giovedì 25 giugno 2020

Letture dimenticate



Riemersa dalla lettura degli oltre 130 racconti del concorso giallo, sono stata colta da improvviso analfabetismo. Non ricordo un periodo della mia vita in cui la lettura mi attirasse meno. Se proprio a sera ho un momento libero boccheggio davanti alla tv, incappando in serie Netflix che alcuni miei alunni saprebbero girare meglio, ma che mi attraggono come fa la luce con la falena. In effetti al momento devo avere più o meno la vivacità intellettuale di una falena non troppo sveglia. Eppure, perfino dal mio stato di falena, ci sono libri di cui parlare.

venerdì 19 giugno 2020

La notte dopo gli esami (on line)



Riemergo, dopo oltre un mese di assenza social.

Tra l'altro blogger nel frattempo si è aggiornato, adesso ha un'interfaccia bellissima, ma non trovo niente!

Rieccomi, comunque, più o meno viva. In questo mese si sono sommate più cose, ma due hanno condizionato la mia vita, l'approssimarsi degli esami di terza media e la mia partecipazione come pre giuria al premio Gran Giallo Città di Cattolica, con i suoi oltre 130 racconti da leggere. Entrambe sono state esperienze interessanti, a loro modo totalizzanti. Di certo, però, l'esperienza degli esami on-line spero di non rifarla mai nella vita.

domenica 10 maggio 2020

Fino alla morte e oltre disponibile in ebook


Disponibile dal 12 maggio a 1,99€
In formato Kindle su Amazon
In tutti gli altri formati sul Delos Store

“Fino alla morte e oltre” è il giuramento tradizionale del Leynlared, quello che presto dovrà pronunciare chi si è unito all’esercito del principe Amrod.

Ven, il giovane pastore, Adman, il figlio della locandiera, Vilaya, la strega coyranà e Doneld il falconiere, sono sopravvissuti insieme al principe alla guerra invernale e hanno ottenuto la prima, inaspettata vittoria. Ma è adesso, quando il peggio sembra essere passato, che il dubbio inizia a farsi strada. Qual è esattamente il prezzo dal pagare per inseguire un sogno? Che ne è stato delle loro famiglie? E di chi ci si può davvero fidare?

Per tutti è venuto il tempo di scoprire cosa significa votarsi a una causa “fino alla morte e oltre”.

Con questo racconto termina la prima parte delle Cronache delle Ley, iniziate con La spada di Emarana e proseguite con i racconti La luna delle foglie cadenti e Il posto della spada, tutti editi da Delos Digital nella collana Fantasy Tales. Gli stessi personaggi tornano nei racconti presenti nell’antologia La spada, il cuore e lo zaffiro, edita Wild Beard con la supervisione di Rill.

Siamo arrivati al quarto, ultimo appuntamento con Delos Digital con Le cronache delle Ley.
Ci arriviamo con il racconto in assoluto più mio, il racconto più sofferto.
Lo vedete già dalla copertina, che è scura e con la spada impugnata. Le decisioni sono state prese e ora bisogna accettare il prezzo da pagare. Per i principi come per i pastori nulla è facile nelle Ley e ogni azione ha la sua conseguenza.
Credo sia doveroso avvisare che queste storie non potevano portare a un lieto fine tradizionale. Fin dall'inizio questi cinque racconti hanno avuto dei temi interni ricorrenti. 

Gli amori impossibili.
Cosa sei disposto a dare per cambiare il mondo?

Questo è principalmente un racconto sulle conseguenze e sul prezzo da pagare. Sul constatare che a volte l'unica cosa che si possa fare è del proprio meglio, anche se non è abbastanza.
Ci ho messo anni a scriverlo, nel senso che il cosa succede nel Leynlared è perfettamente chiaro nella mia testa da tantissimo tempo, ma raccontarlo, quello è un altro paio di maniche. 
L'ho scritto poi di getto, dopo aver ricevuto una brutta notizia. Quando l'ho finito ho scritto a una mia cara amica che mi legge sempre in anteprima: "adesso però avrei voglia di ubriacarmi". Quando anche lei lo ha letto ha risposto "in effetti alla fine ci si vuole ubriacare".
Questo per prepararvi. C'è un punto preciso, nel racconto, in cui è chiaro che no, non finirà tutto bene, ma si può solo andare avanti, con gli occhi aperti, verso  il destino.

Spero di non avervi troppo spaventato. Questa è una storia di giovani che riescono a cambiare il loro mondo, ma ne pagano il prezzo.

È la fine della storia, dunque? Non proprio.
È la fine di un ciclo, alcuni personaggi escono con questo racconto dalla narrazione. Altri però entrano, le vicende del Leynlared e di Amrod in particolare non sono certo concluse. Continuano nell'antologia La spada, il cuore e lo zaffiro. Ne trovate la copertina qui a fianco. Ormai lo riconoscete, Amrod, riconoscete la sua spada. Il primo racconto dedicato al Leynlared presente nell'antologia si connette direttamente a questo.
Infine, quello delle Ley per me è un progetto in continua evoluzione. Subito prima che il Coronavirus calasse su di noi stavo per iniziare a scrivere un racconto di questo ciclo, ambientato quasi 40 anni dopo questo.
Il mio enorme ringraziamento va ad Alberto Panicucci e ad Andrea Franco, che hanno permesso a questi racconti di uscire dal cassetto. Spero davvero che altre parti di questa saga vedano la luce. Nel frattempo il mio ringraziamento è enorme.
E grazie a voi che leggete, rendendo davvero vivi i miei personaggi.

Vi lascio con un disegno di Viola, relativo a quest'ultimo racconto.



mercoledì 6 maggio 2020

Racconti nel tempo del Coronavirus/10


E finalmente si tornò ad uscir di casa.
In attesa di poter tornare dagli amici a due gambe ci si consola con quelli a quattro zampe. Questa foto è stata scattata questa mattina, a circa un quarto d'ora di cammino da casa. Sono venuti i vitellini, le galline e i cavalli a salutarci. Un vitellino si è dilungato a chiacchierare con mia figlia in mucchese stretto, mentre la cavalla bianca ha accettato molto signorilmente la nostra mela. Ieri siamo andati a trovare i "congiunti onorari" ovvero i quattro asinelli dello zio. Al rientro la piccola ha fatto il lavoretto dell'asilo: mettere in un barattolo qualcosa che rappresentasse l'emozione del momento e il barattolo è stato tutto riempito di un bel giallo gioia.

Certo, non è proprio tutto gioioso in questa "fase 2". Qui, nel Piemonte non ancora al riparo dai contagi, tutti mi sembrano muoversi con grande cautela, tra restrizioni e problemi pratici. Con il rientro al lavoro la gestione dei figli è ancora più difficoltosa, in pratica le uniche opzioni sono: trascurare la sicurezza e mandare i bambini dai nonni, lasciarli a casa da soli se sono più grandicelli, rimanere a casa rinunciando allo stipendio. Chi come me cerca di barcamenarsi tra telelavoro e prole inizia a pensare alla casalinghitudine come un sogno. Va bene tutto e ci si adatta. Ma immagino che molte giovani coppie in questo momento stiano decidendo di non avere figli o di non farne un secondo, semplicemente perché se l'unica opzione possibile in caso di emergenza è rinunciare a uno stipendio la cosa diventa impraticabile.
Lo so che torno spesso su questo tema, ma sono piuttosto arrabbiata.
Ieri parecchie nonne sono passate con nipotini davanti al cancello di casa e (a distanza) mi hanno detto che sono disposte ad ammalarsi pur di permettere ai figli di lavorare. Non mi sembra davvero che possa essere questa una via praticabile. So perfettamente che ora le scuole non possono aprire in sicurezza, ma ci devono essere delle alternative praticabili (congedi simil maternità, par time alternati, servizi di baby sitteraggio a prezzo calmierato magari per occupare gli studenti universitari, insomma, qualcosa).

Io mi barcameno come posso, inizio a desiderare in modo morboso la fine della didattica a distanza, che pure, una volta capiti i fondamentali, funziona e dà anche soddisfazioni insperate. Sono solo stanca, di una stanchezza che ormai si accumula su altra stanchezza che sta su altra stanchezza. Ora sto facendo pausa dopo un pomeriggio di riunione. Nel mentre ho placato un pianto disperato, steso la pasta per la pizza per la cena e ritirato le lenzuola. E tutto questo è stato possibile solo perché il mio super marito ha preso appositamente ferie. Se no, come è successo ieri, avrei fatto lezione con la bimba in braccio, parlando per altro di un argomento notoriamente adatto alla prima infanzia: gli effetti della bomba atomica (ovviamente non ho potuto far partire il filmato che avevo preparato e che conteneva parecchie immagini crude). Non riesco neanche a immaginare quanto siano stanchi i genitori in situazioni più complicate della mia, con spazi ristretti o bambini che necessitano di attenzioni speciali.

Inutile dire che scrivere non è neanche un'opzione considerabile.
Per fortuna ho scritto in passato. Ho inviato un racconto a un concorso e magari proverò a far partecipare un romanzo a una selezione. Intanto proseguono anche le pubblicazioni con Delos Digital.
Settimana prossima esce l'ultimo racconto della mia mini saga fantasy Fino alla morte e oltre
Ecco qua la copertina.
Ne sono molto contenta. Sono contenta di aver trovato questa fotografia, che credo esprima appieno il cuore del racconto. In ogni copertina precedente c'era una spada. Infilzata nel terreno, gettata tra le foglie, in mezzo alla tormenta. Ora la spada è impugnata, le decisioni sono prese. Tuttavia la fotografia è molto cupa.
Ecco, questo credo sia necessario dirlo. Non aspettatevi un lieto fine. Questa è una storia di amori impossibili e di scelte che hanno prezzi di pagare. Lo è fino alla fine. 
A volte, l'unica cosa che si può fare è del proprio meglio. Anche se non è sufficiente.

Settimana prossima, per il lancio ufficiale, vi potrò dire qualcosa di più!

martedì 28 aprile 2020

Racconti nel tempo del Coronavirus/9


Eccoci qua, ancora dentro alla bolla che, lo ammetto, inizia a andarmi un po' stretta.

Sia chiaro, continuo a essere una privilegiata e il prato che si intravede nella foto ne è un esempio lampante. Il prato ora è un bene di lusso.

La stanchezza dopo un po' si accumula, però. Mi sono sorpresa a invidiare al marito una cosa piuttosto assurda da invidiare. Quando è in telelavoro e in videoconferenza o al telefono con i colleghi ogni tanto sbotta, o si lamenta. Ecco, facendo la prof/mamma/maestra d'asilo non si può mai sbottare. Alla figlia e agli alunni bisogna comunicare serenità, ottimismo e entusiasmo, praticamente h24. I bambini sono ovviamente sensibilissimi e in questa situazione captano con radar di rara efficienza qualsiasi turbolenza in arrivo. Quindi bisogna sorridere quando ti comunicano al telefono brutte novità, quando i tuoi sono preoccupati e lo diventi anche tu di riflesso, quando le notizie non sono quelle che vorresti sentire. Non puoi avere mal di testa, essere stanco o peggio senza scatenare il panico nella prole. Gli alunni non sono poi così diversi. Sono stanchi, preoccupati, a volte esauriti loro pure e la prof deve essere una figura granitica che dia loro certezze. Persino i compiti sono delle certezze che, se vengono a mancare, disorientato ("prof, ma come? Non ci carica niente il 1 maggio?" giuro). 

Inaspettatamente, quindi, perché nei fatti cambia poco o niente per me, attendo la fase due. Per uscire con la figlia nei boschi. Andare a trovare gli asinelli dello zio. Andare a vedere, da lontano, all'aperto, con la mascherina, i miei, che non vedo credo dal 15 febbraio. 

La fase due, intanto sta mandando in panico le famiglie. Ora forse noi ce la caveremo sempre con i nostri orari assurdi, perché, forse, l'azienda di mio marito, dopo aver già messo in quarantena un intero turno, pare mantenere un regime di cautela. Ma come se la caverà chi non avrà la stessa fortuna?
Il baby sitter a due metri di distanza con la mascherina? Davvero? 
Ora, mi rendo conto che non ci sono soluzioni semplici, ma qui vedo un rapido ritorno agli anni '50 (per non dire '20), con le donne che per causa di forza maggiore, una volta confrontati gli stipendi, decidono di rinunciare al loro in quanto inferiore. E ciao ciao anni di conquiste sociali. 
Le soluzioni sono difficili, l'unica che mi viene in mente è il part time a orari alternati per entrambi i genitori (se si ha la fortuna di averne due, di lavori e di genitori). Non so se sia fattibile, ma mi piacerebbe che si battesse almeno un po' la strada della sicurezza e delle pari opportunità.
D'altro canto anche la riapertura delle fabbriche qui da noi, con i contagi ancora belli vivi e tante piccole aziende, con pochi spazi e (diciamolo) una propensione a seguire le regole molto italiana mi preoccupa assai.

Vorrei dire che mi consolo leggendo. In realtà leggo molto poco e mi scuso per altro con le blog amiche di cui desidero davvero leggere le opere. Al momento sono ancora lì, in attesa, ma il loro momento arriverà.
Sono comunque riuscita a terminare tre romanzi, assai diversi tra loro, che, in modo altrettanto diverso mi sono (chi più e chi meno) piaciuti e il cui ricordo rimarrà per sempre legato alla pandemia.

Conclave
Ogni tanto torno a Robert Harris, che è sempre una garanzia. Questa volta l'autore di Fatherland immagina il prossimo conclave. Sì, proprio il prossimo, perché il defunto papa di cui non viene fatto il nome è inevitabilmente Bergoglio. Un Bergoglio di fantasia, certo, ma mi chiedo quanto lontano dal vero. Un papa intransigente con i suoi principi (per altro sacrosanti), che ha mosso guerra alla curia, rimanendo isolato, deluso e quasi paranoico. 
La sua morte e il relativo conclave sono raccontati proprio dal punto di vista di un uomo della curia, il decano dei cardinali. Un uomo che, inaspettatamente, viste le premesse, è dotato di una squisita sensibilità e di una fede, per quanto minata dal dubbio, cristallina. Un uomo, insomma, che è bello pensare esista davvero. È lui che, in quel covo di intrighi che è la curia, disfa un nodo dopo l'altro per far sì che il nuovo papa non si l'espressione di una sporca guerra di potere. E il nuovo papa... Beh, il libro finisce con un colpo di scena che di per sé è abbastanza improponibile, ma che non sono riuscita a non apprezzare.
Una lettura agile. Molto più leggera di quanto il titolo lasci presagire, che riesce quasi, sul finale, a prendere in giro le autorità della Chiesa senza mancare davvero di rispetto.

1793
Tra le mie letture forse il romanzo con più potenzialità e quindi quello che mi ha più deluso.
Il romanzo svedese, scritto da un autore che ha un cognome che sembra una maledizione nella lingua di Mordor, forse non si presentava come un buon libro da pandemia, ma mi ha subito preso.
Nella Stoccolma del 1793, l'anno che in Francia è quello del Terrore, viene ritrovato un cadavere con tutti e quattro gli arti amputati. A occuparsene un giovane giudice integerrimo che sta morendo di tubercolosi e un reduce di guerra disilluso che ha perso un braccio in battaglia. L'atmosfera è quindi cupissima, da "qualsiasi cosa accada andrà malissimo" eppure è la cosa che più mi è piaciuta. I due protagonisti funzionano molto bene insieme, secondo la regola degli opposti che si compensano. Il giovane illuminista che si aggrappa alla ragione anche alla fine della vita e l'uomo disilluso, semplice a cui la vita ha però dato una seconda possibilità.
Quello che non funziona è la parte gialla. Ma proprio le basi. Capisco che con uno dei detective malato terminale in un mondo senza tecnologia era un problema, ma il memoriale che spiattella tutti i retroscena oggi non si può leggere. Così come l'assassino psicopatico che si consegna senza colpo ferire (perché se muoveva un dito ammazzava i nostri volenterosi protagonisti senza neanche una goccia di sudore). Insomma, l'atmosfera e i personaggi fanno tanto, ma non tutto.

Il vangelo secondo Biff
Devo questo libro alla mia amica e consigliera letteraria di fiducia Elena. 
Ogni giorno Elena mi manda una recensione di un libro che le è piaciuto e appena ho visto il nome dell'autore di questo ho avuto un'esperienza proustriana.
Perché Moore io l'avevo letto credo alle medie, con un altro romanzo (che ho ora recuperato) e mi era piaciuto alla follia. Ne ricordavo uno stile molto simile a quello di un certo Gaiman.
Pur con queste premesse avevo delle perplessità. Si può scrivere un libro comico su Gesù senza essere (troppo) blasfemi? Perché, pur essendo io tendenzialmente agnostica, la blasfemia mi disturba.
Si può.
Perché se gli angeli sono assolutamente dei decelebrati (pare che sia stato questo a spingere Dio a creare gli uomini), Gesù si può solo amare.
Ma andiamo con ordine. Biff è un bambino di Nazaret. Un bimbo del tutto normale, anche un po' sbruffone, ma il suo migliore amico si chiama Gesù. Gesù è un bimbo strano, che la fissa della giustizia, finirebbe facilmente per essere il più bullizzato di Nazaret, ma Biff ne diventa l'angelo custode. La forza di Biff, come personaggio e come narrazione, è tutta qui. Biff è un bambino e poi un uomo comune, vuole avere soldi e successo con le donne (almeno successo con le donne) ma sente che Gesù è qualcosa di diverso e di prezioso e va protetto. Attraverso i suoi occhi non si possono non provare gli stessi sentimenti per una creatura che è umanissima, ma dotata di un candore e di un senso di giustizia divino. La parte sull'infanzia è godibilissima. Gesù si esercita con miracoli più o meno riusciti (le resurrezioni danno sempre problemi), sia lui che Biff si innamorano senza speranza della bella Maddalena, detta Maddi, e si cacciano nei guai nel tentativo di circoncidere una statua romana. Segue una parte che ho trovato un po' meno riuscita sui viaggi in oriente alla ricerca dei tre re magi e  della loro saggezza. Poi c'è il ritorno, dove il romanzo si riprende alla grande e dove la risata si fa amara. Perché Biff non ha nessuna intenzione di arrendersi alla più volte predetta morte di Gesù. Oltre tutto il Gesù dei vangeli appare in questa parte di narrazione ancora più umano, concreto e amabile (delizioso il momento in cui scaccia i demoni, mandandoli a infestare dei maiali, scordando che i maiali appartengono a dei non ebrei che non apprezzano vedere indemoniati i loro futuri salami). E quindi Biff fa di tutto per salvarlo, inventa ogni sorta di piano per scongiurare la crocefissione e, quando l'ineluttabile accade, non regge. Anche se la cornice offre un lieto fine, quello del "vangelo secondo Biff" è amarissimo e, proprio per questo, perfetto.

venerdì 24 aprile 2020

Il perché del 25 Aprile raccontato dai miei alunni.

Oggi sfrutto i miei alunni.
Avendo due terze medie da far lavorare a distanza li ho sguinzagliati per gli archivi on-line e le loro soffitte per cercare una risposta a una semplice domanda: ha senso festeggiare il 25 aprile? Che cosa è esattamente finito quel giorno del 1945?
Il compito quindi era capire cosa fosse successo nel nostro territorio, da Novara, nostro capoluogo di provincia, ai laghi dal 1943 al 1945.
Ogni gruppetto in autonomia ha scelto un taglio da dare al lavoro. C'è chi ha scelto di lavorare su un luogo in particolare, chi sulle brigate partigiane, perché magari aveva un bisnonno partigiano. Tra tutti i lavori ne ho scelto uno che non è il più bello esteticamente, non è il più personale (alcuni affondano davvero nella storia famigliare) ma è il più completo rispetto al tema che il gruppo si è dato: sono stati uccisi degli ebrei sul nostro territorio?













Se pensiamo che parliamo di un territorio estremamente ridotto, tra il Lago Maggiore e il Lago d'Orta, non urbano, credo che questi numeri facciano davvero impressione.
Ho chiesto poi di evidenziare su una cartina con tutte le uccisioni censite, siano state le vittime ebrei o partigiani catturati (esecuzioni, non azioni di guerra)


Nella nostra zona, quella dei laghi, non c'è praticamente paese in cui i nazifascisti non abbiano ucciso qualcuno.
Il 25 aprile ha messo fine a tutto questo.
Non credo serva aggiungere altro.

domenica 19 aprile 2020

Racconti nel tempo del Coronavirus/8


Le cose che desidero e le cose che so (di non sapere)
In quest'ultima settimana in cui tutti parlano di fase 2 i miei desideri confliggono anche pesantemente con quello che so di ciò che mi sta accadendo intorno.

Odio cordialmente la Didattica a Distanza. Non dico che non funzioni, che non regali dei bei momenti, solo che non è il mio modo di intendere la scuola. Funzionicchia, nel mio caso, perché ho due terze medie composte da ragazzi autonomi e volenterosi, li conosco, quindi anche se non vedo i loro visi come vorrei, se a volte sento solo scariche elettrostatiche al posto della loro voce, sono in grado, in un certo modo, di colmare i vuoti e di interpretare gli spazi vuoti. L'idea di prendere due prima l'anno prossimo con questa modalità mi deprime fortemente. Ma mai quanto l'ipotesi, tutt'altro che remota, di dovermi mettere in aspettativa non retribuita nel caso mia figlia non possa tornare all'asilo, non possa avvalermi dell'aiuto dei nonni, per ovvi motivi sanitari e non trovi un baby sitter adeguatamente formato che non mi costi un medio organo interno ogni mese.
Quindi i miei desideri come prof e come mamma sono abbastanza chiari. Vorrei una normalizzazione almeno parziale, almeno per mia figlia, che in fatto di autonomia (socializzazione non so perché non può socializzare) perde pezzi ogni giorno.

Purtroppo non solo ho una spolverata di cultura scientifica, ma anche un marito infiltrato in Big Pharma. Lavora in un'industria chimico farmaceutica che ha contatti con i ministeri della salute di mezzo mondo.
Ovviamente loro non sono chiusi, perché fanno ad esempio antitumorali e nessuno vuole che cure salvavita si interrompano adesso per mancanza di farmaci, ma hanno anche i mezzi per prendere sul serio l'emergenza. Il marito, per fortuna, lavora spesso da casa, ma sappiamo cosa accade là.
Venerdì un dipendente è risultato positivo al tampone. Tutto il turno è stato messo in quarantena, la produzione bloccata per sanificazione. Verranno chiuse le aree caffé e qualsiasi altro posto dove si debba stare senza mascherina (ad esempio la mensa).
Ora, sono sicura che mettere in quarantena un intero turno, quindi rinunciare per 15 giorni a un bel numero di lavoratori e bloccare tutti per sanificare sia un bel danno economico. Eppure visto che è un'azienda di farmacisti in contatto con i ministeri, lo hanno fatto.

Questo per spiegare perché la fase due mi spaventi, al di là dei miei desideri.
Per quanto ne capisco io, se tutti fossero super diligenti (in Italia utopia), con mascherine adeguate (che non abbiamo nelle giuste quantità) e guanti, stare all'aperto e a distanza si potrebbe anche fare. Ma al chiuso è un disastro. Al chiuso gli ambienti sono piccoli, l'aria ristagna e non si può bere, prendere un caffé o mangiare con una mascherina. 
Quante aziende vorranno comportarsi come quella di mio marito? Quanto ci vorrà perché i luoghi di lavoro si trasformino in luoghi di contagio?
E le scuole?
Alle mie domande costanti le risposte di mio marito sono un continuo "non si sa". Se non lo sa lui temo non lo sappia nessuno.
Non si sa per quanto tempo, una volta superata la malattia si sia immuni. Forse tanto, forse poco. Chissà. Questo è un enorme problema anche per il vaccino. Ne basterà uno? O poi il virus muterà? Non si sa.
E i bambini? Ormai si sa che si ammalano poco. Ma perché? Mistero. Non sappiamo se siano asintomatici e quindi possibili untori (probabile) o abbiano a tutti gli effetti una carica virale bassa.
Non si sa perché siamo in una fase di emergenza, non riusciamo a fare tamponi a tutti in tempi non biblici, figuriamoci indagini a tappeto. Il massimo che ho visto sono stati dei questionari su base volontaria, cioè una fase assolutamente preliminare di studio epidemiologico serio.
Quanto ci vorrà per avere risposte? Mesi. 
Quindi per quanto vorrei una parvenza di normalità almeno per i bambini, l'idea di rimandarli a scuola senza sapere cosa questo possa comportare è da abbandonare. 
Al momento la mia migliore speranza risiede in una sorta di cappellino/caschetto per isolare la testa del bambino e evitare che si possano tocchicciare il viso. Tre mesi fa mi sarebbe sembrata follia, ora è una speranza. Potrebbero quanto meno andare al parchetto e rendersi conto che esistono ancora altri bambini al mondo.

Quindi per quanto io possa desiderare un "riapriamo le scuole ora!". In Italia, con le nostre strutture scolastiche, la nostra attitudine al rispetto delle regole, dei focolai ancora attivi e lo stato attuale delle conoscenze, non mi sembra una buona idea.
E lo dico con rammarico, eh...

Certo, un minimo di considerazione in più per i bambini che vada oltre al "se hanno problemi è colpa dei genitori" non mi farebbe schifo, eh.
Nella mia regione le tinte per capelli sono bene di prima necessità (due ciuffetti dei miei capelli sono tornati rosa), i vestiti per bimbi no. Mia figlia ha sfondato le scarpine. Con la sua velocità di crescita comprare scarpe in anticipo è impensabile. Ho controllato i negozi che fanno spedizioni sul mio territorio. Posso ordinare pasti stellati (fatto per il mio compleanno, lo ammetto), articoli per il giardino, per gli animali, modellistica varia, ma vestiti per i bimbi no. Vestiti firmati per adulti invece sì. Potrei persino ordinare una tutina per il gatto con consegna in due ore. Mi sono affidata a Amazon. Consegna 5 giugno. A una mamma che si è lamentata di questo è stato risposto che tanto i bimbi devono stare in casa, mica hanno bisogno di scarpe. Se hanno un giardino devono stare in casa lo stesso per rispetto di chi non ha un giardino (ma allora questo non dovrebbe valere anche per gli adulti a cui vengono venduti gli attrezzi per il giardinaggio con consegna in giornata)?
Ovviamente lo stesso problema delle scarpe si ripete per tutto il guardaroba, ma suppongo che possano girare nudi, visto che sta vendendo il caldo (sia chiaro, non voglio capi firmati prodotti ora, un qualsiasi fondo di magazzino della giusta dimensione mi andrebbe bene).
E allo stesso modo non sopporto che si cerchi di farmi credere che la colpa dei contagi che continuano in Piemonte sia di bambini come la vicina di casa che percorre con la sua biciclettina i duecento metri previsti in maniera ossessiva (alla faccia di un'altra idiozia che gira e che recita "non è il movimento che manca ai bimbi") e non delle aziende riaperte in deroga, delle segnalazioni dei medici di base perse, dei tamponi non fatti e dei malati mandati nelle strutture per anziani.

Oggi va un po' così, con i desideri che confliggono con quello che so,
Vorrei che tutti avessero un po' di pazienza con il prossimo.
Sono ancora una privilegiata, ho un lavoro sicuro, se il caso potrò perfino smettere di lavorare per un periodo e poi riprendere, una casa con giardino. Non vedo i miei genitori da metà febbraio, ma so che stanno bene.
 È normale e comprensibile che chi sta in un monolocale, ha perso il lavoro e/o ha dei cari malati abbia i nervi pronti a saltare.
Quello che non voglio è che ora si creano due tifoserie opposte, "state a casa, deficienti" contro "riapriamo tutto ora".
Non è tempo di creare tifoserie e giocare all'insulto più forte. 
Ci stanno le lamentele e gli sfoghi. Non per tutti aspettare ancora in questa situazione è facile. 
Il fatto di desiderare fortemente una cosa, però, non la rende automaticamente fattibile.
Oggi più che mai dobbiamo accettare che i nostri desideri, anche quando sono più che legittimi, come riprendere a lavorare, fare due passi, bere un caffè al bar, debbano aspettare.

In tutto questo credo di voler spendere due parole di ringraziamento all'amministrazione comunale del mio minuscolo borgo.
Intanto per la gentilezza delle comunicazioni. Invece di "se andate a fare la scampagnata sulla collina domestica vi mettiamo in galera" e cose del genere è arrivata "visto che non potete andare a fare l'abituale passeggiata sulla collina domestica vi mandiamo noi le foto" (per chi non lo sapesse, il nostro borgo ha una collina molto amata ed è abitudine locale salirci in cima spesso, per qualcuno era anche una passeggiata giornaliera).
Si è attivato un servizio a domicilio gratuito per i negozi di alimentari del borgo gestito da volontari che è comodo ed efficiente e si continuano a pensare strategie per fare comunità.
L'ultima iniziativa a me non sarebbe mai venuta in mente. Un volontario ha risistemato il cimitero, mandando la foto della tomba di famiglia a chi ne facesse richiesta. Io non ci avrei mai pensato, ma credo che per molti non andare a prendersi cura dei propri cari defunti sia una sofferenza e sapere che la tomba è ben tenuta e poterla vedere sia un sollievo.
Ecco, questo è un modo di vivere questo periodo che mi piace, con poche urla e un tentativo di venire incontro alle esigenze dei cittadini.