giovedì 20 agosto 2015

Expo!

Inevitabile, almeno per chi abita in zona, la gita all'Expo.
Inevitabile anche il post di commento.

UNA QUESTIONE DI ASPETTATIVE
Vivendo relativamente vicina all'area dell'Expo sono stata precocemente esposta a tutta una serie di polemiche e obiezioni sull'evento in sé e sulla sua realizzazione che in parte trovo condivisibili.
Tralasciando i più che legittimi dubbi sulla trasparenza degli appalti, la destinazione finale del sito, la gestione degli sprechi all'interno della manifestazione, una gestione dell'informazione non sempre all'insegna della trasparenza, dal punto di vista del visitatore, molto è una questione di aspettative.
L'Expo è un'esposizione internazionale in cui i vari stati si mettono in mostra, si fanno conoscere, creando installazioni e attrazioni più o meno inerenti a un tema, in questo caso "Nutrire il pianeta". Né più né meno. Inutile pensare di accedere all'Expo con lo stesso spirito con cui si va a una giornata di studio, inutile pretendere autocritica dagli stati che vogliono promuoversi e mostrarsi al meglio. Inutile pretendere che non siano gli stati più nazionalisti/quelli con una necessità più o meno impellente a ripulire la propria immagine a mettersi più in mostra. Tutti cercano di presentarsi come dei posti meravigliosi in cui chiunque vorrebbe vivere, anche quando si tratta di paesi con risaputi problemi nel rispetto dei diritti umani. Non credo si debba pretendere da questa manifestazione quello che non è. Tutto questo, come la presenza anche invasiva delle multinazionali, fa parte del mondo in cui viviamo, Expo espone uno status quo, piuttosto che proporre valide alternative per un mondo migliore. Non è e non può essere il social forum.
Accettato questo fatto, si può decidere o meno di visitarlo.
Personalmente io sono andata per trascorrere una giornata diversa, vedere cose insolite e mangiare solo cibi che non avessi mai assaggiato. I miei obiettivi sono stati raggiunti.

INIZIAMO BENE...
Sono partita dalla stazione di Arona, insieme a un foltissimo gruppo di turisti italiani e stranieri che hanno scelto di soggiornare sui laghi e di visitare l'Expo in treno.
Come promesso i treni erano numerosi, però...
Io ho viaggiato molto in treno e non mi faccio alcune illusioni sulle ferrovie italiane. Tuttavia il mezzo che ci ha portati all'Expo non so dove sia stato recuperato e di certo era tenuto insieme solo dalla sporcizia. Durante gli anni dell'università, ho viaggiato molto in Europa con mezzi pubblici e i treni dei paesi dell'est erano infinitamente meglio di questo. Nelle facce schifate dei turisti stranieri si vedeva la conferma dei loro peggiori pregiudizi.
Poi va detto che il treno è arrivato in orario e l'ingresso (con la sua ora e mezza di coda) era proprio a due passi.
Al rientro il treno sembrava necessitare un pochino meno di una immediata decontaminazione, però aveva 10' di ritardo ed emanava inquietanti odori (del tipo "si è fuso qualche elemento essenziale e stiamo per andare in pezzi..."). 

TRA CREATIVITÀ E FUORI TEMA
L'Expo è bello. Sfido chiunque a negarne il mero valore estetico. I padiglioni vanno dall'elegante al folle, con tutta una serie di gradazioni nel mezzo. Gli architetti si sono sbizzarriti nella costruzione di strutture ardite o giardini verticali. Io ho apprezzato molto anche quelli orizzontali e le foto dei fiori dei post di scrittura delle prossime settimane arriveranno principalmente da lì. Complice il clima gradevole, passeggiare tra padiglioni e giardini è già cosa che valga il prezzo del biglietto.
Poi all'interno dei padiglioni ognuno ha dato sfogo alla propria creatività/afflato nazionalistico per cercare di creare qualcosa di memorabile sul tema "nutrire il pianeta".
Alcuni stand erano semplicemente troppo inflazionati, andando in una delle giornate di massima affluenza me lo aspettavo e, anche se un po' di rimpianto per Giappone e Corea rimane, ho comunque visitato un gran numero di paesi.
Sull'effettiva aderenza al tema ci sarebbe molto da dire. Chissà se l'Azerbaigian ha avuto dei problemi di traduzione? Il suo bel padiglione aveva palesemente come tema la musica, con qualche cibo posticcio messo all'ultimo momento per aggiustare il tiro, come i temi di certi alunni, che parlano di tutt'altro e poi nell'ultima frase cercano di rimediare...
Il Turkmenistan si è messo di grande impegno per spiegare dove si trovasse, ma più che gasdotti e oleodotti non aveva da presentare, mi rimane l'idea che lì mangino derivati del petrolio...
L'Angola, invece, si è applicata moltissimo, in un padiglione enorme e fin troppo ricco, da cui, però, si poteva uscire con una massa encomiabile di nuove informazioni.
Qualcuno la butta più sul gioco, sfido chiunque, mentre affronta la rete del Brasile, attento a non cadere, a pensare al suo significato profondo e anche il bel padiglione della Germania mi ha divertito, con le sue molte istallazioni interattive, più che portato a ragionare.
Lo stand che mi ha convinto di più, nel suo tentativo di accattivarsi il pubblico è stato quello del Belgio. Prima ti offre un assaggio di cioccolato (uno dei pochissimi gratuiti) e poi propone una dimostrazione chiara e interessante di cultura idroponica.
Altri stand, invece, sembravano usciti direttamente da Gardaland con un raro mix di pacchianeria e pessimo gusto. Molti li si poteva individuare ed evitare facilmente, ma mi ha fregato la Malaysia, con la sua foresta pluviale finta che, in mezzo a tante serre vere, rasentava l'imbarazzante.
Molto bello lo stand del Nepal, allestito nonostante il terremoto. Qualcuno ha obiettato che non centra nulla col cibo, ma io ho il sospetto che non sia così. Come nutrire il pianeta? Preghiamo Budda e speriamo in bene... Potrebbe anche essere una delle risposte più oneste...

CIBO E PREZZI
L'Expo si paga. Si paga il biglietto per entrare e, una volta dentro, quasi nulla è gratis. Ci sono i distributori gratuiti d'acqua, il buon assaggio belga, qualche sparuto stuzzichino offerto e poi si paga tutto. 
Consapevole di questo, devo dire che l'aspetto gastronomico è stato comunque quello che mi ha convinto di più.
Il te all'acqua di rose del Bahrein mi ha probabilmente salvato la giornata. Dopo il viaggio in treno e l'ora e mezza di coda non ero molto ben disposta, ma il te delizioso nell'oasi verde ha cambiato il mio umore. Un paio di euro ottimamente investiti.
Per il pranzo, avevo letto che uno dei migliori rapporti qualità/prezzo si trovava nel cluster dei paesi aridi. In effetti il pranzo eritreo a 9€ comprendeva un piatto (commestibile, di pane) con quattro pietanze e una bibita. A parte la contraddizione di avere della vera cucina eritrea e delle bibite di multinazionale e la difficoltà di consumare il pranzo senza posate, come da tradizione, ho trovato la scelta molto soddisfacente, tanto da informarmi su dove ci sia un ristorante eritreo.
È seguita la granita turca al melograno, un po' cara (3€), ma abbondante (e poi sono di parte, perché adoro il melograno in ogni sua forma).
A cena eravamo un po' cotti e quindi ha vinto l'Iran per la calma e l'eleganza del ristorante. 20€ per un piatto unico è un po' troppo, ma si trattava di una preparazione non semplice e che si pagava anche la forma e il buon servizio.
Alla fine mi sono concessa anche il waffel al cioccolato fondente (che comunque non avevo mai assaggiato), di sicuro caro, ma delizioso.
Va detto anche che ero convinta che questo mio mangiare allo stato brado avrebbe avuto un prezzo non solo economico. Invece è bastato evitare gli ingredienti che so di non digerire per arrivare a casa, dopo 11 ore trascorse all'interno dell'Expo con appena un velo di mal di testa, subito stroncato da una buona notte di sonno.
L'impressione è, quindi, di aver mangiato cose buone e di buona qualità, pagate sicuramente care. Si è trattato di un vero viaggio nella gastronomia di paesi difficilmente accessibili, con sapori inediti per il mio palato. Per quel che mi riguarda, quindi, il cibo dell'Expo è promosso a pieni voti. Consiglio, magari, un po' di pianificazione su questo aspetto, in modo da ottimizzare la spesa, ma assolutamente, se andate, non negatevi dei cibi un po' fuori dai vostri soliti circuiti alimentari, potrebbe proprio valerne la pena.

lunedì 17 agosto 2015

Leggere da autori – scrittevolezze


Penso spesso, quando mi confronto con alcuni lettori forti, di non leggere abbastanza. 
Il fatto è che io con i libri perdo tempo. Quando finisco un libro che mi è piaciuto, quasi sempre lo ricomincio da capo. Oppure rileggo libri che ho già letto. Sento la necessità di fare immersioni retrospettive in questo o quell'autore, per vedere com'è cambiato nel tempo, quali invece sono rimasti i suoi punti fermi.
Leggo, ma, sopratutto, rileggo. Questa è, credo, la migliore e più economica palestra di scrittura, quello che mi tiene in costante esercizio. Leggere, ma leggere da autrice.

Una volta con il cuore, una volta con il cervello
Quando leggo per la prima volta un libro che mi prende, penso a una sola cosa: come andrà a finire?
Al diavolo tecniche, punti di vista, artifici linguistici, cosa succede dopo? E fazzoletto a portata di mano, perché la lacrima è sempre in agguato.
Non tollererei di leggere "per migliorare la mia scrittura" o "per studiare uno stile". Io leggo perché mi piace farlo, perché voglio immergermi in quella storia.
Poi posso sempre rileggere, allora può venir fuori tutto il resto, l'analisi, la retrospettiva, l'indagine. Ma mai uccidere una prima lettura con un occhio troppo critico.

Alla ricerca di emozioni, non di tecnica
Anche quando rileggo, non cerco la tecnica, ma le emozioni.
Cos'è che mi è davvero piaciuto? Perché mi ha colpito quel passaggio?
Se trovo una risposta al perché il passo più grande è fatto. Capire, prima di un testo, me stessa, perché quel dato testo ha fatto risuonare qualcosa di profondo nel mio animo. Cosa. Leggere con attenzione è quasi sempre una sorta di auto analisi, perché il primo oggetto d'indagine non è il testo, sono io. Le mie reazioni al testo. Non importa che sia un mostro sacro o un romanzetto, per prima cosa è necessario capire perché mi abbia colpito, perché "Il canto notturno di un pastore errante dell'Asia" di Leopardi mi incanta e le Operette Morali mi fanno addormentare è importante come capire perché nonostante tutto quella becera storia d'amore mi abbia commosso.
A volte la risposta mi porta lontanissimo dalla scrittura. Perché quella frase, quel personaggio, mi ricorda mio nonno e io ancora rimpiango di non aver conosciuto a fondo. Non ho imparato nulla sulla scrittura, ma qualcosa su me stessa. È già qualcosa, suppongo.
A volte, però, una volta capito quale corda dell'animo quel testo faccia risuonare, si può ragionare sul come.
Il come non è necessariamente una tecnica da manuale. Magari è un'applicazione particolare, anche una trasgressione da una tecnica. Guarda come imbroglia con in punti di vista Lucarelli in Almost Blue! Già, però funziona. Almost Blue è un maledetto grande inganno, gioca sporchissimo sulla tecnica, però ogni volta che lo prendo in mano mi emoziono. Proprio per questo vale la pena di vivisezionarlo un po' e capire anche perché i seguiti, scritti con altrettanto controllo, non emozionino neppure la metà.

Si impara di più dai libri imperfetti
Ho scoperto a mie spese che dalla perfezione è difficilissimo imparare. Perché tutto si incastra a meraviglia e non si riescono a scomporre le parti. I capolavori formano un tutt'uno di indecifrabile bellezza. Uno dei libri che ritengo più elegante, che per certi versi per me è la perfezione letteraria, è Memorie di Adriano. Ma non ho imparato nulla dalle continue riletture di Memorie d'Adriano. La scelta della prima persona, la ricerca linguistica e lessicale, la ricerca storica, il peso emozionale della confessione dell'imperatore morente... Mi piace tantissimo, Memorie d'Adriano, ogni volta che lo rileggo scopro qualcosa, ma rimane una sorta di monolite alieno, splendido, ma costruito con tecniche che mi sfuggono. Meno mi è piaciuto Come l'acqua che scorre, raccolta di opere giovanili di Marguerite Yourcenar. In racconto lungo Anna, soror... è sicuramente meno perfetto. Quindi più analizzabile.  Il quadro storico e l'ambientazione non si fondono alla perfezione con la vicenda narrata e proprio per questo intuisco quanto un'ambientazione perfettamente integrata nella narrazione possa essere vincente. C'è troppa distanza nei confronti dei personaggi e delle loro passioni proibite e represse. L'autrice tiene il freno a mano tirato e il racconto ne risente. Nelle imperfezioni di una grandissima si intravedono l'ordito e la trama della sua prosa e c'è spazio di apprendimento per il lettore.
Per certi versi ho letto con più attenzione Tempi Glaciali, di Fred Vargas, che ho recensito qualche giorno fa, perché per la prima volta ho visto delle imperfezioni nelle sue storie funamboliche e perfette. Posso sicuramente imparare di più da questo romanzo che dai miei preferiti.
Allo stesso tempo un libro mediocre con un unico aspetto davvero riuscito (un personaggio, la trama a orologeria, l'ambientazione...) è una manna dal cielo per un autore, perché può isolare il singolo elemento riuscito e studiarlo con calma.

Voi rileggete spesso? Cosa guarda il vostro occhio critico di autori?

venerdì 14 agosto 2015

Papaia! – Racconto breve

Per festeggiare il ferragosto, vi offro un racconto totalmente disimpegnato e un po' folle.

PAPAIA!
      La nostra storia occidentale è segnata dalla mela. Frutto zuccherino, certo, ma tutto fibre e acqua, un po’ stopposo, scelto spesso perché più comodo che buono.
E se invece avessimo camminato sulla via della papaia? 
Papaia. 
Solo il nome, considerate solo il suono, lancia verso tutto un altro universo di significati. 
Papaia. 
Potrebbe essere una danza sud americana, di quelle in cui le donne ancheggiano e agli uomini si gonfiano gli occhi a guardarle. 
Papaia! 
Potrebbe essere un grido di guerra polinesiano, di un qualche popolo che si lanci alla battaglia sulle canoe. 
Papaia! Papaia la pagaia per spappolare i tuoi nemici! Papaia!

       Se lassù, nel giardino dell’Eden, Dio avesse negato all’uomo l’albero della papaia, non ci sarebbe stato bisogno di nessun serpente tentatore. Al primo spargersi del profumo delizioso, Adamo sarebbe salito direttamente al paradiso, arrampicandosi nuvola su nuvola per reclamare col creatore la sua papaia. E Lui, nella sua magnanimità, avrebbe constatato che tutto si può negare all’uomo, tranne la papaia. Tutti insieme avrebbero fatto un bel festino, Dio, Adamo, Eva col serpente a fare il boa attorno al collo e i leoni con gli agnelli. Poi forse i leoni si sarebbero accorti che l’agnello in fricassea con la papaia è una gran cosa, ma sarebbe stata tutta un’altra storia, molto più rilassante per le donne e i serpenti.
Guglielmo Tell non avrebbe potuto essere obbligato a colpire una mela posta sulla testa del figliolo. I cattivi di questa storia, infatti, sarebbero impazziti nel tentativo di posizionare l’anarchica papaia sulla capoccia del fanciullo. Prova dopo prova, si sarebbe fatta sera e i bravacci, affamati, avrebbero finito per mangiarsi la papaia e, distratti dal magico sapore, non si sarebbero accorti del bambino che fuggiva.
Allo stesso modo neppure la strega di Biancaneve avrebbe resistito al richiamo della papaia. Ingorda, si sarebbe mangiata tutto il cestino proprio sotto gli occhi della fanciulla che avrebbe visto poi la vecchina trasecolare e schiattare per il veleno. La cosa sarebbe stata archiviata come funesta indigestione, ma magari un principe ottuagenario sarebbe passato di lì a rompere l’incantesimo con un bacio, regalando anche alla strega un lieto fine.
Se Newton si fosse seduto sotto un albero di papaia, innanzi tutto non si sarebbe fatto male, ma  si sarebbe al massimo sporcato un po’ i capelli di dolce sugo. Non avrebbe iniziato tristi discorsi di gravi, gravità e gravitazioni. Avrebbe alfine compreso che tutto il sistema solare se ne sta vicino perché il sole ed i pianeti vogliono rubare alla Terra la papaia. Questa dal canto suo non si vuole far fregare e perennemente li respinge, tenendoli tutti alla debita distanza. 
Non sarebbe sorta nessuna Grande Mela, alta di grattacieli, snob di finanza, tra le fibre un po’ razzista coi suoi quartieri ben divisi. Nessun rampante giovane in carriera, nessuna modella imbalsamata nella sua bellezza avrebbe potuto vivere nella città di un frutto dalla pelle gialla e un po’ gibbosa, visibilmente appesantito ai fianchi. La Grande Papaia sarebbe stata grassoccia e accogliente, città indulgente per viveur incalliti, troppo impegnata a godersi la vita per dettare regole al mondo.
Nessuno avrebbe cercato l’anima gemella, l’altra metà della stessa mela, poiché ogni papaia è unica e varia anche al suo interno in infinite sfumature dal giallo al rosso scuro. Non saremmo stati allora in perenne ricerca di una metà mela a cui incollarci per essere felici. Saremmo stati paghi di essere uniche papaie, in pace con noi stessi e con gli altri, come papaie, uguali e diversi a noi.

mercoledì 12 agosto 2015

True detective, stagione 2 – visioni


Dov'è la bellezza? Mi chiedo alla prima puntata.
Dove sono le inquadrature perfette, gli uccelli che disegnano simboli nel cielo, gli alberi magici, i vortici di stelle, il desolato splendore che è metà del fascino di quel gioiello irripetibile che è la prima stagione di True Detective? La risposta è che non c'è, volutamente, nessuna bellezza in questa seconda stagione.
La serie antologica di Pizzolatto lascia la Luisiana e le anime tormentate, ma a loro modo pure, di Rust e Marty, per andare in una California sporca e corrotta, marcia fin nel midollo. Lascia l'epos (o la Genesi) e si addentra nella tragedia greca.
Come in ogni buona tragedia greca che si rispetti, le colpe dei padri ricadono sui figli (se va bene, la terza generazione si salverà), gli eroi sono macchiati (e marchiati) e sanno di esserlo, come sanno di essere condannati, e basta un singolo evento a far precipitare tutto in pochissimo tempo.
C'è quindi un politico corrotto che viene trovato morto in un limbo giurisdizionale con gli occhi bruciati dall'acido. Le indagini vengono quindi affidate senza troppe speranze a tre detective di tre giurisdizioni: Velcoro, uomo tormentato che si è venduto l'anima per vendicare lo stupro della moglie, Paul, giovane detective in fuga da se stesso e Antigone che, come il suo nome insegna, è contaminata senza averne colpa ed è quasi condannata a dispensare giustizia. A loro si aggiunge l'affarista/malavitoso Frank, a cui la morte del politico ha creato non pochi problemi. Anima tormentata anche la sua, di mafioso quasi per necessità, con una sua integrità da salvaguardare.
All'inizio l'indagine procede con una lentezza quasi snervante, mentre si delineano ombre di rapine di vent'anni prima, si parla di traffici di ragazze, di terreni contaminate e di colpe di padri che sempre più pensano sulle spalle dei figli, che a loro volta le faranno ricadere sui propri figli.
Quando quasi stai per non poterne più, inizi a pensare che ti sei affezionato a queste quattro anime tormentate. A Velcoro, principalmente, retto da un bravissimo Colin Farrell, detective corrotto e colluso, eppure umanissimo, ad Antigone, sempre in bilico tra l'essere vittima e angelo vendicatore, a Frank, che a modo suo rimane un brav'uomo (oltre ad essere l'unico in grado di organizzare dei piani con un po' di testa). Come tutti gli eroi da tragedia greca, ben presto capiscono che non c'è alcuna speranza di lieto fine, eppure vanno avanti lo stesso, lottando al meglio delle loro possibilità, fino ad affrontare a testa alta l'unico finale possibile.
Questa seconda stagione di True Detective chiede molto, forse anche troppo, allo spettatore. In soli otto episodi imbastisce quattro storie intricate per i quattro protagonisti che devono poi vedersela con una storia ancora più intricata e variamente intrecciata con il loro passato. Ne risultano lunghi dialoghi snervanti (specie nei primi episodi) e un senso generale di oppressione e marciume che, se non sorretto da trovate visive, diventa insostenibile.
Rimane però il coraggio, dopo quel gioiello limpido che è la prima stagione, di aver completamente cambiato registro e di non aver tentato di replicare i punti di forza. La mancanza di virtuosismi visivi e di personaggi ipnotici si paga, ma è una scelta voluta.
Rimane anche il fatto che alla fine, quando tutto si è compiuto, in uno dei rari scorci di bellezza e un certo messaggio non parte, la lacrimuccia scappa, segno che la serie a colpito al di là di tutti i "ma" e di tutti i "se".
La prima serie di True Detective ipnotizza ed è impossibile non rimanerne affascinati. È epos allo stato puro, luce contro tenebra, di una bellezza abbagliante.
La seconda serie è una cupa e contorta tragedia sofoclea, oppressiva nella messa in scena, a volte ridondante nei dialoghi, senza via di fuga. Chiede uno spettatore paziente e attento. Ma alla fine rimane l'impressione che ne sia valsa la pena.

lunedì 10 agosto 2015

Il mandala di Sherlock Holmes e altri apocrifi – letture

IL MANDALA DI SHERLOCK HOLMES


Ho sentito parlare molto di questo romanzo e, da buona appassionata  sherlockiana, appena ho saputo che un'amica lo possedeva non ho avuto pace fino a che non sono riuscita a farmelo prestare (grazie Elena!).
L'autore, l'indiano di origini tibetane, Jamyang Norbu, è chiaramente più interessato a raccontare l'India e il Tibet che un'avventura di Sherlock Holmes. La cosa mi sta anche bene, perché, per un motivo o per l'altro questo è il terzo romanzo del 2015 che mi porta sul tetto del mondo, inoltre l'aggancio è perfettamente canonico: come gli sherlockiani sanno, il detective, mentre si fingeva morto, è stato proprio in Tibet, con l'identità di un esploratore. Per quel che mi riguarda, quindi, posso immaginare un Holmes in una sorta di vacanza e andare a spasso con lui per le vette asiatiche.
Pur avendo iniziato la lettura con questo spirito, mi sono ritrovata subito con qualche problema tra le pagine. Va bene l'attenzione all'aspetto antropologico e naturalistico, va bene abbondare con i salgarismi, come del resto tradizione ottocentesca vuole, ma aggiungere il nome scientifico a ogni animale o vegetale incontrato, con tanto di piccola trattazione ogni tre righe, alla lunga stanca... Le cose si complicano, poi, quando l'avventura raggiunge il suo apice nel magico Tibet. In un apocrifo sherlockiano, se ben scritto, sono pronta a tollerare quasi tutto. Mi sta bene approfondire la spiritualità del buon Holmes, che tutto sommato ogni tanto sembra esistere, mi sta bene anche inserire il paranormale, ma quando mi si vuol vendere Moriarty come un monaco-mago tibetano spedito in Europa dopo aver perso la memoria, si chiede davvero troppo alla mia adattabilità.
Il Mandata di Sherlock Holmes rimane un romanzo insolito, ben scritto, molto curato per quanto riguarda l'ambientazione, ma con una trama che può mettere in difficoltà l'appassionato sherlockiano. Forse sarebbe stato meglio non scomodare proprio Holmes per salvare la vita al Dalai Lama?

SHERLOCK HOLMES CRIME ALLEYS
Ha decisamente meno pretese di canonicità l'Holmes di questa serie a fumetti.
In Italia sono usciti due volumetti, I vampiri di Londra e Sherlock Holmes e il Necronomicon, entrambe riduzioni in formato bonelliano di originali francesi, editi da Editoriale Cosmo.
Trovandomi in Francia, mi sono fondata nella prima fumetteria per accaparrarmi nella sontuosa veste originale almeno una delle storie ancora inedite, scegliendo Crime Alleys, che dovrebbe raccontare la nascita della vocazione di Holmes.
Il tutto, dicevamo, è assai poco canonico. Per Londra girano vampiri, la regina stessa è invischiata in oscure trame, Moriarty gioca (male) con magia e divinità antiche. Però questo Holmes, freddo in apparenza, umanissimo nel profondo, mi piace un sacco. Mi piace il disegno che rende viva la fumosa Londra vittoriana, integrando con eleganza gli elementi sovrannaturali.
Il giovane (neanche troppo, una delle pecche maggiori della serie, secondo me, è aver sbagliato qualcosa nel calcolo degli anni dei protagonisti) Holmes che appare qui è, appunto, poco canonico. Dei due amici che lo accompagnano non c'è traccia nelle opere di Doyle, ma Holmes è lui nel modo di agire, nel misto di sfrontatezza, freddezza e implacabile ricerca di giustizia.
Questa è una storia alternativa, che non pretende di inserirsi nel canone, come spesso accade, risulta anche più canonica di altre di maggior ambizioni.

SHERLOCK HOLMES IN AMERICA 
 Continuano le pubblicazioni della bella collana di Giallo Mondadori dedicata a Sherlock Holmes.
In due volumi, viene presentata una raccolta di racconti sherlockiani  legati all'America.
I racconti sono tutti validi, scritti da professionisti del genere.
Personalmente faccio un po' fatica a immaginarmi Holmes in America o, addirittura, nel west, che interagisce con i protagonisti della sfida all'O.K. Corral, ma del resto ho appena recensito un romanzo in cui Holmes se la vede con la magia tibetana e una serie di fumetti all'insegna del paranormale. La cosa più divertente di questi racconti, in effetti, è la cura che ci hanno messo gli autori per renderli plausibili e per spiegare cosa ci facessero Holmes, Watson o entrambi negli USA. In vacanza, da ragazzi, per lavoro (certo che Watson ha proprio sfortuna con gli studi medici, neppure a San Francisco...). Insomma una sorta di impeccabile arrampicata sugli specchi, condotta con maestria da chi sa di star ricamando sugli orli del Grande Gioco.



Ricordo poi a tutti che altre letture sherlockiane si possono trovare a prezzo d'occasione nella collana Sherlockiana di Delos, in cui trovate anche alcune mie storie!

venerdì 7 agosto 2015

Sogni di caffè – racconto breve

   Da bambino sognavo di attaccarmi alle nubi e viaggiare. Oltre alle piantagioni, alle colline, ai villaggi, alle sparatorie. Viaggiare fino al mare. Poi diventare goccia, cadere come pioggia, farmi adottare da un’onda. Addormentarmi su tutte le spiagge del mondo, l’Australia, l’Europa, la Statua della Libertà.
Ma mio nonno ha strappato la collina al dio giaguaro, ha dato il suo dolore a queste piante e ci ha legati alle terra.
Ora impasto la terra col sudore, col sangue la corteccia. Spargo tosse sulle foglie, raccolgo morte con le dita, raccolgo vita con le dita.
Della tosse di mio nonno, della tosse di mio padre, della mia tosse, rimane questa bacca rossa sul palmo della mano.
Sarà peso sulle mie spalle, scendendo verso il paese. Sarà il sorriso sul volto dei coyotes. Sarà fumo sopra la fabbrica, sopra la città a creare altra tosse, a portare altra morte. Sarà peso in una stiva sopra il mare. Sarà scuro come terra, in acqua dentro in una tazza. Sarà una macchia sui denti bianchi di una donna bella, che beve e aspetta sotto la Statua della Libertà.

        Da bambino volevo attaccarmi alle nubi e fuggire, ma mio nonno mi ha legato alla terra. 

Questa bacca rossa la stringo forte nella mia mano perché i sogni penetrino fin dentro il chicco e non lo lascino più. Li porterà dove io non posso andare, oltre alle terre, sopra ogni mare. Li berrà una donna bella di un paese straniero, li chiamerà aroma, io sarò tra suoi sogni, una notte soltanto.


Racconto originariamente apparso sulla rivista "Arabica fenice", n°1 "Caffè e Libertà"

NOTA: nelle colline messicane, gli intermediari tra i coltivatori e le multinazionali del caffè sono chiamati "coyotes".

Dimenticavo! Non perdetevi l'offerta di Delos, con gli e-book a 0,99€! Un'ottima occasione per passare l'estate in compagnia del mio Sherlock Holmes
Avventura a Parigi
Sherlock Holmes e il caso del detective scomparso
Che, nonostante le mie pessimi doti di promoter, oggi siano entrambi tra i più venduti della collana (8° e 10° posto su 81) è un piccolo grande miracolo di cui, come sempre, ringrazio lo staff di Delos.

mercoledì 5 agosto 2015

Lasciarsi sorprendere dai propri personaggi – scribacchiando


Tornata dalle vacanze, con il marito di nuovo in ufficio e il nipotino al mare, è tempo di tornare a tuffarmi nel romanzo in stesura.
Anche se durante il viaggio non ho scritto una sola parola, credo che ormai manchino una decina di capitoli alla conclusione, quindici al massimo (ho iniziato il 26).
Si possono iniziare a fare i bilanci e a confrontare la sinossi preparata prima con la stesura per constatare che ho iniziato a tradirla intorno al capitolo due...
Le sorprese maggiori, come sempre, me le hanno riservate i personaggi.
Ligia al dovere ho pianificato. Non ho preparato schede, ma ho iniziato a scrivere solo quando ormai sentivo di conoscere a fondo la protagonista e, trattandosi di un giallo, la vittima e l'assassino. Loro, del resto, erano i miei tre punti fermi su cui tutto si sarebbe andato a costruire. Gli altri personaggi, lo ammetto, erano delle figure nella nebbia. Ho iniziato a scrivere sapendo di non conoscerli a fondo, sperando che si sarebbero messi in luce nel corso della storia e con la consapevolezza, quindi, che avrei dovuto poi limare a posteriori almeno i primi capitoli, scritti sulla base di una conoscenza ancora superficiale.

LUCE SULLE SECONDE LINEE
Questa è stata per molti capitoli la mia preoccupazione maggiore. Ad affiancare la protagonista ci sono due personaggi maschili che vanno a costituire con lei un team informale di indagine.
Due personaggi maschili, quindi, entrambi positivi, affini per età (li separano otto anni) e per formazione professionale (sono o sono stati membri delle forze dell'ordine) e amici tra loro. Il rischio che risultassero uguali mi ha dato più di una preoccupazione. Di sicuro nei primi capitoli si differenziano principalmente per i problemi contingenti che devono affrontare, piuttosto che per la psicologia.
Pian pano, però, si sono da soli messi in luce, spiegandomi con calma, come si fa con un'amica un po' tonta cosa li rendesse diversi e complementari.
RD, il più anziano, fin da ragazzo ha dovuto assumersi delle responsabilità. La morte del padre lo ha reso precocemente consapevole dei propri doveri. Lasciato a se stesso avrebbe condotto studi classici, ma ha scelto di entrare nelle forze dell'ordine sia per rendersi al più presto economicamente indipendente, sia per carattere, tanto che tende a identificarsi al 100% con la sua professione. È duro con gli altri come con se stesso e tende a dividere le cose in bianco e nero e le regole sono un valore in sé. Fossimo in D&D sarebbe di sicuro un paladino, legale buono. 
Ovviamente è mio compito di autrice minare alla radice tutte le sue sicurezze...
RS, il più giovane. Da ragazzo è stato vittima di bullismo, proprio per questo ha deciso di entrare nelle forze dell'ordine, per difendere le vittime. Ha un istintivo senza di giustizia che lo rende insofferente verso l'ipocrisia di tanti suoi colleghi. Al contrario di RD (che pure vede come un punto di riferimento), crede che ci siano casi in cui il risultato valga l'utilizzo di metodi non ortodossi.
Per lungo tempo ha continuato a pensare a se stesso come al ragazzo che era, ma sta acquistando sempre più sicurezza in se stesso. Ha sempre privilegiato la carriera rispetto alla vita privata, ma le cose potrebbero cambiare.
Dovendo semplificare al massimo, la parola d'ordine di RD è "responsabilità", quella di RS "proteggere". Si tratta forse di una sfumatura, ma è stata la comprensione di questa differenza basilare a permettermi di entrare in intimità con loro e permettermi di capire davvero le rispettive psicologie, senza più accontentarmi di differenziarli sulla base di eventi esterni che capitano all'uno o all'altro.

SORPRESE DALLE TERZE LINEE
Le sorprese maggiori, i personaggi che davvero mi hanno stupito, sono stati, però, quelli di "terza linea". Non protagonisti, non parte della squadra, personaggi "secondari", ma dall'impatto forte sulla vicenda, di volta in volta aiutanti, ostacoli o sospettati.
Ce ne sono due che nello svolgimento hanno del tutto stravolto il ruolo che avevo stabilito per loro in sinossi, diventando da elementi necessari per la trama, ma che cui non provavo particolare amore, ai personaggi più interessanti del romanzo. Si sono anche invertiti i ruoli, quello che avrebbe dovuto essere un aiutante positivo senza troppo pepe è diventato un viscido bastardo manipolatore. Un personaggio femminile nato per essere l'antitesi della protagonista e quindi un ostacolo è diventato una donna complessa, dura, antipatica ma coerente per la quale sia io che la protagonista non possiamo, alla fine, che provare ammirazione. Alla fine da ostacolo è diventata addirittura l'elemento risolutivo per la scena d'azione finale (dalla quale, per come stavano le cose in sinossi, la protagonista non avrebbe mai potuto uscirne viva...). Tutto avrei pensato, ma non di innamorarmi di un personaggio nato per rappresentare ciò che odiavo. Rimane, sia chiaro, una persona dura, che non si cura molto della sofferenza di chi ha attorno, ma quando ho capito quanta solitudine e malinconia nascondesse, non ho potuto evitare di empatizzare con lei...

Questo, dopo tutto, è il bello dello scrivere. Immagini, pianifichi, ma poi ad ogni riga ti avventuri in un territorio inesplorato, dove tutto può ancora stupirti.
Mi piacciono i personaggi in grado di imporsi sul mio immaginario al punto di sopraffare la mia parte razionale e organizzatrice, che mi dicono "io sono così, non come mi hai pensato, ho ti adegui o smetti di parlare di noi".
Immagino che se ogni racconto, ogni romanzo uscisse tale e quale a come lo avevo progettato avrei già smesso di scrivere da un bel pezzo.

A voi è mai capitato di esservi lasciati sorprendere dai vostri personaggi? Lo ritenete un bene o un male per le vostre storie?