sabato 15 febbraio 2014

Visioni - Monuments Men


Di questo film ho letto che è magniloquente, manicheista e compiaciuto.
Può essere, non lo so.
Il fatto è che a me l'arte commuove. Mettetemi una Madonna di Michelangelo rapita e sarò più in ansia che per un bambino scomparso. Aggiungiamoci che di film che cercano di raccontare il valore dell'arte (non la vita di un'artista o la storia di un'opera, ma proprio il valore universale dell'arte) ce ne sono pochi. Spolveriamo tutto col sorriso del bel George e capirete come io sia stata presa all'amo sin dal primo fotogramma.
La storia è semplice e, per lo più, nota. Hitler vuole far razzia delle migliori opere d'arte d'Europa, ma dà ordine di distruggerle in caso di sconfitta. In più i bombardamenti rischiano di distruggere le bellezze architettoniche. Dato che i "giovani storici dell'arte" sono già al fronte, viene organizzato un manipolo di attempati storici dell'arte che hanno il compito di segnalare quali monumenti non possono essere distrutti (cosa su cui però il film si sofferma poca) e di recuperare le opere "rapite" prima che i nazisti, ormai prossimi alla sconfitta, le distruggano.
Improbabilissimi come soldati, i nostri mettono però in campo tutto il loro amore per l'arte, anche se questo significa rischiare e, eventualmente, perdere la vita.
Poi certo, i bombardamenti distruttivi sono solo quelli dei tedeschi. Un tedesco con un minimo di umanità non si vede neppure con il binocolo. Gli americani sono bravi e buoni e restituiscono tutte le opere d'arte, mentre i russi, cattivoni, se le tengono loro.
Tutto questo è innegabile, così com'è innegabile, però, la simpatia di questi professionisti attempati e panciuti che con divisa e fucile in spalla si improvvisano soldati per salvare quadri e statue.
In un momento in cui il concetto di "bene comune" è così difficile da far passare e l'arte non merita che pochi spiccioli nel bilancio statale, questa storia manicheista e compiaciuta mi ha commosso.


PS: il mio racconto con protagonista femminile è tutt'ora fermo (anche perché non ho avuto il tempo materiale di scrivere). Però me n'è venuto in mente un'altro. Con una bellissima figura femminile. Che però è scomparsa e non appare mai in scena.

mercoledì 12 febbraio 2014

Il protagonista non sono io, però...


Ultimissima foto di fiori (pure un po' sfocata...) per un post che non è tanto una Scrittevolezza, quanto una paranoia personale.

Quando scrivo io mi metto sempre tutta una serie di maschere e mi scelgo sempre dei protagonisti ben diversi da me. Che poi magari diano forma a cose che penso è un altro discorso, ma mi sento sicura se so che tra me e loro c'è una bella distanza. Tutti i protagonisti delle mie storie lunghe sono uomini, tanto per citare il dato più macroscopico. Uno di essi è pure Sherlock Holmes e chi sta scrivendo sabato mattina è rimasta per cinque minuti a fissare un giardino senza riuscire a distinguere un cane da un cespuglio (eppure il fatto che il cespuglio abbaiasse era un buon indizio, credo). Un altro è un prete quarantenne e io non sono neppure praticante. Su Giulio Cesare non c'è neppure bisogno di dire quanto poco mi somigli.
Con loro mi trovo bene, io al mio posto di autrice, loro a quello di protagonisti, per quanto possa emozionarmi e soffrire con loro, mantengo sempre le debite distanze. Però ho sempre avvertito la mancanza di un buon protagonista femminile, una di cui si possa esclamare: "che donna!" 
Dato che i personaggi non si comprano al supermercato ho sempre pensato che le cose stessero così e basta. Avrei incontrato la mia protagonista al momento giusto, come il vero amore.
Ecco adesso è arrivato a bussare alla mia testa un signor personaggio femminile. Una che pretende una parte da protagonista e che sarebbe perfetta per me.
– Bene. – le ho detto. – Vediamo come funzioniamo insieme con un racconto. 
Perché così faccio sempre.
E così adesso ho una trama a me congeniale per un racconto e una signora protagonista e non riesco a scriverlo.
Perché è troppo simile a me. È in sostanza un'archeologa che si è riciclata, più o meno mia coetanea, con un pessimo carattere e una gran voglia di indipendenza che fa fuggire a gambe levate gli uomini (diciamo che ha il carattere che avrei se non avessi incontrato il Nik) e tutta un'altra serie di caratteristiche che mi sono proprie. 
Mi sento nuda davanti alla tastiera e mi trovo in una situazione di imbarazzo immotivato e del tutto irrazionale. 

A qualcuno è mai capitata una cosa simile?

lunedì 10 febbraio 2014

Scrittevolezze - Tutto si può raccontare, però...


Ho ufficialmente finito le foto di fiori per le Scrittevolezze, quindi oggi va il ghiaccio, nella speranza che l'inverno e la pioggia finiscano e spuntino almeno i bucaneve.

Ieri ci sono state le prime quattro ore immersive ne Le trame del lago, con me un po' in panico a parlare di scrittura a un pubblico che contava anche dei giornalisti e il terrore che in fin dei conti ne sapessero più di me. E per capire che qualcuno ha proprio il talento innato per la narrazione è bastato vedere come siamo rimasti tutti incantati a sentire Marco parlare della magia fisica.

Tra le varie cose di cui abbiamo chiacchierato c'è stato il fatto che molte storie, siano esse narrate in romanzi, racconti o film, incantano e emozionano pur infrangendo a una a una tutte le regole della narrazione.

Perché è ovvio, tutto si può raccontare, però...

...Senza farla lunga con lo strutturalismo, intorno agli anni '20 del novecento alcuni studiosi hanno scomposto le trame in elementi narrativi. Questo lavoro è stato fatto sia con il teatro, portando a identificare 36 situazioni drammatiche, sia con le fiabe russe, individuando 31 elementi narrativi.
Questo vuol dire che quasi qualsiasi storia si può raccontare mescolando una trentina di elementi (che a ben vedere sono più delle 7 note che hanno a disposizione i musicisti, quindi non lamentiamoci). 
Andando a fondo nello studio si è visto che tutte le fiabe russe hanno uno schema narrativo comune, chiamato "il cammino dell'eroe" (situazione di partenza - rottura dell'equilibrio - difficoltà iniziale - falso superamento - momento di massima difficoltà - risoluzione - ritorno a casa con l'elisir). Da questa scansione narrativa è poi derivata la famosa "Struttura in Tre Atti" che dagli anni '20 è l'ossatura delle sceneggiature cinematografiche americane. Perché?
Perché si è visto che non solo le fiabe russe, ma tutte le fiabe del mondo hanno la stessa struttura, che è immediatamente riconoscibile da un qualsiasi bambino di qualsivoglia cultura. Se ben ci pensiamo è una scansione assai poco naturalistica. Nella vita non c'è alcun "C'era una volta" immutabile, né c'è un finale categorico (sicuramente non con "Vissero felici e contenti") eppure, per ragioni in cui non mi inoltro, il cervello umano è fatto per recepire storie strutturate in questo modo.
Questo vuol dire che più ci allontaniamo dal modello della Struttura in Tre Atti e più il fruitore faticherà a seguire la storia. 
Questo non vuol dire che non la seguirà, solo che farà fatica e questa fatica deve essere giustificata dalla bravura del narratore.
Il più antico e famoso esempio di narrazione di successo che non segue la Struttura in Tre Atti è l'Iliade. Dell'Iliade ci si innamora, ma è più difficile da seguire dell'Odissea ed è più difficile ricordarne bene la trama, avendo dei passaggi non sequenziali (a che punto devo mettere il Catalogo delle Navi?). Ebbene, Omero o chi per lui è stato abbastanza bravo da tenere l'attenzione e continuare a farsi leggere per migliaia di anni eppure, sin dall'antichità, tutti hanno avuto l'impressione che all'Iliade mancassero l'inizio e, sopratutto, la fine. Ancora oggi gli studiosi si scannano e non è chiaro se quello che abbiamo è un frammento o un tutto, completo così com'è. In ogni caso, possiamo dire che l'Iliade è una narrazione che mette alla prova il fruitore, ma che giustifica la fatica del lettore grazie alla forza e alla bellezza dei suoi versi.
Tutto questo per dire cosa?
In narrazione ci sono delle regole, esiste una grammatica fondamentale che ha a che fare con il funzionamento del cervello umano. Una storia strutturata in un determinato modo viene recepita con più facilità. Una scrittura strutturata in un determinato modo, viene assimilata meglio.
In narrazione, però, le regole sono frangibili.
Io non sono una fan del regista Terrence Malick eppure riconosco che faccia del gran cinema anche fregandosene della Struttura in Tre Atti. Così come ci sono e ci sono stati scrittori che hanno fatto coriandoli delle più elementari regole di scrittura, entrando nella storia della letteratura.
Più ci allontaniamo dalla "norma", però e più poniamo il lettore o lo spettatore in difficoltà, non perché il pubblico è bue e non ci capisce, ma perché il cervello umano è strutturato in un determinato modo e comprende con più facilità determinate storie.
Dobbiamo avere rispetto per questa fatica che imponiamo al lettore e premiarlo con una qualità sopraffina della scrittura. Dobbiamo chiederci: perché dovrebbe andare avanti nella scrittura? E trovare una risposta valida.
In caso contrario il lettore ci abbandonerà entro le dieci pagine.
Omero o chi per lui, frammento oppure no, invece, si fa leggere da più di 2500 anni.

E adesso tutti a rileggere integralmente l'Iliade. Poi potrete ragionare su quanto faticosa sia stata la lettura e se ne sia valsa la pena.

venerdì 7 febbraio 2014

Tutti pazzi per i PAS


Cosa sono i PAS?
PAS sta per Percorsi Abilitanti Speciali, cioè dei corsi abilitanti riservati agli insegnanti che hanno già lavorato per più di tre anni.
Ma come, Tenar, tu insegni da anni senza abilitazione?
Eh, sì. L'anno in cui ho iniziato a insegnare hanno chiuso le SISS, le scuole di specializzazione per l'insegnamento. Dicevano che gli insegnanti specializzati erano già troppi. Così troppi che nella mia provincia ogni anno rimangono decine di cattedre scoperte che vengono assegnate ai non abilitanti. Quindi dal giorno dopo la chiusura delle scuole di abilitazione è iniziato il paradosso. Senza abilitazione non si potrebbe lavorare, ma senza insegnanti la scuola chiude e quindi la scuola assume i non abilitati, che non potrebbero insegnare, ma neppure abilitarsi. 
Tutto molto italiano.
Io non ho seguito molto gli aspetti legislativi della cosa, ma a un certo punto la Comunità Europea ha deciso che nessuno può fare per tre anni un lavoro e non essere considerato abilitato. A quel punto io già insegnavo da tre anni. E quindi che fare? Chi aveva fatto la scuola di specializzazione segnalava di aver studiato, superato esami e pagato tasse e quindi non poteva essere considerato pari nostro. 
Si sono fatti i TFA, Tirocini Formativi Attivi, che erano aperti a tutti i laureati, senza contare il servizio, ma con test d'accesso assurdi (ne raccontai sul vecchio blog, il famoso "test della triglia" in cui si doveva riconoscere l'autore di una poesia da tre versi, conoscere l'anno di edizione di bolle papali e di seconde edizioni di opere minori di D'Annunzio) da cui rimasi fuori per un punto. In ogni caso dai TFA uscirono 45 docenti di lettere abilitati per tutto il Piemonte (di cui forse uno o due della mia provincia).
Quindi si disse che sarebbero stati attivati questi PAS per coloro che avevano più di tre anni di servizio, al modico prezzo di 2500 euro, perché comunque l'abilitazione va sudata e va pagata. Sopratutto pagata.
Dopo un anno d'attesa ad agosto è uscito il modulo di iscrizione, per l'anno accademico 2013/2014
A dicembre è uscito l'elenco dei candidati ammessi.
Durante le vacanze di Natale, ci è stato chiesto di mandare varia e dettagliata documentazione (quando qualsiasi segreteria era rigorosamente chiusa).
Martedì (4 febbraio), durante gli scrutini, una collega mi avvisa che sono usciti gli elenchi definitivi e che bisogna confermare l'iscrizione entro mercoledì. 
Corro a casa, in una giornata per altro già funestata da altri poco simpatici eventi, e constato che
1) il mio nome è nell'elenco (cosa non scontata)
2) sono iscritta d'ufficio secondo una graduatoria nota solo a chi l'ha stilata (si presume per anzianità) all'anno accademico 2014/2015
Quindi per quest'anno non mi devo iscrivere né frequentare.
Quindi, per oscure leggi di aggiornamento delle graduatorie che non sto qui a spiegare in un post già chilometrico, di fatto sarà come se mi abilitassi nel 2017.
Mi convinco che sia meglio così, finisco tranquilla il mio anno scolastico e poi mi organizzo per l'anno prossimo.
Arrivo a scuola mercoledì e incontro i colleghi inseriti nell'anno scolastico 2013/2014. Hanno scoperto che i corsi inizieranno a fine mese e, essendo già febbraio 2014 (ricordate, l'anno accademico è il 2013/2014!) dovranno sottoporsi a un tour de force di lezioni a frequenza obbligatoria (oltre che a un rapido salasso economico). Ovviamente tutti loro già lavorano, hanno delle classi e quindi un orario. Vedo la Dirigente impallidire alla sola prospettiva di cambiare gli orari a metà febbraio. Pare che le domande dei permessi per il diritto allo studio non siano valide, in quanto presentate a novembre, quando nessuno di loro risultava iscritto.

Siete arrivati in fondo?
Cosa volete che sia inventare romanzi, quando la mia vita abituale è così?

Mi consolo con gli scrutini. Che di solito sono tutto meno che una consolazione. Ma ieri e oggi ero a farli nella Scuola col Pontile. La foto che vedete è stata scattata ieri direttamente dall'aula in cui si svolgevano, durante una pausa.

mercoledì 5 febbraio 2014

Visioni - La fine del mondo


Potrebbe essere il film più assurdo che io abbia mai visto.
Non ne sono sicura, ma potrebbe.

Gary ha ormai 40 anni, ha dipendenza da droga e alcool e vive nel mito del se stesso più giovane, l'adolescente che sembrava avere il mondo in mano. Un'unica impresa non è riuscita al Gary adolescente, portare a termine il "Miglio d'oro", un percorso alcolico che tocca dodici pub della sua città e termina con quello chiamato "La fine del mondo". Disposto a tutto pur di portare a termine l'impresa, riunisce con sotterfugi meschini il suo gruppo di amici, ormai tutti professionisti di mezz'età e li trascina nei luoghi della loro adolescenza per rivivere quell'esperienza interrotta.
Inizia così La fine del mondo, come un film sull'amicizia e i rimpianti girato, scritto e interpretato dannatamente bene. Un film convenzionale, ma prodotto in modo impeccabile. 
Ma La fine del mondo è tutto meno che un film convenzionale. 
L'amicizia? Certo. I ricordi dell'adolescenza. Certo. I conflitti mai affrontati? Certo. Ma La Fine del Mondo siamo certi che sia solo il nome di un pub?
Mentre la trama deraglia verso l'assurdo, tra effetti visivi volutamente da b-movie, i nostri eroi continuano a essere credibili quarantenni inglesi, piccoli e meschini, ed è questo contrasto la forza più grande del film.
Diventa qualcosa di commuovente e epico l'ostinazione di Gary a voler a tutti costi completare la sua impresa, il suo piccolo atto di eroismo personale mentre intorno a lui, letteralmente, il mondo va in pezzi. 
Avrebbe potuto diventare qualsiasi cosa, La fine del mondo, in mano a un altro regista o con altri attori, nella maggior parte dei casi qualcosa di inguardabile.
Invece, pur nell'assurda improbabilità della trama, la storia non si perde e rimane, struggente, il ricordo dell'adolescenza come del momento eroico in cui tutto poteva compiersi, che non tornerà mai più, neppure l'eroismo è davvero a portata di mano o ci viene offerta una nuova giovinezza. Questo, ovviamente, senza negare enormi dosi di assurdo e comicità surreale.
La fine del mondo è un film che può non piacere, ma che mi sento caldamente di consigliare. In primo luogo perché deliziosamente spiazzante, inizia con delle premesse e poi ti porta altrove. E poi perché è la migliore dimostrazione che in narrazione (che sia letteratura o cinema non importa) tutto si può fare a patto di avere le idee chiare e i giusti mezzi tecnici.
Voto: 8

Una piccola nota tecnica. Fate attenzione a tutti i modo che trova il regista per mostrare la birra che viene spillata e quante cose riesce a raccontare con questo semplice gesto.
Seconda nota tecnica. Vorrei subito un sequel a partire dalla scena finale. Ma sopratutto vorrei vedere in una scuola di cinema quanti studenti riescono a indovinare il finale dopo aver visto dieci minuti di pellicola, secondo me nessuno (ed è una delle prime cose che mi è stato insegnato, infatti sono pochissimi ormai i finali che mi spiazzano. Questo sì, decisamente)

lunedì 3 febbraio 2014

In finale allo SherlockMagazine Award 2013


È con molto orgoglio e soddisfazione che segnalo che anche quest'anno un mio apocrifo sherlockiano, Il caso del detective scomparso è in finale allo SherlockMagazine Award e verrà pertanto pubblicato sulla rivista e magari anche in e-book. 
Qui il comunicato ufficiale.
Diverse cose mi hanno reso felice di questo piazzamento. Innanzi tutto il fatto che tifavo per un mio avversario. Samuele Nava, che ha vinto, è tra i giovani autori di apocrifi il mio preferito, quindi non solo mi inchino volentieri davanti a chi stimo, ma questo vuol dire che presto avrò da leggere un suo nuovo racconto, cosa che mi rende stra felice.
Per chi volesse conoscerlo, consiglio caldamente la lettura dei suoi racconti pubblicati in e-book e in particolare Sherlock Holmes e la sfida dell'astrologo.
Ho letto meno di Patrizia Trinchero, ma il suo racconto, sempre reperibile in e-book, Il gioco è cominciato, Holmes mi è piaciuto parecchio.
Essere sul podio con loro, quindi, è davvero un onore.

A questo punto non mi resta che presentare il racconto.

Il caso del detective scomparso
A essere scomparso è niente di meno che Sherlock Holmes stesso, sparito nel nulla durante quella che sembrava essere un'indagine di routine su un marito fedifrago.
Preoccupato per l'assenza del coinquilino, il dottor Watson convince l'ispettore Lestrade ad aiutarlo nelle ricerche. Prima con ironia, poi sempre con più preoccupazione, i due cercano di applicare i metodi  di Holmes e ne farlo si rendono conto che dietro alla "macchina pensante" che conoscono c'è pur sempre un uomo in carne ed ossa, come tale fallibile e di certo non indistruttibile.

A livello tecnico questo racconto mi ha divertito e fatto sudare parecchio, in parte perché è il racconto più lungo che abbia mai scritto, in parte perché è un racconto su Sherlock Holmes in cui Sherlock Holmes entra in scena molto tardi. Osservarlo da fuori, però, mi ha divertito molto e ancora di più mi è piaciuto dare interamente la parte dei protagonisti a Watson e Lestrade a dimostrazione che tenacia e amicizia posso anche più della genialità. In tutto, il solito mix di azione e ironia che tanto mi piace nei racconti di Sherlock Holmes.


Le segnalazioni di oggi non sono finite, perché Tenar è donna dal multiforme ingegno (si fa per dire, oggi ha anche ricevuto due "lettere di rifiuto di qualità superiore" che insieme fanno una bella mazzata) e ogni tanto si ricorda anche di essere archeologa e di aver giocato non poco con l'ecologia preistorica, cioè lo studio della ricostruzione del clima sul lungo periodo. Non fatevi spaventare, è tutto meno astruso di quello che sembra. In concreto, dallo spolvero dei miei vecchi studi ne è uscito un articoletto divulgativo sulla fine dell'era glaciale Non è un paese per vecchi (climatologi)

sabato 1 febbraio 2014

Letture - K


S. Tosaki - J. Taniguchi

Lettrice onnivora, assumo dosi settimanali di fumetti e non disdegno un bel manga.
Se qualche lettore del blog crede ancora che "manga" significhi: fumetto di bassa lega con azione e/o donnine nude, questo è uno dei titoli adatti per cambiare idea.
Il mondo del manga è variegato esattamente come quello del fumetto europeo. Vi si trovano opere del tutto aderenti allo stereotipo, ma anche storie di rara raffinatezza, curate nei disegni quanto nella scrittura e K appartiene a quest'ultimo gruppo.

K vive tra gli sherpa himalayani, anche se molti credono che si tratti di un alpinista giapponese, unico sopravvissuto di una sfortunata spedizione. Profondo conoscitore delle condizioni d'alta quota, pur lavorando spesso come una comune guida, K è specializzato in operazioni di salvataggio estreme, anche se qualcuno sussurra che sia solo il desiderio di denaro a guidarlo.
Il volume ci racconta cinque di queste spedizioni, ciascuna su un diverso gigante asiatico e ciascuna rappresenta, per K, insieme una sfida, una preghiera e un desiderio di espiazione.
Diverse cose rimangono impresse nella lettura del volume. La prima è il realismo con cui è descritta la realtà himalayana, priva di eccessiva poesia. Le scalate sono un business. Arrivare in vetta può essere il capriccio di un ricco o una sfida egoistica tra stati o organizzazioni rivali. Intorno ad esse c'è una variegata economia, non priva di ambiguità e sotterfugi. Arrivare in vetta per gli sherpa non è poesia, è solo lavoro, serve a comprarsi una moglie o a portare avanti una famiglia. Quando il tempo, cambia, però, la natura, gli dei, si riprendono prepotentemente il posto, mostrando all'uomo tutta la sua fragilità.
È in questa cornice che si muove K, figura affascinante e ambigua. Uomo di silenzi, di espressioni enigmatiche e pochi gesti e quindi personaggio particolarmente difficile da trattare in un fumetto. 
Pagina dopo pagina, K si svela pian piano. La fragile serenità conquistata, la continua sfida alle vette, che lo porta a tentare anche imprese che sa, non potranno mai essere conquistate, la consapevolezza della sconfitta, dipingono un ritratto non banale. K non si nasconde per vergogna o per espiare una pena. Il suo rapporto con la montagna è una continua preghiera, la ricerca di una comunione con un divino che si manifesta come natura possente e spietata.
Il contrasto da questo atteggiamento, ostinato e fatalista insieme, con il prosaico affarismo del business delle scalate e ciò che più colpisce di quest'opera, insieme all'astensione dal giudizio. K non è un eroe e non si sente superiore, dal momento che non gli mancano le ombre. Quando arriva il maltempo, quando qualcosa va storto, tuttavia, ogni uomo è solo di fronte a Dio e al destino, che sia un agente segreto, il figlio di un miliardario o un uomo senza nome, poco importa.

Una lettura decisamente atipica, che mi sento di consigliare anche a chi non ha mai preso in mano un manga.