giovedì 19 gennaio 2017

Visioni – Sherlock stagione 4


Per un'appassionata sherlockiana con il difetto di non amare scaricare illegalmente film, telefilm o libri (effetto collaterale dell'apprezzare il pagamento dei diritti d'autore) non avete idea di quale sollievo sia stato Netflix.
Seguire in tempi ragionevoli Sherlock è sempre stata un'impresa, farlo nella legalità quasi impossibile. Fatta eccezione per lo speciale natalizio distribuito al cinema (in solo due date, in poche sale) in tempi ragionevoli, gli altri episodi sono passati in tv dopo eoni e con un doppiaggio che non si può ascoltare. Io sono sempre quella che difende il doppiaggio italiano, abbiamo doppiatori bravissimi, ma la voce attribuita a Sherlock è semplicemente sbagliata. Stridula e isterica, quando nella versione originale è bassa e controllata, modifica il senso stesso di molte scene.
Poterlo vedere in lingua originale sottotitolato a poche ore dalla messa in onda è stato, quindi, meraviglioso.

Difficile adesso recensire questa quarta e probabilmente ultima stagione, difficile persino dire se, al netto delle aspettative e delle paure, mi sia piaciuta. Sono stati episodi strani, che hanno fallito dove pensavo mi avrebbero esaltato e mi sono piaciuti dove pensavo non ci fosse via d'uscita possibile.

Questi tre episodi avevano l'arduo compito di chiudere tutte le molte (troppe) linee narrative aperte e dare una conclusione o, meglio, l'unica conclusione possibile, a una serie che non si sa se e quando potrà andare avanti. Quasi inaspettatamente lo fa, chiude tutti i conti in sospeso, rinunciando ad essere una detective story per focalizzarsi sulla storia del detective e delle persone che più sono vicine. Abbandona totalmente la sua vocazione di serie gialla, lasciando tutti gli elementi di questo genere tra l'abbozzato e l'improbabile, per andare a scavare nella psicologia e nelle motivazioni profonde dei personaggi riuscendo a reggere, su questo fronte, anche gli azzardi più incoscienti.

Il primo episodio, ispirato al racconto "I sei Napoleoni", che qui diventano "Le sei Thatcher" dimostra un paradosso ben noto a chiunque abbia provato a scrivere di Sherlock Holmes. Mary Watson funziona meglio da morta che da viva. Funziona fino a che non è sposata, ma come moglie di Watson è una iattura. E lo scrivo con estremo dolore, perché lei è, nella sua versione originale, così come appare ne "Il segno dei quattro" un bellissimo personaggio. Doyle se ne è accorto subito e quindi prima continua a spedirla da improbabili madri già morte (Mary si presenta come orfana, ma pochi racconti dopo va a trovare la madre) e poi la fa sparire in silenzio il prima possibile. Della sua presunta sostituta non viene mai detto neppure il nome. Questo per una mera questione di ritmo narrativo. Le storie di Sherlock Holmes sono un ellisse a due fuochi, ad averne tre la figura non viene. La si può rigirare come si vuole, Mary o rimane sullo sfondo o diventa un problema narrativo. In questo caso hanno azzeccato l'attrice, perfetta per il ruolo, che non si fa mangiare dai fin troppo carismatici protagonisti, hanno costruito una storia che, per quanto improbabile è in linea con il tono della narrazione, ma non c'è niente da fare, non funziona mai del tutto, se Mary appare troppo il ritmo salta. Questa è la puntata di Mary e su Mary e ha problemi di ritmo. Delle buone idee, dei bei momenti, ma zoppica.
Certo, il pubblico italiano non è aiutato. Il tema della puntata è la leggenda che è all'origine della canzone "Samarcanda" di Vecchioni. E niente, tu guardi la puntata e la tua mente canta "Oh oh cavallo" in sottofondo. E a quel punto col cavolo che ti emozioni.

Il secondo episodio è il più cupo e teso dell'intero serial, pervaso da un'aura di tragedia incombente e disperazione. È tratto dal racconto "il detective morente" che è uno dei racconti più strani e ambigui del corpus sherlockiano, in cui Holmes finge di essere moribondo, ma non è chiaro, neppure lì, fino a che punto il rischio sia calcolato. Tra lui e Watson c'è dell'astio e del non detto più che in qualsiasi altro momento del canone. Questa ambiguità e questo non detto è portato qui ai massimi livelli.
Watson è in lutto ed è furioso, una furia rivolta contro Sherlock e alimentata da tutto il dolore trattenuto e tutto quello che Sherlock, magari con le migliori intenzioni, gli ha fatto in questi anni.
Sherlock è drogato al punto da arrivare a dubitare della propria mente e a non controllarla del tutto. È fragile come mai lo è stato, inerme contro la rabbia dell'amico e assolutamente disposto, nel caso tutt'altro che improbabile che il suo piano non vada a buon fine, a lasciarsi morire.
La parte gialla è imperfetta, anche se alla luce del finale di stagione potrebbe esserlo meno, alla fine la parte improbabile potrebbe essere una mera invenzione di Euros, ma quella emotiva funziona alla grande. Forse il mio episodio preferito, tra i tre, di certo il dialogo finale tra Sherlock e Watson, di rara umanità e delicatezza è tra le cose più belle che si siano viste in quattro stagioni.

Il terzo episodio mette in campo il più improbabile degli elementi narrativi. Il fratello, o meglio la sorella, segreta. Una cosa da far cadere le braccia appena lo si nomina, da far ululare alla luna che gli sceneggiatori hanno raschiato il fondo del barile e poi scavato ancora.
L'inizio per quanto mi riguarda è insalvabile. La prima parte della puntata è la fiera dell'improbabilità con una persona che, per quanto geniale, non si sa come e in assoluta segretezza ha preso il controllo di una super prigione segreta e riesce ad attirarvi le sue vittime con disarmante facilità. Al confronto Moriarty nella torre di Londra con la corona in testa era il massimo del neorealismo.
Accettato l'assunto di base, Sherlock, John e Mycroft si trovano in sotterraneo comandato dalla misteriosa Euros, sbalorditivamente, le cose iniziano a funzionare. Un minuto dopo che hai smesso di crederci, i giochi psicologici iniziano ad acquisire un senso. Si dipinge un giallo, la morte del cane barbarossa (?), il trauma fondante della personalità di Sherlock. E via via che i particolari iniziano ad apparire e si inizia a intuire cosa sia davvero successo e cosa stia succedendo, la cosa inizia a funzionare. Almeno a livello emotivo. 
No, la super base segreta messa ko, Sherlock e John teletrasportati nella casa degli avi continuano ad essere improbabili, ma la sorella segreta, inizi a sospettare che sia stata pensata sin dall'inizio. L'ossessione di Sherlock per l'utilizzo del termine "gioco", le frasi ricorrenti di Moriarty, il primo caso che attrasse Sherlock e lo mise in rotta di collisione con Moriarty, in ragazzino annegato, iniziano ad essere elementi di un quadro più vasto. E arrivi a pensare che la sorella segreta, se se la sono giocata alla fine per chiudere, se la sono giocata bene.
Si arriva a un finale che soddisfa e commuove, fin troppo accomodante verso il pubblico  (la piccola Watson davvero l'avrei evitata, non oso pensare che ne sarà di lei nelle fanfiction, qualcuno la salvi!).
Che sia il finale definitivo oppure no ci si scopre grati per il viaggio, anche se non tutto è stato perfetto, se le sbavature si sono viste e la scrittura ha traballato qualche volta di troppo.

PS: su regia, fotografia e recitazione non dico nulla. Sono il TOP. Con altri attori semplicemente non avremmo avuto la serie Sherlock.

lunedì 16 gennaio 2017

Presentazione La spada, il cuore, lo zaffiro GIOVEDì 26 GENNAIO

GIOVEDì 26 GENNAIO – ORE 21
BIBLIOTECA COMUNALE DI BRIGA NOVARESE
PRESENTAZIONE DELL'ANTOLOGIA
LA SPADA, IL CUORE, LO ZAFFIRO

Per ovvi motivi pratici non ho molto la possibilità di andare in giro a promuovere la mia antologia, cosa che è un peccato per molti motivi. Ho già avuto modo di dire che questi racconti sono quanto di più intimo fino ad ora io abbia pubblicato. Inoltre l'antologia sta raccogliendo recensioni che non avrei mai neanche sognato. L'ultima su FantasyMagazine, sito che leggo abitualmente e che non si fa scrupoli, quando sente di dovere, a stroncare. La potete leggere qui.
Quindi sono davvero felice di fare (salvo imprevisti), almeno questa presentazione e di invitarvici tutti.

Prima della pubblicazione ero arrivata a pensare che il mio amore per il fantasy e sopratutto la mia idea di fantasy fosse senza futuro. Poca magia, poche battaglie, tanta psicologia. Adesso che gli amici di Rill hanno voluto darmi fiducia, sembra che lo cosa non sia poi così folle.
Pubblicazione o no, non ho mai smesso di tornare ciclicamente nel Leynlared e in particolare dal tizio che vedete in copertina, il personaggio più ostinato che mi sia capitato di incontrare (che a confronto Sherlock Holmes è arrendevole e dolce). E pensare che, qualcosa come dodici anni fa, era nato con lo scopo di apparire ultra sessantenne con il ruolo di "ingombrante figura del passato che deve morire prima della fine". Ecco, in questi giorni ce l'ho di nuovo tra le mani, in versione diciassettenne. 
Io di solito sono piuttosto cinica di fronte alle affermazioni sui personaggi che fanno quello che vogliono e che stupiscono il loro autore. Ma ammetto che alcuni personaggi fanno solo quello che vogliono e la sanno più lunga di loro stessi del proprio autore. Avevo pensato, quindi, prima di mettermi a scrivere, che la versione adolescente di questo personaggio sarebbe stata ingenua e idealista. Mi sbagliavo. Meno consapevole di come va il mondo, certo. Più insicuro, ovvio. Idealista, a modo suo. Ma ingenuo no. Già fatto d'acciaio, a modo suo e con uno sguardo di una lucidità a volte insostenibile.
A voi è capitato di trattare con personaggi che la sanno più lunga del loro autore?

Se invece volete venire a conoscere i miei personaggi problematici, venite a Briga Novarese il 26 gennaio!

giovedì 12 gennaio 2017

Stranger Things – Giocare a D&D salva la vita

Gli ultimi giorno sono stati piuttosto disagevoli. È stata aperta la porta che collega l'appartamento con la parte in ristrutturazione della casa, con conseguente invasione delle ultrapolveri, mi sono presa l'influenza (i cui strascichi pare si siano particolarmente affezionati alla mia persona, gracchio come un corvo e, come comprensibile, la pupattola è insoddisfatta del servizio canzoncine offerto) e la batteria della mia auto ci ha lasciati.
In tutto questo, consolazione o disgrazia ancora non so, ho scoperto Netflix.
Dato che la nuova serie di Sherlock è disponibile in tempo reale sul sito e che per me vederla è imperativo, l'abbonamento è stato un passo obbligato. L'effetto collaterale è che io e il marito ci siamo imbattuti in tutta una valanga di altre serie, tra cui il piccolo cult Stranger Things. 

Vedere in ritardo una serie, permette di arrivare informati, non di spoiler, ma di spunti critici. 
Effetto nostalgia, dicono tutti gli articoli a riguardo. 
La serie è ambientata negli anni '80 e si rifà a livello di contenuti e di estetica a tutta una serie di film del periodo, arrivando a volte a ricalcare alcune sequenze di E. T. o personaggi che sembrano usciti dai Goonies 
L'effetto nostalgia c'è, è evidente, non sono estetico, ma per il tipo di storia. In un paesino a ridosso di un misterioso centro governativo un ragazzino scompare. I suoi amici, il fratello adolescente e due adulti, la madre e un poliziotto, continuano a cercarlo a dispetto di tutto. Le tre linee narrative procedono indipendenti, perché ovviamente le generazioni non si parlano, salvo convergere nel finale. Proprio come un film per ragazzi degli anni '80, il mistero/horror/sovrannaturale c'è, ma è intuito più che mostrato, lo sviluppo è in fin dei conti assai prevedibile e i buoni sentimenti vincono. Eppure, proprio come certi film di quel periodo, si rimane a guardare tutte le otto puntate con un piacere vivo, proprio a causa di queste caratteristiche. Un'operazione analoga, con idee di partenza praticamente identiche e sbavature in un finale troppo visivo era già stata provata con il film Super 8.
Non credo che sia stata solo l'atmosfera anni '80 a colpirmi, sono due gli elementi che mi hanno conquistata.

Il non aver paura di mettere in campo i buoni sentimenti.
I protagonisti sia nella loro scrittura che nelle interpretazioni, sono ineccepibili. Sono incasinati, più cresce la loro età e più hanno vite sballate, commettono errori, ma sono fondamentalmente buoni.
Sono buoni, ovviamente, i ragazzini, con la loro fede incrollabile nell'amicizia, con le regole da loro stabilite a cui si attengono con ineccepibile dedizione.
Sono buoni gli adolescenti, confusi nei confronti dei propri sentimenti e maldestri nel manifestarlo, ma perfino pronti a cambiare strada e a rimediare in un modo che, purtroppo, nella realtà ho visto raramente.
Sono buoni gli adulti. A volte distratti, per lo più segnati da tragedie personali e da vite sballate, ma non per questo non in grado di interrogarsi, mettersi in gioco, prendere decisioni. Sono adulti, figure di riferimento che tutti i ragazzini dovrebbero avere, al di là delle apparenze. La madre sballata che vive ai limiti della soglia di povertà è una leonessa quando si tratta di difendere i propri figli. L'insegnante di scienze all'apparenza svampito si offre volontario per cercare il ragazzo scomparso e interrompe un appuntamento galante per rispondere ai suoi ragazzi. Il capo poliziotto perso tra i suoi demoni personali si riscuote per difendere la propria comunità.
Ovviamente a questi buoni fanno da contraltare dei cattivi assai poco approfonditi, bulli senza speranza, agenti governativi e mostri assetati di sangue.
Eppure quello che traspare è che questi sentimenti saranno anche semplici, magari i cattivi hanno ragioni che non vengono spiegate, ma sono anche veri. Esiste l'amicizia, esistono adulti che credono ai ragazzini e professori che si fermano ad ascoltare i ragazzi. Forse, dopo anni all'insegna dell'ambiguità morale, avevo voglia di una serie semplice e impeccabile che mi ricordasse che esistono i mostri, ma esistono anche i buoni. E che non ha paura di farci vedere i suoi buoni dall'aspetto da "sfigati" per quello che sono. Eroi che affrontano tutti i giorni i mostri senza paura.

Infine una nota di apprezzamento puramente personale. Questa serie è un inno di lode a D&D, il più famoso gioco di ruolo, con cui anch'io sono cresciuta.
Nelle critiche si parla in generale di cultura anni '80, ma è vero solo in parte. È D&D a fare la parte del leone. 
Nella primissima sequenza vediamo i ragazzi giocare, intenti ad affrontare un mostro. Inevitabilmente, quello che sbaglia il tiro di dado è quello che scomparirà, ma nella sua intelligenza pacata, nel suo essere "Will il Saggio", c'è già la speranza della sua salvezza.
I ragazzini affrontano lo smarrimento per la scomparsa dell'amico e le successive indagine applicando gli schemi mentali appresi nel gioco di ruolo. E funziona.
Sanno quando chiedere aiuto ai saggi (il professore) e quando consultare i libri. Il mondo fantasy in cui si muovono le loro fantasie non li distacca dalla realtà, anzi, permette loro di affrontarla con entusiasmo. La scienza sarà anche vista come una specie di magia, ma la praticano con dedizione e rigore, così come un pizzico di fantasy rende loro più accessibili teorie di fisica avanzata che sfuggono al senso comune. Conoscono il valore della cooperazione e della complementarietà, hanno caratteri e attitudini diverse e tutte necessarie. Emblematico, in questo senso, il ragazzino più cicciottello, che all'inizio sembra a rimorchio degli altri, interessato sempre e solo al cibo, e invece si scopre essere il vero collante del gruppo, un leader nei momenti di difficoltà. Infine, nelle situazioni di emergenza conoscono la regola aurea (mai separarsi!) e hanno un modo estremamente pragmatico di affrontare i problemi.
Io ho iniziato a giocare a D&D all'età di quei ragazzini, poco dopo quegli anni, quando farsi vedere con dei manuali voleva dire preoccupare i genitori, perché "vive in un mondo tutto suo", "non distingue la fantasia dalla realtà", "si mette su una cattiva strada". Quanto avrei voluto che miei genitori avessero visto allora questa serie!
Perché anche se non ho mai cercato amici spariti in altre dimensioni, tutti questa attitudine mentale alla risoluzione di problemi l'ho vissuta. Non conosco giocatore di ruolo che non sia mentalmente aperto e curioso di scienze. Molti hanno affinato le loro conoscenze linguistiche sui manuali. Per non parlare di legami d'amicizia e di auto aiuto nati intorno a un tavolo da gioco. Se affronti insieme a un amico un demogorgone poi non lo abbandoni quando ha l'auto in panne. Può sembrare una sciocchezza, ma è una verità che io vivo ogni giorno.

martedì 10 gennaio 2017

Vivere il presente


Ecco che casco anch'io nei buoni propositi per l'anno nuovo. Di solito per me li evito e ammetto di guardare con sospetto quelli altrui. Forse perché so quanto è difficile imporsi un cambiamento dall'oggi al domani, forse perché diffido dalle potenziali fonti di disillusione.
Forse, però, quest'anno ho bisogno anch'io un buon proposito.
Gli anni appena trascorsi sono stati belli, ma impegnativi, sono stati una continua corsa a ostacoli almeno su tre fronti, lavoro, adozione, scrittura. Ho fatto corsi, superato test e concorsi, mi sono fatta scandagliare l'animo, ho fatto maratone burocratiche, il tutto mentre correggevo compiti in classe, cercavo di tenere il passo col blog, facevo progredire le mie storie, cucinavo, cercavo di mantenere casa vivibile. Ho vissuto costantemente proiettata in avanti e guardare non a uno, non a due, ma a tre obiettivi più in là era una necessità. Ho una mente programmatrice, penso agli inconvenienti che possono capitare e mi attrezzo con una, due, tre strategie diverse. 
Non sono ritmi che si possono tenere tutta la vita, ne parlavo con un'amica giunta anche lei a un traguardo importante. Il fatto è che le strategie mentali utili in determinate situazioni possono essere dannose in altre.
Il mio proposito per il 2017 è di rallentare, preoccuparmi un po' meno per il futuro, che per altro è sempre meno programmabile e per nulla controllabile e godermi un po' più l'oggi, imparare a vivere il presente.
Dopo anni passati a fare sempre quattro o cinque cose in contemporanea non mi è naturale. Mi incarto su me stessa, cerco nuove cose per cui preoccuparmi e, se non ce ne sono, me le invento.
Ma i guai, inevitabilmente, arriveranno, la vita di certo mi riverserà addosso tutto ciò che deve, di bello e di brutto, ma non godersi il bello pensando al brutto che arriverà è una sciocchezza.
Ritmi più lenti, dunque, e sguardo più focalizzato all'oggi.
Sembra facile, ma per me, me ne rendo conto, non lo è così tanto.
Immagino che questo riguardi anche la scrittura. 
Negli anni scorsi ho scritto tanto. Molto più di quanto abbia pubblicato. Ho due dignitosissimi romanzi nel cassetto che non ho più neanche cercato di portare a pubblicazione. Ho racconti per partecipare a due anni di concorsi. Anche scrivendo mi sono sempre data obiettivi chiari, da rispettare , con pochissima auto indulgenza. Questo mi ha permesso di terminare parecchi progetti. Più di quanti possa poi occuparmi per la fase post scrittura. Quindi, senza angoscia, scriverò meno. Il senza angoscia è tutto relativo, perché c'è già la vocina che chiede: "ma poi sarò ancora capace?".
Quest'estate ho iniziato un romanzo e non l'ho ancora finito. Voglio finirlo, ma senza correre, diciamo entro fine anno. Potrei parteciparci al Tedeschi 2018, magari. Nel mentre, se mi vengono delle buone idee per dei racconti voglio scriverli. Ma solo se mi vengono in mente. Lunghi, brevi, di genere o no, senza angoscia. Se mi va, voglio riprendere in mano il romanzo fantasy. Se mi va.
Il blog invece voglio tenerlo il più possibile aggiornato. Perché mi serve a fare il punto con me stessa, tra le altre cose, come adesso, che sto formalizzando un proposito. Perché "Seguendo la cometa" mi piace un sacco. Perché è un contatto quasi quotidiano con la scrittura che non voglio perdere. Perché ogni aggiornamento è un momento di gioia e me lo voglio vivere fino in fondo.

E voi riuscite a vivere il presente?

mercoledì 4 gennaio 2017

L'avanzata dell'Impero dell'Oblio, dalla Forza ai vaccini

Brindi, ti distrai un attimo ed è già il quattro gennaio. 
Essendo in maternità non dovrei preoccuparmi troppo della fine delle vacanze, ma vacanza vuol dire marito a casa, amici e parenti a casa, possibilità di muoversi lenti e pigri come gatti pasciuti, regalarsi colazioni al bar, passeggiate al lago, brevi fughe a due per un film o una mostra.
Come sempre quando entro in modalità vacanza ho fatto meno di un quarto della metà delle cose che avrei voluto fare. Non ho scritto, né per il blog né per altro, ho letto meno del previsto, ho sistemato meno della metà degli armadi da sistemare, la mia guerra perenne alla burocrazia si trascina in una trincea di posizione da cui sparo stanchi colpi.
Qualche volta, raramente, ho pensato.

Il pensiero si attiva, a volte, dalle cose più banali. Come tutti i nerd che si rispettino, questo è stato il Natale di Rogue One – Star Wars. Il regalo che io e il marito abbiamo chiesto ai suocere è stato di tenerci la bimba due orette, tempo di recuperare i miei (perché nerd si nasce) e andare al cinema.
Ormai anche i profani più profani sanno che l'assunto delle storie di Star Wars è che la galassia è pervasa da una forza mistica, la Forza, appunto e che con un qualche addestramento si può imparare a usarla per spostare oggetti, dare semplici comandi mentali o combattere con le spade laser. I più famosi adepti della forza sono i Jedi, monaci guerrieri (a mio avviso spesso di rara stupidità) che mettono le loro abilità al servizio de più. I cattivi ordiscono la loro trama, però, più o meno tutti i jedi vengono fatti fuori, bimbi in addestramento compresi, e la conoscenza stessa della Forza e di ciò che poteva fare sparisce. 
Rogue One, come il film primigenio, Guerre Stellari - Una nuova speranza, è ambientato una ventina d'anni dopo il fattaccio e nessuno in pratica ricorda più la Forza. Vent'anni prima c'era gente che spostava cose con la forza del pensiero e ora la cosa è derubricata a "superstizione". I Jedi "se pure ci sono stati" sono considerati dai più una massa di invasati o truffatori di cui nessuno sente la mancanza. In vent'anni. Questo in un universo altamente tecnologico, dove c'è un'equivalente di internet, girano documenti, immagini, riprese video.
E quindi la discussione. Ok la propaganda imperiale, ma è possibile che una cosa altamente coreografica come l'uso della Forza venga dimenticato in una generazione? I nerd, si sa, poi tendono a ragionare più per universi fittizzi che per esempi reali. Ma come, ci si chiedeva, ne Il trono di spade tutti ricordano per filo e per segno la guerra di vent'anni prima, mica si sono dimenticati la precedente dinastia e suoi veri o presunti poteri mistici (e dragheschi) in vent'anni.
Quindi, di primo acchito, uscendo dal cinema, ho pensato che fosse una forzatura. Una cosa importante come la Forza non può essere dimenticata in vent'anni, propaganda imperiale o meno.

Poi, per caso, mi sono trovata a fare uno dei nuovi discorsi da mamma in cui ultimamente mi addentro con circospezione e curiosità. E una signora mi dice che no, i suoi nipoti non vengono vaccinati, che i vaccini portano solo rischi e che un bambino sano mica muore per certe malattie come il morbillo.
E io, di colpo, mi sono trovata a chiedermi com'è possibile che in due generazioni, senza peraltro alcuna propaganda imperiale, ci siamo dimenticati della mortalità infantile. Una cosa cosa pervasiva, che toccava ogni ogni classe sociale. Ok, io e mio marito siamo un po' dei casi limite. Io sono quasi morta di pertosse, presa a un mese di vita e mio marito ha con ogni probabilità avuto danni a lungo termine da un "banale" morbillo, quindi la nostra memoria in fatto di malattie infettive infantili e di rischi connessi è ben incisa nei nostri corpi. Ma chiunque di noi, visitando le tombe di famiglia o sfogliando i vecchi album trovati in soffitta può rendersene conto. La prozia, sorella di mia nonna, morta di tetano, gli altri prozii morti di malattie di cui neppure è stato appurato il nome. In molti cimiteri c'è ancora una parte separata dedicata alle tombe dei bambini e gli anziani ancora ricordano il suono peculiare delle campane per i funerali degli infanti.
Sono passati sessantanni da quei tempi e, appunto, non si trattava di un fenomeno isolato. Eppure ho provato a parlare con persone impossibili da convincere del fatto che il morbillo posso dare complicazioni tutt'altro che banali o che di alcune malattie si possa morire. Checché ne dicano gli studi, non vogliono correre il rischio che il vaccino causi autismo. Il fatto è che non hanno alcuna esperienza diretta, alcun ricordo di bambini morti di morbillo, mentre hanno qualche esperienza diretta di bambini autistici. E hai voglia a dire che i vaccini non hanno nulla a che fare con l'autismo, che ora è più visibile perché meglio diagnosticato, perché chi ne è affetto non viene più nascosto.
Mi sono resa conto con terrore che Star Wars ha ragione. L'Impero dell'Oblio, senza bisogno di propaganda alcuna, agisce in due generazioni. Quando di una cosa non abbiamo più esperienza diretta né abbiamo più sotto mano qualcuno che l'abbia avuto, ce ne dimentichiamo.

Questo pensiero mi ha fatto sorgere un'inquietudine pesante. Di quante altre cose ci stiamo dimenticando? E non sto pensando alle cose macroscopiche, alle dittature o al nazismo, ma di quelle piccole e vitali come l'importanza di difendere i nostri figli da certe malattie.
La risposta di mio marito è stata ancora più inquietante. 
Sulla salute stiamo perdendo la cognizione del perché si fa cosa e del cosa serva davvero, cosicché si passa da un eccesso all'altro, c'è chi va in overdose di antibiotici e chi pretende di curare il cancro con l'acqua di rose, chi travisa la necessità di limitare le proteine animali fino a imporre diete sbilanciate che finisco per essere deleterie, sopratutto su organismi in sviluppo. La facilità di accesso all'informazione non ci permette di renderci conto che stiamo dimenticando i fondamentali.

Come sempre, quando ci si addentra in questi ragionamenti, si scoprono sono delle banalità, ma sono stata colpita dalla fragilità intrinseca della nostra società che dopo due generazioni di benessere è già pronta a dimenticarsi alcune delle basi stesse dell'attuale benessere. 
Grazie al cielo gli scienziati e i medici sono più dei jedi e nonostante non manchino i campioni dell'oscurantismo nessuno mai potrà fare strage di tutti gli studenti di medicina o dei futuri scienziati. L'Impero dell'Oblio si spanderà da solo a macchia di leopardo e con un po' di vigilanza di potrà impedire che faccia troppi danni.

Però. 
Però, da storica, ora mi spiego molto meglio il tracollo tecnologico seguito alla fine dell'Impero Romano. In una società che aveva raggiunto un livello di benessere uguagliato in occidente solo nel XIX secolo erano relativamente poche le persone depositarie della tecnologia e della conoscenza. Nel giro di poche generazioni, la gente dell'Alto Medioevo guardava acquedotti che non sapeva più far funzionare, archi di trionfo con iscrizioni che non sapeva più leggere e statue di bronzo che non avrebbero più saputo replicare.

L'Impero dell'Oblio vince in due generazioni. I suoi adepti sono già all'opera. Sarà il caso di attrezzarci alla resistenza.