domenica 13 luglio 2014

Fonti d'ispirazione: saggi

Terza puntata del post dedicato alle fonti d'ispirazione non letteraria. Il primo post, dedicato al cinema, lo trovate qui, mentre il secondo, sulle canzoni, qui. Oggi si parla di saggi.
Penso che la lettura di saggi sia indispensabile allo scrittore e all'aspirante tale. Non solo per una questione di documentazione, ma proprio per un'attitudine mentale. Se lo scrittore è un creatore di mondi, intendendo questo nel senso più lato possibile (mondi interiori, altri mondi, altri tempi, microcosmi...) non può che essere per natura curioso. Soffermarsi, imparare, andare a fondo alle cose sono attitudini mentali di cui difficilmente si può fare a meno. Del resto si può descrivere la giungla senza esserci mai stati, ma non senza aver mai letto qualcosa in proposito.
Al momento ci sono diversi saggi sul tavolino del salotto. Oltre a quelli che servono per la documentazione al romanzo in scrittura l'altra sera mi ha fatto tirare tardi uno che mi parlava del piumaggio dei dinosauri (eh, sì, il T. Rex coperto di piumino è davvero un po' imbarazzante...). 
Come per le altre Fonti d'Ispirazione, i tre saggi che vado a presentare non sono i più belli o i più importanti che io abbia mai letto, ma quelli che hanno avuto un effetto più diretto sulle mie storie.

CESARE,  IL DITTATORE DEMOCRATICO
Luciano Canfora
Luciano Canfora mi incanta sempre quando mi racconta il mondo antico, persino quando dissento da lui.
Questo saggio in particolare, però, ha avuto un effetto epocale sulle mie storie. Ha avuto un'influenza diretta, liberando le idee che hanno dato vita al racconto Come foglie nel vento, pubblicato su Giallo Mondadori nel novembre 2012 e al giallo/noir storico arrivato in finale al Premio Tedeschi nel 2013. 
Ha portato, però, anche a ragionamenti più universali.
Imparare a vedere i personaggi come universi complessi
Canfora indaga la storia e la personalità di Giulio Cesare cercando di tenerne presente i molteplici aspetti. Da un lato riesce a descriverlo con frasi brevi e icastiche: "un impasto di meschinità e grandezza", dall'altro tiene in considerazione tutte le tessere del puzzle. Un politico pragmatico, un amante del rischio, uno che non ha paura di sporcarsi le mani, ma che tuttavia spende fortune in lussi, ma anche un intellettuale. Un uomo, come tutti, formato dalla sua storia famigliare, dal contesto politico,  ma anche privato in cui è cresciuto e dal substrato culturale in cui si muoveva. 
Al di là del ritratto del singolo uomo, Giulio Cesare, talmente vivo e intrigante da non convincermi al 100% come storica, ma capace di farmi innamorare come narratrice, questo saggio mi ha fatto capire che ogni personaggi è un universo altrettanto complesso. Ogni personaggio porta su di sé le tracce del contesto in cui è vissuto, sia sociale, che culturale che personale e ogni personaggio è fatto di infinite sfaccettature e sconcertanti contrasti. Non tutti, ovviamente, finiranno come Cesare a conquistare le Gallie, distruggendo un popolo intero, ma, contemporaneamente, scrivendo il libro che permetterà anche al suo nemico di diventare un eroe dal nome immortale. Tutti però sono, nel loro piccolo, un impasto insieme folle e coerente che va analizzato prima di essere raccontato.

GEOGRAFIA DEL CINEMA
Bruno Fornara
Lo "zio Bruno" è stato mio prof di cinema al master che ho seguito dopo l'università e ha plasmato in modo irrimediabile in mio modo di fruire e di costruire una storia. Anche se non lo avessi conosciuto di persona, solo la lettura del suo saggio sarebbe bastata ad incantarmi.
In Geografia del cinema i film vengono analizzati e spezzettati per carpirne i loro segreti, ma sopratutto per rendere il lettore uno spettatore più attendo, in grado di apprezzare con somma goduria una pellicola ben girata. Alcuni concetti, tuttavia, possono essere applicati anche alla narrativa.
Una storia è fatta di diversi elementi e tutti devono convergere verso un unico scopo
Trama, ritmo, sviluppo dei personaggi, ma anche punto di vista, gestione delle linee temporali etc. etc. sono tutti gli elementi che vanno a formare un romanzo. Tutti vanno conosciuti, analizzati e utilizzati con consapevolezza  in modo che tutti siano coerenti con ciò che l'autore vuole dire. Cosa l'autore voglia dire non ha importanza, può anche essere "nulla ha un senso", ma una storia funziona se:
a) l'autore ha ben chiaro in mente qual è il nocciolo del suo discorso
b) ogni elemento contribuisce a formare questo nocciolo.
Va da sé che cinema e letteratura, mezzi differenti, con una fruizione differente, non siano sovrapponibili. Un romanzo può essere multifocale, avere cioè più "noccioli del discorso" e avere un fascino dovuto anche a un controllo non ferreo sulla materia. Tuttavia, almeno per me, che non ho mai avuto velleità da grande letteratura, l'idea che ci sia un centro verso cui tutto va a convergere ha molto fascino.

SCRIVO DUNQUE SONO
Elisabetta Bucciarelli
Ho già avuto modo di dire altrove che trovo la prosa di Elisabetta Bucciarelli di rara eleganza. Così quando è uscito questo libro, sono subito corsa a prenderlo. E ne avevo bisogno.
Un po' manuale e un po' meditazione sulla scrittura, il testo non offre alcuna ricetta per sfornare best seller, anzi sono del tutto assenti molti concetti base presenti in quasi tutti i manuali di scrittura creativa. Questo perché il centro del libro non è pubblicare, ma, appunto, scrivere. 
Due cose mi ha ricordato la Bucciarelli
Il valore personale della scrittura
"Scrivere è anche un modo per prendere possesso del mondo che abbiamo intorno. Un atto di appropriazione indebita, una forma di bracconaggio (...) che in modo più o meno catartico ci rende proprietari di oggetti, luoghi, fantasie, sogni e anche persone" recita la quarta di copertina.
Nel nostro mondo di aspiranti, tutti tesi alla pubblicazione, alla recensione, al risultato, a volte si rischia di dimenticare il perché abbiamo iniziato a scrivere, allora, quando pubblicare non era neppure nei nostri sogni. Ebbene, per me era proprio quello, un atto di appropriazione indebita, un rendere mio e solo mio, in quanto filtrato dal mio modo di vedere, quello che mi colpiva. O, al contrario, un dono non richiesto, un dare all'altro, un altro solo potenziale, un sogno o un incubo, un parto della mia mente che sarebbe svanito all'alba. Fermarlo su carta. Renderlo vero.
Alla fine, scriviamo per provare a noi stessi di esistere. 
Questo resta vero al di là di ogni fortuna editoriale.
Prendersi cura della prosa
Io spesso finisco per essere molto concentrata sulla trama. Penso a quello che deve accadere, penso al personaggio, visualizzo la scena. E poi mi metto al computer e la scrivo, così, un po' di getto, cercando di ricreare con le parole le sensazione che provavo nell'immaginare i fatti. Era da molto tempo che non mi concentravo più esclusivamente sulla prosa. Sulla scrittura sensoriale. Che non perdevo tempo a esercitarmi con l'aggettivazione. 
Questo saggio mi ha ricordato che devo prendermi cura delle parole. Sempre.
Per una che scrive, non mi sembra una cosa da poco.

Per voi quali saggi sono stati fonte d'ispirazione?

venerdì 11 luglio 2014

LA ROCCIA NEL CUORE: un libro per l'estate

In estate si sa, si ha più tempo, si legge di più, c'è l'opportunità di recuperare tutti quei libri che per un motivo o per l'altro ci siamo lasciati sfuggire.
Per chi non l'avesse ancora fatto, c'è sempre la possibilità di recuperare il mio romanzo LA ROCCIA NEL CUORE.
È un libro breve, un giallo che si può leggere in un paio di sere o in un pigro pomeriggio in spiaggia.
La storia, è ovvio, è racchiusa dalla cornice del mio lago. 
Nel paesino di Pella il nuovo parroco, padre Marco, ha, proprio nel giorno del suo arrivo, una triste incombenza: celebrare il funerale di un ragazzo che forse è caduto o forse si è buttato dalla rupe della Madonna del Sasso (il santuario che vedete in copertina). Un compagno del ragazzo morto, però, non è affatto convinto che si sia trattato di un incidente o di un suicidio e anche a padre Marco le cose iniziano ben presto a non tornare. Iniziano così due indagini parallele, condotte da due investigatori per caso del tutto antitetici che si scopriranno, però, complementari.

La giornalista Annarita Briganti ha avuto la bontà di citare me e il romanzo proprio all'inizio del suo elenco di eredi di Chiara e Vitali, sulle pagine milanesi di La Repubblica del 10 giugno 2014. 

La stessa giornalista l'anno scorso mi aveva anche dedicato un articolo a tutta pagina.

Tra le varie recensioni uscite ne cito una soltanto, a cui sono particolarmente affezionata, quella di Alessandra Bucchieri, che ha dedicato al mio romanzo un bel post nel suo blog, lo trovate qui 

I miei personaggi, poi, sono capacissimi di presentarsi da soli.
Qui trovate l'intervista a Padre Marco
Qui, invece, quella a Gabriele
Infine, vi segnalo un post speciale sui Luoghi della Roccia nel cuore con le foto delle location e dei brani dal romanzo.

Incuriositi? Non resta che leggere
La roccia nel cuore
Interlinea editore
15 €
È facilmente ordinabile in tutte le librerie e negli store on-line.
È immediatamente disponibile nella libreria E.P. Book di Borgomanero
Questa la pagina dell'editore, con la possibilità di ordinarlo direttamente.

E se poi non foste, ancora sazi, ricordo che padre Marco è presente con dei racconti anche nelle antologie:
Eclissi editrice
12€
Lampi di stampa editore
15,90 €

Buona lettura a tutti

mercoledì 9 luglio 2014

Fonti d'ispirazione: canzoni

Ecco la seconda puntata del post dedicato alle opere non letterarie che hanno cambiato il mio modo di vedere e di raccontare una storia. Qui trovate la prima puntata, dedicata al cinema.
Oggi musica!
Per vari motivi questo è sinonimo di cantautori italiani. Da non anglofona è ben difficile, infatti, che mi innamori di una canzone in inglese per il testo e che siano le parole in prima istanza a farmi scattare delle riflessioni.
Come per il cinema, quelle segnalate sono canzoni che ho amato, ma non necessariamente quelle che ho amato di più, diciamo quelle "ascoltate con l'orecchio del ladro".

DE ANDRÈ 
Non c'è bisogno che ve lo presenti, vero? Passiamo al furto.
La letteratura del passato (anche lontano) può parlare di attualità al presente
Ascoltando le canzoni di De André è impressionante notare quanta letteratura vi sia dentro, in particolare quanta poesia medioevale vi sia dentro. Eppure siamo tutti concordi nel dire che si è trattato di un autore impegnato, attento ai problemi del suo tempo. Non è questo un magnifico paradosso? La poesia medioevale non è esattamente la cosa più immediata e attuale che possa venire in mente. Di solito al solo nominarla fa venire il latte alle ginocchia. Invece Fabrizio De André vi nuotava letteralmente dentro. A volte si è limitato a cantare delle poesie messe in musica (S'i fossi foco di Cecco Angiolieri), a volte ha tradotto testi antichi per creare nuovi brani di sapore medioevaleggiante (Geordie). Tutti morimmo a stento, l'album di cui vedete la copertina, contiene La ballata degli impiccati, una stana operazione di riscrittura/attualizzazione/meditazione sulla base di una poesia di Francois Villon, autore francese del quattrocento che De André sentiva particolarmente suo.
Potete anche divertirvi a cercare i rimandi e le assonanze tra poesie medioevali e testi di canzoni che non hanno con loro un legame diretto. Echi di Jacopone da Todi emergono quasi a tradimento (Ottocento - Si chiamava Gesù).
La cosa che più mi colpisce è che, a differenza di quanto avviene con altri autori altrettanto colti, le canzoni di De André sono immediate. Il suo medioevo (come i suoi vangeli apocrifi o la sua versione dell'Antologia di Spoon River) parla direttamente al presente. La cultura viene presa e rielaborata per creare qualcosa che è tutt'altro che distante dall'attualità. Il citazionismo colto non ha spazio qui, c'è piuttosto un senso di comunanza rispetto a determinati autori che avevano (hanno) ancora tanto da dire.

FRANCESCO GUCCINI - AUTOGRILL

... Bella, d'una sua bellezza acerba, bionda senza averne l'aria
quasi triste, come i fiori e l'erba di scarpata ferroviaria

Guccini è forse il più narrativo dei cantautori italiani e pertanto mi ha insegnato un piccolo trucco stilistico.
La metafora è efficace quando è precisa
La metafora serve per far capire al lettore cosa intenda davvero lo scrittore, evocare una sensazione, un'atmosfera, un'emozione che non può davvero essere spiegato in modo lineare.
Questa metafora non è di una precisione chirurgica? Non abbiamo tutti immediatamente la sensazione di vederla, questa ragazza dietro al banco dell'autogrill, come un papavero aggrappato alla verticale della scarpata ferroviaria sotto un cielo plumbeo? 
Tutta la canzone è una perfetta descrizione d'atmosfera.

... Il silenzio era scalfito solo dalle mie chimere
che tracciavo con un dito dentro al cerchio del bicchiere.

Ho deciso di scrivere in un giorno d'autunno mentre, sotto la pioggia, mio padre mi accompagnava a Pisa, dove stavo iniziando il primo anno d'università. Ascoltavamo un cd di Guccini. Di colpo ho pensato che potevo farlo, se avessi imparato a usare le parole con questa stessa precisione.

Legata a questa canzone, c'è anche una dichiarazione di Guccini che dà proprio l'idea del lavoro che è necessario fare con le parole. Si ha un'immagine, un'idea in testa, ma poi bisogna tradurle in parole e queste devono essere poche ed efficaci. In un testo di canzone, ovviamente, le parole saranno meno, ma anche in narrativa, secondo me, l'economia paga.
Ecco il racconto dell'autore:
"... A un certo punto volevo dire: mi sono messo distrattamente a tamburellare su una scatola di latta di té su cui era disegnato un indiano. Non mi veniva..." (F. Guccini, Stagioni, Einaudi)
Il risultato:
... Ma per non gettarle in faccia qualche inutile cliché
picchiettavo un indù in latta di una scatola di tè...

Quali canzoni sono state per voi fonti d'ispirazione?

lunedì 7 luglio 2014

Visioni - Dallas Buyers Club


Fine settimana di clima autunnale, dedicato al recupero die film persi durante l'anno scolastico. Dopo A proposito di Davis, ieri sera è stata la volta di Dallas Buyers Club, pellicola per certi versi antitetica. Il primo era registicamente raffinato, concentrato nel ricreare un'atmosfera, ma con un protagonista di rara antipatia, questo punta invece tutto sul carisma del personaggio principale e sulla forza della storia in sé, senza curarsi troppo di qualche sbavatura qua e là.
Io ammetto la mia colpa, tra forma e storia scelgo la storia e quindi Dallas Buyers Club.
Ron, vero macho americano tutto rodeo, omofobia e belle donne, scopre di avere l'AIDS. Dopo l'incredulità iniziale e la difficile accettazione di una diagnosi che gli lascia 30 giorni di vita, si mette a studiare per cercare una cura. Prima ruba in qualche modo un farmaco in sperimentazione, che quasi lo ammazza, ma poi, in Messico trova qualcosa che sembra funzionare. Un po' per senso degli affari, un po' per empatia verso i disperati come lui, inizia a importare negli USA in modi più o meno legali tutto ciò che sembra avere un effetto, mentre le case farmaceutiche americane gli fanno guerra.
Vi sono, ovviamente, nella storia di Ron due aspetti che colpiscono. Su quello prettamente medico/farmaceutico i miei sentimenti sono contrastanti. Il sistema medico americano è descritto come un mostro, e con ogni probabilità lo è, ma il buon senso suggerisce che il "metodo Ron" funziona solo con un solido studio e serie consulenze mediche. Per ogni malato/famigliare di malato che ha trovato da solo una cura efficace ce ne sono altri mille che hanno solo finito per arricchire loschi giri, animando false speranze.
Quello che funziona senza se e senza ma, invece, è la parabola umana di Ron, omofobo che bolla l'AIDS come "malattia per checche" che finisce per trovare solidarietà proprio dalla comunità gay. Mentre gli amici di sempre lo abbandonano, è un transessuale a diventare suo socio e amico.
Se cercate la perfezione formale, dicevo, guardate piuttosto i Coen, qui le ingenuità non mancano sia a livello di regia (la scena delle farfalle sulla morte di Rayon, dal retrogusto stucchevole) sia di sceneggiatura (se un medico trova dopo anni un paziente a cui aveva dato 30 giorni di vita come può non esserne quanto meno incuriosito?), la sua forza e la sua intensità poggia interamente su personaggi e interpretazioni.
Sia McConaughey che Leto hanno vinto, strameritatamente, l'oscar. Per McConaughey (con l'augurio che non ci abbia lasciato anche la salute, oltre i 20 kg) credo che si parlerà sempre di un prima e dopo Dallas Buyers Club. Se il dopo è rappresentato dalla sua interpretazione in True Dedective allora, forse, ne è valsa davvero la pena.

Voto: 7 (8 alle interpretazioni)

domenica 6 luglio 2014

Visioni - A proposito di Davis


A intervalli più o meno regolari i fratelli Coen sentono l'esigenza di girare film di rara tristezza.  A volte, come nel caso di A serious man, riescono a descrivere tutto l'abisso di precarietà su cui si fonda, con esili basi, l'esistenza umana. Altre volte, come in questo caso, rimane solo la tristezza.
Davis vorrebbe sfondare come cantante folk. Non ha nulla, sulla carta, che gli manchi, sono gli anni giusti, i primi anni '60, suona nei locali giusti, ha la giusta mestizia nell'anima e nella voce. Ma non c'è volta che azzecchi una mossa. Se viene ospitato a dormire a casa di amici ricchi farà scappare l'amato gatto, se viene chiamato all'ultimo momento come voce di supporto per incidere una canzone sceglie di rinunciare al diritto d'autore, mette incinta le ragazze con cui va a letto, poi si arrabatta per trovare i soldi per farle abortire, salvo poi non avere il coraggio di tornare da loro quando scopre che non hanno abortito. Tratta male tutte le persone che vorrebbero aiutarlo e non riesce ad imparare dai suoi errori.
Si muove in un mondo crepuscolare e grigio, dove tutti vorrebbero elevarsi, e non "limitarsi a esistere" e quasi nessuno ce la fa.
Come non vedere un parallelismo con il mondo della scrittura?
Non posso dire, in tutta onestà che questo film mi sia piaciuto, nonostante l'indubbia maestria con cui è girato. Rimane impressa l'atmosfera, questo inverno cittadino che sembra non potersi trasformare in primavera, ma poco altro. All'inizio empatizzavo col protagonista, ma di fronte al suo fare sempre, con matematica precisione, la scelta sbagliata ho iniziato a pensare che si meritasse anche di peggio e ad augurami una sua violenta dipartita.
Sopratutto non ho capito cosa i fratelli volessero comunicarmi. Se Davis si autocondanni all'oblio per questo suo non riuscire a spezzare un ciclico ripetersi di errori, o se tutto il film volesse solo ricordarmi che per un Bob Dylan che ce la fa ci sono mille altri Davis per cui l'inverno non è mai finito.

Voto: 6 e mezzo.

Fortemente sconsigliato ad aspiranti scrittori depressi che non riescono a sfondare.

giovedì 3 luglio 2014

Fonti d'ispirazione: cinema

Fonti d'ispirazione è un post a puntate (ce ne sarà una sul fumetto, una sulle canzoni e forse una sulle serie tv e sui saggi) in cui provo a raccontare le opere non letterarie che hanno rivoluzionato il mio modo di vedere e di raccontare una storia. Parlerò ovviamente di opere che mi sono piaciute, con l'intento di essere anche un invito alla visione o alla lettura, ma non tratterò necessariamente delle mie preferite. Piuttosto di quelle che mi hanno folgorato per uno o più aspetti che ho poi tentato di applicare alle mie storie. Cerco, insomma di mettere in pratica quanto dicevo in questo post "leggere con l'occhio del ladro"
Quindi, partiamo con il cinema

GRAN TORINO (C. Eastwood, 2008)
Dico Gran Torino, ma potrei citare parecchi dei film precedenti di Eastwood, uno dei miei registi preferiti. Vi sono infinite cose che vorrei rubare da un regista del genere, ma mi accontento di tre:
Raccontare con i silenzi e il non detto
Che cosa tormenta davvero il protagonista di Gran Torino? Qualcosa di accaduto in Corea, sicuramente. Qualcosa che "non gli era stato ordinato". Presumibilmente l'uccisione di un ragazzo molto giovane dettata dalla paura. Presumibilmente, perché non viene mai esplicitata del tutto. Eppure è il nucleo della psicologia del protagonista, è il peso che si porta dentro e che ha condizionato la sua visione del mondo e le sue difficoltà nei rapporti. È qualcosa che viene raccontato col silenzio e col non detto. C'è, ha un peso enorme nella vicenda, ma non viene esplicitato.
Il letteratura trovo che sia molto difficile raccontare col non detto, ma penso che valga la pena trovarci. Non tutto ciò che è importante va esplicitato o spiegato.
Avere ben chiaro che cosa si vuole raccontare
Di cosa parla Gran Torino? Ci viene detto chiaramente, all'inizio del film. È così in molte pellicole di Eastwood, la prima battuta è una sorta di dichiarazione d'intenti su quello che si andrà poi a raccontare ("Non si rimargina" - Million Dollar Baby; "Continuate a scavare" - Lettere da Iwo Jima). Una delle prime frasi del film parla "Delle cose da sapere sulla vita e sulla morte". Poco ambizioso il nostro Clint, vero? Ma è proprio di questo che parla il film, delle cose da capire prima di morire o prima di andare avanti nella vita. Il regista ha ben chiaro il suo obiettivo e lo persegue poi attraverso la narrazione e declinandolo tra i diversi personaggi. Ognuno di loro, alla fine, saprà più cose sulla vita e sulla morte, compreso il prete che ha pronunciato la frase.
L'importanza dei piccoli gesti
Il gesto più importante del film è quello di accendersi una sigaretta. Un gesto semplicissimo, raccontato con calma durante il film (in cui scopriamo anche la storia dell'accendino) e che alla fine ha un'importanza enorme. Un'importanza che sarebbe stata sminuita se quel gesto non ci fosse stato narrato così bene in precedenza. Ecco, prendersi del tempo a raccontare gesti minimi per poi attribuire loro una grande importanza è decisamente una cosa che voglio imparare.

A HISTORY OF VIOLENCE (D. Cronemberg 2005)
In un tranquillo borgo americano fa irruzione per caso un gruppo di assassini. L'inaspettata reazione di un (in apparenza) mite barista mette in crisi lui e la sua famiglia. Cronemberg prende un fumetto che alla fine era una "normale" storia con un personaggio che doveva fare i conti con il proprio passato e ne fa un discorso quasi filosofico sull'origine della violenza. Pur sapendo di essere di parte per motivi personali (questo romanticissimo film ha dato l'occasione a mio marito per il primo appuntamento) è oggettivo che sia girato con una maestria tecnica tale da farne una piccola lezione di cinema, infatti quello che voglio rubare è puramente tecnico.
Lo stile cambia a seconda del soggetto
Nella prima parte del film si seguono le vicende del barista e quelle degli assassini. Fino a che le due linee narrative non vanno a convergere le due storie sono raccontate con tecniche diverse. Montaggio classico per il barista, piano sequenza per gli assassini. Due mondi apparentemente diversi = due stili diversi. Quando le storie si mescolano anche le tecniche usate si mescolano. Quindi lo stile può essere portatore di significato e può (deve?) modificarsi a seconda di cosa si sta raccontando e dell'effetto che si vuole ottenere.

VALZER CON BASHIR (A. Folman 2008)
Valzer con Bashir (bellerrimo, da vedere assolutamente!) è una sorta di reportage a cartone animato. Un ex soldato israeliano si rende conto di non ricordare parte dei momenti trascorsi in guerra e inizia a cercare i propri commilitoni per ricostruire quanto era accaduto, fino a rendersi conto che aveva assistito ai massacri di Sabra e Shatila di cui il suo esercito era stato in qualche modo complice. La forma del cartone animato è dovuta a motivi sia pratici che estetici. Pratici perché non tutti gli intervistati volevano essere ripresi, mentre avevano dato l'autorizzazione all'utilizzo di voce e testimonianze. Estetici perché l'inconscio ha un enorme valore nella narrazione. Il film si apre con dei cani neri dagli occhi infuocati che corrono per una città, seminando distruzione. È un incubo, naturalmente, ma è anche il segnale di un malessere reale, è ciò che porta il protagonista a iniziare il suo viaggio. Allo stesso modo vi è il racconto di un soldato salvatosi nuotando per molti chilometri, il suo delirio è rappresentato da una sorta di madre marina che lo accoglie e lo sostiene. È allucinazione, ma è anche il modo per mostrare uno stato mentale particolare che di fatto ha salvato la vita a quell'uomo.
L'inconscio va trattato come un elemento reale
Questo è quello che voglio rubare a Valzer con Bashir. Dato che ogni percezione è soggettiva non dobbiamo pensare che ciò che è inconscio, incubo, immaginazione non sia importante. Un incubo, una fantasia o un'ossessione ha ripercussioni tangibili sulla vita reale.

LA FINE DEL MONDO (E. Wright, 2013)
Termino la carrellata con qualcosa di più leggero, considerando i film che ho citato prima.
La fine del mondo è un film folle, divertente, ma non è una parodia. Ha personaggi solidi e ben costruiti che si trovano a fronteggiare una situazione improbabile (un'invasione aliena) in un momento improbabile (mentre uno di loro li ha convinti a rifare il giro dei pub della loro cittadina natale) mentre sono ubriachi fradici.
A leggere la trama (e a non conoscere il regista) sembra impossibile che ne sia uscito qualcosa di guardabile. Il film, invece, è fantastico riesce ad essere assolutamente comico, ma anche, a suo modo, un solido film di fantascienza. Questo perché:
Tanto più ciò che si racconta è improbabile e tanto più deve essere sorretto da solidi mezzi tecnici
La fine del mondo è un film girato benissimo. Non c'è battuta o inquadratura che non abbia senso all'interno dell'opera complessiva. Ogni particolare è lì dove deve essere, ogni inquadratura è portatrice di significato.
Anche in letteratura tutto si può fare, ma più ci allontaniamo dalla "storia standard", vuoi per personaggi  estremi, vuoi per una struttura diversa da quella in tre atti, e più abbiamo bisogno di mezzi tecnici solidi per renderla fruibile. In caso contrario avremo solo il delirio di un pazzo.

Questi sono (alcuni) dei film che per me sono fonte d'ispirazione. Quali sono i vostri?

martedì 1 luglio 2014

Da dove viene la mia scrittura?


Colgo lo spunto da questo post di Grazia, ripreso a sua volta da quest'altro  di Daniele di Penna Blu e da questo di Chiara per provare anch'io a rispondere alla tutt'altro che semplice domanda:

Da dove nasce la mia scrittura?

Potrei dire che la mia scrittura è nata dalla noia, ma sarebbe una risposta vera solo in parte.
Dopo il liceo ho frequentato l'università lontano da casa, a Pisa. Ero già d'accordo con una mia compagna per dividere con lei l'appartamento, ma per vari motivi la mia coinquilina arrivò qualche mese dopo di me. Mi trovai quindi sola, senza televisione, radio e connessione internet, con del tempo per me e un sacco di storie che mi frullavano in testa. Iniziai a scriverle.

Se fosse stato solo un passatempo, però, non avrei poi scelto di frequentare un master incentrato sulle tecniche di narrazione né mi sarei incaponita così a lungo sulla strada della pubblicazione. A nessun altro dei miei interessi, atletica compresa, ho dedicato così tanto in termini di energia e tempo. Quindi la Noia è stata levatrice di qualcosa che già stava crescendo dentro di me da tempo.

La scrittura è comunicazione. Un'altra risposta vera solo in parte è quindi che scrivo per comunicare.
Negli anni del liceo ho avuto modo di mettermi alla prova e di testare la mia totale inettitudine in campo artistico e musicale. Sentivo di avere qualcosa dentro, ma non trovavo una forma per regalarlo al mondo. La narrativa, quindi, è la misura della mia comunicazione. Ma, scavando ancora più a fondo, cos'è che voglio comunicare?

Nelle storie di chi si è dedicato alla scrittura, ritorna spesso la solitudine, la difficoltà di integrarsi e l'attitudine a fuggire nel proprio mondo mentale. Tutto questo è vero anche per me. Quando avevo nove anni mi trasferii con i miei genitori e per alcuni anni, fino al liceo, non riuscii a farmi dei nuovi amici. Adesso vedo la cosa in modo molto diverso. Ero stata molto fortunata quand'ero molto piccola, tanto che due delle mie più care amiche sono proprio le mie migliori amiche di quella prima infanzia. Per me "amicizia" voleva dire affinità spirituale e condivisione in una forma che, oggettivamente, non si incontra dietro ogni angolo. Le mie nascenti amicizie erano frustrate dai miei altissimi standard. Allora, però, ne soffrivo e spesso avevo la sensazione di capire a livello empatico gli altri, ma di non saperlo comunicare.
Ecco, se dovessi scavare fino in fondo, posso trovare questo.
Una bambina che avrebbe voluto dire: "lo so come ti senti, anche se sei diverso da me."

Scrivere per me è gettare dei ponti. Ponti che mi portano in altre vite. 
Per questo per me i personaggi vengono sempre prima delle storie.

"So come vi sentite, al punto di voler vivere le vostre vite e raccontarlo agli altri."

Per questo, credo, i miei personaggi sono sempre degli introversi, dei trattenuti, spesso degli incompresi.

Grazia, Daniele e Chiara si chiedono poi da quale parte del corpo nasce la loro scrittura. Grazia risponde Gola, Daniele Cervello e Chiara Cuore.
Io ci ho pensato e non ho trovato una risposta precisa.
Ho pensato però al corso sulla personalità e la comunicazione seguito l'anno scorso. Ho già avuto modo di raccontare che ci fecero fare diversi test per conoscerci meglio. Uno diede, nel mio caso, risultati peculiari. Uscì (unica nel gruppo) che la componente principale della mia personalità è il carattere intuitivo. In pratica è risultato che sono abbastanza equilibrata sul rispetto delle regole, sull'essere istintiva o pianificatrice, ma ho sviluppato moltissimo il pensiero laterale tanto che interpreto la realtà attraverso di esso. È, almeno in parte, vero. Posso non notare particolari lampanti (sempre secondo il test ho soffocato la mia parte sensoriale), se devo ricostruire un ricordo posso mescolare colori e proporzioni, ma ricorderò sensazioni e strane associazioni. Questo mio modo un po' surreale di vedere il mondo è la parte di me da cui nasce la mia scrittura. Le costanti libere associazioni mi regalano storie o brandelli narrativi quasi costantemente, ma sopratutto cerco di mettere il mio modo di guardare la realtà in quello che racconto.
Eccone un assaggio:

"...Si accumulano i piatti utilizzati, macerie di un pasto consumato.
Dovrebbero inventare anche detersivi per le anime, lavatrici di sentimenti, che portino via i rimpianti come briciole. Come le briciole che cadono dalla tovaglia che Carlo scuote oltre la finestra. Qualche passero domattina le troverà. Qualche uccello dovrebbe venire a mangiare anche i rimasugli di un amore finito, portarne via i segni e lasciare il mondo pulito…"

E da dove viene la vostra scrittura?