzo migliore di questa schifezza!"
La cosa buffa è che, almeno se parliamo di successi commerciali, nella maggior parte dei casi abbiamo ragione. Il libro best seller di cui tutti parlano non è nulla di speciale, ha una scrittura mediocre e noi avremmo fatto di meglio. Solo che in quel caso c'è stato un lavoro di promozione di cui noi non abbiamo beneficiato.
Però...
Innanzi tutto se ben guardiamo ci sono libri che hanno moltissima promozione e che si rivelano dei flop colossali e grandi successi che partono in sordina e crescono oltre ogni aspettativa. Ora si fa fatica a ricordarselo, ma Harry Potter non uscì con chissà quale promozione, per un editore al tempo non enorme. Quindi cosa, cosa succede?
Mi posi la domanda al tempo del di Twilight e, avendo alunne che stravedevano con i più imbarazzanti vampiri della storia della letteratura, girai a loro la domanda. Quello che emerse mi stupì. Un vampiro è per sempre. È immortale e immutabile, standoci assieme devi rinunciare alla possibilità di evolvere e forse alla tua anima, ma poi è per sempre. Come Bella, queste ragazze erano per lo più figlie di divorziati, sballottate tra una casa e l'altra, vedevano le sorelle maggiori con fidanzati che andavano e venivano e nessuna certezza lavorativa. Bella, che sarà in eterno giovane, nessuna necessità di lavorare e un ragazzo che la amerà per sempre, aveva su di loro un fascino che forse neppure l'editore che aveva lanciato il romanzo poteva immaginare.
C'era un bisogno di stabilità sentimentale che, quasi sicuramente per caso, la serie dei vampiri vegetariani ha intercettato.
Stessa cosa per le Cinquanta Sfumature, fine operazione commerciale con tanto di favoletta sull'autrice per quello che ne so studiata a tavolino che va però a intercettare un bisogno di rivalsa erotica, la rivendicazione di un amore che sia insieme favolistico e carnale che evidentemente c'era. Molte recensioni hanno evidenziato che le scene hard sono scritte bene, senza i voli pindarici per cui erano famosi gli Harmony più "forti" e senza scadere nel porno puro e semplice. Io non me ne intendo molto in materia, ma mi pare che abbia offerto un prodotto che non c'era, un romanzo non così spinto da doverti vergognare di avere in casa, ma che chiama le cose con il loro nome e che rispondeva a un bisogno o a un desiderio del pubblico.
Questo non ha nulla a che vedere con la qualità letteraria. Personalmente ritengo che Twilight sia scritto malissimo (non mi uccidano gli estimatori), a metà del secondo volume volevo sparare a me e decapitare tutti i protagonisti e ho trovato le descrizioni di raro imbarazzo. Ma capivo perché le mie alunne lo adorassero. 
In questi casi si successo letterario planetario, sopratutto quando poi l'autore non è in grado di ripetere il miracolo, c'è tanto di accidentale e non previsto. C'è, sempre, un libro che arriva al momento giusto per rispondere a un bisogno del pubblico. Non il libro migliore per rispondere a quel bisogno, ma quello arrivato al momento giusto.
Io ho da anni il dente avvelenato contro Licia Troisi che incarna tutto quello che io non voglio in un fantasy e che, mannaggia a lei, ha avuto un successo enorme, mai più ripetuto. Come persona mi sta anche simpatica, ma nel profondo penso che sì, io avrei fatto di meglio. Tuttavia riconosco che ha riempito un vuoto che nel mercato italiano c'era, è arrivata al momento giusto e il pubblico si è riconosciuto nelle sue storie.
Più ci penso e più mi rendo conto che se un romanzo ha un grande successo, c'è un motivo. Spesso non è un motivo letterario, ma un riuscire, spesso per caso, a intercettare i bisogni di un pubblico. Svilire le qualità letterarie di questi libri ha poco senso, perché spesso non avevano già in partenza chissà quali velleità. Né ha senso svilire il pubblico che li apprezza. Anche perché a volte noi stessi siamo quel pubblico. Alzi la mano chi non ha mai apprezzato neppure un best seller o un romanzo generazionale. Harry Potter non è il più bel romanzo per ragazzi che abbia letto, ma mi è piaciuto un sacco. Mi ci sono riconosciuta per dei motivi che forse non erano così chiari né nella mente dell'autrice né in quelli dell'editore, che magari non hanno a che fare con i meriti letterari, ma sta di fatto che, a suo tempo, ho fatto notte leggendo i romanzi del maghetto, invece di preparare gli esami universitari.
Un best seller può non piacerci, può non essere un gran libro, ma quasi sempre intercetta i bisogni o i desideri di un pubblico vasto.
Quando denigriamo un best seller o il suo pubblico tendiamo a dimenticarci che anche noi abbiamo amato almeno un best seller, siamo stati quel pubblico e vorremmo quel pubblico su cui sputiamo.
(E, comunque, poi l'invidia è un sentimento umano ed è sacrosanto anche odiare quel best seller che noi avremmo scritto meglio, sia chiaro).
Voi cosa ne pensate?

lunedì 12 dicembre 2016

Sulla consapevolezza di far letteratura – scrittevolezze


Come scrivevo nel post Il testo di canzone come testo letterario, il mio commento al nobel per la letteratura di quest'anno, non posso dire di conoscere davvero Bob Dylan. In questi giorni, devo dire, ho fatto un po' di compiti a casa. Attendendo la pappa notturna della pupa, verso l'una, guardo parecchi documentari, Sky Arte, il mio compagno d'attesa preferito, me ne propone parecchi a temi musicale e non è mancato neppure quello sul novello nobel. Pensando anche al film Io non sono qui (bello ma impegnativo), mi sono fatta del buon Bobby l'idea di un uomo di rara antipatia, ma che quando tocca penna e chitarra (o anche solo una delle due cose) ha un tocco magico. Del resto il genio è difficile che vada a braccetto con la simpatia.
Quest'impressione è stata se possibile rafforzata dal suo comportamento in occasione del premio. Non è andato a ritirarlo senza addurre spiegazioni, con un atteggiamento che trasuda spocchia (poi, chissà, non è un ragazzino, magari ha dei guai di salute che non vuole divulgare). Però ha mandato al suo posto la gran dama del rock, che ha stile in abbondanza per entrambi, Patty Smith e ha scritto un discorso di rara immediatezza e dai non pochi spunti di riflessione.
Da vero autore di canzoni, ha il dono della concisione e arriva subito al punto (se volete leggerlo, uno dei tanti articoli che lo riporta è questo).

Tutto ruota sul cosa sia la letteratura, cosa il fare letteratura e la consapevolezze degli autori.
Si sorride al passaggio in cui Dylan sottolinea che forse Shakespeare, scrivendo l'Amleto non avesse come primo pensiero "diventerà un'opera immortale?" ma "rientrerò nelle spese? Dove lo trovo un teschio da usare come oggetto di scena?". Si sorride, ma probabilmente ci ha azzeccato.

Quanto può essere davvero consapevole un autore del valore letterario o artistico di ciò che sta producendo?
La storia è piena di autori che sono morti senza ottenere il giusto riconoscimento per essere poi magari rivalutati postumi. Vi dice niente il nome Morselli? 
Quando pensiamo a casi simili tendiamo a focalizzarci sulla cecità di chi stava loro attorno e non sull'autostima distrutta di questi autori che sono morti convinti di non valere niente.
C'è anche chi era assai consapevole del proprio valore, peccato poi sia passato alla storia per opere che lui stesso considerava minore. Il caso più eclatante è il buon Petrarca che puntava tutto sulle sue opere in latino, mentre secoli dopo siamo ancora qui a studiare le sue poesiole in volgare. Per non parlare del fatto che Dante era molto più preoccupato, probabilmente, per la politica e l'esilio che non per la Commedia.
le vie della letteratura sono spesso imperscrutabili, sopratutto per chi le traccia.

Questo mi porta a una serie di considerazioni che si possono riassumere come:
L'ultimo problema che dovrebbe porsi un autore è la propria importanza letteraria
Perché non sta all'autore stabilirla. Sta alla platea dei lettori, in un arco di tempo un essere umano non può sperimentare. 
Il problema che un autore dovrebbe porsi è fare il proprio lavoro creativo al meglio, perseguendo con tutto se stesso i propri fini comunicativi e cercando di arrivare a un pubblico.
Tutto il resto non gli compete.
Per questo mi irrito quando trovo autori, affermati o esordienti che fossero, che si atteggiano a grandi letterati. Loro sì che fanno letteratura e noi, buoi, non li capiamo, loro sì che perseguono fini più alti, invece che compiacere il pubblico (cosa che, ad esempio, secondo me al buon Shakespeare stava anche a cuore). Mi irritano, lo ammetto, i sedicenti poeti vati di ogni tempo o chi ha la ricetta pronta per l'alta letteratura.
Tra i più grandi letterati di ogni tempo c'è chi si è occupato non poco di accontentare il pubblico o il mecenate, chi è morto povero e sconosciuto, chi era apprezzato solo da pochi, chi era estremamente consapevole dei suoi mezzi e chi si sarebbe messo a ridere se gli avessero detto che lo avrebbero studiato a scuola.
L'unica cosa che li accomuna è l'impegno che ci hanno messo nel completare le loro opere, che poi è l'unica preoccupazione letteraria che un autore dovrebbe avere.
Voi cosa ne pensate?
O siete sicuri del vostro posto nell'Alta Letteratura?