mercoledì 11 marzo 2015

Scrivere scoperchia i tombini dell'inconscio – Scrittevolezze


... Quel sogno mostruoso (...) io l'ho fatto,
e l'averlo avuto un solo istante mi rende diverso da essi per sempre.
M. Yourcenar, Memorie di Adriano –

Quando leggiamo ci immergiamo nel vissuto dei personaggi e completiamo gli inevitabili buchi della narrazione con il nostro inconscio. Quando recitiamo ci immergiamo fin nel profondo di un'identità che non è la nostra. Quando scriviamo ci immergiamo fin nel profondo di tutte le identità presenti nella storia di cui siamo necessariamente parte e, allo stesso tempo, distaccati demiurghi.
Se già la lettura ha inaspettati effetti, la scrittura ancora di più ci trascina nel territorio incerto dell'inconscio dove possiamo fare l'incontro più spaventoso di tutti: trovarci nudi al cospetto del nostro io.
Per me ogni racconto, ogni narrazione è un viaggio dentro i territori grigi dell'anima. Tanto più riesco ad avventurarmi in territori ancora sconosciuti al mio io cosciente e tanto più quella narrazione sarà importante di me. Quasi sempre il grado di riuscita della narrazione stessa è direttamente proporzionale all'importanza del viaggio compiuto.
Se, come ho già avuto modo di raccontare, leggendo ho scoperto parti di me e attraverso delle letture ho capito cose essenziali della mia vita, ancora di più ciò accade quando scrivo. E, tuttavia, non è un'operazione priva di pericoli.
Io la visualizzo come una discesa nei sotterranei del mio palazzo mentale, che immagino enormi e ramificati come le fogne di Parigi. Al loro interno ci sono tombini che portano ancora più in basso, in oscurità limacciose e inesplorate. Toccandoli incautamente possono saltare e io non so, di volta in volta, cosa ne uscirà, quale mostro del mio inconscio mi toccherà affrontare.
Posso raccontarvi di alcune di queste discese e del perché secondo me è stato necessario compierle.


HIC SUNT DRACONES 

NELLE MIE STORIE GIRA BRUTTA GENTE
Il mio problema fondamentale, ciò che mi spinge a scendere nei sotterranei del palazzo mentale e che mi fa tremare di paura ogni volta, è che il mondo è pieno di brutta gente e se voglio raccontare anche solo una porzione di mondo, un'astrazione di mondo, dovrò capire le motivazioni profonde di tutti, dei protagonisti, degli eroi, degli assassini e degli squallidi. Dovrò pensare come loro, essere loro, per metterli in scena, anche solo per poterli sconfiggere.
È, del resto, una delle cose che più rimprovero a una certa narrativa, non avere il coraggio di scavare nel chiaroscuro. È molto più facile, molto più rassicurante mettere in scena un "cattivo" pazzo, o del tutto ripugnante, un mostro che è già nato tale, insomma, un altro da sé che come autori non ci metta in gioco nel profondo. Nella realtà dei fatti, tuttavia, l'Orco è spesso un membro della famiglia, gli assassini possono essere i vicini di casa e persona in apparenza normali possono, in determinate circostanze, compiere azioni terribili.
Per provare a mettere in scena questo genere di Male, quello che nasce in case apparentemente tranquille, in situazioni che sembrano "normali" devo entrare nella loro psiche, devo sentirli vivi, devo amarli, trovandoli dentro di me.
Questo, in assoluto, è il viaggio nei tombini dell'inconscio che mi pesa di più. C'è un racconto che sarà edito a brevissimo in cui ho messo in scena il personaggio più viscido e odioso che mi sia capitato per le mani. Non tanto scriverlo, quanto pensarlo, pianificare le sue azioni, guardare il mondo con i suoi occhi, sentire la sua logica mi ha fatto sentire sporca, contaminata.
A questa esperienza, più di ogni altra, ho pensato nel scegliere la citazione iniziale. L'idea di riuscire a immedesimarmi in modo totale con le persone che più mi provocano repulsione ogni volta mi spaventa, perché non posso non chiedermi quanto esattamente sia lontana da loro. La consapevolezza di quanto labile possa essere il confine rimane dentro. È un mostro dell'inconscio che non è facile addomesticare, una volta uscito dal suo tombino.


AI MIEI PERSONAGGI CAPITANO BRUTTE COSE
Ho già il mio bel carico di paure e di insicurezze, ma devo aggiungere anche quelle dei miei personaggi. Ogni volta che un mio personaggio soffre o ha paura devo cercare dentro di me una sofferenza, una paura simile e riviverla, rievocarla, tornare esattamente a quello che ho provato in quel momento per stare con loro e mettere su carta la loro esperienza.
A volte la scrittura, lo stile, leviga l'emozione e per il lettore l'esperienza non è e non deve essere traumatica quanto lo è stata per i personaggi e, di riflesso, per me.
Negli anni ho fatto capitare ai miei personaggi un sacco di brutte cose, difficile dire quali siano state le esperienze più traumatizzanti. La paura di perdere tutto per colpa di una malattia che lasci segni evidenti nel tempo credo che vinca. Nel mio tentativo di fantasy, Lord Corvo, il mio protagonista, che viveva in un mondo medievale dove la prestanza fisica era tutto, perdeva una gamba a causa di una ferita infetta. Accompagnarlo in questo percorso, cercare non solo di immaginare, ma di vivere quello che avrei provato io in una situazione simile è stato terrorizzante, eppure necessario. Non posso far provare a un personaggio nessuna emozione che non abbia provato io prima di lui, magari in un'altra situazione, e che non abbia rivissuto per lui nella stesura della storia.


EPIFANIE NON VOLUTE
Io le mie personali epifanie, i momenti di comprensione verso me stessa, li ho avuti più dalla lettura che dalla scrittura. Scrivendo sono andata volontariamente a cercare i miei abissi, accettando, più o meno, quello che veniva fuori. Mi è capitato, tuttavia, di ispirarmi più o meno inconsciamente a una persona di mia conoscenza per un personaggio e, di riflesso, essere folgorata da qualcosa che non avevo capito di lui/lei finché non l'ho messo in scena tramite il personaggio. Nei casi più drammatici, mi sono resa conto di qualcosa che forse l'interessato stesso non ha ancora capito/accettato o dei potenziali devastanti effetti di un comportamento. Una sorta di consapevolezza non cercata, come una confidenza non voluta. Un conseguente non banale problema etico: cosa dire all'interessato?
Non potevo certo dire a un amico:
– Sai, mi sono resa conto che un personaggio negativo (o che tu percepiresti come tale) ha dei tratti in comune con te e che potresti di conseguenza finire come lui?
La mia, dopo tutto, era solo un'intuizione dovuta alla mia immaginazione. Che poi i fatti non mi abbiano smentito non ha di certo aiutato a risolvere i miei problemi etici (sarà stato un caso? Non sono il suo guardiano/il suo psicologo...).
Scrivere regala nuove prospettive sulla realtà. Quello che appare ai nostri occhi da questi nuovi scorci non è, però, sempre rassicurante o voluto. E la consapevolezza, una volta acquisita, è un peso che va portato per sempre.


COME SI ADDOMESTICANO I MOSTRI DELL'INCONSCIO?

Non lo so di preciso, ma ci sono alcune linee guida che credo possano essere d'aiuto.
La tecnica è una corda di salvataggio.
Ogni volta che mi immergo nei sotterranei del mio inconscio so che lo sto facendo per una storia. So cosa mi serve (una paura, un personaggio oscuro, una situazione disturbante) perché è necessario all'economia della mia storia. Sarà perché ho praticato alpinismo, ma visualizzo questa consapevolezza come una discesa in corda doppia. Ho la mia imbracatura addosso, il caschetto sulla testa e so come rallentare o fermare la discesa, so come tornare indietro. Per quanti corridoi inesplorati ci siano lì sotto, io ho una missione da compiere, al termine della quale torno indietro.
Se poi mi rendo conto che il tutto si fa troppo disturbante cambio il tono della storia. Anche per me che scrivo cambia tutto se so che viaggio verso un lieto fine possibile. Uno degli ultimi racconti che ho scritto era per me (molto più che per il lettore) estremamente disturbante. Perché il protagonista era terrorizzato dall'inizio alla fine e si sentiva impotente di quell'impotenza drammatica che ti coglie quando non riesci ad aiutare chi ti sta a cuore. Ho inserito una cornice che diceva al lettore, ma anche a me, che comunque ce l'avevano fatta. Questo mi ha dato più distacco, perché, insieme al mio protagonista non vivevo una sofferenza presente, ma ne ricordavo una passata.
Mi chiedo sempre, prima di iniziare una storia lunga, fin dove posso spingermi. Le mie escursioni più terrorizzanti nell'inconscio fino ad ora le ho quasi sempre relegate ai racconti. In due casi, nel fantasy e nel thriller ambientato nell'antica Roma ho capito fin dall'inizio che i protagonisti avrebbero passato esperienze pessime e io con loro. Lo sapevo, mi sono chiesta se me la sentivo di affrontare il viaggio e ho preparato le reti di salvataggio necessarie.
Raccontiamo storie, viviamo e ci emozioniamo con i personaggi, ma non siamo le nostre storie e i nostri personaggi. C'è una giusta distanza necessaria da trovare per fare bene il mestiere del narratore.
Essere allo stesso tempo burattinai freddi e personaggi emozionati. Sapere che noi NON siamo i nostri personaggi.
Scegliere il momento giusto per ogni storia
Ci sono storie che posso scrivere quando sono stressata, quando sono da sola in casa e storie che è meglio di no. Storie da scrivere di giorno, per poi uscire, bere un caffè, comprare il pane, vedere che il mio mondo è ancora lì, intatto. 
Ci sono storie che è meglio non avere fretta di scrivere, aspettare il momento in cui saremo sicuri di essere noi a domare loro e non viceversa.
La riscrittura del thriller storico aspetta questo momento. Il manoscritto non fa certo la muffa tra i file del mio computer e il suo momento verrà.

Voi come ve la cavate con i tombini del vostro inconscio? Scrivere ne ha mai scoperchiato qualcuno?

lunedì 9 marzo 2015

Respirare


Il mio organismo non credo si sia reso conto della fine del PAS. Domenica si è tenuto il secondo incontro del corso di scrittura, che mi sta dando enormi soddisfazioni, ma che comporta un certo impegno mentale e fisico (quelle due borsate di libri che mi porto dietro ogni volta pesano), questa mattina esami del sangue, con tutte le corse e le code del caso.
La mente, tuttavia, respira.
È trita e banale la metafora del macigno che viene levato e tuttavia quanto mai calzante. Una parte della mia mente era costantemente impegnata in una serie di esercizi di calcolo e risoluzione problemi. Nella tratta università/casa non c'è l'ombra di un distributore, sono sicura di non rimanere per strada? Non ho il tempo fermarmi a mangiare, ho comprato nell'unico momento disponibile per la spesa il necessario per x pasti fuori casa? Il prof Y fa la pausa lunga, quindi ci infilo la correzione delle verifiche, che quindi devono passare dallo zaino A alla borsa B e viceversa. A questo costante lavorio mentale sulle questioni pratiche sia aggiungeva uno strato di nozioni da apprendere/ripassare, le leggi di pedagogia speciale, le teorie didattiche di modelli, tutta una serie di informazioni stipate nella memoria a breve termine e, proprio per questo, tenute costantemente in esercizio pena l'oblio immediato e totale.

Sono tornata padrona dei miei pensieri, prima ancora del mio tempo.
La casa è in una condizione inenarrabile, la burocrazia incombe (ricordate che non mi hanno rilasciato nulla? Devo curarmi io di inviare notifica a chi di dovere, sperando di sapere CHI sia di dovere avvisare) e tuttavia torno a pensare. Mentre sistemo la spesa, cambio la sabbietta al gatto, bagno le piante, penso.
E ascolto.
Cessato il chiacchiericcio incessante dei pensieri dedicati al PAS attendo che riemerga la voce dei miei personaggi. Per ora se ne stanno ancora da qualche parte, intimiditi, incerti se venire a bussare e a reclamare attenzione, dopo essere stati così brutalmente ignorati.
Torneranno, li sento già tornare.
Uno sguardo alle mie storie posso iniziare a darlo.

Marzo è il mese dei concorsi letterari e ce ne sono almeno due a cui voglio partecipare. Per uno devo sistemare un racconto già scritto, per l'altro mi ci vorrebbe un'idea. Ho venti giorni, posso solo sperare di inciamparci per caso. Del caso, in fin dei conto, ho imparato a fidarmi.

Holmes e Watson stanno litigando. Un litigio importante per entrambi, che li trascinerà in un'indagine. Ma questa, non chiedetemi perché, è una storia autunnale e adesso è troppo presto per scriverla.

Il mio tentativo di racconto rosa, fermo più o meno a metà, ma in questi giorni di fiori che si aprono al sole, magari troverò anche il modo di finirlo.

Il romanzo su cui ho lavorato quest'estate (una storia piena di streghe) era pensato per un progetto più ampio, ma il progetto è naufragato. C'è da tentare di renderlo indipendente, cosa che comporta un cambio radicale nell'ambientazione e nel cast. O voglia e paura di mettermi al lavoro. Per una volta ho intenzione di mettere in gioco parte del mio vissuto e inserire in una trama gialla una vera a propria storia d'amore. Di questa storia, principalmente, sento il richiamo e già mentre scrivevo questo post ho sentito uno dei personaggi sussurrarmi all'orecchio qualcosa di lui che prima non conoscevo...

Respiro e ogni respiro mi porta di nuovo in sintonia con le mie storie.
Le vostre, invece, come stanno?

sabato 7 marzo 2015

Abile, ma non arruolata


La farfalla ha finalmente preso il volo.

Sono stata dichiarata abilitata all'insegnamento con la votazione di 100/100 e i complimenti della commissione.

A prova di questa mia affermazione non c'è assolutamente nulla, non mi hanno rilasciato nulla e sarà mia cura autocertificare la mia avvenuta abilitazione. L'università, pare, potrebbe rilasciarmi un attestato, che tuttavia non è spendibile nei pubblici uffici.

Credo che in queste contraddizioni e in quest'aura di indeterminatezza ci sia tutto lo spirito del PAS, un percorso che la maggior parte dei docenti e degli organizzatori ha cercato di portare a termine con coerenza e onestà intellettuale e che tuttavia lascia poche certezze.

Ci sono, al momento, più categorie di insegnanti che pesci nel mare.

C'è l'abilitato tramite concorso 1999, ormai praticamente fossilizzato in attesa dell'assunzione. Nella mia ingenuità credevo fossero estinti, ma per determinate classi di concorso, in determinate zone d'Italia pare esistano ancora, come i celacanti, pescioni preistorici che nuotano ancora nelle profondità oceaniche.
C'è l'abilitato tramite SISS, inserito nelle GaE, ha fatto una scuola biennale, che è stata chiusa ormai 6 o 7 anni fa, e gli è stata promessa l'assunzione diretta, senza concorso. Nella mia provincia, per la mia classe di concorso, sono stati estinti per assunzione quest'anno. Spesso guardano gli altri abilitati dell'alto in basso perché loro hanno studiato per due anni, non come gli altri, dimenticando che, in fatto di abilitazione all'insegnamento, il libero arbitrio conta veramente poco.
Per alcune classi di concorso sono ancora un gruppo numeroso, per quanto in diminuzione numerica, come il pregiato tonno rosso.
C'è l'abilitato tramite concorso 2012, non è chiaro se la loro abilitazione sia definitiva o a scadenza, cioè se debbano solo aspettare di essere immessi in ruolo o se, dopo un tot di anni, debbano rifare il concorso. Nessuno ha capito esattamente come siano stati selezionati dal concorso, a partire dalla norma che mi ha tagliato le gambe in partenza, quella che prevedeva che per parteciparvi ci si fosse laureati prima del 2002/2003. Noi laureati nel 2003/2004 (in corso) siamo rimasti sulla riva, perplessi, a guardare. 
Potrebbero essere come scatolette di tonno, con una scadenza in agguato.
C'è l'abilitato tramite TFA. Ha sostenuto un esame di ammissione folle, ha studiato un anno, ha fatto tirocinio, ma non ha diritto all'assunzione automatica. Non si sa come, quando e se verrà assunto. Hanno la mia massima stima, perché, tra i vari percorsi, sono finiti in quello che giudico più folle e con meno garanzie. Come il polipo, hanno infinite risorse, ma non è detto che siano sufficienti.
C'è l'abilitato tramite PAS, categoria alla quale da circa 24 ore appartengo. Percorso riservato a docenti con almeno tre anni di servizio pre abilitazione, funziona più o meno come Il TFA, ma senza il tirocinio (si ottengono anche meno punti). Fatto per insegnanti che hanno già avuto modo di sperimentare le follie della scuola, si va a vanti con testardaggine e resistenza. Siamo come i salmoni, abituati a risalire i fiumi controcorrente. Speriamo di non finire verso una morte di massa come i salmoni.

Il nostro destino è alquanto dubbio. A Roma ne stanno discutendo proprio in questi giorni, ma, con i tempi delle istituzioni, chissà quando ne vedremo i frutti.
Come spesso mi accade, ogni traguardo è solo una porta per un mondo più vasto, ostile e pieno di predatori in agguato. 
A ogni traguardo, se non altro, sia arriva con un nuovo bagaglio di amicizie, esperienze, emozioni che sono ciò che rendono il viaggio comunque degno di essere vissuto.

mercoledì 4 marzo 2015

Lo stile è (anche) una questione di scelte – Scrittevolezze


Nel prato di casa è spuntato il primo croco e posso tornare a utilizzare le foto dei fiori per le mie Scrittevolezze.

Domenica, se sopravvivo venerdì all'esame finale del PAS (vedo la luce in fondo al tunnel, ma non ne sono ancora fuori, come il bruciore allo stomaco sta a testimoniare), si terrà il secondo incontro del corso Nelle trame del lago.
Se settimana scorsa ci siamo concessi del tempo per ragionare sugli inaspettati esiti della lettura e della scrittura nel prossimo incontro ci soffermeremo su questioni più tecniche.

E, parlando di tecniche di scrittura, prima o poi salta sempre fuori la domanda:
Che cosa determina lo stile di un autore?
Secondo me, lo stile è in gran parte la risultante di una serie di scelte consapevoli.

Quando si progetta una storia e si comincia a scriverla si operano una serie di scelte cosa che l'autore esperto fa con estrema consapevolezza. La somma di queste scelte determinerà in gran parte il tono, il lessico e il taglio della storia, insomma, lo stile.

Quali sono queste scelte?
Sono in realtà moltissime e ognuna influisce sul tutto, ma alcune hanno un influsso più evidente, anche per l'autore alle prime armi.

Il lettore ideale
Ma come, al primo posto, quello della scelta che più influenza lo stile c'è il lettore ideale?
Certo. 
Poniamo questa fabula "ragazzo del popolo si innamora di ragazza del popolo. Lei è concupita da un signorotto locale. Seguono problemi. Alla fine l'amore trionfa". L'avete riconosciuta? 
Se i "25 lettori" di Manzoni fossero stati "25 lettrici romantiche" avremmo avuto Lucia come protagonista assoluta, sarebbe stata data attenzione alla descrizione anche fisica di Renzo e a tutti i mutamenti dell'animo femminile. Non ci sarebbero state le grida, i capponi, i ragionamenti politici e religiosi. Lucia, magari, avrebbe fatto un pensiero su quel bel tenebroso dell'Innominato. Avremmo avuto, insomma, un libro diverso.
Invece il lettore ideale di Manzoni è un cattolico colto favorevole all'Italia unita. Si interessa fino a un certo punto ai sentimenti di Lucia e molto alle altre questioni.

Narratore
Al secondo posto tra le scelte che influenzano lo stile c'è il narratore.
Onnisciente, terza persona limitata o narratore interno (e in questo caso chi?). Ogni scelta ha come risultato una storia diversa. Chissà qual è la versione dei Promessi Sposi di don Rodrigo?

Narratario
Sopratutto nel caso in cui si sia scelto un narratore interno, il narratario porta non pochi cambiamenti. A chi si rivolge il narratore? Per quale scopo? 
Questo è un aspetto da non sottovalutare sopratutto quando si scrive in prima persona. L'ho scoperto sulla mia pelle con gli apocrifi sherlochiani. In questi racconti di solito c'è una cornice. C'è cioè un racconto giallo che viene raccontato dal narratore (Watson o Holmes di solito) in un momento preciso. È diversissimo per Watson, ad esempio, parlare della dipendenza da cocaina di Holmes in un momento in cui l'amico si è ormai disintossicato o quando è ancora preda del proprio vizio. Cambia totalmente il tono del racconto e, quindi, lo stile.

Il protagonista
Solo al quarto posto inserisco la scelta del protagonista. Scegliere nel nostro cast di personaggi il protagonista influenza inevitabilmente non solo cosa si scrive, ma anche come si scrive.
Anche se il protagonista non è la voce narrante la sua visione del mondo influenzerà inevitabilmente il modo in cui una storia è raccontata, i particolari su cui viene posta l'attenzione. Se, ad esempio, il protagonista è un musicista, la colonna sonora della storia avrà una certa importanza. Ci saranno riferimenti a quello che ascolta o ai suoi gusti musicali. Nel mio romanzo Sherlock Holmes e il mistero dell'uomo meccanico la musica classica è molto presente perché è importante per il protagonista. Fa parte del suo mondo mentale, quindi non è solo un elemento da inserire, ha cambiato il mio modo di scrivere. Protagonisti e antagonisti si incontrano all'opera a una rappresentazione del Flauto Magico. Lo scontro finale, a capitoli di distanza, l'ho scritto con un sacco di riferimenti al Flauto Magico (che ne ha costituito la colonna sonora in fase di scrittura). Holmes non è la voce narrante, ma è comunque il personaggio più importante. Se per lui la musica classica è importante, diventa importante anche per me e cambia il mio modo di scrivere.

Ambientazione
Descrivereste Venezia con lo stesso ritmo, lo stesso lessico e la stessa sintassi con cui descrivereste Napoli?
L'atmosfera di un luogo deve entrare nella storia non solo come fredda descrizione. Non può essere un fondale fisso davanti a cui far muovere i personaggi. Deve essere il mondo in cui si immerge il lettore. Deve sentirne l'odore, la musica nell'aria e il tepore dell'atmosfera. 
L'ambientazione, quindi, cambia inevitabilmente lo stile con cui una storia è scritta, ne cambia il ritmo e il sapore.
Stessa cosa dicasi per l'epoca in cui ambientiamo la storia.

Ognuna di queste scelte influenza tutte le altre. Io ho creato una graduatoria fittizia delle scelte che influenzano lo stile, ma in realtà vanno compiute tutte insieme nello stesso momento e ognuna si ripercuote sulle altre. Tuttavia basta cambiare una sola di queste variabili per avere una storia del tutto diversa.
Torniamo ai Promessi Sposi. Teniamo tutto com'è, ma viriamolo alla terza persona limitata multipla. Ci siamo giocati i capponi. Renzo poserà magari lo sguardo su di loro, ma difficilmente ne trarrà ragionamenti profondi. Penserà magari che vorrebbe mangiarseli in brodo quella sera.
Ci siamo giocati "la sventurata rispose". Avremmo piuttosto l'ottica di Geltrude che palpitante e piena di aspettativa annuisce, del tutto inconsapevole del futuro.
Eppure abbiamo cambiato una sola delle variabili in gioco.
L'abilità di un autore sta nell'operare consapevolmente queste scelte in modo da compiere quelle che maggiormente valorizzano la storia che ha in mente.

Voi cosa ne pensate? Quanto consapevoli sono le vostre scelte e come modificano il vostro stile?

PS: tra esame finale e corso di scrittura è probabile che non riesca a postare fino a settimana prossima.

lunedì 2 marzo 2015

Un libro con più di un interrogativo e un film delizioso

EVEREST — Dan Simmons



Premessa importante: tutto quello che pensavo di aver capito di questo romanzo è stata polverizzata e ridotta a brandelli dalla scoperta che l'edizione italiana del romanzo è monca di circa 200 pagine. Non trovo ragione per una scelta simile, provo solo l'infinito rammarico di non conoscere abbastanza l'inglese per leggere l'originale. E resta un enorme, disperato PERCHÈ??? – Fine premessa

Ognuno di noi ha vite che non ha vissuto, svolte della propria storia che non ha vissuto, che possono trasformarsi in rimpianti, o vite sognate. Sono cresciuta con un padre dal passato di alpinista semi professionista, a sedici anni ho frequentato corso di alpinismo del CAI, ma pochi mesi dopo ho cambiato allenatore in atletica e ho iniziato a dedicarmi con impegno all'agonismo. Sono diventata una donna di collina e ho abbandonato le vette. Di tutte le svolte che ho preso nella vita, quella è l'unica che mi generi non proprio rimpianti, ma sogni. Non sarei mai diventata un'alpinista come mio padre, non ho il fisico per certe attività e certe altitudini, soffro il freddo il modo indegno e mi manca la quota fisiologica di incoscienza che è data ad ogni scalatore. E tuttavia sogno, sogno le vette e le guardo con rimpianto. Leggo di montagna, quando mi capita una buona storia.
Nonostante lo scempio delle 200 pagine mancanti, questa lo è.

Non solo la versione italiana è stata massacrata dall'adattamento, ha anche una quarta di copertina che, nella migliore delle ipotesi, appartiene (con solo qualche parola sostituita) a un altro romanzo di Simmons La scomparsa dell'Erebus. Quello, però, era un horror, questo invece è un thriller storico, senza un grammo di paranormale (da quello che ho capito neppure nella versione originale).

1925, tre alpinisti, un giovane americano e due europei, preparano una spedizione sull'Everest per recuperare il corpo di un altro alpinista scomparso l'anno precedente. Nonostante per il malinconico Diacono, amico del fratello dello scomparso, la missione di recupero sia più di una mera scusa, lo scopo dichiarato dei tre è quello di utilizzare il denaro della madre del morto per provare a conquistare la vetta più alta del mondo prima di qualsiasi altro. 
Alla spedizione si aggiunge anche la caparbia sorella del defunto e, mentre la montagna ci mette del suo ad ostacolare la spedizione, diventa via via più chiaro che recuperare il corpo non è solo una questione di umana pietà, dato che c'è chi è disposto ad uccidere pur di impedirlo.

Per un amante della montagna, questo libro è davvero un piacere. Non c'è particolare tecnico o difficoltà che non sia raccontata con semplicità e dovizia di particolari. Si respira il gusto della sfida, dell'avventura, ma anche il profondo rispetto che ha il vero alpinista per la montagna, consapevole che una piccola imprecisione verrà pagata con la vita e che tuttavia, anche per questo, non può non amare le vette.
Da autrice mi ha molto colpito la scelta del punto di vista. Simmons è autore scafato e abile, in grado di entrare e uscire dai più cupi animi umani. E quest'autore ci regala uno dei protagonisti più ingenui e innocenti che mi sia capitato tra le mani. 
Il romanzo ha la forma del diario del più giovane membro della spedizione, un ragazzo americano appena uscito dall'università, che desidera solo arrampicare e fa quello che ha sempre sognato di fare. È beatamente inconsapevole degli orrori della prima guerra mondiale che tanto ha segnato il capo missione, il misterioso Diacono, beatamente inconsapevole della politica europea, al punto di confondere sempre nazisti e comunisti, beatamente inconsapevole dell'amore.
Il suo sguardo è limpido, semplice, al punto che non si accorge di molto del sottotesto di quello che gli accade intorno. Il fatto è che, almeno nell'edizione italiana, non se ne accorge o quasi neppure il lettore. La storia finisce senza che il protagonista ne abbia visto la fine, con una storia d'amore (che a un certo punto è stata un triangolo?) che si è consumata completamente fuori scena e senza che i molti segreti del Diacono siano stati svelati.
Non credo (spero) che questo sia solo dovuto ai tagli, ma che sia un effetto voluto. Ne rimane una la sensazione di drammi sfiorati, di frammenti non del tutto colti o compresi che non è del tutto spiacevole, perché spesso così è la vita.

Certo rimane nei confronti dell'editore, la sensazione, questa sì, spiacevole, di essere stati presi in giro. Ma perché i lettori italiani, che già sono pochi, devono essere trattati così male?




Shaun, vita da pecora


Se non altro non ci si può lamentare dell'adattamento di un film muto.

Delizioso è l'unico aggettivo che mi viene in mente per Shaun, vita da pecora, ultima fatica dei creatori di Wallace e Gromit e Galline in fuga.
Volutamente più semplice dei precedenti, Shaun mette in scena tutto il potenziale e l'intelligenza del cinema muto nel raccontare le disavventure cittadine di un branco di pecore alla ricerca del loro pastore smemorato.
Curiosamente, come mi era già capitato di pensare guardando The Artist, nell'epoca del 3D e dei mirabolanti effetti speciali, la semplicità del cinema muto, quando viene messa in scena con intelligenza e amore, risulta di una strabordante modernità.
Non si sente affatto la mancanza della parola in Shaun, né di un'animazione "più moderna" di quella ultraclassica creata a partire da pupazzi di plastilina.
A sette, trentacinque o settant'anni si ride allo stesso modo (anzi, era una vita che non ridevo più così al cinema).
Shaun, vita da pecora è un film che non cambia la vita, ma certamente la migliora.
Da vedere.

venerdì 27 febbraio 2015

Gli inaspettati esiti della lettura e della scrittura – Scrittevolezze


Leggere è una delle attività più pericolose che si possano fare in situazioni di apparente sicurezza.
Ogni volta che apriamo un libro ci troviamo in un mondo altro, in balia di eventi incontrollabili e sopratutto soli. Quando leggiamo abbiamo l'illusione di essere circondati da personaggi, di essere nella testa di uno o più personaggi, ma in realtà siamo soli. E il mondo altro in cui avvengono eventi incontrollabili altro non è che il nostro mondo interiore.
Il rischio concreto che accettiamo, ogni qual volta apriamo un libro è quello di entrare in contatto con aspetti nascosti del nostro io e quindi di emergere dalle pagine irrimediabilmente cambiati. Un cambiamento non meditato, non previsto, dagli esiti incontrollabili.


Noi leggevamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e senza alcun sospetto.

Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il diasiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.

Paolo e Francesca leggevano "per diletto" e "senza alcun sospetto". Non erano consapevoli di essere innamorati. Lo erano già, naturalmente, ma non lo sapevano. Senza quella lettura avrebbero potuto continuare, magari per anni a ignorare una verità su loro stessi. Magari vi sarebbero arrivati lo stesso, ma più avanti, magari più preparati. Si mettono, però, a leggere. Una cosa interessante da notare è che non leggono alta letteratura, leggono "di Lancialotto e di come amor lo strinse", vale a dire l'equivalente  dell'epoca dell'Harmony. 
Non ci sono letture sicure, ogni libro, anche il più disimpegnato, non può che condurci all'interno di noi stessi, a fare i conti con il nostro io e, magari, con le verità che non vogliamo vedere. 
Paolo legge di Lancillotto, riconosce in se stesso gli stessi sentimenti che il cavaliere prova per Ginevra e trova il coraggio per baciare Francesca. 
Gli effetti, lo sappiamo, sono drammatici, il marito di Francesca li scopre e li uccide. Tutti e tre finiranno all'Inferno.
Per Dante il colpevole è uno e lo indica senza esitazione Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse. La colpa è del libro e della lettura, che ha costretto Paolo a fare i conti con sé stesso troppo presto. La lettura ha condannato tre anime alla dannazione eterna. Eppure Dante stesso, raccontando la storia di Paolo e Francesca ha certamente indotto altri lettori a riconoscersi in loro e, magari, a dichiarare il loro amore. Qualcuno ha sicuramente pensato, leggendo Dante, che è meglio la dannazione eterna che rinunciare a vivere un amore proibito.

Anche a me, nel mio piccolo, è capitato qualcosa del genere, sia pure al contrario. Anche a me con un libro del tutto disimpegnato, non scritto certo per cambiare vite. Era un romanzo di fantascienza e la protagonista era una donna che si era sposata molto giovane, arrivata ai trent'anni si accorgeva di non amare più il marito. Questi era un imbranato arrangione, ma, tutto sommato, sincero e sinceramente innamorato di lei. Un uomo scialbo, ma non cattivo. Era similissimo al mio fidanzato di allora. E io mi sono vista trentenne, infelice, sposata a un uomo sincero, ma che non era fatto per me.
Paolo e Francesco sono stati dannati dalla loro lettura, io probabilmente sono stata salvata. Di certo la mia vita è cambiata. Senza quella lettura forse non mi sarei accorta in tempo della mia nascente infelicità.

Se è tanto pericoloso inoltrarsi in un libro da lettori, per l'autore è tutto ancora più complicato.
Da autori, dobbiamo renderci conto che chiediamo una cosa non banale. Chiediamo al lettore di darci la sua completa attenzione per partire per un viaggio pericoloso che potrebbe cambiargli la vita. La possibilità di tale cambiamento è insita nella natura stessa dell'esperienza della lettura. Come abbiamo visto non ci sono "libri sicuri" tutti i libri sono pericolosi.
Come autori dobbiamo rispetto al lettore che si fida di noi a tal punto da intraprendere questo viaggio interiore cullato dalle nostre parole.
Dobbiamo essere consapevoli di altre cose ancora.
Il viaggio di ogni lettore è unico. In un libro può trovare solo se stesso. Lettori diversi interpreteranno uno stesso brano in modo anche opposto a seconda del loro vissuto e della propria sensibilità. Per questo non ha senso che l'autore se la prenda se il lettore "non ha capito" il suo testo. Un testo esiste perché un lettore ci si possa perdere e possa trovare una parte di sé. Secondo me (ma questa è un'opinione puramente mia) la parte interpretativa non spetta all'autore.
Per certi verso l'autore è come un'agenzia di viaggio. Prepara le tappe, i pernottamenti, prepara anche alcune esperienze come "visite guidate". Può mettere delle avvertenze "rischio emozioni forti" invece che "rischio piogge nella stagione dei monsoni", ma non può prevedere fino in fondo quello che un lettore troverà in un testo.

E se è così imprevista e pericolosa l'esperienza del lettore è ancora più imprevedibile l'esperienza emotiva dell'autore.
Se il lettore potrà scegliere in quale personaggio riconoscersi di più, l'autore dovrà trovare tutti i personaggi e tutte le situazioni dentro se stesso. Ci sono gialli che, da lettrice, non trovo spaventosi, perché l'autore ci tiene lontano dalla testa dell'assassino. Ma lo scrittore, inevitabilmente, nella testa dell'assassino ci è entrato. Ha progettato il perché e il come. Ha visto il mondo dai suoi occhi. In altre parole, ha trovato l'assassino dentro di sé. 
Inevitabilmente l'autore si muoverà attraverso angoli nascosti e pericolosi del proprio animo, esplorando una gamma di emozioni e sensazioni che magari neppure sapeva di avere dentro di sé. Non sono mai stata in analisi, ma non posso non pensare che la scrittura sia una sorta di auto analisi, che ci fa venire a patti con il nostro inconscio senza quella rete di protezione data dalla presenza di un psicologo o di uno psichiatra specializzato. Scrivendo andiamo ad aprire le botole dell'inconscio senza sapere cosa vi potremmo trovare.

C'è una sola attività più pericolosa della lettura che si può praticare in apparente totale sicurezza, la scrittura.

L'aspetto tecnico della scrittura, l'operazione che ci permette di filtrare il personale per renderlo universale e quindi comprensibile al lettore è, per certi versi ciò che ci salva. L'unico scudo che abbiamo per proteggerci, per addomesticare le nostre emozioni e riversarle su carta in modo che non feriscano troppo noi e che siano fruibili al lettore.

Domenica, alla prima lezione del corso di scrittura, cercherò di iniziare da qui, da Paolo e Francesca e dagli inaspettati esiti della lettura e della scrittura.
Ovviamente, voglio sapere cosa ne pensate e se vi è mai capitato che un libro vi abbia cambiato davvero la vita.



mercoledì 25 febbraio 2015

Le buone abitudini che non ho (e una che ho) – Scribacchiando


Ieri la necessità di andare a Torino a consegnare il cd della tesi si è trasformata in una bella gita con le amiche. Tra una piadina di qualità e una chiacchierata sulla storia vera di un genio della truffa su cui prima o poi scriverò una storia, potevamo non entrare in una libreria? E chi mi trovo? Me stessa! Ma non sistemata in un uno scaffale polveroso polveroso e in alto in alto (o in basso in basso), ma di fianco al Maestro Tolkien! Certo, il motivo mi è completamente oscuro, dato che né il genere né l'alfabeto offrono una giustificazione, ma ho apprezzato.
E a casa mi attendeva un'altra bella coccola, questo post di Lisa Agosti.

Non so se sia stata la trasferta a favorire la riflessione, ma questa mattina andando al lavoro ragionavo sul fatto che la scrittura è una pratica diversa per ciascuno di noi. Quella che per qualcuno è un'attività assolutamente necessaria, una condizione sine qua non per la scrittura di una buona storia, per altri è del tutto inutile. Questo causa la proliferazione di consigli di scrittura contraddittorii. King dice di scrivere e poi di tagliare, altri autori consigliano di allungare. Per alcuni la scaletta è necessaria, per altri è inutile, la prima stesura va fatta a braccio.
Alla fine anche considerando i consigli che si ripetono più frequentemente (e quindi che presumibilmente sono più utili) scopro cose che non ho mai fatto e abitudini di scrittura che non ho mai seguito. Eppure capisco che si tratta di consigli utilissimi!
Sono le BUONE ABITUDINI CHE NON HO

– Prendere appunti appena viene un'idea.
Io sono un'ossimoro vivente. Odio scrivere. Per lo meno a mano. Odio prendere appunti. Quando seguo delle lezioni (ad esempio quelle del PAS) i miei appunti sono di solito gettonati perché "sono così chiari e sintetici!". Pigrizia, la mia si chiama pigrizia, non dono della sintesi. Odio scrivere a mano e quasi non lo faccio quando dovrei per studio/lavoro, figuriamoci per la narrativa!
E poi non mi fido della mie idee.
Credo nella selezione naturale. Se un'idea è forte sopravvivrà e mi rimarrà in mente. Se non lo fa, allora non valeva la pena di perderci del tempo.

– Schede dei personaggi.
I miei personaggi li conosco. Sono quei tizi che campeggiano nella mia testa, nel salotto del mio palazzo mentale. Inciampo in loro continuamente. Se ho bisogno di conoscere un particolare su di loro glielo chiedo, che problema c'è?
Questo è il motivo per cui non preparo schede dettagliate sui personaggi.
Il fatto è che i personaggi principali campeggiano in casa mia, ma le comparse sono, appunto, comparse. Appaiono un attimo e poi sono già sparite, la mia attenzione tutta focalizzata sulle star della storia. E poi vai a ricordarti 100 pagine dopo quant'era alta quella data comparsa e anche come si chiamasse...

– Usare un apposito programma per la scrittura.
Scrivo. Quindi uso un programma di scrittura, no? Word se uso un pc, Pages sul mio Mc. Perché, esistono altri programmi per scrivere? A quanto pare sì e sono mirabolanti, eccezionali, praticamente indispensabili... Ma io sono imbranata! Non ho ancora scoperto tutte le potenzialità di Word o di Pages e dovrei passare a qualcosa di ancora più sofisticato?
Io sono sempre quella laureata in archeologia del neolitico. La pietra levigata è la tecnologia più elevata che posso padroneggiare! 

– Revisionare, correggere, recuperare.
Non mi ci ero mai soffermata, prima di un commento di Grazia. Scrivo. Poi lascio decantare almeno qualche ora. Rileggo. I casi sono due. O quello che ho scritto mi piace, è solo che ci sono orrori ortografici da sistemare, frasi da accorciare o da allungare, insomma, le solite magagne della prima stesura, oppure non mi piace. Nel primo caso mi metto al lavoro, nel secondo caso impreco e cancello. Pagine e pagine, capitoli interi. Senza pietà e senza pensarci. Che poi, magari, è solo l'umore del momento. Possibile che, che ne so, su tre pagine non ci sia neppure una riga da salvare?
Niente, se non mi piace io cancello.

– Scrivi con il cuore, revisiona con la mente.
Dal punto precedente si evince che tra la prima stesura e quella finale di un mio testo, salvo casi particolari, non ci sono molte differenze, solo una pulizia del testo. Certo, magari ci sono dieci tentativi abortiti nell'Inferno delle Storie Perdute, di cui non è rimasta memoria...

Ecco le mie buone abitudini che non ho.
Le vostre quali sono?

Ci sono invece buone abitudini che ho e che mi piace divulgare. Ho scritto millemila volte quanto secondo me sia importante scrivere racconti. Ai fini pratici, uno degli sbocchi più ovvi per i racconti sono i concorsi, quelli seri (vedi come sopravvivere a un concorso letterario).
Marzo, non so perché, è il mese dei concorsi letterari ce ne sono tanti in scadenza. Senza voler far torti a nessuno, ve ne segnalo due a cui ho partecipato in passato e di cui ho potuto toccare con mano la serietà.
Grado Giallo, insieme a Giallo Stresa (che pare cambierà nome e di cui non è ancora uscito il bando) è tra i concorsi che coccola di più i finalisti. In generale io ho avuto ottime esperienze con i concorsi di Giallo Mondodori e non esito a consigliarveli.
Trofeo RiLL per i racconti di genere fantastico, invece, non posso che consigliare il Trofeo RiLL a cui sono affezionatissima. Sarà perché la premiazione si svolge in quel luogo magico che è Lucca Comics, sarà perché le copertine delle antologie che nascono dal concorso le trovo bellissime, sarà perché è uno dei pochi concorsi che fa tradurre i racconti vincitori all'estero. Insomma, se dovete investire 10€ per un concorso, mi sento di dirvi di farlo per RiLL.