Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query nel regno di sorella morte. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query nel regno di sorella morte. Ordina per data Mostra tutti i post

venerdì 26 gennaio 2018

NEL REGNO DI SORELLA MORTE – racconto inedito, parte 1



.
La storia nasce a Viterbo, visitata nell'estate del 2016, durante una colazione in Piazza della Morte, mentre mi si spiegava l'origine del nome.
Ha perso il ballottaggio per essere inviato a un concorso, ma ritengo possa avere un suo fascino, come dire, funereo...
Buona lettura a chi vorrà seguirmi.


NEL REGNO DI SORELLA MORTE
A lato della strada c’era un carro rovesciato. Una pietra sporgente aveva rotto una delle ruote posteriori proprio sulla curva e il mezzo era scivolato oltre la scarpata, nel campo dove la segale che nessuno aveva raccolto stava marcendo. Anche parte del carico stava subendo la stessa sorte. I proprietari avevano staccato i cavalli e recuperato solo alcuni dei sacchi che trasportavano. Uno giaceva ancora nel fango semi aperto, lasciando intravedere delle pelli che andavano imputridendosi. Nessuno le aveva portate vie, come nessuno si muoveva lungo la strada o per i campi, su cui solo i corvi volavano.
Solo un pazzo si sarebbe messo in viaggio nel regno di Sorella Morte, pensò Ruggero, stringendosi nel proprio mantello.
Lanciò un ultimo sguardo al carro abbandonato e poi spronò il cavallo. Il cielo di novembre era carico di nubi e prima di notte forse avrebbe preso a piovere.

Arrivò a un villaggio. Solo un cane smagrito attraversò la sua strada, degnandolo appena di un’occhiata opaca. Una porta era aperta e all’interno si intravedevano dei cadaveri gonfi, che nessuno aveva osato spostare. Ruggero fece aumentare ancora l’andatura al cavallo, mentre si portava alle narici il sacchetto contenente pepe e chiodi di garofano, ammesso che servisse a qualcosa.
La peste era arrivata l’anno precedente, portata dalle navi provenienti dall’Oriente. Non era la prima epidemia che Ruggero aveva visto nei suoi venticinque anni di vita. Non vi era anno in cui sorella Morte non mietesse le sue vittime, ma non aveva mai fatto le cose tanto in grande. Alle prime notizie del diffondersi del morbo, aveva lasciato l’università di Parigi per raggiungere sua madre nella campagna laziale, curando di evitare le città. Ora dei suoi amici e dei suoi maestri un terzo, forse più, era morto. Matematici, letterati, musicisti, persino medici. La peste non si curava di chi portava con sé, assassini, bambini e asceti, l’umanità era stata unita dal lutto. Con l’arrivo della bella stagione le cose erano sembrate migliorare, i decessi erano via via scemati, i contagi diminuiti. I contadini erano tornati ai campi che non era stato possibile arare, i pastori avevano cercato le greggi disperse, chi si era rifugiato in campagna si era timidamente riaffacciato in città, scoprendo interi quartieri spopolati. Ognuno dei medici aveva attribuito il merito della propria sopravvivenza a un qualche ritrovato di sua invenzione, così come i venditori di amuleti, i predicatori, gli astrologi e gli alchimisti. Con l’autunno, però, sorella Morte era tornata, chiedendo il suo tributo a chi era sopravvissuto alla prima ondata e facendosi beffa di ogni medicamento, cianfrusaglia, rito o preghiera. L’unica cosa che sembrava funzionare, come in qualsiasi altra epidemia, era l’isolamento. Partire in fretta, chiudersi in qualche roccaforte isolata e ben rifornita e attendere che la marea cambiasse. L’esatto contrario di quello che stava facendo lui.

Giffredo era convinto di essere ormai immune dal morbo. Di ritorno da Costantinopoli, si era ammalato al suo arrivo a Venezia, uno dei primi a farlo su suolo italiano. Nelle sue lettere aveva attribuito a quello la propria sopravvivenza. Si era ammalato in una città ancora fiorente, non piagata dalla paura. Ora, ai primi sintomi della malattia, tutti i parenti abbandonavano la casa del malato, neppure i preti osavano avvicinarsi ai letti dei moribondi per impartire i sacramenti né si trovavano notai abbastanza coraggiosi da raccoglierne le ultime volontà. Forse, molti di loro avrebbero potuto guarire, ma venivano abbandonati a loro stessi, troppo deboli per alzarsi dal letto e raggiungere acqua e cibo. Giffredo, al contrario, aveva avuto denaro e autorità per soprintendere alle sue stesse cure. Forte della propria autorità di medico erudito, aveva tenuto nascosti i bubboni che avrebbero fatto identificare il morbo, impartendo ordini ben chiari nonostante la febbre e la debolezza. Conoscendo il proprio fratello, Ruggero era convinto che anche sorella Morte, alla fine, si fosse rassegnata ad ubbidire. Se neppure la peste aveva avuto ragione della sua volontà, di certo non sarebbero state le lettere di Ruggero e di sua madre, madonna Giuliana, a convincerlo a desistere dai suoi intenti. Sicuro di essere ormai immune dalla malattia, si era messo in viaggio, ostinato a raggiungere la villa di famiglia prima dell’inverno. Tuttavia non era mai giunto alla tenuta alle porte di Tivoli.
E io, che quanto a idiozia non voglio essere da meno, sto percorrendo la strada a ritroso, senza neppure l’illusione dell’immunità alla malattia.

Dubitava di riuscire a raggiungere Viterbo per la notte. Le strade erano in pessime condizioni. Da che il papa aveva lasciato Roma per Avignone, il Lazio si era trasformato dal centro del mondo a una periferia ignorata dai potenti e la peste non aveva che peggiorato una situazione già precaria. I sentieri erano invasi dal fango. Nei boschi, gli alberi caduti intralciavano il cammino e più di un ponte dall’aspetto instabile aveva convinto Ruggero a lunghe deviazioni per cercare un guado. Il suo cavallo era più esausto di lui e reclamava una pausa. Al prossimo villaggio avrebbe chiesto ospitalità o, forse, si sarebbe limitato a entrare in una delle case spopolate dal morbo, per dividere il proprio riposo con i fantasmi dei proprietari. 
Sospirò, bevendo un sorso dalla borraccia, un preparato di sua madre, a base di latte e spezie, che a suo dire avrebbe rafforzato l’organismo. Da anni madonna Giuliana era consapevole di aver perso il controllo dei propri figli e non aveva obiettato alla sua decisione di partire, ma in ognuna delle piccole cose che aveva preparato, il decotto, l’aceto con cui gli aveva raccomandato di aspergersi le mani prima e dopo essere entrato in un edificio infetto, Ruggero vedeva la sua preoccupazione. Per la prima volta, pensò alla possibilità che rimanesse sola, vedova, con i figli inghiottiti dalla peste, ultima esponente di una famiglia che aveva perso ogni influenza con la partenza del papa, in una tenuta sempre più trascurata, come un bel fiore lasciato ad appassire in un vaso sbeccato.
Il suono di voci umane lo fece sobbalzare. Nella campagna desolata suonava irreale e fuori posto, quanto il canto di una sirena nel deserto. D’istino, proprio come si fosse trattato del canto di sirene, Goffredo si diresse in direzione delle voci. 
Un sentiero che si dipartiva dalla strada principale conduceva a una fattoria isolata davanti a cui sostava un carro. Nell’incerta luce del crepuscolo autunnale, dall’edificio uscirono due figure dagli abiti scuri che reggevano un corpo. Solo in quel momento, Ruggero si rese conto che il carro era già carico di non meno di cinque cadaveri le cui membra pallide si intrecciavano l’una con l’altra.
– Non temete, messere, siamo frati, intenzionati solo a dare cristiana sepoltura a questi fratelli – disse una delle figure.
Ruggero prese un respiro. D’istinto, si era portato la mano al collo dove portava un medaglione raffigurante san Sebastiano. Alla fine persino a lui erano riusciti a vendere un amuleto.
Con uno sforzo, riportò la mano al pomo della sella e si impose di assumere una posa rilassata.
– Che il Cielo vi benedica per la vostra opera, fratelli – disse. – Sono un viaggiatore smarrito, quanto dista Viterbo? O conoscete forse un luogo prima della città in cui possa trovare riparo per la notte?
– Siamo fra Domenico e fra Ottavio del monastero di san Tommaso di Viterbo – disse uno dei religiosi. – Per oggi abbiamo terminato i nostri doveri. Stiamo per fare ritorno in città, anche se arriveremo dopo i vespri. Molte delle strade non sono più percorribili, ma possiamo mostrarvi la migliore, se avete la pazienza di stare al passo del nostro carro.
Ruggero guardò con diffidenza il macabro carico. Nessuno sapeva con certezza come si diffondesse il morbo, ma stare vicino ai malati o ai cadaveri era in cima a tutte le liste delle cose da non fare. D’altro canto era quasi buio e sia lui che il cavallo erano esausti. Passare una notte all’addiaccio poteva avere gli stessi effetti nefasti della peste. 
– Ne sarò felice – disse.

Con la sera che avanzava, se non altro, quasi non si vedeva cosa il carro trasportasse e si poteva quasi immaginare, quasi, che quelli che spuntavano non fossero arti umani irrigiditi, ma rami contorti. Fra Ottavio era un uomo arcigno e taciturno che in altri vesti avrebbe messo soggezione, ma fra Domenico era a suo modo affabile. Ruggero era riuscito a dare uno sguardo alle sue mani, illuminate dalla lanterna che faceva loro luce. Giffredo gli aveva insegnato che si poteva capire tutto di un uomo guardandone le mani. Ogni attività  lasciava il suo segno specifico in fatto di calli o cicatrici. Le mani dei conciatori erano segnate irrimediabilmente dalle sostanze caustiche che utilizzavano, quelle degli artisti mantenevano a dispetto di ogni lavaggio macchie di colore, gli scrivani avevano dei calli dovuti al prolungato utilizzo della penna e tracce ormai indelebili di inchiostro. Le mani di fra Domenico gli dicevano che non disdegnava di usare la zappa, anche se le macchie erano lasciate dall’inchiostro. Tra la zappa e il calamaio, supponeva Ruggero, c’era la preghiera. Tuttavia, nonostante l’istintiva simpatia, il giovane non pensava che si sarebbero trovati d’accordo su molte cose, se avessero approfondito la reciproca conoscenza.
– L’umanità aveva bisogno di una punizione per i propri peccati, anche se piange il cuore sapere che il Signore ha dovuto arrivare a tanto per ricondurci sulla retta via – commentò il frate, mentre passavano accanto a un’altra fattoria abbandonata.
– Quindi pensate che la pestilenza sia un bene? – fece l’errore di chiedere Ruggero.
– Tutto ciò che viene da Dio è un bene e qualsiasi evento naturale, per quanto possa risultarci sgradito, viene da Dio, quindi sì, la peste è un dono. L’umanità aveva bisogno di vedere la potenza del Signore e di toccare con mano la propria fragilità. Da quando l’epidemia è cominciata non si contano le conversioni.
Fra Ottavio non disse nulla, ma annuì convinto. Ruggero preferì non interloquire. La medicina era il campo di suo fratello, ma concordava con lui nella ricerca di una causa più terrena per il morbo. Tutti sapevano che dove l’aria è insalubre, ad esempio vicino alle paludi, ci si ammala di più quindi qualcosa doveva aver liberato il miasma nell’aria, causando l’epidemia. Poco prima che si manifestasse il male, un terremoto aveva scosso l’Europa, dalla longobardia al cuore dell’Impero, la terra di era fratturata in più punti. L’ipotesi di Giffredo era che l’aria malefica racchiusa nel sottosuolo fosse fuoriuscita da quelle crepe. Di certo Ruggero preferiva quest’ipotesi all’idea di un Dio che per provare la propria potenza arrivava a uccidere un terzo e più dei suoi fedeli, senza far distinzione tra il peccatore e il giusto. Meglio cambiare argomento, prima di trovarsi accusato di eresia. Descrisse suo fratello, nella speranza, per quanto labile, che i frati lo avessero incontrato, ma i due non ne avevano notizia. Del resto Giffredo non era famoso per frequentare uomini di chiesa.
– Se la peste lo ha colto durante il viaggio, il suo corpo potrebbe essere ovunque. Anche in una delle nostre fosse, mescolato a decine d’altri – commentò fra Domenico, come se parlasse del tempo. – Vi sono casi in cui la malattia ha un decorso rapidissimo, al mattino si sta bene e alla sera si è il Cielo o all’Inferno.
– Lo so bene, ma aveva indosso documenti sufficienti a identificarlo e una lettera indirizzata a nostra madre, madonna Malaspina.
Ruggero ritenne meglio non esporre la teoria di Giffredo sull’immunità ottenuta dopo la guarigione, né fare parola dell’involto che trasportava.
– Se è volontà di Dio, lo ritroverete vivo. Se è morto cristianamente e voi seguiterete in una retta condotta, lo ritroverete invece nel regno del Signore. Là nessuno vi separerà.

Ruggero represse un grugnito. Se fra Domenico avesse saputo quali erano gli interessi dei fratelli Malaspina, avrebbe di certo detto che si sarebbero riuniti all’Inferno. Per fortuna, erano alle porte di Viterbo.
— Continua  – 

venerdì 2 febbraio 2018

NEL REGNO DI SORELLA MORTE – racconto inedito, parte 2


Riassunto breve
Nell'Italia devastata dalla peste, Ruggero è in cerca del fratello, scomparso nei pressi di Viterbo. Durante le ricerche, Ruggero si imbatte in due monaci, impegnati nel compito di recuperare i cadaveri degli appestati per dar loro una sepoltura cristiana. Insieme ai monaci, Ruggero raggiunge Viterbo dove spera di trovare notizie del fratello e del misterioso tesoro che aveva trovato a Costantinopoli e che stava portando con sé.

NEL REGNO DI SORELLA MORTE – PARTE SECONDA
Per un momento, mentre bussava alla porta del palazzo dei Gatti, Ruggero temette che la peste avesse finito di distruggere l’intera famiglia. Dove non erano riusciti secoli di lotta a favore del papato, poteva il morbo. Alla faccia del volere divino.
Dopo alcuni minuti, però, una vecchia serva giunse ad aprirgli e poco dopo venne ad accoglierlo Gualtiero in persona.
– Ruggero! Che ci fai qui? Tuo fratello è partito da Viterbo saranno venti giorni! – esclamò l’uomo, abbracciandolo.
Gualtiero Gatti era tra i cinquanta e i sessanta, coetaneo il padre di Ruggero, se fosse vissuto. Aveva lo stesso fare solenne e misurato che il giovane ricordava nel proprio genitore e la stessa ombra di malinconia in fondo agli occhi. Anche il palazzo ricordava a Ruggero la residenza della propria famiglia a Tivoli. Un edificio possente, dalle superbe finiture, ma ormai vuoto per la metà. Le vecchie famiglie guelfe, ora che il papa aveva abbandonato l’Italia, agonizzavano, si rattrappivano nei propri palazzi come lumache rinsecchite in gusci troppo grandi, aggrappate al ricordo di una gloria passata e a ideali traditi. Se non altro, pensò Ruggero, erano ancora fedeli le una alle altre.
Giffredo era passato da Viterbo ed era stato ospite di Gatti per alcuni giorni. Era ripartito, però, da troppo tempo per poter sperare che non gli fosse accaduto nulla.
– Se n’è andato proprio mentre arrivavano le prime notizie del ritorno della peste – raccontò il nobile viterbese.
La sala da pranzo semi vuota aveva un aspetto desolato, ma Ruggero era soddisfatto di essere sistemato vicino al camino e anche se la zuppa conteneva erbe, farro vecchio e poco altro, era calda.
– Non c’è stato modo di trattenerlo, era ansioso di tornare a casa e di incontrarti – continuò Gatti. – Mi è spiaciuto vederlo andare, non solo per il pericolo che stava affrontando. Abbiamo parlato a lungo di come far tornare l’Italia quella di un tempo. L’anno prossimo ci sarà il Giubileo e, se la peste finirà una volta per tutte, i pellegrini torneranno a percorrere la via Franchigena. Ad Avignone non c’è la tomba di Pietro, né la via per la Terrasanta.
Ruggero annuì, esattamente come immaginava avesse fatto Giffredo. Non aveva cuore di dire a quel vecchio nostalgico che riteneva che l’assenza del papa potesse essere un’opportunità. Pensò a Parigi e alla discussioni, alla sera, nelle locande, quando si mescolavano tutti, medici e avvocati, studiosi di matematica e di lettere, ognuno con il proprio entusiasmo e il proprio sogno per il futuro, senza alcuna paura di scontentare qualche potente prelato. Un rumore lo fece sobbalzare.
– Cos’è? – chiese.
– Lupi. Devono aver finito le ultime pecore dei greggi abbandonati e la sera arrivano fino in città in cerca di rifiuti.
Le labbra di Ruggero si incresparono.
– Perché sorridi? – gli domandò Gatti.
– Rido di noi e dei nostri sogni, di rifare grande l’Italia, in un modo o nell’altro. Ecco dove finiscono i progetti degli uomini, in un miasma portato dal vento e nell’ululare del lupo.
– Dio ci sta punendo per aver permesso al successore di Pietro di allontanarsi da Roma.
– Forse. Ma il papa non è morto e tanti bravi cristiani invece sì.

Nonostante la peste, Viterbo si sforzava di vivere. Chi non era malato doveva comunque mangiare, pregare, vestirsi. Molte botteghe erano chiuse, ma altre erano aperte. E adesso, se non altro Ruggero aveva un punto di partenza per cercare il fratello. Poco lontano dal monastero di san Tommaso, lunga la strada che conduceva al palazzo vescovile, che un tempo aveva ospitato i papi, trovò il maniscalco da cui Giffredo si era fatto controllare i ferri del cavallo, prima di partire.
– Certo che me lo ricordo, è stato l’unico cliente quel giorno – disse l’uomo. – Quando la gente non sa se arriverà sana alla sera o se vedrà la prossima domenica non si interessa certo alle zampe dei propri cavalli. Glielo ho detto e lui mi ha capito. Ha lasciato una buona mancia. Un vero signore.
Ruggero annuì. In un angolo c’erano tre bimbetti sporchi che giocavano ad accatastare dei vecchi ferri storti e Giffredo era proprio il tipo da lasciarsi impietosire quando c’erano dei bambini di mezzo. 
– Come vanno gli affari ora? – domandò
Il maniscalco scosse il capo.
– Come vuoi che vadano, messere? Gli unici clienti sono i frati di san Tommmaso, o della  Buona Morte, come li chiamiamo adesso. Vanno e vengono con il loro carro e seppelliscono i morti nel loro cimitero, laggiù, oltre le mura. Ma mica posso far pagare a loro? Almeno, se la peste mi prenderà, avrò le benedizioni che mi spettano.
Ruggerò annuì e cercò nel borsello qualcosa da lasciargli. Alla fine non era poi così diverso da suo fratello.
Quindi, pensò uscendo, Giffredo si era allontanato da Viterbo una ventina di giorni prima, in una bella mattina di metà ottobre. Aveva un cavallo ferrato di fresco, le bisacce piene di tutto quello che la cuoca di Gatti era riuscita a farci stare e un pugnale al fianco che destava il giusto timore. La notizia del ricominciare della pestilenza si stava diffondendo, ma la gente stava appena iniziando a morire. Il panico e la disperazione non si erano ancora impadroniti delle campagne. Eppure lui era scomparso.
Percorrendo la strada tra Roma e Viterbo, Ruggero aveva chiesto notizie del fratello a chiunque avesse incontrato. Nessuno lo aveva visto. Anche se la pestilenza aveva sconvolto le campagne, erano trascorsi solo venti giorni e Giffredo era un omone alto, dai capelli chiari come un predone dei mari del nord, era difficile che passasse inosservato. Solo il giorno precedente Ruggero era stato costretto a deviare, smarrendosi per le campagne e quindi allontanandosi dal percorso che avrebbe fatto fratello. Era probabile quindi che a Giffredo fosse accaduto qualcosa nelle immediate vicinanze di Viterbo. L’ultimo posto dove Ruggero aveva chiesto di lui era una locanda a un giorno di cavallo dalla città. Nonostante la peste, non aveva mai interrotto la propria attività e lì nessuno aveva visto Giffredo. Questo, tuttavia, lasciava presagire lo scenario peggiore. Fino alla sera precedente, Ruggero aveva sperato che suo fratello non avesse mai lasciato Viterbo e che si fosse fermato in casa Gatti in attesa che l’epidemia cessasse, o che magari si fosse lasciato convincere dal vecchio nobile a trascorrere del tempo in campagna con lui, per sfuggire al morbo. 
No, non l’ho mai creduto davvero.
Come quando era morto loro padre. Ruggero aveva solo dieci anni. Era una giornata d’autunno come molte altre. Adesso che ci pensava, era proprio lo stesso periodo dell’anno. Solo che allora l’autunno non era un periodo di morte, al contrario. Dai frutteti e dalle vigne tornavano i carri carichi del raccolto e nei giorni di sole suo padre andava a caccia, cosicché si mangiava carne rossa quasi tutte le sere. Nei pomeriggi ancora tiepidi, il precettore permetteva a lui e a Giffredo di restare nel cortile, a volte facevano lezione là, alla luce del sole, ed era più facile fingere di ascoltare le lezioni di grammatica latina, mentre invece spiava le ultime lucertole. Quel giorno, tuttavia, aveva sentito partire dalla base dello stomaco un’inquietudine che nulla riusciva a placare. Ricordava di essere finito in punizione perché non riusciva a ricordare neppure le più semplici forme verbali né a mettere nel giusto ordine l’elenco degli imperatori romani. Era stato costretto dal precettore a ricopiare un numero infinito di volte i verbi che aveva sbagliato e Giffredo gli aveva portato una mela rossa per consolarlo. Ricordava la voce tranquilla del fratello maggiore che cercava di dirgli che a tutti era capitato, almeno una volta, di irritare in quel modo il maestro e lui non riusciva a spiegargli che non gli importava per nulla né della brutta figura né della punizione, che c’era qualcos’altro che non andava, ma non sapeva cosa. Proprio nel momento in cui si era lasciato convincere a mordere la mela, nel cortile erano entrati i cacciatori, troppo presto rispetto al solito, con i cani che abbaiavano nervosi. Poi i due fratelli avevano sentito le porte sbattere e le grida delle donne.
Ruggero scosse la testa, allontanando i ricordi. Era a cavallo da tre ore e la strada si era inerpicata tra colline e boschi. Sulla sua destra la parete rocciosa era butterata di crepe e fenditura. A sentire le storie, un tempo le grotte scavate nel tufo erano abitate da monaci eremiti, sant’uomini che attendevano che il cielo desse loro di che sostenersi. Dovevano essere morti tutti di fame, perché Ruggero non ne aveva mai visto uno e quei ripari erano utilizzati piuttosto di pastori. Adesso, però i pastori chissà dove si erano rifugiati e il giovane si scoprì a guardare con sospetto le colline. Se un viaggiatore isolato fosse stato assalito in quel punto, nessuno sarebbe accorso in suo aiuto, l’ultima fattoria era un’ora dietro di lui.
Dopo venti giorni era impossibile trovare delle tracce. Tuttavia, un sentiero che si diramava dalla strada principale attirò l’attenzione di Ruggero. Qualcuno vi era passato di recente, eppure sembrava portare verso la cima della collina, dove non vi era nulla. In altri momenti, in altri autunni, avrebbe potuto pensare a cacciatori, raccoglitori di ghiande o di funghi, carbonai, ma da che aveva lasciato Viterbo non aveva incontrato nessuno. Solo chi aveva una necessità impellente osava spostarsi nel regno di sorella Morte e nessuno, certo, deviava senza motivo dalla strada principale.
Con cautela, imboccò il sentiero. A ogni passo la sua inquietudine cresceva. Sembrava studiato apposta perché chi lo percorresse rimanesse nascosto dalla vista di chi si trovava sulla strada. Terminò bruscamente, in apparenza contro la parete rocciosa ricoperta da rampicanti e cespugli. Qualcuno, però, aveva impastoiato di recente delle bestie a un’albero lì vicino. Si notavano ancora i segni degli zoccoli e sull’erba calpestata rimanevano tracce di paglia.
Ruggero scese da cavallo e scostò i cespugli. Come sospettava, nascondevano l’ingresso di una piccola grotta. In un angolo vi era una cassetta di legno. Il giovane trattenne il fiato mentre l’apriva. C’erano due pugnali e una mannaia. Non avevano alcuna decorazione all’impugnatura, ma le lamae affilate e ben pulite, gli attrezzi da lavoro di un assassino. Al di sotto, vi erano cinque sacchetti, di quelli che i viaggiatori portano alla vita, con le monete. Uno, di stoffa rossa, conteneva ancora, tra le altre, una moneta veneziana.
Ruggero si strinse il sacchetto al petto, incurante delle monete che vi cadevano, mentre le lacrime gli scendevano lungo le guance. 

— Continua

domenica 11 febbraio 2018

NEL REGNO DI SORELLA MORTE –racconto inedito, ultima parte


Parte prima
Parte seconda

Riassunto breve
Nell'Italia devastata dalla peste, Ruggero è in cerca del fratello, scomparso nei pressi di Viterbo. Durante le ricerche, Ruggero si imbatte in due monaci, impegnati nel compito di recuperare i cadaveri degli appestati per dar loro una sepoltura cristiana. Insieme ai monaci, Ruggero raggiunge Viterbo dove spera di trovare notizie del fratello e del misterioso tesoro che aveva trovato a Costantinopoli e che stava portando con sé.
A Viterbo Ruggero scopre che il fratello aveva lasciato la città già una ventina di giorni prima. È probabile, quindi, che gli sia accaduto qualcosa nelle immediate vicinanze della città. Setacciando le campagne circostanti, Ruggero identifica un covo di banditi. Qui trova della refurtiva, tra cui delle monete Veneziane presumibilmente appartenute a suo fratello.

NEL REGNO DI SORELLA MORTE – PARTE TERZA


Quando uscì non avrebbe saputo dire quanto tempo era rimasto nella grotta. Il sole non sembrava essersi troppo spostato nel cielo, ma il suo mondo era cambiato. Se era tutto volere di Dio, pensò, cos’era quello, uno scherzo crudele? Far guarire una persona da un morbo che per quasi tutti era una condanna certa solo per farlo uccidere qualche mese più tardi da volgari banditi. Scosse il capo, pentendosi della propria rabbia blasfema. Ormai, però, quel pensiero era stato formulato. Sentì le parole di suo fratello nella propria mente.
Ci sono cose, basta pensarle e ti ritroverai cambiato, per sempre.
Non c’era null’altro di suo lì. I predoni non erano interessati che alle monete e ai gioielli. Non si erano resi conto di cosa stavano distruggendo. Una delle menti migliori d’Italia. Uno dei medici più capaci, proprio nel mezzo di un’epidemia. Con Giffredo se n’era andata persona buona, un fratello e un figlio affettuoso, ma anche tutta una montagna di conoscenza faticosamente accumulata. Tutto ciò che aveva appreso a Costantinopoli e ancora non aveva messo per iscritto.
Si costrinse a muoversi.
Doveva avvisare le autorità cittadine. Forse sarebbero riuscite a prendere gli assassini. Ruggero ne dubitava. Avrebbero capito che qualcuno era stato lì e avrebbero spostato il proprio rifugio. D’altro canto non poteva rimanere solo ad attenderli. Era un uomo di cultura, difficilmente avrebbe avuto la meglio contro un solo sicario, se fossero stati due sarebbe stata morte certa. La vendetta era un peccato che non gli era concesso. Prese la moneta veneziana. L’unica cosa che gli restava di suo fratello e scese verso la strada principale. Non avrebbe mai saputo cosa Giffredo aveva acquistato a Costantinopoli ed era tanto ansioso di mostrargli, il suo tesoro. Evidentemente i predoni non l’avevano reputato tale. 

  Anche durante il ritorno, non incontrò nessuno. Si chiese cosa ne fosse stato del corpo di suo fratello. Se fosse rimasto insepolto in qualche anfratto tra le colline, o se i frati lo avessero raccolto e fosse finito nelle fosse comuni, insieme ai morti di peste. Almeno avrebbe avuto una preghiera, se non un rito funebre.
Come se il suo pensiero li avesse evocati, vide i due frati, con i loro carro dal macabro carico. Si intravedevano già le case di Viterbo e la campagna era costellata di casolari. I frati avevano abbandonato la strada principale per avvicinarsi a uno di questi, in mezzo a un prato. Non si erano accorti, però, che il terreno, riscaldato dal calore del giorno si era ammorbidito in fango tenace e ora faticavano a liberare le ruote del mezzo. Fra Domenico aveva il saio quasi del tutto ricoperto di fango e fra Ottavio dava l’impressione di un uomo sul punto di imprecare.
Ruggero fece deviare il cavallo, consapevole che presto anche i suoi abiti sarebbero stati nelle stesse condizioni dei sai del monaci. 
– Il Signore ti benedica! – si illuminò fra Domenico. – Fate forza sulla ruota di dietro, insieme ce possiamo fare, a Dio piacendo.
Il prato era ingannevole. Quello era un pantano bello e buono e dopo tre passi Ruggero era già affondata fino al calcagno.
– Non riusciremo a liberarlo! – protestò.
– Con la fede e il favore di Dio nulla è impossibile! – ribatté fra Domenico.
Ruggero sospirò. In ogni caso i clienti di quel carro non si sarebbero lamentati e tra tutte le cose inutili che aveva pensato di fare, molte delle quali avevano a che fare con vendette che non sarebbe stato in grado di portare a termine, cercare di liberare un carro carico di cadaveri sembrava la meno sbagliata.
Con un grugnito si mise a spingere.
– Ce la facciamo! – incoraggiò fra Domenico.
La ruota si era mossa per forse un palmo, ma era qualcosa.
Spinsero di nuovo.
Fra Ottavio, di fianco a lui, grondava sudore, nonostante la fresca aria autunnale. Si era rimboccato le maniche e sul suo braccio spiccava una lunga cicatrice, lasciata senza dubbio da una lama, un colpo di spada che alcuni anni prima doveva avergli spezzato il braccio. C’era anche un graffio più recente, che stava appena guarendo. Ruggero avrebbe giurato che era stato lasciato da un pugnale.
– Ancora uno sforzo! – li incitò di nuovo fra Domenico.
Se fosse stato un capo militare, sarebbe stato il tipo di condottiero da concepire solo vittoria o morte. Fra Ottavio mormorò tra i denti qualcosa che Ruggero sospettò essere assai poco adatta alla vita monastica. Tuttavia si rimise a spingere. Era forte come un toro. Ruggero diede il proprio contributo, ma fu principalmente merito del suo compagno se il carro uscì dalla fossa in cui si era impantanato. Dando l’ultima spinta, il giovane incespicò e cadde, finendo disteso nel fango. Pensò che poteva rimanere lì, lasciarsi avvolgere dall’acqua che trasudava dal terreno e poi dalla notte e raggiungere Giffredo. Accettò, invece, la mano che fra Ottavio gli porgeva.
– Vi siete sporcato per bene – commentò il frate, guardando i suoi vestiti.
Ruggero stava guardando invece la sua mano. Come tutti, vi aveva scritto la sua vita. Niente macchie di inchiostro. Vi erano, invece, i calli tipici dell’uomo d’arme.
– Ottimo lavoro, Dio ne terrà conto! – disse fra Domenico, avvicinandosi.
– Da quanto siete al convento di san Tommaso. fratello Ottavio? – chiese Ruggero.
Fra Ottavio seguì il suo sguardo.
– Dall’inizio della peste – disse. – Sono tra quelli a cui il castigo di Dio ha aperto gli occhi.
– Sì – confermò fra Domenico. – Lui e fratello Alberigo, che il Signore l’abbia in gloria, sono arrivati l’anno scorso, all’inizio dell’epidemia. Hanno servito bene il Signore e nessuno ha fatto domande sulla loro vita precedente.
– Quello, però, è recente – obiettò Ruggero, indicando il braccio ancora scoperto del frate.
– Mi sono graffiato con uno spillone che stava su uno dei cadaveri – rispose questi, aspro.
Ruggero vide che fra Domenico si accigliava, guardando il taglio.
– Non sembra un graffio lasciato da uno spillone. È piuttosto profondo – commentò.
Tuttavia, se fra Ottavio faceva vita di comunità e usciva sempre con fra Domenico… Non poteva guardare tutti con gli occhi del sospetto. A meno che…
– Quando è morto questo fratello Alberigo? – chiese.
– La pestilenza miete vittime anche tra di noi – rispose fra Domenico. – Fratello Alberigo è tornato alla casa del Padre dieci giorni fa, dopo un’agonia di due giorni.
– E voi avete deciso di sostituirlo?
– Siamo rimasti in pochi e molti di noi sono vecchi o malati.
– Che assurdità sono queste? – protestò fra Ottavio.
Ruggero vide che stava sudando e i suoi occhi saettavano a destra e a sinistra come come quelli di un coniglio che abbia fiutato i predatori. Un’anima candida non avrebbe capito dove si voleva andare a parare.
– La pestilenza è un’ottima opportunità per chi abbia la necessità di sparire per un certo tempo, fingersi morto e riapparire poi ad epidemia conclusa con un altro nome – ragionò Ruggero. – Tu e questo compare siete giunti a Viterbo quando i frati di san Tommaso avevano già iniziato a raccogliere i cadaveri, vero? Quale splendida occasione per depredare, velocizzare il trapasso a qualcuno di non così malato e poi nascondere il corpo con gli altri, dentro la fossa comune! Durante una pestilenza è così facile perdere il conto dei morti…
Fra Domenico aveva la fronte aggrottata nello sforzo di accettare il significato di quelle parole. Ruggero stesso si rese conto tardi di essere troppo impegnato a convincere il vero frate per prevedere l’attacco di Ottavio. 
Gli arrivò una gomitata in piena faccia, seguita da una ginocchiata nello stomaco. 
Si trovò in ginocchio nel fango, mentre il finto frate fuggiva con in mano il pugnale che gli aveva sottratto.
Era l’assassino di suo fratello.
Con un grugnito, Ruggero si rimise in piedi, lanciandosi all’inseguimento. Ottavio aveva il fisico robusto del guerriero di professione, ma il giovane era più veloce, inoltre il saio zuppo di fango non era la veste ideale per la corsa. In poche rapide falcate, Ruggero gli fu alle spalle.
Rotolarono insieme a terra.
Morirò qui. Disarmato contro un assassino professionista, morirò da idiota.
Provò a mordere e a calciare alla cieca, ma quel poco di scherma che aveva imparato non aveva nulla a che fare con quella lotta sporca. Sentì le costole incrinarsi sotto i colpi ben piazzati del sicario. Quando vide il bagliore dell’acciaio pensò che non gli restava tempo neppure per una preghiera. Un’altra delusione per fra Domenico.
Ottavio si sollevò un poco per vibrare il colpo e poi ricadde sopra Ruggero, mentre la lama del suo stesso pugnale gli mancava di un soffio la gola.
– Non trovavo un bastone adatto, scusate – disse fra Domenico, apparendo nella visuale di Ruggero con in mano il manico di una vanga.

Il colpo non era stato certo abbastanza forte da ucciderlo, ma pochi istanti dopo la situazione era ribaltata. Era Ruggero che poggiava il pugnale sul collo di Ottavio.
– Non macchiate la vostra anima di un peccato capitale! Lo consegneremo alla giustizia! – disse fra Domenico.
Era l’assassino di suo fratello, pensò Ruggero. Ricordò agli occhi si sua madre. Quando erano arrivati i cacciatori con il corpo di suo padre erano diventati del colore di un cielo che non avesse mai conosciuto il sole. Ci avevano messo anni per tornare a illuminarsi. Affondare il pugnale sembrava giustizia, non peccato. Quale Dio avrebbe salvato Giffredo dalla peste per poi farlo uccidere a quell’uomo? 
– Mio fratello aveva delle cose con sé, libri. Non erano nel vostro covo, cosa ne avete fatto? – ringhiò.
Giffredo avrebbe voluto che si occupasse di quello. Dei libri.
– Troppo riconoscibili per venderli – rispose l’assassino.
Nella frazione di un battito di cuore in cui l’uomo ci mise a riprendere fiato, Ruggero capì che se li aveva distrutti il coltello sarebbe affondato.
– Li abbiamo gettati nella scarpata, dall’altra parte della collina rispetto al nostro covo.
Ruggero affidò il coltello a fra Domenico.
– Portalo tu alla giustizia. O all’inferno, come preferisci.

*

Fra Domenico e Gualtiero Gatti sembravano fatti per intendersi. Il frate era venuto a riferire che Ottavio si trovava ora nelle prigioni cittadine e lui e l’anziano nobiluomo avevano preso a discutere. L’imminente giubileo. La peste come purificazione divina.
– Questo paese rinascerà – stava dicendo Gatti. – Dio non l’ha abbandonato, l’ha purgato, così come un medico per salvare un corpo deve tagliare un arto infetto.
– È tutta volontà del Signore. Il Suo disegno è troppo complicato per i nostri occhi – concordò il frate. – Anche il tuo lutto, messer Malaspina, devi accettarlo come parte del Suo volere e essere felice per l’anima di tuo fratello, che ha abbandonato questa landa di miserie e tentazioni.
– Sì – rispose distrattamente Ruggero. – Questo paese rinascerà.
Giffredo aveva avvolto il suo tesoro in buon tela cerata e imbottito la sacca di stracci, cosicché il libro era arrivato in fondo alla scarpata senza alcun danno e l’umidità non aveva raggiunto le pagine.
Si trattava di un trattato di matematica e geometria che dal greco antico era stato tradotto e ampliato in arabo, tradotto poi il greco moderno a Costantinopoli e poi di nuovo in latino da Giffredo, durante la propria convalescenza a Venezia.
Fra Domenico avrebbe detto che era il disegno di Dio. Giffredo non era morto di peste per poter portare a termine il lavoro. La sua ora era stata posticipata. Ruggero sentiva di non avere una fede abbastanza grande per accettare la perdita di suo fratello. Per le strade di Viterbo, come nel resto dell’Europa intera, la peste continuava a mietere le proprie vittime. I lupi ululavano ogni sera più vicini alle case. Tuttavia, come ogni pestilenza, anche quella sarebbe passata. Grazie al libro che Ruggero aveva tra le mani sarebbero stati possibili nuovi calcoli. Nuove costruzioni. Un mondo nuovo, che forse era nei pensieri di Dio, ma che sarebbero stati gli uomini come suo fratello a realizzare.

L'ANGOLO DELLE CURIOSITÀ
Questo racconto nasce a Viterbo, unico luogo in Italia dove vi è una Piazza della Morte. Il nome deriva dalla presenza di una confraternita che, in occasione delle pestilenze, si occupava di dare degna sepoltura ai morti che rischiavano di rimanere insepolti.
Da questa suggestione non ho saputo fuggire, anche se probabilmente la confraternita è posteriore alla peste del 1348, non ho potuto non immergermi in questo cupo paesaggio medioevale, ossessionato dal castigo di Dio, ma in cui già si respira l'aria del primo umanesimo.
Infine, la famiglia Gatti era una famosa famiglia guelfa di Viterbo che si disputava il controllo della città con altre famiglie. Queste rivalità sfociavano in vere e proprie battaglie per le strade cittadine, che ancora ne portano un'eco nei loro nomi (via del macello, ahimé pare non avere a che fare con i bovini...). Nel 1348, con il papa ad Avignone immagino però Viterbo già in decadenza, in una solitudine aggravata dalla pestilenza e in questa solitudine si insinua l'indagine di Ruggero, con tutte le sue suggestioni proto rinascimentali.
Ed ecco due scatti dalla Viterbo medioevale

venerdì 28 febbraio 2020

Racconti nel tempo del Coronavirus

Ed eccoci qui, tutti in attesa di capire come gira il mondo.

Abito in Piemonte, ma a pochi chilometri dalla Lombardia, abbastanza lontani dall'epicentro dell'epidemia da sentirsi (relativamente) al sicuro, abbastanza vicini per osservare questo risprofondare dell'immaginario collettivo nelle pestilenze manzoniane.

Le scuole sono chiuse e pertanto mi trovo mamma a tempo pieno, in bilico tra il rimpianto professionale e la sensazione di aver vinto una vacanza premio.

Nei supermercati della mia zona non riesco a trovare due cose, i biscotti alla Nutella e l'acqua distillata. Ora, capisco perfettamente l'istinto ad affrontare l'Apocalisse ben riforniti di Nutella, ma ci ho messo un po' a capire il perché dell'acqua distillata. Ebbene, la subitanea scomparsa dell'Amuchina ci ha di colpo fatto dimenticare la prima cosa che viene detta in un qualsiasi corso sulla sicurezza "non mescolate cose a caso". Tutti a quanto pare si sono improvvisati piccoli chimici, girano in rete ricette sicure per l'intossicazione casalinga, forse perché uccidersi è il modo più sicuro per non ammalarsi. Me ne sono state girate di improbabili anche in chat dove, per livello d'istruzione dei membri, ci si sarebbe aspettati che qualcuno ricordasse che no, la candeggina non va usata come ingrediente base per sedicenti pozioni disinfettanti.
Di colpo mi sono sentita ricchissima perché ho trovato nell'armadio dei farmaci una confezione di cento mascherine. Cento. Se le avessi rivendute su ebay al momento giusto mi pagavo le vacanze!
In compenso, però, chi, come me, si è divertito a mettere in equilibrio le scope, passatempo fino a prova contraria assai più sicuro che giocare al piccolo chimico, è stato tacciato di essere un oscurantista che crede a fake di ogni genere messe in giro per oscure ragioni. A me, invece, tutto sommato, la cosa delle scope ha insegnato una cosa. Per riuscire in qualcosa devi credere che sia possibile. Sono imbranata quasi a livello patologico e una scopa in equilibrio non l'avevo mai messa, ma, cavolo, c'erano riuscite le mie amiche! Alla fine anche la mia era stata su, cosa che dieci giorni fa avrei ritenuto impossibile, non a prescindere, ma per le mie capacità. 

In pochi giorni si sta passando da "morirero tutti" a "massì muore giusto qualche vecchietto" con una velocità che mi allarma tanto quanto le ricette per l'Amuchina casalinga. Immagino che ancora una settimana e ci si renderà conto che probabilmente è corretto, la mortalità è maggiore tra gli anziani, ma che nessuno vuole essere quel vecchietto o che quel vecchietto sia un suo caro.

Per intanto siamo a venerdì e non si sa se lunedì si andrà a scuola. Ci si ingegna in qualche modo di dare delle attività da remoto agli studenti, tra reti che non prendono e accessi al registro elettronico negati. Come prof di storia, avevo un sogno inconfessabile: finire il programma. È quasi impossibile, una sorta di Sacro Graal. Ma dalla prima lezione della prima media lottavo per farcela. Entro il 15 marzo avrei concluso a Seconda Guerra Mondiale... Avrei... Oppure potrei liquidare Hitler con una videolezione da studiare in autonomia...

In tutto questo, rimane almeno il tempo per leggere! Se non ora quando?

Racconti editi!

Quindi vi consiglio di nuovo il mio ebook La luna delle foglie cadenti

Per chi preferisce i gialli, segnalo invece che il mio racconto sherlockiano Uno studio a sei zampe è in calce al Giallo Mondadori Sherlock in edicola a Marzo, La notte degli inganni.

Il racconto vedrà il nostro Holmes alle prese con gli insetti zombi, che esistono davvero e personalmente mi inquietano tantissimo, proprio per le implicazioni ipotizzate nel racconto!
Ancora una volta devo questa pubblicazione a Luigi Pachì, curatore della collana, che ringrazio con tutto il mio cuore!


Racconti gratuiti on-line a tema!

Per chi volesse una lettura a tema, segnalo che all'interno del blog potete leggere il racconto Nel regno di sorella morte un giallo storico ambientato a Viterbo ai tempi della Grande Peste.

E non posso resistere dal proporvi questo mini racconto, che, in effetti, un po' di ansia ora la mette.

Buona lettura!

L'UOMO VENUTO PER FARE DEL BENE

L’uomo venuto per fare del bene arrivò a piedi. Spuntò all’alba dalla strada per Marsiglia, aveva un vecchio saio consunto, occhi ardenti e la verità in tasca.
Il prete del paese dubitava che si trattasse davvero di un frate, ma quando l’uomo si mise a predicare in piazza, si sistemò in prima fila. Se anche qualcosa nelle sue parole sapeva un poco di eresia, si trattava pur sempre di una voce nuova, merce rara nel paese. 
Lo straniero aprì le braccia e con voce tonante ricordò alla folla la brevità della vita e lo sguardo rabbioso di Dio sempre attento ai loro peccati. Poi sorrise, rasserenato e invitò alla bontà e all’unione poiché lui era giunto per fare del bene e lasciare la pace nel cuore della cittadinanza. Di fianco al prete, la vedova e lo storpio avevano gli occhi lucidi di commozione.
Il predicatore se ne andò già nel pomeriggio, con un vago mal di testa e la coscienza a posto.
Lo storpio non ricevette mai tante elemosine come quel giorno, frutto del desiderio di espiare che era rimasto come un profumo nell’aria. La vedova andò a trovare le tre figlie per rappacificarsi con i loro mariti. Il prete, dal canto suo, si trovò la chiesa piena e fece notte con le confessioni.

Era l’inverno tra il 1347 e il 1348. L’uomo venuto per fare del bene morì una settimana dopo e non seppe mai di essere stato lui a portare la peste in Italia.