lunedì 9 maggio 2022

Trilogia "Cosa resta degli eroi" di Richard K. Morgan - letture


 La primavera è sempre un momento difficile per i prof. Lo è in particolare per me, poiché la natura mi è ostile e il mio amore per tutto ciò che è verde non è ricambiato se non con una profusione di fioriture a cui sono allergica. Da tre anni, poi questo periodo coincide con il mio impegno all'interno di un concorso per racconti, cosa che mi piace assai fare, ma che richiede tempo ed energia. Infine, questa primavera in particolare è gravida di problemi imprevisti. Per parafrasare il titolo del romanzo di cui sto per parlarvi, l'acciaio sopravvive, io forse no.
In tempi come questi, l'ideale per me è trovare una storia che mi prenda e mi porti via, in un altrove. Sostituisca il mio immaginario con il suo al punto che qualcosa mi rimarrà per sempre dentro e di alcune idee e suggestioni non potrò mai più liberarmi.
È intuibile che si tratta di un tipo di magia che non sempre, anzi raramente, si verifica. Ma qualche volta sì. A volte i libri chiamano, quelli giusti al momento giusto. Era capitato qualche anno fa con la Trilogia della Luna  e in parte con La quinta stagione. È capitato di nuovo con la trilogia di Richard K. Morgan "Cosa resta degli eroi", composta dai romanzi L'acciaio sopravvive, Il gelo comanda e L'oscurità profana.


Cosa resta degli eroi?
Per parlare di questa trilogia forse conviene partire dal titolo e volgerlo in domanda.
Si apre il primo romanzo e l'impressione è di trovarsi a leggere un sequel di cui però sia stata gettata via la prima parte. Questo riguarda sia la trama che lo stile. Siamo infatti gettati in un mondo complicato e coerente in cui, però, nessuno si ferma a spiegarci qualcosa. Avete in mente quegli spiegoni che ammorbano il fantasy? Non ci sono. Neppure l'ombra. Avete in mente quelle note finali con il lessico, le liste di personaggi, le genealogie? Bruciate prima di approdare alla stampa. Se ti orienti bene, in caso contrario, beh, questo non era il libro che stavi cercando.
Perché in letteratura la forma è contenuto.
La buona notizia è che i protagonisti sono messi peggio del lettore. Quello che capiamo è che sono eroi, sì, ma di una guerra ormai finita. Una classica guerra da fantasy in cui è accaduto tutto quello che ci aspetta in un fantasy. Un nemico inumano è sorto per distruggere e banchettare con i cadaveri delle brave persone, le genti libere si sono unite, hanno sconfitto i nemici e poi una delle genti libere se ne è andata in un altrove indefinito lasciando il mondo all'umanità (ricorda qualcosa?). Peccato che l'umanità non faccia proprio un buon uso del suddetto mondo. Sono riesplosi i conflitti interni, il mercato degli schiavi va alla grande, il bigottismo pure (con spruzzate di fondamentalismo) e per chi non si conforma c'è l'esilio oppure l'impalamento (o le meduse carnivore dell'imperatore). Ringil, Egar e Archeth sono eroi decaduti della guerra ormai finita. Ringil, spadaccino che sa fare bene una sola cosa, uccidere, è ai ferri corti con la propria famiglia per questa sua abitudine di preferir gli uomini alle donne. Egar, il classico barbaro da fantasy, ha nostalgia della civiltà raffinata del sud conosciuta durante la guerra. Archeth, poi, è una mezzosangue, da parte di padre appartiene all'arcana stirpe non umana che ha abbandonato la terra. Lei è rimasta indietro insieme a strane creature meccaniche senzienti che sembrano sapere tutto, ma non volerlo dire.
Fin qui nulla di nuovo. Le storie sono piene di eroi disillusi che vengono richiamati all'azione. È che qui degli eroi è rimasto ben poco. Se Egar tutto sommato non desidera che mettersi ancora una volta alla prova, per gli altri è più complicato. Nella violenza di Ringil, sempre più difficile da tenere a bada, c'è ben poco di eroico, è qualcosa di oscuro, pauroso con cui è sempre più difficile convivere. Archeth è una figura in bilico, sempre sul punto di diventare qualcosa. Qualcosa che forse non vogliamo diventi. Eppure loro sono gli eroi. Ringil in particolare è l'eroe prescelto da tutti quanti. Da un'oscura popolazione non umana che sembra voler approfittare della partenza del popolo di Archeth per riprendere il controllo del mondo. Dal popolo di Archeth stesso, atavico nemico del popolo di cui sopra, che gli ha donato una spada, chiamata in simpatia "L'amica dei corvi", ma che potrebbe essere un po' più di una semplice lama. Dagli dei, disposti a tutto, anche a truccare la sorte e a accordarsi tra loro per trame di cui gli uomini sono all'oscuro. Da potenze più antiche e spaventose degli dei, i cui piani risultano inintelligibili. Ognuno vuole qualcosa di diverso dal proprio eroe e di cosa voglia Ringil poco importa.
Ne risulta una storia densa, pensata per lettori esperti, in grado di fiutare le false piste e a districarsi tra i cliché del fantasy, ma anche cupa come raramente se ne è viste. Per dare un'idea, al confronto Il trono di spade è la versione animata della Disney con gli animaletti canterini. Suppongo che siano libri che o disturbano al punto tale che li si abbandona o ci si abbandona a loro. E se ci si abbandona, tradiscono ben poco. Non c'è nulla di scontato nella trama o nelle ambientazioni e nulla è lasciato al caso. Il finale, poi, di rara compiutezza. Non sono tira le fila di tutto, ma da un paio di zampata finali che lascia quel retrogusto di tristezza dolce tipico delle grandi storie.

 Di sesso e violenza - fammi ragionare senza dirmi che mi vuoi fare ragionare
È inutile girarsi attorno. C'è molta violenza in questi libri. Una violenza che fa male per quanto è vera, per quanto è plausibile, al netto degli dei e dei salti dimensionali. Un paio di scene sono pugni nello stomaco difficili da sopportare. Anche perché non è detto che vedano i protagonisti come vittime o spettatori. Potrebbero ad esempio essere i carnefici. Potrebbero aver ucciso dei bambini. O autorizzato uno stupro di gruppo. Per dire.
C'è anche molto sesso. Molto descritto. Molte di queste scene di sesso sono omosessuali. Probabilmente al termine della trilogia molti lettori saranno entrati in contatto con più scene di sesso gay in queste pagine che in tutta la loro vita.
Ora, una volta avvisato il lettore di questo (chi vuole tenersene alla larga se ne tenga alla larga) forse è il caso di ragionarci un po'.
Perché le scene sono sempre funzionali alla storia e rendono questa trilogia qualcosa di diverso dal mero intrattenimento.
La violenza, dicevo, è sempre vera violenza. È qualcosa che in guerra succede, anche adesso, mentre scrivo queste righe. È esattamente ciò che fa gli uomini alla guerra. Ringil potrebbe essere una bella persona. Lo sappiamo, lo vediamo. Sappiamo esattamente come sarebbe senza la guerra (e i pregiudizi), un uomo malinconico, incline alla depressione, forse, con i suoi lati oscuri, ma in linea di massima gentile e protettivo. Purtroppo per lui c'è la guerra. Ci sono quegli scoppi di violenza incontrollabile che fanno parte di lui. Alla fine del primo libro ho pensato che ucciderlo sarebbe stato un atto di pietà. Nel secondo libro ho iniziato ad augurarmi che qualcuno lo uccidesse in fretta. Poi ho pensato che si meritava anche un po' di tortura. Eppure Ringil è un eroe di guerra. Fa quello che fanno gli eroi di guerra. Distoglie lo sguardo dagli stupri e dai saccheggi, ordina che le città vengano messe a ferro e fuoco. C'è davvero un grande disegno? Un piano per cui, attraverso una violenza inevitabile, si arriva alla pace? Cosa giustifica la guerra? Queste domande riecheggiano per tutta la trilogia senza che vengano mai poste. L'autore non è qui per farti la morale. L'autore è qui perché la tua morale si faccia delle domande. Quanti Ringil ci sono in giro adesso? Che cosa farebbe a te lettore la guerra? La domanda, purtroppo, è meno teorica del previsto...

Poi c'è il sesso. Tanto. Esplicito. Molto di questo è sesso gay. Ora, non so perché l'autore abbia calcato così la mano. Sono tutte scene funzionali e ben scritte, tutte portano qualcosa. Ringil e Archeth in particolare sono personaggi sempre rivestiti da maschere autoimposte che solo tra le lenzuola, a volte, si lasciano andare. Eppure è indubbio che tutto potrebbe essere meno esplicito. 
Questo è quello che ho notato io. Molte delle scene di sesso etero sono scene, se non di violenza, in cui i rapporti di forza non sono paritari. Ci sono (per fortuna) pochi stupri descritti, ma ci sono molti postumi di stupro e molti rapporti con prostitute (anche variamente costrette al loro ruolo). Sono cose che succedono, in guerra sopratutto. Ci sono molte scene di sesso gay. In alcune i rapporti di forza non sono per nulla limpidi, ma ce n'è una grande varietà. C'è violenza a stento repressa, frustrazione, ma anche dolcezza, tenerezza, amore. Il tutto mentre fuori dalle camere da letto "frocio" rimane l'insulto preferito, un delitto per cui essere puniti, magari anche messi a morte. Ecco, credo che non serva aggiungere altro.
Morgan tutto vuole meno farci la morale. Ma da quello che scrive alcune domande sorgono. Il suo mondo assomiglia al nostro nelle sue parti peggiori e questo è bene tenerlo ben a mente.

Due note di stile
Questi libri sono scritti bene. Sono scritti talmente bene che un paio di cose vale la pena di sottolinearle. Sono tre volumi. Il primo appena sotto le 500 pagine, l'ultimo di 800. Sono tante pagine. Altri autori avrebbero fatto per questa storia 20 volumi da 500 pagine. Morgan non allunga il brodo. Non si dilunga. E non ha paura che il lettore si perda. Quando finisce un capitolo e ne inizia un altro il lettore non sa mai bene dove si troverà. Ci sono sempre delle cose che accadono tra un capitolo e l'altro e che semplicemente vengono saltate. Si racconta solo ciò che porta avanti la storia o porta un cambiamento nel personaggio. Il resto via. Morgan tratta in ogni modo il suo lettore come un adulto attento. Non edulcora niente, non lo prende per mano, non offre spiegoni, salta il superfluo. E la cosa funziona. Benissimo.
Se avesse scritto lui Il trono di spade ce la saremmo cavata in tre libri.

I primi due libri hanno ciascuno un "momento di verità" fortissimo. Il "momento di verità" è qualcosa che in realtà trovo tanto nella teoria e meno nella pratica. È quel momento al centro della storia in cui si acquisiscono dei punti fermi sulla vicenda, in cui il protagonista raggiunge, appunto, la verità. Nei primi due libri coincidono a due epifanie, sia per il lettore che per il protagonista. Si arriva lì e la storia non è più la stessa. Da un punto di vista meramente stilistico è davvero qualcosa che colpisce e che dovrebbe essere citato in molti manuali di scrittura. Per i lettori. Beh, nel primo libro arriva un pugno allo stomaco molto forte, immagino che da lì in poi le carte siano in tavola, se si vuole proseguire con la lettura, che dire, Morgan ci aveva avvisato...

Come concludere?
Questi libri mi sono piaciuti. Oddio, piaciuti è forse una parola sbagliata, dato che lasciano un senso di serpeggiante malessere di cui è difficile liberarsi. Sono un'esperienza di lettura. Molto forti e per nulla gratuiti. Prima di prenderli in mano bisogna essere consapevoli di cosa si va a leggere. Però stanno al fantasy di consumo come Shining di Kubrick sta alla massa dei film horror. 


Se invece vi va di leggere qualcosa di mio (niente sesso, poca violenza, meno qualità di scrittura), c'è il nuovo capitolo de L'assedio degli angeli.

2 commenti:

  1. Shining è fantastico, è un paragone convincente che invoglia alla lettura

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  2. Si dice che la letteratura sia lo specchio della società, e temo che questo sia vero nel caso dei libri che hai recensito. Il genere non ha nessuna importanza in questo senso, può essere fantasy, horror, giallo, storico, mainstream... Il "momento di verità" nel romanzo mi ha colpito, vorrei rifletterci meglio.

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