venerdì 13 dicembre 2013

X-Factor e la proprietà di linguaggio


Sono a casa con la febbre, un virus cattivo ma veloce, ha detto la dottoressa, cioè mio ospite giusto per il fine settimana (un fine settimana, tra l'altro su cui avevo riposto tante speranze e cose da fare) per cui concedetemi un post meno letterario, scritto col favore della tachipirina e in sottofondo la finale in differita.

Ho iniziato a guardare X Factor per la pura necessità di mettere il cervello in vacanza almeno una sera alla settimana, dato che di solito anche i miei hobby tendono ad essere piuttosto nerd. Però devo dire che quest'edizione mi è proprio piaciuta e per motivi non prettamente musicali: c'è gente in tv che sa usare il congiuntivo.
Morgan è sicuramente un uomo complicato e a tratti insopportabile, ma trasuda musica e letteratura. Elio spande intelligenza e professionalità tutto intorno a sé. Mika a volte mi chiedo se sia daltonico, traballa sulle pronunce, ma ha una proprietà linguistica in italiano che molti nostri concittadini si sognano (e se deve fare un complimento dice "è intelligente", caratteristica quanto meno sottovaluta qua da noi). La Ventura non mi entusiasma, ma sembra comunque usare più delle 300 parole del linguaggio televisivo standard. E poi ci sono questi concorrenti neppure ventenni che, ogni tanto (mica sempre, che poi gli spettatori si spaventano) si lasciano scappare un congiuntivo al posto giusto. E da prof io sono già presa all'amo.
Va beh, oggi mi accontento di poco. Sarà lo spirito natalizio. O il paracetamolo.

mercoledì 11 dicembre 2013

lunedì 9 dicembre 2013

Visioni - Ip Man


Il Nik pratica aikido e pertanto è affascinato dalle arti marziali. Ciclicamente, quindi, si guarda un film il tema. Se il film è cinese, il Nik si gode i combattimenti e io rimango basita per il livello di propaganda che queste pellicole riescono a veicolare.
Questa è la storia, vera verissima, di Ip Man, il buffo nome del fondatore della scuola di arti marziali seguita da Bruce Lee.
Ip Man vive all'inizio inconsapevole dei veri valori cinesi, chiuso nella sua casa, con la sua famiglia modello (perché anche inconsapevolmente è già un cinese perfetto) col suo figlio unico e maschio. Pratica Kung Fu, ma solo per piacere personale.
Poi arrivano i giapponesi cattivi cattivissimi, sadici fino al midollo, Ip Man sprofonda nella povertà, ma capisce i veri valori. Insegna Kung Fu ai lavoratori di una fabbrica (perfetta, perfettissima fondata solo per amore degli operai) che così possono difendersi dai predoni. Picchia i giapponesi cattivi cattivissimi che insidiano moglie e bimbo e sfida il generale dei giapponesi (cattivo cattivissimo) a singolar tenzone. Ovviamente vince, con tanto di predicozzo sul fatto che le arti marziali cinesi sono moralmente superiori a quelle giapponesi. Le scritte finali lasciano intendere che è grazie all'esempio e alla tempra morale di Ip Man e degli altri cinesi bravi bravissimi che i giapponesi hanno perso la seconda guerra mondiale.
C'è da dire che Ip Man è oggettivamente un film ben fatto. Belli i combattimenti (che il Nik assicura filologicamente corretti), simpatico e non stucchevole il protagonista, buono il ritmo. Ecco, se non fosse stata per questa costante e oppressiva propaganda me lo sarei anche goduta.
Mi astengo dal voto per chiari motivi extra cinematografici

domenica 8 dicembre 2013

Scrittevolezze - La fatica di scrivere


Scrivere per me è gioia.
Quando mi metto al computer e scrivo dimentico completamente tutto il resto, sono nella storia, sono la storia e sono felice.
Anche quando corro sono felice. Oggi ho fatto il primo allenamento degno di questo nome da non so quanto tempo e forse per questo mi è venuta l'idea per il post.
Ricordo quando a quindici anni sono entrata in una squadra di atletica. Prima uscivo a correre per distendermi, quando mi pareva. Quando ero stanca mi fermavo. Poi ho avuto orari fissi di allenamento e scadenze da rispettare. Mentre correvo ero felice, ma spesso c'era la fatica di uscire di casa col freddo o con la pioggia, la fatica di riprendere a studiare dopo un allenamento, la fatica di alzarsi la domenica all'alba per le gare. La gioia non era scalfita, e la soddisfazione di correre una gara nazionale ai Fori Imperiali a Roma la ricorderò per tutta la vita, ma tutto ciò non rende la fatica meno reale.
Passare da scrivere per hobby a provare a farlo in modo professionale è un po' come il salto che ho fatto a quindici anni per lo sport. Forse, il romanzo che non trova casa, quello dell'Antica Roma, è stato l'ultimo scritto in un determinato modo, alla cieca, seguendo solo la mia ispirazione e fermandomi quando ero stanca.
Adesso sto provando a seguire un metodo nuovo. Del progetto non posso dire molto, se non che è un romanzo pieno di struzzi. Sto cercando di seguire una tempistica. La storia è mia al 100% e mi piace un sacco, ma per stare nella tabella di marcia, o almeno per non sforare troppo, sto conoscendo anche la fatica di scrivere. Torno a casa, preparo tutto per il giorno successivo a scuola e poi scrivo. Preparo cena, ceno e poi scrivo. Nel fine settimana scrivo (questa è parte della mia pausa merenda). A Novembre ho letto solo Paradisi Perduti e qualche fumetto che, per i miei standard di lettrice onnivora è praticamente niente. Non sono andata al cinema, ho dedicato ai regali di Natale veloci missioni mirate.
Ora una parte di me mi dice che la scrittura è (anche) ispirazione e mettersi al computer quando non ne si ha voglia non può generare buone storie. Dall'altra la mia esperienza di sportiva mi dice che è proprio questa la strada per far le cose sul serio e che quando da un'attività che si da per puro hobby si passa a un livello semiprofessionale la fatica è inevitabile. 
Voi che ne pensate?
Io intanto torno ai miei struzzi

giovedì 5 dicembre 2013

Temibili predatori: leoncini e editori a pagamento


Oggi parliamo di due temibili predatori, il leoncino di cui sopra e gli editori a pagamento, perché questi ultimi non meritano un post tutto per loro.

Il temibile leoncino
Il Persiano, si sa, è una creatura perfettamente adattata all'ambiente in cui vive, il salotto. Gli necessitano i venti gradi costanti, un suolo soffice (il divano) e la vicinanza alla ciotola che in ambienti più ostili non riuscirebbe a trovare. Solo in condizioni ottimali può allontanarsi per esplorare le Terre Selvagge (il prato di casa), perché vi assicuro che nulla è peggio da avere in casa di un persiano col raffreddore o la diarrea. Quindi il Persiano d'inverno non esce, se non nelle ore più calde, per brevi periodi. Capita però che si annoi. Da brava padrona quale sono, cerco quindi di recuperare i suoi giochini, ma sembrano finiti tutti in anfratti irraggiungibili. Ricordo quindi di possedere il leone peluches di cui sopra, lungo 4 cm, morbido. E tento di invogliare il Persiano a giocare con lui. Ma il Persiano fugge terrorizzato e si rintana nell'angolino del castigo, dove va quando viene sgridato o quando in casa si palesa un bambino. Guardo il leone e guardo il Persiano, senza capire. Provo un approccio più soft, ma nulla, il Persiano gonfia il pelo e fugge di nuovo. 
Sono passati tre giorni. Sto tenendo il leoncino in vista. Il Persiano tollera di stare nella stessa stanza, ma fa ampi giri per evitarli o tenta timidi approcci.
Qualche esperto di psicologia felina (ma quanto di felino ci sarà nel Persiano?) può fornire una spiegazione?

I temibili Editori a Pagamento (EAP)
Non ne ho mai parlato esplicitamente nel blog.
In effetti non ritenevo che ce ne fosse ancora  bisogno. Quando mi sono avvicinata al mondo dell'editoria pensavo fossero estinti per un motivo molto semplice. A 16 anni ho letto Il pendolo di Foucault di U. Eco dove la pratica veniva descritta nei dettagli. Gli editori a pagamento rispondono a qualsiasi aspirante scrittore dicendo che il loro testo è un capolavoro, solo che c'è la crisi, le cavallette, l'analfabetismo di ritorno e quindi è necessario che l'autore contribuisca alle spese o compri un tot di copie. Di fatto l'editore campa con i soldi dell'autore, non con le vendite dei libri, che neppure vengono distribuiti.
Ecco, io a 16 anni ero già vaccinata e, data la diffusione del libro di Eco, pensavo che il vaccino fosse diffuso nella comunità degli aspiranti scrittori e che la malattia fosse estinta, come il vaiolo.
Poi ho scoperto che gli EAP sono più vivi che mai. Come sia possibile, in un'epoca in cui blog, forum e siti hanno sviscerato ed eviscerato il fenomeno è cosa che mi incuriosisce parecchio, ma la verità è che gli EAP esistono ancora e cercano ancora di vampirare gli aspiranti scrittori.
Questo post (e il video) di Scrittori in Causa lo dimostra, quindi un po' tutti i blog di scrittura stanno ribadendo il concetto.
Lo scrittore deve guadagnare dal proprio lavoro, non pagare per essere pubblicato.
L'EAP non è reato, non è una truffa e chiunque può fare dei propri soldi ciò che vuole.
Se è un buono scrittore, però, troverà un editore disposto a pubblicarlo senza che debba sborsare.
Se vuole il pieno controllo del proprio testo e non vuole aspettare i tempi e sottostare alle regole degli editori, può diffondere il proprio testo su internet o dedicarsi all'autopubblicazione.
Ciascuno, è ovvio, è libero di fare ciò che più desidera, ma pagare per farsi pubblicare e sperare che l'editore che ha già intascato i tuoi soldi promuova il libro è razionale quanto scappare dal leoncino di cui sopra. Spero che gli aspiranti scrittori siano più svegli del mio Persiano...

martedì 3 dicembre 2013

Lettere di rifiuto di qualità superiore

Più o meno in questo periodo, l'anno scorso, terminavo il thriller ambientato nell'antica Roma e avevo chiara la sensazione di avere per le mani un figlioletto problematico, un testo con delle potenzialità, ma di cui un'autrice con pochi racconti pubblicati al suo attivo non poteva farsi carico. Ho quindi deciso di "affidarlo alle acque", inviarlo a un concorso importante, su cui non avevo alcun controllo e vedere cosa sarebbe successo. Il romanzo ha viaggiato, onestamente più di quanto avrei ritenuto possibile al momento dell'invio, è stato "raccolto" più di una volta, più di una persona se n'è fatta carico,  cercando di portarlo verso una sponda accogliente. Io a dir la verità, sono stata a guardare la lontano, a volte senza neppure sapere verso dove stesse navigando. Purtroppo le ultime notizie mi sono arrivate ieri e sono queste:

Il libro non è affatto male. Il problema è che abbiamo in programmazione tanti libri storici su Roma, sia italiani che stranieri. E al momento sarebbe difficile per noi gestirne un altro.

La mail non è stata inviata direttamente a me, ma mi è stata girata e non ha importanza raccontarvi da quale scrivania sia partita, tanto le case editrici con in programmazione tanti libri storici su Roma si contano sulle dita di una mano di un monco e che sia l'una o l'altra ai fini del mio ragionamento non ha importanza.

È inutile dire che, pur cercando di farsi meno illusioni possibili, ricevere una mail così fa lo stesso piacere di un calcio sui denti. Poi però ho avuto tutto una sera per metabolizzare la cosa e sono arrivata a elaborare qualche pensiero che forse vale la pena condividere con quanti sono, sono stati o saranno nelle mie stesse condizioni.

Un romanzo di un esordiente è un'opera d'ingenio che parte dalla libera iniziativa di un autore. In altre parole, nessuno mi ha chiesto di scrivere. Quando ho terminato il romanzo avevo pubblicato qualche racconto quando ho iniziato il romanzo ero del tutto esterna al mondo dell'editoria. Quindi di mia iniziativa ho iniziato a costruire un prodotto (fa male parlare di un proprio libro come di un prodotto, ma lo è) senza sapere se ci fosse una domanda, se a qualcuno importasse qualcosa della mia storia ambientata nell'Antica Roma. Scrivere un romanzo non vuol dire avere diritto a pubblicarlo. È una verità semplice, ma che va accettata per com'è, fa parte del gioco. Se uno pensa di non poter sopravvivere a un rifiuto editoriale, forse è meglio che non parta neppure.
L'esordiente, poi, lavora alla cieca, magari basandosi su realtà editoriali vecchie di qualche anno. Ad esempio più di un addetto ai lavori mi ha fatto notare che il mio romanzo era troppo corto rispetto ai libri storici pubblicati adesso, problema non da poco e non aggirabile, dato che ogni buona storia ha un respiro e cambiarlo vuol dire snaturarla. Quindi anche un buon libro può non essere un buon prodotto commerciale in un dato momento.
Infine, io sono convinta che un capolavoro si faccia notare sempre e comunque, ma sono anche convinta che (ancora) un capolavoro io non l'ho scritto. Forse ho scritto dei buoni libri, ma non capolavori e quindi è giusto che un editore se ne prenda carico se e solo se per lui in quel dato momento è un buon investimento. Il mio per questo editore non lo è e con le mie nulle conoscenze di mercato non posso certo dirgli che si sta sbagliando.

E quindi adesso cosa mi resta da fare per questa storia? 
Continuare ad aspettare, sperando che giunga a lidi più accoglienti, credo, anche se il problema vero è che si tratta di un'opera di nicchia che solo poche case editrici potrebbero supportare. Non riesco a immaginare, ad esempio, il mio editore attuale alle prese con questo romanzo, che ci azzecca con la sua linea editoriale come il proverbiale cavolo a merenda. Quindi temo di dover accettare l'ipotesi non così remota che non veda mai la luce.
Di certo non lo autopubblicherò, per due principali motivi. 
Il primo è che se lo autopubblicassi non gli darei il massimo. Non avrebbe editing, non avrebbe un grafico, non avrebbe distribuzione. Per tanto così, sta comodo nei file del mio computer, agli amici l'ho già fatto leggere.
Il secondo è che questo libro non è morto. È un romanzo ambientato nell'antica Roma. Di sicuro non invecchia, tra x anni magari andrà bene così. L'ultimo romanzo storico che ho letto, Le ultime gocce di vino è degli anni '50 e ripubblicato ora (in effetti è lunghino). 
Non è detto che la mia storia non si trasformi in qualcos'altro. Questo romanzo nasce da alcuni racconti scritti quand'ero all'università, dieci anni fa. È evidente che alla base per me c'è un interesse profondo per il periodo e per alcune tematiche. Forse tra dieci anni riuscirò a rielaborarle in qualcosa di diverso, magari di migliore.

Infine questo romanzo ha già fatto un sacco di strada (e non è detto che abbia smesso di camminare) e un sacco di persone se ne sono fatte carico. Io da sola non l'avrei potuto portare fino alla scrivania di chi ha scritto la mail di ieri e quindi forse più che delusa dovrei essere grata, davvero, a tutti quelli che hanno letto, apprezzato, incoraggiato e valutato, a partire proprio da chi ha scritto quella mail. Quel "non è affatto male" è per me davvero prezioso.
Ultima nota: quanto ho speso in questo percorso?
Tantissimo tempo di scrittura, progettazione, documentazione. Pochi euro di copisteria per le due copie cartacee per il Premio Tedeschi (e una per me per ricordo) e il costo della spedizione, altri pochi euro.
Cosa ho guadagnato?
Enorme esperienza. 
A livello tecnico questo romanzo è la cosa più difficile che io abbia mai scritto. Credo che adesso nessun lavoro di documentazione (e anche nessun personaggio) possa spaventarmi davvero.
È la mia prima esperienza con la grande editoria e devo dire che non posso considerarla negativa, anche se non si dovesse arrivare a niente. Non mi sembra di aver incontrato squali, ma persone che fanno il loro lavoro con passione, anche se devono far quadrare i conti, come chiunque altro.

domenica 1 dicembre 2013

Tempo di regali di Natale

È arrivato dicembre, tempo di pensare ai regali di Natale!
Posso esimermi dal darvi qualche consiglio? Quest'anno, abbiate pazienza, non posso che consigliarvi tre libri che mi vedono in veste di autrice



Un giallo dai toni gentili, dove si alternano indagini e sorrisi, adatto a tutti i lettori, dai 12 anni in su.



Venti racconti gialli tutti ambientati sui laghi del Piemonte. Un libro per chi ama il giallo in tutte le sue sfumature



La miglior antologia di racconti fantastici del 2013. Racconti che esplorano il fantastico in tutte le sue declinazioni di generi, spaziando dall'Italia all'Europa.

Cliccando sui titoli, potete trovare tutte le informazioni per gli acquisti.
Quanto a me, questa notte ho sognato una creatura che non mi spiacerebbe trovare tra i regali di Natale: il gatto a energia solare. Un buffo, grassoccio felino che non necessita di mangiare, ma si rotola per ore sui tetti, ricaricandosi con i raggi del sole (no, vi giuro, non mi drogo).