giovedì 16 gennaio 2014

Calma apparente


Da qualche tempo la mia vita funziona così. Periodi in cui succede di tutto, in cui anche quello per dormire sembra tempo rubato, alternati a brevi istanti di calma apparente la cui durata è talmente imprevedibile che non si riesce né a farci affidamento né a goderseli.

Queste prime due settimane lavorative del 2014 sono state così. Da un momento all'altro potrebbe iniziare il mitico corso abilitante che attendo da due anni al quale se non altro sono ufficialmente iscritta, per cui ogni sguardo a più di due giorni di distanza è precluso.
L'apocrifo sherlockiano è in fase avanzata di editing e finché non saranno pronte le bozze posso lasciarlo a mani altrui e più esperte.
A fine anno, come da me incautamente promesso a metà ottobre, quando non mi ero resa del tutto conto cosa avrebbe significato scrivere cinque capitoli a settimana, ho spedito il nuovo romanzo, "una storia piena di struzzi". Questa volta ho deciso di lavorare con un'agente letteraria, decisione di cui riparlerò più avanti, quando magari anch'io me ne sarò fatta un'idea più chiara. Per intanto vuol dire che non mi devo preoccupare di spedirlo agli editori.
Quindi sono in quella fase un po' spaesata, orfana dei personaggi che mi hanno ossessionata, con l'abitudine radicata a dedicare 3/4 ore della mia giornata (serata) alla scrittura e non avere più nulla da scrivere. Razionalmente so che è il momento di non avere nessuna idea, perché tutte quelle che avevo sono state buttate su carta e quelle che stanno nuotando nell'inconscio sono ancora girini sprovvisti di polmoni, non in grado di affrontare il mondo sulla terra ferma della carta. In pratica c'è qualcosa che mi manca, come la sensazione di girare su me stessa un po' spaesata, tra l'ansia per gli scritti che non sono più sotto il mio controllo, la voglia di non fare nulla di impegnativo nel mio (poco) tempo libero e la fretta di recuperare tutte le attività trascurate.
E poi la certezza che se appena mi rilasserò abbastanza per godermi, ad esempio, questa serata deliziosamente libera di impegni/cose non fatte, ecco che tutto tornerà a succedere e un freccia rossa di impegni mi investirà in pieno petto.

martedì 14 gennaio 2014

Visioni - Sherlock stagione 3


Vista, non senza qualche difficoltà tecnica, anche la terza puntata, non mi resta che tentare una prima recensione a caldo, cercando di evitare qualsiasi anticipazione che non sia un riferimento ai racconti di Doyle.

Fin dall'inizio Sherlock è stata un'enorme opera di riscrittura e reinterpretazione di un classico, come forse non si era mai tentato prima. Pur rendendosi fruibile anche a un pubblico del tutto digiuno del materiale originario, non è mai stato tentato di "strizzare l'occhio" agli appassionati, ma di reinventare insieme a loro Sherlock Holmes. Tra autori e pubblico si è quindi creato sin dal primo episodio un fitto gioco fatto di aspettative, punti fissi e rimandi per cui lo spettatore attento sapeva sempre cosa avrebbe trovato negli episodi (e guai a non trovarlo) ma non come.
Attesa per due anni, quindi, si sapeva che questa terza stagione avrebbe dovuto contenere: un ritorno con travestimento, un libraio, un matrimonio con una donna dalla pericolosa eredità, un cattivo manipolatore con una segretaria/cameriera con cui Sherlock si sarebbe fidanzato, una casa vuota, un manichino a fare da esca, un tizio con la cerbottana, un cattivo di nome Moran, un saluto sentito e una partenza. Alla sceneggiatura l'arduo compito di cucire insieme tutto questo senza mancare neppure una appuntamento e allo stesso tempo stupire tanto lo spettatore occasionale che il più meticoloso dei fan.
Per quel che mi riguarda la scommessa è riuscita. Siamo ormai spettatori preparati, osserviamo e guardiamo insieme e sappiamo che sceneggiatura e regia mentono, ma le inquadrature dicono sempre la verità. Così, anche se i colpi di scena non sono riusciti a farmi cadere la mascella, il primo pensiero a serie conclusa è stato "la devo riguardare" e quindi possiamo stare qui a trovare dei difetti fino a domani mattina, ma la verità è che mi ha tenuto incollata allo schermo.
Ovviamente questo lavoro di sceneggiatura può essere sostenuto solo da da regia e interpretazioni all'altezza, in grado di far passare inosservati o quasi anche gli azzardi narrativi più estremi. Se della bravura dei due protagonisti si è già detto fin troppo, la rivelazione della serie, non poteva essere altrimenti, è stata Mary. Una Mary tratteggiata con abilità e messa in scena da un'attrice in grado di far passare quasi con naturalezza dei passaggi improbabilissimi di cui però quasi nessuno si è accorto a prima visione (adesso rileggere i commenti fatti a caldo al primo episodio è uno spasso).

Al centro, come è stato detto, non c'è una detective story, ma la storia di un detective e di chi gli sta attorno. Nei due anni in cui si è Sherlock si è finto morto tutto è cambiato e tutto è rimasto uguale. Lui è sempre un sociopatico ad alta funzionalità e John è sempre un medico militare in deficit d'adrenalina che aspira a una normalità a cui non però non riesce ad adattarsi. Il primo, però, ha definitivamente scelto in cima a un palazzo quali sono i suoi punti fermi e per difenderli è disposto a fare qualsiasi cosa (persino un discorso a un matrimonio), mentre è John quello che deve compiere delle scelte. Questa serie, a ben vedere, è molto più la storia di Watson che di Holmes. È il medico militare che deve decidere se accettare il ritorno dell'amico, che deve dare una direzione alla propria vita, ma anche guardarsi allo specchio e riconoscersi per quello che è (per arrivare, forse, a un nuovo rapporto, più paritario, dove ci si stringe la mano e ci si guarda negli occhi con meno non detti?).

Il tutto viene narrato nell'ormai abituale scansione in tre episodi mistery/commedia - episodio di passaggio - thriller/drammatico. Forse l'equilibrio tra le varie parti, tra commedia, malinconia e tensione è meno bilanciato che nelle serie precedenti. Sherlock che si sforza in ogni modo di comportarsi da persona comune senza sapere come si faccia è intrinsecamente comico e forse si è un po' ecceduto da questo lato, come anche in un generale autocompiacimento/autocelebrazione. Di fatto però basta un cambiamento in uno sguardo perché la tensione salga di nuovo e pensando ai tre episodi come a un unico caso i conti iniziano a tornare.

Questo non vuol dire che i peli nell'uovo non ci siano. Mi è mancata la parte gialla nel secondo episodio, non appagata dalla caccia agli indizi per il finale. La gestione delle linee temporali non sempre mi è sembrata avere uno scopo preciso. Gli attentati al parlamento di Londra si progettano con troppa facilità e sono tutti uguali. Lestrade che non si è praticamente visto. Bruttine e scontate mi sono sembrate le sequenze oniriche/di pre morte e in generale mi è mancato qualcosa nella risoluzione della terza puntata, come a voler a tutti i costi lasciar aperti degli interrogativi che di fatto non ci sono.
Se in rete però c'è già un forte partito dei nostalgici che urla "Sherlock non è più quello di prima" io non sono d'accordo. In parte perché una serie che non sperimenta e non tenta nuovi toni e nuovi equilibri difficilmente sopravvive e in parte perché un sacco di cose mi sono piaciute moltissimo (più nel primo e nel terzo episodio che nel secondo, ma sono gusti). E, se le esaminiamo con la lente d'ingrandimento, neppure le serie precedenti sono perfette (vogliamo parlare di gente che rimane per ore in mezzo a una piazza imbottita di tritolo e nessuno se ne accorge? Nonostante telefoni pure a una polizia che non è in grado di triangolare un cellulare?) Per me rimane il fatto che il gioco continua, i racconti originali non mi sembrano affatto traditi nei modi o nei toni (ce ne sono molti che virano alla commedia) e che sono rimasta incollata allo schermo, non soddisfatta al 101%, ma sicuramente appagata nelle mie aspettative.
Avrei anzi già una lista dei desideri per cosa inserire nella stagione 4...
E un ultimo, sconfortante pensiero: ma in Italia questa terza stagione, con uno Sherlock molto canonico anche nelle sue debolezze, andrà mai in prima serata?

domenica 12 gennaio 2014

Scrittevolezze - Come ti dissuado l'aspirante scrittore


Ultimamente in molti blog stanno apparendo dei post volti a dissuadere gli aspiranti scrittori. Si raccontano un un bel po' di cose vere. Cioè che il mondo dell'editoria inventa modi sempre diversi per spremere soldi agli scrittori, sotto forma di contributi per la pubblicazione, per l'editing, per la promozione, per la pensione della nonna. E se anche se si pubblica con un editore vero spesso non si vendono più di 200-300 copie. Infine, anche se i pubblica con un big dell'editoria, il libro rimane pochissimo sugli scaffali delle librerie e che l'eventuale successo ha molto più a che fare con la fortuna che con il valore letterario.
Tutto ciò è verissimo. Ora, sulla scia di questi allegri post, come potevo esimermi dallo scrivere anch'io un pezzo davvero deprimente?
Senza neppure affrontare il capitolo pubblicazioni ecco alcuni motivi per cui non si dovrebbe neppure iniziare a scrivere.

Scrivere porta via tempo
Un sacco. Bisogna farsi venire le idee, dare a loro una forma narrativamente appetibile e poi scrivere, riscrivere, correggere. Scrivere significa rinunciare a un pezzo della propria vita reale.
Sicuri che ne valga la pena?

Scrivere è solo apparentemente facile
Sicuri di ricordare la grammatica? Come ve la cavate con la punteggiatura?
Non c'è nulla di più imbarazzante, da adulti, che incontrare qualcuno che vi fa notare che alla riga tale del vostro racconto c'è un errore ingiustificabile già per un bimbo di terza elementare.
State poi sicuri che della trama e dell'approfondimento dei personaggi non si ricorda nulla. Ma l'errore, quello ce l'ha ben stampato in mente.

Per scrivere bisogna studiare
Un sacco. Non importa di cosa scrivere. Può anche essere l'epopea di un popolo immaginario che abita solo il vostro divano, ci sarà sicuramente almeno un particolare che dovrete controllare. Quindi preparatevi a snervanti sessioni di studio su internet, in biblioteca e in libreria. Ore, giorni, settimane alla disperata ricerca del particolare che non torna. Di cui poi non si accorgerà nessuno. Se è corretto. Se invece andate per approssimazione, sbaglierete e il vostro unico lettore sarà il massimo esperto mondiale di quel dato argomento. Che lo farà sapere a tutti.

Scrivere vuol dire sottoporsi al giudizio altrui
Andavate in ansia a dodici anni davanti alla terribile professoressa sadica? Adesso siete adulti, ma non preoccupatevi, gli editor sono più sadici di qualsiasi prof. Tornerete esattamente a quel momento, col sudore freddo e le gambe che tremano ogni volta che chiederete un parere su un vostro scritto a chicchessia. Generalmente si raccomanda di non fidarsi del giudizio di mamme e innamorati/e, ma, vi assicuro, al momento giusto avrete il terrore anche di vostra madre.

Scrivere vuol dire andare alla ricerca del proprio lato oscuro
Le storie liete di momenti felici occupano solo poche righe. Tutto il resto è sofferenza. Quindi dovrete pensare a storie tristi e sofferte con personaggi tristi e sofferti (o magari sadici e crudeli, fate un po' voi). Per creare di personaggi credibili dovrete scavare nella loro psiche e per farlo non avrete altro materiale che la vostra stessa anima.
Buon viaggio nei meandri oscuri del vostro animo. Attenti a non perdervi.

Non sarete mai all'altezza dei vostri modelli
Non importa quanto buono vi sembri l'ultimo racconto scritto. Aprirete prima o poi un libro del vostro autore preferito solo per misurare la distanza che vi separa da lui. A quel punto il suicidio vi sembrerà un'opzione ragionevole.

Per scrivere bisogna leggere anche libri brutti
Volete scrivere un determinato genere? Per un determinato pubblico? Allora dovete conoscere cosa esiste già. Tutto. Le cose belle, bellissime, ma anche le cose brutte e detestabili. E portare a termine un pessimo libro di successo per dovere di documentazione è una sofferenza.

Tutto è già stato scritto
E chi siete voi per pensare di rifarlo meglio?

Tutti vi faranno notare quanto è improbabile diventare uno scrittore di successo
E la cosa peggiore è che avranno ragione.
Però quasi nessuno mette in dubbio il diritto ad praticare un qualsiasi hobby o sport, mentre ci sarà sicuramente qualcuno, collega, parente, amico, buon samaritano, non importa che sentirà il dovere morale di aprirvi gli occhi sul fatto che state buttando via il vostro tempo. E la cosa peggiore è che potrebbe aver ragione.

I sogni di fama e ricchezza sono destinati a naufragare
Per questo punto fatevi un giro sui vari forum/blog di scrittura e leggete un po' quel che si dice. E poi, davvero, se siete inclini alla depressione fatevi sorvegliare.

Ora non pensate che io abbia avuto una giornata particolarmente no. Anche se ho visto un lampadario cadere quasi in testa alla mia cuginetta appena battezzata e la cosa mi ha tolto qualche anno di vita (evviva l'angelo custode appena assunto e subito messo al lavoro! Nessuno si è fatto male e quindi ci si può ridere su...), questo non è affatto un periodo nero, sopratutto dal punto di vista della scrittura.
Le indicazioni che ho scritto vanno prese con giusto mix di realismo e autoironia. 
Certo è che se dopo aver letto tutto questo ancora pensate, come me, che inventare e scrivere storie sia una cosa bellissima, allora sappiate che nel vostro carattere c'è una buona dose di masochismo (l'importante è esserne consapevoli)

venerdì 10 gennaio 2014

Visioni - Gone baby gone


Come tanti altri, ho apprezzato Argo, pur senza trovarlo un capolavoro. Ieri sera, per caso, mi sono imbattuta in Gone baby gone, il primo film da regista di Ben Affleck. È stato uno di quei casi in cui la forza del cinema si è manifestata in forma pura. Ero distratta, facevo altro al computer e sono stata risucchiata dentro a una storia oscura, sgradevole, ma che non mi lasciava scampo.

Faccio un'enorme complimento alla pellicola dicendo che ho sentito un'eco di Mystic River, uno dei film migliori del mio regista preferito.
In una periferia lontana da ogni bellezza, la zia di una bimba scomparsa si rivolge per ritrovarla a un investigatore privato alle prime armi. Il giovane affianca quindi la polizia, pieno di buona volontà, ma senza alcuna esperienza e tutto sembra finire in tragedia. Ferito nell'animo della vicenda, l'investigatore non può restare a guardare quando un altro bambino scompare. Solo a quel punto, però, si rende conto che qualcosa nel caso precedente non torna e forse, davvero, niente è ciò che sembra e fare ciò che è giusto è semplicemente impossibile.

La regia di stampo classico americano, che io amo, dà il meglio di sé quando si mette al completo servizio di una storia che non si ferma alla superficie delle cose, ma scava nel profondo dell'ambiguità degli animi. L'apparente freddezza della messa in scena è tutta a favore della profondità dei conflitti, cesellati nei chiaroscuri e raccontati tanto dai silenzi quanto dai dialoghi. Ben Affleck dimostra di voler diventare un degno erede di questa tradizione.
Se Argo è impeccabile fino a diventare troppo perfettino, questa prima pellicola risulta meno perfetta, ma colpisce allo stomaco quando deve.
La regia, come si diceva, è al servizio della forza della sceneggiatura, ma riesce a delineare atmosfere e personaggi con poche inquadrature dalla piena forza evocativa. 
Tutto lo squallore della periferia di Boston viene raccontata in un rapidissimo inizio e tre inquadrature della cava dove dovrebbe avvenire lo scambio con la bambina rendono appieno la bellezza inquietante del luogo.
Gli attori si muovono con quella credibilità che solo una mano sicura dietro la macchina da presa può garantire.
Un film da recuperare, anche se, va detto, non è proprio adatto a una serata leggera.
E Ben Affleck sembra avere le carte in regola per diventare uno dei miei registi preferiti.

mercoledì 8 gennaio 2014

Nelle Trame del Lago - Corso di scrittura




Ogni tanto mi chiedono di parlare in pubblico di scrittura. 
La cosa mi sembra ancora un po' strana, ma, dal momento che ho dedicato due anni della mia vita alle Tecniche di Narrazione c'è da sperare che un po' di teoria di base la conosca. E poi parlare e ragionare di scrittura e di didattica di scrittura è una delle cose che mi da più piacere al mondo.
Se poi l'invito mi viene da Ecomuseo del Lago d'Orta e del Mottarone, la magica associazione che ha sede a Pettenasco, sul lago d'Orta, dove quasi tutte le mie storie sono nate, non posso certo tirarmi indietro!

È venuta così l'idea di dedicare alla scrittura tre domeniche, tre pomeriggi di full-immersion per navigare tra le diverse tecniche narrative, con particolare attenzione all'ambientazione. L'obiettivo: provare a scrivere insieme delle storie partendo dai luoghi che ci circondano, per imparare a fare dell'ambientazione non un mero sfondo sopra cui far muovere la vicenda, ma un vero e proprio protagonista.

Tre incontri:
Domenica 9 febbraio dalle 14.00 alle 18.00
Domenica 9 marzo dalle 14.00 alle 18.00
Domenica 23 marzo dalle 14.00 alle 18.00

Gli incontri si terranno presso la sede di Ecomuseo a Pettenasco, in via Fara 7/A
Costo: 40 €, 30€ per i possessori della tessera Amici dell'Ecomuseo.
Iscrizione obbligatoria

Per iscrizioni e informazioni:
Per informazioni e iscrizioni: Ecomuseo del Lago d`Orta e Mottarone. Via Fara 7/A - 28028 Pettenasco (NO) - Tel. 0323.89622; fax 0323.888621; ecomuseo@lagodorta.net; - http://www.lagodorta.net
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lunedì 6 gennaio 2014

Scrittevolezze - Nell'occhio di chi guarda, gioie e dolori della narrazione in prima persona

Mentre l'epifania, purtroppo, le feste porta via, torno a ragionare sulla scrittura.

Nell'occhio di chi guarda, gioie e dolori della narrazione in prima persona.
Castelvecchi sta riproponendo alcuni romanzi storici degli anni '40 e '50, leggendo Le ultime gocce di vino e Il principe delle volpi, più o meno coevi, non può non saltare all'occhio come il romanzo scritto in prima persona, Le ultime gocce di vino, sia invecchiato meglio. Tanto scorrevole, immediato e affascinante mi è sembrato il primo, tanto prolisso, pesante e stereotipato ho trovato il secondo. La differenza non l'ha fatta certo solo la voce narrante, ma è ovvio che la narrazione in prima persona risulta più immediata.
Quando si legge una narrazione in prima persona si entra direttamente nella storia, le emozioni scorrono senza barriere dal personaggio al lettore. Se è vero che la bellezza sta nell'occhio di chi guarda, il lettore individua subito ciò che il personaggio trova bello o brutto, lo guarda con i suoi occhi e molte barriere vengono abbattute sul nascere.
Non a caso la prima persona funziona benissimo nelle narrazioni storiche, dove bisogna portare il lettore in un mondo altro, distante per mentalità e convenzioni sociali dalla realtà contemporanea. Memorie di Adriano, Io Claudio e Il nome della rosa sono i primi tre romanzi storici scritti in prima persona che mi vengono in mente. In tutti e tre i casi la scelta del narratore aiuta il lettore a entrare con naturalezza nella vicenda e si tratta di tre romanzi che invecchiano benissimo, come il buon vino sembrano anzi migliorare col tempo.

Ho notate anche che gli scrittori alle prime armi prediligono la narrazione in prima persona, ma i risultati non sono affatto garantiti. La scrittura in prima persona è più immediata per chi legge, non per chi scrive
Per chi scrive, lo dico per esperienza diretta, la gestione della prima persona nelle storie lunghe è un incubo.

Chi scrive, quando e perché?
Queste sono le prime domande che l'autore si deve rivolgere. Perché mai un personaggio dovrebbe scrivere una storia in prima persona? Qual è il suo scopo? Sicuramente ne avrà uno. Che sia il desiderio di mettere su carta eventi straordinari di cui è stato testimone o offrire una diversa versione di fatti già noti, lo scopo del narratore modificherà la narrazione.
Altro fattore importante è il quando il personaggio scrive. In quasi tutte le narrazioni in prima persona ci sono di fatto due narratori. Quello che scrive e ragiona sui fatti e il suo io più giovane che li vive momento per momento. L'alternanza di questi due "io" non è affatto di facile gestione e il giusto equilibrio tra retrospettiva e immediatezza determina spesso il fascino dell'opera.

Quanto chi scrive comprende degli eventi che racconta?
Eco, nelle Postille a Il nome della rosa dice che si è divertito a far raccontare la sua storia da Adso, che non ha una piena comprensione degli eventi (neanche in retrospettiva) e che questo ha rassicurato  quei lettori che durante la lettura non riuscivano a seguire tutto. Da un certo punto di vista ho trovato quella di Eco una scelta affascinante e difficilissima da gestire. 
Il finale de Le ultime gocce di vino è una stilettata al cuore perché il protagonista ha smosso mari e monti per mettere al sicuro Socrate ed è così fiero della ricostruita democrazia ateniese, che, il lettore lo sa, da lì a poco metterà Socrate a morte.
Questo gioco di consapevolezza è difficilissimo da gestire, ma è essenziale per la buona riuscita di una narrazione in prima persona.

E quello che il narratore non vede?
Questo, se non altro, è un problema che tutti gli scrittori si pongono, ma che nondimeno non è di facile soluzione.
Se scrivo in prima persona mi vincolo allo sguardo del protagonista, che non è ubiquo. Mi nego trame complesse, con complicati intrighi che si svolgono in contemporanea in più stati (alla Trono di Spade per intendersi). La narrazione in prima persona obbliga alla linearità. Funziona, appunto, in narrazioni storiche in cui si segue la vita di un personaggio o in gialli in cui seguiamo lo svolgersi lineare di un'indagine. Anche in questi casi, inevitabilmente, qualcosa accadrà lontano dagli occhi del narratore. E allora sono dolori. Gli espedienti sono vari, ma nessuno è perfetto. Lo spiegone funziona solo se ad agire fuori scena c'è Sherlock Holmes, uno che a fare gli spiegoni ci trova gusto. Si possono trovare lettere, pagine di diario, ma se la cosa non ha una gestione perfetta come ne La mano sinistra delle tenebre, in cui la relazione di uno dei personaggi si interseca al diario personale di un altro, risulta artificiosa. Oppure alcuni eventi rimangono non narrati. Ma bisogna essere bravi, bravissimi, a gestire i vuoti.

Ma il narratore può morire?
Altro problema solo in apparenza banale. L'io narrante può morire? Se muore, come può raccontare? Se sappiamo già che non muore, la cosa non toglie pathos alla narrazione?

Lo stile è quello del personaggio, non dell'autore 
O, almeno, è una mediazione plausibile. Quando scrivo in prima persona cambio il mio stile, facendo un lavoro di immedesimazione simile a quello degli attori, per "calarmi nel personaggio". Già questa è un'operazione di difficoltà enorme. Se trovare la giusta voce per una narrazione è difficile, trovare la giusta voce di un personaggio che non siamo noi, che magari ci è distante nello spazio, nel tempo e nei gusti personali è davvero un'impresa. Può essere divertentissimo, ma non sarà mai facile.

Decidendo di raccontare una storia lunga in prima persona, l'autore abdica, almeno in parte all'onnipotenza dello scrittore, andando a chiudersi in una serie di vincoli che bisogna saper gestire. Ci si mette, più che con altri generi di narrazione, completamente al servizio della storia e del personaggio, facendosi un poco da parte. Se il gioco funziona, il risultato sarà una narrazione di rara immediatezza, in grado di trasportare completamente il narratore nell'altrove che abbiamo creato per lui.

I tre romanzi in prima persona che più ho amato

Apri le pagine e sei là, sei un imperatore romano morente, intriso di cultura e malinconia. Per me questo libro è la prosa più elegante di sempre. Per tutti è di una potenza evocativa enorme. Il mio libro di storia romana dell'università perdeva un sacco di tempo a giustificarsi quando doveva dissentire con quanto esposto in Memorie di Adriano, come se all'autore dispiacesse constatare che le nuove ricerche storiche smentivano (in pochi punti) la fantasia di una narratrice dei primi anni '50. Potenza (anche) della prima persona.

Libro oggettivamente meno importante degli altri due, ma che ho davvero amato.
Le memorie di Merlino. Un Merlino sorprendentemente giovane, sballottato tra visioni che non comprende appieno, con fede cieca servizio di un Destino che non si palesa mai fino in fondo e che lo porta a compiere azioni di cui porterà per sempre il rimorso.
Un libro che ha plasmato fin nel profondo il mio immaginario, tanto che non sono riuscita a leggere con gusto null'altro che fosse ispirato alle leggende arturiane.

È il mio libro preferito di sempre. Potenza della prima persona. La relazione dell'inviato umano sul pianeta Gheten diventa il diario di un nobile del posto. Chi è l'alieno? Quale punto di vista è quello giusto?

Il romanzo che più gioca con la prima persona

Uno dei romanzi più strani e tecnicamente più estremi che io abbia mai letto. Ventitrè voci narranti che si alternano, segnalate solo da strani simboli. Pagine che scorrono al contrario. Neppure una parola per spiegare l'ambientazione o la situazione (che giustamente i personaggi già conoscono).
Un libro che funziona, nonostante tutto, anche se mi ha suscitato più ammirazione tecnica che amore. Da leggere comunque, per capire le vere potenzialità della narrazione in prima persona.

sabato 4 gennaio 2014

Letture e visioni Sherlockiane

Inizio anno caratterizzato da due fughe, una fisica a Firenze e una altrettanto gradita nell'universo sherlockiano che per me è rimarrà sempre luogo di vacanza.
Ecco quindi il mio resoconto.

Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone Dale Furutani
Marcos y Marcos che pubblica un apocrifo? Wow!
Piuttosto improbabile la tempistica delle avventure (ma quanto saranno duranti questi tre anni?), ma l'insieme della caratterizzazione regge. Un Holmes forse un po' troppo legato alle tradizioni inglesi (difficile pensare che non riesca a imparare il giapponese), ma funzionano i personaggi originali, il ritmo e l'atmosfera. Ciò su cui l'autore cade è la parte gialla, il libro è composto da una serie di mini racconti e con l'eccezione di uno, molto carino, in tutti gli altri casi sono arrivata alla soluzione prima di Holmes, cosa imperdonabile.
Un peccato, perché tutto il resto è davvero godibile.


Sherlock Holmes e l'elemento sorpresa J. A. Taylor
Delos continua a proporre a cadenza regolare apocrifi sherlockiani di comprovata aderenza al Canone. Devo dire che dei tre usciti sin ora questo è quello che mi ha convinto di più. Nonostante sia più un racconto lungo che un romanzo funziona tutto, il ritmo, le caratterizzazioni e l'ambientazione. Personalmente non avevo apprezzato la deriva soprannaturale del precedente volume della collana e quindi che la soluzione del giallo venga data grazie alla chimica è per me un bonus aggiuntivo.
Completa il volume un racconto tutto italiano altrettanto godibile con caccia a un improbabile demone cinese e un Holmes che non manca di dolcezza.
Il tutto si legge nello spazio di un viaggio in treno.

Visioni - Sherlock 3x01 (La carrozza vuota(?))
Dopo due anni di attesa Sherlock Holmes, nella sua visione moderna, è tornato.
Difficile dare un giudizio oggettivo su un evento così a lungo atteso.
Due delle mie preghiere sono state subito esaudite. La prima è che con l'abituale abilità gli sceneggiatori hanno saputo ancora una volta virare con naturalezza dal dramma alla commedia e sin dalle prime scene si sorride molto, senza peraltro che la carica emotiva del precedente episodio sia vanificata. La seconda è che Mary funziona. La poveretta negli apocrifi è spesso bistrattata, ma ne Il segno dei quattro è un personaggio niente male, che strappa a Holmes un apprezzamento tutt'altro che scontato. In questo episodio non ha tantissime scene, ma risulta un personaggio brioso, niente affatto antipatica, che non si fa lasciare indietro da Sherlock (speriamo solo che non debba uscire presto di scena). Del resto il valore aggiunto di questa serie è sempre stato il cast che ancora una volta funziona alla grande e la caratterizzazione dei personaggi è impeccabile. Il tempo è passato per tutti e ognuno ha avuto una sua evoluzione, compreso Sherlock, segno che passare due o tre anni a meditare in Tibet fa bene a chiunque. La parte migliore dell'episodio sono, infatti, i confronti tra i due fratelli Holmes in cui Sherlock prova a suggerire a Mycroft una maggiore umanità.
Qualche perplessità la solleva invece la parte gialla. Se è chiaro che il vero mistero è come abbia fatto Sherlock a sopravvivere (con tutte le divertentissime versioni alternative piene di baci) e non tanto quello dell'attentato terroristico, poco più di una mera scusa per riportare Sherlock a Londra, va detto però che questa è la parte più debole vista in sette episodi, con improbabile scena finale salvata solo dalla bravura degli attori.
Tanti punti interrogativi invece rimangono legati alla scena del falò. Così sui due piedi mi sembra un'idiozia bella e buona da parte del nuovo nemico, utile solo a testare la determinazione di Sherlock e a farlo rappacificare con John, ma io sono anche quella che alla fine della prima stagione aveva detto che questo nuovo Moriarty non era per nulla spaventoso... 
Insomma, alla fine, su tutto prevale la gioia per il fatto che il gioco sia ricominciato con tutti i giocatori in perfetta forma in posizione.
Un ultimo miracolo, per favore  non provo neanche a chiedere un'edizione italiana in tempi umani di questa terza serie (in Italia sono Elementary, eh?), ma non si potrebbe avere almeno un'edizione dvd decente delle prime due stagioni? Non è che chieda tanto. I sottotitoli, un doppiaggio decente, l'episodio pilota e qualche contenuto speciale... Per favore...